L’associazione Utopia rossa considera suo fondamento politico il principio secondo cui il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi si deve riflettere l’essenza del fine. Non ha programmi politici, come del resto non ne aveva la Prima internazionale. Nonostante le più diverse provenienze ideologiche dei suoi sostenitori, essa ritiene che l’anticapitalismo dilagato dopo l’inizio dell’Antirivoluzione russa (dicembre 1917) sia stato motivato fondamentalmente da idee precapitalistiche, cioè retrograde, e non da progetti di civiltà in grado di superare il capitalismo sviluppando ulteriormente i suoi modelli di democrazia. Ciò spiega anche il prevalere, nella storia della cosiddetta «sinistra», di simpatie per i regimi dittatoriali di ogni specie e colore. Utopia rossa si batte contro l’ulteriore diffusione di ideologie precapitalistiche vecchie e nuove (in campo politico, culturale, ecologico, religioso ecc.), come parte della sua battaglia per il superamento del capitalismo, se si vuole salvare la vita sulla Terra con la sua umanità. In questo senso la sua utopia continua ad essere rossa.

The Red Utopia association considers its political foundation to be the principle that the end does not justify the means, but that the means must reflect the essence of the end. It has no political program, just as the First International did not. Despite the diverse ideological backgrounds of its supporters, it believes that the anti-capitalism that spread after the start of the Russian Anti-Revolution (December 1917) was fundamentally motivated by pre-capitalist – that is, retrograde – ideas, and not by civilizational projects capable of overcoming capitalism and of further developing its democratic models. This also explains the prevalence, throughout the history of the so-called «left», of sympathies for dictatorial regimes of all kinds and colors. Red Utopia fights against the further spread of old and new pre-capitalist ideologies (in the political, cultural, ecological, religious, and other fields) as part of its battle to overcome capitalism, if life on Earth, including its humanity, is to be saved. In this sense, its utopia remains red.

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mercoledì 28 febbraio 2018

IL NEO-OTTOMANESIMO DI ERDOĞAN A UNA SVOLTA PERICOLOSA, di Pier Francesco Zarcone

IN DUE LINGUE (Italiano, Inglese)

© TIME Magazine/Marco Grob
Al momento i grandi media non se ne occupano, ma sembra proprio che nuovi e pericolosi venti di guerra stiano per soffiare nel Mediterraneo orientale.
Il 15 ottobre 2016, in un discorso nell’università che (modestamente) porta il suo nome, il Presidente turco ha esposto alcune linee della nuova politica estera da lui elaborata, annunciando l’intenzione di riconquistare i territori persi dall’Impero ottomano a seguito della sconfitta nella Prima guerra mondiale, con specifico riferimento alla Tracia occidentale e al Dodecanneso, tutte zone appartenenti alla Grecia, in teoria alleata della Turchia nella Nato.
Nel dicembre 2017 gli ha fatto eco il leader dell’opposizione laica neokemalista, Kemal Kılıçdaroğlu, guida del Partito Repubblicano del Popolo (Chp), annunciando che nel 2019 la Turchia avrebbe invaso diciotto isole greche - come nel 1974 l’allora primo ministro Bülent Ecevit aveva fatto con Cipro - dichiarando che «non esiste alcun documento» comprovante l’appartenenza alla Grecia di queste isole. Questo accadrebbe - e qui sta la gravità della cosa - se il suo partito (apparentemente socialdemocratico) dovesse vincere le prossime elezioni.
Un altro segnale è venuto dal discorso pronunciato da Erdoğan il 17 febbraio a un congresso del suo partito (Akp) tenutosi a Eskişehir. Parlando dell’azione militare contro i Curdi di Siria, ha proclamato:
«Coloro che pensano che abbiamo cancellato dai nostri cuori le terre da cui cent’anni fa ci siamo ritirati in lacrime si sbagliano. In ogni occasione ribadiamo che Siria, Iraq e altri luoghi della mappa dei nostri cuori non sono diversi dalla nostra stessa patria. Ovunque venga inteso l’appello alla preghiera, noi lottiamo affinché non si brandisca una bandiera straniera. Quanto fatto sinora è niente a confronto degli attacchi ancora più imponenti che prevediamo per i prossimi giorni: Dio lo vuole!».
Infine, nella sua recente visita ad Atene, Erdoğan aveva affrontato - solo sul piano diplomatico, però - il problema costituito da quelle isole egee poste vicino all’Anatolia che il trattato di Losanna del 1923 aveva assegnato alla Grecia, esprimendo l’esigenza di una revisione di quell’accordo.
Nel frattempo, è utile notarlo, veniva perfezionata la vendita alla Turchia dell’ultramoderno sistema antimissile russo S-400, iniziativa criticatissima dalla Nato anche perché non compatibile con gli altri sistemi d’arma usati dall’Alleanza Atlantica.
Va ricordato che il trattato di Losanna - superando il precedente trattato di Sèvres, leonino e vessatorio per quel che restava dell’Impero ottomano - riconosceva la riconquista di tutta l’Anatolia da parte delle forze kemaliste, e che a fronte di ciò l’attribuzione alla Grecia delle isole e dei territori traci ora contestati era accettabile.
Era anche una sorta di contentino per Atene, rovinosamente sconfitta da Atatürk dopo essersi installata con l’appoggio britannico nella zona di Smirne, nel folle sogno di ricostituire in parte l’Impero bizantino (era la cosiddetta Megali Idea).
Gli episodi preoccupanti che si inquadrano in questo clima prebellico non sono mancati, e il recentissimo scontro nell’Egeo fra due pattugliatori, il greco 090 Gavdos e il turco Umut, è stato solo un elemento della serie. Il 28 luglio 2017, per esempio, un aereo spia turco CN-235 era stato intercettato dai Greci, e il 12 agosto seguente undici aerei F-16 turchi erano sconfinati per un periodo di dodici ore nello spazio greco, determinando per tredici volte altrettanti voli d’intercettazioni da parte dell’aviazione ellenica, oltre alla formale segnalazione alla Nato. Si è trattato di sconfinamenti nei cieli di Limnos, Lesvos, Samos e Chios.
Che i bellicosi propositi revanscisti contagino anche l’opposizione turca è grave sia in sé e per sé, sia per il fatto che dai neokemalisti ci si aspetterebbe che abbiano ben chiari i motivi per cui lo stesso Atatürk aveva più volte ammonito a non farsi nemici alle frontiere: il bene e la sicurezza della Turchia.
Oggi ci sono truppe di Ankara (e altrettanti nemici) fuori dai confini della Repubblica turca nella parte occupata di Cipro, nel nord della Siria e in Iraq.
Nella zona irachena di Mosul, le truppe turche sono ancora una volta presenti senza il permesso del governo di Baghdad, che infatti parla di invasione. Proprio nella regione di Mosul, secondo quanto denunciato dall’ex capo di Stato maggiore greco, il generale Fragkos Fragkoulis, la Turchia intenderebbe assicurarsi l’accesso al locale greggio iracheno. Sarebbe una sorpresa se, prima o poi, Erdoğan rivendicasse (magari ricorrendo anche ad azioni militari) l’acquisizione di tutto il territorio dell’ex vilayet di Mosul, a cui effettivamente aspirava la Turchia kemalista ma che fu assegnato all’Iraq per volere britannico?
A questo punto l’attuale operazione in Siria presenta connotati inquietanti, che potrebbero portare a complicazioni internazionali e spargimenti di sangue. Il problema è capire contro chi, realmente, vada a operare la svolta “imperiale” di Erdoğan.
Che le porte dell’Europa siano chiuse per la Turchia è ormai così evidente che in maggioranza gli stessi Turchi hanno smesso di farci conto, e forse - col vento islamista che tira - non vogliono nemmeno più entrarci.
Un altro esempio di come la miopia politica colpisca “di rimbalzo”: se invece di chiudersi (ipocritamente, senza dirlo) nella xenofobia razzista e nell’antislamismo paranoico - disponendo tuttavia di un maggior livello culturale, chiaramente deficitario - le dirigenze europee avessero colto l’occasione per ammettere quel Paese quando ancora gli islamici assertivamente “moderati” non avevano il potere, oggi avremmo forse una situazione diversa e problemi diversi.
E probabilmente l’Akp avrebbe potuto contare su una carta in meno: il pericoloso orgoglio turco ferito, che inevitabilmente ripiega sul vecchio detto «il solo amico del turco è turco».
Oggi Erdoğan, il cui consenso popolare non sembra scemato, ce l’ha con tanti: la Germania, l’Ue, la Nato e gli Stati Uniti, in parte a causa del fallito golpe contro di lui - molto probabilmente attivato dai suoi “alleati” occidentali - e con l’aggiunta che l’arcinemico Fethullah Gülen continua a vivere tranquillo negli Usa. Non si può escludere che l’atteggiamento a dir poco ostile verso la Grecia faccia parte di un disegno per mettere in difficoltà la Nato, di cui fanno parte entrambi i Paesi.
Un articolo apparso di recente sul giornale turco Yeni Şafak (perfettamente allineato con Erdoğan), se da un lato ha aumentato le preoccupazioni greche, dall’altro può fornire elementi d’interpretazione. Il suo autore, İbrahim Karagül - un “duro” dell’Akp ritenuto portavoce ufficioso del Presidente - fa capire che l’ulteriore svolta di Erdoğan fa seguito al persistere delle ambiguità occidentali e in particolar modo degli Usa, finti amici della Turchia e complici del nemico curdo.
A questo punto, una volta ricompattato il Paese attorno a sé, egli lo condurrebbe a una nuova “guerra d’indipendenza” (dopo quella di Atatürk), facendo passare per traditori della patria quanti si azzardassero a non seguirlo. In teoria fra costoro ci potrebbero essere i neokemalisti, e forse (da sottolineare il forse) questo spiegherebbe il “fare la faccia feroce” da parte di Kemal Kılıçdaroğlu. Ma non è detto che sia questo il caso, perché al contagio ipernazionalista i Turchi sono molto sensibili.
A latere ci sono le strizzatine d’occhio del nostro alla Russia, fermo restando che a Mosca si sa bene quanto sia inaffidabile il Presidente turco. Ma anche verso la Russia egli non si sta comportando bene, come dimostra l’operazione «Ramo d’ulivo», che può anche essere vista come parte di una più ampia strategia in cui i sogni neo-ottomani dell’islamico “moderato” Erdoğan possono tramutarsi in un incubo per gli altri.
I recenti eventi sul campo di battaglia di Afrin rendono tutt’altro che irrealistiche le possibilità di un ampio scontro fra truppe turche e siriane.
Poiché non sembra che le recenti epurazioni di massa nelle Forze armate ne abbiano rafforzato l’efficienza, se la Siria reagisse aiutata da Mosca, Erdoğan potrebbe finire col chiamare in aiuto la Nato, indipendentemente dall’aver in precedenza pontificato che gli obblighi dell’Alleanza Atlantica non si estendono al Vicino Oriente.
Finora i Russi hanno mantenuto un atteggiamento prudente, ma come proficui alleati di Assad non potrebbero perdere la faccia lasciando campo libero alla Turchia. Sta di fatto che non sarebbe la Turchia ad essere aggredita - si tenga a mente che si combatte in territorio siriano e non turco - ma non ci sarebbe nulla di strano se Erdoğan, rigirando la frittata, arrivasse a sostenere (alla maniera israeliana) che la sua è stata un’azione di difesa preventiva per evitare l’aggressione curda.
Il Presidente turco si rivela un buon allievo della scuola statunitense di politica internazionale - per la quale il diritto internazionale, quando conviene, è carta straccia - nelle disinvolte violazioni dei confini altrui, come dimostra il caso dell’intromissione armata nelle prospezioni energetiche nel mare attorno a Cipro, Paese sovrano e membro dell’Ue, alla cui porta Erdoğan fa finta di continuare a bussare.
Da parecchi giorni la Turchia tiene bloccata la nave Saipem, noleggiata dall’ENI e regolarmente autorizzata dal governo cipriota, adducendo pretese destituite di ogni fondamento in base ai trattati internazionali.
Il trattato di Montego Bay (1982) stabilisce che la sovranità di uno Stato si estenda fino a 12 miglia marine dalla sua costa, tuttavia per il caso specifico dello sfruttamento esclusivo di minerali ed idrocarburi viene estesa a tutta la sua piattaforma continentale, da intendersi come naturale prolungamento della terra emersa sino a che essa si trovi ad una profondità più o meno costante prima di sprofondare. Ma la prepotenza paga sempre.
E la povera e disastrata Grecia, lasciata in braghe di tela dall’Ue? Ha chiesto protezione agli Stati Uniti! In effetti il suo destrorso ministro della Difesa, Panos Kammenos, ha offerto agli Statunitensi nuove basi nell’Egeo; mossa arrischiata per il notorio alto tasso di tradimento verso gli alleati da parte di Washington nel momento del loro bisogno, e poi perché è stata messa in atto apposta per far infuriare i Turchi.
Nel peggiore dei casi sperare non costa niente, ma in questo caso non è chiaro quale potrebbe essere l’oggetto della speranza. Sperare nell’impantanamento turco in Siria? Ma quand’anche così fosse, possiamo stare sicuri che Erdoğan non cercherebbe la rivincita sulla debolissima Grecia?
Sperare che intanto egli soddisfi i suoi appetiti imperiali nel Vicino Oriente? A parte il fatto che non è detto che ciò accada, tuttavia, se anche ciò avvenisse, niente garantisce che così si plachi il suo appetito imperiale, soprattutto se fosse davvero intenzionato a riconquistare vecchi territori ottomani perduti nel Vicino Oriente e in Europa.
Un disegno in apparenza folle, ma considerati tutti i fattori in campo - fra cui la sperimentata natura imbelle di vari soggetti in gioco - non è sicuro che lo sia veramente, anche se folli ne sarebbero le conseguenze.

