L’associazione Utopia rossa considera suo fondamento politico il principio secondo cui il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi si deve riflettere l’essenza del fine. Non ha programmi politici, come del resto non ne aveva la Prima internazionale. Nonostante le più diverse provenienze ideologiche dei suoi sostenitori, essa ritiene che l’anticapitalismo dilagato dopo l’inizio dell’Antirivoluzione russa (dicembre 1917) sia stato motivato fondamentalmente da idee precapitalistiche, cioè retrograde, e non da progetti di civiltà in grado di superare il capitalismo sviluppando ulteriormente i suoi modelli di democrazia. Ciò spiega anche il prevalere, nella storia della cosiddetta «sinistra», di simpatie per i regimi dittatoriali di ogni specie e colore. Utopia rossa si batte contro l’ulteriore diffusione di ideologie precapitalistiche vecchie e nuove (in campo politico, culturale, ecologico, religioso ecc.), come parte della sua battaglia per il superamento del capitalismo, se si vuole salvare la vita sulla Terra con la sua umanità. In questo senso la sua utopia continua ad essere rossa.

The Red Utopia association considers its political foundation to be the principle that the end does not justify the means, but that the means must reflect the essence of the end. It has no political program, just as the First International did not. Despite the diverse ideological backgrounds of its supporters, it believes that the anti-capitalism that spread after the start of the Russian Anti-Revolution (December 1917) was fundamentally motivated by pre-capitalist – that is, retrograde – ideas, and not by civilizational projects capable of overcoming capitalism and of further developing its democratic models. This also explains the prevalence, throughout the history of the so-called «left», of sympathies for dictatorial regimes of all kinds and colors. Red Utopia fights against the further spread of old and new pre-capitalist ideologies (in the political, cultural, ecological, religious, and other fields) as part of its battle to overcome capitalism, if life on Earth, including its humanity, is to be saved. In this sense, its utopia remains red.

PER SAPERNE DI PIÙ CI SONO UNA COLLANA DI LIBRI E UN BLOG IN VARIE LINGUE…

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martedì 24 ottobre 2023

HASTA SIEMPRE PARA MIGUEL ÁNGEL GARCÍA

por Horacio Tarcus


BILINGUE: ESPAÑOL-ITALIANO 


[Quiero sumarme a este recuerdo de Miguel Ángel García. Lo conocí en los años 1970, cuando vivía en Milán y se publicó la primera edición de mi Peronismo y el movimiento obrero (Jaca Book 1975). El mismo año Mazzotta publicó su Argentina. De la Independencia al peronismo actual. Fue Miguel quien se puso en contacto conmigo y me dijo que teníamos una interpretación común del fenómeno peronista: un hecho de poca significación para la Italia de entonces (donde todavía circulaba la vieja calumnia estalinista de que el peronismo era un movimiento fascista), pero importante para la Argentina y para las nuevas fuerzas políticas que allí estaban naciendo. Nos mantuvimos en contacto durante algunos años.

Con cada muerte de estos camaradas que tanto contribuyeron a una visión moderna del proceso revolucionario, todos nos quedamos un poco más solos. Sólo el futuro podrá decirnos si semillas como las que dejó Miguel Ángel todavía pueden dar frutos (r.m.).]

 

Miguel Ángel García (Buenos Aires, 1/5/1939 - 14/10/2023) murió a los 84 años. Fiel a su estilo de vida plebeyo, no contaba con una obra social prepaga, de modo que pasó los últimos días de su vida internado en un hospital público de la Ciudad de Buenos Aires. Cada vez que la enfermera se descuidaba, se desataba de la cama y se sentaba a esperar plácidamente en la silla de las visitas, como si el internado fuera otro.

Con la muerte de Miguel y la de Alejandro Dabat en marzo del año pasado, uno de sus contemporáneos, se perdieron los dos últimos mentores de una corriente de pensamiento político hoy olvidada, la llamada "izquierda socialista".
La "izquierda socialista" fue un archipiélago de pequeños grupos clasistas nacidos a fines de la década de 1960 en Córdoba, Rosario y Buenos Aires que no se encuadraban en ninguna de las fuerzas políticas de la izquierda revolucionaria de su tiempo. Su programa era tan lúcido como irrealizable políticamente. A contrapelo de las corrientes leninistas y peronistas de entonces, consideraba que la Argentina no era en modo alguno una "semicolonia" del imperialismo estadounidense, sino un país con un considerable desarrollo social, industrial y urbano. Su avanzado y organizado proletariado, madurando a lo largo del camino que iba desde el Cordobazo a los emergentes sindicatos clasistas, no tenía por delante las tareas de la "revolución democrático-burguesa" sino las del socialismo. Un socialismo que, en este programa, no se parecía a ninguno de los regímenes comunistas existentes, sino que proclamaba como principios organizadores la democracia obrera y la autogestión.

lunedì 6 febbraio 2023

A PIERO (BERNOCCHI) DA ROBERTO (MASSARI)

    Caro Piero,

mi ha fatto piacere leggere la tua ricostruzione della mobilitazione di vent’anni fa, quando a Firenze sfilammo per protestare contro la presenza del presidente degli Usa, mentre davanti a lui Roberto Benigni si esibiva da pagliaccio. Ma mi ha fatto soprattutto piacere leggere, in chiusura del tuo comunicato, le seguenti parole:

 

...non unicamente sulla guerra russo-ucraina, certo al momento la più sanguinosa e tragica soprattutto per il popolo ucraino, ma anche per quello russo, che deve via via prendere coscienza dell’ecatombe che colpisce anche i propri connazionali, mandati al massacro dalle mire neo-imperiali putiniane in una guerra feroce, ma presentata inizialmente come operazione militare facile e di breve durata di “riconquista” di presunti propri territori.

Inutile dire che queste parole mi fanno piacere per due motivi: 1) perché denunciano l’aggressione russa come una guerra imperialistica animata dal folle progetto putiniano di ricostruire parte del vecchio Impero zarista (poi staliniano-brezneviano); 2) perché considerano vittime di tale aggressione anche il popolo russo oltre all'ucraino. Entrambi i motivi condurrebbero alla sola, unica ed elementare parola d’ordine loro corrispondente: «Fuori le truppe putiniane dall’Ucraina/ Soldati russi a casa» (è l'intramontabile «Yankee go home», tradotto ora in lingua ucraina e russa).

