L’associazione Utopia rossa considera suo fondamento politico il principio secondo cui il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi si deve riflettere l’essenza del fine. Non ha programmi politici, come del resto non ne aveva la Prima internazionale. Nonostante le più diverse provenienze ideologiche dei suoi sostenitori, essa ritiene che l’anticapitalismo dilagato dopo l’inizio dell’Antirivoluzione russa (dicembre 1917) sia stato motivato fondamentalmente da idee precapitalistiche, cioè retrograde, e non da progetti di civiltà in grado di superare il capitalismo sviluppando ulteriormente i suoi modelli di democrazia. Ciò spiega anche il prevalere, nella storia della cosiddetta «sinistra», di simpatie per i regimi dittatoriali di ogni specie e colore. Utopia rossa si batte contro l’ulteriore diffusione di ideologie precapitalistiche vecchie e nuove (in campo politico, culturale, ecologico, religioso ecc.), come parte della sua battaglia per il superamento del capitalismo, se si vuole salvare la vita sulla Terra con la sua umanità. In questo senso la sua utopia continua ad essere rossa.

The Red Utopia association considers its political foundation to be the principle that the end does not justify the means, but that the means must reflect the essence of the end. It has no political program, just as the First International did not. Despite the diverse ideological backgrounds of its supporters, it believes that the anti-capitalism that spread after the start of the Russian Anti-Revolution (December 1917) was fundamentally motivated by pre-capitalist – that is, retrograde – ideas, and not by civilizational projects capable of overcoming capitalism and of further developing its democratic models. This also explains the prevalence, throughout the history of the so-called «left», of sympathies for dictatorial regimes of all kinds and colors. Red Utopia fights against the further spread of old and new pre-capitalist ideologies (in the political, cultural, ecological, religious, and other fields) as part of its battle to overcome capitalism, if life on Earth, including its humanity, is to be saved. In this sense, its utopia remains red.

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martedì 13 maggio 2025

PERCHÉ RADDOPPIARE L’AIUTO MILITARE ALL’UCRAINA

di Michele Nobile 


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Prima parte: aiuti esteri e guerra di liberazione 


L’altalena di dichiarazioni ufficiali e di commenti giornalistici a proposito delle trattative fra Russia, Stati Uniti e Ucraina confonde la situazione e tende a creare aspettative destinate a rimanere deluse1. Innanzitutto, i contatti fra Russia e Stati Uniti non sono dei negoziati ma dei preliminari intesi a sondare la possibilità di iniziare trattative che non siano a priori destinate al fallimento. Le polemiche su durata, campo d’applicazione ed estensione geografica di un eventuale cessate il fuoco rientrano in questo quadro: di verifica della disponibilità reale a negoziare. Dopo quelli tentati da Obama, da Biden e dalla prima amministrazione Trump, questo è l’ennesimo reset statunitense in direzione dell’appeasement nei confronti di Putin, ma è ancor più contraddittorio dei precedenti. Infatti, con l’idea di por fine rapidamente alle ostilità l’amministrazione Trump ha esercitato la massima pressione sull’Ucraina: ad es. costringendone la difesa antiaerea a scegliere se proteggere obiettivi civili oppure militari; fatto ancor più grave, l’incertezza sulla continuità degli aiuti compromette la possibilità delle forze ucraine di pianificare future operazioni controffensive. Nello stesso tempo, però, le forze russe continuano a mantenere l’iniziativa offensiva su quasi tutto l’intero arco del fronte e a portare massicci attacchi aerei alle città ucraine. Nonostante ogni chilometro quadrato conquistato abbia per i russi un costo elevatissimo in uomini e mezzi, e il ritmo dei loro progressi territoriali sia assai ridotto rispetto a ottobre-novembre 2024 e continui a ridursi, dal punto di vista degli obiettivi di guerra di Putin questa linea d’azione è perfettamente logica: per quanto non possa durare a lungo, è il modo più efficace di sfruttare lo squilibrio materiale e di aspettative a favore della Russia creato dalla politica di Trump. 

In secondo luogo, bisogna fare attenzione a non farsi abbagliare dal modo in cui politici e commentatori utilizzano la parola pace. Bisogna ribadire quel che dovrebbe essere ovvio: che un «cessate il fuoco» o un armistizio, fragile o duraturo che sia, sono cosa ben diversa da un trattato di pace, non pongono fine allo stato di guerra ma si limitano a sospenderlo. Quando si guardi obiettivamente quali siano gli obiettivi minimi delle parti in conflitto è chiaro che, a meno di grandi sconvolgimenti militari che al momento non sono prevedibili, la partita diplomatica non può concludersi con la pace ma, nel migliore dei casi, con il congelamento delle linee del fronte. 

Purtroppo il motivo per cui Putin rifiuta una sospensione lunga e generale dei combattimenti terrestri e degli attacchi aerei non è solo tattico ma è inevitabile conseguenza della situazione che egli ha deliberatamente creato. Basti considerare quali siano gli obiettivi di guerra minimi del regime russo, ribaditi di continuo: riconoscimento de jure dell’annessione della Crimea e di altri quattro oblast dell’Ucraina alla Federazione Russa, nel complesso circa un quinto del territorio ucraino; la drastica riduzione della capacità di difesa delle forze armate ucraine; la negazione all’Ucraina non solo dell’ingresso nella Nato ma di qualsiasi altra seria forma di garanzia internazionale di sicurezza. Questi sono obiettivi irrinunciabili, specialmente il primo, un macigno che sbarra la via della pace ed è inamovibile con la diplomazia. Non può esistere alcun dubbio sul fatto che in nessun caso Putin restituirà pacificamente i territori occupati, perché questo significherebbe la sconfitta della sedicente «operazione speciale» e l’inutilità dell’enorme costo umano della guerra, con possibili gravi ripercussioni sulla tenuta del regime. 

Dal lato opposto, è ovvio che gli ucraini siano stanchi della guerra e i primi a desiderare la pace. Tuttavia la presunta «pace» nei termini degli obiettivi minimi di Putin sarebbe funzionale al conseguimento del suo obiettivo massimo, a cui egli evidentemente non ha rinunciato: l’instaurazione a Kyiv di un governo subordinato a Mosca. È a questo che serve indebolire economicamente e umanamente l’Ucraina, amputarne il territorio e pretendere che non sia in grado di difendersi né d’essere aiutata dall’estero. Si può ben dire che questa «pace» non sarebbe altro che la continuazione della guerra con altri mezzi, o una pausa prima d’una terza aggressione (dopo quelle del 2014 e del 2022 ancora in corso). Cedere agli obiettivi minimi di Putin equivarrebbe per gli ucraini al suicidio dell’indipendenza nazionale e della libertà politica del loro Paese. 

Per gli ucraini la questione della pace va anche oltre la restituzione dei territori occupati, la giustizia per le atrocità e i crimini di guerra e le riparazioni per l’enormità del danno umano e materiale inferto dall’aggressione di Putin. La pace comporta determinare le condizioni militari, politiche ed economiche che assicurino al popolo d’Ucraina la libertà interna e la libertà di decidere della collocazione internazionale del Paese. 