giovedì 15 febbraio 2018

L’ATTACCO TURCO AI CURDI DI SIRIA, di Pier Francesco Zarcone

Miliziani curdi del Ypg festeggiano la liberazione di Raqqa, 17 ottobre 2017 © Erik De Castro
Si tratta di un’iniziativa militare e politica appartenente alla categoria del quod erat demonstrandum. Imputarla a Recep Tayyip Erdoğan in quanto tale sarebbe senza senso, perché chiunque si fosse trovato alla presidenza della Turchia avrebbe fatto lo stesso (non si dimentichi quanto celermente, in termini militari, agì a Cipro il primo ministro turco, il laico Bülent Ecevit, dopo il colpo di stato fascista contro Makarios negli anni ‘70), e con la medesima disinvoltura. Solo un pazzo avrebbe potuto pensare che si sarebbero limitate al campo diplomatico le conseguenze della decisione statunitense di rafforzare le milizie curde nella Siria settentrionale e addirittura di affidare loro il controllo del confine turco-siriano, tanto più essendo collegate col Pkk di Turchia. La mossa degli Usa è stata per la Turchia l’equivalente della virtuale apertura di un secondo fronte coi Curdi. Di qui l’avvio di un’operazione militare cinicamente - o ironicamente - denominata «Ramo d’ulivo».

L’IRRISOLVIBILE PROBLEMA CURDO

Ritorna in primo piano il problema curdo, nato dalla spartizione dell’Impero ottomano dopo la Prima guerra mondiale, secondo i voleri di Gran Bretagna e Francia, e dalla vittoria in Anatolia dei nazionalisti turchi di Mustafa Kemal Atatürk. Di conseguenza, i Curdi si trovarono - da sudditi ottomani quali erano (esclusi quelli della Persia) - cittadini poco o per niente amati di Iraq, Siria e ovviamente Turchia. L’illusione di un non meglio precisato Kurdistan autonomo o independente, accolto dagli Alleati nel trattato di Sèvres, si dissolse rapidamente a motivo del nuovo assetto dell’area dovuto alle imprese di Atatürk. Tanto la Turchia quanto i nuovi Stati di lingua araba costruiti a tavolino avevano e hanno problemi di omogeneità e solidità di vario ordine e grado, ma tali da sconsigliare aperture alle rivendicazioni curde. Si tratta di un mero dato di fatto. Così i vari governi interessati dalla questione curda, oltre a mettere in atto una politica interna ostile, si sono collocati in una fascia di oscillazione che va dalla strumentalizzazione contingente dei Curdi di casa d’altri al blocco interstatuale, quando certe pretese puntano a oltrepassare una determinata e proibita linea rossa; come è accaduto nel caso recente del referendum indipendentista del Kurdistan iracheno: sulla linea rossa antistante l’indipendenza si sono schierate compatte Baghdad, Teheran e Ankara. Va sottolineato che le circostanze storiche cui si deve la formazione dell’autonomia curda in Iraq siano rimaste del tutto eccezionali.
In un Vicino Oriente dove ciascuna entità pensa cinicamente solo ai propri interessi, i Curdi non sono stati da meno, ma con risultati per loro devastanti in quanto oggettivamente privi della possibilità di effettuare il gioco degli opportunismi a proprio vantaggio: il tutto si è risolto nello scegliere di volta in volta il partner straniero ritenuto più idoneo - un domani però - a favorirne l’indipendenza. E ogni volta il fallimento è dietro l’angolo. In buona sostanza si tratta del classico modo di agire cui si deve se il Vicino Oriente è diventato quel che è. Basti ricordare la rivolta di Mustafa Barzani contro il governo di Saddam Husayn negli anni ‘70. In base alla garanzia statunitense di appoggio iraniano in armi e rifornimenti, i Curdi iracheni si ribellarono: alle prime difficoltà non solo lo Shāh rifiutò l’intervento diretto in loro favore, ma quello stesso Henry Kissinger - che inizialmente aveva fornito ai Curdi la predetta garanzia - patrocinò un accordo fra Teheran e Baghdad a seguito del quale lo Shāh cessava ogni aiuto agli uomini di Barzani in cambio della cessione di alcune porzioni territoriali dall’Iraq all’Iran. Si potrebbe aggiungere che nel 2006 gli interessi momentanei fecero sì che Washington fornisse ad Ankara servizi logistici nella lotta contro i ribelli del Pkk. E oggi i Curdi di Siria si sono messi incoscientemente al servizio degli interessi statunitensi nell’area illudendosi di fare anche i propri, col risultato di rimanere soli allo scatenarsi della tempesta.

I CURDI

I Curdi di Siria, con l’illusione di creare una loro zona nel Rojava, hanno suscitato acritiche solidarietà in una parte dell’opinione pubblica occidentale, soprattutto quella di sinistra, a prescindere dai loro problematici e conflittuali rapporti con la locale popolazione araba e turcomanna; a questo si aggiunga (per quello che conta in sé, ma per una certa sinistra conterebbe) il giudizio negativo su di essi da parte dei ribelli siriani, che imputano loro di essersi di fatto alleati col governo di Damasco in cambio (?) dell’autonomia del Rojava. L’interrogativo è d’obbligo perché il Rojava - cioè i cantoni di Afrin, Jazira e Kobane - copre il 25% del territorio siriano. Nella loro azione iniziata nel 2016 le milizie curde hanno liberato dai jihadisti anche città a maggioranza araba, senza però consegnarle né al governo di Damasco né ai ribelli anti-Assad, bensì inserendole sotto il loro governo del Rojava. Poi i Curdi hanno chiuso la Castello Road, vale a dire la principale strada di accesso ad Aleppo, contribuendo in modo importante alla totale riconquista della città da parte dell’esercito governativo siriano. Per esigenze propagandistiche nella guerra all’Isis, àuspici gli Stati Uniti, le milizie curde sono diventate - integrando un pugno di combattenti arabi - le Syrian Defense Forces (Sdf), senza tuttavia che ciò ne alterasse il carattere essenzialmente curdo.
L’acriticità occidentale sui Curdi in genere - oltre a tacerne l’entusiastico e non rinnegato ruolo svolto nel genocidio armeno («cose vecchie», direbbe qualcuno) - non considera la loro prolungata e ininterrotta tradizione di feroce e sanguinosa conflittualità interna, né riporta l’alto grado di brutale autoritarismo, corruzione e inefficienza del governo del Kurdistan iracheno, ad opera di entrambi i clan dominanti dei Barzani e dei Talabani. Non è infrequente che si esalti il carattere rivoluzionario delle milizie curde dalla Turchia alla Siria e fino all’Iraq, sottacendo però che i Curdi che le costituiscono si limitano (come tutti gli altri, del resto) a chiedere diritti per se stessi, infischiandosene alla grande di quelli degli altri.
L’attuale affidamento dei Curdi di Siria all’abbraccio mortifero degli Stati Uniti è stato tale da far loro rifiutare l’appoggio russo-siriano offerto all’approssimarsi della crisi di frontiera; appoggio riconducibile all’intenzione russa di coinvolgere i Curdi nei colloqui di Astana e all’apertura di Assad - forse obtorto collo - verso una contrattata autonomia del Rojava. L’appoggio di Damasco avrebbe potuto consistere nello schierare proprie truppe nella zona in questione come deterrente, cioè mettendo Ankara di fronte all’alternativa: non agire militarmente oppure farlo, ma attaccando un alleato della Russia, cosa al momento irrealistica.
A questo punto è entrato in scena il tragicomico: il segretario generale della Nato (di cui tutto può dirsi, tranne che non sia una marionetta degli Stati Uniti), pontificando sul diritto di difesa della Turchia, ha tuttavia chiesto il rispetto per la misura, cosa che alcuni hanno interpretato come un «bombardate sì, ma con moderazione!». Dal canto loro, i Curdi ci hanno ripensato di nuovo, invitando Damasco nientemeno che alla difesa della propria sovranità territoriale contro la mini-invasione turca. Troppo tardi; a questo punto infatti, con i Turchi entrati in azione, la reazione armata siriana avrebbe avuto il senso dell’attacco alla Turchia, con conseguenze devastanti per Assad, il cui esercito non sarebbe in grado di farvi fronte.

