L’associazione Utopia rossa considera suo fondamento politico il principio secondo cui il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi si deve riflettere l’essenza del fine. Non ha programmi politici, come del resto non ne aveva la Prima internazionale. Nonostante le più diverse provenienze ideologiche dei suoi sostenitori, essa ritiene che l’anticapitalismo dilagato dopo l’inizio dell’Antirivoluzione russa (dicembre 1917) sia stato motivato fondamentalmente da idee precapitalistiche, cioè retrograde, e non da progetti di civiltà in grado di superare il capitalismo sviluppando ulteriormente i suoi modelli di democrazia. Ciò spiega anche il prevalere, nella storia della cosiddetta «sinistra», di simpatie per i regimi dittatoriali di ogni specie e colore. Utopia rossa si batte contro l’ulteriore diffusione di ideologie precapitalistiche vecchie e nuove (in campo politico, culturale, ecologico, religioso ecc.), come parte della sua battaglia per il superamento del capitalismo, se si vuole salvare la vita sulla Terra con la sua umanità. In questo senso la sua utopia continua ad essere rossa.

The Red Utopia association considers its political foundation to be the principle that the end does not justify the means, but that the means must reflect the essence of the end. It has no political program, just as the First International did not. Despite the diverse ideological backgrounds of its supporters, it believes that the anti-capitalism that spread after the start of the Russian Anti-Revolution (December 1917) was fundamentally motivated by pre-capitalist – that is, retrograde – ideas, and not by civilizational projects capable of overcoming capitalism and of further developing its democratic models. This also explains the prevalence, throughout the history of the so-called «left», of sympathies for dictatorial regimes of all kinds and colors. Red Utopia fights against the further spread of old and new pre-capitalist ideologies (in the political, cultural, ecological, religious, and other fields) as part of its battle to overcome capitalism, if life on Earth, including its humanity, is to be saved. In this sense, its utopia remains red.

PER SAPERNE DI PIÙ CI SONO UNA COLLANA DI LIBRI E UN BLOG IN VARIE LINGUE…

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sabato 29 novembre 2025

Les éditions Syllepse se sont associées pour la série sur l’agression de la Russie poutinienne contre l’Ukraine aux éditions Page 2 (Lausanne), M Éditeur (Montréal), Spartacus (Paris) et Massari Editore (Italie), aux revues New Politics (New York), Les Utopiques (Paris) et ContreTemps (Paris), aux sites À l’encontre (Lausanne) et Europe solidaire sans frontières, ainsi qu’aux blogs Entre les lignes entre les mots (Paris),  Centre Tricontinental (Louvain-la-Neuve), Utopia Rossa/Red Utopia et au Réseau syndical international de solidarité et de luttes.

BRIGADES ÉDITORIALES DE SOLIDARITÉ

À l’encontre: https://alencontre.org/ Centre Tricontinental: www.cetri.be/ ContreTemps: lesdossiers-contretemps.org/ Éditions Page 2: https://alencontre.org/ M Éditeur: https://m-editeur.info/  Éditions Spartacus: www.editions-spartacus.fr/ Éditions Syllepse: www.syllepse.net/ Massari Editore, www.massarieditore.it

Entre les lignes, entre les mots: https://entre- leslignesentrelesmots.blog/ Europe solidaire sans frontières: www.europe-solidaire.org/ Les Utopiques: lesutopiques.org/ New Politics: newpol.org/ Réseau syndical international de solidarité et de luttes: laboursolidarity.org/ Utopia Rossa/Red Utopia: www.utopiarossa.blogspot.com/


L’UCRAINA DI FRONTE A UNA SCELTA INSOSTENIBILE

di Oleksandr Kyselov

(Attivista di Sotsialnyi Rukh. Ucraino, originario di Donetsk)

ITALIANO - FRANÇAIS


Sfiniti da oltre tre anni di attacchi russi, gli ucraini sono sempre più disposti ad accettare compromessi politici ingiusti e pesanti concessioni territoriali per porre fine alla guerra. Eppure, è tutt'altro che certo che questa difficile scelta porterà effettivamente a una pace duratura. Mentre dilagano le speculazioni su un altro piano di pace mediato da Trump per l'Ucraina, gran parte del dibattito attuale sembra un déjà vu. Sentiamo le stesse denunce di "interessi particolari" nel conflitto, condanne di guerrafondai e richieste di "colloqui urgenti". In Ucraina, non abbiamo solo sentito queste argomentazioni. Le abbiamo formulate noi stessi.

Nell'estate del 2014, in seguito all'annessione della Crimea da parte della Russia e con la guerra nel Donbass già in corso, attivisti ucraini, russi e bielorussi pubblicarono una dichiarazione "Nuova Zimmerwald" in cui criticavano l'ascesa dello sciovinismo e della xenofobia nei loro paesi. Hanno chiesto un ampio movimento contro la guerra, un cessate il fuoco immediato e il disarmo reciproco. Il neonato movimento ucraino Sotsialnyi Rukh ha fatto eco a questo spirito nel 2015, sostenendo negoziati diretti con il coinvolgimento di sindacalisti e difensori dei diritti umani di entrambe le parti, nonché lo scioglimento delle agenzie di sicurezza. Si è trattato di un autentico tentativo di pace internazionalista, fallito.

