L’associazione Utopia rossa considera suo fondamento politico il principio secondo cui il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi si deve riflettere l’essenza del fine. Non ha programmi politici, come del resto non ne aveva la Prima internazionale. Nonostante le più diverse provenienze ideologiche dei suoi sostenitori, essa ritiene che l’anticapitalismo dilagato dopo l’inizio dell’Antirivoluzione russa (dicembre 1917) sia stato motivato fondamentalmente da idee precapitalistiche, cioè retrograde, e non da progetti di civiltà in grado di superare il capitalismo sviluppando ulteriormente i suoi modelli di democrazia. Ciò spiega anche il prevalere, nella storia della cosiddetta «sinistra», di simpatie per i regimi dittatoriali di ogni specie e colore. Utopia rossa si batte contro l’ulteriore diffusione di ideologie precapitalistiche vecchie e nuove (in campo politico, culturale, ecologico, religioso ecc.), come parte della sua battaglia per il superamento del capitalismo, se si vuole salvare la vita sulla Terra con la sua umanità. In questo senso la sua utopia continua ad essere rossa.

The Red Utopia association considers its political foundation to be the principle that the end does not justify the means, but that the means must reflect the essence of the end. It has no political program, just as the First International did not. Despite the diverse ideological backgrounds of its supporters, it believes that the anti-capitalism that spread after the start of the Russian Anti-Revolution (December 1917) was fundamentally motivated by pre-capitalist – that is, retrograde – ideas, and not by civilizational projects capable of overcoming capitalism and of further developing its democratic models. This also explains the prevalence, throughout the history of the so-called «left», of sympathies for dictatorial regimes of all kinds and colors. Red Utopia fights against the further spread of old and new pre-capitalist ideologies (in the political, cultural, ecological, religious, and other fields) as part of its battle to overcome capitalism, if life on Earth, including its humanity, is to be saved. In this sense, its utopia remains red.

PER SAPERNE DI PIÙ CI SONO UNA COLLANA DI LIBRI E UN BLOG IN VARIE LINGUE…

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domenica 21 gennaio 2024

LENIN: FONDATORE DELLA ČEKA E PRIMO RESPONSABILE DELL’ANTIRIVOLUZIONE RUSSA (II parte)

di Roberto Massari


TRILINGUE: ITALIANO - ENGLISH - ESPAÑOL


Era il dicembre 1917…

La Čeka fu fondata il 7(20) dicembre 1917, meno di sei settimane dopo la conquista del potere da parte del soviet di Pietrogrado, avvenuta il 25 ottobre (7 novembre per il calendario gregoriano che la Russia adotterà a fine gennaio 1918). Era passato quindi solo un breve periodo da quel grande rivolgimento politico e sociale, eppure il gruppo dirigente bolscevico, con Lenin in prima fila, già pensava a come avocare unicamente a sé, con uno strumento classico di morte e segretezza, il potere politico conquistato dal proprio partito.

Ma di che partito si trattava a dicembre 1917?

Un partito di quadri, senza dubbi. E un partito di  combattimento, anche se ancora al di sotto su tale piano degli standard del principale partito concorrente (i socialisti-rivoluzionari). Nel complesso, marxista «di sinistra», con molto dogmatismo (stile Seconda internazionale), attenuato o arricchito dalle interpretazioni che del marxismo davano le sue principali teste pensanti (alcuni dei migliori intellettuali russi). Era però anche in balìa delle oscillazioni ideologico-filosofiche di Lenin (ormai giunto in privato e segretamente all’hegelismo, come si verrà a sapere non prima del 1929), ma senza che ciò si ripercuotesse sensibilmente sulle scelte immediate. Fondato su un forte senso di autodisciplina, rigidamente gerarchico e tutt’altro che democratico, il partito era ciononostante dotato di una vivace dialettica interna che a tratti si sarebbe potuta definire addirittura effervescente. 

Nel quindicennio di vita del Partito, le divergenze su questioni tattiche non erano di certo mancate, a cominciare dalla baraonda fondativa nel 1903. Ma il più delle volte esse si erano manifestate apertamente, salvo essere poi risolte con manovre, compromessi e qualche espulsione. Le divergenze si erano viste soprattutto dopo l’esperienza fallimentare del bolscevismo nel 1905 (Prima rivoluzione russa e primo Soviet della storia), nella questione del rapporto con i menscevichi, per gli espropri delle banche nel Caucaso e così via.

sabato 20 gennaio 2024

LENIN: FONDATORE DELLA ČEKA E PRIMO RESPONSABILE DELL’ANTIRIVOLUZIONE RUSSA (I parte)

di Roberto Massari


TRILINGUE: ITALIANO - ENGLISH - ESPAÑOL


Cento anni fa moriva Lenin, ormai prigioniero di Stalin e senza più rapporti con il mondo esterno. Nelle ultime settimane prima della conquista del potere era stato il dirigente di una Rivoluzione iniziata a febbraio e terminata tra dicembre 1917 e gennaio 1918. Insieme a Trotsky e al gruppo dirigente bolscevico, Lenin fu il principale responsabile per la trasformazione di quella grande conquista dell’umanità in una Antirivoluzione che avrebbe poi aperto la porta alla Controrivoluzione staliniana.

La vera personalità politica di Lenin è soffocata da oltre un secolo di falsità. Si parla di suoi grandi contributi teorici, ma la sua ideologia passò dal narodničestvo all’amore per Plechanov, per Kautsky, per Bogdanov e infine molto ingenuamente per Hegel. Mai per i contributi teorici di Trotsky e Rosa Luxemburg. Cambiò in continuazione le idee politiche sul partito, sullo Stato, sui soviet, sui comitati di fabbrica, sull’economia e sulla natura del socialismo affidandosi al più puro empirismo. Fu un vero centrista, maestro della tattica. Arrivato al potere creò subito segretamente la Čeka per combattere i socialisti-rivoluzionari che erano ancora maggioranza nei soviet. Per lo scioglimento dell’Assemblea costituente fu criticato in vita da Rosa Luxemburg. Ma in realtà Lenin liquidò subito anche i soviet e i comitati di fabbrica. A Kronštadt soffocò la Terza rivoluzione russa. Capì troppo tardi l’errore che aveva fatto nel concedere tanto potere a Stalin.

Su Lenin e la Rivoluzione russa ho scritto vari libri. Dall’ultimo - Se questi sono uomini… Dalla Čeka a Kronštadt al Gulag - ho tratto alcune pagine iniziali che propongo soprattutto per i giovani perché imparino a diffidare delle leggende che vengono ancora ripetute su Lenin e il bolscevismo, in genere con grande disonestà intellettuale.

(r.m.)  


Teoria leninista della Čeka

«...della Čeka!? Scusa, ma non era... del partito?!».

