L’associazione Utopia rossa considera suo fondamento politico il principio secondo cui il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi si deve riflettere l’essenza del fine. Non ha programmi politici, come del resto non ne aveva la Prima internazionale. Nonostante le più diverse provenienze ideologiche dei suoi sostenitori, essa ritiene che l’anticapitalismo dilagato dopo l’inizio dell’Antirivoluzione russa (dicembre 1917) sia stato motivato fondamentalmente da idee precapitalistiche, cioè retrograde, e non da progetti di civiltà in grado di superare il capitalismo sviluppando ulteriormente i suoi modelli di democrazia. Ciò spiega anche il prevalere, nella storia della cosiddetta «sinistra», di simpatie per i regimi dittatoriali di ogni specie e colore. Utopia rossa si batte contro l’ulteriore diffusione di ideologie precapitalistiche vecchie e nuove (in campo politico, culturale, ecologico, religioso ecc.), come parte della sua battaglia per il superamento del capitalismo, se si vuole salvare la vita sulla Terra con la sua umanità. In questo senso la sua utopia continua ad essere rossa.

The Red Utopia association considers its political foundation to be the principle that the end does not justify the means, but that the means must reflect the essence of the end. It has no political program, just as the First International did not. Despite the diverse ideological backgrounds of its supporters, it believes that the anti-capitalism that spread after the start of the Russian Anti-Revolution (December 1917) was fundamentally motivated by pre-capitalist – that is, retrograde – ideas, and not by civilizational projects capable of overcoming capitalism and of further developing its democratic models. This also explains the prevalence, throughout the history of the so-called «left», of sympathies for dictatorial regimes of all kinds and colors. Red Utopia fights against the further spread of old and new pre-capitalist ideologies (in the political, cultural, ecological, religious, and other fields) as part of its battle to overcome capitalism, if life on Earth, including its humanity, is to be saved. In this sense, its utopia remains red.

PER SAPERNE DI PIÙ CI SONO UNA COLLANA DI LIBRI E UN BLOG IN VARIE LINGUE…

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mercoledì 15 novembre 2017

CRISI POLITICA IN ARABIA SAUDITA E LIBANO, di Pier Francesco Zarcone

Saad Hariri, 24 ottobre 2017 © Mohamed Azakir
Non stupisce che si tratti dell’argomento del momento per i media di mezzo mondo, giacché siamo in presenza di crisi di notevole portata che potrebbero squilibrare ancor di più il già squilibrato Vicino Oriente. E si tratta di due fatti fra loro probabilmente collegati.

LA CRISI SAUDITA

In Arabia Saudita il nuovo principe ereditario Muhammad bin Salman (nuovo perché il precedente, suo cugino Muhammad bin Nayef, è stato silurato dal medesimo padre e monarca che l’aveva designato - e non si sa quanto tutto ciò sia stato spontaneo) ha scatenato una vasta epurazione colpendo “intoccabili” che tali in fondo non erano, con l’evidente proposito di mettere in sicurezza il potere che al momento in buona parte già possiede e che domani sarà suo anche formalmente.
Gli eventi si sono svolti con tale rapidità da rivelare che il piano era già stato preparato da un certo tempo. Il 4 novembre vi sono stati due decreti di re Salman: uno destituiva il capo di Stato maggiore della Marina, licenziava il ministro dell’Economia e il capo della Guardia nazionale - vale a dire il principe Mutaib, figlio del defunto re Abd Allah e fino a poco prima figura potentissima; l’altro istituiva una Commissione anticorruzione sotto la presidenza dello stesso Muhammad bin Salman. È anche entrata in vigore una nuova e pesante legge antiterrorismo, che fra l’altro comminerà dai 5 ai 10 anni di carcere per insulto pubblico al re e/o all’erede al trono.
Nel giro di poche ore tale Commissione accusava di appropriazione indebita undici principi, quattro ministri in carica e trentotto ex ministri - al cui immediato arresto provvedeva il nuovo comandante della Guardia nazionale - alcuni di essi indagati anche ai sensi della neonata legge antiterrorismo. Nello stesso giorno si dava notizia del sequestro di beni e conti bancari degli inquisiti, proprietà e denaro che in caso di una loro condanna andranno al Tesoro nazionale.
Dal punto di vista della pura cronaca l’accusa di corruzione assomiglia allo scandalo hollywoodiano delle molestie sessuali: è infatti più che risaputo che in Arabia Saudita ciò riguarda in particolare i membri di quella vera e propria legione che è la famiglia reale; ma oggi è invece presentata come fonte di inaudito scandalo. I nomi “illustri” colpiti da re Salman portano a ritenere che si tratti di un’epurazione per la sicurezza del nuovo erede, piuttosto che rivolta a moralizzare la vita pubblica del Paese. Non pare azzardato dire che bin Salman stia sostituendo la “propria” autocrazia alla tradizionale oligarchia degli affari.
Se è vero (ma è tutto da vedere) che egli abbia neutralizzato avversari e nemici, ci sono segnali tali da far pensare a sue manovre per ottenere consenso popolare in un Paese in cui i giovani sotto i trent’anni sono il 70% della popolazione, composta al 51% da donne; a meno che non intenda avvalersi - pericolosamente - del solo esercizio del potere regio. Dovrebbero far parte della prima ipotesi i recenti provvedimenti di “modernizzazione”: bin Salman ha consentito l’apertura di cinema e l’organizzazione di concerti (prima vietati), e alle donne di guidare l’auto da sole a partire dal 2018; pare poi che abolirà la temibile polizia religiosa e il “tutorato” maschile sulle donne, e ha inoltre annunciato di voler trasformare l’Islam wahhabita del suo Paese per normalizzare i rapporti col resto del mondo sunnita. Nel frattempo ha fatto arrestare più di mille imām e teologi wahhabiti. Tra i suoi propositi di riforma religiosa c’è anche quello di rivedere criticamente i detti del Profeta (che costituiscono la Sunna, la «tradizione» sunnita), così da eliminarne quelli violenti o contraddittori. Nel mondo musulmano sunnita sarebbe qualcosa di sconvolgente. Staremo a vedere.
Con tutta probabilità - se bin Salman resterà in sella - l’Arabia Saudita passerebbe da una tirannide oscurantista ad una di tipo più o meno “illuminato”. Quali possibilità di manovra si aprano per i vari attori regionali nel Vicino Oriente è presto per dirlo, ma ne analizzeremo fra breve i maggiori sommovimenti.
Muhammad bin Salman è un personaggio che usa la forza senza problemi, non solo in politica interna: sua è infatti la responsabilità dell’aggressione allo Yemen in funzione anti-iraniana. Non si tratta di un’operazione brillante, dato che le truppe saudite le stanno “prendendo alla grande” dai ribelli sciiti Houthi e dagli Yemeniti che vogliono in ogni caso respingere questa nuova e sanguinosa avventura del tradizionale nemico saudita.
E forse la crisi governativa libanese va letta anche in rapporto agli eventi yemeniti. Nella storia non sarebbe la prima volta che un regime incapace di vincere su un fronte bellico già esistente cerchi di uscire dall’impasse aprendone un altro - nel nostro caso, in Libano. E se così fosse, non vi è dubbio che bin Salman starebbe giocando una carta pericolosa, capace di ritorcerglisi contro. Infatti, nell’ipotesi dell’aggravarsi della crisi con un più diretto coinvolgimento dell’Iran, si dovrà vedere in quale modo l’erede al trono riuscirà a compattare sotto di lui la società saudita (pur sempre fatta tradizionalmente da sudditi e tutt’altro che unita) mentre ne sconquassa i vertici operativi: corrotti sì, ma pur sempre con una certa esperienza.