Niente di tutto ciò ha impedito l'aggressione russa nel 2022. Eppure, con l'eccezione di una coraggiosa minoranza, la sinistra russa si è nuovamente rifugiata nella retorica pacifista, attribuendo la colpa della guerra a entrambe le parti e puntando il dito contro la NATO, Boris Johnson e il "regime oligarchico neonazista di Kiev". Gli ucraini, sotto i bombardamenti, non hanno potuto permettersi questo lusso. Hanno resistito alle forze di occupazione e troppi hanno già perso la vita.

A livello internazionale, quando la sinistra non si limita a dichiarazioni concise e stereotipate, oscilla ampiamente tra un'istintiva repulsione per l'ingiustizia e una disperata richiesta di pace. Ma entrambe possono servire da guida per l'azione?

Il prezzo della giustizia


Molti denunciano qualsiasi compromesso con il Cremlino come un vero e proprio tradimento, creando un precedente premiando l'aggressione. In termini assoluti, hanno ragione. Eppure la giustizia ha sempre un prezzo: se non per gli attivisti che la chiedono, allora per qualcun altro.


Le risorse dell'Ucraina sono al limite delle loro possibilità. La spesa per la difesa nel 2025 ha raggiunto i 70 miliardi di dollari, superando le entrate fiscali nazionali. Il deficit di bilancio si aggira intorno ai 40 miliardi di dollari e la continuità degli aiuti esteri non è garantita. I costi di ricostruzione sono già saliti a oltre mezzo trilione di dollari. Il debito pubblico ammonta a 186 miliardi di dollari e continua a crescere. Quasi due terzi degli ucraini prevedono che la guerra durerà più di un anno, e gli esperti condividono questa opinione. Il presidente Volodymyr Zelensky sottolinea che il suo Paese avrà bisogno di tutto il supporto possibile per combattere l'esercito russo per altri due o tre anni. Allo stesso tempo, le forze armate ucraine sono sottoposte a grave pressione non solo per la mancanza di armi e munizioni, ma anche per la diminuzione del personale. Dal 2022 sono stati registrati oltre 310.000 casi di diserzione e assenza senza permesso, di cui più della metà nel 2025. Molti soldati che hanno lasciato l'esercito lamentano esaurimento, mancanza di preparazione psicologica all'estrema intensità del combattimento, interminabili missioni e comandanti corrotti che li trattano come pedine usa e getta. Alcuni sono pronti a tornare non appena le condizioni miglioreranno, ma solo una piccola parte lo ha fatto nell'ambito del programma di amnistia. Più della metà degli uomini ucraini si dichiara pronta a combattere, ma 1,5 milioni di loro non hanno ancora aggiornato i propri registri militari. Dopo l'inizio del reclutamento nel 2024, solo 8.500 persone si sono offerte volontarie entro un anno. Persino l'offerta di un bonus di 24.000 dollari alla firma per contratti di un anno non è riuscita ad attrarre molti giovani. Una volta allentate le restrizioni di viaggio per i giovani dai 18 ai 22 anni, quasi 100.000 uomini hanno attraversato il confine nei primi due mesi, molti dei quali sono partiti definitivamente.


La triste realtà è che la resistenza ucraina si basa sulla "busificazione", la pratica di sequestrare con la forza uomini per strada o sul posto di lavoro e arruolarli nell'esercito. Il difensore civico ha riconosciuto che questi abusi sono ormai sistemici. Ciononostante, la Corte Suprema ucraina ha stabilito che la mobilitazione rimane legalmente irreversibile, anche quando condotta illegalmente. Nel frattempo, i social media sono sempre più pieni di resoconti di violenti scontri con ufficiali di leva.


L'opinione pubblica riflette questa stanchezza e i recenti scandali di corruzione che coinvolgono i più stretti collaboratori del presidente non fanno che aggravare la situazione. I sondaggi mostrano che il 69% degli ucraini è ora a favore di una fine negoziata della guerra e quasi tre quarti sono disposti ad accettare il congelamento della linea del fronte, anche se non alle condizioni della Russia. Gli ucraini continuano a insistere sulle garanzie di sicurezza, che per loro includono la fornitura di armi e l'integrazione nell'UE.


Il sogno di "combattere fino alla vittoria", a prescindere da tutto, ignora questi limiti. A meno che il "sostegno incrollabile" dell'Occidente non includa la volontà di aprire un secondo fronte, cosa dovremmo aspettarci? La logica della disperazione porta ad abbassare l'età di leva, estendere il servizio militare alle donne, espellere i rifugiati ucraini aventi diritto dall'estero per riempire le trincee e quindi istituire truppe di blocco ed esecuzioni sul campo per prevenire le diserzioni.


L'illusione pacifista

giovedì 26 giugno 2025

Ukraine. Qu’est-ce qui empêche la fin de la guerre?

Vitalyi Dudin

[juriste et membre de la direction de Sotsialnij Rukh (Mouvement social). Kyiv, 9 juin 2025]


FRANÇAIS - ITALIANO - ENGLISH


Deux problèmes principaux 


Malgré quelques espoirs, la guerre d’agression russe contre l’Ukraine se poursuit et se fait plus intense. Chaque jour, je vois des images épouvantables de destructions massives dans ma ville natale, Kyiv, à Kharkiv et dans d’autres magnifiques cités, qui étaient difficiles à imaginer. Ces scènes, dignes d’un film de catastrophe, font partie de notre vie quotidienne. Les endroits où nous nous promenions se transforment en cendres noires et en ruines. 

