L’associazione Utopia rossa considera suo fondamento politico il principio secondo cui il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi si deve riflettere l’essenza del fine. Non ha programmi politici, come del resto non ne aveva la Prima internazionale. Nonostante le più diverse provenienze ideologiche dei suoi sostenitori, essa ritiene che l’anticapitalismo dilagato dopo l’inizio dell’Antirivoluzione russa (dicembre 1917) sia stato motivato fondamentalmente da idee precapitalistiche, cioè retrograde, e non da progetti di civiltà in grado di superare il capitalismo sviluppando ulteriormente i suoi modelli di democrazia. Ciò spiega anche il prevalere, nella storia della cosiddetta «sinistra», di simpatie per i regimi dittatoriali di ogni specie e colore. Utopia rossa si batte contro l’ulteriore diffusione di ideologie precapitalistiche vecchie e nuove (in campo politico, culturale, ecologico, religioso ecc.), come parte della sua battaglia per il superamento del capitalismo, se si vuole salvare la vita sulla Terra con la sua umanità. In questo senso la sua utopia continua ad essere rossa.

The Red Utopia association considers its political foundation to be the principle that the end does not justify the means, but that the means must reflect the essence of the end. It has no political program, just as the First International did not. Despite the diverse ideological backgrounds of its supporters, it believes that the anti-capitalism that spread after the start of the Russian Anti-Revolution (December 1917) was fundamentally motivated by pre-capitalist – that is, retrograde – ideas, and not by civilizational projects capable of overcoming capitalism and of further developing its democratic models. This also explains the prevalence, throughout the history of the so-called «left», of sympathies for dictatorial regimes of all kinds and colors. Red Utopia fights against the further spread of old and new pre-capitalist ideologies (in the political, cultural, ecological, religious, and other fields) as part of its battle to overcome capitalism, if life on Earth, including its humanity, is to be saved. In this sense, its utopia remains red.

PER SAPERNE DI PIÙ CI SONO UNA COLLANA DI LIBRI E UN BLOG IN VARIE LINGUE…

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sabato 12 maggio 2018

NUESTRAS DIFERENCIAS CON LA “DECLARACIÓN FINAL DE LA CUMBRE DE LOS PUEBLOS POR LA ARTICULACIÓN SOCIAL DE NUESTRA AMÉRICA”, por Hugo Blanco

La Declaración menciona: “organizaciones indígenas que resisten el embate del capitalismo salvaje”. Salvaje es no domesticado. El cóndor es un animal salvaje, la gallina es un animal doméstico. Hay compañeros amazónicos salvajes que no quieren contacto con la “civilización”. Defendemos su derecho a mantenerse aislados. El capitalismo es lo menos salvaje que hay, es producto de la “civilización”. Llamarle “salvaje” es un apelativo lisonjero que no merece.
Nuestra principal diferencia es que habla en forma positiva de los gobiernos capitalistas que se denominaron “progresistas”. Nosotros denunciamos que continuaron manteniendo el sistema capitalista neoliberal. Como el mundo está gobernado por las grandes empresas transnacionales, éstas decidieron tener sirvientes más consecuentes. Ninguno de esos progresistas nacionalizó empresas del gran capital.

Brasil.– La Declaración dice: “Hoy somos Lula y Brasil”. Rolando Astarita señala: “Sostengo que los gobiernos de Lula da Silva y Dilma Rousseff no se distinguieron, en lo esencial, de lo que hicieron o hacen los gobiernos habitualmente considerados ‘de centro’, o incluso ‘neoliberales’. En particular, porque no alteraron en ningún sentido profundo las características del capitalismo dependiente brasileño. Por eso, cuando se agotó el ‘viento de cola’ de la suba de los términos de intercambio, la economía de Brasil entró en la pendiente que desembocó en la profunda recesión de 2014-2016. Y en continuación con la política aplicada hasta entonces, el gobierno de Rousseff respondió a esa crisis con las mismas recetas de la tan denostada ‘derecha neoliberal’”.

Bolivia.– La Declaración señala: “el proceso revolucionario boliviano encabezado por nuestro compañero Evo Morales”.
Recordamos el tema del TIPNIS: Evo Morales retira la protección a un territorio indígena para construir una carretera. Diputados del partido oficialista boliviano suspenden la ley de protección especial al Territorio Indígena y Parque Nacional Isiboro Sécure (TIPNIS). En el proceso de legislación quizá más rápido de la historia del país, la mayoría de los parlamentarios oficialistas anuló la protección de que gozaba el TIPNIS, situado en el centro del país y habitado por varios grupos étnicos originarios, que la “reconquistaron” con una marcha que se sobrepuso a la represión policial y arribó a La Paz; Morales se vio obligado a recibirlos en el Palacio de Gobierno.
Recordamos que mediante un plebiscito convocado por Evo Morales, el pueblo boliviano decidió que estaba en contra de que Evo (“nuestro compañero”) volviera a presentarse como candidato. A pesar de eso, él insiste.

Ecuador.– La Declaración señala: “La Revolución Ciudadana liderada por el compañero Rafael Correa demostró al mundo que los procesos progresistas pueden hacer transformaciones que pongan al ser humano por sobre el capital, demostró que la redistribución de la riqueza, la defensa de la soberanía y el respeto y protección de los derechos humanos son fundamentales para conseguir la sociedad del buen vivir. Desde la Cumbre de los Pueblos manifestamos nuestra preocupación de cualquier retroceso en las conquistas alcanzadas en Ecuador”.
La preocupación de la Declaración es contraria a la preocupación de la Confederación de Nacionalidades Indígenas del Ecuador (CONAIE): ésta ha manifestado al actual presidente del Ecuador, Lenín Moreno, su inquietud porque hay algunos “funcionarios correístas” que se mantienen en sus cargos.