LA CRISI LIBANESE

L’inizio di tale crisi va contestualizzato. Non solo per l’Arabia Saudita la guerra va malissimo nello Yemen, ma in Iraq e Siria l’Isis e i jihadisti da essa foraggiati sono stati ormai sconfitti sul campo, e non certo grazie alla fantasmatica “coalizione a guida Usa”, ma essenzialmente per la discesa in campo della Russia, dell’Hezbollāh libanese, di varie milizie popolari sciite e di “consiglieri” iraniani. È una sconfitta per l’Arabia Saudita, tanto più che può dirmi ormai aperto il cosiddetto “corridoio sciita” - da Teheran passando per Baghdad, e arrivando a Damasco e Beirut. A questo si aggiunga che il Qatar (anch’esso con governo wahhabita, ma nei giochi di potere le comunanze religiose non valgono nulla), grazie ai rifornimenti iraniani, non è stato messo in ginocchio dal blocco saudita, e che quindi Teheran - con un governo del Bahrein non molto stabile per l’agitazione della maggioranza sciita, con quella bomba ad orologeria che è la presenza sciita in zone petrolifere dell’Arabia Saudita e con gli Emirati Arabi Uniti che giustamente tentennano - ha virtualmente i numeri per estendere la sua influenza sul Golfo Persico e sugli stessi Emirati. Un pericolo mortale per Riyad.

domenica 22 ottobre 2017

VICINO ORIENTE SENZA PACE, di Pier Francesco Zarcone

«Quando si chiude una porta si apre un portone»: questo proverbio vale anche per il Vicino Oriente, solo che spesso e volentieri il portone è negativo come la porta, se non peggio. Così, sostanzialmente sconfitto l’Isis - per ora - sui campi di battaglia (specificazione da sottolineare), si è subito aperta (o riaperta) - e nel peggiore dei modi - la questione curda. I punti focali sono il Kurdistan iracheno e la città siriana di Raqqa. L’utile premessa è che, mentre in Occidente i Curdi godono di ottima stampa, nel Vicino Oriente invece non ne godono alcuna, anzi! Verso di loro ostilità e diffidenza sono al massimo grado: farebbe ottimi affari un ipotetico bookmaker che volesse raccogliere scommesse sul fatto che le indipendenze regionali curde, o la creazione di uno Stato curdo unitario, aprirebbe la via a un massiccio scannamento fra le attuali fazioni curde, cosa peraltro in linea con la loro storia.
Nel Kurdistan iracheno il referendum indipendentista voluto e vinto da Masʿūd Barzani ha dato il via all’offensiva del governo di Baghdad per la ripresa di Kirkuk e dei suoi pozzi petroliferi, che milizie curde avevano occupato in funzione anti-Isis dopo il 2014 (chi in loco pensa male sostiene invece che ciò sia avvenuto con la connivenza dell’Isis). Gli organi di “informazione” occidentali non hanno dato importanza al fatto che le forze irachene che hanno rioccupato Kirkuk e dintorni sono state accolte da manifestazioni popolari di giubilo: in pratica come liberatrici.
Il referendum di Barzani ha rivelato una spaccatura politica di non piccola importanza all’interno del Kurdistan iracheno. Il partito Gorran - «Cambiamento» - di ʿUmar Said Ali si era opposto alla consultazione independentista: si tratta di un gruppo che nel Parlamento regionale curdo dispone di quasi un quarto dei seggi (24), cioè più dell’Upk [Unione Patriottica del Kurdistan] del clan dei Talabani (18) - tradizionale avversario di quello dei Barzani - e un po’ meno del partito di Barzani (38); infatti il Gorran vuole l’autonomia curda nell’ambito dell’unità irachena.
Qualcuno si è meravigliato per la caduta di questa città in mani irachene praticamente senza combattimenti, ma forse non sa che l’Upk aveva il controllo di circa metà del totale dei Peshmerga, i quali erano in maggioranza proprio a Kirkuk; e ora il nuovo governatore della zona è Rizgar Ali, dirigente dell’Upk. Ora ci sarà da vedere se le truppe di Baghdad procederanno o no contro il Kurdistan iracheno, e queste truppe sono per lo più milizie sciite che rispondono ai loro capi in Iraq e all’Iran, che nella lotta ai Curdi sta operando alla luce del sole. Il timore della loro “mano pesante” è alla base della fuga in massa della popolazione curda da Kirkuk (dove peraltro non era maggioritaria).
L’offensiva irachena su Kirkuk è stata accompagnata da un brutto segnale politico per i Curdi: gli Stati Uniti, che li avevano coccolati e illusi, si sono affrettati a mostrarsi neutrali nella contesa con Baghdad.
L’ombra di questa “disinvoltura” potrebbe proiettarsi anche sui Curdi siriani. Essi hanno espugnato Raqqa, o meglio, le sue macerie, giacché (altro particolare su cui in Occidente si tace) non riuscendo a superare la resistenza dell’Isis le milizie curde hanno chiesto aiuto all’aviazione statunitense, che come d’uso ha saturato di bombe la città. Di qui verranno ulteriori guai, non riducibili ai soli miliziani del “califfato” riusciti a fuggire e che inevitabilmente ritroveremo in azione nei paesi di provenienza.

domenica 11 giugno 2017

L’IRAN E IL VIRUS JIHADISTA, di Pier Francesco Zarcone

IN DUE LINGUE (Italiano, Inglese)

© US Central Intelligence Agency
Le azioni terroristiche jihadiste (cioè sunnite) del 7 giugno a Teheran hanno suscitato un po’ di sconcerto in alcuni media occidentali, che consideravano l’Iran una specie di fortezza impenetrabile per il terrorismo sunnita. Si trattava di un’impenetrabilità non reale, che poteva apparire tale solo per la mancata attenzione alle notizie diffuse in Iran, dove l’attività dell’Isis è precedente agli attentati predetti.
In Iran l’Isis è fonte di problemi per la sua capacità di saldarsi con i fermenti che esistono fra le minoranze sunnite esistenti nel paese. In esse potrebbe agire anche l’Arabia Saudita, e in proposito si ricordi che a maggio il principe Mohammad bin Salman, ministro della Difesa saudita, aveva formulato esplicite minacce all’Iran, sostenendo: «Non aspetteremo che la battaglia sia in Arabia Saudita. Invece, lavoreremo in modo che la battaglia sia in Iran».
Quindi, se gli Stati Uniti sono il grande nemico dell’Iran dal tempo della Rivoluzione islamica, oggi in campo ce ne sono altri due: l’Isis e Riyad.
L’Iran - cuore e roccaforte sciita nel mondo musulmano - non è omogeneo dal punto di vista etnico e religioso. Non si dispone di stime ufficiali, per cui ci si deve basare sui dati forniti dalla Cia (!): i Persiani sarebbero il 61-65% della popolazione, seguirebbero gli Azeri al 16%, i Curdi al 10%, i Luristani al 6%, un 2% di Arabi, Beluci e Turchi, più un restante 1% da ripartire fra altre etnie minori.
In merito a questa composizione vanno rilevati due aspetti: da un lato il livello di integrazione fra tali etnie è abbastanza alto, tant’è che i vertici politici e sociali non sono tutti persiani; dall’altro però ci sono stati conflitti con movimenti indipendentisti in Khuzestan, Kurdistan e Belucistan (regioni a forte presenza sunnita), dove il fuoco cova sotto la cenere oppure è acceso.
L’integrazione riguarda meno le differenze religiose. La religione ufficiale in Iran è lo Sciismo duodecimano, a cui appartiene circa il 90% della popolazione, l’8% è sunnita (per lo più Khuzestani, Curdi, Beluci e Turkmeni) e il restante 2% va ripartito fra le minoranze non musulmane (Zoroastriani, Bahá’í, Ebrei, Cristiani orientali, Yezidi, Induisti ecc.).
Per l’Iran la minaccia jihadista sunnita ha cominciato a concretizzarsi con la presa di Mosul da parte dell’Isis. Al che gli Iraniani procedettero a una sorta di “blindatura” della frontiera con l’Iraq.
All’inizio dell’estate del 2014 il portavoce del ministero dell’Interno di Teheran comunicò che in quella frontiera non esistevano “vuoti di sicurezza”, e il comandante delle Forze terrestri, generale Kiumars Heidari, riaffermò il concetto e negò che i terroristi operanti in Iraq fossero una minaccia per l’Iran. A luglio il capo della Polizia, generale Ismail Ahmadi Moqaddam, comunicò che nessun gruppo armato dell’Isis aveva potuto varcare la frontiera.
Comunque a maggio del 2016 l’Iran stabilì una “fascia di dissuasione” larga 40 km in territorio iracheno, a ridosso della frontiera fra i due paesi: ogni violazione avrebbe comportato una risposta militare iraniana. Fra 2014 e 2015 l’Isis si avvicinò di 12 km a quella fascia, e cinque brigate dell’esercito iraniano furono allertate. Tuttavia la zona di sicurezza non venne massicciamente violata, all’epoca.