Pendant ce temps, les envahisseurs russes lancent de nouveaux assauts non seulement à l’est et au sud, mais aussi au nord, dans la région de Soumy. Ici, en Ukraine, le conflit a vraiment les caractéristiques d’une guerre populaire en raison de l’ampleur de la participation de la population à l’effort de guerre: plus d’un million de personnes servent dans l’armée, un peu plus sont engagées dans les secteurs des infrastructures critiques et beaucoup d’autres sont impliquées dans des activités volontaires.

Les négociations d’Istanbul cachent les plans expansionnistes de Moscou et ne pourront guère réussir (voir ci-dessous). 

Mon existence même en tant que civil et en tant que militant des droits du travail a changé radicalement. Je reçois des messages de travailleurs des chemins de fer qui ont besoin d’argent pour les drones et d’autres équipements; les proches des salariés décédés à la suite d’attaques de missiles sur leur lieu de travail me font part de leurs problèmes pour obtenir des aides sociales ; les infirmières près de la ligne de front se plaignent de ne pas recevoir les primes promises. Parfois, nous réussissons à surmonter de tels défis, mais nous voulons tous que la guerre se termine le plus rapidement possible. 

Bien sûr, la résistance héroïque des défenseurs ukrainiens et les opérations spéciales étonnantes sur le territoire russe ont beaucoup contribué à affaiblir la machine de guerre du Kremlin. Mais après avoir perdu le soutien militaire américain, les chances d’une victoire stratégique de l’Ukraine se sont réduites. 

Les négociations d’Istanbul ont clairement montré que la position ukrainienne est désormais beaucoup plus souple pour tenter de chercher une solution pacifique (cessez-le-feu de 30 jours, par exemple). Au contraire, les exigences russes se font plus offensives et agressives. Grâce à Donald Trump, la Russie a repris l’initiative sur le champ de bataille et cela reflète une réalité objective. L’impossibilité de mettre fin à la guerre vient de la faiblesse de la position de l’Ukraine dans les négociations et elle ne peut être surmontée par une mobilisation plus importante des hommes sur le front. 

Alors quels sont les facteurs qui rendent l’Ukraine plus faible ? 


Problème n° 1 – Le pseudo-pacifisme qui sévit parmi les forces progressistes occidentales 

Ce premier problème est extrêmement douloureux pour moi. Beaucoup de gens, dans le mouvement socialiste, ne veulent traditionnellement pas aborder des questions telles que la violence, l’État et la souveraineté. Cela les conduit à une mauvaise compréhension de la situation ukrainienne. Certains ne reconnaissent pas la nature décoloniale et anti-impérialiste de la lutte ukrainienne. Leur analyse se base sur une vision dépassée du système international où les États-Unis étaient considérés comme le seul impérialisme et où la Russie était représentée comme leur victime. Et même si Donald Trump dit «comprendre» chaleureusement le sentiment impérialiste de Poutine, cela n’a pas changé les conclusions que tirent ces personnes qui se prétendent des intellectuels de gauche. Les régimes les plus réactionnaires de l’histoire de l’Amérique et de la Russie exercent une pression énorme sur l’Ukraine aujourd’hui, tandis que certains cherchent des arguments pour justifier qu’une nation attaquée ne mériterait pas de soutien international. Je suis curieux de savoir comment les protagonistes de la théorie de la « guerre par procuration » s’arrangeront avec le fait que l’Ukraine continue de se battre sans l’aide directe des États-Unis et même malgré des actions hostiles de la part ce pays. 

Beaucoup de militants de gauche s’opposent au soutien militaire à cause de leur éthique antimilitariste. Et apportent une excuse philosophique sophistiquée afin de ne pas envoyer d’armes à un pays envahi, provoquant plus de souffrances parmi les innocents. La contradiction d’une telle posture devient particulièrement absurde lorsqu’elle est avancée par ceux qui prétendent être des révolutionnaires ou des radicaux... Pour moi, il est évident que de tels rêveurs veulent avoir une vie tranquille à l’intérieur d’un système capitaliste sans tenter réellement de le renverser. Être contre les armes revient à se réconcilier avec le fléau de l’esclavage.

Vivre sous la protection de l’OTAN et avoir peur d’une «militarisation excessive» de l’Ukraine ressemble à de l’hypocrisie. 

À l’inverse : si les travailleurs ukrainiens remportent la guerre, ils se verront encouragés pour poursuivre une lutte émancipatrice pour la justice sociale. Leur énergie renforcera le mouvement ouvrier international. Expérience de la résistance armée et de l’action collective: voilà une condition préalable clé pour l’émergence des véritables mouvements sociaux qui défieront le système.

 

Problème n° 2 – L’incapacité de l’État ukrainien à placer les intérêts publics au-dessus des intérêts du marché 

Les élites dirigeantes en Ukraine encouragent le libre marché et le système basé sur le profit comme seul moyen possible d’organisation de l’économie. Toute idée de planification de l’État ou de nationalisation des entreprises doit, pour eux, être rejetée car faisant partie du patrimoine soviétique. Le problème est que la version ukrainienne du capitalisme est totalement périphérique et incompatible avec la mobilisation de ressources nécessaires à l’effort de guerre.

Le dogmatisme idéologique dominant place l’Ukraine dans le piège d’une économie primitive et qui dépend largement de l’aide étrangère. 

Nous vivons dans un pays d’hommes d’État riches et d’un État pauvre. Le gouvernement essaie de limiter sa responsabilité dans la gestion du processus économique et d’éviter d’imposer un impôt progressif élevé sur les riches et les entreprises. Cela conduit à une situation où le fardeau de la guerre est supporté par des gens ordinaires qui paient des impôts sur leurs petits salaires, qui servent dans l’armée, qui perdent leurs maisons... 