Sì lo era ed è sempre stata del partito, in ossequio a una leggenda immarcescibile che, sorta nei primissimi anni del Novecento e in una ben precisa circostanza storica (testo principe il famigerato Che fare?), si è poi tramandata in tutta la letteratura del e sul «comunismo». Tutta o pressoché tutta. Talmente radicata in passato nell’inconscio collettivo di massa - grazie all’opera infaticabile dell’intellighenzia di sinistra mondiale - da contagiare anche storici ed esegeti d’ogni provenienza (compresi intellettuali anticomunisti nelle loro più svariate accezioni). Tutti pronti a difendere o a esorcizzare una presunta «teoria leninista del partito» (bolscevico, ovviamente) che invece non è mai esistita.

Eppure non richiederebbe un grande sforzo intellettuale verificare 1) Che il Che fare? fu scritto nel 1901-1902 per una discussione sulla tattica (iskrista), nel quadro della polemica contro uno sparuto gruppo di economicisti (grosso modo «operaisti» d’epoca, al II Congresso del Posdr nel 1903, poi dissoltisi), come confermò lo stesso Lenin nella lettera a Ivan Ivanovič Radčenko (1874-1942) del 9(22) luglio 1902. 2) Che Lenin l’aveva in parte già contraddetto prima del Congresso con la «Lettera a un compagno» del settembre 1902. 3) Che lo stesso Lenin lo ripudiò esplicitamente nel 1907 (raccolta Dodici anni), e 4) che non si è mai concretizzato in una qualche organizzazione politica.

In breve: non è mai esistita una teoria leninista del partito e quindi nemmeno un Partito leninista nel senso proprio del termine. È esistita invece un’organizzazione leniniana, di cui Lenin fu sempre il capo, anche se un paio di volte dovette faticare per restarlo; ed essa cambiò nome e fisionomia a seconda delle necessità del momento. Basti solo pensare alla trasformazione epocale rappresentata dal passaggio dalla clandestinità alla situazione di dualismo di poteri del dopo Febbraio 1917 o dal partito di quadri di professione alle leve di massa del 1920-23, fino alla smisurata «leva Lenin» del 1924.

sabato 17 giugno 2023

ESTEBAN VOLKOV, EL NIETO DE TROTSKY (1926-2023)

por Claudio Albertani

 


A los 97 años, partió Esteban Volkov, nieto de Trotsky, uno de los últimos sobrevivientes de las purgas de Stalin. Nacido en Moscú en 1926, Sieva -como le decíamos quienes lo quisimos- vivió el estalinismo en carne propia. Su madre, Zinaida Bronstein, conocida como Zina, era hija de la primera compañera de Trotsky, Aleksandra Sokolovskaya, prominente revolucionaria por cuenta propia. Su padre, Platón Volkov, miembro del sindicato de docentes, fue fusilado en 1937. Nina, hermana de Zina, murió de tuberculosis en 1928. La hija de aquella, Volina, entonces de 3 años, quedó a cargo de la abuela Aleksandra, quien dirigía la Oposición de Izquierda en Leningrado. 

En enero de 1931, Zinaida obtuvo una visa para iniciar un tratamiento en el extranjero y llegó a Prinkipo, Turquía, donde Trotsky se encontraba exiliado. Tenía consigo al pequeño Sieva, pero dejaba atrás a Platón y a su otra hija, Aleksandra. Abrumada por la muerte de su hermana Nina, a quien había atendido estando ella misma enferma, Zinaida viajó a Berlín, para curarse. Sieva se quedó con Trotsky y Natalia Sedova, su segunda esposa, de manera que no pudo alcanzar a su madre sino hasta finales de 1932. Aterrada por el nazismo y carcomida por la enfermedad, Zina se quitó la vida con el gas el 5 de enero de 1933. 

Entonces, Sieva, de siete años, quedó a cargo de Lev Sedov -nacido en 1905, hijo de Trotsky y de Natalia- quien lo llevó a París donde vivía y dirigía el movimiento trotskista. Sin embargo, en 1938, Sedov perdió la vida a raíz de una operación de apendicitis, aunque con toda seguridad fue envenenado por agentes de Stalin.

Detenida en 1935 por la policía secreta (GPU), la abuela Aleksandra fue vista por última vez en un campo de trabajo de Kolymá en 1937. De Volina se perdieron los rastros en las purgas, así como de Alexandra Volkov, la hermana de Sieva. Platón fue fusilado en 1938.

La odisea de Sieva no terminaba aún. Según él mismo me contó, vivió algún tiempo en París a cargo de Dina Vierny (Dina Aïbinder, 1919-2009), coleccionista, galerista y musa del escultor Aristide Maillol, además de militante trotskista y en algún momento amante de Vlady, el hijo de Victor Serge. 

En 1939, Marguerite Thevenet  y Alfred Rosmer, viejos militantes obreros y amigos de Trotsky, llevaron a Sieva a México, al término de una larga batalla judicial entre Trotsky y Jeanne Martin des Pallières, la viuda de Sedov, para la obtención de su custodia. Sieva tenía entonces trece años. En mayo de 1940 fue herido durante el atentado de Siqueiros a Trotsky; conoció al que sería, finalmente, el asesino, creyéndolo «un camarada» y en agosto vio cómo mataron a su abuelo. 

Los siguientes 83 años, Sieva los vivió en México de manera relativamente tranquila cuidando la memoria del abuelo y creando instituciones como el Museo Casa León Trotsky, consagrado a la memoria del revolucionario ruso. Emprendió, asimismo, una carrera científica, se casó y procreó a cuatro hijas, todas mujeres brillantes. Y lo más importante: nunca perdió la esperanza en la posibilidad de construir un mundo mejor. 

La vida de Sieva que hoy termina simboliza la tragedia de una revolución que se devora a sí misma. Se podría decir que con él muere -ahora sí- el siglo XX con sus utopías y sus pesadillas; pero al mismo tiempo, con su personalidad suave y también con su terquedad, Sieva simboliza el humanismo revolucionario que nunca muere. Nunca olvidaré sus ojos azules, su camaradería y el honor que me hacía al invitarme a mí, anarquista de toda la vida, a sus cumpleaños que celebrábamos en un restaurante ruso del sur de la Ciudad de México.  

