L’associazione Utopia rossa considera suo fondamento politico il principio secondo cui il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi si deve riflettere l’essenza del fine. Non ha programmi politici, come del resto non ne aveva la Prima internazionale. Nonostante le più diverse provenienze ideologiche dei suoi sostenitori, essa ritiene che l’anticapitalismo dilagato dopo l’inizio dell’Antirivoluzione russa (dicembre 1917) sia stato motivato fondamentalmente da idee precapitalistiche, cioè retrograde, e non da progetti di civiltà in grado di superare il capitalismo sviluppando ulteriormente i suoi modelli di democrazia. Ciò spiega anche il prevalere, nella storia della cosiddetta «sinistra», di simpatie per i regimi dittatoriali di ogni specie e colore. Utopia rossa si batte contro l’ulteriore diffusione di ideologie precapitalistiche vecchie e nuove (in campo politico, culturale, ecologico, religioso ecc.), come parte della sua battaglia per il superamento del capitalismo, se si vuole salvare la vita sulla Terra con la sua umanità. In questo senso la sua utopia continua ad essere rossa.

The Red Utopia association considers its political foundation to be the principle that the end does not justify the means, but that the means must reflect the essence of the end. It has no political program, just as the First International did not. Despite the diverse ideological backgrounds of its supporters, it believes that the anti-capitalism that spread after the start of the Russian Anti-Revolution (December 1917) was fundamentally motivated by pre-capitalist – that is, retrograde – ideas, and not by civilizational projects capable of overcoming capitalism and of further developing its democratic models. This also explains the prevalence, throughout the history of the so-called «left», of sympathies for dictatorial regimes of all kinds and colors. Red Utopia fights against the further spread of old and new pre-capitalist ideologies (in the political, cultural, ecological, religious, and other fields) as part of its battle to overcome capitalism, if life on Earth, including its humanity, is to be saved. In this sense, its utopia remains red.

PER SAPERNE DI PIÙ CI SONO UNA COLLANA DI LIBRI E UN BLOG IN VARIE LINGUE…

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domenica 25 giugno 2023

PUTIN, IMPAURITO DAI MERCENARI DI PRIGOŽIN

rinnega la Rivoluzione del 1917 e di fatto s’identifica con lo zar Nicola II

di Piero Bernocchi

[Premessa di R. Massari: Quindi fu giustificata la campagna di stampa che nel 1917 accusò Lenin di aver preso i soldi dai tedeschi (il vagone piombato e tutto il resto) per far uscire la Russia dalla Grande guerra? Putin dice di sì e rilancia l’accusa: quello di Lenin e dei bolscevichi fu un vero e proprio «tradimento» e per giunta un disastro che portò al crollo dello Stato zarista (quello Stato zarista che Putin sta tentando disperatamente di ricostruire). Kerenskij e i suoi ministri, Kornilov e gli altri generali, lo zar e il suo seguito imperiale avevano ragione a voler proseguire la guerra contro la Germania, il grosso del popolo russo aveva torto a volerla fare finita. Purtroppo vinse il popolo… anche se solo temporaneamente.

P.S. Per i più giovani: Attenzione. Qualche intellettuale hitlerocomunista (ce ne sarà pure rimasto qualcuno che incarni questo ossimoro) cercherà d’imbrogliarvi dicendo che invece il popolo russo voleva proseguire la guerra, come si vide nella discussione su Brest-Litovsk. Ma per farlo dovrà nasconderevi che la discussione su Brest-Litovsk avvenne nel 1918 (cioè dopo il crollo dell’Impero zarista) e che quei boslcevichi (tra i quali Trotsky in una prima fase), socialrivoluzionari o anarchici che non volevano firmare la pace, pensavano a una guerra rivoluzionaria, cioè un’estensione della Rivoluzione russa e non certo a una guerra nazionalistica in difesa del capitalismo russo.  Poi anche questi capirono che le avrebbero prese sonoramente dai tedeschi e ripiegarono sulla posizione di Lenin che, per quell’occasione, fu la più sensata storicamente. Ora però sorge il dubbio, dopo le parole di Putin, che Lenin e i bolscevichi continuassero a prendere i soldi dai tedeschi…  (r.m.)]

