L’associazione Utopia rossa considera suo fondamento politico il principio secondo cui il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi si deve riflettere l’essenza del fine. Non ha programmi politici, come del resto non ne aveva la Prima internazionale. Nonostante le più diverse provenienze ideologiche dei suoi sostenitori, essa ritiene che l’anticapitalismo dilagato dopo l’inizio dell’Antirivoluzione russa (dicembre 1917) sia stato motivato fondamentalmente da idee precapitalistiche, cioè retrograde, e non da progetti di civiltà in grado di superare il capitalismo sviluppando ulteriormente i suoi modelli di democrazia. Ciò spiega anche il prevalere, nella storia della cosiddetta «sinistra», di simpatie per i regimi dittatoriali di ogni specie e colore. Utopia rossa si batte contro l’ulteriore diffusione di ideologie precapitalistiche vecchie e nuove (in campo politico, culturale, ecologico, religioso ecc.), come parte della sua battaglia per il superamento del capitalismo, se si vuole salvare la vita sulla Terra con la sua umanità. In questo senso la sua utopia continua ad essere rossa.

The Red Utopia association considers its political foundation to be the principle that the end does not justify the means, but that the means must reflect the essence of the end. It has no political program, just as the First International did not. Despite the diverse ideological backgrounds of its supporters, it believes that the anti-capitalism that spread after the start of the Russian Anti-Revolution (December 1917) was fundamentally motivated by pre-capitalist – that is, retrograde – ideas, and not by civilizational projects capable of overcoming capitalism and of further developing its democratic models. This also explains the prevalence, throughout the history of the so-called «left», of sympathies for dictatorial regimes of all kinds and colors. Red Utopia fights against the further spread of old and new pre-capitalist ideologies (in the political, cultural, ecological, religious, and other fields) as part of its battle to overcome capitalism, if life on Earth, including its humanity, is to be saved. In this sense, its utopia remains red.

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domenica 12 febbraio 2017

FILOSOFÍA: ¿QUIÉN DIJO QUE HA MUERTO?, por Marcelo Colussi

La imaginación al poder.
(Pintada durante el Mayo francés, 1968)

Auguste Rodin, El Pensador
“Hasta ahora los filósofos se han limitado a interpretar el mundo de distintas maneras; de lo que se trata es de transformarlo”, sentenciaba terminante el joven Marx en la tesis XI sobre Ludwig Feuerbach, en 1845. Para muchos esa fue la declaración de muerte de la filosofía clásica. De todos modos, siguió habiendo filosofía.
Para muchos, la obra del alemán Martin Heidegger fue la última expresión de un gran sistema filosófico, tal como existieron por más de dos milenios en la tradición occidental, desde los griegos clásicos hasta el idealismo alemán. Pero desaparecido Heidegger, el gran filósofo del siglo XX, siguió habiendo filosofía.
¿Pero acaso es inmortal la filosofía? En todo caso, sin decidir la respuesta aún, preguntémonos qué significa “filosofar”: ¿para qué se hace filosofía? ¿Es eso posible hoy día?
La respuesta a la pregunta planteada dependerá de quién la formule. Para nosotros, la gran mayoría, o quizá la totalidad de los lectores de este breve texto –si es que los tiene; quizá muchos se aburran y no lleguen al final–, seguramente occidentales, son inevitables ciertas representaciones, en algún caso ya estereotipadas, cuando hablamos del tema. Filosofía: saber por el saber mismo, reflexión profunda, meditación serena. E inmediatamente se nos podrá figurar la estatua de Auguste Rodin: El pensador, o el fabuloso fresco La escuela de Atenas, de Rafael Sanzio, con las distintas vacas sagradas del pensamiento griego clásico, aunque muy probablemente no evocaremos los tlamatinime, los sabios o filósofos aztecas. Ni tampoco pensaremos, por ejemplo, en los filósofos musulmanes de la escuela de Bagdad, surgidos hacia el año 800, uno de los momentos más fecundos del pensamiento universal, fundamento del posterior desarrollo científico de Occidente, doctos en la filosofía y en numerosas artes aplicadas como las matemáticas (ahí se inventaron los actuales números arábigos, difundidos luego universalmente), la arquitectura, la astronomía.
Quizá pensemos en los míticos sabios orientales, muy poco conocidos –eurocentrismo mediante– en nuestra civilización occidental, pero más como una invocación espiritual-religiosa que como filósofos, al menos tal como se entienden en nuestros lares. Seguramente no haremos mención de las cosmogonías precolombinas de América (maya e inca), riquísimas sistematizaciones de un rigor filosófico indudable, pero desconocidas en la academia de raíz europea. Y quizá, entre los filósofos, no se ponga a Marx, considerado más bien un revolucionario, un anti-filósofo. ¿Pero no es acaso revolucionaria la filosofía misma? Aunque en nuestro mundo científico-técnico actual, dominado por la ideología de la eficiencia y el lucro como bienes supremos, de acuerdo a esos estereotipos que nos inundan, filosofía también puede identificarse con inservibilidad. ¿Para qué filosofar si con eso no se come? ¡Las humanidades han muerto!, podría proclamarse –quizá al menos en la línea que llevó a anunciar que las ideologías estaban muertas, cuando cayó el muro de Berlín y se autodesintegró el bloque soviético–. Lo “importante”, según la ideología actualmente dominante, es lo práctico, lo rápido y efectivo, el manual, el tip. Y de ahí a la cultura de la imagen facilista (“El rincón del vago” o “Buenas tareas” mediante), un paso. La lectura parece una especie en extinción.