E questo pone obiettivamente la questione del rafforzamento dell’Unione Europea: difficile che questa abbia un futuro politico se non sarà in grado di difendere se stessa e l’Ucraina come nuovo Stato membro. Se si condivide questa posizione, ne consegue che i Paesi europei devono decidere e coordinare una politica d’investimenti nel settore della difesa, al fine immediato di sostituire il più possibile l’aiuto militare statunitense alla guerra per la liberazione e l’indipendenza dell’Ucraina: in pratica l’aiuto economico e militare dei Paesi dell’Unione Europea dovrebbe raddoppiare. Fatto senz’altro possibile quando si consideri che per i maggiori Stati europei gli aiuti totali all’Ucraina ammontano a circa lo 0,1% del Prodotto interno lordo, uno sforzo economico del tutto inadeguato. 

Inoltre, il sostegno degli Stati europei all’Ucraina dovrà continuare anche dopo il congelamento o il termine della guerra, sia per la ricostruzione economica del Paese sia per le necessarie garanzie di sicurezza e gli aiuti militari, possibilmente utilizzando i fondi congelati della Russia e annullando il debito estero dell’Ucraina. 

Nel resto dell’articolo considero il contributo estero all’evoluzione delle capacità militari dell’Ucraina e critico l’idea della «guerra per procura». 


La politica estera multivettoriale e la crisi della difesa dell’Ucraina

sabato 1 marzo 2025

TRUMP, IL TRUSKISMO E LA SVOLTA FILOPUTINIANA

di Roberto Massari


ITALIANO - ENGLISH


Non si può che condividere l’indignazione che gran parte del mondo ha manifestato di fronte al comportamento ignobile che Trump e Vance hanno tenuto nei confronti di Zelensky, dell’uomo che sta rischiando anche la propria vita per difendere l’indipendenza del suo popolo e che ha avuto il coraggio di dire no stando nello studio Ovale. Per quel che può contare, nel mare di disumane azioni che si stanno compiendo ai danni dell’Ucraina, va detto che l’inquilino della Casa Bianca ha anche violato le più sacre regole dell’ospitalità. Ma tant’è…

Insomma, Trump non è solo un reazionario, ma è anche un demente che fa ribrezzo sul piano umano, personale, culturale, diplomatico ecc.

Sul piano politico, però, io rimango dell’idea che il peggior presidente degli Usa sia stato Lyndon Johnson che impedì di far luce sull’assassinio di Kennedy e lanciò l’escalation della guerra contro il Vietnam, contribuendo alla morte di circa 3 milioni di vietnamiti (tra militari e civili) e di varie decine di migliaia di statunitensi. Johnson non faceva ribrezzo sul piano umano, ma andrebbe annoverato tra i grandi criminali della storia moderna, accanto a Hitler, Stalin, Mao, Pol Pot e purtroppo alcuni altri.

Trump non è ancora arrivato a tali livelli e forse si riuscirà a fermarlo in tempo. Più difficile sarà fermare il criminale Putin, che a me fa anche ribrezzo per quel suo sguardo gelido e fisso che fa pensare alla maschera sulla mummia di Lenin nel mausoleo della Piazza Rossa.


Riguardo alla Nato e all'Otsc

Io appartengo alla generazione che si sgolò per l’uscita dell’Italia dalla Nato e per il suo più generale scioglimento. Il Vietnam ci costringeva ad essere unilaterali rispetto a tale rivendicazione, ma dopo l’invasione sovietica della Cecoslovacchia lo slogan cambiò (almeno per chi capiva qualcosa) e non avemmo più dubbi che occorresse sciogliere la Nato e allo stesso tempo il Patto di Varsavia.

Il quale Patto oggi ha un erede nell’Otsc (Organizzazione del Trattato di sicurezza collettiva), l’alleanza militare creata nel 1992 tra le nazioni ex sovietiche che nel 1991 avevano formato la Csi (Comunità degli Stati indipendenti). Lo definirei un «Patto di Varsavia» più piccolo, se non ci fosse la presenza di truppe nordcoreane che, combattendo in Ucraina, fanno uscire l’Otsc/Csi dal contesto geopolitico est-europeo o ex sovietico: paradossalmente lo internazionalizzano.

Tutto questo per dire che lo slogan per lo scioglimento della Nato (che mi vede favorevolissimo) si deve accompagnare a quello dello scioglimento dell’Otsc. Da solo non è concepibile, ma nemmeno è auspicabile: lasciare il terreno militare al dominio dell’imperialismo russo (con Bielorussia, Kazakistan ecc.) significa arrendersi prima di combattere.

La Nato dormicchiava prima dell’aggressione all’Ucraina. Putin l’ha fatta risorgere, rafforzare (adesioni di Svezia e Finlandia), agguerrire (Polonia e Stati Baltici) e anche unificare risvegliando un minimo il senso di appartenenza unitaria di alcune importanti postdemocrazie europee. La Gran Bretagna addirittura si sta rimangiando la Brexit… Questo per i menestrelli di poco cervello che inneggiano a una presunta vittoria putiniana...

Ora Trump sembra voler sciogliere la Nato. Dico «sembra» perché non sarà così facile: sono troppi gli interessi in gioco (anche per l’industria degli armamenti negli Usa e in altri paesi) e non sarà certo la follia di un individuo, foss’anche il plenipotenziario Presidente degli Usa, a imporre un tale scioglimento, ma nemmeno una sua lenta deriva. Questa sarebbe stata possibile prima dell’aggressione all’Ucraina, ma ora non più.


Il «disgelo» trumpiano

Comincio anche a pensare che difficilmente Trump arriverà alla fine del suo mandato. E comunque, se non interviene qualche malanno, qualche tisana notturna (stile vaticano) o qualche attentatore un po’ più preciso, gli sconvolgimenti degli assetti europei che provocheranno Trump e il suo giullare megasatellitare saranno tali da far decadere tutte le parole d’ordine di tipo tradizionale. Le biglie sono tutte in movimento e nessuno può prevedere dove andranno a colpire. Basti pensare alla possibilità che la Cina approfitti del «disgelo» trumpiano per invadere Taiwan. Non è detto che accada, ma se accadesse gli sviluppi internazionali sarebbero imprevedibili. Idem se il trumpismo consentisse alla teocrazia iraniana di giungere ad avere le armi nucleari.

Basti pensare che l’Ucraina sembra intenzionata a resistere. Sarà sconfitta e trasformata in una colonia russa? Non è così semplice e comunque la cosa avrebbe conseguenze devastanti. In primo luogo perché gli occupanti russi dovranno fare i conti con la resistenza di un popolo che ancora non ha perdonato loro il genocidio del 1931-33 e gli altri crimini dell’epoca staliniana, oltre a quelli più recenti.

In secondo luogo perché ci sono da considerare gli Stati più direttamente minacciati dall’aggressività russa: Polonia e Paesi Baltici. Una sconfitta degli ucraini e un arretramento della Nato li costringerà a incrementare il proprio armamento ancor più di quanto stiano già facendo. E l’esperienza storica dimostra (e l’Ucraina lo conferma) che quando un popolo lotta per la propria indipendenza è pronto a qualsiasi sacrificio. I polacchi poi, dopo la spartizone del loro Paese tra Hitler e Stalin..


