L’associazione Utopia rossa considera suo fondamento politico il principio secondo cui il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi si deve riflettere l’essenza del fine. Non ha programmi politici, come del resto non ne aveva la Prima internazionale. Nonostante le più diverse provenienze ideologiche dei suoi sostenitori, essa ritiene che l’anticapitalismo dilagato dopo l’inizio dell’Antirivoluzione russa (dicembre 1917) sia stato motivato fondamentalmente da idee precapitalistiche, cioè retrograde, e non da progetti di civiltà in grado di superare il capitalismo sviluppando ulteriormente i suoi modelli di democrazia. Ciò spiega anche il prevalere, nella storia della cosiddetta «sinistra», di simpatie per i regimi dittatoriali di ogni specie e colore. Utopia rossa si batte contro l’ulteriore diffusione di ideologie precapitalistiche vecchie e nuove (in campo politico, culturale, ecologico, religioso ecc.), come parte della sua battaglia per il superamento del capitalismo, se si vuole salvare la vita sulla Terra con la sua umanità. In questo senso la sua utopia continua ad essere rossa.

The Red Utopia association considers its political foundation to be the principle that the end does not justify the means, but that the means must reflect the essence of the end. It has no political program, just as the First International did not. Despite the diverse ideological backgrounds of its supporters, it believes that the anti-capitalism that spread after the start of the Russian Anti-Revolution (December 1917) was fundamentally motivated by pre-capitalist – that is, retrograde – ideas, and not by civilizational projects capable of overcoming capitalism and of further developing its democratic models. This also explains the prevalence, throughout the history of the so-called «left», of sympathies for dictatorial regimes of all kinds and colors. Red Utopia fights against the further spread of old and new pre-capitalist ideologies (in the political, cultural, ecological, religious, and other fields) as part of its battle to overcome capitalism, if life on Earth, including its humanity, is to be saved. In this sense, its utopia remains red.

PER SAPERNE DI PIÙ CI SONO UNA COLLANA DI LIBRI E UN BLOG IN VARIE LINGUE…

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mercoledì 22 maggio 2013

LETTERA IN PUNTA D’AMORE A DON ANDREA GALLO, MIO AMICO E MAESTRO DI VITA ANGELICAMENTE ANARCHICO, di Pino Bertelli


Fai di ogni lacrima una stella

“Lontano da me la saggezza che non piange,
la filosofia che non ride e la dignità che non abbassa la testa
di fronte a un bambino che sorride e chiede di spezzare il pane con lui”...
(Dal taccuino di un fotografo di strada).

Fotografia di Pino Bertelli
Mi ricordo sì, mi ricordo di Don Andrea Gallo, mio amico e maestro di vita... partigiano, prete angelicamente anarchico. Quand’anche io avessi tutti i tesori della terra e parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, se non ho l’amore non sono nulla... quand’ero bambino, parlavo da bambino, sognavo da bambino. Ma, divenuto uomo, ciò che era da bambino non l’ho mai abbandonato... l’amore per l’amore, per l’amicizia, per la fraternità è gioioso... non è invidioso, non si vanta né si offende, non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non va in collera né tiene conto del male ricevuto, non conosce l’ingiustizia ma libera gli abbracci in tramonti improbabili nella verità... e la verità, come l’amore, non conosce catene.

lunedì 1 aprile 2013

LETTERE A BEPPE GRILLO (2007), di Roberto Massari

In un periodo in cui tende a crescere lo sciacallaggio verso il M5S (cioè l’avvicinamento al Movimento anche da parte di chi ne ha diffamato l’operato fino a tempi recenti), ci sembra utile mettere a disposizione del lettore queste lettere inviate nella seconda metà del 2007, vale a dire in tempi insospettabili, anzi insospettabilissimi... (La Redazione italiana del blog)

 Caro Beppe Grillo, ti scrivo come direttore della casa editrice Massari della quale potresti anche aver sentito parlare.
Ti informo che stiamo per chiudere un libro a sei voci (Marino Badiale, Massimo Bontempelli, Antonella Marazzi, Andrea Furlan, Michele Nobile e il sottoscritto) dal titolo: I Forchettoni rossi, sottotitolo La sottocasta della «sinistra radicale». È dedicato al Prc, il Pdci e i Verdi: è ovviamente politically molto scorretto,

giovedì 15 marzo 2012

LETTERINA GIOCOSA 2 (DAL CONGO), di Pino Bertelli

ai miei amici
(scritta in Congo in una notte senza luna, la luce di candela,
 con un topino che danzava sulla zanzariera e un ragno curioso
che  entrava in una scarpa per tessere una tela d’immaginaria bellezza).

“Fotografa come un poeta maledetto e morirai perseguitato come un bandito di strada,
copia o fai della fotografia il bordello senza muri della civiltà consumerista e vivrai felice come un idiota”.
(Dal taccuino di un fotografo di strada).


È  la fotografia bellezza, e nessuno non ci può fare niente!