venerdì 27 maggio 2016

CHE COS'È LA SHARIA?, di Pier Francesco Zarcone

Dall'inizio dell'irruzione del radicalismo islamista e del jihadismo sui media si parla frequentemente di Sharia, ma con estrema approssimazione e varie deformazioni, col risultato di non far intendere le reali caratteristiche del fenomeno. Questa parola araba significa "via", "cammino verso la fonte", "strada battuta", "sentiero", e indica altresì il diritto religioso contenuto nel Corano e da esso derivato. Parlare di "legge" islamica è impreciso se teniamo conto della tipicità assunta in Occidente dal concetto di legge. La Sharia non è una "legge codificata" né codificabile, per quanto anche le rivendicazioni del radicalismo musulmano - e a volte anche di movimenti islamici qualificati dagli occidentali come "moderati" - occultino questo aspetto: essi infatti parlano di reintroduzione della Sharia quale disciplina giuridica religiosa della società e dei singoli, al che c'è da chiedersi di quale Sharia si tratti. Infatti essa non s'identifica per nulla con un insieme normativo bell'e fatto, e se qualcuno si recasse in una libreria islamica con l'idea di comprare il volume contenente la Sharia non lo troverebbe, o nella migliore delle ipotesi il libraio gli presenterebbe il Corano, una raccolta completa dei detti e fatti del Profeta (se è sunnita) e dei commentari della scuola giuridico-religiosa più influente nel paese.
Innanzitutto deve essere "ricavata" dal Corano e poi dalle altre fonti di cui diremo. Tutto sommato sarebbe meglio parlare di "sistema giuridico", piuttosto che di legge, e infatti fino al sec. XIX (cioè fino alla grande irruzione del colonialismo europeo nel mondo musulmano) l'espressione "legge islamica" era ignota ai Musulmani.
Per quanto possa sembrare un'eresia ai più, esistono forti similitudini con la common law britannica, particolarmente riguardo all'importanza dei precedenti e all'uso dell'analogia. In entrambi tali sistemi giuridici non c'è legge scritta, e se la common law è un diritto formato dai giudici, la Sharia è formata essenzialmente dai giuristi. Gli storici del diritto discutono su un altro punto inaspettato: cioè se la common law abbia tra le sue ascendenze proprio il diritto musulmano. Chi risponde positivamente al quesito sostiene che istituti fondamentali del diritto britannico derivano o sono stati adattati dal diritto islamico a seguito della conquista normanna dell'Inghilterra in base a conoscenze acquisite dal regno normanno di Sicilia, in cui forte era ancora la presenza musulmana. Ciò ovviamente non vuol dire negare il ruolo della tradizione anglo-sassone nella formazione della common law.
Nella tradizione islamica classica il potere politico non poteva intervenire in alcun modo nell'elaborazione normativa, riservata ai soli giuristi attraverso l'elaborazione dalle fonti religiose. Questo dà luogo a una sorta di tensione (per così dire) tra tendenza etico-spirituale e tendenza "istituzionale", in cui prevale l'aspetto normativo. Altro aspetto da considerare (e che i radicali islamisti e i jihadisti trascurano) è che, proprio per la sacralità di base della Sharia il fine primario della rivelazione coranica non è la regolazione dei rapporti fra gli esseri umani, bensì il rapporto tra il singolo e Dio.