Sobre la vida de Sieva hay que señalar el documental de Adolfo García Videla, “Mis memorias con Trotsky. Entrevista a Esteban Volkov” que se presentó en el plantel Centro Histórico de la Universidad Autónoma de la Ciudad de México (UACM), el 20 de agosto de 2013. Fiel a sí mismo, Volkov señaló en esta ocasión que “el capitalismo ha llegado a un nivel de explotación, de destrucción del planeta; el marxismo es una de las opciones que existen. Ojalá hubiera otras ideologías, otros métodos que nos pudieran dar una solución para salir de este infierno en el que está viviendo gran parte de la población…”


Nella diffusione e/o ripubblicazione di questo articolo si prega di citare la fonte: www.utopiarossa.blogspot.com

giovedì 26 ottobre 2017

A 100 AÑOS DE LA GRAN REVOLUCIÓN RUSA, por Hugo Blanco

León Trotsky, 1923 © Yuri Annenkov
Este mes se cumplen 100 años del ascenso al poder de los “soviets”, comités de obreros, campesinos y soldados. Tenían el objetivo de acabar con el gobierno del capital y sustituirlo por el poder colectivo de sus organizaciones, el socialismo.
Desgraciadamente, luego de la muerte de Lenin, dirigente de la Revolución rusa, fue elegido Stalin, representante de la burocracia, quien tuvo la política de hacer que los beneficiarios de la revolución anticapitalista no fueran los trabajadores de la ciudad y el campo, sino la mencionada burocracia.
Trotsky, consecuente con defender los intereses de los trabajadores, organizó la Oposición de Izquierda, reivindicando el poder colectivo de los trabajadores.
La burocracia lo acosó y lo calumnió. Transcribimos la denuncia que hace:
Recapitulando: a la exigencia de que cesara toda mi actividad política, respondí declarando que sólo burócratas corrompidos podían formular semejante exigencia y sólo los renegados podían aceptarla. Es difícil que los propios stalinistas esperaran una respuesta diferente. Después de eso, transcurrió un mes sin novedades. Nuestros vínculos con el mundo exterior se encontraban rotos, incluyendo los vínculos ilegales organizados por jóvenes correligionarios que, superando enormes dificultades, hasta fines de 1928 me enviaban a Alma-Ata, desde Moscú y otros centros, informes abundantes y precisos. En enero de este año sólo recibimos los diarios de Moscú. Cuanto más hablaban de la lucha contra la derecha, más seguros nos sentíamos de que vendría un golpe contra la izquierda. Tal es el método político de Stalin.
Volinski, representante de la GPU de Moscú, permaneció durante todo este tiempo en Alma-Ata, aguardando instrucciones. El 20 de enero se presentó en nuestra casa acompañado de un gran número de agentes de la GPU, armados, que ocuparon todas las entradas y salidas, y me entregó el siguiente extracto de las actas de una conferencia especial de la GPU realizada el 18 de enero de 1929:
“Considerando: el caso del ciudadano Trotsky, León Davídovich, bajo el Artículo 58/10 del Código Criminal, acusado de realizar actividad contrarrevolucionaria expresada en la organización de un partido ilegal antisoviético, cuya actividad últimamente se ha orientado hacia la provocación de acciones antisoviéticas y la realización de preparativos para la lucha armada contra el poder soviético. Resuélvese: el ciudadano Trotsky, León Davídovich, será expulsado del territorio de la URSS”.
Luego fue deportado, ningún país quería recibirlo, hasta que Lázaro Cárdenas, presidente mexicano, le concedió asilo.
El proceso de burocratización fue en aumento, se persiguió a los opositores de izquierda.
El estalinismo consideró que las críticas de Trotsky, aún desde el exilio, le perjudicaban, decidió asesinarlo, y lo hizo.
Antes de morir, Trotsky había dicho:
La burocracia no es una clase sino la excrecencia de una clase, por lo tanto no tiene destino histórico… si el gobierno no es recuperado por los trabajadores, caerá aplastado por el capitalismo.
Desgraciadamente sucedió esto último, el estalinismo se pudrió por adentro y reinstaló el capitalismo, los burócratas se han convertido en capitalistas neoliberales.
Trotsky tuvo razón. Aprendamos de él. No permitamos la burocratización de las organizaciones populares, que no manden los dirigentes, que mande la colectividad.

venerdì 9 dicembre 2016

CONFRONTO (SCHEMATICO) TRA FIDEL E IL CHE, di Roberto Massari

Subito dopo la morte di Fidel sono apparsi commentari di ogni genere, per lo più di persone che non si sono mai occupate seriamente di Cuba e del castrismo, e quindi non sanno di cosa stanno parlando (un fenomeno ormai molto diffuso e incoraggiato dall'uso sconsiderato di Internet). Nei casi migliori si è trattato di risposte emotive, nei casi peggiori di necrologi volutamente diffamatori o, al contrario, ingenuamente apologetici.
Personalmente seguo «da vicino» la vicenda di Fidel Castro da quando iniziai a far politica rivoluzionaria mezzo secolo fa (a novembre del 1966) e soprattutto dal mio primo lungo soggiorno a Cuba (6 mesi nel 1968). Posso considerarmi uno strenuo ammiratore di Fidel fino ad agosto del 1968, quando assistetti all'Avana al discorso di appoggio all'invasione della Cecoslovacchia che mi fece cambiare radicalmente parere. Da allora posso essere annoverato tra i critici di Fidel «da sinistra», pur restando un grande amico della Rivoluzione cubana (tra gli Italiani impegnati a difendere Cuba forse il più antico ancora vivente). Una posizione certamente non facile negli ambienti della devozione filocastrista cieca, ma che non mi ha mai creato problemi nei miei rapporti con i compagni cubani… a Cuba.
Devo però aggiungere un dettaglio importante, e cioè che per mia fortuna nella mia visione del castrismo sono stati sempre presenti l'esempio e le teorizzazioni del Che, su cui invece non ho mai cambiato fondamentalmente idea. Prova ne siano i miei libri e il film documentario a lui dedicato, il tempo e le energie che metto ancora a disposizione della Fondazione Guevara internazionale.
Il testo che segue non è certo frutto di una reazione emotiva. Fu scritto cinque anni fa, in forma di schema, come appunti personali per la relazione che tenni al 13º incontro annuale della Fondazione Guevara (Alessandria, 8 ottobre 2011), anche se poi è stato pubblicato nella forma attuale nel Quaderno della Fondazione n. 9/2014, pp. 122-3. In realtà anche la mia relazione ebbe la forma di uno schema e quindi schematica, nel senso pieno del termine, è anche la sintesi che qui presento per chi è interessato a riflettere sulle caratteristiche di questo grande personaggio storico, ma anche a guardare in faccia la realtà di cosa è diventata la Rivoluzione cubana.
Il fatto di proporlo come confronto tra Castro e Guevara mi servì (e spero serva ancora) a storicizzare la personalità di Fidel: nessuno è perfetto o malvagio in assoluto, e il confronto con Guevara serve a stabilire se all'interno della Rivoluzione cubana sia esistita o no una possibile alternativa per lo meno teorica al castrismo. [r.m.]

© Roberto Salas
Formazione giovanile

Castro
Famiglia di proprietari terrieri.
Leader studentesco fin dagli inizi.
Studi universitari in Diritto.
Letture varie, senza criteri precisi.
Cultura fondamentalmente cubana, in primo luogo Martí.
Scarsa esperienza fuori di Cuba (eccezione importante: il Bogotazo in Colombia).
Formazione politica tutta interna all'Università.
Matrimonio borghese classico.