giovedì 8 giugno 2017

DOHA, ANKARA, RIYAD, TEHERAN: LA CRISI SI FA INTRICATA, di Pier Francesco Zarcone

Oggi più che mai nel Vicino Oriente il già variabile gioco delle alleanze risponde alle contingenze del momento, con giri di valzer improvvisi mediante cui “verso sera” ci si trova sullo stesso fronte di chi “fino alla mattina” era nemico. Ne deriva una confusione pericolosa anche per i disinvolti attori locali, che rischiano di perdere l’orientamento e di indebolirsi sul piano interno, poiché lì nessuno di loro è privo di grossi problemi.

DOHA E ANKARA

Due notizie riguardo alla crisi qatariota sono importanti, in quanto ne attestano la potenziale pericolosità. La prima è che il Qatar ha mobilitato le sue Forze armate: in sé la cosa sarebbe risibile poiché si tratta di truppe essenzialmente mercenarie, come mostrano le foto delle sfilate militari in cui abbondano i soldati di pelle nera, e quindi tutt’altro che arabi. Inoltre un comunicato ufficiale del Qatar mostra la “faccia feroce” annunciando che navi e aerei dei Sauditi o di loro alleati che violassero cieli e acque qatarioti sarebbero colpiti. Vero è che l’esercito saudita (in Yemen lo sta dimostrando) è da barzelletta, tuttavia è sempre meglio star sicuri; e qui interviene la seconda notizia, meno comica della prima: il Parlamento turco ha approvato uno schieramento di truppe - fino a 3.000 uomini - in Qatar.
In quel paese la Turchia, a seguito di un accordo del 2014, ha cominciato la costruzione di una base militare capace di ospitare fino a 5.000 soldati. Oggi ce ne sono 150. L’iniziativa di Ankara fa alzare potenzialmente il livello di un possibile scontro e attesta che la Fratellanza Musulmana (appoggiata dal Qatar) può contare ancora sull’alleanza con la Turchia di Erdoğan. Si tenga presente, infine, che fra Turchia e Qatar esiste un accordo difensivo in base al quale Ankara si impegna a intervenire in caso di attacco a Doha.
A navigare senza bussola è proprio il presidente turco. Lo “stato degli atti” che lo riguarda è il seguente: da un’iniziale (e non breve) benevolenza verso il regime di Assad è passato all’ostilità attiva, rischiando pure di urtarsi con la Russia; poi le mutevoli circostanze del Vicino Oriente l’hanno portato a cercare un accordo con Mosca, e quindi si è in parte defilato dal fronte anti-Assad, assumendo posizioni concilianti verso Damasco e anche verso Teheran; le polemiche sull’appoggio statunitense al fallito golpe imputato a Fethullah Gülen e il sostegno militare di Washington alle milizie curde in Siria (sicuramente legate al Pkk di Turchia) non hanno certo contribuito ai buoni rapporti con gli Stati Uniti. È probabilissimo che alla fine gli Usa scarichino i Curdi come tanti altri loro “alleati” del passato, ma allo stato delle cose sono proprio i Curdi ad attaccare Raqqa con armi statunitensi.
Oggi - poiché è assai difficile che la rottura delle petromonarchie arabe col Qatar sia avvenuta senza il placet di Washington - la Turchia di Erdoğan è più schierata di ieri al lato di Teheran, cioè di quello che Trump considera il vero nemico, ben più dell’Isis. Mosca non può che esserne contenta.

RIYAD

I Sauditi sembrano più determinati che mai, ma sotto sotto la situazione non è delle migliori.
Nella Penisola arabica non c’è un compatto fronte saudita, giacché Kuwait e Oman non sembrano intenzionati a seguire Riyad nella “crociata” contro il Qatar. Inoltre l’Iran ha cominciato a fornire generi alimentari al Qatar per via aerea.

martedì 6 giugno 2017

PERCHÉ IL QATAR?, di Pier Francesco Zarcone

IN DUE LINGUE (Italiano, Inglese)

Donald Trump in Arabia Saudita, 21 maggio 2017 © Jonathan Ernst
L’improvvisa rottura dei rapporti diplomatici col Qatar annunciata il 5 giugno da Arabia Saudita, Bahrein, Emirati Arabi Uniti e Yemen innesca una crisi dagli esiti non facilmente prevedibili e rischia di essere un gran pasticcio tanto per chi l’ha voluta quanto per il più che probabile coprotagonista dietro le quinte: gli Stati Uniti.
Non è azzardato sostenere che questa situazione, esplosa a breve distanza dalla visita di Trump in Arabia Saudita, vada collegata proprio con questo viaggio. In tale occasione il presidente Usa ha assunto due posizioni solo formalmente contraddittorie, ma che nella sostanza rivelano l’esistenza di un preciso disegno di ulteriore destabilizzazione nell’area.
Da un lato egli si è prodotto in esternazioni contro il terrorismo jihadista, ma da un altro ha indicato nell’Iran il suo grande nemico. Quindi per un verso si è schierato con quella Arabia Saudita che ha diffuso nel mondo e alimentato il vero brodo di coltura di quel terrorismo, cioè il radicalismo islamico wahhabita, e per un altro se la prende con l’Iran che di quel terrorismo non è diffusore, non foss’altro perché il jihadismo è sunnita mentre lo Stato iraniano è sciita. L’Iran c’entra eccome nella crisi qatariota, ma non come unico fattore.
La questione è complessa e va in qualche modo inquadrata.
Nell’ottica di Trump si deve porre rimedio a due “errori” commessi dagli Stati Uniti nel Vicino Oriente: il primo consiste nell’abbattimento del regime di Saddam Husayn, con la conseguenza di aver permesso di acquisire potere alla maggioranza sciita irachena, estendendosì così l’influenza iraniana nella regione, ampliatasi poi con la crisi siriana; il secondo sta nello “sdoganamento” dell’Iran compiuto dall’amministrazione Obama con il raggiungimento di un accordo con Teheran sulla questione del nucleare. Il logico esito di ciò sta per Trump nel rafforzamento dei legami con Israele e l’Arabia Saudita.
Da questo punto di vista il Qatar diventava un obiettivo a motivo della sua politica ambigua e opportunista. Al vertice di Riyad del 20 e 21 maggio il governo di questo piccolo Stato non ha manifestato adesione ai programmi dei Sauditi - condivisi da Trump - e in più i media qatarioti hanno diffuso le infiammate dichiarazioni dell’emiro Tamim bin Hamad al-Thani contro le decisioni di quella riunione: vale a dire le linee contrarie all’Iran, alla Fratellanza Musulmana e al movimento palestinese Hamas, due organizzazioni che il Qatar sostiene e finanzia. A ciò si aggiunga che il Qatar mantiene ottimi rapporti politici e commerciali con l’Iran.
La mancanza di omogeneità religiosa e ideologica tra Doha e Teheran è del tutto irrilevante, sia perché le politiche orientali hanno logiche particolari - e infatti il Qatar è, non da ieri, notorio sostegno del jihadismo in Siria e Libia - sia perché gli interessi economici hanno il loro peso, e infatti il Qatar condivide con l’Iran anche lo sfruttamento di un ricchissimo giacimento di gas offshore, il South Pars/North Dome.
Già questo è sufficiente perché il Qatar non possa rompere le sue relazioni con Teheran: i due paesi traggono da quel giacimento oltre i due terzi della rispettiva produzione di gas.

mercoledì 29 marzo 2017

YEMEN: UNA GUERRA IMPERIALISTA SILENZIATA, di Pier Francesco Zarcone

IN DUE LINGUE (Italiano, Inglese)

È di questi giorni la notizia che il governo degli Stati Uniti intenderebbe aumentare l'appoggio militare all'Arabia Saudita nella guerra iniziata da questo paese contro lo Yemen. Per la stragrande maggioranza del grande pubblico la notizia può essere sorprendente, giacché il conflitto in corso nello Yemen è quasi una "non-notizia", a motivo di un silenzio pressoché completo dei mass media nostrani. E soprattutto non è detto che i più ne conoscano le cause.