IRAN, SIRIA E RUSSIA

Al di là delle prese di posizione ufficiali - e delle proteste di prammatica - al momento né Damasco né i suoi alleati si sono agitati più di tanto. Cominciamo con l’Iran. Non vi è dubbio sulla condivisione delle preoccupazioni turche da parte di Teheran, e non solo in ragione della presenza di una zona curda all’interno dei suoi confini. Infatti la strumentalizzazione dei Curdi ad opera di Washington si inserisce nella nota strategia contro l’Iran: di conseguenza il deteriorarsi delle relazioni fra Ankara e Washington è utilissimo per il suo contenimento, e se poi il deterioramento sfociasse in crisi vera e propria sarebbe ancora meglio. Oltretutto, se i Turchi riuscissero a cacciare i Curdi oltre l’Eufrate, la stessa presenza degli Stati Uniti in Siria, in prospettiva, potrebbe soffrirne.
Riguardo alla Siria, molto è cambiato rispetto al periodo in cui Damasco era collaborativa con i Curdi, come quando il leader del Pkk, Abdullah Öcalan, fu ospitato nel Paese per ben quindici anni. Ora infatti ad Assad è chiaro (al pari che all’Iran) che se prima del conflitto siriano conveniva appoggiare il Pkk, ora le cose stanno diversamente, col rischio che il braccio siriano di quell’organizzazione vi crei un proprio territorio autonomo o semi-indipendente. Resta aperto il rischio che la Turchia - al di là delle rassicurazioni ufficiali - abbia mire territoriali sulla Siria. Per cui al momento Damasco non fa il tifo per nessuno e, tutto sommato, nemmeno per i Curdi. Si deve tener presente una questione importante: dove si sono installati, i Curdi la fanno da padroni. Le richieste di Assad affinché il controllo della sicurezza e l’amministrazione finanziaria fossero consegnati a propri funzionari, in modo da evitare l’attacco, sono state disattese: i cittadini siriani entrano nel territorio sotto controllo dietro permesso delle cosiddette Unità di Protezione Popolare (Ypg) curde; l’amministrazione curda riscuote tasse, trattiene i proventi delle vendite petrolifere e acquista terreni da arabi siriani. Quand’anche senza particolare piacere, per Damasco è chiaro che l’attacco turco ha un effetto duplice e non disprezzabile: contro i Curdi e contro gli Stati Uniti. E, cosa importante, il prolungarsi dell’operazione «Ramo d’ulivo» aumenterà il tempo a disposizione dell’esercito di Assad nell’attacco a Idlib, città su cui Ankara potrebbe avere delle mire.
Per la Russia, il problema curdo-siriano è qualcosa di parzialmente utilizzabile: ma se qualcuno lo eliminasse? Ancora meglio. Infatti l’operazione militare di Ankara è avvenuta senza l’opposizione russa, e questo conferma altresì che Mosca ha finito col ritenere questa novità nella crisi siriana utile contro i progetti statunitensi nel nord della Siria.

lunedì 22 gennaio 2018

LA MILIZIA CURDA DI TRUMP IN SIRIA, di Pier Francesco Zarcone

IN DUE LINGUE (Italiano, Inglese)

Offensiva turca nel distretto siriano di Afrin © Syria Live Map
La decisione statunitense di addestrare specificamente circa 30.000 uomini di una milizia curda alla frontiera turco-siriana era considerabile un’iniziativa avventata e dalle conseguenze catastrofiche - e tale si è subito rivelata - ma, paradossalmente, è anche comprensibile nella globale situazione siriana. Lasciamo stare i profili di violazione della sovranità dello Stato siriano, giacché gli Usa fanno e disfanno il diritto internazionale a loro piacimento e i media presentano ciò come se fosse normale.
I motivi del giudizio di avventatezza sono facilmente individuabili. Il minore di essi sta nella notoria inaffidabilità delle organizzazioni politico-militari curde, accompagnata da un opportunismo pasticcione e tuttavia di continuo strumentalizzato e tradito dai loro alleati del momento.
Dato che l’iniziativa in questione significa il rafforzamento della presenza curda nel nord siriano - cioè sotto il confine turco - era peraltro ovvio che il governo di Ankara non avrebbe mai lasciato correre un tale precedente in favore di un nucleo armato che considera affiliato al Pkk di Turchia.
Se si vuol essere davvero realisti, anche a costo di sembrare brutali, è ormai assodato che esclusivamente in presenza di particolari condizioni storiche - come è accaduto in Iraq - risulta possibile per una popolazione curda conseguire forme di autonomia all’interno dello Stato in cui risiede. Ma di indipendenza non se ne parla: lo si è visto con la misera fine del referendum indipendentista curdo-iracheno messo in non cale dall’immediata posizione di blocco attuata dai governi di Baghdad, Ankara e Teheran.
Non era quindi difficile prevedere che per i Curdi di Siria una risposta positiva alle lusinghe statunitensi li avrebbe esposti alla reazione turca. E non pare che Washington li stia aiutando, così come rimase silente quando il referendum indipendentista del Kurdistan iracheno provocò le suddette reazioni.
L’ulteriore profilo di avventatezza (e di lesionismo per i Curdi), se davvero negli Usa si pensava di rafforzare l’autonomia curda nella Siria settentrionale, riguarda il fatto che - anche a prescindere dall’inevitabile reazione turca - l’ostilità di Damasco, Ankara e Baghdad di fronte a questa iniziativa imposta da Washington avrebbe portato ancora una volta al blocco militare-economico dell’area in questione, che non avrebbe potuto sopravvivere a lungo.
Inoltre - e non meno importante - c’è da notare che ancora una volta gli Stati Uniti hanno confezionato un bel regalo per la politica estera russa. La Turchia sarà pure un alleato nella Nato, ma non da ieri cura in proprio i suoi interessi politici ed economici.
Di specifico oggi c’è il fatto che la reazione militare turca costituisce una vera e propria sfida agli Usa, che attualmente hanno cinque basi militari nella zona controllata dai Curdi siriani (alla faccia del governo di Damasco!), tanto più che Washington aveva sollecitato il governo turco a non intervenire in armi contro le milizie curde.
Forse Ankara avrebbe chiuso un occhio sul mero progetto statunitense di utilizzare le zone siriane controllate dai Curdi come punto di partenza per ulteriori azioni in Siria e Iraq, ma rafforzare militarmente questa enclave significa anche creare una base di appoggio per i separatisti curdi in Turchia - e sotto ombrello statunitense.
Nel frattempo si registra che nel corso di una telefonata col suo omologo turco, Hulusi Akar, il capo di Stato maggiore delle Forze armate iraniane, il maggior-generale Mohammad Hossein Bagheri, ha chiesto garanzie circa l’integrità territoriale siriana e la salvaguardia dei negoziati di pace di Astana.
Che Damasco protesti per l’azione turca è più che naturale, ma è molto probabile che Assad e Putin resteranno a guardare il corso degli eventi: in fin dei conti, Erdoğan lavora anche per loro. Non solo il deterioramento dei rapporti Ankara-Washington va benissimo a Damasco e Mosca, ma soprattutto, se la Turchia schiacciasse le milizie curde siriane, la conseguenza sarebbe la necessità per gli Stati Uniti di ritirarsi fisicamente dalla Siria.
Anche Teheran gongolerebbe, poiché in quest’eventualità il piano statunitense-israeliano contro l’Iran si indebolirebbe di molto. Ancora una volta, staremo a vedere, ma se la Turchia riuscisse a sferrare colpi pesanti agli alleati curdi di Washington in Siria, Trump & Co. riceverebbero un duro colpo d’immagine. Intanto Ankara continua tranquillamente a cooperare con Mosca nella preparazione del Congresso per il Dialogo Nazionale Siriano (fra rappresentanti governativi e dell’opposizione), previsto a Sochi tra il 29 e il 30 gennaio.
Ci troviamo di fronte a un’iniziativa disperata e comprensibile allo stesso tempo. Infatti, nella situazione determinata dal deciso e decisivo intervento russo, ormai agli Stati Uniti non rimane che “attaccarsi ai Curdi” pur di mantenere una presenza física in Siria.
La scelta di privilegiare un fantomatico Esercito Libero Siriano si era rivelata fallimentare, a motivo dell’inconsistenza militare e politica di quest’opposizione - perdipiù “pseudomoderata” - rapidamente travolta dai jihadisti di varia tendenza e infine dall’Isis; e anche lo sdoganamento di al-Nusra (affiliata ad al-Qaida!) non ha portato a nulla, con le sue milizie conciate male dall’azione dell’esercito di Assad e dai colpi dell’Isis.
In astratto la convergenza verso i Curdi sarebbe potuta essere una carta utilizzabile, senza dubbio pericolosa, ma non priva di qualche utilità se giocata con accortezza, vale a dire senza strafare. Così non è stato, e ancora una volta gli Stati Uniti si sono comportati come se al mondo esistessero solo loro.

mercoledì 15 novembre 2017

CRISI POLITICA IN ARABIA SAUDITA E LIBANO, di Pier Francesco Zarcone

Saad Hariri, 24 ottobre 2017 © Mohamed Azakir
Non stupisce che si tratti dell’argomento del momento per i media di mezzo mondo, giacché siamo in presenza di crisi di notevole portata che potrebbero squilibrare ancor di più il già squilibrato Vicino Oriente. E si tratta di due fatti fra loro probabilmente collegati.