Se questo obiettivo si realizzasse (e a un certo punto certamente si realizzerà, se prima lo Zar/Dottor Stranamore non ricorre veramente alle armi atomiche ponendo termine alla «breve» avventura umana), avremmo alcune conseguenze positive per tutto il mondo: 1) la Nato smetterebbe di inviare armi all’Ucraina (cioè cesserebbero la guerra e la crescita delle politiche di riarmo); 2) la Russia giungerebbe finalmente alla modernità riemergendo dal pantano feudale in cui annaspa dall’epoca staliniana; 3) cesserebbe l’anacronistico regime di dittatura che il popolo russo e bielorusso subiscono da oltre un secolo (a parte la breve e contraddittoria parentesi con Gorbačëv); 4) forse la Russia entrerebbe finalmente a far parte della UE (rendendola così finalmente e veramente europea) e 5) forse la Nato tornerebbe a smobilitarsi come stava lentamente accadendo prima dell’invasione russa. (Ma di questo dubito anch'io, perché troppo goloso è il pretesto per «riarmarsi/ci» che questa guerra ha fornito alle lobbies militari europee, italiane comprese; solo la malafede può spingere a non vedere che il rilancio militare della Nato è stato uno dei frutti amari e più immediati dell’invasione russa: una ragione in più per porvi termine.)

sabato 7 gennaio 2023

PIETRA D’INCIAMPO PER OTELLO DI PEPPE D'ALCIDE

militante antifascista, comunista, assassinato alle Fosse Ardeatine

Otello Di Peppe D’Alcide (Chieti 1890, ebanista) è mio nonno materno. Mi batto da sempre per il rispetto della sua memoria: e per questo mi costituii parte civile in tutti e tre i gradi del processo contro Priebke (oltre alla comparsa in Corte Costituzionale); per questo da anni chiedo inutilmente ai vari Sindaci di Chieti di dedicargli una strada e finalmente - grazie all’impegno di una sua nipote (mia cugina Silvia Zerenghi) - siamo riusciti ad ottenere che si metta una pietra d’inciampo a Roma, via Silla 6, dove Otello aveva la sua bottega d’ebanista e dove l’arrestò la Gestapo, prima di farlo torturare a via Tasso e rinchiuderlo a Regina Coeli, condannato a tre anni di carcere.

L’appuntamento è alle 15,30 di lunedì 9 gennaio, in via Silla n. 6, accanto alla metro Ottaviano. Saranno presenti la figlia Clara (Roma 1930), nipoti e pronipoti. Chi vive in zone limitrofe (Trionfale, Medaglie d’oro, Milizie, Risorgimento, Mazzini) è invitato a partecipare alla breve cerimonia. Si prega anche di far circolare questo invito.
    Roberto Massari
 



Nella diffusione e/o ripubblicazione di questo articolo si prega di citare la fonte: www.utopiarossa.blogspot.com

martedì 8 novembre 2022

EL DECLIVE DEL COMUNISMO RENTISTA EN CUBA

por Samuel Farber

(en La Joven Cuba, 7 de noviembre 2022)


Foto: Europa Press

Desde julio 11 del 2021, cuando ocurrieron grandes protestas a lo largo y ancho del territorio nacional, Cuba persiste en un estado de agitación. A finales de septiembre y principios de octubre de 2022, hubo disturbios en varios barrios de La Habana y en diversas ciudades y poblados del interior. De acuerdo con el medio El Toque, entre el 28 de septiembre y el 12 de octubre, hubo noventa y dos protestas en treinta y seis municipios, doce de ellos ubicados en el área metropolitana de La Habana.

Estas se debieron en gran parte a los daños causados po el huracán Ian, que incluyó un gran «apagón» extendido a toda la Isla. Muchos cubanos se lanzaron a protestar en las calles, ayudados por la oscuridad que hacía más difícil su identificación por los órganos represivos.

Aunque este corte de electricidad fue muy extenso y duradero, no ha sido el único de los últimos tiempos, motivados por la falta de mantenimiento, negligencia oficial y escasez de combustible, debido en parte apreciable a la reducción de envíos de petróleo de Venezuela. Dicha situación causó que la comida refrigerada de cientos de miles de cubanos se perdiera, agravando la ya crítica situación alimentaria.

La insuficiencia de fuentes de energía y el mantenimiento pobre e inadecuado de las plantas eléctricas en Cuba, es parte de una más amplia crisis económica que ha afectado al país por mucho tiempo. Círculos de la izquierda internacional atribuyen la responsabilidad de tal crisis al bloqueo norteamericano, en vigor desde inicios de los sesenta del pasado siglo.

giovedì 29 marzo 2018

CINA E RUSSIA NELLA «NATIONAL SECURITY STRATEGY» DELL’AMMINISTRAZIONE TRUMP, di Michele Nobile

IN DUE LINGUE (Italiano, Inglese)

Con questo articolo - preceduto da «La politica estera degli Stati Uniti e le contraddizioni di Trump: questioni di metodo» - Michele Nobile inizia ad approfondire l’analisi della politica estera dell’amministrazione Trump partendo dalla National Security Strategy recentemente pubblicata. [la Redazione]

INDICE: Premessa - 1. La definizione del problema della sicurezza nazionale - 2. La teoria della pace democratica nelle precedenti amministrazioni - 3. La visione del mondo della NSS 2017 e la critica della teoria della pace democratica - 4. Cina e Russia nelle precedenti NSS - 5. Cina e Russia nella NSS 2017: minacce alla sicurezza nazionale - 6. Le relazioni fra Cina e Russia nella strategia americana - 7. Conclusione provvisoria