Incredibile ma vero: Putin nel panico rinnega la rivoluzione russa del '17 (quella dell'Ottobre) e di fatto s'identifica con lo zar Nicola II. Dice, infatti, non solo che la ribellione armata messa in atto dai gruppi paramilitari Wagner di Prigožin contro l’esercito regolare rappresenta una minaccia mortale per la Russia, ma va ben oltre, paragonandola con “la pugnalata alle spalle del 1917 che ha consegnato la vittoria al nemico comune nella Prima guerra mondiale". Come già fatto dal suo illustre predecessore e modello Iosif Vissarionovič Džugašvili, detto Stalin ("uomo d'acciaio"), nel momento del massimo pericolo se ne fotte di storia, princìpi, ideologia e fa appello alla Grande Madre Russia. Che, aggiunge, sta subendo un tradimento analogo a quello del '17 ("Quello che stiamo affrontando non è altro che un tradimento causato dalle eccessive ambizioni”). Come allora, secondo Putin, "il tradimento potrebbe avere conseguenze catastrofiche"; e come allora, “intrighi, litigi, politica alle spalle dell'esercito e del popolo si sono trasformati nel più grande shock, la distruzione dell'esercito e il crollo dello Stato, la perdita di vasti territori”. Dunque, questo fu il risultato della Rivoluzione russa dell'Ottobre, secondo Putin: distruzione dell'esercito e crollo dello Stato, perdita di vasti territori.  E il tutto provocato non dalla volontà di chiudere con lo zarismo e con un regime feudale, ma, miserabilmente, da intrighi, litigi, politica alle spalle dell'esercito e del popolo. Alla fin fine questo, e non altri motivi "nobili", avrebbe spinto i bolscevichi a fare la rivoluzione, con gli effetti "catastrofici" sottolineati da Putin.
 Sbalorditivo, no? Certo, tra tutti i possibili sviluppi dell'invasione russa dell'Ucraina, questo era davvero il meno prevedibile, di sicuro quello che Putin, autistico e solipsista come tutti gli autocrati dal comportamento e dalle pratiche       dittatoriali, non aveva manco preso in considerazione. L'imperialismo sovietico, nel corso di una settantina di anni, di infamie e imprese ignobili ne ha compiute una infinità, ma la follia di mettersi nelle mani di eserciti mercenari, per giunta in un'impresa ad altissimo rischio come  l'invasione dell'Ucraina, non l'aveva mai fatto. E invece il neoimperialismo russo, rilanciato da Putin nell'ultimo ventennio, è riuscito a dare a decine di migliaia di feroci professionisti della guerra e a un losco figuro come Prigožin un potere inaudito, cancellando il fatto che i mercenari si chiamano così perchè guerreggiano per denaro, non hanno ideali nè bandiere o princìpi, e vanno con chi paga di più e meglio.
    Poi Prigožin si accontenterà delle sinecure che Putin sembra disposto a concedergli in extremis, con la Wagner a 200 km da Mosca, e della dimostrazione data al mondo che Putin non era e non sarebbe in grado di fermarlo: e magari anche i suoi mercenari se la caveranno in qualche modo. Ma il colpo al prestigio e alla credibilità putiniana è di quelli mortali, e inciderà ulteriormente sul morale, già bassissimo, delle truppe russe, regolari o mercenarie, sul fronte ucraino, con possibili conseguenze assai rilevanti sull'andamento della guerra e sui tempi della sua auspicabile fine. E dire che ancora fino a pochi mesi fa, per il 99% dei pacifisti italiani (veri o finti, "storici" o dell'ultimissima ora) l'unica possibilità di fine della guerra non poteva che essere la resa incondizionata dell'Ucraina: "tanto non hanno alcuna possibilità di vittoria, così prolungano solo distruzioni e massacri", era il leitmotiv ripetuto ossessivamente, di fatto incolpando non Putin e la Russia, ma gli ucraini del prolungamento delle atrocità in atto. E invece...


Nella diffusione e/o ripubblicazione di questo articolo si prega di citare la fonte: www.utopiarossa.blogspot.com

sabato 13 maggio 2023

MAFIA RUSSA

di Andrea Furlan

 

[Voce tratta dall’edizione italiana  - a cura di R. Massari & M. Nobile - dell’abbecedario realizzato collettivamente dalle Brigate editoriali di solidarietà,  Ucraina dalla A alla Z, fresco di stampa e in arrivo in libreria, in vendita al prezzo politico di 7 €.] 


Della criminalità organizzata nel territorio russo abbiamo traccia a partire dall’èra dei primi zar: il vorovskoj mir (mondo criminale) consisteva in bande di professionisti che imperversavano nel vasto territorio zarista commettendo vari tipi di reati. Forme di criminalità organizzata sopravvissero anche alla Rivoluzione del 1917 e in seguito esse furono utilizzate dal regime staliniano per fare la guerra ai kulaki. Ma una volta raggiunto lo scopo, Stalin fece relegare nel Gulag intere bande di criminali. A questi, come sappiamo dalle molte memorie, fu affidato anche il compito di mantenere l’ordine nei lager (come a Vorkuta e a Kolyma) e di sorvegliare i detenuti politici.

Durante la Seconda guerra mondiale molti criminali ebbero la possibilità di uscire dai lager per arruolarsi nell’esercito, dove erano ricattabili e potevano fungere anche da informatori della polizia. Si può dire che da quel momento cominciò la collaborazione organica tra la criminalità organizzata e il regime sovietico che proseguirà nell’èra brezneviana, cominciando via via ad assumere anche connotati economici.