L’esercito europeo

È l’unica alternativa allo scioglimento della Nato, anche se al momento sembra quasi impossibile la sua realizzazione (della quale io sono totalmente a favore, tanto per non usare eufemismi). Sulla stampa si leggono quotidianamente tutte le spiegazioni che rendono al momento irrealizzabile tale progetto, nonostante i passi avanti che stanno facendo le tre postdemocrazie più forti - Gran Bretagna, Francia e Germania - mentre il governo italiano ha già deciso di defilarsi e di mantenersi fedele a Trump. Vorrei sbagliarmi, ma così intepreto le recenti «furberie» della Meloni e del ministro Tajani. Dell’ostilità irriducibile di Salvini/Vannacci e 5Stelle a un tale progetto, neanche a parlarne. Un simile esercito farebbe necessariamente appello allo scudo nucleare che garantiscono inglesi e francesi, ma dovrebbe necessariamente tenere fuori la Turchia che al momento rappresenta l’ala più reazionaria della Nato, nonché uno dei regimi più reazionari esistenti al mondo. Ma temo che davanti al pericolo che l’Europa si armi per conto proprio, anche Trump farà marcia indietro e tenterà di mantenere in vita la Nato, o perlomeno il suo fantasma.

Legato al discorso dell’esercito europeo c’è la (mia) speranza che la vecchia Unione Europea si sciolga e si ricostituisca su nuove basi, senza l’Ungheria ovviamente, senza l’enorme attuale apparato burocratico e intenzionata a valorizzare al meglio il patrimonio di cultura mediterraneo-occidentale che dall’Europa si è irradiato al mondo, consentendogli i principali progressi sul piano scientifico, linguistico, artistico ed economico.


L’antitrumpismo e la (post)democrazia statunitense

Brutta storia l'antitrumpismo, come lo fu l’antiberlusconismo. Bastava dichiararsi antiberlusconiani per credere o far credere d’essere «di sinistra». Lo stesso accadrà ora con l’antitrumpismo: si sprecheranno gli articoli, i libri, gli spettacoli ecc. diretti contro Trump, creando l’illusione che i loro  autori siano ridiventati di sinistra.

Bisognerà però chiedere a questi stessi antitrumpiani dove stessero mentre l’Ucraina veniva bombardata e massacrata, con il silenzio se non la tacita approvazione della sinistra reazionaria, dei 5stelle, dei pacifinti, degli imperturbabili predicatori contro la guerra, coloro per i quali aggrediti e aggressori sono sullo stesso piano.


E infine la questione della democrazia statunitense. Io la considero una postdemocrazia (i libri di Michele Nobile docent) ma per semplicità non mi dilungo sul concetto di «post» e rinvio ai libri da me pubblicati come editore e agli articoli-saggio apparsi sul blog di Utopia Rossa.

Ebbene, si levano già voci di provenienza diversa a decretare la fine del «sogno americano», cioè della democrazia moderna apparentemente più stabile e meglio funzionante (lasciamo da parte i Paesi scandinavi, sempre per amore di semplicità). Trump è uno spettacolare simbolo dell’antidemocrazia, di megalomania demenziale, di aspirazione a una dittatura personale. Una minaccia dittatoriale che, con l’aiuto del menestrello megastellare, aspira ad essere totalitaria (cioè a impadronirsi delle menti degli individui e non solo delle loro risorse materiali). Tutto ciò è vero e rientra nelle intenzioni più o meno consce del «truskismo» (Trump+Musk).

Ma è vero anche che il sistema (post)democratico che ha consentito a Trump di vincere le elezioni, consente alla parte sconfitta (Partito democratico e altre correnti politiche minori) di continuare a lottare contro di lui: basti vedere cosa scrive in questi giorni la stampa orientata verso il Partito democratico (quella ancora libera di farlo). E non sappiamo al momento quali conseguenze avrà sullo stesso Partito repubblicano il repentino voltafaccia filoputiniano di Trump.

Insomma, non si può pensare che la democrazia produca sempre capi di Stato disposti a rispettare le regole della democrazia: sia Hitler che Mussolini andarono al potere formalmente vicendo le elezioni, ma nessuno direbbe oggi che la Germania e l’Italia siano ancora paesi dittatoriali. Benché in Germania un po’ di nostalgie nazistoidi stiano emergendo tra i sostenitori di Putin e ora di Trump in seno ad Alternative für Deutschland. Più in generale sono orientate verso il putinismo (e ora forse anche verso il trumpismo) quasi tutte le estreme destre europee, ispirate al più becero antiamericanismo fino a poco tempo fa.

Il sistema democratico degli Usa - quello che ha costretto a dimettersi un reazionario come Nixon e che assicura l’alternarsi di almeno due partiti (e non uno soltanto come in Russia e Cina) - può anche produrre il suo contrario (e con Trump ha dato il massimo in questo senso), ma allo stesso tempo genera gli anticorpi. Tra qualche mese o tra qualche anno (4 anni?) vedremo le conseguenze che sul popolo statunitense avrà avuto il passaggio di questa meteora reazionaria. Chi negli Usa si permette oggi di celebrare il Maccartismo? chi la persecuzione dei neri? chi la guerra nel Vietnam? alcune minoranze reazonarie lo fanno, ma appunto in quanto minoranze e perché il sistema democratico consente loro di farlo.

Quindi prima di precipitarsi a dire che la democrazia Usa si è tolta la maschera, comincerei col dire che casomai se l’è tolta la leadership del Partito repubblicano. E poi sarei più prudente, nell’attesa che gli anticorpi comincino a produrre i propri effetti. Una politica estera degli Usa filorussa… Ma si crede veramaente che il popolo degli Usa, il suo capitalismo, le sue forze armate accetteranno per molto tempo una tale masochistica opzione politica?


Pensiamo alla Russia...

In Russia tutto ciò non è possibile, purtroppo e per il momento. In primo luogo perché l’esperienza democratica la Russia deve ancora farla, per la prima volta nella sua storia. Poi c’è il sistema della selezione politica fondata sull’eliminazione fisica degli oppositori: non solo di quelli apertamente contrapposti, come Naval’nyj, ma anche degli oligarchi non coincidenti con i piani di Putin. In un elenco di cadaveri eccellenti che avevo fatto un anno fa comparivano una trentina di oligarchi o personalità eliminate fisicamente negli ultimi anni perché variamente ostili a Putin, alla guerra in Ucraina ecc. Da allora quell’elenco si è allungato e continuerà ad allungarsi per la natura stessa della dittatura putinaina fondata su un capitalismo imperialistico fondamentalmente oligarchico e mafioso.

Ecco, prima di dare per liquidata la (post)democrazia degli Usa, si pensi al regime di dittatura sanguinaria che Putin ha ricostituito e con il quale Trump, la maggioranza dei repubblicani, le estreme destre europee, gli hitlerocomunisti del mondo intero vorrebbero allearsi.

Concludo dicendo che quando si tocca il fondo del barile l’unica possibilità che rimane è di risalire… E ben presto si vedranno i primi sintomi di questa risalita.

Adelante!