Donald Trump e il presidente cinese Xi Jinping. Pechino, 9 novembre 2017 © Nicolas Asfouri
Premessa
Alla fine del 2017 l’amministrazione Trump ha pubblicato la sua National Security Strategy (NSS), il rapporto sulla strategia di sicurezza nazionale che il Presidente degli Stati Uniti è tenuto a presentare annualmente al Congresso. È legittimo chiedersi quale interesse possa avere un documento come una NSS dal momento che sicuramente non contiene piani d’azione militare, neanche in termini generali.
Una NSS è frutto di compromessi in seno all’amministrazione ed è spesso scavalcata da sviluppi non previsti; d’altra parte, la disponibilità dei mezzi previsti per conseguire gli obiettivi indicati può anche andare oltre la durata dell’amministrazione che l’ha prodotta - e di non pochi anni.
I dubbi aumentano di fronte a un presidente come Trump - contestato dagli specialisti di politica estera e militare del suo stesso partito - e alla serie di dimissioni di personale di alto livello, sia per contrasti col presidente che imposte dai risultati delle indagini.
Dei trenta Segretari di Stato del XX secolo, Rex Tillerson è fra i sei che sono rimasti in carica per meno tempo, e nel periodo successivo alla Guerra Fredda solo Lawrence Eagleburger è durato meno. L’amministrazione Trump è al terzo Consigliere per la sicurezza nazionale in poco più di un anno, mentre nell’arco di otto anni Clinton e Bush Jr. ne hanno avuti soltanto due e Obama tre.
Oltretutto, non si può dire che il segretario di Stato e il consigliere per la sicurezza nazionale designati da Trump - Mike Pompeo, nominato direttore della Cia, e John Bolton, già ambasciatore presso le Nazioni Unite sotto George W. Bush - siano personaggi indicativi di un orientamento moderato: sono decisamente «falchi» scelti esclusivamente per la loro vicinanza politica al presidente.
Inoltre, benché tutte le varianti della NSS rendano un omaggio rituale ai «valori americani», suona strano leggere in un documento introdotto da Donald Trump che «gli Stati Uniti rigettano il bigottismo e l’oppressione» e che si impegnano a difendere i diritti delle donne e delle ragazze (NSS 2017, pp. 11 e 14).
In termini più sostanziali, come ampiamente prevedibile in alcuni punti, ad esempio sulla Russia e sulla Nato, la NSS 2017 appare in contrasto con i timori e le speranze suscitate da Trump prima delle elezioni. Pertanto ci si può chiedere quanto il documento rifletta il pensiero del presidente e quindi quanto sia affidabile.
È sorprendente che il messaggio di Trump che precede l’ultima NSS parli di «potenze rivali» aggressive nei confronti degli interessi americani nel mondo, senza però nominare Cina e Russia; poi, nel discorso del 18 dicembre 2017 con cui presentò il documento, Trump ha citato la telefonata di ringraziamento di Putin per le informazioni fornite dalla Cia utili a sventare un grave attentato terroristico pianificato a San Pietroburgo, ma ha anche detto che gli Stati Uniti affrontano «potenze rivali, la Russia e la Cina, che cercano di sfidare l’influenza, i valori e la ricchezza americani», precisando che, «in base alla mia direzione, questo documento è stato in elaborazione per oltre un anno. Ha l’approvazione del mio intero Gabinetto».
Non è affatto insolito che una NSS sia pubblicata oltre i termini prescritti dalla legge, ma quest’ultima frase appare come una precisazione superflua, una rassicurazione che sembra sottintendere il contrario.
Quanto al resto, il discorso si differenzia dalla NSS solo per i toni ancor più trionfalistici e per l’autocelebrazione della presunta identità fra il Popolo e il presidente, eletto con quasi tre milioni di voti in meno della concorrente Hillary Clinton:
«Ma l’anno scorso tutto ciò è cominciato a cambiare. Il popolo americano ha respinto i fallimenti del passato. Avete riscoperto la vostra voce e reclamato la proprietà di questa nazione e del suo destino.
Il 20 gennaio 2017 sono salito sui gradini del Campidoglio per annunciare il giorno in cui il popolo è di nuovo il governante della sua nazione (applausi). Grazie. Ora, meno di un anno dopo, sono orgoglioso di riferire che il mondo intero ha udito la notizia e ha già visto i segni. L’America sta tornando, e sta tornando forte».
Il rapporto sulla strategia di sicurezza nazionale venne istituito nel 1986 dal Goldwater-Nichols Act: da allora ne sono stati pubblicati diciassette. Ebbene, se si confronta la NSS 2017 con quelle successive al crollo dell’Unione Sovietica, è chiaro che si tratta di un documento molto originale, pressoché alla pari con la NSS 2002 di Bush figlio, che formulava la dottrina della «guerra preventiva».
Sebbene da una NSS non sia possibile dedurre cosa esattamente un’amministrazione farà e quando, si possono tuttavia trarre indicazioni di massima circa la percezione delle minacce alla sicurezza nazionale e l’atteggiamento con cui si intende affrontarle.
La NSS 2017 contiene relativamente poco circa i diritti umani e la promozione della democrazia - cosa che può gratificare i simpatizzanti del presidente Putin e del leader supremo della Corea del Nord - ma la prospettiva delineata, che in termini enfatici si potrebbe chiamare grand strategy, non è meno pericolosa della decisione che portò alle invasioni di Afghanistan e Iraq.
Forse lo è ancor di più, sul piano dei rapporti con le potenze nucleari Cina e Russia e per motivi che non discendono soltanto dai vincoli posti dal Congresso, ma che sono intrinseci al concetto di America First come definito da Trump.
La visione del mondo contenuta nella NSS 2017 è sostanzialmente in linea con quella di Trump; tuttavia, nella sua concretizzazione questa stessa visione può comportare notevoli oscillazioni e confusione nella condotta della politica estera statunitense non solo a causa dell’opposizione interna, ma perché è internamente contraddittoria: questo potrebbe essere il motivo dei disaccordi personali nell’Amministrazione, in cui parti differenti spingono sui poli che costituiscono la contraddizione.
La struttura della NSS 2017 è costituita da un messaggio dello stesso Trump, un’introduzione e quattro capitoli relativi ad altrettanti pilastri della sicurezza nazionale, più un capitolo che applica la strategia nelle regioni del mondo.
Formalmente, ogni capitolo presenta delle azioni prioritarie per conseguire gli obiettivi indicati, una novità che appare tesa a dare concretezza, ma che in realtà è solo stilistica; e pure i quattro pilastri od obiettivi - proteggere il popolo americano, promuovere la prosperità in America, preservare la pace attraverso la forza e far progredire l’influenza dell’America - sono banalità presenti in ogni NSS.
La peculiarità di questo documento va ricercata nel modo in cui si definiscono concretamente quegli obiettivi, innanzitutto nella definizione del problema della sicurezza nazionale e delle minacce.