Il salto di qualità, tuttavia, sarà compiuto dalla malavita russa con le privatizzazioni iniziate sotto la presidenza di Gorbačëv, col passaggio all’economia di mercato. Sorse una leva di nuovi imprenditori che in gran parte provenivano dai ranghi del Pcus e dal Kgb, ma anche dal mondo della criminalità organizzata. Questa era dotata di risorse finanziarie di dubbia provenienza, ma era detentrice di capitali da investire nelle aziende privatizzate, nella creazione di nuove banche e nella speculazione finanziaria. La serie di crisi politiche e istituzionali successive al 1991 consentì lo sviluppo di reti criminali (anche di clan in concorrenza tra loro) che poterono stringere alleanze e accordi con gli oligarchi dell’economia e i nuovi dirigenti, ex funzionari dei vecchi apparati, bisognosi in forma crescente di protezioni di natura extralegale. 

La mafia russa è strutturata in clan alla maniera della camorra, senza una gerarchia sovraordinata, in modo che ogni clan finisce col decidere per conto proprio. La gerarchia esiste invece all’interno del singolo clan, a partire dal boss (avtoritet o pachan), a seguire con i capitani (brigadier), un consigliere anziano (sovietnik) e il contabile (obščak). Ognuna di queste figure svolge precisi compiti nell’organizzazione, sia in relazione all’attività del clan, sia nei rapporti con le istituzioni politiche (cioè con lo Stato di Putin), sia con gli oligarchi, le cui fortune economiche sono spesso di origine malavitosa.



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mercoledì 3 maggio 2023

NICARAGUA CON PUTIN

por Pagayo Matacuras

BILINGUE: ESPAÑOL - ITALIANO


[Voce tratta dall’edizione italiana  - a cura di R. Massari & M. Nobile - dell’abbecedario realizzato collettivamente dalle Brigate editoriali di solidarietà,  Ucraina dalla A alla Z, fresco di stampa e in arrivo in libreria, in vendita al prezzo politico di 7 €.] 


En el diciembre de 2008, por invitación del presidente Daniel Ortega, buques de guerra rusos «visitaron» Nicaragua. Luego de las conversaciones en Moscú entre el dictador nicaragüense y el entonces presidente Dmitry Medvedev, en el mismo diciembre de 2008 Rusia y Nicaragua concluyeron varios acuerdos bilaterales, incluido el suministro muchas veces en forma de «donación», de granos y cereales, a cambio de la instalación en Managua de un sistema de observación teóricamente espacial. En abril de 2009, Nicaragua eliminó el requisito para los turistas rusos de la visa de entrada.
El 12 de julio de 2014, pocos meses después de la anexión rusa de Crimea, Putin realizó una brevísima visita oficial a Nicaragua y se reunió con el presidente Ortega en el aeropuerto de Managua. En noviembre de 2020, Nicaragua abrió un consulado honorario en la península de Crimea, además de reconocer oficialmente a Osetia del Sur y Abjasia (dos repúblicas pseudoautónomas, estrictamente dependientes de Moscú).
Mientras continuaba con la retórica de la soberanía nacional, en junio de 2022 Ortega invitó a las fuerzas armadas rusas a ingresar a Nicaragua y a principios de febrero, durante una visita oficial del canciller iraní Hossein Amir-Abdollahian, deseó que todos los países amenazados por el imperialismo estadounidense se dotaran de una pequeña arma nuclear... defensiva.

En los mismos días del inicio de la “operación militar especial”, una alta delegación rusa fue recibida en Nicaragua con todos los honores y luego se firmó un acuerdo con Russia Today (hoy RT) para transmitir en la veintena de canales controlados por la familia Ortega-Murillo los servicios periodísticos producidos en español por esta emisora vinculada al Kremlin.

El 12 de octubre de 2022, Nicaragua fue uno de los cuatro países que votaron en contra de la condena de Rusia por la invasión de Ucrania, único país del continente latinoamericano, puesto que Venezuela y Cuba se abstuvieron.

 

ITALIANO

domenica 23 aprile 2023

ITALIANI DI CRIMEA

di Giorgio Amico

[Voce tratta dall’edizione italiana  - a cura di R. Massari & M. Nobile - dell’abbecedario realizzato collettivamente dalle Brigate editoriali di solidarietà,  Ucraina dalla A alla Z, fresco di stampa e in arrivo in libreria, in vendita al prezzo politico di 7 €.]