lunedì 13 aprile 2015

MONDO ISLAMICO, LAICITÀ E SECOLARIZZAZIONE, di Pier Francesco Zarcone

PREMESSA: LUOGHI COMUNI ED EQUIVOCI DA EVITARE

Il nostro argomento, sicuramente attuale, va affrontato ben al di là degli imperversanti luoghi comuni che proiettano erronee generalizzazioni sia sull'Islām, sia su laicità e secolarizzazione. In Occidente, per la stragrande maggioranza delle persone l'Islām è un emerito sconosciuto, ma contemporaneamente è oggetto di «giudizi» indotti da come lo presentano le semplificazioni giornalistiche dei mass media. Una delle conseguenze è che l'insieme del mondo islamico appare del tutto alieno e ostico, come un mondo che non dialoga veramente, che non relativizza, permeato da un'intensa religiosità, per giunta in espansione oltre le proprie frontiere storiche e presente anche in Occidente con evidenti problemi di integrazione. Diciamo pure che per certi versi sembra più affine (con certe sue visibili caratteristiche di base) a un lontano passato dell'Occidente che non alla realtà contemporanea di esso. Da qui a parlare di «scontro di civiltà» il passo è breve.
Si pensi a questo esempio scelto per la sua valenza simbolica: ovunque ci sia una moschea col minareto, ogni giorno e per cinque volte, una voce ricorda a tutti - buoni e cattivi, qualunque cosa stiano facendo al momento - che Dio esiste; e quindi con Lui si devono fare i conti. La cosa non è perfettamente equiparabile al ruolo delle campane nel mondo cristiano, giacché la proclamazione che Dio c'è risulta nella chiamata del muezzin alla preghiera molto più diretta, immediata e suggestiva. Inoltre il riferimento a Dio è entrato a far parte di molte espressioni del parlar comune musulmano, ben al di là del noto insh'allāh («se Dio vuole», poi trasferitosi nel castigliano ojalá e nel portoghese oxalá): per esempio in turco abbiamo Allah Allah per dire «che strano!», Allahtan, «fortunatamente», il malvagio è detto Allahın cezası e l'arrivederci è reso con Allahaısmarladık; per non parlare della ricchezza di espressioni similari in arabo (per esempio, alla domanda «come stai?» si risponde alhamdu-lillāhi, cioè «Dio sia lodato», e lo stesso quando si starnutisce; in certe parti si esprime la gratitudine dicendo Allāh ibarek fik, «Dio ti benedica»; e quando si inizia qualche cosa, seppure profana, si recita la cosiddetta «basmala», ovvero bismillāhi ar-rahmān ar-rahīm1, «nel nome di Dio il Clemente e il Misericordioso».