1. La definizione del problema della sicurezza nazionale
Il messaggio a firma Donald Trump che funge da prefazione alla NSS 2017 è un’arrogante rivendicazione dei presunti successi dell’Amministrazione, incluso l’aver «schiacciato i terroristi dello Stato islamico di Siria e Iraq (Isis)», che è però fatto rivendicato da tutti gli attori interessati prima che Trump s’insediasse.
L’elenco dei problemi ereditati dalle precedenti amministrazioni è lungo: «Stati canaglia», terrorismo internazionale, potenze aggressive, immigrazione incontrollata, cartelli criminali, ineguale distribuzione degli oneri della difesa tra Stati Uniti e alleati, scorrettezza nei rapporti economici.
Alla luce di ciò, i successi vantati con tono trionfalistico risaltano ancor di più: l’amministrazione Trump sta già «tracciando un corso nuovo e molto diverso». Il presidente si atteggia a salvatore della Patria, come colui che ha ripristinato la fiducia nei valori americani e la posizione dell’America nel mondo - «dopo un anno, il mondo sa che l’America è prospera, è sicura ed è forte» (NSS 2017, p. II).
Tuttavia, una nota d’allarme risuona sia nel messaggio di Trump che nel corpo della stessa NSS: «Gli Stati Uniti si trovano davanti ad un mondo straordinariamente pericoloso, pieno di una vasta gamma di minacce che si sono intensificate negli ultimi anni» (NSS 2017, p. I). Apparentemente sembra una contraddizione, ma la nota allarmistica svolge diverse funzioni.
Innanzitutto, mantenere elevato l’allarme circa il terrorismo e gli «Stati canaglia» è una necessità intrinseca alla dottrina della guerra e delle operazioni militari preventive, che è ormai una delle possibilità d’azione apertamente indicate da tutte le amministrazioni statunitensi, sia pure con formule diverse.
La formalizzazione di questa dottrina è uno stravolgimento dello jus ad bellum (il diritto ad entrare in guerra), con implicazioni anche per lo jus in bello (le norme che regolano il modo di fare la guerra, per esempio circa il trattamento dei prigionieri e della popolazione civile).
Perfino in un’interpretazione assai ampia e assai discutibile delle norme del diritto internazionale, uno dei criteri vincolanti - e non l’unico - che può giustificare come legittima difesa un’azione militare che anticipi l’attacco del nemico è quello dell’imminenza dell’aggressione.
Tuttavia, per quanto possa ammantarsi di formali riferimenti alle necessità dell’autodifesa, nella logica della guerra preventiva formalizzata dalla NSS 2002 la nozione di imminenza dell’attacco è svincolata da precisi riferimenti temporali e materiali, e quindi svuotata di significato reale.
La principale giustificazione della guerra e di operazioni militari preventive è diventata la possibilità e l’intenzione che entità definite come terroristiche o «Stati canaglia» si procurino armi di distruzione di massa; ciò equivale anche ad affermare che per queste entità il possesso di armi di distruzione di massa coincida con la certezza del loro utilizzo in un futuro e in un luogo indeterminati. La guerra od operazioni militari preventive vengono così giustificate a priori.
Anticipo una questione trattata più ampiamente in un prossimo articolo: seppur con obiettivi differenti, in pratica la logica della guerra preventiva è fatta propria anche da Cina e Russia, con modalità complesse - non solo militari, ma anche economiche e (dis)informative - spesso indicate dagli specialisti occidentali come «guerra ibrida» e nella discussione sovietica e russa con un’espressione che può essere tradotta come «controllo riflessivo». Questo è uno dei problemi con cui si confronta la NSS 2017 e uno dei motivi per cui suona l’allarme: la più ampia varietà di mezzi e modalità d’intervento della politica estera cinese e russa.
Inoltre - chiara stoccata alle Amministrazioni di Obama - la nuova NSS attacca «le eccessive regolazioni e l’alto livello delle tasse che hanno soffocato la crescita e indebolito la libera impresa», ridotto il credito e la creazione di posti di lavoro, anche a causa del peso di un’eccessiva regolazione ambientalistica, così da incrinare pure i presupposti economici della sicurezza nazionale (p. 2 e capitolo sulla promozione della prosperità in America).
Nel messaggio di Trump premesso alla NSS, l’ineguale condivisione degli oneri per la sicurezza fra gli Stati Uniti e gli alleati è indicata come una delle ragioni che hanno incoraggiato gli avversari a intraprendere azioni pericolose - il punto si ripropone poi nel documento. Ovviamente non sono affatto poste in discussione le alleanze, ma i termini con cui gli altri Stati vi contribuiscono.
Tuttavia, la lista delle inadempienze non si ferma qui. Essa copre tutti gli anni ‘90, comprendendo le Amministrazioni di Bush padre e di Clinton, e implicitamente anche quelle di Bush figlio. Nella NSS 2017 è fondamentale la critica dell’idea che la superiorità militare statunitense fosse garantita, come lo è la critica del concetto wilsoniano (da Woodrow Wilson, presidente dal 1913 al 1921) di «pace democratica» che, sia pur declinato in modi diversi, è stato al centro della politica estera perseguita dagli Stati Uniti dalla fine della Guerra Fredda.

lunedì 18 dicembre 2017

A UN ANNO DALLA MORTE DI SERGIO DE SANTIS, IL PIÙ ANTICO STUDIOSO DI CHE GUEVARA IN ITALIA, di Roberto Massari e Aldo Garzia

Col passare del tempo [De Santis, nato a Genova nel 1929, è morto a Roma nel novembre 2016 (n.d.r.)], il vuoto lasciato da Sergio si dimostra incolmabile. Per formare un intellettuale serio, onesto e preparato come lui c’era voluta la storia di un’intera generazione: quella passata dall’antifascismo nazionale all’impegno nella lotta antimperialistica internazionale.
Sergio era uno specialista dell’America latina, e lo era sul serio. I suoi saggi, pubblicati in forma di articoli e libri, furono i primi testi di formazione su quel continente per molti di noi che cominciavamo a interessarcene negli anni ‘60. I suoi primi tre saggi sul Che furono in assoluto le prime opere teoriche che uscirono in Italia sul celebre Comandante, aprendo discussioni e sfatando mitologie.
Voglio citarli per esteso: «Il dibattito sulla gestione socialista a Cuba», in Critica marxista, 5-6/1965; «Guerriglia e rivoluzione nel pensiero di Che Guevara», in Rivista storica del socialismo, 30/1967; «Guevara», in I protagonisti della Storia universale, CEI, Milano 1971.
Ma a differenza di altri validi studiosi dell’epoca, Sergio rimase fedele alle proprie idee originarie. Fallita l’esperienza del Psiup (per chiusura del partito), egli continuò a lavorare in proprio, trovando la possibilità di utilizzare il nuovo sviluppo dei media, ma senza farsi irretire dai tentacoli della società dello spettacolo. E quando decise di aderire alla Fondazione internazionale Che Guevara, mi disse che considerava un onore potersi collegare alle nuove leve di studiosi del Che, lui che temeva che tutto fosse smarrito e sepolto nella crisi ideologica della sinistra. E invece l’onore era per noi.
Nel 10º incontro annuale della Fondazione Guevara, che si tenne a Vallombrosa (FI) nel 2008, Sergio svolse la relazione introduttiva. E a me parve che i suoi ragionamenti fossero in perfetta continuità con quanto aveva scritto 30-40 anni prima. Ne ammirai comunque la lucidità.
Il suo ultimo contributo ai Quaderni della Fondazione Guevara (8/2010) aveva un titolo molto significativo, che è poi tutto un programma: «Sul buono e sul cattivo uso del Che».
La salute non gli ha consentito negli ultimi tempi di partecipare agli incontri annuali, ma ha continuato a interessarsi, finché ha potuto, alle attività della Fondazione. Mi telefonava per informarsi e acquistava le novità della collana Guevara. Mi chiedeva notizie dei membri più anziani del Comitato di redazione internazionale, che per lo più erano stati suoi compagni o avversari di idee nel periodo glorioso seguìto alla Rivoluzione algerina e a quella cubana.
Ha lasciato i suoi libri a una Biblioteca di Roma e questo contribuirà a farlo vivere ancor più nel ricordo dei compagni che lo hanno conosciuto, ma stimolerà anche la curiosità teorica di quei giovani che considerano ancora la cultura come base fondamentale dell’attività politica.
Hasta siempre, Sergio.