Tenemos muchas más diferencias de este tipo: por falta de espacio, baste con las mencionadas.

domenica 21 maggio 2017

ON THE ROAD/EN LA RUTA, di Roberto Massari

Pubblichiamo in versione «ampliata» lo scritto di Massari che fa da prefazione al libro fotografico - scritto e curato da Sandro Lusini e Cesare Moroni - Ernesto Che Guevara: la Ruta del Che - Argentina e Bolivia (pp. 160, € 16,00). [la Redazione]

Moroni editore, 2017
En la rutaOn the roadEn routeAuf den WegSulla strada… L’espressione è antica, è comune a molte lingue e continua ad evocare sensazioni che nell’epoca di Facebook in Rete o di Fast and Furious (8!) al cinema riescono a sopravvivere solo come creazioni mentali (perifrasi storico-concettuali), desideri immaginifici, impulsi emotivi alla rottura della routine quotidiana. Immortalata da libri come il classico di Kerouac (1957), assunta come motto dallo scoutismo degli adulti in auge nell’Italia degli anni ‘60, sussurrata dagli impavidi autostoppisti che affollavano gli Auberges de jeunesse di mezza Europa, quell’espressione ha nondimeno caratterizzato un’epoca, che si può identificare con discreta approssimazione negli anni ‘50 e ‘60, fino all’esplosione semiplanetaria del Sessantotto.
Nel ‘68 Guevara era già morto, da pochi mesi: lui che di quel grande moto giovanile aveva anticipato quasi ogni ambizione utopica, ogni movente iperattivistico, ogni urlo di sfida perentoria e radicale contro il sistema. E aveva anticipato tutto ciò… mettendosi in cammino: in cammino lungo i sentieri tortuosi, selvatici o falsamente civilizzati della sua Grande America, la Pacha Mama violentata degli antichi popoli nativi, meticcia nella sofferenza di nuove immigrazioni e tradizioni imbastardite.
Ma non si pensi che per il giovane Ernesto la formula del viaggio vada intesa in senso allegorico. No: prima imbarcato su navi di lungo corso come apprendista infermiere; poi i quasi 5.000 km andini in bicicletta; a seguire, il periplo con Granado compiuto in moto, camion, zattera, a piedi e in un aereo per il trasporto cavalli; infine il terzo viaggio cominciato in treno alla stazione di Belgrano (1953) e terminato nel groviglio di mangrovie de Las Coloradas (1956), in mezzo alla prima di una lunga serie di stragi dei compagni di lotta.
La trasformazione rivoluzionaria di Ernesto nel Che era stata preparata dall’epopea giovanile del viaggio. Ora questa è storia arcinota, grazie ai libri e al cinema. Quando, però, queste informazioni me le dava Hilda Gadea (la peruviana sua prima moglie e madre di Hildita), nei mesi in cui visse con me a Roma (1969 e 1970), nessun altro al mondo ancora le aveva scritte, teorizzate e forse neanche pensate (con l’esclusione della madre Celia, il fratello Roberto che me ne parlò quando fui suo ospite a Buenos Aires, l’amica Tita Infante e pochi altri suoi intimi). Ma Hilda era la testimone più attendibile, perché da lei Ernesto aveva ricevuto la prima formazione politica (sartriana e marxista) che doveva spingerlo a diventare un autentico ribelle nella mente oltre che nel cuore.
Se i viaggi che ho citato possono considerarsi l’anabasi di Ernesto dall’Argentina a Cuba (attraverso Bolivia, Perù, Guatemala e Messico), i luoghi della guerriglia boliviana costituiscono certamente la catabasi (da Cuba a La Higuera, passando per Congo, Tanzania, Praga). È tantissimo da raffigurare per immagini fisse e quindi ben venga questa sintesi editoriale che ci offre anabasi e catabasi guevariane con l’immediatezza del mezzo fotografico: un bel mezzo… vista la qualità cromatica di preziose inquadrature.

giovedì 19 gennaio 2017

HASTA SIEMPRE, CIRO BUSTOS, por Alfredo Helman

© Erik Gandini
El tiempo inexorable, implacable, va terminando uno a uno con aquellos sobrevivientes de la epopeya boliviana del Che que han tenido la fortuna de no caer en los memorables combates.
Ciro Bustos era uno de aquellos combatientes y nos ha dejado su testimonio en el bello libro El Che quiere verte, que la tenacidad y el entusiasmo admirable de Roberto Massari ha permitido fuese apreciado por los lectores italianos.
Ciro era el hombre del Che en la Argentina. Bajo sus ordenes expresas tenía a su cargo la coordinación de todos los grupos que en ese país se aprestaban a incorporarse a la guerrilla.
Su figura alcanzó trascendencia universal por la polemica que en los tiempos de la derrota de la guerrilla y el encarcelamiento de Bustos y Debray se desató sobre quién de ellos dos había delatado la presencia del Che en Bolivia y facilitado la intervención consecuente de la CIA.
Personalmente yo siempre he sostenido públicamente y en mis escritos la absoluta fe en la integridad revolucionaria de Ciro.
Massari editore, 2016
No tengo elementos para afirmar la culpabilidad de Régis Debray, sí los tengo para afirmar la inocencia de Ciro. Nadie traiciona a mitad y Bustos tenía en sus manos toda la información necesaria para aniquilar a todos los grupos guevaristas de la Argentina y nadie en ese país, ni en ese momento ni después, tuvo alguna persecución atribuible a Bustos.
Bustos, que vendiendo esa información habría obtenido libertad y dinero, pasó en cambio largos años de detención en la cárcel boliviana y luego el destierro en Suecia.
Ciro pasó esta etapa de su vida con un rictus amargo. Se sentía abandonado por sus compañeros argentinos y cubanos. Peleando duramente para romper la capa de desconfianza que aún lo perseguía. Para afirmar la limpidez de su honor revolucionario.
Los que lo conocimos y apreciamos no podemos dejar de participar en esta póstuma batalla para que su memoria de combatiente sin mancha pase a ser patrimonio de las nuevas generaciones.
Compañero Ciro, ¡PRESENTE!

lunedì 7 novembre 2016

KEY IDEAS ON THE MODERN REVIEW OF MARXISM EXPOSED IN THE BOLIVIAN UNIVERSITIES, by Carlos Barragán Vargas

Una recensione al libro di Barragán (15 febbraio 2015)
A review of Barragán’s book (15 February 2015)
in Utopia Rossa/Red Utopia

http://utopiarossa.blogspot.it/2015/02/sobre-la-revolucion-del-celular-por.html

IN DUE LINGUE (Inglese, Spagnolo)
IN TWO LANGUAGES (English, Spanish)