DALLA MONARCHIA ALLA REPUBBLICA

Ai nostri fini la sommaria ricostruzione della travagliata e sanguinosa storia dello Yemen può partire dal 1962, quando un golpe militare appoggiato dal Cairo depose l'ultimo monarca, il giovane imam sciita zaydita Muhammad al-Badr, e venne proclamata la Repubblica.
Tuttavia le tribù delle montagne - rifornite dall'Arabia Saudita - continuarono a sostenere il re, con la conseguenza di una sanguinosissima guerra civile in cui intervennero direttamente truppe egiziane (fu il "piccolo Vietnam" di Nasser).
La guerra civile finì al termine degli anni Sessanta (anche a motivo del disimpegno egiziano per la sconfitta nella Guerra dei sei giorni contro Israele) grazie ad accordi tra Il Cairo e l'Arabia Saudita, la quale sostanzialmente "mollò" al-Badr. Quindi la vittoria fu dei repubblicani. Questo per quanto riguarda lo Yemen settentrionale.
Nel Sud controllato dalla Gran Bretagna, che vi aveva costituito una Federazione Araba Meridionale, dal 1963 il Fronte di Liberazione Nazionale (marxista) aveva iniziato la guerriglia contro i Britannici, costringendo infine Londra a concedere l'indipendenza allo Yemen del Sud, dove nel 1967 si costituì la Repubblica Popolare dello Yemen (diventata nel 1970 Repubblica Democratica Popolare dello Yemen), con capitale Aden, che ebbe il primato di essere l'unico Stato comunista del mondo arabo.
Tentativi di unificazione fra le due Repubbliche yemenite risalgono agli inizi degli anni Settanta, ma senza esito fino al crollo dell'Unione Sovietica.
Nel 1990 Yemen del Nord e del Sud si riunirono. Un'unione infelice, giacché ben presto i comunisti del Sud si resero conto dell'errore commesso e nel 1994 cercarono di effettuare una secessione. L'esercito rimasto fedele al governo unitario, molto più forte di quello secessionista e appoggiato anche da elementi del Sud, domò la ribellione nel corso dello stesso anno.
È interessante notare che i ribelli avevano ricevuto l'aiuto dell'Arabia Saudita che, a prescindere dall'abissale differenza ideologica con costoro, malvedeva l'unificazione yemenita, suscettibile di diventare un polo di attrazione pericoloso per le pretese di egemonia di Riyad sulla Penisola arabica.
A questo punto possiamo saltare fino al presente secolo.

mercoledì 7 settembre 2016

STATO E NAZIONE NEL VICINO ORIENTE, di Pier Francesco Zarcone

L'IMPERIALISMO FRANCO-BRITANNICO E IL CAOS ODIERNO

Per capire in qualche modo l'attuale caos nel Vicino Oriente bisogna risalire ai primi degli anni '20 del secolo scorso, quando dopo la Grande Guerra alcuni politici occidentali (Lloyd George, Clemenceau, Churchill) ridisegnarono la mappa di quella parte di mondo. Giustamente si dice che crearono degli Stati artificiali; tuttavia questa caratteristica viene meglio espressa dal concetto di "comunità immaginate", cioè carenti di storia nella loro forma attuale (con una certa eccezione per la Siria): per esempio, la storia della Mesopotamia non è la stessa cosa della storia dell'Iraq.
In relazione a questo non è casuale che oggi nel Vicino Oriente non manchino quanti collocano la cosiddetta "rivolta araba" dello Sharif hashimita della Mecca, Husayn, dei suoi figli Faysal e Abd Allah e di T.E. Lawrence, tra le cause prime delle attuali disgrazie. Infatti la proposta ricevuta da Gran Bretagna e Francia per appoggiare una rivolta araba contro gli Ottomani e poi costituire uno Stato arabo indipendente fece intendere agli Alleati che esistesse un nazionalismo arabo da loro sfruttabile. È nota la successiva sequenza di illusioni e tradimenti imputabili a Londra e Parigi, ma quel convincimento rimase, al di là dei differenti modi di procedere di ciascuna delle due potenze: la Gran Bretagna in qualche modo cercò di "salvare capra e cavoli", cioè di realizzare i propri interessi imperialistici mediante la creazione di entità statuali arabe, sottoposte al suo controllo indiretto; mentre la Francia preferì il controllo diretto sulla Siria, frantumandola nella Siria attuale e nel Libano. L'obiettivo di entrambe le due potenze rimase quello di condurre all'indipendenza formale entità statuali adeguatamente plasmate e ammorbidite.
Per quanto riguarda l'intervento della Gran Bretagna, avendo come presupposto - errato - l'esistenza di un diffuso nazionalismo arabo, la sua azione imperialistica fu accompagnata dall'illusione che fosse sufficiente aver costituito tre nuovi Stati arabi dalla disgregazione ottomana: Higiaz, Transgiordania, Iraq (il primo sarebbe stato ben presto annesso ai domini di Abd al-Aziz ibn Saud, cioè all'odierna Arabia Saudita). La situazione nel Vicino Oriente e le sue dinamiche - in realtà ignorate dai britannici - erano assai più complesse, e le difficoltà cominciarono subito.
Nonostante le illusioni britanniche, il nazionalismo arabo era l'ideologia di una minoranza di intellettuali urbani non radicati nelle masse, con una non secondaria presenza di Arabi cristiani: non averlo capito fece ritenere (sbagliando) che la Nazione potesse prevalere - per sua forza unificante - sulle religioni, sulle etnie, sulle tribù. La storia avrebbe dimostrato il contrario. In realtà l'unica componente del Vicino Oriente in cui sulla religione possa prevalere il dato linguistico (insieme a quello etnico) è la popolazione curda.
Eppure avrebbe dovuto costituire un campanello d'allarme il dato quantitativo (molto scarso e a pagamento) della partecipazione araba alla ribellione antiottomana (significativa diserzione di truppe non ve ne fu, e solo alcuni ufficiali arabi prigionieri aderirono alla rivolta) e la sua effettiva incidenza militare che, pur includendovi la presa di Aqaba, si ridusse a qualche azione di guerriglia e di sabotaggio, tutto sommato ininfluente sullo sforzo bellico alleato nel fronte del Sinai. (Se si sfugge alle rodomontate di T.E. Lawrence, salta all'occhio che i ribelli arabi nemmeno riuscirono a prendere Medina - tenuta dalle truppe ottomane fin dopo la cessazione delle ostilità - e che il loro ingresso a Damasco prima delle truppe alleate fu dovuto solo alla sensibilità politica del generale Allenby, che scelse di inebriare gli irregolari hashimiti col solo fumo di un "arrosto" che non arrivarono a mangiare.) In definitiva, tenuto conto delle proporzioni, sarebbe meglio parlare di "rivolta hashimita", e basta.