lunedì 21 luglio 2014

IL MODERNO JIHADISMO, di Pier Francesco Zarcone

Ancora le colpe dell’Occidente
Il fenomeno del moderno jihadismo è complesso, insidioso e in espansione, manifestando propaggini crescenti anche all’interno della diaspora musulmana e tra i convertiti da altre religioni, occidentali inclusi (maschi e femmine). William Dalrymple concluse il suo pregevole libro L’assedio di Delhi[1], con questa frase:
«nulla minaccia l’aspetto liberale e moderato dell’Islam quanto l’intrusione e l’interferenza aggressive dell’Occidente in Oriente, proprio come niente radicalizza in modo tanto estremo il comune musulmano, alimentando la forza degli estremisti: infatti, la storia del fondamentalismo islamico e quella dell’imperialismo si sono spesso strettamente e pericolosamente intrecciate. Da tutto andrebbe ricavata una chiara lezione, poiché usando le famose parole di Edmund Burke (…) – chi non impara dalla storia è sempre destinato a ripeterla».
È vero. Infatti, spostandoci di molto nel tempo – per esempio all’epoca delle Crociate – constatiamo che senza il trauma provocato dall’irruzione armata dell’Occidente non ci sarebbe stato il teologo Taqi ad-Din ibn Taymiyyah (1263-1328), ideologo di un protosalafismo aggressivo. Tuttavia se si legge con attenzione la frase di Dalrymple si nota che non casualmente vi si parla di imperialismo che alimenta “la forza degli estremisti” islamici: cioè a dire, non la genera. Del resto come in qualsiasi contesto religioso gli estremismi ci sono sempre stati e sempre ci saranno. Restando all’Islam, se noi assumiamo quale essenza ideologica del jihadismo di ogni tempo (“ideologica” poiché si tratta appunto di un’ideologia armata, ossia del rivestimento religioso di un progetto di potere totalitario) il suo essere trans-storicamente antimoderno, misogeno e anche misantropo, rabbioso e trionfalistico, terroristico e suicida (quest’ultimo aspetto almeno per i militanti, ma non per i capi), intollerante al massimo, pure verso i musulmani di differente orientamento - allora finiamo col pensare a qualcosa di precedente rispetto a ibn Taymiyyah. Essendo più noti per la storia europea, tornano alla memoria i berberi integralisti Almoravidi (al-Muraabituun) che, dopo aver acquisito il dominio del Marocco (Maghrib al-Aqsa), si impadronirono dal 1086 fino al 1147 anche della penisola iberica musulmana (al-Andalus), per poi essere sostituiti dagli ancor più integralisti Almohadi (al-muwahiduun). Entrambi, comunque, finirono “addolciti” dalla superiore e ben diversa civiltà sviluppatasi in al-Andalus. Purtroppo, si tratta di un risultato di altri tempi.

domenica 16 marzo 2014

L'UCRAINA E L'AUTODETERMINAZIONE DELLA CRIMEA, di Pier Francesco Zarcone

Un capitolo si va chiudendo: dopo la proclamazione dell’indipendenza della Crimea da parte del Parlamento locale, scontata è la vittoria dei filorussi al consequenziale referendum. Per il seguito, chi vivrà vedrà.   
Resta il fatto che solo l’autodeterminazione filoccidentale dei popoli è “lecita”. La secessione della Crimea viene infatti considerata illegittima da Usa, Ue e loro sodali, mentre per la Russia è conforme alla Carta e alle statuizioni dell’Onu. Certo è che un giurista chiamato a rendere un parere pro veritate (cioè non di parte) troverebbe grandissime difficoltà a fare propria la valutazione occidentale. Incidentalmente si noti che per il prossimo autunno sono in agenda in Europa altri due referendum secessionisti, in Scozia e in Catalogna. “Ovviamente” né Londra né Madrid e nemmeno i vertici dell’Ue sono d’accordo. Saranno interessanti gli sviluppi.  
Dal punto di vista della teoria, il principio dell’autodeterminazione esprime il diritto di ciascun popolo a scegliere liberamente il proprio sistema di governo (autodeterminazione interna) e a essere libero da ogni dominazione esterna (autodeterminazione esterna); il che giuridicamente sancisce la possibile contrapposizione fra i diritti dei popoli e quelli degli Stati che li inquadrano, ma altresì la derogabilità alla tradizionale concezione della sovranità statale e - cosa in teoria importante - al principio della integrità territoriale degli Stati. Per quanto (come constatiamo) priva di effetti pratici, va ricordato che la “Dichiarazione di principi sulle relazioni amichevoli tra Stati”, approvata dall’Assemblea generale dell’Onu nel 1970, contiene la raccomandazione agli Stati membri perché si astengano da azioni di forza a contrasto della realizzazione del principio di autodeterminazione, e si riconosce ai popoli il diritto di resistere, anche con il sostegno di altri Stati e delle Nazioni Unite, ad atti di violenza che possano precludere loro l’attuazione di tale diritto. 