Guevara
Famiglia mediamente agiata.
Viaggiatore instancabile.
Studi universitari in Medicina.
Tendenza allo studio sistematico di qualsiasi argomento o materia.
Passione per l'archeologia.
Lettura di molta narrativa e letteratura straniera.
Esperienze in Bolivia, Perù (lebbrosari), Colombia, Guatemala, Messico.
Prima moglie peruviana (marxista, economista e antistalinista).

Atteggiamento verso la politica

Castro
Caudillo, ambizioso, non disposto a dividere il potere con nessuno.
Disinvolto nel cambiare linee politiche.
Incurante dei programmi, ma molto attento alle alleanze e agli schieramenti.
Etica personale fondata sul principio che il fine giustifica i mezzi.

Guevara
Schivo, modesto, a disagio nel potere.
Scarsa o niente diplomazia. Rigido sugli orientamenti politici.
Incurante delle alleanze, convinto di poter fidare su se stesso: gli altri capiranno…
Forte carica etica personale e politica. Contrario al principio del fine che giustifica i mezzi.

venerdì 29 gennaio 2016

Giorni della Memoria: IL FASCISMO OGGI, di Roberto Massari

Dopo l'articolo sul Gulag e per contribuire ulteriormente alla riflessione dei lettori in queste giornate dedicate alla memoria della Shoah - che per noi significa denuncia e riflessione su tutti i genocidi, grandi o piccoli, su tutti i crimini contro l'umanità commessi nel corso del secolo precedente, ma anche nell'attuale - pubblichiamo questo vecchio testo di Massari, scritto nel 1994 come introduzione alla nuova edizione del celebre libro di Daniel Guérin Fascismo e gran capitale. Il lettore dovrà solo sostituire qualche data e il nome di qualche organizzazione politica e vedrà che il discorso di Massari sul «piccolo uomo comune represso» conserva intatta, purtroppo, la sua attualità. Anzi, si va estendendo, coinvolgendo ambienti e personalità politiche che un tempo si sarebbero dette «di sinistra». [la Redazione]

a mio nonno materno
Otello di Peppe D'Alcide
falegname ebanista
amante della lirica
e di filosofia orientale
militante comunista
torturato a via Tasso
imprigionato a Regina Coeli
assassinato alle Fosse Ardeatine

Una squadra fascista durante la marcia su Roma
È il testo più celebre di Daniel Guérin, comunista libertario, antifascista, antistalinista e anticonformista, sopravvissuto alle demoralizzazioni del dopoguerra, imbevuto di cultura rivoluzionaria - dall'arte al sesso, dall'economia alla storia - schierato con i neri antillani e con quelli nordamericani, con il popolo algerino contro la madrepatria coloniale, dalla parte dei giovani, del Maggio francese e del movimento della sinistra rivoluzionaria di quegli anni, internazionalista e cosmopolita, diffusore del pensiero di Reich in Francia e del marxisme libertaire (termine da lui coniato) ovunque, difensore degli omosessuali, degli immigrati, dei diversi, antistatalista e antirazzista fino alla morte.
Emblema della cultura radicale di questo morente ventesimo secolo.

Personalmente considero un privilegio aver potuto conoscere Guérin a Parigi nei primi anni '70, quando - entrambi nella redazione di Autogestion et socialisme - ci trovammo a collaborare nella diffusione di studi e ricerche sulla democrazia diretta: era il filo conduttore di quella rivista ed era il problema dei problemi all'indomani della grande ascesa rivoluzionaria verificatasi in Francia, in Europa e nel mondo.
Guérin ci ha lasciato qualche anno fa e la democrazia diretta continua ad essere il problema dei problemi, anche se c'è sempre chi s'illude di averlo definitivamente sepolto.
Questo libro fa rivivere entrambi.

mercoledì 27 gennaio 2016

Giorni della Memoria: PRECISAZIONI SUL GULAG, di Roberto Massari

Nella giornata in cui in tutto il mondo si commemora la Shoah ci sembra utile ripubblicare un testo «storico» di Roberto Massari in cui si affronta in termini storiograficamente documentati il problema del Gulag (l'«olocausto» staliniano), che portò alla morte 20-25 milioni di persone. In quel quadro rientra il genocidio del popolo ucraino tramite carestia deliberata e il massacro/deportazione di altre minoranze nazionali dell'Urss. Avremmo voluto approfittare dei «Giorni della Memoria» anche per pubblicare materiali su un altro grande «olocausto» - quello del popolo cinese - che sotto la direzione di Mao Tse-tung portò alla morte oltre 70 milioni di persone. Ma nonostante l'esistenza di ottimi lavori prodotti all'estero, su questo tema non riusciamo ad avere lavori di provenienza nostrana. Forse perché nell'esaltazione dei mostruosi crimini del maoismo fu coinvolta praticamente tutta l'intellighenzia della ex estrema sinistra tra la fine degli anni '60 e i primi anni '70. [la Redazione]

SOMMARIO: 1. La terminologia – 2. Luoghi e ragioni della detenzione – 3. Date da tenere a mente – 4. Il silenzio di Trotsky – 5. La formazione del Gulag – 6. L'economia del Gulag (modo di produzione schiavistico) – 7. Declino e fine del Gulag – 8. Domande a chi ancor oggi fornisce copertura al Gulag – 9. Un'appendice brutta e una bella: a) L'Associazione Marx XXI – b) Luciano Canfora.

Ingresso di un lagpunkt («sottosezione staccata») di Vorkuta, Siberia, anni '40
[…] Colgo l'occasione anche per chiarire meglio le questioni rimaste implicite […], nell'interesse di altri che possono leggere i testi precedenti. E poiché mi capita spesso di trovare affermazioni di persone di buona volontà ma scarso discernimento che con grande disinvoltura applicano all'analisi del passato categorie interpretative prodotte dai desideri che nutrono per l'oggi o per il domani, sono costretto a premettere che le mie precisazioni non sono il riflesso della mia attuale idea di democrazia rivoluzionaria (cioè di come vorrei che fosse la futura società rivoluzionaria anche in campo carcerario-repressivo), ma riguardano il passato repressivo dell'Urss, quel passato specifico: come andarono realmente le cose dopo l'Ottobre e quali alternative credibili vi siano state all'epoca. Magari comparirà anche, tra le righe, il mio pensiero su come mi sarebbe piaciuto che le cose fossero andate, ma di questo invito il lettore a non tener conto essendo materia storicamente irrilevante. Per quanto mi riguarda, invece, devo riconoscere che senza una mia riflessione documentata e condotta per anni su quelle vicende tragiche non sarei politicamente ciò che sono e non avrei le idee per le quali mi batto ormai da decenni. Di qui l'importanza di collocare quelle vicende nella loro reale prospettiva storica, consapevoli di quanto negazionismo si è sviluppato riguardo all'olocausto staliniano in misura esponenzialmente superiore (numericamente incalcolabile) rispetto al negazionismo verso l'olocausto nazista.