1 marzo 2025


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mercoledì 26 febbraio 2025

I FALLITI NEGOZIATI RUSSO-UCRAINI

Lezioni per il futuro


di Michele Nobile 

 

Esistono diversi ragioni, anche interne agli Stati Uniti, per cui lo sciagurato tentativo di Donald Trump di svendere l’Ucraina alla Russia - i cui motivi e possibili conseguenze meritano una riflessione distinta - è destinato a fallire. Di queste ragioni quella decisiva è che l’aggressione di Putin non è mai stata e non è motivata dalla remota eventualità dell’ingresso dell’Ucraina nella Nato o da una «minaccia esistenziale» dell’Ucraina alla Russia e ancora meno dal dovere di proteggere i «russi» - cioè gli ucraini russofoni - da un mai esistito tentativo di genocidio da parte di un fantasioso governo «nazista». Per Putin la posta in gioco è sempre stata ed è il controllo politico di tutta l’Ucraina, fallito nel 2004 e nel 2014 grazie alle più potenti mobilitazioni democratiche realizzatesi in Europa negli ultimi decenni; questa volontà di dominio dell’Ucraina è inseparabile dall’intento di costruire una sfera d’influenza eurasiatica della Russia e una identità nazional-imperiale grande-russa che consolidi il regime interno

Se il problema sottostante l’invasione fosse solo lo status neutrale dell’Ucraina la guerra sarebbe terminata entro la prima settimana di marzo, perché su questo Zelens’kyj e il suo governo erano disposti a cedere. Anzi, avevano già ceduto. Zelens’kyj dichiarò fin dal 25 febbraio 2022 che era disposto a mettere da parte l’aspirazione all’ingresso dell’Ucraina nella Nato (che era stata inserita nella Costituzione ma che rimaneva comunque un obiettivo remoto)1. Conseguentemente, lo status neutrale dell’Ucraina era il presupposto condiviso dei negoziati fra rappresentanti russi e ucraini e delle tre bozze di trattato che vennero discusse tra la fine di febbraio e metà aprile di quell’anno, pubblicate nel corso del 20242. Sono trascorsi tre anni ma chi ha la pazienza di leggere le bozze di trattato e le obiezioni e contro-obiezioni delle due parti può comprendere quanto ora un trattato di pace fra Russia e Ucraina sia ora più improbabile di prima e quanto siano illusorie le presunte aperture di Putin al negoziato. È proprio perché Trump mette in difficoltà l’Ucraina e gli alleati europei e confonde il quadro politico internazionale, puntando a una pace rapida - da farsi in 24 ore che sono diventate mesi -, che il dittatore russo ha ora tutto l’interesse a continuare la sua strisciante offensiva militare mentre tira per le lunghe il dialogo con gli Stati Uniti e fa mostra di disponibilità negoziale. 


Pseudorealisti e fintopacifisti pensano che questa guerra possa concludersi con una sorta di ragionevole transazione commerciale, qualcosa di relativamente semplice ma che fino ad ora è stato impedito da pretese eccessive, aspettative infondate, pressioni esterne. Da questo punto di vista sarebbe proprio Donald Trump, il Principe delle bullshit, l’energico e sagace mediatore, capace di imporre la luce della ragione ai contendenti. Non è così, e non solo per le deficienze personali del Presidente e per quel che appare una incompetenza negoziale veramente fuori dell’ordinario, tanto da resuscitare le voci su Trump assoldato dal Kgb nel 19873. Il problema è chiaro, storico e strutturale; rimase latente durante la devastante crisi sociale ed economica che negli anni Novanta travolse sia la Russia che l’Ucraina, ma risorse all’inizio del nuovo secolo, manifesto nelle pressioni sempre più forti esercitate dal regime di Putin sull’Ucraina, culminate nell’aggressione russa del 2014 e nel tentativo di conquista del 2022. Il problema è quello della piena sovranità dell’Ucraina e della sua indipendenza dalla Russia. Per Putin la vittoria non consiste solo nella neutralità e nella mutilazione territoriale dell’Ucraina ma nell’instaurare a Kyiv un governo subordinato a Mosca, debole e indifeso: è questo l’obiettivo che intende conseguire in qualsiasi trattativa diplomatica. Perfino il formale riconoscimento delle annessioni alla Russia del territorio ucraino e di cinque milioni di ucraini, un’estorsione a mano armata e col tradimento di un accordo fra banditi, per Putin non sarebbe altro che una pausa nel processo di destabilizzazione e soggiogamento dell’intera Ucraina. Pur tralasciando la storia imperiale zarista e stalinista, a provarlo ci sono il quarto di secolo di storia delle relazioni russo-ucraine sotto Putin, le invasioni del 2014 e 2022, dichiarazioni ideologiche e pseudo-storiche circa l’«artificialità» di uno Stato ucraino e della nazionalità ucraina, l’analisi dei negoziati russo-ucraini nel 2022. Nessuno può volere la pace più degli ucraini ma essi non possono non continuare a resistere, pena la perdita dell’indipendenza e della libertà, la russificazione forzata e la negazione di una nazionalità distinta da quella russa. 

Il fatto cruciale è che i problemi e le divergenze che esistevano allora sono diventati ancor più gravi nel corso dei tre anni di guerra e si presentano come irrisolvibili, a meno della sconfitta di uno dei belligeranti. L’alternativa è un armistizio che congeli la situazione al fronte. Meglio di niente si dirà, almeno si ferma la strage. Tuttavia questo non sarebbe la pace, men che mai una pace giusta. Sarebbe solo una nuova tappa del conflitto, caratterizzata dall’utilizzo da parte di Putin delle tattiche della «guerra ibrida», possibile preludio alla ripresa della guerra aperta. 

 

La bozza di trattato del sette marzo 2022

mercoledì 12 giugno 2024

SULLE ELEZIONI EUROPEE

di Piero Bernocchi


A mio parere, stanno circolando interpretazioni dei risultati delle elezioni europee decisamente affrettate e/o eccessivamente semplificatorie davanti ad una situazione che invece ha riservato anche sorprese non irrilevanti, che richiedono una lettura ponderata e approfondita, tanto più in presenza di alcune valutazioni del tutto ideologiche e strumentali, usate per dimostrare tesi che non hanno affatto ricevuto dalle elezioni una legittimazione acclarata, anzi, vi sono state per lo più smentite.

1) In primo luogo, bisogna intendersi sulla portata, qualità e quantità dell'avanzamento - ritenuto dai più il segno globale più rilevante di queste Europee - delle ultra-destre, e ancor più sui perché di tale eventuale avanzata. Innanzitutto, la quantità generale di tale crescita è decisamente inferiore alle previsioni dei più e, con l'eccezione francese, non appare perturbante degli equilibri politici europei. Certo, il giudizio è fortemente influenzato dal risultato francese e, seppur a mio avviso con una portata minore, da quello tedesco (l'AfD era già arrivato in precedenti elezioni nazionali al 14%, la notizia vera è il crollo dei partiti di governo). Ma, ragionando su scala europea globale, alla fin fine i due schieramenti dell'ultra-destra (ECR e ID) rispetto alle precedenti elezioni non registrano alcun avanzamento, anzi: nel 2019 ID ottenne 73 seggi e ECR 62, oggi c'è stato il sorpasso con ECR a 73 e ID a 58, ma nell'insieme addirittura 4 seggi in meno, anche se ci andrebbe sommato il numero di seggi della AFD tedesca, espulsa da ID; insomma, ben lontani dagli sfracelli che sembravano annunciare le trombe della destra estrema europea. Quindi, per quel che riguarda l'incidenza diretta sul Parlamento europeo (altro è ragionare sul peso che avrà una Francia nettamente orientata a destra, cosa che verificheremo nelle elezioni nazionali anticipate di fine giugno), essa, almeno sul piano numerico, appare pressoché irrilevante. Le tre componenti della cosiddetta "maggioranza Ursula" superano i 400 seggi e possono gestire il Parlamento più o meno come fatto finora, e persino ottenere un seppur complicato appoggio esterno da parte di ECR o dalla parte di essa più "fedele" a Meloni.