Il est impossible d’imaginer qu’il y ait du chômage pendant la guerre à grande échelle. Mais en Ukraine, cela existe avec un niveau extrêmement élevé d’inactivité économique de la population ainsi qu’une pénurie incroyable de maind’œuvre. Ces carences peuvent s’expliquer par la réticence de l’État à créer des postes de travail et à l’absence de stratégie visant à impliquer massivement les gens dans l’économie dans des centres d’emploi. Nos politiciens pensent que les dysfonctionnements historiques du marché du travail peuvent être résolus sans une ingérence active de l’État! Malheureusement, 

les réformes dans le sens de la déréglementation en temps de guerre ont créé une multitude de contre-incitations qui démotivent les Ukrainiens à l’heure de chercher un emploi salarié. Voilà pourquoi la qualité de l’emploi devrait être améliorée en augmentant les salaires, avec de véritables inspections du travail et de vrais espaces de démocratie sur le lieu de travail. 

Seule une politique socialiste démocratique pourra ouvrir la voie à un avenir durable pour l’Ukraine, où toutes les forces productives travailleraient pour la défense nationale et une protection sociale juste.

 

Et maintenant, nous pouvons aller droit au but 

Sans un soutien militaire et humanitaire à la hauteur, l’Ukraine ne pourra pas protéger sa démocratie et sa défaite affectera les libertés politiques partout dans le monde. Par ailleurs, nous devons rester critiques envers les responsables gouvernementaux ukrainiens et leur refus d’en finir avec le consensus néolibéral qui sape l’effort de guerre. Il sera particulièrement difficile de gagner une guerre contre un envahisseur étranger si nous avons beaucoup de problèmes internes, à cause d’une économie capitaliste dysfonctionnelle.


(Soutien à l’Ukraine résistante, publiée par les Brigades éditoriales de Solidarité et Utopie Rouge, n° 39-40, 1er Juillet 2025)



ITALIANO

lunedì 2 giugno 2025

LA STRAGE A GAZA DEVE FINIRE

di Laris Massari


ITALIANO - ENGLISH


Caro papà, dopo le nostre recenti discussioni sull’argomento, non potevo esimermi dal mettere per iscritto i miei dubbi e pensieri.


La strage a Gaza deve finire. Ci sono due modi più evidenti perché ciò avvenga. Che Hamas restituisca gli ostaggi - e su questo siamo d’accordo dall’inizio - o che Israele cessi di essere l’esecutore della strage - che col tempo sta assumendo dimensioni inaccettabili. Hamas è colpevole del macabro 7 ottobre, è colpevole di usare i cittadini di Gaza come scudi umani, di aver utilizzato gli aiuti umanitari per prepararsi alla guerra contro Israele (costruzione dei tunnel ecc.), nonché di avere intenzioni omicide nettamente antisemite.

Detto questo, di cosa è colpevole Israele? Lo vogliamo dire? O facciamo finta di niente? E non mi riferisco alle colpe di Netanyhau precedenti al 7 ottobre che hanno favorito lo sviluppo di Hamas, né alle mire colonialistiche di Israele. A tutto ciò si potrebbe sempre rispondere, senza sbagliare, che Israele lotta sin dagli inizi per la sua sopravvivenza, minacciato costantemente su molteplici fronti.

E anche sulla leggimità dell’esistenza di Israele come Stato siamo d’accordo, come lo siamo sul fatto che chi nega tale leggitimità sta di fatto sostenendo (coscientemente o non) una posizione antisemita. Ma mi riferisco all’eccidio - giuridicamente definibile come genocidio, discutibile se sia giusto moralmente definirlo tale - perpetrato nei confronti del popolo palestinese di Gaza sin dal 7 ottobre. Certo, agli inizi poteva sembrare «solo» una vendetta esagerata - una delle varie della lunga questione israelopalestinese - che la barbarie del 7 ancora fresca in qualche modo poteva attenuare (seppur già eticamente condannabili le morti innocenti). Oltre che apparire come un’azione difensiva, visti i lanci coordinati di missili da circa sei fronti diversi (bloccati dalla difesa aerea israeliana). E siamo d’accordo che Israele sia stato lasciato a se stesso dalle varie organizzazioni mondiali/Stati e da una buona parte dell’opinione pubblica, ma anche che il governo Netanyhau abbia agito troppo repentinamente senza appellarsi alle suddette organizzazioni/Stati e perché no, all’opinione pubblica. 

Uno Stato realmente evoluto, democratico e, diciamo così, dai valori occidentali maturati col tempo - anche grazie alle varie esperienze catastrofiche - non avrebbe agito come sta agendo Israele negli anni Venti del Ventunesimo secolo. La barbarie involuta purtroppo ce la possiamo ancora aspettare dalle organizzazioni terroristiche codarde, da alcuni regimi teocratici fondamentalisti o semplicemente da dittature e totalitarismi. Ma da uno Stato più o meno democratico no, non lo posso accettare, perché è anacronistico. Lo scontro tra civiltà è reale, tangibile, ma per stare «dalla nostra» bisogna esserne degni; non si può usare la stessa ferocia del nemico (dichiaratosi tale). Altrimenti le acque si mischiano. E la confusione cresce a dismisura nelle menti labili umane. 