domenica 13 dicembre 2015

SCHWARZ : SURRÉALISME ET RÉVOLUTION, AUSSI…, par Roberto Massari

IN DUE LINGUE (Francese, Italiano)
EN DEUX LANGUES (Français, Italien)

«Le surréalisme s’est formé sur une conception révolutionnaire de l’homme et du monde, à une époque où les visions traditionnelles de leurs rapports étaient enlisées dans la [Grande] guerre… En suivant des modalités propres, les surréalistes devinrent marxistes et freudiens, mettant l’accent sur la double révolution à accomplir : «transformer le monde» et «changer la vie». Ils pensaient pouvoir y parvenir au moyen d’une activité globale de créativité partant de l’individu, considéré à son tour comme une totalité, et en utilisant un instrument, la poésie, confondue avec l’activité spécifique de l’esprit. Cette permanence créatrice devait s’exercer dans la liberté inconditionnelle de la pensée et de l’action, hors d’une vision compartimentée de la vie et de l’art, et en vue de redonner à l’individu son intégralité».
Skira, 2014
Ainsi s’exprime Maurice Nadeau dans l’ajout de 1957 à son œuvre classique de 1944 (Histoire du Surréalisme, Seuil, 1964, p.189 et 190), œuvre qu’on peut considérer pionnière et de grande longévité, surtout de la part d’un auteur qui est mort à 102 ans en 2013. Il m’apparut lucide et en pleine activité quand je le revis à l’époque de son centième anniversaire.
Cette synthèse est à la base d’une tradition de pensée dans laquelle nous pouvons rattacher les thèses de fond et quelques réflexions substantielles d’Arturo Schwarz exposées dans son récent et imposant travail sur Il surrealismo. Ieri e oggi [Le surréalisme. Hier et aujourd’hui] (sous-titre : Storia, filosofia, politica [Histoire, philosophie, politique], Skira, 2014, 540p - plus CD). La volonté analytique - et en même temps polémique envers d’habituelles et infondées généralisations - est formulée par Schwarz en introduction, quand il affirme que le surréalisme est avant tout un «état d’âme», une conception de la vie libérée de toute contrainte externe ou interne, un hymne à la liberté même : pure et changeante comme le flux d’un fleuve dans lequel ce qui a été ne sera plus, et dont le trajet parcouru ne pourra pas conditionner les futurs et imprévisibles virages et accélérations du courant. Ces concepts sont repris au début du 4º chapitre (p.99, et également p.107) où il affirme que «le surréalisme est une autre philosophie de l’existence, une manière de penser, d’agir et d’analyser - dans tous les sens - l’individu, l’histoire et l’art».
Mais comme pour les fleuves dont il est toujours difficile de retrouver la source, cachée parfois à l’intérieur d’une colline ou sous un enchevêtrement de roches, pour le surréalisme il est également difficile d’établir une date de naissance officielle, même si est grande l’opinion que sa vie débute entre 1914-1918 - particulièrement en 1916 - sous le tas de ruines provoqué durant la première grande boucherie mondiale. Cette incertitude donne naissance à la vieille diatribe (de l’œuf ou de la poule) pour savoir qui est né en premier, Dada (le Dadaïsme de Tristan Tzara) ou le Surréalisme (fondé par Breton).
Le terme, proposé par Apollinaire, ne sera utilisé dans le sens spécifiquement surréaliste - comme création artistique fondée sur l’automatisme psychique, le rêve, sur la dérive (ce que reprendra le milieu situationniste) - qu’à partir de 1920 avec la revue Littérature. Pourtant on pourrait difficilement imaginer deux courants de pensée esthétiques, artistiques ou philosophiques (ou les trois ensemble) plus imbriqués, plus génétiquement entrelacés. Ce sont au contraire leurs différents développements et destins ultérieurs qui peuvent expliquer les incertitudes théoriques par rapport à leur commune origine, et leurs incompréhensions en sens théorico-spirituel et non nécessairement pratico-éditorial. Entre diverses motivations possibles, ce fut sans doute le genre d’engagement politique dominant parmi le groupe autour de Breton qui marqua une des premières séparations entre les surréalistes et le mouvement fondé par Tzara.

SCHWARZ: SURREALISMO E RIVOLUZIONE, ANCHE, di Roberto Massari

IN DUE LINGUE (Italiano, Francese)

«Il surrealismo si è formato su una concezione rivoluzionaria dell'uomo e del mondo, in un'epoca in cui le visioni tradizionali dei loro rapporti erano sprofondate nella [Grande] Guerra… Seguendo modalità particolari, i surrealisti diventarono marxisti e freudiani, portando l'accento sulla duplice rivoluzione da compiere: "trasformare il mondo", "cambiare la vita". Pensavano di poterci arrivare con un'attività globale di creatività a partire dall'individuo, considerato a sua volta come una totalità, e per mezzo di uno strumento, la poesia, che si confondeva con l'attività propria dello spirito. Questa permanenza creatrice doveva esercitarsi nella libertà incondizionata del sentire e dell'agire, fuori dai compartimenti della vita e dell'arte, e col desiderio di recuperare integralmente l'individuo».
Skira, 2014
Così Maurice Nadeau nell'aggiunta del 1957 alla sua opera classica del 1944 (Histoire du Surréalisme, Seuil, 1964, pp. 189 e 190), che si può considerare pionieristica e longeva ancor più dell'autore, morto a 102 anni nel 2013 - lucido e in piena attività come ci apparve quando lo incontrammo nei giorni del suo centesimo compleanno.
La sintesi sopra riportata è alla base della tradizione di pensiero in cui possiamo collocare anche le tesi di fondo o alcune riflessioni sostanziali che Arturo Schwarz espone nel suo nuovo imponente lavoro su Il surrealismo. Ieri e oggi (sottotitolo: Storia, filosofia, politica, Skira, 2014, pp. 540 - con CD allegato). L'intento analitico - e allo stesso tempo polemico verso usuali e infondate generalizzazioni - viene formulato da Schwarz in apertura, quando afferma che il surrealismo è fondamentalmente uno «stato d'animo», una concezione della vita libera da qualsiasi costrizione esterna o interiore, un inno alla libertà stessa: pura e cangiante come il flusso di un fiume in cui ciò che è stato non sarà più e il tragitto percorso non potrà condizionare le future imprevedibili svolte o accelerazioni della corrente. Concetti ripresi all'inizio del cap. 4 (p. 99, ma si veda anche p. 107), dove si afferma che «il surrealismo è un'altra filosofia dell'esistenza, un modo di pensare, di agire e di riflettere - in entrambi i sensi - l'individuo, la storia e l'arte».
Ma come per i fiumi non è sempre possibile ritrovare la sorgente, perché essa a volte si nasconde all'interno di un monte o sotto un cumulo di rocce, così per il surrealismo non si può stabilire una data di nascita ufficiale, anche se diffusa è l'opinione che esso abbia cominciato a vivere di vita propria tra il 1914 e il 1918 - con particolare visibilità nel 1916 - sotto il cumulo delle rovine provocate dalla prima grande carneficina mondiale. Di qui la vecchia diatriba (del tipo l'uovo o la gallina) se sia nato prima Dada (il Dadaismo di Tristan Tzara) o il Surrealismo (fondatore Breton).
Il termine fu coniato da Apollinaire, ma sarà usato in senso specificamente «surrealista» - cioè riferito a una creazione artistica fondata sull'automatismo psichico, sul sogno, sulla derive (quale verrà ripresa in àmbito situazionista) - solo a partire dal 1920 nella rivista Littérature. Ma difficilmente si potrebbero immaginare altre due correnti di pensiero estetiche, artistiche o filosofiche o le tre cose insieme, più vicendevolmente condizionantesi, più geneticamente intrecciate. Sono invece i loro diversi sviluppi e destini che possono spiegare le incertezze teoriche riguardo alla loro comune origine, da intendersi in senso teorico-spirituale e non necessariamente pratico-editoriale. E fra le varie possibili motivazioni fu certamente il tipo di impegno politico prevalente tra i collaboratori raccolti intorno a Breton, a segnare in primo luogo una divaricazione dei surrealisti dal movimento fondato da Tzara.