LA CRISI SAUDITA

In Arabia Saudita il nuovo principe ereditario Muhammad bin Salman (nuovo perché il precedente, suo cugino Muhammad bin Nayef, è stato silurato dal medesimo padre e monarca che l’aveva designato - e non si sa quanto tutto ciò sia stato spontaneo) ha scatenato una vasta epurazione colpendo “intoccabili” che tali in fondo non erano, con l’evidente proposito di mettere in sicurezza il potere che al momento in buona parte già possiede e che domani sarà suo anche formalmente.
Gli eventi si sono svolti con tale rapidità da rivelare che il piano era già stato preparato da un certo tempo. Il 4 novembre vi sono stati due decreti di re Salman: uno destituiva il capo di Stato maggiore della Marina, licenziava il ministro dell’Economia e il capo della Guardia nazionale - vale a dire il principe Mutaib, figlio del defunto re Abd Allah e fino a poco prima figura potentissima; l’altro istituiva una Commissione anticorruzione sotto la presidenza dello stesso Muhammad bin Salman. È anche entrata in vigore una nuova e pesante legge antiterrorismo, che fra l’altro comminerà dai 5 ai 10 anni di carcere per insulto pubblico al re e/o all’erede al trono.
Nel giro di poche ore tale Commissione accusava di appropriazione indebita undici principi, quattro ministri in carica e trentotto ex ministri - al cui immediato arresto provvedeva il nuovo comandante della Guardia nazionale - alcuni di essi indagati anche ai sensi della neonata legge antiterrorismo. Nello stesso giorno si dava notizia del sequestro di beni e conti bancari degli inquisiti, proprietà e denaro che in caso di una loro condanna andranno al Tesoro nazionale.
Dal punto di vista della pura cronaca l’accusa di corruzione assomiglia allo scandalo hollywoodiano delle molestie sessuali: è infatti più che risaputo che in Arabia Saudita ciò riguarda in particolare i membri di quella vera e propria legione che è la famiglia reale; ma oggi è invece presentata come fonte di inaudito scandalo. I nomi “illustri” colpiti da re Salman portano a ritenere che si tratti di un’epurazione per la sicurezza del nuovo erede, piuttosto che rivolta a moralizzare la vita pubblica del Paese. Non pare azzardato dire che bin Salman stia sostituendo la “propria” autocrazia alla tradizionale oligarchia degli affari.
Se è vero (ma è tutto da vedere) che egli abbia neutralizzato avversari e nemici, ci sono segnali tali da far pensare a sue manovre per ottenere consenso popolare in un Paese in cui i giovani sotto i trent’anni sono il 70% della popolazione, composta al 51% da donne; a meno che non intenda avvalersi - pericolosamente - del solo esercizio del potere regio. Dovrebbero far parte della prima ipotesi i recenti provvedimenti di “modernizzazione”: bin Salman ha consentito l’apertura di cinema e l’organizzazione di concerti (prima vietati), e alle donne di guidare l’auto da sole a partire dal 2018; pare poi che abolirà la temibile polizia religiosa e il “tutorato” maschile sulle donne, e ha inoltre annunciato di voler trasformare l’Islam wahhabita del suo Paese per normalizzare i rapporti col resto del mondo sunnita. Nel frattempo ha fatto arrestare più di mille imām e teologi wahhabiti. Tra i suoi propositi di riforma religiosa c’è anche quello di rivedere criticamente i detti del Profeta (che costituiscono la Sunna, la «tradizione» sunnita), così da eliminarne quelli violenti o contraddittori. Nel mondo musulmano sunnita sarebbe qualcosa di sconvolgente. Staremo a vedere.
Con tutta probabilità - se bin Salman resterà in sella - l’Arabia Saudita passerebbe da una tirannide oscurantista ad una di tipo più o meno “illuminato”. Quali possibilità di manovra si aprano per i vari attori regionali nel Vicino Oriente è presto per dirlo, ma ne analizzeremo fra breve i maggiori sommovimenti.
Muhammad bin Salman è un personaggio che usa la forza senza problemi, non solo in politica interna: sua è infatti la responsabilità dell’aggressione allo Yemen in funzione anti-iraniana. Non si tratta di un’operazione brillante, dato che le truppe saudite le stanno “prendendo alla grande” dai ribelli sciiti Houthi e dagli Yemeniti che vogliono in ogni caso respingere questa nuova e sanguinosa avventura del tradizionale nemico saudita.
E forse la crisi governativa libanese va letta anche in rapporto agli eventi yemeniti. Nella storia non sarebbe la prima volta che un regime incapace di vincere su un fronte bellico già esistente cerchi di uscire dall’impasse aprendone un altro - nel nostro caso, in Libano. E se così fosse, non vi è dubbio che bin Salman starebbe giocando una carta pericolosa, capace di ritorcerglisi contro. Infatti, nell’ipotesi dell’aggravarsi della crisi con un più diretto coinvolgimento dell’Iran, si dovrà vedere in quale modo l’erede al trono riuscirà a compattare sotto di lui la società saudita (pur sempre fatta tradizionalmente da sudditi e tutt’altro che unita) mentre ne sconquassa i vertici operativi: corrotti sì, ma pur sempre con una certa esperienza.

LA CRISI LIBANESE

L’inizio di tale crisi va contestualizzato. Non solo per l’Arabia Saudita la guerra va malissimo nello Yemen, ma in Iraq e Siria l’Isis e i jihadisti da essa foraggiati sono stati ormai sconfitti sul campo, e non certo grazie alla fantasmatica “coalizione a guida Usa”, ma essenzialmente per la discesa in campo della Russia, dell’Hezbollāh libanese, di varie milizie popolari sciite e di “consiglieri” iraniani. È una sconfitta per l’Arabia Saudita, tanto più che può dirmi ormai aperto il cosiddetto “corridoio sciita” - da Teheran passando per Baghdad, e arrivando a Damasco e Beirut. A questo si aggiunga che il Qatar (anch’esso con governo wahhabita, ma nei giochi di potere le comunanze religiose non valgono nulla), grazie ai rifornimenti iraniani, non è stato messo in ginocchio dal blocco saudita, e che quindi Teheran - con un governo del Bahrein non molto stabile per l’agitazione della maggioranza sciita, con quella bomba ad orologeria che è la presenza sciita in zone petrolifere dell’Arabia Saudita e con gli Emirati Arabi Uniti che giustamente tentennano - ha virtualmente i numeri per estendere la sua influenza sul Golfo Persico e sugli stessi Emirati. Un pericolo mortale per Riyad.

venerdì 3 novembre 2017

ULTERIORI SVILUPPI NEL VICINO ORIENTE, di Pier Francesco Zarcone

IN DUE LINGUE (Italiano, Inglese)

Raqqa, 21 ottobre 2017 © Bülent Kiliç
La svolta militare nella guerra siriana sembra essere definitiva… almeno secondo Robert S. Ford, ex ambasciatore nordamericano a Damasco, noto per le collusioni con gli integralisti islamici locali.
Sebbene il conflitto non sia ancora terminato, in un recente articolo pubblicato su Foreign Affairs Ford ha scritto che l’esercito siriano ha ormai vinto la guerra e che «gli Stati Uniti dovranno abbandonare qualsiasi speranza di mantenere una regione curda indipendente», non avendo più «alcuna opzione buona in Siria», cosicché «gli auspici di disfarsi di Assad […] sono fantasie inverosimili».
A determinare questa situazione è stato l’intervento russo. Sorge quindi spontanea la domanda: perché e in quale modo i Russi l’hanno spuntata? Al riguardo è necessario chiarire alcuni punti.
In primo luogo va ricordato che non si deve mai entrare in un conflitto senza avere un obiettivo politico ben delineato e delimitato: in questo caso si trattava esclusivamente del salvataggio dell’attuale governo siriano. Secondariamente, il Cremlino ha compreso con chiarezza che molti degli attori del conflitto in Siria - peraltro frammentati - erano la longa manus, o soggetti supplenti, di entità esterne quali Usa, Turchia, Partito dell’Unione democratica (Pyd - Partiya Yekîtiya Demokrat - organizzazione siriano-curda di opposizione), Giordania e anche Israele. La Russia ha trattato diplomaticamente con tutti questi soggetti, provocando ricadute anche sul campo di battaglia.
Inoltre, per non restare intrappolata in una palude senza via di scampo, Mosca ha utilizzato con accortezza ed efficacia risorse molto limitate: dai 4 ai 5 mila militari e dai 50 ai 70 mezzi aerei, per un costo di circa 3 milioni di euro al giorno (in pratica non più di un quinto delle spese militari statunitensi nel Vicino Oriente). E le perdite subite sono state più che contenute.
Dal rapporto fra mezzi impiegati e risultati pratici taluni hanno concluso per una “produttività militare” russa superiore a quella degli Stati Uniti, anche perché i successi sul campo non sono affatto mancati. D’altro canto la Russia ha impiegato immediatamente e nella sua completezza il dispositivo destinato alla Siria - di fatto senza inutili preavvisi - e, a differenza di quanto avvenuto nella cosiddetta “coalizione a guida Usa”, non ha avuto bisogno di implementarlo in misura rilevante.
Dal punto di vista politico la Russia è intervenuta in prima persona, vale a dire senza fingere che l’ulteriore fase di sforzo bellico fosse sostenuta dalle Forze armate siriane - il che nel mondo arabo può pagare molto. Niente finti “consiglieri” che ufficialmente non combattono, quindi, bensì presenza e impegno diretti a fianco dell’alleato.
Si è detto che Mosca è stata capace di adottare nel modo giusto la cosiddetta “strategia del pedone imprudente”, cioè di chi, nell’attraversare con estrema audacia una strada molto trafficata, riesce a far fermare le auto piuttosto che esserne travolto.
Una strategia dal rischio assai calcolato, poiché al momento né gli Stati Uniti né la Russia cercano lo scontro diretto; di conseguenza il primo dei due che riesca a “piazzarsi” su un determinato “terreno” impedisce de facto all’altro di adottare la stessa iniziativa.
Gli Usa invece - minacce a parte - hanno esitato troppo. In più, con il dispiegamento di missili S-300 - e più tardi S-400 - i Russi hanno concretamente imposto a Washington una sorta di no-fly zone: magari non assoluta, se si tiene conto che, in violazione di un accordo concluso poche ore prima coi Russi, gli Stati Uniti hanno bombardato le truppe siriane assediate dall’Isis a Deir ez-Zor, uccidendo 62 soldati di Damasco e fungendo in termini reali da supporto - seppur vano - alla concomitante offensiva di terra delle milizie del “califfato” di al-Baghdadi (nemico degli Usa, in teoria). L’attacco missilistico alla base siriana di Shayrat ordinato da Trump è però partito dal mare.
In termini militari la conclusione è che, se da un lato il potere russo di interdizione aerea non è totale, dall’altro il ricorso statunitense alla prudenza attesta che i cieli siriani sono sostanzialmente controllati dai Russi. Putin ha sicuramente rischiato, gli Stati Uniti invece no; e così facendo non hanno fornito ai loro alleati siriani, pseudo-democratici o “islamici moderati”, gli armamenti moderni che essi sollecitavano - missili anticarro e terra-aria - né tantomeno si sono impegnati sul terreno con propri militari.
Infine i Russi hanno mostrato ai settori nemici non irriducibili la possibilità di un negoziato; su questa strada, d’intesa col governo siriano, hanno creato il Centro di Riconciliazione, che garantisce il trasporto protetto per i nemici dichiaratisi vinti e le loro famiglie - e l’aiuto alla popolazione civile.