Estimado Roberto!
Me alegro saludarte y tener la oportunidad de intercambiar ideas contigo.
Efectivamente sigo los artículos que producen Uds. pero debe ser franco contigo en el sentido que lo hago para enterarme de lo producido por muchos compañeros que están en una línea que para mí resulta radical.
Como puedes interpretar del artículo que contiene las ideas-fuerza de mi actuación en mi país, estoy en una línea mas investigativa y tratando de entender las razones por las que generaciones de revolucionarios a nivel mundial fracasan en la construcción de la nueva sociedad. Nosotros mismos hemos vivido casi todos los experimentos: la lucha de masas: la lucha guerrillera, la lucha democrática y ahora la lucha de los movimientos sociales e indígenas. Igualmente y aunque mejor ubicados que Venezuela los síntomas son de retroceso porque nos devora la corrupción y lo único que se está logrando en mi país es la construcción de una nueva burguesía.
La línea que tienen Uds. es a mi entender de exaltación de la heroicidad en la lucha contra el imperialismo sea del Che o por ejemplo del c. Blanco que dicho sea de paso estuvo en contacto en su momento con un medio hermano mío, connotado dirigente del PCB. Esa línea expresa en cierto modo una visión dicotómica de la evolución social. Mi esfuerzo contenido en el libro La revolución del Celular y cuyo contenido no ha sido considerado por mis propios cc. marxistas tuvo que ser promocionado en conferencias con el título de “La revisión moderna del Marxismo”. Parece que ahora sí le pondrán atención y mi libro es, en los hechos, un intento de dar respuesta a los esfuerzos que hacen todavía miles de revolucionarios tratando de obtener la sociedad pronosticada por Marx. Desde ese punto de vista, considero al capitalismo no como un enemigo al que es necesario aniquilar sino un sistema que es necesario superar y tal como tú dices un sistema poderoso que debe ser superado con mucha inteligencia y con las consignas correctas de lucha.
Todo mi libro conduce entonces a las tres consignas que para mí son revolucionarias y no reformistas como se puede pensar: a) Límite a las ganancias de las empresas e individuos (que conducirá en una primera etapa a la democratización del capital y en una segunda a plantear nuevamente la socialización de los principales medios de producción de la sociedad); b) eliminación del dinero físico y generalización del dinero electrónico y c) uso del celular “integral” que pondrá los límites a la corrupción que es la que hace caer todos los experimentos prematuros de construcción de la nueva sociedad.
Tengo 80 años y eso no me impide realizar a lo largo de todo mi páis los trabajos de esclarecimiento que realizaba cuando era un inberbe militante comunista y es porque creo firmemente en esa nueva sociedad que debe ser conseguida a pesar o mejor dicho a causa de todos nuestros fracasos.
Aquí en nuestro país, Álvaro García Linera, con todo el aparato del Estrado, ha influido en crear la línea de “mirar el mundo desde Bolivia”. Ahora mismo se prepara para el 10/11 la publicación del libro de un paisano tuyo que se llama Diego Fusaro con el título de: Capitalismo flexible, precariedad y nuevas formas del conflicto. Para mí ese libro es un rebuscar en el “baúl de la abuela”, es decir revisar a Marx sin sacar ninguna conclusión práctica para la lucha por la nueva sociedad. En todo caso debo reconocer que mi libro está en la línea de mirar el mundo desde Bolivia (porque lo que digo en mi resúmen es más para los países del primer mundo que para nosotros) pero en una línea independiente de lo que hace Álvaro.
Finalmente, estimado Roberto, comprenderé perfectamente que no salga publicado la síntesis que te mandé como resúmen de mi libro La revolución del Celular o “La revisión moderna del Marxismo” porque evidentemente no se encuentra en la orientación de la red de UTOPIA ROJA. En todo caso me parece que con una introducción de alerta para tus lectores podrían ser muy útiles las reflexiones planteadas […].
Un fuerte abrazo,
Carlos

1. Marx correctly predicted that a new society will ensue after capitalism.
2. He was wrong to think that society was close.
3. Lenin was wrong to identify the objective and subjective conditions for the seizure of power with the existence of conditions for the construction of socialism.
4. Kautsky was right in 1919 by stating that Lenin would not build socialism but a dictatorship.
5. Berstein was right to propose a social democracy as the most advanced possible system and subsequently created the “welfare state” the Europeans enjoyed.
6. The “real socialism” collapsed because a lack of freedoms, less productive dynamism of the statist system and especially corruption.

IDEAS FUERZA SOBRE LA REVISIÓN MODERNA DEL MARXISMO EXPUESTAS EN LAS UU’S DE BOLIVIA, por Carlos Barragán Vargas

Una recensione al libro di Barragán (15 febbraio 2015)
Una reseña del libro de Barragán (15 de febrero de 2015)
in Utopia Rossa/Utopía Roja

http://utopiarossa.blogspot.it/2015/02/sobre-la-revolucion-del-celular-por.html

IN DUE LINGUE (Spagnolo, Inglese)
EN DOS IDIOMAS (Español, Inglés)