giovedì 14 gennaio 2016

L'ESECUZIONE DI AL-NIMR LEVA DELLA NUOVA STRATEGIA SAUDITA, di Andrea Vento (Gruppo Insegnanti di Geografia Autorganizzati)

L'Arabia Saudita fra crisi di bilancio, repressione interna e riposizionamento regionale

Barack Obama con re Salman, gennaio 2015
Lo scontro diplomatico in atto fra Arabia Saudita e Iran, acceso dall'esecuzione dell'imām sciita Nimr al-Nimr, sta alimentando pericolose tensioni nella martoriata regione mediorientale già lacerata dagli annosi conflitti interni in Iraq e Siria e dall'intervento militare saudita in Yemen, ai quali negli ultimi mesi si sono aggiunti ulteriori preoccupanti focolai: la ripresa della repressione della minoranza curda in Turchia da parte del regime islamista di Ankara, lo spontaneo avvio dell'intifada di Gerusalemme che ha riportato sulla ribalta internazionale l'irrisolta "questione palestinese" e il riacutizzarsi degli scontri fra Israele e Hezbollāh, già aspramente confrontatesi nella "Guerra dei 33 giorni" che insanguinò il Paese dei cedri nell'estate del 2006.
La situazione generale del Medio Oriente, peraltro caratterizzata a partire dall'inizio del XX secolo da una profonda instabilità e da frequenti conflitti, ha raggiunto a inizio 2016 un livello di drammaticità mai registrato in passato, anche in considerazione dell'acuirsi della frattura fra mondo sunnita e sciita, alimentato più dallo scontro fra Riyad e Teheran per l'egemonia regionale che da uno spontaneo movimento dal basso sorto all'interno delle due comunità.
Proviamo a mettere insieme alcuni elementi del complesso quadro etnico-religioso e delle dinamiche geopolitiche in atto per cercare di comprendere le motivazioni che possono aver spinto il regime degli al-Saud a giustiziare il popolare religioso.

sabato 5 dicembre 2015

«POET OF THE WORLD» ASHRAF FAYAD CONDENADO A MUERTE POR APOSTASÍA

Alla Redazione di Utopia Rossa.

Cari compagni e compagne,
ricevo la notizia di un altro attentato alla libertà di coscienza da parte del fanatismo religioso. In questo caso il fanatismo è islamico, ma non mancano esempi recenti di fanatismo cattolico, ebraico, protestante e addirittura di culti tribali africani (che essendo più vicini alla natura dovrebbero anche avere maggiore rispetto per gli esseri umani). Oltre a colpire la libertà di coscienza, qui si colpisce la libertà artistica che è parte importante della libertà di coscienza e a volte (rare volte) la trascende.
Personalmente non vedo utilità a firmare appelli, di qualsiasi natura e per quanto giusti essi siano. Preferisco impegnarmi direttamente per la causa rivoluzionaria, cioè per l'autodifesa della specie a fronte dell'incapacità del capitalismo a farvi fronte. Sono però favorevole ad aiutare la circolazione di questo appello.
Potrei aggiungere che sono membro del World Poetry Movement (Movimiento Poetas del Mundo) da vari anni e che quindi ho una ragione in più per esprimere la mia solidarietà a chi lotta per la salvezza di Ashraf Fayad. Non lo conosco personalmente, ma a lui mi sento vicino per quel tramite meraviglioso e utopico rappresentato dalla poesia.
Domani, a Ostia Antica, durante il Festival della Rocca dei Poeti (affiliato al World Poetry Movement), leggeremo alcune poesie del nostro collega minacciato di morte e qualcuna gli dedicheremo. Non è così che lo salveremo, ma contribuiremo nel piccolo a far circolare il suo messaggio poetico, prolungando così di una goccia la sua esistenza all'interno del grande oceano dell'umanità.
Roberto Massari

ARABIA SAUDÍ ORDENA LA EJECUCIÓN DEL POETA PALESTINO ASHRAF FAYAD POR RENEGAR DEL ISLAM

Fayad ha sido condenado a muerte por un tribunal de Arabia Saudí por apostasía -es decir, negación del Islam-, cargo que el autor ha desmentido de manera categórica.
La verdadera causa parece ser la crítica que encierra su libro Instrucciones en el interior (2008), su influyente posición en la renovación del arte saudí y, también, que grabó imágenes de torturas por parte de la policía religiosa del régimen. Durante el proceso, se ignoró su derecho a disponer de un abogado, y el juez ni siquiera habló con él. Las discriminaciones y el maltrato procesal son habituales en Arabia Saudí con los refugiados palestinos como Fayad.
Riad ha aplicado la pena capital a más de 151 personas este año, la mayoría por decapitación, convirtiéndose en uno de los mayores ejecutores a nivel mundial. Esta cifra supera ya el total de ejecuciones registradas en un solo año en el reino árabe en 1995.
Bajo la ley saudí, los delitos como violación, asesinato, apostasía, robo a mano armada y tráfico de drogas pueden ser castigados con pena de muerte, y varias personas han sido ejecutadas también por acusaciones de brujería.
El Movimiento Poetas del Mundo ha lanzado una campaña para salvar a nuestro poeta, miembro honorífico de nuestra organización que cuenta en sus filas con 46 poetas palestinos y con más de nueve mil poetas a nivel mundial.

LLAMAMOS A TODOS NUESTROS MIEMBROS A FIRMAR LAS PETICIONES QUE CIRCULAN PARA SALVAR LA VIDA DE NUESTRO COMPAÑERO

martedì 16 giugno 2015

LA CRISI YEMENITA, di Pier Francesco Zarcone

LA GUERRA SAUDITA: FORZA O DEBOLEZZA?

In un articolo del 1º aprile scorso - «Yemen: cominciamo a capirci qualcosa», un primo approccio alla questione yemenita - avevamo ipotizzato l'intervento di una coalizione sunnita, sbagliando tuttavia sullo scenario in cui sarebbe avvenuta: cioè a dire, la ipotizzavamo col fittizio ruolo di peace keeping nel caso di mancata capacità di reazione dei ribelli Houthi contro l'attacco saudita. Invece, la coalizione sunnita si è formata ed è intervenuta in diretto appoggio all'azione militare di Riyad. Ma si è realizzata la prima delle previsioni fatte in quella sede, vale a dire la capacità Houthi di far fronte all'attacco saudita e magari di contrattaccare, dimostrando il carattere di "esercito da operetta" delle forze nemiche, a prescindere dalla tragedia delle vittime civili dei loro bombardamenti.
Gli Stati Uniti solo in apparenza stanno a guardare, poiché nei fatti aiutano l'azione saudita fornendo informazioni ricavate dai satelliti e collaborando sul piano logistico mediante la base aerea di Gibuti. Quindi Washington continua ad appoggiare il suo pericoloso alleato nella Penisola arabica in un'impresa priva di nessi con la strombazzata "lotta senza quartiere" all'Isis, e oltretutto suscettibile di farne estendere l'influenza a sud dei fronti siriano e iracheno.

mercoledì 1 aprile 2015

YEMEN: COMINCIAMO A CAPIRCI QUALCOSA, di Pier Francesco Zarcone

Ancora una volta i nostri ineffabili media non fanno informazione, cosicché risulta perfettamente inutile ricorrervi per una sia pur minima comprensione degli eventi yemeniti in corso. Basti pensare che si continua a parlare di paese sull'orlo della guerra civile, quando invece essa è in atto da tempo e con esiti territoriali di rilievo, come mostra la cartina in apertura a questo articolo. Inoltre non chiariscono cosa stia accadendo sul terreno e quale efficacia abbiano i bombardamenti sauditi sui "ribelli"; non spiegano quali siano gli interessi politici e strategici dei paesi postisi al fianco dell'Arabia Saudita e come mai questa coalizione (di più che dubbia omogeneità) si sia formata proprio adesso; non chiariscono che costrutto abbia in questo momento l'apertura di un fronte yemenita dispendioso ma soprattutto dispersivo, in ordine allo sforzo che ancora si protrae sul fronte siro-iracheno, né sottolineano il consequenziale dato di fatto che per i governi sunniti (quand'anche alle prese col radicalismo islamico entro i propri confini) il maggior nemico non sia l'Isis.
Improbabili appaiono le cifre fornite riguardo al dispositivo militare dispiegato dai sauditi ai confini yemeniti: 150.000 soldati (quando l'esercito saudita è notoriamente di 75.000 uomini, a cui vanno aggiunti i 100.000 della Guardia Nazionale; e considerato che non risulta esserci stata nessuna mobilitazione di contingenti tratti dai 250.000 riservisti, la conclusione è che sarebbero rimasti a disposizione del governo saudita solo 25.000 uomini attualmente in armi!).