lunedì 24 agosto 2015

COMITATI DI FABBRICA E SOVIET NELLA RIVOLUZIONE RUSSA, di Roberto Massari

Riunione del soviet di Pietrogrado, 1917
1. La nascita dei comitati di fabbrica

John Reed assistette entuasiasta agli inizi della rivoluzione russa del 1917. Morì nel 1920, in tempo per intuire qualcosa del processo degenerativo in corso, ma senza immaginare quale mostruosità politica stesse prendendo forma storica nella fase declinante di quella grande rivoluzione. Con la sua celebre cronaca egli è entrato a far parte, a sua volta, di quella vicenda; il suo nome ha assunto una rinomanza quasi leggendaria nella tradizione del «giornalismo rivoluzionario» e, grazie al giudizio favorevole che ne diede Lenin, il suo libro ha continuato a circolare nel movimento operaio internazionale anche durante i decenni bui dello stalinismo.
Ebbene, dal momento che la scarsa documentazione sul ruolo e l'importanza dei comitati di fabbrica1 [cdf] è tutta successiva agli eventi del biennio 1917-18 - e quindi inevitabilmente intrisa di deformazioni, sia per l'entusiasmo delle correnti a favore, sia per la malafede di chi contribuì a liquidare quella grande esperienza di democrazia operaia - la testimonianza di John Reed può avere un valore emblematico per iniziare la nostra riflessione.
Nel primo capitolo di Dieci giorni che sconvolsero il mondo, parlando delle premesse della rivoluzione d'Ottobre, quando - per usare le sue suggestive parole - «la grande Russia partoriva, nel dolore, un mondo nuovo», Reed tratteggia i caratteri e gli strumenti delle forze sociali in movimento: i soviet, le cooperative, i sindacati, gli zemstvo, i congressi delle nazionalità, i contadini, i partiti politici, i giornali finalmente senza bavaglio, le case editrici libere, i camerieri che rifiutavano le mance ecc.: tutto ciò mentre
«dal fronte continuavano la loro lotta contro gli ufficiali e nei comitati imparavano ad autogovernarsi. Nelle fabbriche quelle incomparabili organizzazioni russe, che sono i consigli di fabbrica, acquistavano esperienza e forza e prendevano coscienza della propria missione storica di lotta contro l'antico ordine di cose»2.
Spesso confusi con i soviet o con gli organismi sindacali, i cdf avevano invece avuto una dinamica propria, non sempre realmente distinguibile con nettezza da quella dei soviet, soprattutto nella fase più avanzata della rivoluzione. Vediamo qualcuna di queste differenze.
Si può cominciare dalla data di nascita. Il primo soviet della storia era nato a Pietroburgo, nel corso della rivoluzione del 1905, spontaneamente e come sostituto di organismi di rappresentanza politica che la repressione zarista non aveva mai permesso. Nel soviet erano poi confluite le istanze economiche dei lavoratori, esigenze di democrazia ecc., ma la sua natura era stata essenzialmente politica, così come politica era stata la sua direzione (Trotsky come presidente, il partito menscevico ampiamente presente, i bolscevichi e altre formazioni presenti a loro volta, anche se in netta minoranza). La storia di quel primo «parlamento» popolare3 affondava nel fermento antizarista (vivace sin dalla fine del secolo precedente), nella svolta verso le fabbriche di una parte del vecchio terrorismo narodniko, nei vari tentativi compiuti per costruire organismi di rappresentanza più o meno ufficiali sui luoghi di lavoro.

giovedì 6 agosto 2015

ADDIO A ROBERT CONQUEST, di Andrea Furlan

Il 3 agosto 2015, nella città di Palo Alto in California, all'età di 98 anni, è scomparso il grande storico inglese Robert Conquest (nato nel Worcestershire il 15 luglio 1917, lo stesso anno della Rivoluzione che avrebbe poi studiato nelle sue tragiche conseguenze per il resto della vita).
Con i suoi numerosi saggi - in particolare quelli dedicati al tema dello stalinismo e dell'Unione Sovietica - e con la ricchezza di dati in essi contenuti, aveva dato un contributo fondamentale per la diffusione di uno spirito critico verso l'esperienza dell'Urss, contro la vulgata filostaliniana sostenuta da intellettuali compiacenti in vari Paesi del mondo.
Il merito storico che dobbiamo riconoscere a Conquest non è rappresentato unicamente dalla sua denuncia ultradocumentata dei crimini contro l'umanità compiuti dallo stalinismo - crimini che sono ormai riconosciuti da tutti o quasi tutti gli storici più seri che si occupano dello stalinismo e del Gulag - ma anche dalla lungimiranza con cui seppe prevedere la crisi inevitabile di quel sistema. E ciò perché seppe scavare a fondo nelle ragioni politiche che portarono alla trasformazione in controrivoluzione del processo rivoluzionario russo, partendo da un'analisi lucida (anche perché in gioventù era stato a sua volta membro del Partito comunista) delle prime scelte compiute dal Partito bolscevico al potere, quelle che spalancarono la porta alla distruzione del processo rivoluzionario e al successivo trionfo della burocrazia stalinista.