Israele, che ripetiamo essere stato isolato da molti, ma non da tutti, non sta dando prova di essere degno. Sta dimostrando invece di essere feroce e spietato. Vuoi perché infuriato dalla minaccia reale dell’antisemitismo, vuoi perché spinto dall’istinto di sopravvivenza - da non dimenticare anche la minaccia dell’ideologia fondamentalista ebraica, seppure una minoranza estremista, che però Netanyhau vuole accontentare - ma sta comunque commettendo grandi crimini contro l’umanità. Sta mettendo a rischio la sopravvivenza altrui. E i crimini contro l’umanità, che vanno oltre la legittima difesa naturale, stanno tutti sullo stesso piano, a prescindere da quale parte dell’umanità ne sia la vittima diretta. Sul riconoscere questo si fonda la differenza fra una civiltà più evoluta e una meno.

Vogliamo condannare chiaro e tondo questi crimini? Così come condanniamo chiaro e tondo i crimini di Hamas, degli ayatollah iraniani ecc. ecc.? Condannare significa anche esprimersi e battersi (almeno intellettualmente) perché questi crimini si fermino. Questa non è la soluzione a tutto il problema - la minaccia del terrorismo islamico all’esistenza d’Israele, le mire espansionistiche di quest’ultimo - ma è il modo più sensato e razionale, il più democratico, perché il problema non s’ingigantisca. Che è comunque un modo di risolverlo, il problema, evitare che vada in «metastasi».

E al problema ci aggiungo certamente l’antisemitismo dilagante in crescita, per il quale ad avere grosse responsabilità è anche, paradossalmente, lo stesso Israele. D’altronde, pure il terrorismo islamico non fa che aumentare l’islamofobia, problema diverso, ma anch’esso esistente e impattante sulle prese di posizione. Possibile che non ci si renda conto di stare dandosi «la zappa sui piedi»?

Israele, al momento, si sta e ci sta dando un colpo traumatico, da cui non sarà facile riprendersi, per lo scontro fra civiltà che va (ahimè) delineandosi. Scontro che, se dovrà essere affrontano sul piano di guerra, dovrà essere per scelta del nemico e non nostra. Con ciò non escludo la necessità di azioni preventive: a questo serve lo spionaggio, purché ovviamente i governi siano trasparenti sulle proprie intenzioni con la propria popolazione. A ciò Israele è dovuto ricorrere in passato (vedi la guerra dei 6 giorni), ma non è questo il caso di Gaza al momento.

È vero che Israele è sempre stato un baluardo dell’Occidente e che lotta in prima linea, ma si sta macchiando sempre di più di quella barbarie disumana che noi diciamo di disconoscere, e rischia di non essere più riconoscibile ai nostri occhi, non dico di rivoluzionari, ma almeno di individui coscienti di volere un mondo più giusto. Facciamolo fermare in tempo (se non è già tardi), prima che sia del tutto irrecuperabile e ostile anche alla metà di mondo di cui invece dovrebbe curare gli interessi e i valori più o meno consolidati - un po’ a rischio ultimamente (come da sempre) anche sul fronte interno.

Da che parte vogliamo stare? Io opterei per la parte della Ragione - nel senso di non perdere la razionalità e la lucidità, che è sempre più arduo - unica vera arma per una strategia evolutiva funzionante. Ci sarà sempre qualcuno, da entrambe le parti, che tenderà a semplificare, a generalizzare o a professare il falso. Per i più disparati motivi psichici che vogliamo, probabilmente dovuti all’inaccettabilità della propria impotenza nel controllo degli avvenimenti. Dobbiamo essere scaltri e cercare di selezionare quel poco o tanto di vero che proviene sia dagli uni che dagli altri e farne una posizione intermedia. Avendo anche l’umiltà al bisogno di riconoscere che si tratta di uno di quei grovigli complessi tipici della natura umana, ai quali si può trovare risposta solo accettando che rimarrà sempre una piccola componente indefinibile, intrinsecamente disordinata, che non ci è dato controllare.

Per la salvaguardia della nostra e possibilmente di tutte le altre specie sulla Terra!



ENGLISH

sabato 31 maggio 2025

DECLARACIÓN SOBRE ISRAEL/GAZA

por Nathan Novik y Edison Zoldan


ESPANOL - ITALIANO


1. Contexto del Conflicto y Postura Inicial

 Hemos condenado de forma categórica el ataque perpetrado por Hamas el 7 de octubre de 2023, describiéndolo como un pogromo cruel y planificado con la clara intención de eliminar al Estado de Israel y asesinar judíos, en concordancia a lo que señala su Carta Fundacional. Desde esta perspectiva, este ataque marcó el inicio de la escalada de violencia actual, y toda la cadena de sufrimiento posterior, tiene su origen en ese evento inicial.

 Subrayamos que Hamas no debe quedar impune, y criticamos a quienes exigen a Israel que abandone su defensa sin tomar en cuenta la situación de los rehenes ni la naturaleza del grupo terrorista. Criticamos que se utiliza tanto a los palestinos de Gaza, desoyendo las advertencias de la aviación israelí manteniendo a los palestinos como “carne de cañón” en las plataformas que se han usado para lanzar misiles, de manera de obtener el asesinato de los mismos, así como usar a los rehenes como moneda de cambio en negociaciones que implican liberar a criminales condenados por el terrorismo.

 Además, rechazamos las acusaciones de genocidio y crímenes de guerra contra las Fuerzas de Defensa de Israel (FDI), aunque reconocemos y lamentamos la tragedia del grado de destrucción y del alto número de víctimas civiles en Gaza, considerándolo un hecho muy  trágico, producto de esta guerra. De acuerdo a nuestros antecedentes, sostenemos que no existe evidencia de que haya habido una orden intencionada por parte de líderes israelíes para dañar a civiles de forma deliberada.