domenica 11 agosto 2013

¿TERRORISMO?, por Marcelo Colussi

Desde hace ya unas décadas, hacia fines del siglo XX, fue estableciéndose como una táctica militar un tipo amplio y difuso de acciones al que se le ha dado el impreciso nombre de “terrorismo”. Quienes otorgan ese nombre tienen una idea determinada de lo que entienden por él; pero quienes lo reciben en realidad jamás se autodefinen como “terroristas”. De hecho, el autor de estas líneas aparece mencionado en un listado de la Fundación contra el Terrorismo en la república de Guatemala, pudiendo afirmar que yo no me considero para nada un terrorista. ¿Lo seré sin saberlo? ¿En qué consiste exactamente ser un terrorista?
Si bien puede haber grandes diferencias entre los que así son designados, nadie que reciba ese mote se reconoce -mucho menos se ufana de ser- “señor del terror” sino, en todo caso, luchador social. Con lo que vemos que es muy difuso el término, equívoco, hasta incluso engañoso. En verdad ¿quién es “terrorista”? ¿Qué significa con precisión ser un “terrorista”?

venerdì 1 marzo 2013

OSTACOLI ARABI ALLA LIBERAZIONE DELLE MASSE ARABE, di Pier Francesco Zarcone

L’arretratezza politica e sociale del mondo arabo è nota a tutti, Arabi compresi. In questa sede ne mettiamo in evidenza due: un insospettato fattore culturale e la tradizionale autocrazia araba,  insieme a una rapida sintesi sui problemi economici di quell’area.

lunedì 5 marzo 2012

CRISTIANESIMI III, di Pier Francesco Zarcone


TRIONFALISMI E PREOCCUPAZIONI IN SANTI “IDEOLOGI”:  ESEMPI  DA OCCIDENTE E ORIENTE

Introduzione

Un discorso critico sulla santità non può prescindere dal fenomeno di quelli che possiamo considerare “Santi ideologi”, e non solo teologi. Ci rendiamo conto della sottigliezza della distinzione qui introdotta, e forse della discutibile precisione del termine “ideologo”; tuttavia non ne abbiamo trovati di migliori per indicare quanti abbiano elaborato sistemi di pensiero la cui portata vada al di là della sfera speculativo/teologica, in quanto finiscono con l’incidere sul modo di essere e sull’agire della Chiesa di appartenenza, tra le insidie e le lusinghe del mondo, cosicché hanno una rilevanza “politica”, in senso ampio.
Iosif Volokolamskij
Siamo pure consapevoli della possibilità di raggruppare  i Santi di questo tipo secondo classificazioni ispirate a più criteri, ma in questa sede abbiamo scelto quello del trionfalismo contrapposto alla preoccupazione spirituale per i cosiddetti “andazzi correnti”.
Poiché in questa ottica non c’è la necessità di soverchi chiarimenti sui “Cristianesimi sconosciuti” da chi proviene da ambienti di matrice cattolica, questa volta possiamo parlare anche di Santi ortodossi, cioè dell’Oriente cristiano che ha fatto propria la teologia bizantina (che storicamente precede quella della Chiesa di Roma) e l’ha ulteriormente sviluppata: nella specie si tratta della Chiesa russa. Naturalmente, sull’opposto e conflittuale versante, si è dovuto collocare il Santo cattolico considerabile il principe degli ideologi trionfalisti: Tommaso d’Aquino. Per comodità cominciamo da lui.
Il nobile Tommaso, non a caso membro dell’ordine dei Domenicani, è noto come autore della monumentale Summa Theologiae. L’essere poco o per niente conosciuta dalla gran massa dei laici (cattolici, agnostici, atei o di altre religioni) è solo segno di una grave colpa culturale, in quanto si tratta - oltre che di opera filosofica di rilievo - di uno strumento fondamentale per la comprensione della fenomenologia religiosa del Cattolicesimo, insieme ai maggiori scritti di Agostino di Ippona (qui l’autore del testo confessa un atto di ribellione in quanto, secondo le regole redazionali, avrebbe dovuto premettere “San” a questo nome, ma la ripugnanza è tale che ha preferito la dissidenza).