domenica 28 dicembre 2014

IMPERIALIZM ROSYJSKI, Zbigniew Marcin Kowalewski

Zbigniew Marcin Kowalewski – zajmuje się historią i antropologią ruchów rewolucyjnych i masowych ruchów społecznych, dialektyką nierównomiernego i kombinowanego rozwoju oraz nacjonalizmem narodów kolonialnych i zależnych. Jego najnowsze publikacje to Give Us Back Our Factories! Between Resisting Exploitation and the Struggle for Workers’ Power in Poland, 1944-1981, w antologii Ours to Master and to Own: Workers’ Control from the Commune to the Present (2011), Czarny Bóg i biały diabeł w miejskich gettach Ameryki. Religia i czarny nacjonalizm Narodu Islamu (2013) oraz seria artykułów o Ukrainie po Majdanie opublikowanych na łamach francuskiego dziennika elektronicznego „Mediapart” (2014-2015). Jest zastępcą redaktora naczelnego miesięcznika „Le Monde diplomatique – Edycja polska” i redaktorem wydawanego we Włoszech rocznika „Che Guevara – Quaderni della Fondazione Ernesto Che Guevara”.

Le Monde diplomatique - Edycja polska nr 11 (105), listopad 2014 r.
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Rosyjski filozof kultury Siergiej Nikolski twierdzi, że być może najważniejszą dla Rosjan myślą „od czasu upadku Bizancjum po dzień dzisiejszy jest myśl o imperium i o tym, że są oni narodem imperialnym. Zawsze wiedzieliśmy, że mieszkamy w kraju, którego historia to nieprzerwany łańcuch ekspansji terytorialnych, zaborów, aneksji, ich obrony, tymczasowych strat i nowych zdobyczy. Myśl o imperium była jedną z najcenniejszych w naszym bagażu ideowym i to ją właśnie głosiliśmy innym narodom. To nią zadziwialiśmy, zachwycaliśmy lub przerażaliśmy resztę świata”. Pierwszą i najważniejszą cechą charakterystyczną imperium rosyjskiego, wskazuje Nikolski, zawsze była „maksymalizacja ekspansji terytorialnej dla realizacji interesów gospodarczych i politycznych jako jedna z najważniejszych zasad polityki państwowej” [1].
Ekspansja ta była skutkiem nieustannej i przygniatającej przewagi ekstensywnego rozwoju Rosji nad jej rozwojem intensywnym: przewagi bezwzględnego wyzysku bezpośrednich producentów nad ich wyzyskiem względnym, tzn. opartym na wzroście wydajności pracy.

IMPÉRIALISME RUSSE, par Zbigniew Marcin Kowalewski

Zbigniew Marcin Kowalewski, rédacteur en chef adjoint de l'édition polonaise du Monde diplomatique, est auteur de plusieurs travaux sur l'histoire de la question nationale ukrainienne, publiés entre autres par l'Académie nationale des sciences de l'Ukraine. Cet article a été publié en polonais dans Le Monde diplomatique – Edycja polska, n° 11 (105), novembre 2014, et en français dans le journal électronique Mediapart, le 17 décembre 2014.
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Sergueï Nikolski, philosophe russe spécialiste de la culture, affirme que peut-être la pensée la plus importante pour les Russes « depuis la chute de Byzance jusqu'à aujourd'hui est l'idée de l'empire et qu'ils sont une nation impériale. Nous avons toujours su que nous habitons un pays dont l'histoire est une chaîne ininterrompue d'expansions territoriales, de conquêtes, d'annexions, de leur défense, des pertes temporaires et de nouvelles conquêtes. L'idée de l'empire était une des plus précieuses dans notre bagage idéologique et c'est elle que nous proclamions aux autres nations. C'est par elle que nous surprenions, ravissions ou affolions le reste du monde. » La première et la plus importante caractéristique de l'empire russe, indique Nikolski, a toujours été « la maximalisation de l'expansion territoriale pour la réalisation des intérêts économiques et politiques en tant qu'un des plus importants principes de la politique étatique. » (1)
Cette expansion était l'effet de la prédominance permanente et écrasante du développement extensif de la Russie sur son développement intensif : la prédominance de l'exploitation absolue des producteurs directs sur leur exploitation relative, c'est-à-dire sur celle fondée sur l'augmentation de la productivité du travail.

RUSSIAN IMPERIALISM, by Zbigniew Marcin Kowalewski

Zbigniew Marcin Kowalewski is adjoint editor-in-chief of the Polish edition of Le Monde diplomatique and author of several works on the history of the Ukrainian national question, published among others by the National Academy of Sciences of Ukraine. The present article is taken from Le Monde diplomatique – Edycja polska, N° 11 (105), November 2014.
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Sergey Nikolsky, a Russian philosopher of culture, says that perhaps the most important idea for Russians "from the fall of Byzantium until today is the idea of empire and the fact that they are an imperial nation. We have always known that we live in a country whose history is an unbroken chain of territorial expansion, conquest, annexation, of their defence, of temporary losses and new conquests. The idea of empire was one of the most precious in our ideological baggage and it is this that we proclaim to other nations. It is through it that we surprise, delight or drive mad the rest of the world". The first and most important characteristic of the Russian empire, says Nikolsky, has always been "the maximization of territorial expansion for the realization of economic and political interests, as one of the most important principles of state policy" [1].
This expansion was the result of the permanent and overwhelming predominance of the extensive development of Russia over its intensive development: the predominance of the absolute exploitation of the direct producers over their relative exploitation, that is to say over one based on the increase in labour productivity.

IMPERIALISMO RUSSO, di Zbigniew Marcin Kowalewski

Zbigniew Marcin Kowalewski è, fra le altre cose, vicecaporedattore dell'edizione polacca di Le Monde diplomatique, nel cui n. 11 (105) di novembre 2014 è apparso l'articolo che qui presentiamo in francese, inglese, greco, polacco, russo e italiano. La traduzione in italiano - di Titti Pierini, già apparsa sul sito Movimento Operaio» di Antonio Moscato - è stata rivista e corretta da Kowalewski.
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Sergej Nikolskij, filosofo russo esperto di cultura, sostiene che probabilmente il principale pensiero dei russi, «dalla caduta di Bisanzio ad oggi, è quello dell'Impero e che loro sono una nazione imperiale. Abbiamo sempre saputo di abitare un paese la cui storia è una catena ininterrotta di espansioni territoriali, di conquiste, di annessioni, della loro difesa, di perdite temporanee e di nuove conquiste. L'idea dell'Impero era una delle più preziose nel nostro bagaglio ideologico, ed è questa idea quella che noi proclamiamo verso le altre nazioni. È grazie a questa che sorprendiamo, affasciniamo o facciamo impazzire il resto del mondo». La prima e più importante caratteristica dell'Impero russo, rileva Nikolskij, è sempre stata «la massimizzazione dell'espansione territoriale in funzione degli interessi economici e politici come uno dei più importanti princìpi della politica statale» [1].
L'espansione era conseguenza del predominio costante e schiacciante dello sviluppo estensivo della Russia rispetto al suo sviluppo intensivo: il predomino dello sfruttamento assoluto dei produttori diretti rispetto a quello relativo, vale a dire rispetto a quello basato sull'incremento della produttività del lavoro.