IN IRAQ

Nel quadro dell’attuale confronto fra il governo di Baghdad e quello autonomo di Erbil a seguito del referendum curdo sull’indipendenza di settembre, le Forze armate irachene puntano a riprendere la città assira di Faysh Khabur, valico di frontiera con la Turchia. Ciò significherebbe togliere agli Stati Uniti il libero passaggio verso la Siria settentrionale, garantito invece dai Curdi.

lunedì 30 ottobre 2017

GLI INAVVERTITI CAMBI DI EQUILIBRIO NEL VICINO ORIENTE, di Pier Francesco Zarcone

IN DUE LINGUE (Italiano, Inglese)

© Neil Hester
Molto spesso il succedersi degli avvenimenti e i connessi “bombardamenti mediatici” distolgono l’attenzione dal significato più profondo - o più ampio - di quanto è accaduto e sta accadendo… e non sempre dai commentatori di professione viene il necessario aiuto. Questo vale in particolar modo per il Vicino Oriente, teatro di un plurisecolare conflitto fra Islam sunnita e Islam sciita.
In genere si trascura l’essersi realizzata una sconfitta di notevoli proporzioni del primo di questi due Islam, con la conseguente apertura di spazi di rilievo per gli Sciiti. I paesi sunniti hanno infatti perso tutte e tre le guerre contro Israele, e l’Iraq di Saddam Husayn (più o meno laico, ma sunnita) a sua volta ne ha perse altrettante - la guerra con l’Iran e le due contro gli Stati Uniti. Oltre a quel regime si è dissolto il dominio della minoranza sunnita sul resto della popolazione irachena.
Sul campo di battaglia l’Isis è ridotto al lumicino e il sogno/incubo del “califfato” si è dissolto; nello Yemen, l’Arabia Saudita sta pagando a caro prezzo la sua aggressione, essenzialmente per mano degli Sciiti locali; per non parlare del nazionalismo arabo e/o panarabo che da tempo ha fatto bancarotta (lasciamo stare il problema di chi ne sia stato il maggior responsabile).
Per contro l’Islam sciita (di cui l’Iran resta sempre il fulcro) ha collezionato una serie di successi locali e strategici, un risultato dovuto in buona parte al “satana” statunitense, che finora non ne ha azzeccata una - per ignoranza, noncuranza e incapacità di tattiche e strategie degne di questo nome.
È il caso di rimarcare l’abilità manovriera della dirigenza iraniana post-khomeinista, che ha abbandonato l’originaria e pasticciona aura rivoluzionaria di Khomeini (peraltro innocua in termini concreti) e optato per un freddo pragmatismo politico, l’operare sotto la copertura di intermediari locali, le pazienti operazioni di lunga durata e, naturalmente, il pronto approfittare dei colossali errori altrui.
In Libano l’appiattimento statunitense sulla politica israeliana ha creato le premesse per l’espansione di Hezbollāh, prontamente armato ed organizzato da Teheran, col risultato che finora l’unica sconfitta militare israeliana è avvenuta in Libano nel maggio 2000 ad opera degli Sciiti libanesi, con le truppe sioniste costrette a ritirarsi da quel Paese.
Oggi Hezbollāh dispone di una forza militare di tutto rispetto, non già come esercito convenzionale ma come forza guerrigliera che nulla ha da invidiare alla perizia dei Vietcong, con l’aggiunta di disporre di tecnologie modernissime di cui hanno fatto le spese le Forze armate israeliane.
In Iraq è stato anche peggio: non avendo mai capito che non si trattava affatto di una nazione, e che quella costruzione artificiale voluta dalla Gran Bretagna dopo la Grande Guerra si reggeva solo in virtù del suo esercito, Washington ha avuto allora la bella pensata di dissolvere le Forze armate irachene subito dopo la Seconda guerra del Golfo, creando automaticamente un vuoto di base subito utilizzato dall’Iran - innanzitutto sul piano politico.
Ed ecco che ora, per la prima volta dal Califfato fatimida del Cairo (dal IX al XII secolo), abbiamo due Stati arabi a guida sciita: la Siria (che già lo era) e l’Iraq.
E arriviamo appunto alla Siria. Sulla spontaneità delle cosiddette “primavere arabe” quali coagulo di innegabili malesseri locali, i dubbi ormai superano le certezze; e comunque sta di fatto che le manovre statunitensi nell’assalto al governo di Damasco - con il fatale sostegno alle più pericolose e crudeli formazioni dell’estremismo islamista (sunnita) - sono state sparigliate dall’intervento russo a fianco di Iran e Hezbollāh.
La conclusione è che oggi esiste un “corridoio sciita” da Damasco e Beirut a Teheran, passando per Baghdad. Il palese tentativo di Washington di interromperlo utilizzando i Curdi di Siria è votato al fallimento sia per la prevedibile opposizione della Turchia che per la scarsa consistenza militare dei Curdi, checché ne dicano i media occidentali legati al “pensiero unico”, oltre che per la dimostrata capacità iraniana (lo spirito di Khomeini è morto da tempo) di saper manovrare per i propri fini anche con i Curdi sunniti, dal Pkk turco al Kurdistan iracheno.
In più il notevole rafforzamento militare dell’Iran, per quanto al momento solo in termini di armamento convenzionale, fa sì che questo Paese risulti essere un’importante potenza regionale nel Golfo Persico, tale che, nell’ipotetico caso di un ritiro degli Stati Uniti dall’area, essa cadrebbe subito sotto l’egemonia iraniana.
Al riguardo bisogna intendersi. L’esperienza della passata guerra con l’Iraq è stata per Teheran assolutamente preziosa per attrezzarsi a non ricadere militarmente nella stessa situazione e trovare alternative belliche. È fuori discussione che se gli Stati Uniti volessero attaccare l’Iran (come ogni tanto Trump minaccia di fare), esso verrebbe sconfitto nel primo round, ma in virtù dell’esperienza di guerra “asimmetrica” accumulata in Libano e nell’Iraq occupato dagli Usa sarebbe sicuramente in grado già in questa fase di arrecare danni consistenti all’aggressore, anche economici se riuscisse a bloccare lo stretto di Ormuz, da cui passa giornalmente una quantità impressionante di petrolio.
Nel secondo round, poi, per gli Statunitensi comincerebbero i veri guai: controllare l’immenso territorio iraniano sarebbe pressoché impossibile anche per la loro potenza bellica, e a meno che non decidessero di dare luogo a indiscriminate distruzioni di centri abitati (e delle popolazioni civili che li abitano), le tecniche di guerriglia e terroristiche ben conosciute dagli Iraniani farebbero sì che l’afflusso giornaliero negli Usa di aerei da trasporto carichi di bare con militari morti sconvolgerebbe la psicologia poco spartana dell’Americano medio. Per non parlare dei costi economici.
È risaputo che gli Stati Uniti continuano a privilegiare i rapporti con i paesi sunniti e che l’instaurazione di migliori relazioni con quelli sciiti è considerata una specie di tradimento. In quest’ottica gli “esperti” occidentali di politica estera - tra cui anche “orientalisti” ufficialmente apprezzati - considerano generalmente l’Islam sciita una specie di relitto medievale. Il che porta a una sopravvalutazione delle capacità a fini costruttivi del Sunnismo nel Vicino Oriente… fermo restando che a essere davvero medievale è proprio il Sunnismo.