giovedì 15 dicembre 2011

L'ISLAM «MODERATO»: MA CHE COS'È? (Mondo arabo in rivolta XXVI), di Pier Francesco Zarcone

Il "luogo comune"
In ogni ambito della vita umana il più insidioso, ricorrente e tenace nemico risponde al nome di "luogo comune". Per il fatto di esprimersi con le parole, esso rientra appieno nel famoso ammonimento di Nanni Moretti: «chi parla male, pensa anche male». Infatti il luogo comune fa davvero pensare male, poiché si sovrappone, si sostituisce del tutto alla realtà a cui si riferisce. Quando se ne forma uno, poi sono dolori per chi pretenda di voler vedere le cose in termini più effettivi. Non che il luogo comune impedisca le analisi oggettive, però ne rende i risultati non facilmente assimilabili dagli altri.
Il luogo comune oggetto del nostro esame è quello dell'Islam "moderato", che ormai si è conquistato un posto "indiscusso" nell'ideario dei mass media e – ahimè – dei politici (in buona o mala fede).
Innanzitutto c'è da chiarire a cosa effettivamente ci si riferisca con questa espressione, e capirlo non è difficile se si sgombera il campo dal concetto di Islam in quanto religione. "Moderato" è un aggettivo di relazione, implicante un giudizio di esistenza riguardo a due parti (di uno stesso insieme o di due realtà distinte): la moderata e l'estremista.

È corretto parlare di Islam?
Islam è un concetto astratto, con il quale evidentemente incontrarsi e dialogare è "alquanto arduo", giacché il Corano è qualcosa di statico con cui non si interloquisce. Semmai ci si incontra e si dialoga con le persone, che possono essere moderate o immoderate. Il fatto è che le religioni - in sé e per sé – sono quello che sono, e soltanto in un'ottica comparativa interreligiosa va applicato un giudizio di maggiore o minore rigidità. Prendiamo il fenomeno più affine all'islamismo a motivo della stessa matrice etno-culturale: l'ebraismo biblico. Anch'esso è quel che è; e anche nel suo testo sacro – come del resto nel Corano – è possibile trovare tutto e il contrario di tutto.
In entrambi i casi, però, intervengono le interpretazioni (cioè le persone che le creano o vi aderiscono) a definire storicamente le diverse correnti e/o sfumature teologiche alle quali possono essere attribuiti i giudizi di "estremista" oppure di "moderato". Questo fa sì che anche a livello concettuale nessuna religione sia monolitica. Il che vale anche per l'Islam, a parte magari il periodo della vita del profeta Muhāmmad, giacché dopo c'è stata la frammentazione nelle due sfere fondamentali del Sunnismo e dello Sciismo, a loro volta articolatesi in varie correnti e sottocorrenti, ciascuna con i suoi moderati ed estremisti.
Questo come premessa.

martedì 29 marzo 2011

MONDO ARABO IN RIVOLTA (VII), di Pier Francesco Zarcone

In questo articolo vengono messi sul tappeto degli argomenti di grande importanza, riguardanti i complessi rapporti culturali e politici dell’Occidente con il Mondo arabo, sui quali l’autore, Pier Francesco Zarcone, auspica un dibattito a più voci. [la Redazione]