 Nosotros atribuimos la responsabilidad fundamental del conflicto actual a Hamas, Hezbolá y principalmente a Irán, quien financia y fomenta el terrorismo. También creemos que esta guerra debería haber concluido en 2024 y debió haber habido una intervención global internacional y autónoma de países amantes de la paz y del respeto a la diversidad que combine diplomacia y fuerza para establecer la paz en la región. La autonomía de esta Fuerza de Paz es fundamental a fin de mantener una visión ecuánime y neutral acerca del conflicto. No existe un Organismo Internacional para este tipo de tarea dado que la ONU muestra, en este conflicto, serías inconsecuencias  en neutralidad y ecuanimidad.

 

  2. Propuesta para un Nuevo Orden en Medio Oriente

 Creemos tener una propuesta esquemática clara para transformar la situación en Gaza y Cisjordania. Y ojalá en medio Oriente y resto del mundo. Nuestra visión incluye la creación de un “nuevo mundo” en Medio Oriente, y ojalá global, libre de terrorismo y basado en el respeto mutuo, la diversidad y la convivencia pacífica. Esta visión se apoya en la colaboración de países árabes (como los que integran los Acuerdos de Abraham) y otras naciones interesadas en la paz y estabilidad regional.

Sostenemos que es urgente alcanzar la paz con el respaldo de una Fuerza Global Internacional, Conjunta, autónoma como la señalada en el punto 1, que asuma el control de Gaza y Cisjordania, en colaboración con los palestinos locales, tanto en la gestión política como en la recuperación social y económica. Con países que consideran que el estado de guerra es insostenible y que debe cesar el lanzamiento de misiles y otros elementos de agresión   desde Gaza y de cualquier otro lado.

Proponemos además una ayuda humanitaria eficaz que garantice la entrega de alimentos y recursos esenciales directamente a la población gazatí, evitando que sean capturados por Hamas. Creemos que es muy probable que muchos palestinos desean convivir en paz con Israel, lo que refuerza la urgencia de aislar a los grupos terroristas del resto de la población.

3. Acciones Concretas y Llamado a la Comunidad Internacional

  A continuación, señalamos esquemáticamente un conjunto de seis acciones urgentes y específicas para contribuir a la resolución definitiva del conflicto:

 

1.     Suspensión de la guerra con Hamas y renovación del liderazgo israelí. Proponemos formar un cuerpo de paz internacional con países que apoyen la paz en Medio Oriente.

2.     Rendición de Hamas, desarme total y liberación incondicional de los rehenes.

3.     Establecimiento de una mesa de diálogo entre Israel y los palestinos dispuestos a vivir en paz, con mediación internacional a fin de generar la autonomía de dos países autónomos uno de mayoría musulmana y otro judía, que prioricen el respeto por la diversidad y la convivencia en paz. El de mayoría musulmana en las zonas de Cis Jordania y Gaza. El de mayoría judía el estado de Israel todo ello con los ajustes terriroriales y/o compensaciones que sean requeridas.

4.     Organización de la  ayuda humanitaria internacional controlada, para evitar que Hamas se apropie de los recursos destinados a la población civil como lo ha venido efectuando hasta ahora

5.     Desarme y reubicación controlada de los miembros de Hamas, bajo mecanismos de identificación y monitoreo, ofreciéndoles una vía hacia la reintegración a una vida pacífica.

6.     Retiro de Israel de Gaza, entregando el control a la Fuerza Global Conjunta en cooperación con representantes palestinos de Cisjordania.

  Estas propuestas buscan no solo cesar el conflicto actual, sino sentar las bases de una paz duradera. Creemos que Netanyahu es políticamente responsable del 7 de octubre. Debe haber un cambio de liderazgo urgente  en Israel que permita una renovación de los métodos diplomáticos y humanitarios.

 Finalmente, hacemos un llamado a la creación de un nuevo pacto civilizatorio, donde el terrorismo nunca más sea aceptado como medio de solución a los conflictos en la Tierra. Apelamos a la responsabilidad ética y política de la comunidad internacional para impulsar un modelo de paz, desarrollo y respeto por los derechos humanos en Medio Oriente y en el mundo y a la renovación de los sistemas socioeconómicos del mundo a fin de que se asegure “mínimos de medios” para vivir en paz  y con sentido existencial..

  Conclusión

 Nos pronunciamos con claridad en contra del terrorismo, condenamos el sufrimiento de civiles y promovemos una solución global e integral para el conflicto en Gaza, y quizás una base para la solución de otros tantos existentes en el mundo. Nuestra postura busca equilibrio:  en este caso, defender el derecho de Israel a existir y protegerse, condenar los abusos de Hamas, y exigir un trato justo y humanitario para los palestinos no involucrados en el terrorismo. Pedimos acciones urgentes, colaboración internacional y una transformación profunda tanto en Israel como en Palestina para evitar que el dolor y la violencia sigan marcando a la región.


ITALIANO

DICHIARAZIONE SU ISRAELE/GAZA

di Nathan Novik ed Edison Zoldan


1. Contesto del Conflitto e Posizione Iniziale

Abbiamo condannato in modo categorico l’attacco perpetrato da Hamas il 7 ottobre 2023, descrivendolo come un pogrom crudele e pianificato con la chiara intenzione di eliminare lo Stato di Israele e assassinare ebrei, in conformità con quanto affermato nel suo Statuto Fondativo. Da questa prospettiva, tale attacco ha segnato l’inizio dell’attuale escalation di violenza, e tutta la catena di sofferenza successiva trova origine in quell’evento iniziale.