2) In ogni caso, al di là del peso specifico di tale avanzata a destra, nel merito delle motivazioni che avrebbero determinato tale crescita, sta circolando un dato di analisi che è al contempo superficiale e strumentale (oltre che sponsorizzato dai propagandisti russi ed europei di Putin): e cioè che ha perso chi ha sostenuto la difesa dell'Ucraina e hanno vinto i partiti "pacifisti" e/o anti-Ucraina. In realtà, guardando i dati principali, si nota che casomai è successo quasi sempre il contrario. Poiché il dito accusatorio è puntato (con i putiniani in prima fila) contro Macron e Scholz, sarà bene sottolineare come in realtà nessuno dei due abbia perso (perlomeno, non soprattutto) per aver sostenuto l'Ucraina. Macron da tempo era crollato nel sostegno popolare, e non già per la posizione sull'Ucraina (anche se le sue ultime uscite sono state decisamente insopportabili) ma per la sua politica economica anti-sociale, che ha avuto il culmine nell'imposizione dello sciagurato "pacchetto" pensionistico. Da tempo Macron era sceso ben sotto il 20% nei sondaggi: e tra le motivazioni di tale crollo le questioni economico/sociali sono sempre state dirimenti. Senza contare poi che, per più di un anno, Macron si è distinto nel panorama europeo per la volontà di dialogo, a volte persino ridicola, con Putin. Qualcosa di simile si può dire di Scholz: grande incapacità gestionale dal punto di vista delle politiche economiche e sociali e peraltro grande indecisione e confusione anche sul sostegno all'Ucraina, offerto in modo altalenante e a corrente alternata.

3) Poi, uscendo dal binomio Francia-Germania, va segnalato come la gran parte dell'ultradestra non si sia affatto giocata la carta del pacifismo, né dato centralità alle guerre in corso. Le Pen e Bardella hanno parlato il meno possibile di guerra, di Ucraina e Russia (stante pure la cattiva coscienza per il passato sostegno a Putin) o di Palestina e Israele; lo stesso ha fatto Vox in Spagna e gli austriaci del FPOE. E, per quel che riguarda l'Italia, Meloni è stata addirittura la più strenua sostenitrice (con ben più continuità e decisione di Macron e Scholz) dell'Ucraina e di Israele ed è stata premiata con una avanzata di tre punti percentuali rispetto alle politiche, da tutti i commentatori imprevista e, unico caso europeo di un partito al governo, dopo aver dovuto navigare per quasi due anni in mezzo ad una fase tempestosa, dovendo tamponare in continuazione la catena di autogol del suo miserabile e cialtronesco entourage; e analogo successo, seppur numericamente più contenuto, è spettato alla Forza Italia di Tajani, in primissima fila nell'impegno italiano a favore dell'Ucraina; mentre Salvini, che si è giocato pesantemente la carta "pacifista", è stato salvato dall'incredibile Vannacci che con i sui 530 mila voti (sui due milioni totali di votanti per la Lega) gli ha evitato la catastrofe di un 6-7% finale. Se poi guardiamo nel campo "pacifista" di centrosinistra (non riesco a considerare di sinistra il M5S), vediamo che l'ultra-"pacifinto" Conte ha registrato la più netta sconfitta tra i partiti italiani, perdendo più del 30% rispetto alle politiche e ai sondaggi pre-voto; mentre Santoro, che ha condotto una campagna elettorale parlando solo di "pace", e imbarcando una caterva di putiniani e odiatori dell'Ucraina, ha preso la solita batosta che queste liste improvvisate a pochi mesi dalle elezioni (a cui puntualmente dà, con pervicacia inusitata, il sangue il PRC, dovendosi pure nascondere come tale, di solito, mentre raccoglie le firme per tutti/e) ricevono puntualmente, bloccandosi su un povero 2%, malgrado la acclarata notorietà ed esposizione mediatica del megalomane ed autocentrato ex-protagonista pluridecennale dei talk show. E persino nel PD, peraltro comunque impegnato nel sostegno bellico all'Ucraina, a prendere i voti seri ci hanno pensato i Decaro, i Bonaccini, i Nardella, i Ricci, i Gori (e alcuni di loro come Decaro, più di 500 mila, o Bonaccini, circa 400 mila, con preferenze nettamente superiori a quelle della Schlein) mentre l'ultra-"pacifista" dell'ultima ora, Tarquinio, che chiedeva persino lo scioglimento della Nato, ha ricevuto ben pochi consensi ed è stato eletto per poche decine di voti in più della Morani. Non cito AVS perchè mi pare acclarato che il salto quantitativo non sia dipeso dalle posizioni sulla guerra ma da un fattore fino a ieri imprevedibile, e cioè la capacità di Nicola Fratoianni (ex-giovanotto già sveglio all'inizio del secolo, quando fu l'unico della "nidiata" bertinottiana nel movimento no-global a capire come muoversi nella politique politicienne) di cogliere al volo la straordinaria risorsa Salis (175 mila preferenze) e quella, certo minore ma sempre di rilievo, di Mimmo Lucano, (con un buon 30% di voti ad personam per i due, sul totale del 6,7%), arrivati sia dal M5S sia da giovani al primo voto e pure dal tradizionale astensionismo di tanta parte della "compagneria storica". Ultimo dato chiarificatore in questo senso è il risultato francese a sinistra. Il sorprendente Glucksmann (figlio del noto "ex-nouveau philosophe" d'antan), che ha fatto resuscitare il partito socialista, ha tenuto una linea filoucraina costante e, pur attaccando Netanyahu, ha riservato analoghi attacchi ad Hamas, all'islamismo jihadista e ai dittatori iraniani. E pur "assaltato" frontalmente da Melanchon, che gli ha dedicato una campagna elettorale ostile ad personam, tacciandolo di "guerrafondaio" e "sionista", ha raggiunto un sorprendente 14%, lasciando al palo Melanchon, ostile al sostegno all'Ucraina e assai indulgente nei confronti dell'islamismo radicale, il quale, con la sua France insoumise, ha superato di poco la metà dei voti del PS (circa l'8%). E infine, se serve un dato matematico che dovrebbe chiudere l'argomento, basta un calcolo elementare  sui seggi del nuovo Parlamento europeo: i gruppi parlamentari che sostengono l'Ucraina e si oppongono all'invasione russa sono il PPE (191 seggi), Socialisti e Democratici (135 seggi), Renew (83 seggi), Verdi (53 seggi), ECR (71 seggi), per un totale di 533 seggi su 720. Insomma, non pare che Putin abbia troppo da festeggiare per il tonfo di Macron e Scholz.