Estimado Roberto!
Me alegro saludarte y tener la oportunidad de intercambiar ideas contigo.
Efectivamente sigo los artículos que producen Uds. pero debe ser franco contigo en el sentido que lo hago para enterarme de lo producido por muchos compañeros que están en una línea que para mí resulta radical.
Como puedes interpretar del artículo que contiene las ideas-fuerza de mi actuación en mi país, estoy en una línea mas investigativa y tratando de entender las razones por las que generaciones de revolucionarios a nivel mundial fracasan en la construcción de la nueva sociedad. Nosotros mismos hemos vivido casi todos los experimentos: la lucha de masas: la lucha guerrillera, la lucha democrática y ahora la lucha de los movimientos sociales e indígenas. Igualmente y aunque mejor ubicados que Venezuela los síntomas son de retroceso porque nos devora la corrupción y lo único que se está logrando en mi país es la construcción de una nueva burguesía.
La línea que tienen Uds. es a mi entender de exaltación de la heroicidad en la lucha contra el imperialismo sea del Che o por ejemplo del c. Blanco que dicho sea de paso estuvo en contacto en su momento con un medio hermano mío, connotado dirigente del PCB. Esa línea expresa en cierto modo una visión dicotómica de la evolución social. Mi esfuerzo contenido en el libro La revolución del Celular y cuyo contenido no ha sido considerado por mis propios cc. marxistas tuvo que ser promocionado en conferencias con el título de “La revisión moderna del Marxismo”. Parece que ahora sí le pondrán atención y mi libro es, en los hechos, un intento de dar respuesta a los esfuerzos que hacen todavía miles de revolucionarios tratando de obtener la sociedad pronosticada por Marx. Desde ese punto de vista, considero al capitalismo no como un enemigo al que es necesario aniquilar sino un sistema que es necesario superar y tal como tú dices un sistema poderoso que debe ser superado con mucha inteligencia y con las consignas correctas de lucha.
Todo mi libro conduce entonces a las tres consignas que para mí son revolucionarias y no reformistas como se puede pensar: a) Límite a las ganancias de las empresas e individuos (que conducirá en una primera etapa a la democratización del capital y en una segunda a plantear nuevamente la socialización de los principales medios de producción de la sociedad); b) eliminación del dinero físico y generalización del dinero electrónico y c) uso del celular “integral” que pondrá los límites a la corrupción que es la que hace caer todos los experimentos prematuros de construcción de la nueva sociedad.
Tengo 80 años y eso no me impide realizar a lo largo de todo mi páis los trabajos de esclarecimiento que realizaba cuando era un inberbe militante comunista y es porque creo firmemente en esa nueva sociedad que debe ser conseguida a pesar o mejor dicho a causa de todos nuestros fracasos.
Aquí en nuestro país, Álvaro García Linera, con todo el aparato del Estrado, ha influido en crear la línea de “mirar el mundo desde Bolivia”. Ahora mismo se prepara para el 10/11 la publicación del libro de un paisano tuyo que se llama Diego Fusaro con el título de: Capitalismo flexible, precariedad y nuevas formas del conflicto. Para mí ese libro es un rebuscar en el “baúl de la abuela”, es decir revisar a Marx sin sacar ninguna conclusión práctica para la lucha por la nueva sociedad. En todo caso debo reconocer que mi libro está en la línea de mirar el mundo desde Bolivia (porque lo que digo en mi resúmen es más para los países del primer mundo que para nosotros) pero en una línea independiente de lo que hace Álvaro.
Finalmente, estimado Roberto, comprenderé perfectamente que no salga publicado la síntesis que te mandé como resúmen de mi libro La revolución del Celular o “La revisión moderna del Marxismo” porque evidentemente no se encuentra en la orientación de la red de UTOPIA ROJA. En todo caso me parece que con una introducción de alerta para tus lectores podrían ser muy útiles las reflexiones planteadas […].
Un fuerte abrazo,
Carlos

1. Marx predijo correctamente que una nueva sociedad advendría luego del capitalismo.
2. Se equivocó al pensar que esa sociedad estaba cercana.
3. Lenin se equivocó al identificar las condiciones objetivas y subjetivas para la toma del poder con la existencia de condiciones para la construcción del socialismo.
4. Kautsky acertó en 1919 al afirmar que Lenin no construiría el socialismo sino una dictadura.
5. Berstein acertó en proponer a la socialdemocracia como el régimen posible y más avanzado que posteriormente creó el “estado de bienestar” del que gozaron los europeos.
6. El “socialismo real” se derrumbó por una falta de libertades, menor dinamicidad productiva del sistema estatista y sobre todo por la corrupción.

sabato 30 aprile 2016

«CHE GUEVARA E I SUOI COMPAGNI: UOMINI DELLA GUERRIGLIA IN BOLIVIA» DI ENRICA MATRICOTI, di Riccardo Vinciguerra (Mongo)

Che Guevara e i suoi compagni. Uomini della guerriglia in Bolivia - Zambon editore, 2016 - è un libro unico nel suo genere, nato dalle «ceneri» di un lavoro documentaristico, Ernesto Che Guevara - El hombre nuevo en el siglo XXI di Walter-Uliano Pistelli e Favio Giorgio, al quale ha contribuito, come fotografa di scena e assistente della produzione, anche la curatrice del libro stesso: Enrica Matricoti.
Il libro racconta la Rivoluzione cubana e la guerriglia boliviana attraverso le testimonianze dei protagonisti sopravvissuti e dei famigliari di coloro che perirono durante la missione in Bolivia; un'impostazione originale che permette al lettore/studioso di identificarsi con le loro imprese, con le loro difficoltà, con la loro vita quotidiana: un ritratto, intimo, di quei rivoluzionari che cercarono di propagare in tutta l'America latina il sogno del socialismo, in un continente dalle fortissime disuguaglianze sociali.
Il volume raccoglie le interviste fatte ai protagonisti superstiti quali Pombo e Urbano; ai collaboratori del Che quali Orlando Borrego Díaz e Ulises Estrada Lescaille; ad altri testimoni dell'epoca quali i parenti e gli amici dei cubani caduti in terra boliviana.
Il lavoro è pregevole soprattutto perché si pone l'obiettivo di mantenere viva la memoria sulle gesta e sui sacrifici, tramite le varie testimonianze raccolte, del guerrillero heroico e dei suoi compagni: giovani uomini in carne e ossa, che mostrarono tutta la loro umanità, il loro carattere, le loro debolezze e i loro punti di forza di fronte alle prove sempre più ardue che la guerra di guerriglia metteva loro di fronte.
«La coerenza stessa dell'agire di questi uomini testimonia la loro lucida consapevolezza del sacrificio che comportava la scelta della lotta: il distacco dalla propria terra, dalla famiglia, la rinuncia a crescere i propri figli ancora piccoli, l'eventualità di perire lungo il cammino».
Il volume è completato da pregevoli schede tecniche dedicate alla Cuba pre-Batista e prerivoluzionaria, alla Bolivia e, per finire, l'ultima parte è dedicata alle note biografiche sui guerriglieri che combatterono con il Che.

lunedì 22 giugno 2015

SOBRE LA MASACRE DE SAN JUAN Y LA GUERRILLA DE ÑANCAHUAZÚ, por María del Carmen Garcés