In assenza di rivoluzione sociale, quali prospettive politiche?
Si vorrebbe ora effettuare una prima riflessione riguardo a una questione abbastanza complessa, senza avere l’ambizione di giungere a una vera e propria analisi esaustiva, a motivo del fatto che il mondo arabo (e nel termine vengono incluse anche le minoranze cristiane) obiettivamente costituisce una realtà “altra” rispetto a come  nel corso della storia si sono plasmate le società europee. Questo va innanzi tutto compreso, poiché sempre di più ci si dovrà confrontare. E mai come in questo caso vale l’inascoltata lezione di Vicenzo Cuoco il quale – in una lontana fase della storia della penisola italiana – mise in guardia contro le riforme astrattamente giuste, ma radicalmente estranee al contesto che le riceve, con la conseguenza di reazioni anche sanguinose. Potrebbe aggiungersi che nell’immediato una situazione del tipo di quella stigmatizzata da Cuoco può cambiare se i riformatori dispongono della forza per imporsi, costi quel che costi; e il risultato può anche durare a medio termine. Ma in seguito, se il quadro cambia, non ci si stupisca. Purtroppo l’azione politica non si cala sempre in ambienti molto “elastici”, cioè più o meno agevolmente plasmabili; il più delle volte l’impresa di rompere con assetti e modi di pensare millenari richiede molto tempo, da riempire con un lavoro duro e costante, senza paura per le difficoltà e per il rischio di dover ricominciare da capo varie volte. Ci si deve muovere fra una serie di limitazioni, da conoscere, ponderare e, laddove possibile, schivare; fermo tuttavia restando il vecchio detto ad impossibilia nemo tenetur.
Nella cultura occidentale – da cui comunque siamo determinati – non è facile sfuggire all’automatismo di attribuire allo sviluppo della nostra fetta di pianeta il ruolo (e il valore, soprattutto) di paradigma dello sviluppo di qualsiasi realtà socio/culturale umana. E quindi di considerare “naturali” (quindi, in un certo senso, necessitate) quelle che sono state le sue tappe evolutive, con la conseguenza di attribuire indiscriminati giudizi di arretratezza a tutte le società il cui sviluppo storico sia stato differente. Il che sovente causa tragedie (a volte non prive di aspetti comici). Questo atteggiamento porta ad agire con la classica “mancanza di psicologia”, consistente nel ritenere che tutti abbiano la stessa maniera di pensare. Si può ricordare, a mo’ di esempio, un fatto accaduto nel Vietnam del Sud durante l’intervento statunitense: si era tenuta un’elezione politica, vinta con maggioranza assoluta dal governo in carica, ma con pochi punti percentuali al di sopra del 50%. Gli Stati Uniti la considerarono un test positivo, mentre i sudvietnamiti vi videro una catastrofe per i governativi, e le conseguenze infatti lo dimostrarono. Il fatto era che - secondo la mentalità indocinese (derivata dalla cultura della Cina) - il potere politico è un mandato (revocabile) del Cielo, e allora il popolo (se non tutto, quasi) segue il mandatario; per gli yankees, invece, era il frutto di un calcolo aritmetico dei risultati elettorali.
Da noi esiste anche l’atteggiamento di quanti adottano dosi più o meno consistenti di relativismo nella sfera antropologico-culturale. Qui sono possibili due posizioni ulteriori: una è di relativismo assoluto, con il rischio di finire eticamente neutri rispetto al cannibalismo rituale, o alla condizione della donna nella dimensione talibana; l’altra invece assume come universalmente validi i valori inerenti alla dignità e alla libertà dell’essere umano, per cui non si sfocia nell’indifferenza morale. Un fattore importante: la mentalità occidentale risente dell’atmosfera creata da quel sistema economico/sociale/culturale che è il capitalismo – da noi fenomeno endogeno - dai costanti esiti sovvertitori e distruttori dovunque vada.

RED UTOPIA ROJA – Principles / Principios / Princìpi / Principes / Princípios

a) The end does not justify the means, but the means which we use must reflect the essence of the end.

b) Support for the struggle of all peoples against imperialism and/or for their self determination, independently of their political leaderships.

c) For the autonomy and total independence from the political projects of capitalism.

d) The unity of the workers of the world - intellectual and physical workers, without ideological discrimination of any kind (apart from the basics of anti-capitalism, anti-imperialism and of socialism).

e) Fight against political bureaucracies, for direct and councils democracy.

f) Save all life on the Planet, save humanity.

g) For a Red Utopist, cultural work and artistic creation in particular, represent the noblest revolutionary attempt to fight against fear and death. Each creation is an act of love for life, and at the same time a proposal for humanization.