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SERGIO DE SANTIS, UN «MAESTRO» DI STORIA E DI GIORNALISMO, di Aldo Garzia

Ho letto per la prima volta i saggi di Sergio De Santis su Ernesto Guevara e l’America latina nel 1972. Erano contenuti nell’enciclopedia I protagonisti della Storia universale e nella serie I protagonisti della rivoluzione: America latina (CEI). Avevo comprato quei volumoni rossi ben rilegati, che conservo ancora nella mia biblioteca, ad una Festa nazionale dell’Unità che si svolgeva a Roma, Ponte Milvio. All’epoca non c’erano molti libri da leggere su quei temi. I saggi di De Santis mi incuriosirono e furono il primo approccio con la storia di Cuba e dell’America latina. In seguito avrei considerato l’autore di quei testi come un «maestro», alla stregua di Saverio Tutino, con cui ho avuto una lunga frequentazione e un proficuo scambio intellettuale. Con De Santis, invece, i contatti sono stati rari e gli ultimi solo grazie alla Fondazione Guevara. Lui viveva infatti appartato dal dibattito politico più immediato e completamente calato nel ruolo di autore e giornalista televisivo, pur non smettendo mai di coltivare le proprie passioni intellettuali di gioventù. Da socialista libertario - i suoi punti di riferimento politici sono stati Lelio Basso e il Psiup - non era possibile racchiuderlo in un ruolo solamente politico. La sua produzione in libri, articoli e saggi è stata ricchissima. Non si è mai risparmiato. E si devono proprio a De Santis le prime analisi critiche su Cuba, Che Guevara e Fidel Castro, sempre collocate nel contesto più ampio della storia peculiare dell’America latina e del Terzo mondo.
Ma lui era soprattutto un giornalista. Dopo la laurea in giurisprudenza si era trasferito a Torino per frequentare l’Istituto post-universitario per lo studio dell'organizzazione aziendale (Ipsoa). Poi, tra il 1956 e il 1958, aveva vissuto in Argentina e Cile, esperienza che avrebbe dovuto costituire l’inizio di una brillante carriera dirigenziale alla Società di Navigazione «Italia». I suoi interessi però erano altri. Nel 1960 è assunto come programmista-regista alla Rai e si trasferisce a Roma. Nel 1962 diventa redattore della sezione esteri dell’allora Telegiornale unico (TG1) ed è inviato in modo permanente per due anni in America latina. Erano i tempi in cui si scopriva Cuba non più come oasi felice per ricchi americani in cerca di allegria: la rivoluzione dei barbudos, con la «crisi dei missili» e la scelta comunista, era diventata un problema. De Santis inizia a raccontare l’esperienza cubana con le sue luci e ombre. In quel periodo vince il premio giornalistico Saint-Vincent per le sei puntate di un lungo servizio dal titolo America latina. Capire un continente. Entra poi a far parte del leggendario programma di inchieste TV7 in qualità di inviato speciale e caposervizio.
Nel 1976 De Santis è nominato capostruttura della Rete 1 della Rai. Pochi anni dopo lascia la Rai e passa alla Rizzoli, dove è responsabile del settore programmi d’acquisto e vicedirettore per il settore cinema-TV. Quando lo scandalo P2 avvolge la Rizzoli non ha un attimo di perplessità, e si licenzia. Per campare in quella fase si acconcia a fare il traduttore dall’inglese, fino a quando ritorna in Rai. Voglio ricordare il suo lavoro a Medicina 33 e La notte della Repubblica, alla cui realizzazione lo chiamò Sergio Zavoli. Ultimi impegni: la trasmissione di Rai 3 Format di Giovanni Minoli e - come consulente - La Grande storia. Non ha mai smesso, tuttavia, di riflettere e scrivere sulle vicende dell’America latina, aiutandoci a capire e interpretare quello che accadeva in quei luoghi.

giovedì 13 ottobre 2016

LIBRO SU TINA MODOTTI di Pino Bertelli

DOPO ALCUNI ANNI DI ASSENZA, DAL 13 OTTOBRE TORNA IN LIBRERIA, IN NUOVA EDIZIONE ECONOMICA ILLUSTRATA, RIVISTA E CORRETTA, UN PICCOLO CLASSICO DELLA CONTROCULTURA, UN FONDAMENTALE DEL CATALOGO NdA PRESS (PREZZO DI COPERTINA 10,00 €; ISBN 9788889035962; ACQUISTABILE QUI).

domenica 14 febbraio 2016

MILITARES LATINOAMERICANOS, por Marcelo Colussi

En Estados Unidos no hay golpes de Estado porque no hay embajada americana.

Los militares latinoamericanos, como todo militar, se han dedicado a la guerra; pero en muy buena medida a un tipo de guerra peculiar: las guerras civiles. En el transcurso del pasado siglo casi no hubo guerras interestatales en la región; la función de las fuerzas armadas se concentró en la represión interna.
Como parte de la Guerra Fría, prácticamente todos los países latinoamericanos vivieron guerras internas insurgentes y contrainsurgentes. Con distintas modalidades, en toda el área entre los 60 y los 90, tuvieron lugar feroces procesos de militarización. A la proclama revolucionaria siguieron invariablemente atroces acciones represivas.
La respuesta contrarrevolucionaria la dieron los Estados con sus cuerpos armados, ejércitos fundamentalmente. Esto pone en evidencia dos cosas: por un lado ratifica qué son en verdad las maquinarias estatales (“violencia de clase organizada”, según la definición leninista) a favor de qué proyecto se establecen y perpetúan (obviamente no del campo popular); y por otro lado, desnuda la estructura de los poderes: los ejércitos reprimieron el proyecto revolucionario, pero ellos cumplieron su mandato; el real poder que usó la fuerza para seguir manteniendo sus privilegios no aparece en escena.
Hoy día, terminada la Guerra Fría y el “peligro comunista”, dado que las sociedades fueron hondamente desmovilizadas –producto de la brutal represión– los ejércitos retornaron a sus cuarteles. Incluso en los últimos años, habiéndose tornados ya innecesarios para el mantenimiento de la “paz” interior –porque el trabajo estaba cumplido– se inician tibios procesos de revisión de las guerras internas, de sus excesos y abusos.
Pasadas las dictaduras militares, con distintas modalidades, con suertes diversas también en los procesos emprendidos, los países que sufrieron esos monstruosos conflictos armados iniciaron alguna suerte de ajuste de cuentas con su historia. Más allá de los resultados de esos procesos, desde el enjuiciamiento y condena a los comandantes argentinos hasta la total impunidad y el retorno al poder por vía democrática en Bolivia o en Guatemala, el común denominador ha sido y sigue siendo que los ejércitos contrainsurgentes cargan con todo el peso político y la reprobación social respecto a las guerras sucias transcurridas.
Sin ninguna duda, esas guerras fratricidas fueron sucias, de más está decirlo. La tortura, la desaparición forzada de personas, la violación sistemática de mujeres, el arrasamiento de poblaciones rurales enteras, fueron parte de las estrategias de guerra seguidas por todos los cuerpos castrenses. Hoy día, cuando pensamos en el fracaso de los proyectos revolucionarios latinoamericanos, tenemos inmediatamente la imagen del verde olivo y las botas militares. ¿Pero no estaban preparados para eso los ejércitos de esta región?