El 24 de junio se cumple el 48º aniversario de la Masacre de San Juan. La misma guarda una relación indirecta pero innegable con la guerrilla iniciada por Che en Bolivia siete meses antes, como se demuestra en el libro 1967: San Juan a sangre y fuego (Sevillano, La Paz 2008) de Carlos Soria Galvarro Terán, José Pimentel Castillo y Eduardo García Cárdenas, cuya primera parte fue publicada en el Cuaderno Nº 8 de la Fundación Ernesto Che Guevara (Massari Editore, Bolsena 2010).
Como homenaje a los mineros caídos y como aporte a la búsqueda de la verdad de aquella convulsionada fase de la historia boliviana, publicamos el presente artículo. [la Redacción]

La actitud de la izquierda latinoamericana y de los partidos políticos de izquierda (particularmente de los bolivianos) hacia la guerrilla comandada por Ernesto Guevara requiere de un detenido estudio.
La intención de este artículo es aclarar la relación existente entre la Masacre de San Juan y la guerrilla de Ñancahuazú, y la posición que ante este hecho tiene el Partido Comunista de Bolivia.
La noche de San Juan, el 24 de junio de cada año, es celebrada tradicionalmente en Bolivia. En los distritos mineros, los pueblos, el campo, las ciudades se reúnen las familias alrededor de una fogata alimentada con leños, ramas, hojas secas… En torno al fuego, jugando o bailando, bebiendo o mirando, permanecen hasta la madrugada de la que se conoce como la noche más fría del año. El ambiente es festivo, el cielo adquiere una tonalidad plomiza al llenarse de humo. En una noche como estas del año 1967, se produjo en los distritos mineros de Catavi y Siglo XX, una de las más sangrientas masacres de la historia política boliviana que se conoce con el nombre de Masacre de San Juan.
Faltando pocos minutos para las cinco de la mañana, tropas del Ejército con el apoyo de la Fuerza Aérea (que según declaraciones de Alfredo Ovando avanzaron obedeciendo órdenes de la presidencia de la República) atacaron sorpresivamente los distritos mineros de Catavi y Siglo XX, mientras los mineros y sus familias permanecían aún alrededor de las fogatas. El ataque causó 26 muertos y decenas de heridos.

domenica 15 febbraio 2015

SOBRE LA REVOLUCIÓN DEL CELULAR, por Julio César Mallón Nolasco

En Bolivia ha sido recientemente publicado un libro sobre los medios y las formas de lucha por una nueva sociedad. El libro titula La revolución del Celular, 101 páginas, escrito por un prestigioso intelectual boliviano, Carlos Barragán Vargas (Librería-Editorial Los Amigos del Libro. La Paz y Cochabamba 2014).
El libro, por la importancia de los problemas que plantea y que bien pueden considerarse como propuestas efectuadas dentro del marco teórico de un marxismo remozado, representa primero un esfuerzo por analizar los nuevos fenómenos sociales y los problemas siempre conflictivos sobre la teoría de la revolución. Las conclusiones altamente polémicas y provocadoras a las que arriba podrían ser suficiente motivo para interesarse por su contenido. Sin embargo, lo realmente remarcable en la aparición de este libro es que se lo hace desde un país como Bolivia, en el que camina exitoso un proceso de cambio, confirmando el impulso a la creatividad que realiza el Vicepresidente del Estado Plurinacional, que insiste en “mirar el mundo desde Bolivia” y con la construcción de conceptos articulados al proceso de cambio boliviano. Con esa óptica la propuesta del libro, que sobre todo podría ser más útil para los países del Primer Mundo, es realmente un notable esfuerzo que merece el comentario que me atrevo a efectuar en el presente artículo.
En el desarrollo de su libro, Barragán efectúa un recorrido sintético de la economía de los países o grupos de países de casi todas las regiones del planeta. Analiza la marcha de la economía de los EE.UU., la Unión Europea, Rusia y, especialmente, la de los países del Asia tales como Japón, la China e India. Revisa también la situación de los países árabes, del África y finalmente de Latinoamérica, mencionando con un poco más de detalle el denominado “proceso de cambio” en Bolivia, con todas sus luces y sombras. De todo este repaso, saca la conclusión empírica que el camino al desarrollo exitoso de los países de la periferia del mundo desarrollado es la aplicación de políticas económicas de mercado que reflejen los intereses inmediatos de la gente y que sólo pueden ser sostenidos por gobiernos fuertes, con mucha coherencia interna, tal como ocurrió en Japón y actualmente está ocurriendo en China. En resumen gobiernos coherentes, independientemente de su postura ideológica global, capitalista o socialista, que apliquen las políticas de mercado pero con sostenidas medidas keynesianas del más variado tipo que se ajusten al momento y las características históricas de cada país.

domenica 2 giugno 2013

HUMBERTO VÁZQUEZ VIAÑA, por Germán A. de la Reza

Humberto en Santa Cruz, 2010 © Miguel Angel Souza
El hombre más allá del destino

Humberto Vázquez Viaña ha fallecido. Ahora pertenece a la memoria profunda de la izquierda y a un estilo irreprochable de narrar la historia: valiente y responsable, sólido en sus evidencias y reflexiones, paciente en aras de la mayor honestidad. Fue hijo del ilustre escritor boliviano Humberto Vázquez Machicado y hermano de Jorge “Loro” Vázquez, el primer guerrillero capturado y asesinado en 1967. Participó en los preparativos y el apoyo urbano a la guerrilla del Che y militó en el Ejército Nacional de Liberación hasta la muerte del Inti.
A lo largo de su vasta vida intelectual Humberto dedicó sus investigaciones a establecer la verdad histórica, los antecedentes y las consecuencias del movimiento guerrillero de Ñancahuazú. Sus obras, entre libros, artículos y papers, son una referencia necesaria en un tema que tiene literalmente miles de buenos analistas en el mundo. Dos de ellas pueden considerarse como las más importantes: Una guerrilla para el Che, publicada en 2000, con una importante redición en 2008 y traducida al italiano; y Dogmas y herejías en la guerrilla del Che, editada en 2011 y presentada con merecido éxito en la Feria del Libro de Santa Cruz de ese año.
Humberto Vázquez fue y será por mucho tiempo para quienes lo conocimos, un ser entrañable, íntegro en sus valores, generoso y con un don de gentes que revelaba su sensibilidad humana. Su capacidad de comprensión y de diálogo abarcaba a quienes no compartían sus puntos de vista o incluso habían sido sus adversarios. Tenía el espíritu joven, del joven que un día fue y del hombre noble que nunca dejó de ser.
Lo conocí en la Universidad de Estocolmo cuando dejó de ocuparse de la Revista Nórdica de Estudios Latinoamericanos, de la que era el principal responsable. Durante los meses que siguieron a su partida, su antiguo cubículo conservó su nombre y estuvo cerrado cerca de un año. Ese raro privilegio en una institución que no tenía espacios disponibles me fue explicado por Weine Karlsson, el director del Instituto Latinoamericano de esa universidad: albergaba las cajas inmensas y repletas del archivo de Humberto. Sin duda, allí estaban en ciernes Una guerrilla para el Che, Dogmas y herejías, y su más reciente libro, Del Churo a Teoponte.