venerdì 18 luglio 2014

LA FRANTUMAZIONE DI VICINO E MEDIO ORIENTE, di Pier Francesco Zarcone

Un caos propagabile
Nulla sarà più come prima. È una predizione assai facile, in base allo stato di disfacimento politico in cui oggi si trova tutta l’area che va dalla Libia all’Afghanistan, come al solito grazie all’imperialismo occidentale. Gli Stati più o meno artificiali creati dai vincitori della Prima guerra mondiale, spartendosi il defunto Impero ottomano attraverso la mistificazione dei “mandati”, potrebbero scomparire o comunque potrebbero nascere nuove linee di frontiera. Né vanno trascurati entità precarie come il Pakistan (originariamente addirittura distinto in due parti lontanissime fra loro, di cui quella orientale sarebbe poi divenuto il Bangla Desh) e l’Afghanistan, che obiettivamente è sempre stato un caso a parte, più o meno tenuto insieme da dinastie la cui forza derivava da accorti equilibrismi tra i componenti di un complicato mosaico etnico-religioso e tribale. Ciò almeno fino a che nel lontano 1973 il re Zahir Shah non venne spodestato dal cugino Sardar Muhammad Daud che proclamò la repubblica; le successive occupazioni sovietica e statunitense hanno però definitivamente scompigliato le tessere del puzzle con cui si può metaforicamente identificare quel paese.
Tutto si complica inevitabilmente quando, con estrema miopia ammantata da cinica furbizia, gli imperialisti utilizzano proprio l’estremismo islamico per destabilizzare e dominare. Il caos afghano è sotto gli occhi di tutti, e dopo il ritiro degli occupanti occidentali le cose andranno anche peggio. Il Pakistan, oltre ai suoi problemi endogeni è alle prese con la sovversione jihadista originariamente creata da quel mix fra incoscienza e autolesionismo che caratterizza da tempo la politica statunitense. Lo stato di decomposizione degli altri paesi del Vicino e Medio Oriente è del pari palese: la Libia è nel caos e lo Stato unitario appartiene al passato; in Siria, quand’anche l’esercito regolare abbia ormai ripreso l’offensiva con ricorrenti successi, la guerra si prolunga e tutto sommato il rischio di un intervento statunitense è ancora pendente, seppure la diplomazia russa lo abbia allontanato - comunque al-Assad è stato rieletto Presidente con un risultato formale per lui più che soddisfacente (ha votato il 73,42% degli elettori e ha ottenuto l’88,7% dei voti); difficilmente il governo di Baghdad potrà evitare che il distacco del Kurdistan divenga definitivo (a prescindere da come ciò si formalizzerà) e riportare sotto il suo controllo le zone a maggioranza sunnita; infine il Libano è più instabile che mai per i contraccolpi interni dei conflitti regionali in corso.

domenica 22 giugno 2014

UNA TRIPARTIZIONE DELL’IRAQ?, di Pier Francesco Zarcone

Per quanto una situazione di estremo dinamismo, come quella irachena, induca ad astenersi da previsioni sui futuri sviluppi, tuttavia è possibile iniziare a decifrare – almeno in termini generalissimi - i cambiamenti imputabili agli eventi odierni riguardo alla situazione preesistente.
A breve o medio termine i possibili scenari di base sono due: nel primo i Jihadisti sunniti vittoriosi saldano i conti millenari con gli Sciiti, in un enorme bagno di sangue e causando immani devastazioni di un plurimillenario patrimonio culturale, impadronendosi di tutto l’Iraq e delle sue riserve energetiche. Uno scenario dalle conseguenze micidiali, ma difficilmente concretizzabile; e non già per le aspettative di un salvifico “arrivano i nostri” made in Usa, che probabilmente non ci sarà (almeno, così sembra). In uno scontro ormai palesemente intraislamico (cioè fra Sunniti e Sciiti) l’aspetto rilevante si incentra su alcuni elementi di fatto fra loro relazionati: la presenza maggioritaria sciita nella popolazione irachena, il concentramento degli Sciiti per lo più nel sud del paese, la contiguità dell’Iran con l’Iraq.

Gli Sciiti
Tutto ciò fa escludere che i jihadisti riescano a impadronirsi di una megalopoli come Baghdad (a maggioranza sciita), per non parlare del sud iracheno. Militarmente gli sciiti non sono affatto disarmati né privi di organizzazioni combattenti, che anzi ricevono addestramento e armamento dall’Iran. Sul campo sono operative due milizie sciite locali, armate, finanziate e assisite da Teheran: Kataib Hezbollah (Falange del Partito di Dio) e Asaib Ahl al-Haqq (Lega della Gente della Verità), che già hanno combattuto in Siria con le truppe di Bashar al-Assad, e ora stanno reclutando volontari nei centri sciiti iracheni contro i jihadisti. Anzi, elementi di Asaib Ahl al-Haqq già si sono scontrati a Fallujah contro i miliziani dell’Emirato Islamico dell’Iraq e del Levante (Dawlat al-Islaamiyya fii al-Iraq wa-l-Sham), e il gruppo sciita Liwa Abu Fadl al-Abbas (Brigata Abu Fadl al-Abbas) - originariamente costituito per combattere in Siria - si sta posizionando a Nord di Baghdad; vi sono poi le milizie dell’Organizzazione Badr (Luna piena). Secondo taluni media occidentali - nonostante le affermazioni di segno contrario del governo di Teheran - truppe iraniane sarebbero già in Iraq e avrebbero aiutato l’esercito iracheno a  riprendere il controllo della maggior parte di Tiqrit. Il britannico Guardian del 15 giugno riportava di centinaia di volontari iraniani giunti in Mesopotamia, tra cui due battaglioni delle Forze Quds dei Pasdaran; inoltre 1.500 elementi dei Basij (paramilitari) avrebbero attraversato il confine nell’Iraq centrale il 13 giugno, e nella stessa data il Maggior-Generale Qasim Sulaymani, capo dei Quds delle Guardie Rivoluzionarie, sarebbe arrivato a Baghdad per supervisionarne la difesa. La notizia data dal Wall Street Journal circa combattimenti fra iraniani e jihadisti è coerente col fatto che i Pasdaran hanno avuto il loro primo pasdar ucciso dai sunniti.
Inoltre l’Iran potrebbe operare sui partiti sciiti nel senso di decidersi a cooperare per la formazione di un nuovo governo. A ciò si aggiunga che proprio Teheran non potrà assolutamente mai consentire che i centri più sacri della storia sciita (Karbala, Najaf, Samarra ecc.), con i loro veneratissimi santuari, siano devastati dalla furia iconoclasta dei jihadisti. E l’esercito iraniano non è confrontabile con quello iracheno di al-Maliki. Sembrar comunque che la resistibile avanzata jihadista abbia  perso un po’ del suo vigore, e che l’esercito iracheno abbia ripreso a combattere, come è successo  a Bakuba (grazie anche ai miliziani sciiti), Tal Afar, Baiji e Samarra (quest’ultima, pur se sopravanzata dai jihadisti, non è però caduta). Rimandiamo a molto breve scadenza il tema del crollo di questo esercito, e diciamo solo che l’attuale stabilizzazione degli eventi bellici sembra mostrare un’estensione del fronte jihadista al di là delle sue effettive capacità operative.