domenica 22 ottobre 2017

VICINO ORIENTE SENZA PACE, di Pier Francesco Zarcone

«Quando si chiude una porta si apre un portone»: questo proverbio vale anche per il Vicino Oriente, solo che spesso e volentieri il portone è negativo come la porta, se non peggio. Così, sostanzialmente sconfitto l’Isis - per ora - sui campi di battaglia (specificazione da sottolineare), si è subito aperta (o riaperta) - e nel peggiore dei modi - la questione curda. I punti focali sono il Kurdistan iracheno e la città siriana di Raqqa. L’utile premessa è che, mentre in Occidente i Curdi godono di ottima stampa, nel Vicino Oriente invece non ne godono alcuna, anzi! Verso di loro ostilità e diffidenza sono al massimo grado: farebbe ottimi affari un ipotetico bookmaker che volesse raccogliere scommesse sul fatto che le indipendenze regionali curde, o la creazione di uno Stato curdo unitario, aprirebbe la via a un massiccio scannamento fra le attuali fazioni curde, cosa peraltro in linea con la loro storia.
Nel Kurdistan iracheno il referendum indipendentista voluto e vinto da Masʿūd Barzani ha dato il via all’offensiva del governo di Baghdad per la ripresa di Kirkuk e dei suoi pozzi petroliferi, che milizie curde avevano occupato in funzione anti-Isis dopo il 2014 (chi in loco pensa male sostiene invece che ciò sia avvenuto con la connivenza dell’Isis). Gli organi di “informazione” occidentali non hanno dato importanza al fatto che le forze irachene che hanno rioccupato Kirkuk e dintorni sono state accolte da manifestazioni popolari di giubilo: in pratica come liberatrici.
Il referendum di Barzani ha rivelato una spaccatura politica di non piccola importanza all’interno del Kurdistan iracheno. Il partito Gorran - «Cambiamento» - di ʿUmar Said Ali si era opposto alla consultazione independentista: si tratta di un gruppo che nel Parlamento regionale curdo dispone di quasi un quarto dei seggi (24), cioè più dell’Upk [Unione Patriottica del Kurdistan] del clan dei Talabani (18) - tradizionale avversario di quello dei Barzani - e un po’ meno del partito di Barzani (38); infatti il Gorran vuole l’autonomia curda nell’ambito dell’unità irachena.
Qualcuno si è meravigliato per la caduta di questa città in mani irachene praticamente senza combattimenti, ma forse non sa che l’Upk aveva il controllo di circa metà del totale dei Peshmerga, i quali erano in maggioranza proprio a Kirkuk; e ora il nuovo governatore della zona è Rizgar Ali, dirigente dell’Upk. Ora ci sarà da vedere se le truppe di Baghdad procederanno o no contro il Kurdistan iracheno, e queste truppe sono per lo più milizie sciite che rispondono ai loro capi in Iraq e all’Iran, che nella lotta ai Curdi sta operando alla luce del sole. Il timore della loro “mano pesante” è alla base della fuga in massa della popolazione curda da Kirkuk (dove peraltro non era maggioritaria).
L’offensiva irachena su Kirkuk è stata accompagnata da un brutto segnale politico per i Curdi: gli Stati Uniti, che li avevano coccolati e illusi, si sono affrettati a mostrarsi neutrali nella contesa con Baghdad.
L’ombra di questa “disinvoltura” potrebbe proiettarsi anche sui Curdi siriani. Essi hanno espugnato Raqqa, o meglio, le sue macerie, giacché (altro particolare su cui in Occidente si tace) non riuscendo a superare la resistenza dell’Isis le milizie curde hanno chiesto aiuto all’aviazione statunitense, che come d’uso ha saturato di bombe la città. Di qui verranno ulteriori guai, non riducibili ai soli miliziani del “califfato” riusciti a fuggire e che inevitabilmente ritroveremo in azione nei paesi di provenienza.

domenica 2 luglio 2017

SIRIA, QATAR, GAZA: NEL VICINO ORIENTE IL QUADRO SI COMPLICA, di Pier Francesco Zarcone

IN DUE LINGUE (Italiano, Inglese)

Il ministro degli Esteri iraniano Javad Zarif in visita ad Ankara, 7 giugno 2017 © Yasin Bulbul
Sappiamo che la legalità internazionale non va al di là delle pie aspirazioni, per cui contano solo la forza e la capacità tattico-strategica del suo utilizzo.

LA CRISI SIRIANA

Orbene, gli Stati Uniti si sono infilati in Siria di propria iniziativa, cioè senza che il governo di Damasco li abbia chiamati, al fine di realizzare due obiettivi fra loro collegati:
a) salvare le sedicenti Forze Democratiche Siriane anti-Assad, che avevano subìto duri colpi sia dall’Isis che dall’Esercito Arabo Siriano di Damasco - tant’è che è stato necessario collegarle alla milizia curda di Siria per dar loro una parvenza di esistenza;
b) spezzare la possibile continuità territoriale fra Siria, Iraq e Iran, vale a dire il cosiddetto “corridoio sciita”.
Al momento non si è concretizzato nessuno di questi propositi, e per Washington si prospettano complicazioni non indifferenti.
L’utilizzo dei Curdi ha provocato inevitabilmente l’ostilità della Turchia, il più importante partner della Nato nel Mediterraneo orientale, ed è praticamente da escludere che Ankara assista senza far nulla al sorgere di un’entità curda nel nord della Siria. Al riguardo si prospetta tempesta, di cui la Russia si avvantaggerà.
Riguardo al secondo punto va registrato il fallimento dell’interruzione del corridoio sciita, che implicava in pratica l’occupazione statunitense della Siria sudorientale - truppe Usa si erano stanziate nel valico di frontiera di al-Tanf, tra Siria e Iraq. All’avvicinarsi dell’esercito siriano ad al-Tanf, gli Stati Uniti avevano risposto coi bombardamenti e dichiarando unilateralmente una “zona di deconflitto” attorno alla località.
In questo modo contavano anche d’interrompere i rifornimenti iraniani all’Hezbollāh libanese; ma l’obiettivo fondamentale consisteva nell’assumere il controllo di una zona che va dal confine saudita-iracheno nella provincia di al-Anbar - nell’Iraq occidentale - attraverso la Siria sudorientale e la Siria nordorientale occupata dai Curdi.
Sono state invece le truppe siriane, appoggiate da quelle irachene, a collegare la Siria occidentale col confine a nord di al-Tanf e ad incontrarsi con gli Iracheni a nordest del valico, nonché ad avanzare verso Abu Kamal e la valle dell’Eufrate.
Dal canto suo il comando russo ha avvertito Washington che azioni militari volte a modificare la situazione così determinatasi avrebbero costituito un atto ostile a cui reagire.
L’Iran si è fatto sentire col lancio di missili a media gittata dal proprio territorio su posizioni dell’Isis in Siria. La Russia ha bombardato - con missili lanciati dalle sue navi nel Mediterraneo - posizioni jihadiste, mentre le milizie irachene hanno marciato da sud su al-Tanf. Di conseguenza il piccolo contingente statunitense lì presente è stato messo in condizione di non nuocere - almeno per il momento.
Sulla Siria è interessante la recente intervista rilasciata da Robert S. Ford, ambasciatore statunitense in quel Paese dal 2010 al 2014, al quotidiano arabo al-Sharq al-Awsat, passata ovviamente sotto silenzio dai media “politicamente corretti”.
Dopo aver ricordato che all’inizio si riteneva sicuro l’abbattimento del governo di Bashar al-Assad - mentre poi la situazione si è modificata a seguito del coinvolgimento di Iran, Russia ed Hezbollāh, grazie a cui l’esercito siriano si è ripreso e ha recuperato sempre più territorio - Ford ha voluto mettere in guardia i Curdi di Siria nei confronti degli Stati Uniti, sottolineando che Washington non ha mai inteso aiutarli nelle loro aspirazioni una volta conquistata Raqqa, facendo quindi capire che essi si troveranno soli contro i governi di Damasco e Ankara.

domenica 11 giugno 2017

L’IRAN E IL VIRUS JIHADISTA, di Pier Francesco Zarcone

IN DUE LINGUE (Italiano, Inglese)

© US Central Intelligence Agency
Le azioni terroristiche jihadiste (cioè sunnite) del 7 giugno a Teheran hanno suscitato un po’ di sconcerto in alcuni media occidentali, che consideravano l’Iran una specie di fortezza impenetrabile per il terrorismo sunnita. Si trattava di un’impenetrabilità non reale, che poteva apparire tale solo per la mancata attenzione alle notizie diffuse in Iran, dove l’attività dell’Isis è precedente agli attentati predetti.
In Iran l’Isis è fonte di problemi per la sua capacità di saldarsi con i fermenti che esistono fra le minoranze sunnite esistenti nel paese. In esse potrebbe agire anche l’Arabia Saudita, e in proposito si ricordi che a maggio il principe Mohammad bin Salman, ministro della Difesa saudita, aveva formulato esplicite minacce all’Iran, sostenendo: «Non aspetteremo che la battaglia sia in Arabia Saudita. Invece, lavoreremo in modo che la battaglia sia in Iran».
Quindi, se gli Stati Uniti sono il grande nemico dell’Iran dal tempo della Rivoluzione islamica, oggi in campo ce ne sono altri due: l’Isis e Riyad.
L’Iran - cuore e roccaforte sciita nel mondo musulmano - non è omogeneo dal punto di vista etnico e religioso. Non si dispone di stime ufficiali, per cui ci si deve basare sui dati forniti dalla Cia (!): i Persiani sarebbero il 61-65% della popolazione, seguirebbero gli Azeri al 16%, i Curdi al 10%, i Luristani al 6%, un 2% di Arabi, Beluci e Turchi, più un restante 1% da ripartire fra altre etnie minori.
In merito a questa composizione vanno rilevati due aspetti: da un lato il livello di integrazione fra tali etnie è abbastanza alto, tant’è che i vertici politici e sociali non sono tutti persiani; dall’altro però ci sono stati conflitti con movimenti indipendentisti in Khuzestan, Kurdistan e Belucistan (regioni a forte presenza sunnita), dove il fuoco cova sotto la cenere oppure è acceso.
L’integrazione riguarda meno le differenze religiose. La religione ufficiale in Iran è lo Sciismo duodecimano, a cui appartiene circa il 90% della popolazione, l’8% è sunnita (per lo più Khuzestani, Curdi, Beluci e Turkmeni) e il restante 2% va ripartito fra le minoranze non musulmane (Zoroastriani, Bahá’í, Ebrei, Cristiani orientali, Yezidi, Induisti ecc.).
Per l’Iran la minaccia jihadista sunnita ha cominciato a concretizzarsi con la presa di Mosul da parte dell’Isis. Al che gli Iraniani procedettero a una sorta di “blindatura” della frontiera con l’Iraq.
All’inizio dell’estate del 2014 il portavoce del ministero dell’Interno di Teheran comunicò che in quella frontiera non esistevano “vuoti di sicurezza”, e il comandante delle Forze terrestri, generale Kiumars Heidari, riaffermò il concetto e negò che i terroristi operanti in Iraq fossero una minaccia per l’Iran. A luglio il capo della Polizia, generale Ismail Ahmadi Moqaddam, comunicò che nessun gruppo armato dell’Isis aveva potuto varcare la frontiera.
Comunque a maggio del 2016 l’Iran stabilì una “fascia di dissuasione” larga 40 km in territorio iracheno, a ridosso della frontiera fra i due paesi: ogni violazione avrebbe comportato una risposta militare iraniana. Fra 2014 e 2015 l’Isis si avvicinò di 12 km a quella fascia, e cinque brigate dell’esercito iraniano furono allertate. Tuttavia la zona di sicurezza non venne massicciamente violata, all’epoca.