La presenza italiana in Crimea è attestata dal 1204, quando  Venezia approfittò della conquista crociata di Costantinopoli per occupare i porti nel sud della penisola. Ai veneziani si sostituirono i genovesi e, dopo la caduta di Costantinopoli, l’Impero ottomano. Ma la presenza genovese non scomparve e una parte della popolazione trovò rifugio presso i tatari dell’entroterra.
Con le campagne di popolamento avviate durante il regno di Caterina II, vi fu un’ondata migratoria anche dall’Italia e un migliaio di coloni liguri, corsi, sardi e toscani si insediarono nella regione di Cherson. Fra il 1820-1870 giunsero nel territorio di Kerč migranti italiani provenienti soprattutto dalla Puglia, insieme con una migrazione più ristretta ma più qualificata - che si concentrò nella città di Odessa - composta da architetti, notai, medici, ingegneri e artisti, ma anche da esuli antiborbonici. Secondo dati ufficiali, nel 1897 gli Italiani sarebbero stati l’1,8% della popolazione della provincia di Kerč, percentuale passata al 2% nel 1921; alcune fonti parlano di una minoranza variante da 3 a 5mila persone.
Negli anni dello stalinismo, con la collettivizzazione forzata delle campagne, anche gli italiani, per lo più proprietari di terre, furono obbligati a creare un kolchoz («Sacco e Vanzetti») e a sottostare alle campagne di «rieducazione socialista» organizzate da militanti comunisti rifugiatisi in Urss e di sicura fede staliniana. Fra questi Paolo Robotti e Giuliano Pajetta, che ne hanno parlato nei loro libri. Durante le «purghe» del 1933-37 molti di questi italiani, accusati di essere spie fasciste, furono arrestati e sparirono nell’inferno dei lager staliniani. (La tragedia degli italiani in Urss è stata ricostruita dettagliatamente da Dante Corneli, che trascorse 24 anni tra il Gulag e la Siberia e, tornato in Italia, denunciò nei suoi libri i crimini di Stalin e della dirigenza italiana comunista che ne fu complice. La sua insostituibile opera storica è ora tutta raccolta nella trilogia pubblicata da Massari editore nel 2017.)
Dopo la rottura del Patto di Stalin con Hitler gli italiani furono considerati potenziali agenti del nemico e nel 1942, dopo la riconquista della Crimea da parte dell’Armata rossa,  accusati di collaborazione coll’occupante nazista, anche gli italiani, come altre minoranze nazionali, furono deportati.
Il 29 gennaio 1942 l’intera comunità italiana di Crimea, compresi i rifugiati antifascisti stabilitisi a Kerč, venne radunata e inviata in carri bestiame nel Gulag siberiano (soprattutto verso il Kazakistan), potendo ognuno portare non più di 8 kg di bagaglio. Un’odissea di 8mila chilometri durata quasi due mesi in condizioni terribili, con temperature di oltre 30° sottozero, durante la quale la maggioranza dei bambini e dei vecchi morirono di malattia, fame e freddo. Le deportazioni continuarono fino a giugno del 1944.

Dante Corneli parla del dramma di oltre duemila italiani della Colonia agricola di Kerč. Una testimonianza confermata dalle stesse autorità sovietiche secondo cui solo durante il viaggio e il primo anno di deportazione morì un deportato su cinque. 
Nei lager la comunità italiana fu quasi annientata dalla fame, il freddo, le malattie e la durezza dei lavori forzati. Si calcola che i sopravvissuti, in totale, non furono più del 10 per cento dei deportati. Dopo il 1956 con la chiusura di gran parte dei lager, ciò che restava degli italiani di Crimea tornò a casa. Nel 1957 risultavano rientrati 460 esuli; ridottisi nel 1989 a 316 per lo più residenti a Kerč. Qui nel 2008 è stata costituita l’associazione «Cerkio» (Comunità degli emigrati in regione di Crimea, Italiani di origine) che tramanda l’uso della lingua italiana.
È una piccola minoranza che la russificazione forzata, imposta da Putin dopo l’occupazione della Crimea nel 2014, rischia di far scomparire definitivamente, benché le autorità russe abbiano votato un decreto di riabilitazione come minoranza perseguitata e deportata per motivi etnici.

• Dante Corneli, Ritorno dal Gulag, a cura di Andrea Furlan, Massari ed., Bolsena 2017.
• Dante Corneli, Italiani vittime di Togliatti e dello stalinismo, a cura di Antonella Marazzi, Massari ed., Bolsena 2017.
• Dante Corneli, Dal leninismo allo stalinismo, a cura di Roberto Massari, Massari ed., Bolsena 2017.


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venerdì 14 aprile 2023

BENALTRISMO [WHATABOUTISM]

di Laris Massari 


[Voce tratta dall’edizione italiana  - a cura di R. Massari & M. Nobile - dell’abbecedario realizzato collettivamente dalle Brigate editoriali di solidarietà,  Ucraina dalla A alla Z, fresco di stampa e in arrivo in libreria, in vendita al prezzo politico di 7 €.]

 

Dizionario Hoepli: «Tendenza a rimandare pretestuosamente la spiegazione di problemi contingenti a fumose cause di carattere più generale». L’equivalente in inglese è whataboutism.

Il fenomeno del benaltrismo, già emerso in àmbito giornalistico a partire dagli anni ’80, ai giorni nostri è ampiamente diffuso nelle discussioni riguardo alla guerra in Ucraina. Nello specifico, questo modo peculiare di eludere i problemi reali che si ha paura di affrontare, è comune alla stragrande maggioranza delle persone che non appoggiano la lotta difensiva ucraina, e che trovano di conseguenza complicato costruirsi un’opinione. Costoro sono soliti elencare minuziosamente tutte le colpe delle altre nazioni più o meno coinvolte nel conflitto, purché si eviti di analizzare le responsabilità più evidenti dell’invasore Putin. Anzi, sul banco degli imputati spesso viene messo addirittura il governo ucraino, dandoci così un primo paradossale esempio di benaltrismo.