giovedì 6 agosto 2015

ADDIO A ROBERT CONQUEST, di Andrea Furlan

Il 3 agosto 2015, nella città di Palo Alto in California, all'età di 98 anni, è scomparso il grande storico inglese Robert Conquest (nato nel Worcestershire il 15 luglio 1917, lo stesso anno della Rivoluzione che avrebbe poi studiato nelle sue tragiche conseguenze per il resto della vita).
Con i suoi numerosi saggi - in particolare quelli dedicati al tema dello stalinismo e dell'Unione Sovietica - e con la ricchezza di dati in essi contenuti, aveva dato un contributo fondamentale per la diffusione di uno spirito critico verso l'esperienza dell'Urss, contro la vulgata filostaliniana sostenuta da intellettuali compiacenti in vari Paesi del mondo.
Il merito storico che dobbiamo riconoscere a Conquest non è rappresentato unicamente dalla sua denuncia ultradocumentata dei crimini contro l'umanità compiuti dallo stalinismo - crimini che sono ormai riconosciuti da tutti o quasi tutti gli storici più seri che si occupano dello stalinismo e del Gulag - ma anche dalla lungimiranza con cui seppe prevedere la crisi inevitabile di quel sistema. E ciò perché seppe scavare a fondo nelle ragioni politiche che portarono alla trasformazione in controrivoluzione del processo rivoluzionario russo, partendo da un'analisi lucida (anche perché in gioventù era stato a sua volta membro del Partito comunista) delle prime scelte compiute dal Partito bolscevico al potere, quelle che spalancarono la porta alla distruzione del processo rivoluzionario e al successivo trionfo della burocrazia stalinista.

domenica 1 marzo 2015

LIU XIA - VISITING A WOMAN UNDER HOUSE ARREST (Hu Wei Jingsheng, 2012), di Pino Bertelli

Liu Xiaobo è ancor oggi uno dei più noti attivisti cinesi per i diritti umani: scrittore e critico letterario di 57 anni, arrestato come dissidente l'8 dicembre 2008 e condannato a 11 anni di carcere a fine 2009 - con l'accusa, cara a tutti i sistemi totalitari, di «incitamento alla sovversione del potere dello Stato» -, fu promotore e firmatario, nello stesso 2008, del manifesto pubblico Charta 08, in cui si richiedeva una generale democratizzazione del sistema e il rispetto delle libertà fondamentali dell'individuo. Nell'ottobre 2010 Xiaobo fu insignito del premio Nobel per la Pace: due giorni dopo l'annuncio, sua moglie Liu Xia, artista e anch'essa attivista, venne messa agli arresti domiciliari dalle autorità cinesi; da allora la donna, che soffre di problemi cardiaci, si trova confinata nel proprio appartamento di Pechino (illegalmente, non essendo stata emessa nei suoi confronti una qualsivoglia condanna).
È da questa vicenda che nacque, negli ultimi giorni del 2012, il film di Hu Wei Jingsheng - presentato da Pino Bertelli ai Festival dei diritti umani di Napoli (2013) e di Buenos Aires (2014). Questa breve opera (visibile qui, con sottotitoli in inglese) può essere considerata un samizdat cinese del XXI secolo; ed è con questo spirito che pubblichiamo la recensione scritta dallo stesso Bertelli, nella speranza che non ci si dimentichi di Liu Xiaobo, di Liu Xia e di tutte le donne e gli uomini senza nome ingiustamente reclusi in Cina, in carcere o nei famigerati laogai. [la Redazione]

Basta ai giovani contestatori staccarsi dalla cultura, ed eccoli optare per l'azione e l'utilitarismo, rassegnarsi alla situazione in cui il sistema si ingegna ad integrarli. Questa è la radice del problema: usano contro il neocapitalismo armi che in realtà portano il suo marchio di fabbrica, e sono quindi destinate soltanto a rafforzare il suo dominio.
(Pier Paolo Pasolini)

I. LA LIBERTÀ NEGATA

Il film clandestino di Hu Wei Jingsheng (o Hu Jia), premio Sakharov per la libertà di pensiero 2008, su Liu Xia, artista, poeta, fotografa, agli arresti domiciliari perché moglie del premio Nobel per la Pace 2010, Liu Xiaobo, gettato in carcere in quanto attivista dei diritti umani in Cina - Visiting a Woman under House Arrest - è la visita o l'irruzione di Wei Jingsheng nella casa di Liu Xia; dura solo 5 minuti e 16 secondi… bastano però per toccare in profondità le coscienze ulcerate delle persone che sotto il regime comunista cinese (come sotto qualsiasi governo totalitario, compreso le democrazie consumeriste) combattono in difesa della libertà e del rispetto dei diritti umani nel mondo.

venerdì 16 marzo 2012

GLI SCACCHI DI MARX… O LO SCACCO DEL MARXISMO?, di Riccardo Vinciguerra (Mongo)

Non è la coscienza degli uomini che determina il loro essere, ma è, al contrario, il loro essere sociale che determina la loro coscienza.
(San Carlos)