giovedì 8 giugno 2017

DOHA, ANKARA, RIYAD, TEHERAN: LA CRISI SI FA INTRICATA, di Pier Francesco Zarcone

Oggi più che mai nel Vicino Oriente il già variabile gioco delle alleanze risponde alle contingenze del momento, con giri di valzer improvvisi mediante cui “verso sera” ci si trova sullo stesso fronte di chi “fino alla mattina” era nemico. Ne deriva una confusione pericolosa anche per i disinvolti attori locali, che rischiano di perdere l’orientamento e di indebolirsi sul piano interno, poiché lì nessuno di loro è privo di grossi problemi.

DOHA E ANKARA

Due notizie riguardo alla crisi qatariota sono importanti, in quanto ne attestano la potenziale pericolosità. La prima è che il Qatar ha mobilitato le sue Forze armate: in sé la cosa sarebbe risibile poiché si tratta di truppe essenzialmente mercenarie, come mostrano le foto delle sfilate militari in cui abbondano i soldati di pelle nera, e quindi tutt’altro che arabi. Inoltre un comunicato ufficiale del Qatar mostra la “faccia feroce” annunciando che navi e aerei dei Sauditi o di loro alleati che violassero cieli e acque qatarioti sarebbero colpiti. Vero è che l’esercito saudita (in Yemen lo sta dimostrando) è da barzelletta, tuttavia è sempre meglio star sicuri; e qui interviene la seconda notizia, meno comica della prima: il Parlamento turco ha approvato uno schieramento di truppe - fino a 3.000 uomini - in Qatar.
In quel paese la Turchia, a seguito di un accordo del 2014, ha cominciato la costruzione di una base militare capace di ospitare fino a 5.000 soldati. Oggi ce ne sono 150. L’iniziativa di Ankara fa alzare potenzialmente il livello di un possibile scontro e attesta che la Fratellanza Musulmana (appoggiata dal Qatar) può contare ancora sull’alleanza con la Turchia di Erdoğan. Si tenga presente, infine, che fra Turchia e Qatar esiste un accordo difensivo in base al quale Ankara si impegna a intervenire in caso di attacco a Doha.
A navigare senza bussola è proprio il presidente turco. Lo “stato degli atti” che lo riguarda è il seguente: da un’iniziale (e non breve) benevolenza verso il regime di Assad è passato all’ostilità attiva, rischiando pure di urtarsi con la Russia; poi le mutevoli circostanze del Vicino Oriente l’hanno portato a cercare un accordo con Mosca, e quindi si è in parte defilato dal fronte anti-Assad, assumendo posizioni concilianti verso Damasco e anche verso Teheran; le polemiche sull’appoggio statunitense al fallito golpe imputato a Fethullah Gülen e il sostegno militare di Washington alle milizie curde in Siria (sicuramente legate al Pkk di Turchia) non hanno certo contribuito ai buoni rapporti con gli Stati Uniti. È probabilissimo che alla fine gli Usa scarichino i Curdi come tanti altri loro “alleati” del passato, ma allo stato delle cose sono proprio i Curdi ad attaccare Raqqa con armi statunitensi.
Oggi - poiché è assai difficile che la rottura delle petromonarchie arabe col Qatar sia avvenuta senza il placet di Washington - la Turchia di Erdoğan è più schierata di ieri al lato di Teheran, cioè di quello che Trump considera il vero nemico, ben più dell’Isis. Mosca non può che esserne contenta.

RIYAD

I Sauditi sembrano più determinati che mai, ma sotto sotto la situazione non è delle migliori.
Nella Penisola arabica non c’è un compatto fronte saudita, giacché Kuwait e Oman non sembrano intenzionati a seguire Riyad nella “crociata” contro il Qatar. Inoltre l’Iran ha cominciato a fornire generi alimentari al Qatar per via aerea.

martedì 6 giugno 2017

PERCHÉ IL QATAR?, di Pier Francesco Zarcone

IN DUE LINGUE (Italiano, Inglese)

Donald Trump in Arabia Saudita, 21 maggio 2017 © Jonathan Ernst
L’improvvisa rottura dei rapporti diplomatici col Qatar annunciata il 5 giugno da Arabia Saudita, Bahrein, Emirati Arabi Uniti e Yemen innesca una crisi dagli esiti non facilmente prevedibili e rischia di essere un gran pasticcio tanto per chi l’ha voluta quanto per il più che probabile coprotagonista dietro le quinte: gli Stati Uniti.
Non è azzardato sostenere che questa situazione, esplosa a breve distanza dalla visita di Trump in Arabia Saudita, vada collegata proprio con questo viaggio. In tale occasione il presidente Usa ha assunto due posizioni solo formalmente contraddittorie, ma che nella sostanza rivelano l’esistenza di un preciso disegno di ulteriore destabilizzazione nell’area.
Da un lato egli si è prodotto in esternazioni contro il terrorismo jihadista, ma da un altro ha indicato nell’Iran il suo grande nemico. Quindi per un verso si è schierato con quella Arabia Saudita che ha diffuso nel mondo e alimentato il vero brodo di coltura di quel terrorismo, cioè il radicalismo islamico wahhabita, e per un altro se la prende con l’Iran che di quel terrorismo non è diffusore, non foss’altro perché il jihadismo è sunnita mentre lo Stato iraniano è sciita. L’Iran c’entra eccome nella crisi qatariota, ma non come unico fattore.
La questione è complessa e va in qualche modo inquadrata.
Nell’ottica di Trump si deve porre rimedio a due “errori” commessi dagli Stati Uniti nel Vicino Oriente: il primo consiste nell’abbattimento del regime di Saddam Husayn, con la conseguenza di aver permesso di acquisire potere alla maggioranza sciita irachena, estendendosì così l’influenza iraniana nella regione, ampliatasi poi con la crisi siriana; il secondo sta nello “sdoganamento” dell’Iran compiuto dall’amministrazione Obama con il raggiungimento di un accordo con Teheran sulla questione del nucleare. Il logico esito di ciò sta per Trump nel rafforzamento dei legami con Israele e l’Arabia Saudita.
Da questo punto di vista il Qatar diventava un obiettivo a motivo della sua politica ambigua e opportunista. Al vertice di Riyad del 20 e 21 maggio il governo di questo piccolo Stato non ha manifestato adesione ai programmi dei Sauditi - condivisi da Trump - e in più i media qatarioti hanno diffuso le infiammate dichiarazioni dell’emiro Tamim bin Hamad al-Thani contro le decisioni di quella riunione: vale a dire le linee contrarie all’Iran, alla Fratellanza Musulmana e al movimento palestinese Hamas, due organizzazioni che il Qatar sostiene e finanzia. A ciò si aggiunga che il Qatar mantiene ottimi rapporti politici e commerciali con l’Iran.
La mancanza di omogeneità religiosa e ideologica tra Doha e Teheran è del tutto irrilevante, sia perché le politiche orientali hanno logiche particolari - e infatti il Qatar è, non da ieri, notorio sostegno del jihadismo in Siria e Libia - sia perché gli interessi economici hanno il loro peso, e infatti il Qatar condivide con l’Iran anche lo sfruttamento di un ricchissimo giacimento di gas offshore, il South Pars/North Dome.
Già questo è sufficiente perché il Qatar non possa rompere le sue relazioni con Teheran: i due paesi traggono da quel giacimento oltre i due terzi della rispettiva produzione di gas.

lunedì 10 aprile 2017

TRUMP MOSTRA I MUSCOLI, di Pier Francesco Zarcone

IN DUE LINGUE (Italiano, Inglese)

Commentare a caldo il bombardamento missilistico statunitense sulla base aerea di Shayrat della notte del 7 aprile è azzardato - non sapendo cosa accadrà in seguito - ma non inutile, quantomeno per cercare di capirci un po' di più rispetto alle "lezioncine" preconfezionate che i corifei degli Stati Uniti, in Italia e fuori, si sono affrettati a recitare.
Per combinazione l'esibizione muscolare di Trump avviene poco dopo la pubblicazione su Utopia Rossa di un nostro articolo il cui nocciolo era la sostanziale inutilità del diritto internazionale, visto che le grandi potenze lo violano di continuo.
Ebbene, ancora una volta gli Stati Uniti hanno agito in applicazione del "loro" diritto internazionale, composto da un solo articolo, animato da una chiara logica imperialista unipolare: facciamo quel che ci pare, e quel che facciamo è giusto e legale e i nostri massacri sono semplici "danni collaterali".
Ancora una volta è emersa la totale inutilità delle Nazioni Unite, anche se a dirlo espressamente sono ancora in pochi; tuttavia è innegabilmente ridicolo (seppur tragico) il fatto che mentre al Consiglio di Sicurezza si perdeva tempo con le bozze di risoluzione, dal canto loro gli Stati Uniti lanciavano missili con la scusa di un'asserita responsabilità del governo di Damasco per il gas nervino a Idlib.
Certo è che se l'Onu chiudesse i battenti nessuno se ne accorgerebbe, a parte i risparmi monetari degli Stati membri.
E tanto per cambiare si è sostenuta un'accusa assolutamente senza prove, in base al principio dixit Washington, et de hoc satis.
Ha tutta l'aria di un bis delle asserite "armi di distruzione di massa" di Saddam.
Per inciso, chi sia abituato a pensar male non si stupisce della contemporaneità fra l'attacco missilistico e un'offensiva dell'Isis sulla strada Palmira (Tadmor)-Homs, per fortuna rapidamente respinta dalle truppe siriane.
Poiché le prove non esistono, si può intanto riflettere in modo generico sull'uso del gas a Idlib.
Secondo l'Onu i depositi di armi chimiche di Damasco erano stati distrutti; ma pur ammettendo e non concedendo che il governo siriano abbia ancora armi del genere, considerato che qualche anno fa la questione sembrava far precipitare le cose nel senso di un attacco statunitense - sventato solo dall'intervento russo in favore dello smantellamento dei depositi chimici - allora il consolidato (anche se non infallibile) criterio del cui prodest porterebbe a escludere la responsabilità di Damasco, salvo considerare Assad & C., ma anche lo Stato maggiore russo, una manica di idioti.
Infatti era ovvio che - protezione russa o no - se costoro avessero usato armi chimiche, un fumantino come Trump (oltretutto alle prese con irrisolti problemi di Russiagate e tenuto sotto scacco dall'establishment "neocon") avrebbe dovuto prendere una qualche iniziativa bellicista.