4) Un' altra vistosa sorpresa - a mio giudizio in prospettiva, e per le conseguenze che potrà avere, forse persino la maggiore di queste elezioni - assai poco considerata nei primi commenti, forse per imbarazzo dopo un triennio di esaltazione del climatismo "millenarista" alla Greta Thumberg, è stata quella di dover verificare come le questioni climatiche-ambientali, che avrebbero dovuto favorire una significativa ascesa verde, abbiano invece avuto per lo più effetto contrario. Quello che davvero in pochissimi avevano notato fino a ieri è che gran parte della destra europea come argomento-chiave in queste elezioni, dopo il sovranismo e gli allarmi securitari e antimigranti, ha dato massimo rilievo all'opposizione al "green deal" e cioè ad una forte messa in discussione di una trasformazione energetica accusata di imporre altissimi costi e una forte ricaduta depressiva sugli equilibri industriali e sociali. In altri termini, la destra radicale si è schierata quasi ovunque per bloccare significative trasformazioni in materia di approvvigionamento energetico, di fonti rinnovabili e di prezzi, considerati troppo onerosi, da pagare per varie categorie industriali e sociali: più o meno quello che Trump sta predicando da anni e che sarà uno dei principali cavalli di battaglia della sua campagna elettorale per novembre. Ebbene, tale propaganda ha pagato a destra, mentre ha penalizzato in maniera sorprendente i Verdi a livello europeo, il cui gruppo a Bruxelles registra una perdita netta di 20 seggi, circa il 25%.

5) E veniamo al voto in  Italia. A vincere nettamente (a parte l'exploit circostanziato di AVS) sono stati i due partiti maggiori, che riavviano una sorta di neo-bipolarismo (seppur con un polo ben assestato a destra e un altro ancora assai aleatorio a sinistra). FdI, che guadagna 3 punti rispetto alle elezioni nazionali, è una sorpresa, sia perché nessun partito che ha governato in questi anni in Europa è avanzato, sia per i tanti incidenti di percorso che la feccia che circonda Meloni ha messo sulla groppa della leader, che pur tuttavia ha tenuto pressochè da sola, pur penalizzata dalla sciagurata genia fascistoide di cui si è circondata. La giovanotta ha indubbia abilità dialettica e solido mestiere politicante, sa diveggiare e gestire ogni strumento comunicativo; e tutto ciò le deriva, a mio parere, da qualcosa che nessuno/a dei suoi competitor possiede: cioè, l'esperienza di chi fa, dall'età di 14 anni, politica nei movimenti e organizzazioni di estrema destra, con l'allenamento alla piazza, al dialogo continuo con pezzi di società, oltre ad un talento istrionico naturale che è andata via via affinando. Abilità che personalmente non vedo in Schlein, l'altra vincitrice con il PD di queste elezioni italiche, che però ha avuto il merito di tenere tutti insieme i pezzi del "puzzle PD", non dando seguito alle "sparate" iniziali contro quelli che chiamava i "cacicchi" del PD e che annunciava di voler emarginare. Salvo poi venir costretta a capire che la vera forza del PD, che lo rende partito governativo di fatto, è proprio quella rete fittissima di amministratori locali, comunali e regionali che al dunque, se ben motivati, portano voti a valanga non solo a livello locale ma anche a livello nazionale: con un Decaro che spopola a Sud con il suo bottino di mezzo milione di voti (più del doppio di Schlein che per giunta gareggiava in due circoscrizioni) o Bonaccini con i suoi 400 mila voti, sempre in una sola circoscrizione, e gli altri già citati, tutti sopra le duecentomila preferenze. In quanto a Salvini, è l'altro sconfitto sostanziale, oltre Conte, tra i partiti maggiori. Certo, ha salvato per ora la pelle, ma solo massacrando la sua base strutturale, quella nordico-autonomista che aveva prodotto anch'essa uno stuolo di amministratori non irrilevante, e che ha pagato pesantemente l'aperta scelta fascistoide di quel Vannacci che di suo ha preso più di un quarto dei voti della Lega ma annichilendo i nordisti della Lega storica bossiana: al punto che il Veneto, regno storico leghista, ha prodotto la più grande avanzata di sempre di FdI, con i meloniani che hanno sfondato la barriera del 37%, riducendo ai minimi termini la "Lega degli amministratori".

6) Degli altri sconfitti minori, dei "due capponi di Renzo", come qualcuno li ha brillantemente definiti, visto che hanno continuato a beccarsi per tutta la campagna elettorale e non hanno smesso manco dopo, cioè Renzi e Calenda, non varrebbe la pena manco parlare, se non - oltre che per esternare il nostro disprezzo per i due più megalomani, narcisisti e solipsisti personaggi della politica italiana - per aggiungere che la loro miserabile "figuretta" e il loro auto-massacro dovrebbero ricevere gli omaggi e i ringraziamenti di Tajani che, grazie ai due sciagurati che gli hanno sgomberato il campo centrista autoannullandosi, ha ridato vita, anche qui a sorpresa, ad una Forza Italia che sembrava defunta con il suo fondatore. FI diviene così, anche grazie allo scavalco della Lega, forza stabilizzante del governo Meloni che, sull'onda di un quasi 48% globale (4,5 punti in più rispetto alle politiche) si candida a durare, salvo clamorosi imprevisti, fino al termine della legislatura, data la permanente frammentazione delle opposizioni che il successo del PD non credo basterà a colmare, almeno a livello nazionale. Resta da dire di AVS. L'exploit europeo, come altri casi del passato di voto di opinione alle Europee, potrebbe rimanere circoscritto e non dare effetti significativi a livello nazionale, oppure fare da starter per un ruolo significativo nella politica italiana. Spetterà alla coppia Fratoianni- Bonelli (definita sovente del "gatto e la volpe", laddove però è piuttosto il primo ad aver già dato, fin dalla militanza nel movimento no-global di inizio secolo, prova della propria abilità manovriera) dimostrare di aver forza e progetto strategici, oltre che buone trovate tattiche, evitando di venir cooptati come ruota di scorta del PD, ma soprattutto dotandosi di strutture locali forti e significative e di una presenza costante nei movimenti e nelle lotte sociali e sindacali (e ivi, magari evitando, o almeno ridimensionando, l'evidente collateralismo attuale con la Cgil).

Piero Bernocchi


p.s. non ho dedicato rilievo ad una fatto comunque "storico", la prevalenza, per la prima volta nella storia delle elezioni nazionali italiane, dell'astensionismo che ha battuto la partecipazione elettorale: ben 26 milioni e trecentomila italiani/e non sono andati a votare (il 51% circa). Pur essendo il sottoscritto un militante politico e sindacale con circa 58 anni di, spero rispettabile, impegno sociale globale e permanente, nazionale e internazionale, innumerevoli volte mi sono astenuto alle elezioni politiche. Pur tuttavia, non ho dato mai all'astensione (anzi ho scritto un saggio contro questa visione illusoria delle elezioni , che si può leggere nel mio sito www.pierobernocchi.it) valenza salvifica o progressista, tanto meno in Italia dove i partiti hanno imparato da tempo a scrollare le spalle di fronte a cifre di astensione persino così abnormi, continuando tranquillamente per la propria strada. Resta il fatto però che, seppur ininfluente sui comportamenti dei singoli partiti, è fuor di dubbio che il fatto di verificare, come politica istituzionale, il distacco dal voto del 51% della popolazione, fottendosene poi alla grande, getta un vistoso discredito sulla democrazia liberale e agevola indubbiamente la propaganda dei regimi illiberali, autoritari o apertamente dittatoriali nei confronti di quella che avranno sempre più credito a definire "democrazia illusoria e non sostanziale", per la quale, dunque, non varrebbe manco la pena di battersi in sua difesa.