San Carlos è ovviamente Karl Marx.
Nel 1998 un intellettuale inglese, Lord Skidelsky, disse che Marx si era sbagliato nell’aver predetto l’imminente rivoluzione e per tale motivo le opere di Marx non meritavano più alcuna attenzione. La storia però è andata un po’ diversamente, infatti la rivoluzione scoppiò l’indomani della pubblicazione del Manifesto del partito comunista: dapprima a Parigi, per poi diffondersi rapidamente in gran parte dell’Europa. Fu tuttavia domata rapidamente e la borghesia ebbe così modo di dare inizio al suo lungo regno. Possiamo dire allora che l’ottimismo di Marx fosse fuori luogo, ma non che la sua visione del mercato globale fosse errata, tanto si è dimostrata straordinariamente preveggente.
Possibile che Marx avesse preso una cantonata del genere e nello stesso tempo, per molti versi, avere così ragione? Ebbene Marx si comportava, talvolta, come un giocatore di scacchi che progetta con 6 o più mosse d’anticipo un attacco a tenaglia fatale al re nemico, senza rendersi conto che nel frattempo l’avversario può anticiparlo dandogli scacco matto. Strategia brillante e tattica fragile, così sono i giocatori di scacchi e per Marx era la medesima cosa; imbattibile a dama, mancava però dell’astuta pazienza richiesta dalle infinite complessità della scacchiera. Giocava in modo rumoroso, polemico, quasi collerico. Dopo il 1850, stabilitosi a Londra, era abitudine che terminasse molte serate in preda all’ira dopo che qualche altro esule tedesco aveva costretto in un angolo il suo re. Scrisse Wilhelm Liebknecht: «Un giorno Marx annunciò trionfante di avere scoperto una nuova mossa, con la quale ci avrebbe sbaragliati tutti quanti. Accettammo la sfida e, detto fatto, ci mise fuori combattimento uno dopo l’altro. Ma, a poco a poco, la disfatta divenne maestra della vittoria, e riuscii a dargli scacco matto. Era già molto tardi e allora Marx chiese la rivincita per l’indomani, a casa sua».
La mattina dopo Liebknecht si presentò, come convenuto, all’appuntamento e scoprì che Marx era rimasto alzato tutta la notte per rifinire e perfezionare la sua “nuova mossa”. I due iniziarono a giocare e, come già successo in precedenza, all’inizio questa sembrò funzionare a meraviglia e Marx volle celebrare la vittoria ordinando da bere e da mangiare. Nel pomeriggio i due continuarono a sfidarsi fin quando a notte fonda Liebknecht riuscì a dare scacco matto all’avversario in due partite consecutive. Marx voleva la rivincita ed era disposto a giocare sino all’alba del giorno dopo, ma l’inflessibile governate ordinò ai due di smettere di giocare. Il giorno dopo Liebknecht ricevette questo messaggio dalla signora Marx: «La prego di non giocare più a scacchi con mio marito di sera. Il Moro, se perde, diventa insopportabile».

sabato 3 marzo 2012

COMUNISTI OGGI?, di Alessandro Gigli


Ho letto con grande interesse gli articoli che da Rossana Rossanda in poi sono usciti sul giornale, ma anche con un po’ di noia e disappunto: perché? Perché non ho mai visto andare alla radice del ragionamento: quale comunismo?
Nel Novecento il cosiddetto Socialismo che si è riusciti a realizzare è stato la dittatura di un partito comunista (unico) sul proletariato, sul popolo spiato, imprigionato, ucciso (ventotto milioni di internati nei gulag molti dei quali erano comunisti autentici!). Su questa mostruosità, antimarxista in primo luogo, si è costruito un sistema sociale che ha prodotto paura, terrore, povertà materiale e spirituale, su cui hanno scritto soprattutto storici e politologi borghesi, intellettuali di sistema, e non, come avrei voluto, i comunisti autentici che secondo il mio modesto parere sono i comunisti libertari e anarchici.

lunedì 4 ottobre 2010

«IL GRANDE TERRORE» DI ROBERT CONQUEST, di Andrea Furlan

A distanza di più di mezzo secolo dalle rivelazioni di Nikita Kruscev al XX congresso del Pcus sui crimini commessi da Stalin nei confronti del popolo russo, ci sono ancora nel nostro paese forti resistenze politiche nei partiti che si definiscono “comunisti” ad accettare sino in fondo la condanna dello stalinismo. Alla storia dell’Urss e alle scelte politiche di Stalin continuano a ispirarsi i principali partiti nati dalla dissoluzione del Pci (Prc e Pdci), oltre a gruppi con storie diverse come la Rete dei Comunisti, i Carc e la Sinistra popolare o realtà di tipo associativo come Marx XXI: tutti costoro con la storia del Pci e dell'Urss non hanno mai realmente voluto aprire un serio confronto critico, sia verso le scelte politiche compiute dal Pci di Togliatti, sia nei confronti delle scelte politiche compiute dall’Unione Sovietica di Stalin. Una vera rimozione politica dinnanzi alle cocenti sconfitte che lo stalinismo ha determinato per il movimento operaio italiano e internazionale, che si uniscono alla cecità nel riconoscere le atroci sofferenze patite da una parte cospicua dell’umanità a causa delle colpe ripugnanti di cui si è macchiato il regime staliniano.
Capita ancora di riscontrare che, di fronte a fatti storici oramai arcinoti all’umanità ed egregiamente descritti dai maggiori storici di fama mondiale, l’atteggiamento di assoluta disonestà intellettuale assunto dagli stalinisti è di continuare a catalogare i fatti realmente accaduti come menzogne costruite da reazionari. Anche per questo, oltre che in onore della verità e per una completa comprensione storica della controrivoluzione avvenuta in Urss attraverso lo stalinismo, ci sentiamo di segnalare e proporre al giovane lettore che inizia ora a formarsi una conoscenza della storia del comunismo di gettarsi anima e corpo nella lettura del libro di Robert Conquest Il Grande Terrore ([1968] Mondadori 1970, BUR 1999).
Dell’autore ricorderemo solo che subito dopo aver concluso gli studi di storia presso l’Università di Oxford, era entrato a far parte nel 1937 del Partito comunista inglese dal quale si dissociò quando iniziò a prendere coscienza di cosa fosse effettivamente il regime di Stalin. Ruppe pertanto con il comunismo sovietico, accusando intellettuali del calibro di Jean-Paul Sartre, Sidney Webb, Walter Duranty e Theodore Dreiser di essere apologeti del sistema staliniano e del suo regime di terrore.