mercoledì 7 settembre 2016

STATO E NAZIONE NEL VICINO ORIENTE, di Pier Francesco Zarcone

L'IMPERIALISMO FRANCO-BRITANNICO E IL CAOS ODIERNO

Per capire in qualche modo l'attuale caos nel Vicino Oriente bisogna risalire ai primi degli anni '20 del secolo scorso, quando dopo la Grande Guerra alcuni politici occidentali (Lloyd George, Clemenceau, Churchill) ridisegnarono la mappa di quella parte di mondo. Giustamente si dice che crearono degli Stati artificiali; tuttavia questa caratteristica viene meglio espressa dal concetto di "comunità immaginate", cioè carenti di storia nella loro forma attuale (con una certa eccezione per la Siria): per esempio, la storia della Mesopotamia non è la stessa cosa della storia dell'Iraq.
In relazione a questo non è casuale che oggi nel Vicino Oriente non manchino quanti collocano la cosiddetta "rivolta araba" dello Sharif hashimita della Mecca, Husayn, dei suoi figli Faysal e Abd Allah e di T.E. Lawrence, tra le cause prime delle attuali disgrazie. Infatti la proposta ricevuta da Gran Bretagna e Francia per appoggiare una rivolta araba contro gli Ottomani e poi costituire uno Stato arabo indipendente fece intendere agli Alleati che esistesse un nazionalismo arabo da loro sfruttabile. È nota la successiva sequenza di illusioni e tradimenti imputabili a Londra e Parigi, ma quel convincimento rimase, al di là dei differenti modi di procedere di ciascuna delle due potenze: la Gran Bretagna in qualche modo cercò di "salvare capra e cavoli", cioè di realizzare i propri interessi imperialistici mediante la creazione di entità statuali arabe, sottoposte al suo controllo indiretto; mentre la Francia preferì il controllo diretto sulla Siria, frantumandola nella Siria attuale e nel Libano. L'obiettivo di entrambe le due potenze rimase quello di condurre all'indipendenza formale entità statuali adeguatamente plasmate e ammorbidite.
Per quanto riguarda l'intervento della Gran Bretagna, avendo come presupposto - errato - l'esistenza di un diffuso nazionalismo arabo, la sua azione imperialistica fu accompagnata dall'illusione che fosse sufficiente aver costituito tre nuovi Stati arabi dalla disgregazione ottomana: Higiaz, Transgiordania, Iraq (il primo sarebbe stato ben presto annesso ai domini di Abd al-Aziz ibn Saud, cioè all'odierna Arabia Saudita). La situazione nel Vicino Oriente e le sue dinamiche - in realtà ignorate dai britannici - erano assai più complesse, e le difficoltà cominciarono subito.
Nonostante le illusioni britanniche, il nazionalismo arabo era l'ideologia di una minoranza di intellettuali urbani non radicati nelle masse, con una non secondaria presenza di Arabi cristiani: non averlo capito fece ritenere (sbagliando) che la Nazione potesse prevalere - per sua forza unificante - sulle religioni, sulle etnie, sulle tribù. La storia avrebbe dimostrato il contrario. In realtà l'unica componente del Vicino Oriente in cui sulla religione possa prevalere il dato linguistico (insieme a quello etnico) è la popolazione curda.
Eppure avrebbe dovuto costituire un campanello d'allarme il dato quantitativo (molto scarso e a pagamento) della partecipazione araba alla ribellione antiottomana (significativa diserzione di truppe non ve ne fu, e solo alcuni ufficiali arabi prigionieri aderirono alla rivolta) e la sua effettiva incidenza militare che, pur includendovi la presa di Aqaba, si ridusse a qualche azione di guerriglia e di sabotaggio, tutto sommato ininfluente sullo sforzo bellico alleato nel fronte del Sinai. (Se si sfugge alle rodomontate di T.E. Lawrence, salta all'occhio che i ribelli arabi nemmeno riuscirono a prendere Medina - tenuta dalle truppe ottomane fin dopo la cessazione delle ostilità - e che il loro ingresso a Damasco prima delle truppe alleate fu dovuto solo alla sensibilità politica del generale Allenby, che scelse di inebriare gli irregolari hashimiti col solo fumo di un "arrosto" che non arrivarono a mangiare.) In definitiva, tenuto conto delle proporzioni, sarebbe meglio parlare di "rivolta hashimita", e basta.

RED UTOPIA ROJA – Principles / Principios / Princìpi / Principes / Princípios

a) The end does not justify the means, but the means which we use must reflect the essence of the end.

b) Support for the struggle of all peoples against imperialism and/or for their self determination, independently of their political leaderships.

c) For the autonomy and total independence from the political projects of capitalism.

d) The unity of the workers of the world - intellectual and physical workers, without ideological discrimination of any kind (apart from the basics of anti-capitalism, anti-imperialism and of socialism).

e) Fight against political bureaucracies, for direct and councils democracy.

f) Save all life on the Planet, save humanity.

g) For a Red Utopist, cultural work and artistic creation in particular, represent the noblest revolutionary attempt to fight against fear and death. Each creation is an act of love for life, and at the same time a proposal for humanization.

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a) El fin no justifica los medios, y en los medios que empleamos debe estar reflejada la esencia del fin.

b) Apoyo a las luchas de todos los pueblos contra el imperialismo y/o por su autodeterminación, independientemente de sus direcciones políticas.

c) Por la autonomía y la independencia total respecto a los proyectos políticos del capitalismo.

d) Unidad del mundo del trabajo intelectual y físico, sin discriminaciones ideológicas de ningún tipo, fuera de la identidad “anticapitalista, antiimperialista y por el socialismo”.

e) Lucha contra las burocracias políticas, por la democracia directa y consejista.

f) Salvar la vida sobre la Tierra, salvar a la humanidad.

g) Para un Utopista Rojo el trabajo cultural y la creación artística en particular son el más noble intento revolucionario de lucha contra los miedos y la muerte. Toda creación es un acto de amor a la vida, por lo mismo es una propuesta de humanización.

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a) Il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi che impieghiamo dev’essere riflessa l’essenza del fine.

b) Sostegno alle lotte di tutti i popoli contro l’imperialismo e/o per la loro autodeterminazione, indipendentemente dalle loro direzioni politiche.

c) Per l’autonomia e l’indipendenza totale dai progetti politici del capitalismo.

d) Unità del mondo del lavoro mentale e materiale, senza discriminazioni ideologiche di alcun tipo (a parte le «basi anticapitaliste, antimperialiste e per il socialismo».

e) Lotta contro le burocrazie politiche, per la democrazia diretta e consigliare.

f) Salvare la vita sulla Terra, salvare l’umanità.

g) Per un Utopista Rosso il lavoro culturale e la creazione artistica in particolare rappresentano il più nobile tentativo rivoluzionario per lottare contro le paure e la morte. Ogni creazione è un atto d’amore per la vita, e allo stesso tempo una proposta di umanizzazione.

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a) La fin ne justifie pas les moyens, et dans les moyens que nous utilisons doit apparaître l'essence de la fin projetée.

b) Appui aux luttes de tous les peuples menées contre l'impérialisme et/ou pour leur autodétermination, indépendamment de leurs directions politiques.

c) Pour l'autonomie et la totale indépendance par rapport aux projets politiques du capitalisme.

d) Unité du monde du travail intellectuel et manuel, sans discriminations idéologiques d'aucun type, en dehors de l'identité "anticapitaliste, anti-impérialiste et pour le socialisme".

e) Lutte contre les bureaucraties politiques, et pour la démocratie directe et conseilliste.

f) Sauver la vie sur Terre, sauver l'Humanité.

g) Pour un Utopiste Rouge, le travail culturel, et plus particulièrement la création artistique, représentent la plus noble tentative révolutionnaire pour lutter contre la peur et contre la mort. Toute création est un acte d'amour pour la vie, et en même temps une proposition d'humanisation.

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a) O fim não justifica os médios, e os médios utilizados devem reflectir a essência do fim.

b) Apoio às lutas de todos os povos contra o imperialismo e/ou pela auto-determinação, independentemente das direcções políticas deles.

c) Pela autonomia e a independência respeito total para com os projectos políticos do capitalismo.

d) Unidade do mundo do trabalho intelectual e físico, sem discriminações ideológicas de nenhum tipo, fora da identidade “anti-capitalista, anti-imperialista e pelo socialismo”.

e) Luta contra as burocracias políticas, pela democracia directa e dos conselhos.

f) Salvar a vida na Terra, salvar a humanidade.

g) Para um Utopista Vermelho o trabalho cultural e a criação artística em particular representam os mais nobres tentativos revolucionários por lutar contra os medos e a morte. Cada criação é um ato de amor para com a vida e, no mesmo tempo, uma proposta de humanização.