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giovedì 13 luglio 2023

L’AGGRESSIONE DI PUTIN CONTINUA A RAFFORZARE LA NATO

di Piero Bernocchi e Roberto Massari


L'assoluta dipendenza di putin dai mercenari wagner e l'ingigantimento della nato

 

Sulla sorte di Gerasimov e dei vari "generaloni" russi, chissà. Ma quello che oramai è certo è l'assoluta dipendenza fisiologica del putinismo dai mercenari Wagner, come e peggio di un signorotto medioevale o rinascimentale. Altro che Prigozhin strapazzato, sconfitto, emarginato, mandato in esilio, forse processato, o addirittura a rischio di esecuzione sommaria! Ricevuto al Cremlino in pompa magna da Putin il 29 giugno, cinque giorni dopo il presunto "golpe", dopo aver scorazzato tra San Pietroburgo e Mosca (altro che in esilio carcerario in Bielorussia!), ha contrattato da posizioni di forza il ritorno dei "wagneriani" sul campo di battaglia ucraino, senza il quale ritorno l'esercito "regolare" russo è alla  frutta, privo di motivazioni, mandato allo sbaraglio da chi follemente aveva creduto alle favole che le intelligences raccontano spesso ai propri satrapi per assecondarli: e cioè che in Ucraina folle festanti avrebbero atteso e sostenuto i "liberatori" e che l'invasione sarebbe stata una passeggiata. E senza contare il ruolo decisivo dei mercenari in Africa per il controllo di vasti territori e delle ricchezze saccheggiabili per l'imperialismo "neozarista" russo.

Nel frattempo, si ingigantiscono gli effetti pro-Nato della demenziale impresa putiniana. Non solo il boia Erdogan, fino a ieri assai ben disposto verso la Russia, si "gonfia" sempre più, dando il placet (e ne avrà in cambio, si può ragionevolmente temere, mano libera nei confronti dei nostri carissimi/e curdi/e) all'ingresso nella Nato della Svezia, dopo quello già "concesso" alla Finlandia, ma addirittura si pronuncia a favore pure dell'ingresso dell'Ucraina. Ci mancano solo Svizzera e Austria...In un colpo solo la Nato, mai così screditata dopo l'abbandono/tradimento Usa, in sequenza, dei siriani, dei curdi e soprattutto degli afgani, usati e poi lasciati alla mercè dei talebani, e proprio quando gran parte del mondo filostatunitense pensava di non potersi più fidare degli Usa, è stata rilanciata dalla sciagurata impresa di Putin. Con lo sconcertante effetto di veder divenire il novello Zar di fatto il miglior "propagandista oggettivo" di Nato e Stati Uniti, consentendo loro di ottenere in poco più di un anno il massimo di presenza, di diffusione, di forza e di prestigio globali, a livelli mai raggiunti in precedenza, neanche nei momenti più drammatici della "guerra fredda" e delle paure occidentali nei confronti dell'"orso sovietico". 

Immagino con quanta "gioia" da parte del governo cinese che tanto aveva cercato, e in parte ottenuto (cfr. il successo in Europa della "Via della Seta" e degli accordi con la Cina), l'effetto opposto, cioè il massimo indebolimento possibile del mondo Usa/Nato , ben sapendo di essere il vero "bersaglio grosso" di quel mondo. Che, in effetti, fino alla sciagurata impresa putiniana, su tale bersaglio era concentrato.

 

Piero Bernocchi

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Caro Piero, come ti capisco.

Per ragioni anagrafiche e scelte politiche tu ed io cominciammo a lottare nella seconda metà degli anni ’60 quando la Nato era vista come il nemico numero uno da alcuni di noi, o come il male minore da alcuni altri. C’era il Vietnam, c’erano i golpes della Cia in America latina, c’erano i piani eversivi di destra foraggiati da soldi statunitensi, c’era l’incubo nucleare e c’era la cosiddetta «guerra fredda». Come non lottare contro la Nato (ma anche contro il Patto di Varsavia per quelli di noi - minoranza assoluta in Italia - che sapevano quanto reazionario fosse il regime sovietico e i regimi fantoccio che lo circondavano nel suo Impero).

Bisognava essere di destra o di centro-destra per parlar bene (apertamente, intendo) della Nato, ma non dell’estrema destra che ne parlava malissimo. Sapevamo che anche nel mondo socialdemocratico e piccista italiano c’erano degli strenui sostenitori della Nato (dal veccho Saragat a Ugo Pecchioli), ma l’atmosfera generale (anche per il discredito dovuto ai piani Solo, Stay-behind ecc.) li costringeva a tenere un profilo basso, così basso da rasentare la segretezza. Fu il caso di Pecchioli (di cui all’epoca, 2ª metà degli anni ’70, esaminavo attentamente le mosse e gli spostamenti negli Usa). [Per i giovani che possono non sapere di chi sto parlando, Pecchioli era l’incaricato speciale per le questioni militari e poliziesche del Pci, riparato dietro lo schermo della «Riforma dello Stato e della lotta a mafia e terrorismo». In realtà fu il vero e primo dirigente «comunista» filo-Nato che spalancò la strada a Enrico Berlinguer, a D’Alema ecc.]

Non tutti i Paesi europei erano entrati nella Nato negli anni della Guerra fredda, e qualcuno recalcitrava (la Francia gollista uscì dal comando Nato nel 1966 e de Gaulle non mandò mai giù veramente il rospo).

Insomma tu ed io siamo di una generazione che ha sempre ritenuto che fosse interesse dei popoli uscire dalla Nato. E credevamo che così la pensasse la maggioranza della sinistra a sinistra del Pci. E invece arrivò Rifondazione comunista a rimescolare le carte, togliendo l’uscita dalla Nato dai temi del suo programma e, giunta al governo, esigendo dai suoi parlamentari la disciplina nel votare tutte le missioni di guerra italiane, comprese quelle sotto il cappello della Nato. (Sono i famigerati Forchettoni rossi, di cui si può consultare l'elenco e vedere come votarono nel 2006 nel libro omonimo da me curato.)

Furono tempi duri per chi continuava a lottare contro la Nato. Noi dei Comitati Iraq-libero (anni ’90 e primi Duemila) fummo oggetto di campagne diffamatorie da parte della ex sinistra e della stessa Rifondazione, e a me toccò anche un’ispezione poliziesca per il mio ruolo in quei comitati. Negli anni ’60 non sarebbe accaduto perché all’epoca la lotta contro la Nato non costituiva un fattore d’isolamento morale o culturale, per lo meno a sinistra, ma anche per gran parte del mondo cattolico. Certo restava sempre l’indifferenza se non una vera e propria complicità nei riguardi del Patto di Varsavia della quale la ex sinistra italiana non si è mai liberata. Un peccato originale che si continua a pagare.

domenica 21 maggio 2023

IMAGINARIOS DE LA REVOLUCIÓN. UNA INVITACIÓN A LA LECTURA DEL 18 BRUMARIO DE LUIS BONAPARTE

A los 140 años de la muerte de Marx


por Horacio Tarcus

(Historiador argentino, fundador del Centro de Documentación e Investigación de la Cultura de Izquierdas [CeDInCI], miembro de la redacción internacional de Utopía Roja)