Gli Stati Uniti, però, sono il bersaglio favorito dei nostri benaltristi. E dato che gli Usa di colpe per il passato ne hanno a bizzeffe, l’argomento principe del benaltrista di turno è: «E allora gli Usa…?» (what about the Usa?). Domanda retorica cui segue la «spiegazione»: «gli Stati Uniti (o la Germania o la Francia o l’Italia) hanno fatto ben altro».

A ciò segue una lista potenzialmente infinita di colpe dell’imperialismo, un’escalation nell’elencazione dei crimini di guerra e contro l’umanità (peraltro tutti ultranoti e universalmente riconosciuti come tali), anche perché, volendo, si potrebbe risalire alla nascita del capitalismo se non proprio alle origini dell’umanità. Mentre è facile prevedere che nel futuro l’odierno benaltrista, dovendo giustificare qualche altra aggressione imperialistica, includerà nel paniere anche gli attuali crimini di Putin contro l’umanità. Ciò gli servirà a deviare l’attenzione da qualche altro fatto grave che starà avvenendo in quel momento.

È evidente la natura psicopatologica del benaltrismo: si tratta in fondo di una forma molto primitiva di fuga dalla realtà (bisogno di voltare lo sguardo davanti alle sciagure altrui), coniugata con una narcisistica autocelebrazione: «io non me la bevo», «solo io conosco questi crimini precedenti degli Usa», «ben altro si nasconde dietro questo sostegno al popolo ucraino»... C’è il rischio inoltre del contagio, reso oggi molto più facile dalla circolazione delle fake-news in Rete.

Nota: Il benaltrismo non va confuso con l’analisi storica, seria e dettagliata, delle cause che hanno portato all’odierno conflitto in Ucraina. I due atteggiamenti non si assomigliano nemmeno alla lontana, facendo essi riferimento a motivazioni etiche e a strumenti teorici incompatibili tra loro.


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martedì 4 aprile 2023

LIBRO NERO DI PUTIN

di Roberto Massari

 

[Voce tratta dall’edizione italiana  - a cura di R. Massari & M. Nobile - dell’abbecedario realizzato collettivamente dalle Brigate editoriali di solidarietà,  Ucraina dalla A alla Z, fresco di stampa e in arrivo in libreria, in vendita al prezzo politico di 7 €]


Il Libro nero di Putin (opera di vari autori e autrici, coordinato da Galia Ackerman e Stéphane Courtois) fornisce utili materiali di lavoro e importanti elementi storiografici per definire la natura dell’attuale regime moscovita. 

Fondamentale, per es., è la descrizione di come Putin riuscì a imporre un compromesso agli oligarchi plurimiliardari (in dollari) che sotto El’tsin si erano appropriati di imprese e settori dell’economia russa, influenzando direttamente le istituzioni politiche: essi poterono continuare a prosperare purché subordinati al potere politico. Il primo strato del nucleo di potere dell’élite di Putin è formato da ex colleghi e amici del Kgb, i cosiddetti siloviki (cиловики: i funzionari della sicurezza, spionaggio, forze armate). Questi, a loro volta, costituiscono un’altra frazione dell’oligarchia russa, il cui potere economico risiede nel controllo delle imprese statali, innanzitutto del settore dell’energia e del complesso militare-industriale.

Importante è anche tutta la parte sull’omofobia organica del regime putiniano che col passare degli anni, invece di attenuarsi, sta diventando sempre più esclusivista e integralista. Essa si avvia ad essere l’ideologia più antigay (anti-Glbt) e più sessuofobica (contro la libertà sessuale nel senso più generale e moderno del termine) che esista al mondo, dopo quelle molto più reazionarie di origine islamica (Iran, Afghanistan, Uganda ecc.).

Terzo tema fondamentale è l’analisi dell’integralismo religioso di Kirill e della Chiesa ortodossa russa che, nel suo sostegno fanatico alla guerra in Ucraina, sembra una copia della Chiesa cattolica ultrafascista durante la guerra d’Abissinia (Etiopia) o della Chiesa protestante nella Germania nazista. Ma sotto certi profili è peggio di entrambe perché c’è l’aggravante del tempo trascorso da allora, la crescita di coscienza civile nelle altre due principali correnti del Cristianesimo e anche perché le guerre coloniali non si fanno più tanto alla leggera come nel passato. (Considero «coloniali» le guerre di conquista territoriale, distinte da quelle «imperialistiche», miranti cioè ad ampliare le aree d’influenza, ad aprire nuovi mercati, a ostacolare potenze concorrenti. Quella di Putin è ancora una guerra coloniale.)