domenica 5 maggio 2013

HUMBERTO VÁZQUEZ VIAÑA: MISIÓN CUMPLIDA ANTES DE PARTIR, por Carlos Soria Galvarro

Humberto Vázquez Viaña ha fallecido. En los últimos años,  casi completamente ciego completó su trabajo documental y testimonial sobre la Guerrilla del Che en Bolivia, con tal premura que es de suponer presentía que le quedaba poco tiempo.
Vazquez Viaña, era hijo del insigne historiador boliviano Humberto Vázquez Machicado y hermano de Jorge “Loro” Vázquez, guerrillero capturado y asesinado por las Fuerzas Armadas. Estuvo relacionado directamente con el proyecto guerrillero, cumplió tareas en el aparato urbano y fue miembro del Ejército de Liberación Nacional (ELN) hasta poco después de la muerte de “Inti”. Refugiado político en Suecia, estudió sociología y realizó un conjunto de investigaciones y estudios sobre lo que fue la pasión de toda su vida: establecer la verdad histórica de los sucesos guerrilleros de 1967, descubrir sus entretelones y encontrarles un sentido.
Despúes de varios “adelantos” de sus obras, presentó el año 2000 su libro “Una guerrilla par a el Che”. Ocho años después hizo una segunda edición con varias modificaciones y con la inclusión de nuevos anexos.
El año 2011 entregó, lo que podría considerarse la culminación de sus investigaciones: “Dogmas y herejías en la guerrilla del Che”.

venerdì 3 maggio 2013

HASTA SIEMPRE, HUMBERTO QUERIDO, di Roberto Massari (en español/in italiano)

ESPAÑOL

Humberto Vázquez Viaña ha muerto de un tumor el 1 de mayo, a las diez de la noche. A su lado estaba su compañera Lola.
Perdemos a uno de los últimos testigos partícipes  de la guerrilla del Che en Bolivia y a un raro ejemplo de intelectual capaz de decir la verdad, toda la verdad, sin preocuparse de los enemigos que eso hubiera podido crearle (y que efectivamente le creó por muchos años). Perdemos a un hombre bueno, desinteresado, honesto, pero tenaz, batallador, polémico. Perdemos un raro ejemplo de devoción a la causa revolucionaria despreocupado por las ventajas que le hubiera podido garantizar la sociedad del espectáculo ya sea en Europa como en Latinoamérica. Perdemos un ejemplo de vida intelectual en el cual deberían inspirarse las nuevas generaciones de historiadores y estudiosos de los movimientos revolucionarios.

sabato 14 luglio 2012

GIUSEPPE FERRARA: 80 ANNI DI UN UTOPISTA ROSSO NEL CINEMA, di Roberto Massari

Tutto cominciò il 15 luglio del 1932 a Castelfiorentino. Il resto è storia umana (fatta di simpatia, calore e dignità), ma soprattutto è storia del cinema e di cinema italiano... quello grande. Il regista di tanti film «antisistemici» (da Il sasso in bocca a I banchieri di Dio, passando per Panagulis vive e Il caso Moro), l'infaticabile docente di regia, il cinematografaro artigiano-factotum-quasi-rinascimentale si accinge a festeggiare il suo ottantesimo compleanno nella Casa del Cinema a Roma (domenica 15).

Rivendico la mia lunga e fraterna amicizia con lui; non dimentico le divergenze che ci hanno accomunato invece che dividerci; non posso che condividere il suo stato d'animo verso un sistema culturale che mira a schiacciare e soffocare ogni tentativo anticonformista di denunciare il presente per spalancare le porte al futuro; e gli sono grato per la modestia e l'attenzione con cui cominciò a frequentare Utopia rossa, fin dagli inizi, cioè quando più difficile era cogliere la novità del discorso rivoluzionario che stiamo tentando di sviluppare in campo politico, sì, ma anche culturale, artistico, umano.
Beppe, grazie di tutto e auguri per il proseguimento dei tanti lavori che stai realizzando.

Per le compagne e i compagni di Utopia Rossa in Italia e in Europa, in Bolivia, Argentina, Venezuela, Cuba, Messico, Cile e Canada
ti abbraccio
Roberto Massari 

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martedì 12 giugno 2012

ANTONIO PEREDO LEIGUE: PERIODISTA Y POLÍTICO A CARTA CABAL, por Carlos Soria Galvarro


El pasado sábado 2 de junio falleció en La Paz, Bolivia, Antonio Peredo Leigue, quien supo dar vida  en su país a una Fundación Che Guevara boliviana que ha tenido siempre lazos de grandisima amistad y colaboración con la Fundación Che Guevara internacional, colaborando mas de una vez con los Cuadernos que publica esta misma Fundación. En La Paz, Roberto Massari y otros miembros de la Fundación Che Guevara internacional, han sido siempre recibidos con amistad e invitados a actos publicos de gran entusiasmo guevariano.
Publicamos aquí una semblanza del compañero Antonio que nos acaba de enviar Carlos Soria Galvarro.
(UR)