* * *

a) El fin no justifica los medios, y en los medios que empleamos debe estar reflejada la esencia del fin.

b) Apoyo a las luchas de todos los pueblos contra el imperialismo y/o por su autodeterminación, independientemente de sus direcciones políticas.

c) Por la autonomía y la independencia total respecto a los proyectos políticos del capitalismo.

d) Unidad del mundo del trabajo intelectual y físico, sin discriminaciones ideológicas de ningún tipo, fuera de la identidad “anticapitalista, antiimperialista y por el socialismo”.

e) Lucha contra las burocracias políticas, por la democracia directa y consejista.

f) Salvar la vida sobre la Tierra, salvar a la humanidad.

g) Para un Utopista Rojo el trabajo cultural y la creación artística en particular son el más noble intento revolucionario de lucha contra los miedos y la muerte. Toda creación es un acto de amor a la vida, por lo mismo es una propuesta de humanización.

* * *

a) Il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi che impieghiamo dev’essere riflessa l’essenza del fine.

b) Sostegno alle lotte di tutti i popoli contro l’imperialismo e/o per la loro autodeterminazione, indipendentemente dalle loro direzioni politiche.

c) Per l’autonomia e l’indipendenza totale dai progetti politici del capitalismo.

d) Unità del mondo del lavoro mentale e materiale, senza discriminazioni ideologiche di alcun tipo (a parte le «basi anticapitaliste, antimperialiste e per il socialismo».

e) Lotta contro le burocrazie politiche, per la democrazia diretta e consigliare.

f) Salvare la vita sulla Terra, salvare l’umanità.

g) Per un Utopista Rosso il lavoro culturale e la creazione artistica in particolare rappresentano il più nobile tentativo rivoluzionario per lottare contro le paure e la morte. Ogni creazione è un atto d’amore per la vita, e allo stesso tempo una proposta di umanizzazione.

* * *

a) La fin ne justifie pas les moyens, et dans les moyens que nous utilisons doit apparaître l'essence de la fin projetée.

b) Appui aux luttes de tous les peuples menées contre l'impérialisme et/ou pour leur autodétermination, indépendamment de leurs directions politiques.

c) Pour l'autonomie et la totale indépendance par rapport aux projets politiques du capitalisme.

d) Unité du monde du travail intellectuel et manuel, sans discriminations idéologiques d'aucun type, en dehors de l'identité "anticapitaliste, anti-impérialiste et pour le socialisme".

e) Lutte contre les bureaucraties politiques, et pour la démocratie directe et conseilliste.

f) Sauver la vie sur Terre, sauver l'Humanité.

g) Pour un Utopiste Rouge, le travail culturel, et plus particulièrement la création artistique, représentent la plus noble tentative révolutionnaire pour lutter contre la peur et contre la mort. Toute création est un acte d'amour pour la vie, et en même temps une proposition d'humanisation.

* * *

a) O fim não justifica os médios, e os médios utilizados devem reflectir a essência do fim.

b) Apoio às lutas de todos os povos contra o imperialismo e/ou pela auto-determinação, independentemente das direcções políticas deles.

c) Pela autonomia e a independência respeito total para com os projectos políticos do capitalismo.

d) Unidade do mundo do trabalho intelectual e físico, sem discriminações ideológicas de nenhum tipo, fora da identidade “anti-capitalista, anti-imperialista e pelo socialismo”.

e) Luta contra as burocracias políticas, pela democracia directa e dos conselhos.

f) Salvar a vida na Terra, salvar a humanidade.

g) Para um Utopista Vermelho o trabalho cultural e a criação artística em particular representam os mais nobres tentativos revolucionários por lutar contra os medos e a morte. Cada criação é um ato de amor para com a vida e, no mesmo tempo, uma proposta de humanização.