Nel libro sono riportate molte prove sulla riabilitazione di Stalin che è in atto e che cresce ogni giorno di più. Non certo lo Stalin presunto «comunista», ma il dittatore totalitario, erede dello zarismo e dei suoi miti euroasiatici, invasore di popoli circonvicini, autore di alcuni dei peggiori crimini contro l’umanità. Putin si colloca ormai apertamente sulla sua scia, rinnegando apertamente il poco di democratizzazione che la Russia aveva vissuto dopo il 1991. Rientra in tale quadro la sua decisione di chiudere Memorial, sia per impedire che continui ad emergere tutto l’orrore del passato stalino-brezneviano, sia per liberarsi di potenziali scomodi testimoni che potrebbero un giorno collaborare con il tribunale internazionale che dovrà giudicare i suoi crimini di guerra.

Molti altri temi sono toccati con imponente documentazione  storiografica e, se ancora vi fossero dei dubbi sul carattere criminale dell’aggressione russa all’Ucraina, questo libro li distrugge definitivamente. 

Gli hitlerocomunisti ovviamente non leggeranno mai nemmeno questo libro, come hanno sempre evitato di leggere tutti gli altri, prodotti nell’arco di quasi un secolo. Se lo facessero, forse smetterebbero d’essere hitlerocomunisti. Così invece non rischiano d’essere sfiorati nemmeno dall’ombra del dubbio.

Il guaio è che anche i finti pacifisti non lo leggeranno, perché scatenerebbe in loro un tremendo complesso di colpa nel rendersi finalmente conto di quali crimini si stanno rendendo moralmente complici rifiutando di aiutare la resistenza ucraina.

Leggendo tra le righe, dal libro si può ricavare anche un filo di speranza, benché paradossale. Essa è dovuta al fatto che Putin e gli oligarchi stanno veramente esagerando con le loro mire da Impero zarista in pieno sec. XXI. Si vede chiaramente che essi non sono in grado di leggere (capire) la situazione internazionale in cui sono immersi, non sono in grado di misurarsi con le opposizioni se non reprimendole e non danno l'impressione di poter reggere a un’eventuale esplosione di collera popolare. Insomma, a differenza del capitalismo postdemocratico degli Usa, della Germania, della Gran Bretagna ecc., il capitalismo oligarchico e  totalitario di Putin sembra essere rappresentato da uno di quei regimi che, quando crollano, il giorno dopo non ne rimane più nulla.

Solo il ricorso alla minaccia nucleare purtroppo fa la differenza coi regimi totalitari del passato. E forse questa è la cosa più nera in questo libro su Putin già nerissimo per conto suo...

 

• Galia Ackerman-Stéphane Courtois (a cura di), Il libro nero di Putin, Mondadori, Milano febbraio 2023 [Le livre noir de Vladimir Poutine, Robert Laffont, Paris 2022.]


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martedì 28 marzo 2023

IL REGIME DI PUTIN: DITTATURA O TOTALITARISMO?

di Roberto Massari

 

(Anticipiamo questa voce tratta dall’abbecedario in corso di stampa - Ucraina dalla A alla Z– la cui edizione italiana è stata curata da R. Massari e M. Nobile, con contributi di Giorgio Amico,  Andrea Furlan, Antonella Marazzi, Laris Massari, Pagayo Matacuras.)


All’inizio dell’aggressione all’Ucraina discussi con compagni russi se il regime di Putin fosse da definire semidittatura (come all’epoca ritenevo) o dittatura integrale (come ritenevano alcuni di loro).Da allora però si sono susseguiti processi di trasformazione autoritaria sempre più rapidi e onnipervasivi, tali da far sembrare un po’ poco  anche definire solo «dittatura» il regime di Putin.

Lo si potrebbe caratterizzare, infatti, come un regime intrinsecamente reazionario, cioè reazionario nella sua essenza, oltre che nelle manifestazioni esterne (istituzionali e operative), che sono comunque antidemocratiche e dittatoriali anche secondo parametri classici. Il connotato di «reazionario» per la Russia che Putin governa ininterrottamente da quasi un quarto di secolo (dal 1999) si può invece intendere in un senso medievale del termine. Occorre cioè far riferimento al «lungo medioevo» dell’autocrazia zarista - etnicamente russa ben prima dell’avvento di Ivan IV il Terribile nel 1547 - che era sembrato concludersi nel 1917, ma poi riaffiorò in tratti caratteristici del «neozarismo» staliniano.