Una instalación artística de Marx en Tréveris [Tier, Trèves, Treviri], Alemania

Las revoluciones republicanas y democráticas que se expandieron en 1848 por Europa occidental, sacudiendo el poder de las monarquías de la Santa Alianza, concluyeron en el lapso de dos o tres años con graves derrotas del movimiento popular. Aunque Europa ya no sería la misma después de la “Primavera de los pueblos”, en 1852 el ciclo revolucionario se había cerrado con una reafirmación del orden imperial en el plano político y una expansión vigorosa del sistema capitalista en buena parte del continente.
El desarrollo del proceso político francés apareció a los ojos de los contemporáneos como sede de una serie de paradojas. La tan anhelada Segunda República francesa no alcanzó a cumplir siquiera cuatro años de vida, frustrando a lo largo de su desarrollo todas las expectativas populares. El triunfador de la primera elección presidencial de la historia francesa, celebrada en diciembre de 1848 bajo el régimen del sufragio universal masculino, no fue el general Cavaignac, representante de los republicanos moderados (cosechó apenas el 19% de los votos), ni mucho menos Ledru-Rollin, exponente de los demócratas-socialistas que habían llevado a cabo la Revolución de Febrero de 1848 (que alcanzó un escaso 5%). Quien conquistó una victoria arrasadora (74% de los votos) en esa primera elección republicana fue Luis Napoleón, sobrino de Napoleón I y último heredero de una dinastía imperial, los Bonaparte.
Este actor hasta poco tiempo antes externo al juego político —Luis Napoleón había vivido casi treinta años fuera de Francia—, regresó a su país poco después de la Revolución de Febrero. A pesar de no formar parte de ninguno de los partidos en pugna ni contar con un órgano de prensa, no tardó en instalarse en el centro de la escena pública. En un escenario de crisis política, el carácter difuso de su ideología contribuyó a que diversos sectores sociales y fuerzas políticas se vieran representadas en él. Mientras se enfrentaba a una Asamblea Nacional dominada por sectores conservadores que querían retornar al voto censitario (un sistema electoral que restringía el derecho de voto a los propietarios y dejaba fuera a tres millones de franceses), el sobrino de Napoleón Bonaparte conquistó la adhesión de numerosos artesanos y trabajadores. Su oposición a la Ley Falloux, sancionada por la Asamblea y favorable a la enseñanza religiosa, le granjeó la simpatía de la burguesía anticlerical, al mismo tiempo que su defensa del orden y la tradición tras los tiempos agitados de la Revolución le valieron el apoyo de los católicos. Los campesinos de la Francia rural, ajenos en gran medida al juego político que se libraba en París e incapaces de construir su propia representación política, vieron sobre todo en Luis Bonaparte a un protector, el heredero natural de una Francia gloriosa, mientras que los republicanos moderados, incapaces de postular a uno de sus propios hombres, confiaron en su propia capacidad para mantenerlo bajo control.

RED UTOPIA ROJA – Principles / Principios / Princìpi / Principes / Princípios

a) The end does not justify the means, but the means which we use must reflect the essence of the end.

b) Support for the struggle of all peoples against imperialism and/or for their self determination, independently of their political leaderships.

c) For the autonomy and total independence from the political projects of capitalism.

d) The unity of the workers of the world - intellectual and physical workers, without ideological discrimination of any kind (apart from the basics of anti-capitalism, anti-imperialism and of socialism).

e) Fight against political bureaucracies, for direct and councils democracy.

f) Save all life on the Planet, save humanity.

g) For a Red Utopist, cultural work and artistic creation in particular, represent the noblest revolutionary attempt to fight against fear and death. Each creation is an act of love for life, and at the same time a proposal for humanization.

* * *

a) El fin no justifica los medios, y en los medios que empleamos debe estar reflejada la esencia del fin.

b) Apoyo a las luchas de todos los pueblos contra el imperialismo y/o por su autodeterminación, independientemente de sus direcciones políticas.

c) Por la autonomía y la independencia total respecto a los proyectos políticos del capitalismo.

d) Unidad del mundo del trabajo intelectual y físico, sin discriminaciones ideológicas de ningún tipo, fuera de la identidad “anticapitalista, antiimperialista y por el socialismo”.

e) Lucha contra las burocracias políticas, por la democracia directa y consejista.

f) Salvar la vida sobre la Tierra, salvar a la humanidad.

g) Para un Utopista Rojo el trabajo cultural y la creación artística en particular son el más noble intento revolucionario de lucha contra los miedos y la muerte. Toda creación es un acto de amor a la vida, por lo mismo es una propuesta de humanización.

* * *

a) Il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi che impieghiamo dev’essere riflessa l’essenza del fine.

b) Sostegno alle lotte di tutti i popoli contro l’imperialismo e/o per la loro autodeterminazione, indipendentemente dalle loro direzioni politiche.

c) Per l’autonomia e l’indipendenza totale dai progetti politici del capitalismo.

d) Unità del mondo del lavoro mentale e materiale, senza discriminazioni ideologiche di alcun tipo (a parte le «basi anticapitaliste, antimperialiste e per il socialismo».

e) Lotta contro le burocrazie politiche, per la democrazia diretta e consigliare.

f) Salvare la vita sulla Terra, salvare l’umanità.

g) Per un Utopista Rosso il lavoro culturale e la creazione artistica in particolare rappresentano il più nobile tentativo rivoluzionario per lottare contro le paure e la morte. Ogni creazione è un atto d’amore per la vita, e allo stesso tempo una proposta di umanizzazione.

* * *

a) La fin ne justifie pas les moyens, et dans les moyens que nous utilisons doit apparaître l'essence de la fin projetée.

b) Appui aux luttes de tous les peuples menées contre l'impérialisme et/ou pour leur autodétermination, indépendamment de leurs directions politiques.

c) Pour l'autonomie et la totale indépendance par rapport aux projets politiques du capitalisme.

d) Unité du monde du travail intellectuel et manuel, sans discriminations idéologiques d'aucun type, en dehors de l'identité "anticapitaliste, anti-impérialiste et pour le socialisme".

e) Lutte contre les bureaucraties politiques, et pour la démocratie directe et conseilliste.

f) Sauver la vie sur Terre, sauver l'Humanité.

g) Pour un Utopiste Rouge, le travail culturel, et plus particulièrement la création artistique, représentent la plus noble tentative révolutionnaire pour lutter contre la peur et contre la mort. Toute création est un acte d'amour pour la vie, et en même temps une proposition d'humanisation.

* * *

a) O fim não justifica os médios, e os médios utilizados devem reflectir a essência do fim.

b) Apoio às lutas de todos os povos contra o imperialismo e/ou pela auto-determinação, independentemente das direcções políticas deles.

c) Pela autonomia e a independência respeito total para com os projectos políticos do capitalismo.

d) Unidade do mundo do trabalho intelectual e físico, sem discriminações ideológicas de nenhum tipo, fora da identidade “anti-capitalista, anti-imperialista e pelo socialismo”.

e) Luta contra as burocracias políticas, pela democracia directa e dos conselhos.

f) Salvar a vida na Terra, salvar a humanidade.

g) Para um Utopista Vermelho o trabalho cultural e a criação artística em particular representam os mais nobres tentativos revolucionários por lutar contra os medos e a morte. Cada criação é um ato de amor para com a vida e, no mesmo tempo, uma proposta de humanização.