sabato 1 febbraio 2014

ARABIA SAUDITA: AMBIZIONI E DIFFICOLTÀ, di Pier Francesco Zarcone

Le ambizioni saudite
In Iraq si combatte a Ramadi e Falluja contro i jihadisti (di al-Qaida?) che se ne sono impadroniti all’improvviso e inaspettatamente; e altrettanto inaspettato potrebbe essere definito il diniego statunitense a un’azione diretta in appoggio all’esercito iraqeno. Questi due eventi portano ad affrontare anche il ruolo dell’Arabia Saudita, oltre che degli Stati Uniti, nell’attuale caos del Vicino e Medio Oriente. Circa la particolare spregiudicata e pericolosa utilizzazione del radicalismo islamico per i fini geostrategici di Washington si è già detto nel precedente articolo, ma qui sarà opportuno estendere un po’ il discorso.
Preliminarmente va sottolineato come l’occupazione jihadista di Ramadi e Falluja sia avvenuta all’insegna della creazione – a cavallo di Iraq e Siria – di una nuova entità “statuale” islamica: la “Dawlah (paese, o Stato) islamica di Levante e Sham” (vale a dire “Grande Siria”, nome che dall’epoca del califfato Umayyade di Damasco designava l’area oggi divisa fra Siria, Libano, Palestina e Giordania). Questa iniziativa militare, quindi, non solo si proietta sulla guerra civile siriana e sulle turbolenze libanesi ma altresì vorrebbe essere la prima pietra per la ricostituzione del califfato sunnita, estinto forzatamente da Atatürk negli anni '20 del secolo scorso. Poiché l’Arabia Saudita sta attivamente dietro all’azione della galassia radicale islamica (dal Marocco al Caucaso e alla Cina), è ragionevole pensare che tale obiettivo non appartenga anche alla dirigenza saudita? Già in relazione a essa si parla con maggiore frequenza del processo avviato in Arabia per la creazione di un’unione politica e monetaria e di una forza militare unica nella penisola. Iniziative che vorrebbero portare  a un’entità istituzionale abbastanza unitaria e altresì tanto ricca da poter fungere da punto di agglutinazione per la ricomposizione - in termini strettamente islamisti - dei risultati dell’azione disgregativa che i jihadisti vanno realizzando (o si sforzano di realizzare) nei paesi dell’Africa settentrionale e sub sahariana, del Vicino e Medio Oriente e del Caucaso.

domenica 18 agosto 2013

L’EGITTO CAMPO DI BATTAGLIA INTERARABO, di Pier Francesco Zarcone

Facciamo il punto politico: fu golpe
Nell’attuale tragica situazione di stallo della crisi politica egiziana, e con i massacri in corso, fare il punto è più agevole di prima ed è meno facile commettere errori di interpretazione. All’inizio si poteva essere perplessi sul qualificare o no l’intervento dell’esercito come uno dei soliti golpe, a motivo della massiccia partecipazione popolare contro Morsi e i Fratelli Musulmani. Una volta deposto il Presidente, eletto in termini di democrazia parlamentare, l’Egitto si è trovato in una situazione che formalmente giustifica la posizione dei pro-Morsi nel considerarlo ancora il Presidente dell’Egitto: Morsi, infatti, non si è dimesso, né è stato costretto a farlo (cosa a cui invece il generale al-Sisi avrebbe dovuto puntare decisamente e subito: non si capisce cosa ne facciano di Morsi i militari se non lo “usano”). Poiché il diritto si basa su formalismi – non privi di rilevanza politica – con le dimissioni di Morsi (quand’anche coatte) la formazione del nuovo governo su impulso dei militari avrebbe potuto essere spacciata per iniziativa di salute pubblica, stante la vacanza sia del Parlamento (dissolto da mesi) sia del Presidente della Repubblica. Ma così non è stato. La conseguenza è che l’intervento dei militari ha posto in essere una palese rottura della legalità costituzionale ed è quindi una “rivoluzione” in senso strettamente giuridico; che tuttavia politicamente equivale a golpe.
I più delusi dagli avvenimenti egiziani – o sarebbe meglio dire basiti – sono rimasti Obama e il suo entourage, che vedono progressivamente franare i castelli di carta su cui avevano puntato: in Egitto con l’intesa fra Fratelli Musulmani e militari in un quadro di presunta palingenesi democratica di un Egitto notoriamente colmo di mali politici, economici e sociali; in Tunisia, in Libia e in Siria, dove Assad rifornito da Russia e Iran sta mettendo alle corde i ribelli. Sfumata l’illusione, seppure con evidente imbarazzo, si sono limitati a prendere atto della situazione egiziana e a invitare le parti alla mediazione. Parole, parole. Ma ancora una volta dimostrando che per Washington l’intervento militare è accettato o sollecitato quando non ne lede gli interessi economici, politici e militari; e che, come al solito, dall’Occidente non ci si deve mai aspettare niente di buono.
Morsi – anche per colpa della politica dissennata perseguita da lui e dai suoi - si è trovato alle prese con una massiccia e insistente campagna mediatica (a cui non può essere rimasto estraneo il Mukhabarat, o servizio segreto) scatenata da un gran numero di giornali legati al vecchio regime. Tutte le voci autorevoli – compreso Muhammad al-Baradei - sono state indirizzate non più contro i fulul, ancora in possesso delle vere leve del potere, ma solo contro Morsi e la Fratellanza Musulmana presentati come il vero nemico attuale. E ora si comincia a parlare delle commistioni tra i fulul e il mitizzato (in Occidente) movimento Tamarrod di Mahmud Badr, che dette vita alle manifestazioni di piazza Tahrir.

sabato 2 febbraio 2013

OBAMA: APPRENDISTA STREGONE ALLE PRESE COL MONDO ISLAMICO, di Pier Francesco Zarcone

In linea generale gli imperialisti non hanno mai avuto cura di conoscere davvero le realtà umane che vanno a disturbare e sfruttare, e in particolare quelli statunitensi hanno sempre “brillato” per un’assenza pressoché totale di conoscenza e sensibilità, in tal modo agendo come il classico elefante nel negozio di cristalli e collezionando una serie di tragici pasticci planetari.
Anche il loro grande predecessore anglosassone, la Gran Bretagna, nella sua fase imperiale e imperialista ha fatto pasticci e danni immensi con l’uso cinico e puramente opportunista del divide et impera, ma con una differenza: la sua attività lesiva colpiva essenzialmente gli altri, mentre quella statunitense è stata ed è anche autolesionista.
Questa premessa vale appieno per la politica mediorientale di Obama e dei suo trust di “cervelli”. Non che quella di Bush jr fosse di levatura superiore, tuttavia quella dell’attuale Amministrazione statunitense è ancora più pericolosa e autolesionista – per le scelte e per le alleanze che le supportano, sempre più foriere di guai. Certo, di alleanze innaturali (e mortifere), realizzate o tentate, la storia offre una miriade di casi, come ad esempio il tentativo del Papato e di altre potenze cattoliche del Medioevo per allearsi con i Mongoli in funzione antislamica, o il patto tedesco-sovietico che aprì la via alla Seconda guerra mondiale (con successiva invasione nazista dell’Urss).