Fatte le debite distinzioni, alcuni fondamenti ideologici del putinismo sono sostanzialmente analoghi con quelli dell’Impero zarista: 1) potere personale assoluto del sovrano; 2) suo attorniamento con una corte di boiardi (gli oligarchi e i siloviki) la cui «fedeltà al sovrano» è mantenuta con ricatti e concessioni extraistituzionali; 3) mito etnico dell’euroasiatismo impregnato di misticismo geopolitico (col conseguente antioccidentalismo, xenofobo e antimoderno); 4) integralismo religioso (fondato su una Chiesa ortodossa rimasta in sostanziale continuità anche liturgica con le origini nel Patriarcato della Rus’ di Kiev); 5) fanatismo escatologico con l’etica del sacrificio patriottico (garanzia di salvazione, secondo il Patriarca moscovita, per chi muore in battaglia); 6) utilizzo della polizia segreta e ricorso al delitto (anche col medievalissimo veleno) per la soluzione delle contraddizioni politiche interne; 7) il disprezzo per le donne e un’arcaica omofobia assolutamente anacronistica nel mondo capitalistico moderno.

domenica 28 dicembre 2014

IMPERIALISMO RUSSO, di Zbigniew Marcin Kowalewski

Zbigniew Marcin Kowalewski è, fra le altre cose, vicecaporedattore dell'edizione polacca di Le Monde diplomatique, nel cui n. 11 (105) di novembre 2014 è apparso l'articolo che qui presentiamo in francese, inglese, greco, polacco, russo e italiano. La traduzione in italiano - di Titti Pierini, già apparsa sul sito Movimento Operaio» di Antonio Moscato - è stata rivista e corretta da Kowalewski.
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Sergej Nikolskij, filosofo russo esperto di cultura, sostiene che probabilmente il principale pensiero dei russi, «dalla caduta di Bisanzio ad oggi, è quello dell'Impero e che loro sono una nazione imperiale. Abbiamo sempre saputo di abitare un paese la cui storia è una catena ininterrotta di espansioni territoriali, di conquiste, di annessioni, della loro difesa, di perdite temporanee e di nuove conquiste. L'idea dell'Impero era una delle più preziose nel nostro bagaglio ideologico, ed è questa idea quella che noi proclamiamo verso le altre nazioni. È grazie a questa che sorprendiamo, affasciniamo o facciamo impazzire il resto del mondo». La prima e più importante caratteristica dell'Impero russo, rileva Nikolskij, è sempre stata «la massimizzazione dell'espansione territoriale in funzione degli interessi economici e politici come uno dei più importanti princìpi della politica statale» [1].
L'espansione era conseguenza del predominio costante e schiacciante dello sviluppo estensivo della Russia rispetto al suo sviluppo intensivo: il predomino dello sfruttamento assoluto dei produttori diretti rispetto a quello relativo, vale a dire rispetto a quello basato sull'incremento della produttività del lavoro.

sabato 17 settembre 2011

ROSA LUXEMBURG E LA QUESTIONE NAZIONALE (SULLA POLONIA, 2), di Michele Nobile

Per gran parte del XIX secolo il regime autocratico zarista fu il pilastro della Restaurazione e del legittimismo, concreta minaccia militare nei confronti di qualsiasi movimento democratico e di liberazione nazionale europeo: la sua caduta era dunque questione vitale per il progresso politico e sociale del continente. «Anello debole» del regime era la ribelle Polonia, o meglio la parte della Polonia annessa all'impero russo, comprendente Varsavia, Łódź e Lublino (Cracovia era invece nella parte annessa all'impero asburgico e Danzica in quella prussiana), sicché la lotta dei patrioti polacchi suscitava grandi speranze nei democratici e nei socialisti europei, suonando come una campana a raccolta per la causa della libertà e del fraterno sostegno tra i popoli. L'appoggio all'insurrezione polacca esplosa nel 1863 fu la ragione immediata delle riunioni di Londra del 22 e 23 luglio tra delegazioni operaie inglesi e francesi, dirette precorritrici dell'assemblea di St. Martin's Hall dell'anno seguente nella quale sarebbe stata costituita l'Associazione internazionale dei lavoratori (la Prima internazionale).


Vent'anni dopo quella storica assemblea la Polonia era ancora sotto il giogo zarista. Non aveva avuto luogo una rivoluzione politica borghese, nazionale e costituzionale, ma il capitalismo industriale germogliava, il proletariato urbano iniziava a far sentire la propria voce e nascevano organizzazioni operaie e socialiste.
Per i socialisti occorreva definire l'orientamento strategico della rivoluzione polacca in un quadro geopolitico che interessava direttamente i tre grandi imperi dell'Europa centrale e orientale che si spartivano il paese. Con quali metodi condurre la lotta? Quali i rapporti tra i socialisti polacchi e quelli dei tre imperi? In che modo dovevano combinarsi la lotta per gli obiettivi democratici e nazionali e quella per il socialismo? E, infine, la domanda che fra tutte sarà la più bruciante: in quale forma statuale doveva darsi la liberazione nazionale?
Questioni spinose, che vennero ulteriormente complicate dall'irrompere sulla scena politica della Socialdemocrazia del regno di Polonia (Sdkp), e di quella che si rivelò come la mente più brillante del socialismo internazionale: Rosa Luxemburg. La Sdkp ruppe con la tradizione ottocentesca a proposito della questione nazionale polacca: Rosa Luxemburg sviluppò una nuova sintesi politica che comprendeva quanto di meglio si poteva trarre dall'esperienza socialista dell'Oriente e dell'Occidente d'Europa, nello stesso tempo opponendosi al burocratismo occidentale e all'inclinazione «giacobina» orientale.
Coerentemente con la posizione di ponte tra Oriente e Occidente della Polonia, i militanti del Sdkpil (Socialdemocrazia del regno di Polonia e Lituania) lasciarono un segno profondo nella storia della rivoluzione russa e ancor più in quella tedesca.