venerdì 26 febbraio 2010

IL «MARXISMO ITALIANO», SENZA «CAPITALE» E SENZA SPIRITO ANTIBUROCRATICO, di Michele Nobile

1.
Nel quadro di una più ampia polemica con Habermas, Hirsch, O'Connor e Offe, lo scomparso Riccardo Parboni collocò il «marxismo italiano» nella più ampia classe del «marxismo sovrastrutturale», per il quale
«la crisi del capitalismo non dipende dalla dinamica delle forze produttive e dei rapporti di produzione, ma dal venir meno di quei meccanismi omeostatici di carattere politico e ideologico che avevano garantito la tenuta sotto controllo delle tendenze alla crisi nei decenni passati»1.
Vent'anni dopo, il libro di Cristina Corradi sui «marxismi italiani» e la discussione che ne è seguita hanno confermato quel giudizio, e con ben altra ricchezza d'argomenti: quello italiano è un «marxismo senza Capitale» (con poche e relativamente recenti eccezioni), un «marxismo» che ha fatto a meno di sviluppare criticamente la teoria marxiana del valore, indirizzandosi verso lo sraffismo, il keynesismo, o la dissoluzione dell'oggettività socio-economica dello sfruttamento nel comando politico dello Stato, variamente combinando i termini precedenti2.
La ricostruzione di Corradi, pregevole e indispensabile, resta però nell'ambito della ricostruzione della «storia dei «marxismi» basata sul modello delle storie della filosofia, della «storia delle idee». Il punto è che questo approccio non solo esclude la produzione condotta da marxisti non-filosofi o che, comunque, non si presta ad un discorso d'ordine filosofico, ma sottovaluta la dialettica tra la riflessione teorica e l'ambiente politico nella quale la prima si inscrive e dal quale è influenzata per le vie più diverse e sottili, dall'orizzonte strategico e ideologico alla pratica quotidiana, dalla costruzione dell'identità ai rapporti e alle carriere personali.
È per questa ragione che restano inevase alcune domande cruciali. Cosa ha permesso a quella tradizione «senza Capitale» di riprodursi per così tanto tempo? Quali sono le caratteristiche differenziali del «marxismo italiano» rispetto a quello di altri paesi? Quali, precisamente, i rapporti tra teoria e politica? È indifferente, per la storia dei «marxismi italiani», la partecipazione di «comunisti» ad un governo imperialistico e l'assenza di una reazione indignata da parte degli intellettuali marxisti? Non rivela nulla sulla sinistra «marxista» nazionale?
Il meglio della letteratura marxista internazionale è, in questo paese, semplicemente ignoto o irrilevante. L'editoria di sinistra italiana preferisce importare selettivamente quel che politicamente rende e fa moda nella propria nicchia di mercato; preferisce le generalizzazioni pseudo-filosofiche e superficialmente sociologiche alle analisi che utilizzano concetti marxisti, che sembrano un lusso per specialisti, tanto più se fanno i conti con il capitalismo reale impiegando dati e tabelle, piuttosto che Spinoza o l'illustre filosofo-sociologo di turno.

RED UTOPIA ROJA – Principles / Principios / Princìpi / Principes / Princípios

a) The end does not justify the means, but the means which we use must reflect the essence of the end.

b) Support for the struggle of all peoples against imperialism and/or for their self determination, independently of their political leaderships.

c) For the autonomy and total independence from the political projects of capitalism.

d) The unity of the workers of the world - intellectual and physical workers, without ideological discrimination of any kind (apart from the basics of anti-capitalism, anti-imperialism and of socialism).

e) Fight against political bureaucracies, for direct and councils democracy.

f) Save all life on the Planet, save humanity.

g) For a Red Utopist, cultural work and artistic creation in particular, represent the noblest revolutionary attempt to fight against fear and death. Each creation is an act of love for life, and at the same time a proposal for humanization.

* * *

a) El fin no justifica los medios, y en los medios que empleamos debe estar reflejada la esencia del fin.

b) Apoyo a las luchas de todos los pueblos contra el imperialismo y/o por su autodeterminación, independientemente de sus direcciones políticas.

c) Por la autonomía y la independencia total respecto a los proyectos políticos del capitalismo.

d) Unidad del mundo del trabajo intelectual y físico, sin discriminaciones ideológicas de ningún tipo, fuera de la identidad “anticapitalista, antiimperialista y por el socialismo”.

e) Lucha contra las burocracias políticas, por la democracia directa y consejista.

f) Salvar la vida sobre la Tierra, salvar a la humanidad.

g) Para un Utopista Rojo el trabajo cultural y la creación artística en particular son el más noble intento revolucionario de lucha contra los miedos y la muerte. Toda creación es un acto de amor a la vida, por lo mismo es una propuesta de humanización.

* * *

a) Il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi che impieghiamo dev’essere riflessa l’essenza del fine.

b) Sostegno alle lotte di tutti i popoli contro l’imperialismo e/o per la loro autodeterminazione, indipendentemente dalle loro direzioni politiche.

c) Per l’autonomia e l’indipendenza totale dai progetti politici del capitalismo.

d) Unità del mondo del lavoro mentale e materiale, senza discriminazioni ideologiche di alcun tipo (a parte le «basi anticapitaliste, antimperialiste e per il socialismo».

e) Lotta contro le burocrazie politiche, per la democrazia diretta e consigliare.

f) Salvare la vita sulla Terra, salvare l’umanità.

g) Per un Utopista Rosso il lavoro culturale e la creazione artistica in particolare rappresentano il più nobile tentativo rivoluzionario per lottare contro le paure e la morte. Ogni creazione è un atto d’amore per la vita, e allo stesso tempo una proposta di umanizzazione.

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a) La fin ne justifie pas les moyens, et dans les moyens que nous utilisons doit apparaître l'essence de la fin projetée.

b) Appui aux luttes de tous les peuples menées contre l'impérialisme et/ou pour leur autodétermination, indépendamment de leurs directions politiques.

c) Pour l'autonomie et la totale indépendance par rapport aux projets politiques du capitalisme.

d) Unité du monde du travail intellectuel et manuel, sans discriminations idéologiques d'aucun type, en dehors de l'identité "anticapitaliste, anti-impérialiste et pour le socialisme".

e) Lutte contre les bureaucraties politiques, et pour la démocratie directe et conseilliste.

f) Sauver la vie sur Terre, sauver l'Humanité.

g) Pour un Utopiste Rouge, le travail culturel, et plus particulièrement la création artistique, représentent la plus noble tentative révolutionnaire pour lutter contre la peur et contre la mort. Toute création est un acte d'amour pour la vie, et en même temps une proposition d'humanisation.

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a) O fim não justifica os médios, e os médios utilizados devem reflectir a essência do fim.

b) Apoio às lutas de todos os povos contra o imperialismo e/ou pela auto-determinação, independentemente das direcções políticas deles.

c) Pela autonomia e a independência respeito total para com os projectos políticos do capitalismo.

d) Unidade do mundo do trabalho intelectual e físico, sem discriminações ideológicas de nenhum tipo, fora da identidade “anti-capitalista, anti-imperialista e pelo socialismo”.

e) Luta contra as burocracias políticas, pela democracia directa e dos conselhos.

f) Salvar a vida na Terra, salvar a humanidade.

g) Para um Utopista Vermelho o trabalho cultural e a criação artística em particular representam os mais nobres tentativos revolucionários por lutar contra os medos e a morte. Cada criação é um ato de amor para com a vida e, no mesmo tempo, uma proposta de humanização.