La svolta di Obama nella politica musulmana
L’annuncio di questa svolta – forse non percepito appieno quando fu fatto – è avvenuto con il famoso discorso tenuto da Obama il 4 giugno 2009 all’Università cairota di al-Azhar, nel quale fu sottolineato l’avvio di «un nuovo inizio tra Stati Uniti e musulmani». La concretizzazione si è vista negli anni successivi e ancora continua.

giovedì 17 marzo 2011

ARABIA SAUDITA E SIRIA (MONDO ARABO IN RIVOLTA V), di Pier Francesco Zarcone


L’oscurantismo e l’assolutismo dell’Arabia Saudita

È uno Stato noto per essere uno dei maggiori produttori di petrolio, per avere una monarchia assolutista fra le più oscurantiste, per il fatto di relegare le donne in una subordinazione/esclusione indegna (anche del buon senso), per la straordinaria ricchezza del re e degli sceicchi - pari solo alla loro insensibiltà sociale - e per essere un importante e fedele alleato di Washington nell’area (cosa che, nell’insieme, è forse il minore dei mali sauditi). Di questo poco popolato paese, luogo di nascita del Profeta dell’Islam, terra di deserti e beduini, si può dire anche altro, generalmente sottaciuto dai grandi mezzi di (dis)informazione di massa (al riguardo va detto che giocano interessi petroliferi e interessi statunitensi).
Anche il presente saudita viene spiegato dal suo passato, i cui momenti cardine stanno nel XVIII secolo e subito dopo la Grande guerra del ‘14-’18. La lontananza temporale è priva di rilievo, stante la linea di continuità che lega eventi antichi alla contemporaneità. Orbene, nel 1744 si realizzò un’alleanza strategica - mai più rotta - fra la dinastia beduina dei Saud e una specie di “restauratore della purezza originaria dell’Islam” dal nome Muhammad Ibn Adb al-Whhab. Costui, ispirandosi ai contenuti elaborati nel XIII secolo della nostra era da una scuola giuridica musulmana, si fece banditore di un’interpretazione assolutamente restrittiva e puritana del Corano e della legge islamica, detta appunto wahhabita, mediante la forza delle armi. In quell’epoca i wahhabiti furono sonoramente sconfitti, ma non furono distrutte né la famiglia saudita né la sua adesione a quel movimento (religioso e giuridico allo stesso tempo). Il ritorno offensivo e vendicativo dei Saud sulla scena araba si ebbe dopo la disintegrazione dell’impero ottomano nel 1918, ed ebbe il suo momento-chiave nella cacciata dalla Mecca dello Sceriffo Husayn Ibn Ali, della famiglia Hashimita e quindi discendente del Profeta. I vincitori si impadronirono di quasi tutta la penisola araba, imposero il loro credo e Ibn Saud divenne il primo monarca dell’Arabia Saudita wahhabita. Vale a dire (e questo è importante) del primo Stato islamico definibile (a seconda del sistema concettuale a cui si aderisce) integralista, fondamentalista, radicale, oscurantista da Medio Evo ecc.
La scoperta di immensi giacimenti petroliferi fece sì che i Saud, da signori di uno scatolone di sabbia di scarsa importanza (anche perché chiuso a nord dalle dinastie nemiche degli Hashimiti di Transgiordania e Iraq, e a sud dai possedimenti britannici) diventassero strategicamente importanti per l’imperialismo statunitense. L’alluvione di ricchezza - che ha interessato essenzialmente la famiglia reale, tanto numerosa (22.000 membri) da essere paragonabile a una legione (di parassiti) - per molto tempo non modificò di molto la cultura e la mentalità arcaica e chiusa di quell’angolo di mondo. Cioè di una società beduina rimasta per secoli poco collegata con l’esterno. Sulle difficoltà affrontate da Ibn Saud - con il boom petrolifero - per evitare reazioni popolari violente contro l’avvento di manifestazioni diaboliche come il telefono e la radio esiste una vasta aneddotica. Vale la pena ricordare che eventi drammatici legati all’inaugurazione del primo canale televisivo saudita in lingua inglese portarono all’uccisione di re Faisal nella seconda metà degli anni ’70.

RED UTOPIA ROJA – Principles / Principios / Princìpi / Principes / Princípios

a) The end does not justify the means, but the means which we use must reflect the essence of the end.

b) Support for the struggle of all peoples against imperialism and/or for their self determination, independently of their political leaderships.

c) For the autonomy and total independence from the political projects of capitalism.

d) The unity of the workers of the world - intellectual and physical workers, without ideological discrimination of any kind (apart from the basics of anti-capitalism, anti-imperialism and of socialism).

e) Fight against political bureaucracies, for direct and councils democracy.

f) Save all life on the Planet, save humanity.

g) For a Red Utopist, cultural work and artistic creation in particular, represent the noblest revolutionary attempt to fight against fear and death. Each creation is an act of love for life, and at the same time a proposal for humanization.

* * *

a) El fin no justifica los medios, y en los medios que empleamos debe estar reflejada la esencia del fin.

b) Apoyo a las luchas de todos los pueblos contra el imperialismo y/o por su autodeterminación, independientemente de sus direcciones políticas.

c) Por la autonomía y la independencia total respecto a los proyectos políticos del capitalismo.

d) Unidad del mundo del trabajo intelectual y físico, sin discriminaciones ideológicas de ningún tipo, fuera de la identidad “anticapitalista, antiimperialista y por el socialismo”.

e) Lucha contra las burocracias políticas, por la democracia directa y consejista.

f) Salvar la vida sobre la Tierra, salvar a la humanidad.

g) Para un Utopista Rojo el trabajo cultural y la creación artística en particular son el más noble intento revolucionario de lucha contra los miedos y la muerte. Toda creación es un acto de amor a la vida, por lo mismo es una propuesta de humanización.

* * *

a) Il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi che impieghiamo dev’essere riflessa l’essenza del fine.

b) Sostegno alle lotte di tutti i popoli contro l’imperialismo e/o per la loro autodeterminazione, indipendentemente dalle loro direzioni politiche.

c) Per l’autonomia e l’indipendenza totale dai progetti politici del capitalismo.

d) Unità del mondo del lavoro mentale e materiale, senza discriminazioni ideologiche di alcun tipo (a parte le «basi anticapitaliste, antimperialiste e per il socialismo».

e) Lotta contro le burocrazie politiche, per la democrazia diretta e consigliare.

f) Salvare la vita sulla Terra, salvare l’umanità.

g) Per un Utopista Rosso il lavoro culturale e la creazione artistica in particolare rappresentano il più nobile tentativo rivoluzionario per lottare contro le paure e la morte. Ogni creazione è un atto d’amore per la vita, e allo stesso tempo una proposta di umanizzazione.

* * *

a) La fin ne justifie pas les moyens, et dans les moyens que nous utilisons doit apparaître l'essence de la fin projetée.

b) Appui aux luttes de tous les peuples menées contre l'impérialisme et/ou pour leur autodétermination, indépendamment de leurs directions politiques.

c) Pour l'autonomie et la totale indépendance par rapport aux projets politiques du capitalisme.

d) Unité du monde du travail intellectuel et manuel, sans discriminations idéologiques d'aucun type, en dehors de l'identité "anticapitaliste, anti-impérialiste et pour le socialisme".

e) Lutte contre les bureaucraties politiques, et pour la démocratie directe et conseilliste.

f) Sauver la vie sur Terre, sauver l'Humanité.

g) Pour un Utopiste Rouge, le travail culturel, et plus particulièrement la création artistique, représentent la plus noble tentative révolutionnaire pour lutter contre la peur et contre la mort. Toute création est un acte d'amour pour la vie, et en même temps une proposition d'humanisation.

* * *

a) O fim não justifica os médios, e os médios utilizados devem reflectir a essência do fim.

b) Apoio às lutas de todos os povos contra o imperialismo e/ou pela auto-determinação, independentemente das direcções políticas deles.

c) Pela autonomia e a independência respeito total para com os projectos políticos do capitalismo.

d) Unidade do mundo do trabalho intelectual e físico, sem discriminações ideológicas de nenhum tipo, fora da identidade “anti-capitalista, anti-imperialista e pelo socialismo”.

e) Luta contra as burocracias políticas, pela democracia directa e dos conselhos.

f) Salvar a vida na Terra, salvar a humanidade.

g) Para um Utopista Vermelho o trabalho cultural e a criação artística em particular representam os mais nobres tentativos revolucionários por lutar contra os medos e a morte. Cada criação é um ato de amor para com a vida e, no mesmo tempo, uma proposta de humanização.