Sottolineiamo che Hamas non deve restare impunito, e critichiamo coloro che chiedono a Israele di rinunciare alla propria difesa senza considerare la situazione degli ostaggi né la natura del gruppo terroristico. Critichiamo l’uso della popolazione palestinese di Gaza come “carne da cannone”, ignorando gli avvertimenti dell’aviazione israeliana e mantenendoli nelle piattaforme da cui sono stati lanciati i missili, allo scopo di causarne la morte, così come l’uso degli ostaggi come merce di scambio in negoziati che prevedono la liberazione di criminali condannati per terrorismo.

Inoltre, respingiamo le accuse di genocidio e crimini di guerra rivolte alle Forze di Difesa Israeliane (FDI), pur riconoscendo e deplorando la tragedia rappresentata dall’elevato numero di vittime civili a Gaza e dal livello di distruzione, che consideriamo un fatto estremamente tragico, conseguenza di questa guerra. Secondo le nostre informazioni, non vi sono prove che i leader israeliani abbiano dato ordini deliberati di colpire intenzionalmente i civili.

Attribuiamo la responsabilità fondamentale del conflitto attuale ad Hamas, Hezbollah e soprattutto all’Iran, che finanzia e promuove il terrorismo. Crediamo inoltre che questa guerra sarebbe dovuta terminare nel 2024, e che sarebbe dovuta intervenire una forza internazionale e autonoma, composta da paesi amanti della pace e del rispetto per la diversità, in grado di combinare diplomazia e forza per stabilire la pace nella regione. L’autonomia di tale Forza di Pace è fondamentale per mantenere una visione equa e neutrale del conflitto. Attualmente non esiste un Organismo Internazionale adatto a questo compito, poiché l’ONU, in questo conflitto, ha dimostrato gravi incongruenze in termini di neutralità ed equità.

2. Proposta per un Nuovo Ordine in Medio Oriente

Riteniamo di avere una proposta schematica chiara per trasformare la situazione a Gaza e in Cisgiordania — e, si spera, in tutto il Medio Oriente e nel mondo. La nostra visione prevede la creazione di un “nuovo mondo” in Medio Oriente, e auspicabilmente globale, libero dal terrorismo e fondato sul rispetto reciproco, la diversità e la convivenza pacifica. Questa visione si basa sulla collaborazione con paesi arabi (come quelli che hanno aderito agli Accordi di Abramo) e con altre nazioni interessate alla pace e alla stabilità regionale.

Sosteniamo che sia urgente raggiungere la pace con il sostegno di una Forza Globale Internazionale, Congiunta e Autonoma, come indicato nel punto 1, che assuma il controllo di Gaza e Cisgiordania in collaborazione con i palestinesi locali, sia nella gestione politica sia nel recupero sociale ed economico. Con la partecipazione di paesi che ritengono insostenibile lo stato di guerra e che esigono la cessazione del lancio di missili e altre forme di aggressione da Gaza o da altri luoghi.

Proponiamo inoltre un aiuto umanitario efficace che garantisca la distribuzione diretta di cibo e risorse essenziali alla popolazione di Gaza, evitando che queste vengano sequestrate da Hamas. Crediamo sia molto probabile che molti palestinesi desiderino vivere in pace con Israele, il che rafforza l’urgenza di isolare i gruppi terroristici dal resto della popolazione.

3. Azioni Concrete e Appello alla Comunità Internazionale

Di seguito, elenchiamo in forma schematica un insieme di sei azioni urgenti e specifiche per contribuire alla risoluzione definitiva del conflitto:

1. Sospensione della guerra con Hamas e rinnovamento della leadership israeliana. Proponiamo la formazione di un corpo di pace internazionale composto da paesi che sostengano la pace in Medio Oriente.

2. Resa di Hamas, disarmo totale e liberazione incondizionata degli ostaggi.

3. Istituzione di un tavolo di dialogo tra Israele e i palestinesi disposti a convivere pacificamente, con mediazione internazionale per creare due Stati autonomi: uno a maggioranza musulmana (nelle zone di Cisgiordania e Gaza) e uno a maggioranza ebraica (lo Stato di Israele), con gli aggiustamenti territoriali e/o compensazioni che si rendano necessari.

4. Organizzazione di un aiuto umanitario internazionale controllato, per evitare che Hamas si appropri delle risorse destinate alla popolazione civile, come avvenuto finora.

5. Disarmo e ricollocamento controllato dei membri di Hamas, tramite meccanismi di identificazione e monitoraggio, offrendo loro una via di reintegrazione in una vita pacifica.

6. Ritiro di Israele da Gaza, con trasferimento del controllo a una Forza Globale Congiunta, in cooperazione con rappresentanti palestinesi della Cisgiordania.

Queste proposte mirano non solo a porre fine al conflitto attuale, ma a gettare le basi per una pace duratura. Riteniamo che Netanyahu sia politicamente responsabile per quanto accaduto il 7 ottobre. È necessario un cambiamento urgente della leadership in Israele che permetta un rinnovamento dei metodi diplomatici e umanitari.

Infine, facciamo appello alla creazione di un nuovo patto civilizzatorio, in cui il terrorismo non sia mai più accettato come mezzo per risolvere i conflitti sulla Terra. Ci appelliamo alla responsabilità etica e politica della comunità internazionale affinché promuova un modello di pace, sviluppo e rispetto dei diritti umani in Medio Oriente e nel mondo, e alla riforma dei sistemi socioeconomici mondiali affinché si garantiscano “minimi mezzi” per vivere in pace e con senso esistenziale.