Antonio contó alguna vez que su afición por la escritura se inició posiblemente cuando, aún adolescente, trabajó de “cajista” en una imprenta artesanal de Trinidad. En el viejo oficio tipográfico, los cajistas eran los encargados de levantar a mano los “tipos” para alinearlos según el texto generalmente manuscrito que tenían delante y que debían armar “en letras de imprenta”. Una vez realizada la impresión efectuaban la operación inversa, devolver los tipos a sus respectivos compartimientos de la “caja” que los contenía. Ambas tareas demandaban destreza, agilidad, concentración y, quien sabe, cierta relación sensual con las letras de molde.
Antonio era un muchacho que leía con avidez libros de aventuras y textos socialistas que despertaron en él precoces inquietudes políticas, encauzadas entonces por el  PIR (Partido de la Izquierda Revolucionaria). También le oímos contar que ese partido, por lo menos en la capital beniana, era una agrupación compuesta mayoritariamente de jóvenes, muchos de ellos casi niños, como sus hermanos menores “Inti” y “Coco”.
En tales circunstancias, de tipógrafo a periodista sólo había un paso. Antonio empezó a escribir, a “componer”  y a imprimir sus propios textos, tal vez encendidos alegatos en pro de la justicia social, en defensa de los pobres, condenando a las oligarquías de la época.

Lo uno no va sin lo otro
Es imposible, entonces, trazar un perfil de Antonio Peredo Leigue, sin apelar a esas dos condicionantes básicas que marcaron su vida: la del periodista y la del político. A tiempo de condenar los criterios autoritarios, arbitrarios y anacrónicos que reducen al periodista a un simple escribano, decía “No comparto la presunción de que el periodista debe ser apolítico e ideológicamente neutral. Tratándose de un orientador, lo menos que puede esperarse de él es que, por sobre todo, esté orientado; en otros términos que tenga posición definida respecto a los grandes e incluso pequeños temas de la sociedad. Esa posición, que todo ser humano asume, como partícipe de la sociedad, es lo que se llama política”.
Y para que no quepa duda al respecto concluía. “Desde sus convicciones y preferencias, con su propio punto de vista, el periodista hará la noticia, aplicará el análisis, desarrollará la interpretación, expondrá su opinión. La única condición es que sea honesto, con el público y consigo mismo”. Y Antonio lo fue en sumo grado. Tenía arraigadas convicciones políticas que jamás amoldó a las circunstancias. Contra viento y marea, en las buenas y en las malas, en dictadura o en democracia.
Mantuvo en alto su condición de periodista con tal dignidad que nunca necesitó ni recabó papel alguno para acreditarlo. Es más, hizo honor a su formación autodidacta enseñando periodismo en la Universidad de San Andrés, sin poseer títulos académicos (tras los cuales se esconden infinidad de mediocres acartonados) y lo hizo con indiscutibles merecimientos que le valieron el reconocimiento general.

Maestro del oficio
Quienes trabajamos con él no dejábamos de asombrarnos de la rapidez y pulcritud con las que escribía. Sus textos casi “en limpio”, escritos a máquina pues aún no se trabajaba en computadora, por lo general no necesitaban correcciones ni borrones. Además, sin tomar un solo apunte en una larga conferencia, entrevista o conversación, era capaz de escribir una extensa nota reflejando con gran fidelidad lo esencial de lo que escuchaba. Que yo sepa, nunca usó una grabadora, herramienta de trabajo que, mal utilizada, suele convertir a muchos colegas en simples repetidores de lo que dice la fuente. Por cierto, esa facilidad y agilidad con las que escribía, mezcla de cualidades innatas y una extensa práctica del oficio, eran posibles también por ser Antonio  una persona habitualmente bien informada.
Su prosa era llana comprensible y precisa. Ni confusión ni ambigüedad, ni rebuscados preciosismos. Por encima de todo, brillaba por su claridad.

mercoledì 6 giugno 2012

TRES LIBROS DE HUMBERTO VÁZQUEZ VIAÑA EN LA XIII FERIA INTERNACIONAL DEL LIBRO DE SANTA CRUZ (BOLIVIA)



«... Humberto Vázquez Viaña, quien dice presente en la feria con tres títulos: “Del Churo a Teoponte”, “Cambas, collas y chiriguanos en la guerrilla del Che” y “Mi campaña junto al Che es una falsificación”. 
Se trata de tres obras que giran en torno a la incursión guerrillera del Che Guevara en Bolivia, momento histórico del que Vázquez Viaña fue testigo en primera fila, ya que actuó como apoyo urbano del movimiento insurgente.»

Fuente:

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sabato 14 maggio 2011

“DOGMAS Y HEREJÍAS de la guerrilla del CHE”


Humberto Vázquez Viaña, Presentará su libro “DOGMAS Y HEREJÍAS de la guerrilla del CHE”, en la “12º Feria Internacional del Libro de Santa Cruz” – Bolivia, que se realizará entre el 2 y 10 de junio del presente año en la Feria de Exposición de Santa Cruz (FEXPOCRUZ).
Vázquez Viaña ha escogido Diez –de lo que el llama –Dogmas acerca de la guerrilla del Che en Bolivia y rebate estas concepciones que él denomina religiosas, desde un punto de vista “herético”. 



Humberto Vázquez Viaña presenterà il su libro "DOGMAS Y HEREJÍAS de la guerrilla del CHE” (Dogmi ed eresie della guerriglia del Che), alla XII Fiera Internazionale del Libro di Santa Cruz, Bolivia, che si svolgerà dal 2 al 10 giugno 2011 presso la FEXPOCRUZ (Fiera de esposizioni di Santa Cruz).
Vázquez Viaña ha scelto Dieci – di quelli che lui chiama – Dogmi della guerriglia del Che in Bolivia e ribatte questi concetti, che lui considera religiosi, da un punto di vista “eretico”.


sabato 30 aprile 2011

UN MENSAJE PARA DOUGLAS BRAVO, por Humberto Vázquez Viaña

Compañero Douglas Bravo,
desde Santa Cruz, la locomotora economica de Bolivia, le envío un cordial saludo revolucionario.
Recuerdo que en mi primer trabajo acerca de la guerrilla del Che en Bolivia, Bolivia: Ensayo de Revolución Continental (París 1970, pág. 161), incluí como anexo un artículo suyo, Notas Acerca de la Concepcion de los Instrumentos de Lucha, como una admiración que le teníamos y seguimos teniendo por su consecuencia revolucionaria.
Un abrazo.
Humberto Vázquez Viaña


lunedì 14 giugno 2010

CON LA LUZ DE TU SONRISA

Hace exactamente 43 años, Ernesto Che Guevara escribía en su diario de campaña de Bolivia:

«He llegado a los treinta y nueve y se acerca inexorablemente una edad que da que pensar sobre mi futuro guerrillero. Por ahora estoy “entero”».