RED UTOPIA ROJA – Principles / Principios / Princìpi / Principes / Princípios

a) The end does not justify the means, but the means which we use must reflect the essence of the end.

b) Support for the struggle of all peoples against imperialism and/or for their self determination, independently of their political leaderships.

c) For the autonomy and total independence from the political projects of capitalism.

d) The unity of the workers of the world - intellectual and physical workers, without ideological discrimination of any kind (apart from the basics of anti-capitalism, anti-imperialism and of socialism).

e) Fight against political bureaucracies, for direct and councils democracy.

f) Save all life on the Planet, save humanity.

g) For a Red Utopist, cultural work and artistic creation in particular, represent the noblest revolutionary attempt to fight against fear and death. Each creation is an act of love for life, and at the same time a proposal for humanization.

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a) El fin no justifica los medios, y en los medios que empleamos debe estar reflejada la esencia del fin.

b) Apoyo a las luchas de todos los pueblos contra el imperialismo y/o por su autodeterminación, independientemente de sus direcciones políticas.

c) Por la autonomía y la independencia total respecto a los proyectos políticos del capitalismo.

d) Unidad del mundo del trabajo intelectual y físico, sin discriminaciones ideológicas de ningún tipo, fuera de la identidad “anticapitalista, antiimperialista y por el socialismo”.

e) Lucha contra las burocracias políticas, por la democracia directa y consejista.

f) Salvar la vida sobre la Tierra, salvar a la humanidad.

g) Para un Utopista Rojo el trabajo cultural y la creación artística en particular son el más noble intento revolucionario de lucha contra los miedos y la muerte. Toda creación es un acto de amor a la vida, por lo mismo es una propuesta de humanización.

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a) Il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi che impieghiamo dev’essere riflessa l’essenza del fine.

b) Sostegno alle lotte di tutti i popoli contro l’imperialismo e/o per la loro autodeterminazione, indipendentemente dalle loro direzioni politiche.

c) Per l’autonomia e l’indipendenza totale dai progetti politici del capitalismo.

d) Unità del mondo del lavoro mentale e materiale, senza discriminazioni ideologiche di alcun tipo (a parte le «basi anticapitaliste, antimperialiste e per il socialismo».

e) Lotta contro le burocrazie politiche, per la democrazia diretta e consigliare.

f) Salvare la vita sulla Terra, salvare l’umanità.

g) Per un Utopista Rosso il lavoro culturale e la creazione artistica in particolare rappresentano il più nobile tentativo rivoluzionario per lottare contro le paure e la morte. Ogni creazione è un atto d’amore per la vita, e allo stesso tempo una proposta di umanizzazione.

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a) La fin ne justifie pas les moyens, et dans les moyens que nous utilisons doit apparaître l'essence de la fin projetée.

b) Appui aux luttes de tous les peuples menées contre l'impérialisme et/ou pour leur autodétermination, indépendamment de leurs directions politiques.

c) Pour l'autonomie et la totale indépendance par rapport aux projets politiques du capitalisme.

d) Unité du monde du travail intellectuel et manuel, sans discriminations idéologiques d'aucun type, en dehors de l'identité "anticapitaliste, anti-impérialiste et pour le socialisme".

e) Lutte contre les bureaucraties politiques, et pour la démocratie directe et conseilliste.

f) Sauver la vie sur Terre, sauver l'Humanité.

g) Pour un Utopiste Rouge, le travail culturel, et plus particulièrement la création artistique, représentent la plus noble tentative révolutionnaire pour lutter contre la peur et contre la mort. Toute création est un acte d'amour pour la vie, et en même temps une proposition d'humanisation.

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a) O fim não justifica os médios, e os médios utilizados devem reflectir a essência do fim.

b) Apoio às lutas de todos os povos contra o imperialismo e/ou pela auto-determinação, independentemente das direcções políticas deles.

c) Pela autonomia e a independência respeito total para com os projectos políticos do capitalismo.

d) Unidade do mundo do trabalho intelectual e físico, sem discriminações ideológicas de nenhum tipo, fora da identidade “anti-capitalista, anti-imperialista e pelo socialismo”.

e) Luta contra as burocracias políticas, pela democracia directa e dos conselhos.

f) Salvar a vida na Terra, salvar a humanidade.

g) Para um Utopista Vermelho o trabalho cultural e a criação artística em particular representam os mais nobres tentativos revolucionários por lutar contra os medos e a morte. Cada criação é um ato de amor para com a vida e, no mesmo tempo, uma proposta de humanização.