Conclusione

Ci esprimiamo con chiarezza contro il terrorismo, condanniamo la sofferenza dei civili e promuoviamo una soluzione globale e integrale per il conflitto di Gaza — che possa forse essere anche una base per risolvere altri conflitti esistenti nel mondo. La nostra posizione cerca l’equilibrio: difendere in questo caso il diritto di Israele ad esistere e a proteggersi, condannare gli abusi di Hamas, ed esigere un trattamento giusto e umano per i palestinesi non coinvolti nel terrorismo. Chiediamo azioni urgenti, collaborazione internazionale e una trasformazione profonda sia in Israele sia in Palestina, per evitare che il dolore e la violenza continuino a segnare la regione.


Nella diffusione e/o ripubblicazione di questo articolo si prega di citare la fonte: www.utopiarossa.blogspot.com

RED UTOPIA ROJA – Principles / Principios / Princìpi / Principes / Princípios

a) The end does not justify the means, but the means which we use must reflect the essence of the end.

b) Support for the struggle of all peoples against imperialism and/or for their self determination, independently of their political leaderships.

c) For the autonomy and total independence from the political projects of capitalism.

d) The unity of the workers of the world - intellectual and physical workers, without ideological discrimination of any kind (apart from the basics of anti-capitalism, anti-imperialism and of socialism).

e) Fight against political bureaucracies, for direct and councils democracy.

f) Save all life on the Planet, save humanity.

g) For a Red Utopist, cultural work and artistic creation in particular, represent the noblest revolutionary attempt to fight against fear and death. Each creation is an act of love for life, and at the same time a proposal for humanization.

* * *

a) El fin no justifica los medios, y en los medios que empleamos debe estar reflejada la esencia del fin.

b) Apoyo a las luchas de todos los pueblos contra el imperialismo y/o por su autodeterminación, independientemente de sus direcciones políticas.

c) Por la autonomía y la independencia total respecto a los proyectos políticos del capitalismo.

d) Unidad del mundo del trabajo intelectual y físico, sin discriminaciones ideológicas de ningún tipo, fuera de la identidad “anticapitalista, antiimperialista y por el socialismo”.

e) Lucha contra las burocracias políticas, por la democracia directa y consejista.

f) Salvar la vida sobre la Tierra, salvar a la humanidad.

g) Para un Utopista Rojo el trabajo cultural y la creación artística en particular son el más noble intento revolucionario de lucha contra los miedos y la muerte. Toda creación es un acto de amor a la vida, por lo mismo es una propuesta de humanización.

* * *

a) Il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi che impieghiamo dev’essere riflessa l’essenza del fine.

b) Sostegno alle lotte di tutti i popoli contro l’imperialismo e/o per la loro autodeterminazione, indipendentemente dalle loro direzioni politiche.

c) Per l’autonomia e l’indipendenza totale dai progetti politici del capitalismo.

d) Unità del mondo del lavoro mentale e materiale, senza discriminazioni ideologiche di alcun tipo (a parte le «basi anticapitaliste, antimperialiste e per il socialismo».

e) Lotta contro le burocrazie politiche, per la democrazia diretta e consigliare.

f) Salvare la vita sulla Terra, salvare l’umanità.

g) Per un Utopista Rosso il lavoro culturale e la creazione artistica in particolare rappresentano il più nobile tentativo rivoluzionario per lottare contro le paure e la morte. Ogni creazione è un atto d’amore per la vita, e allo stesso tempo una proposta di umanizzazione.

* * *

a) La fin ne justifie pas les moyens, et dans les moyens que nous utilisons doit apparaître l'essence de la fin projetée.

b) Appui aux luttes de tous les peuples menées contre l'impérialisme et/ou pour leur autodétermination, indépendamment de leurs directions politiques.

c) Pour l'autonomie et la totale indépendance par rapport aux projets politiques du capitalisme.

d) Unité du monde du travail intellectuel et manuel, sans discriminations idéologiques d'aucun type, en dehors de l'identité "anticapitaliste, anti-impérialiste et pour le socialisme".

e) Lutte contre les bureaucraties politiques, et pour la démocratie directe et conseilliste.

f) Sauver la vie sur Terre, sauver l'Humanité.

g) Pour un Utopiste Rouge, le travail culturel, et plus particulièrement la création artistique, représentent la plus noble tentative révolutionnaire pour lutter contre la peur et contre la mort. Toute création est un acte d'amour pour la vie, et en même temps une proposition d'humanisation.

* * *

a) O fim não justifica os médios, e os médios utilizados devem reflectir a essência do fim.

b) Apoio às lutas de todos os povos contra o imperialismo e/ou pela auto-determinação, independentemente das direcções políticas deles.

c) Pela autonomia e a independência respeito total para com os projectos políticos do capitalismo.

d) Unidade do mundo do trabalho intelectual e físico, sem discriminações ideológicas de nenhum tipo, fora da identidade “anti-capitalista, anti-imperialista e pelo socialismo”.

e) Luta contra as burocracias políticas, pela democracia directa e dos conselhos.

f) Salvar a vida na Terra, salvar a humanidade.

g) Para um Utopista Vermelho o trabalho cultural e a criação artística em particular representam os mais nobres tentativos revolucionários por lutar contra os medos e a morte. Cada criação é um ato de amor para com a vida e, no mesmo tempo, uma proposta de humanização.