Poco menos de cuatro meses más tarde su futuro de guerrillero quedaba truncado por motivos que nada tenían que ver con su edad. Comenzaba otro futuro: el del vínculo indisoluble entre su ejemplo – sobre todo ético – y las luchas rebeldes de todo el mundo. El Che, con sus 82 años, sigue estando más “entero” que nunca.
Hemos querido celebrar este nuevo cumpleaños dando por inaugurado nuestro blog en esta fecha.


Esattamente 43 anni fa Ernesto Che Guevara annotava sul suo diario di campagna in Bolivia:

«Sono arrivato ai trentanove anni e si avvicina inesorabilmente un'età che mi dà da pensare circa il mio futuro guerrigliero; per ora sono "in forma"».

Poco meno di quattro mesi dopo il suo futuro guerrigliero era troncato per cause che nulla avevano a che fare con l'età. Incominciava un altro futuro: quello dell'indissolubile legame tra il suo esempio – soprattutto etico – e le lotte ribelli di tutto il mondo. Il Che, con i suoi 82 anni, è più "in forma" che mai.
Abbiamo voluto celebrare questo nuovo compleanno dando per inaugurato il nostro blog in questa data.

RED UTOPIA ROJA – Principles / Principios / Princìpi / Principes / Princípios

a) The end does not justify the means, but the means which we use must reflect the essence of the end.

b) Support for the struggle of all peoples against imperialism and/or for their self determination, independently of their political leaderships.

c) For the autonomy and total independence from the political projects of capitalism.

d) The unity of the workers of the world - intellectual and physical workers, without ideological discrimination of any kind (apart from the basics of anti-capitalism, anti-imperialism and of socialism).

e) Fight against political bureaucracies, for direct and councils democracy.

f) Save all life on the Planet, save humanity.

g) For a Red Utopist, cultural work and artistic creation in particular, represent the noblest revolutionary attempt to fight against fear and death. Each creation is an act of love for life, and at the same time a proposal for humanization.

* * *

a) El fin no justifica los medios, y en los medios que empleamos debe estar reflejada la esencia del fin.

b) Apoyo a las luchas de todos los pueblos contra el imperialismo y/o por su autodeterminación, independientemente de sus direcciones políticas.

c) Por la autonomía y la independencia total respecto a los proyectos políticos del capitalismo.

d) Unidad del mundo del trabajo intelectual y físico, sin discriminaciones ideológicas de ningún tipo, fuera de la identidad “anticapitalista, antiimperialista y por el socialismo”.

e) Lucha contra las burocracias políticas, por la democracia directa y consejista.

f) Salvar la vida sobre la Tierra, salvar a la humanidad.

g) Para un Utopista Rojo el trabajo cultural y la creación artística en particular son el más noble intento revolucionario de lucha contra los miedos y la muerte. Toda creación es un acto de amor a la vida, por lo mismo es una propuesta de humanización.

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a) Il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi che impieghiamo dev’essere riflessa l’essenza del fine.

b) Sostegno alle lotte di tutti i popoli contro l’imperialismo e/o per la loro autodeterminazione, indipendentemente dalle loro direzioni politiche.

c) Per l’autonomia e l’indipendenza totale dai progetti politici del capitalismo.

d) Unità del mondo del lavoro mentale e materiale, senza discriminazioni ideologiche di alcun tipo (a parte le «basi anticapitaliste, antimperialiste e per il socialismo».

e) Lotta contro le burocrazie politiche, per la democrazia diretta e consigliare.

f) Salvare la vita sulla Terra, salvare l’umanità.

g) Per un Utopista Rosso il lavoro culturale e la creazione artistica in particolare rappresentano il più nobile tentativo rivoluzionario per lottare contro le paure e la morte. Ogni creazione è un atto d’amore per la vita, e allo stesso tempo una proposta di umanizzazione.

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a) La fin ne justifie pas les moyens, et dans les moyens que nous utilisons doit apparaître l'essence de la fin projetée.

b) Appui aux luttes de tous les peuples menées contre l'impérialisme et/ou pour leur autodétermination, indépendamment de leurs directions politiques.

c) Pour l'autonomie et la totale indépendance par rapport aux projets politiques du capitalisme.

d) Unité du monde du travail intellectuel et manuel, sans discriminations idéologiques d'aucun type, en dehors de l'identité "anticapitaliste, anti-impérialiste et pour le socialisme".

e) Lutte contre les bureaucraties politiques, et pour la démocratie directe et conseilliste.

f) Sauver la vie sur Terre, sauver l'Humanité.

g) Pour un Utopiste Rouge, le travail culturel, et plus particulièrement la création artistique, représentent la plus noble tentative révolutionnaire pour lutter contre la peur et contre la mort. Toute création est un acte d'amour pour la vie, et en même temps une proposition d'humanisation.

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a) O fim não justifica os médios, e os médios utilizados devem reflectir a essência do fim.

b) Apoio às lutas de todos os povos contra o imperialismo e/ou pela auto-determinação, independentemente das direcções políticas deles.

c) Pela autonomia e a independência respeito total para com os projectos políticos do capitalismo.

d) Unidade do mundo do trabalho intelectual e físico, sem discriminações ideológicas de nenhum tipo, fora da identidade “anti-capitalista, anti-imperialista e pelo socialismo”.

e) Luta contra as burocracias políticas, pela democracia directa e dos conselhos.

f) Salvar a vida na Terra, salvar a humanidade.

g) Para um Utopista Vermelho o trabalho cultural e a criação artística em particular representam os mais nobres tentativos revolucionários por lutar contra os medos e a morte. Cada criação é um ato de amor para com a vida e, no mesmo tempo, uma proposta de humanização.