venerdì 3 gennaio 2014

SUL DOCUMENTO CGIL ALTERNATIVO

Ne discutono Andrea Furlan e Lorenzo Mortara

Caro Lorenzo,

innanzitutto ti ringrazio per la polemica politica civile che hai rivolto alle mie considerazioni critiche da me espresse al documento congressuale della Rete 28 Aprile.
Purtroppo, è da anni che va avanti un certo andazzo nella ex estrema sinistra italiana dove o le elaborazioni critiche vengono ignorate, oppure vengono sbeffeggiate o ricoperte di veri e propri insulti, e soltanto perché ritenute non conformi ad un modo politico di pensare e analizzare.
Questo comportamento impolitico, distrugge ogni possibilità di dialogo e confronto che invece andrebbe sempre di più sviluppato con la necessaria chiarezza in un rapporto dialettico.
Per fortuna non è il tuo caso e quindi eccomi qua a confrontarmi con quanto da te addotto.
Intanto sono contento che hai colto la questione dell'errore commesso sull'Europa, e, il fatto che su questo aspetto politico ritieni importante fare autocritica rispetto a quanto sostenuto dal documento, rafforza ulteriormente i miei convincimenti teorici sul tema.
Però, allo stesso tempo, vorrei che l'errore commesso dagli estensori del documento congressuale, ti servisse per fare alcune considerazioni critiche sulle esperienze Trotskoidi che popolano la Rete 28 Aprile, le quali, hanno commesso un errore madornale nell'elaborare un analisi politica che sostiene la subalternità della borghesia italiana nei confronti delle strutture sovranazionali, sulla proposta del no pagamento del debito e sulla conseguenza inevitabile dell'uscita dall'euro, schierandosi di fatto col sostenere la propria borghesia pensando invece di combatterla.

RED UTOPIA ROJA – Principles / Principios / Princìpi / Principes / Princípios

a) The end does not justify the means, but the means which we use must reflect the essence of the end.

b) Support for the struggle of all peoples against imperialism and/or for their self determination, independently of their political leaderships.

c) For the autonomy and total independence from the political projects of capitalism.

d) The unity of the workers of the world - intellectual and physical workers, without ideological discrimination of any kind (apart from the basics of anti-capitalism, anti-imperialism and of socialism).

e) Fight against political bureaucracies, for direct and councils democracy.

f) Save all life on the Planet, save humanity.

g) For a Red Utopist, cultural work and artistic creation in particular, represent the noblest revolutionary attempt to fight against fear and death. Each creation is an act of love for life, and at the same time a proposal for humanization.

* * *

a) El fin no justifica los medios, y en los medios que empleamos debe estar reflejada la esencia del fin.

b) Apoyo a las luchas de todos los pueblos contra el imperialismo y/o por su autodeterminación, independientemente de sus direcciones políticas.

c) Por la autonomía y la independencia total respecto a los proyectos políticos del capitalismo.

d) Unidad del mundo del trabajo intelectual y físico, sin discriminaciones ideológicas de ningún tipo, fuera de la identidad “anticapitalista, antiimperialista y por el socialismo”.

e) Lucha contra las burocracias políticas, por la democracia directa y consejista.

f) Salvar la vida sobre la Tierra, salvar a la humanidad.

g) Para un Utopista Rojo el trabajo cultural y la creación artística en particular son el más noble intento revolucionario de lucha contra los miedos y la muerte. Toda creación es un acto de amor a la vida, por lo mismo es una propuesta de humanización.

* * *

a) Il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi che impieghiamo dev’essere riflessa l’essenza del fine.

b) Sostegno alle lotte di tutti i popoli contro l’imperialismo e/o per la loro autodeterminazione, indipendentemente dalle loro direzioni politiche.

c) Per l’autonomia e l’indipendenza totale dai progetti politici del capitalismo.

d) Unità del mondo del lavoro mentale e materiale, senza discriminazioni ideologiche di alcun tipo (a parte le «basi anticapitaliste, antimperialiste e per il socialismo».

e) Lotta contro le burocrazie politiche, per la democrazia diretta e consigliare.

f) Salvare la vita sulla Terra, salvare l’umanità.

g) Per un Utopista Rosso il lavoro culturale e la creazione artistica in particolare rappresentano il più nobile tentativo rivoluzionario per lottare contro le paure e la morte. Ogni creazione è un atto d’amore per la vita, e allo stesso tempo una proposta di umanizzazione.

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a) La fin ne justifie pas les moyens, et dans les moyens que nous utilisons doit apparaître l'essence de la fin projetée.

b) Appui aux luttes de tous les peuples menées contre l'impérialisme et/ou pour leur autodétermination, indépendamment de leurs directions politiques.

c) Pour l'autonomie et la totale indépendance par rapport aux projets politiques du capitalisme.

d) Unité du monde du travail intellectuel et manuel, sans discriminations idéologiques d'aucun type, en dehors de l'identité "anticapitaliste, anti-impérialiste et pour le socialisme".

e) Lutte contre les bureaucraties politiques, et pour la démocratie directe et conseilliste.

f) Sauver la vie sur Terre, sauver l'Humanité.

g) Pour un Utopiste Rouge, le travail culturel, et plus particulièrement la création artistique, représentent la plus noble tentative révolutionnaire pour lutter contre la peur et contre la mort. Toute création est un acte d'amour pour la vie, et en même temps une proposition d'humanisation.

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a) O fim não justifica os médios, e os médios utilizados devem reflectir a essência do fim.

b) Apoio às lutas de todos os povos contra o imperialismo e/ou pela auto-determinação, independentemente das direcções políticas deles.

c) Pela autonomia e a independência respeito total para com os projectos políticos do capitalismo.

d) Unidade do mundo do trabalho intelectual e físico, sem discriminações ideológicas de nenhum tipo, fora da identidade “anti-capitalista, anti-imperialista e pelo socialismo”.

e) Luta contra as burocracias políticas, pela democracia directa e dos conselhos.

f) Salvar a vida na Terra, salvar a humanidade.

g) Para um Utopista Vermelho o trabalho cultural e a criação artística em particular representam os mais nobres tentativos revolucionários por lutar contra os medos e a morte. Cada criação é um ato de amor para com a vida e, no mesmo tempo, uma proposta de humanização.