Ho visto ancora un pezzo d’Africa, una parte del Congo, quella più in fiamme... avevo viaggiato (sovente con la dolcezza nobiliare di Paola che tracciava rotte degne dell’apostolo dei Gentili, Paolo di Tarso) in Egitto, Tunisia, Sharawi, Kenya, Etiopia, Uganda, Burkina Faso, Algeria, Palestina, Israele... ovunque ho trovato popoli assoggettati dall’impiego della forza, dell’astuzia, della forca (mezzi abituali delle economie criminali, delle multinazionali, dei governi occidentali e dei regimi comunisti)... dappertutto ho conosciuto uomini asserviti, schiavizzati, umiliati e non ho mai compreso bene perché il monopolio della costrizione (il potere politico e del mercimonio globale) continua a tiranneggiare sull’intera umanità, impunemente. L’uomo è nato libero eppure ovunque è in catene, diceva. Tuttavia fuochi di resistenza sociale nascono dappertutto e incrinano la legittimità del dominio. In molti si legano all’idea libertaria di non volere comandare né essere comandati. Il dolce gusto della giustizia planetaria passa da qui. La possibilità di essere liberi significa pensare in libertà.
Così sono andato in Congo... a sostenere (per quanto posso, con le mie fotocamere) i progetti di un amico prete (congolese) e un’associazione in difesa dei bambini (tutta gente perbene)... dalle parti del lago Kivu... la zona infestata dai “ribelli” rwuandesi e ugandesi (bande armate, mercenari, banditi inclini al saccheggio e al tiro a segno su quanti circolano da quelle parti, anche se vanno a caccia di farfalle)... i militari della Repubblica Democratica del Congo che sorvegliano quei confini non scherzano... in pochi giorni mi hanno arrestato tre volte... e questo è disagevole per un fotografo di strada che non prende paesaggi, cartoline illustrate della miseria locale o  il “negretto” che usa il telefonino e ride con le labbra bagnate dal latte in polvere di una multinazionale diffuse su ridicoli cartelloni pubblicitari... la galera mi fa male, non la sopporto... ho  bisogno del mio bagno, dei miei libri, di vedere un certo cinema (magari muto) mentre fumo la pipa con il tabacco alla vaniglia... in galera dovrebbero metterci quelli che stanno al governo, senza distinzione... le gerarchie ecclesiastiche... i mercanti di armi... i responsabili della Banca mondiale,  del Debito estero, dell’Onu, della Croce Rossa, i criminali della finanza globale... non i fotografi in Utopia che hanno solo l’ardire di lavorare dalla parte degli esclusi, dei violentati, degli offesi... e cos’è l’Utopia? Nient’altro che camminare in avanti senza mai raggiungere l’orizzonte del sogno... questa è l’Utopia. Camminare insieme agli ultimi, a chi non ha voce né volto e accogliere il diverso da sé, fare della fraternità e dell’uguaglianza un ponte verso una società di liberi e di uguali.
I militari congolesi non volevano comprendere perché ero lì a fare un “atlante di geografia umana”... eppure cercavo di spiegarmi alla meno peggio in italiano (quel poco che conosco) e loro mi rispondevano in swahili, francese, inglese... mi chiedevo, ma come è possibile che siano così ignoranti, conoscono solo tre lingue e non comprendano il dialetto toscano (che tanto fa ridere al mio paese)... così la prima volta che mi hanno fermato si è risolta con il pagamento di quattro euro (donati dal mio risoluto accompagnatore, misterioso, dignitoso e incisivo quanto il capo tribù di un film che non ho mai dimenticato, Le nevi del Kilimangiaro, tratto dal racconto omonimo di Ernest Hemingway, diretto da Henry King nel 1952) in cambio di fotografare la “spiaggia pubblica”. Lì donne e bambini ridevano ancora, e i giovani pescatori mi lasciavano riprendere i loro volti affogati in reti blu, bianche e qualcuno mi ha offerto del pesce appena arrostito sul carbone. Muzungu (bianco) mi ha detto e poi mi ha tirato in faccia un paio di pesci affumicati... sono cose che non si fanno nemmeno nelle migliori famiglie borghesi... mi ha sporcato anche la sola maglietta bianca (Lewis) che avevo portato e quell’olio fritto mi è rimasto addosso per giorni (visto che non era facile lavarsi senza acqua calda, quando c’era).
La volta successiva mi hanno sequestrato in un villaggio che si chiama “Rubare”... insieme al mio amico prete (che è di quelle parti) e ci hanno scortato in una sorta di Hotel Rwanda (dodici militari armati fino ai denti, due con il bazooka, e un capitano)... c’era da morir dal ridere se non dalla paura... però è intervenuto san Bakunin o qualche altro santo, forse Giordano Bruno... comunque il maggiore (un Watusso alto quanto un fusto di banane) era stato a scuola dal mio amico prete che aveva insegnato in quel villaggio dimenticato da dio e dagli uomini... come si sa i buoni allievi non dimenticano mai i bravi maestri e così siamo stati a parlare per quasi sei ore (senza un filo di luce)... non capivo niente di quanto dicevano il capitano, il maggiore, il colonnello e il prete nero-nero (vedevo solo i loro denti bianchi-bianchi, davvero invidiabili)... guardavo i ragazzi armati che ci circondavano e pensavo che sarebbe stato davvero un peccato non poter più vedere un film di Buñuel, Vigo o Pasolini... le stanze in basso erano transitate da ragazze e uomini in camice e occhiali assurdi (Dolce& Gabbana, Armani, Gucci... tutta roba per sottoproletari con l’inclinazione all’imitazione divistica dei calciatori o degli attori da soap-opere mafiose hollywoodiane)... una scala di latta traballante ci ha portati al piano superiore... lì era il quartier generale... si vedevano le baracche, i maiali, le capre e i camion affollati di merci, uomini, donne e bambini che andavano chissà dove)... ovunque c’erano soldati (nemmeno ventenni, armati di ottimi fucili a ripetizione, con la faccia non proprio di lavoratori che cantavano la Marsigliese)... abbiamo bevuto non so quante birre, infine li ho fotografati tutti in pose napoleoniche... ci tenevano che si vedessero i gradi in giallo... in fondo erano simpatici, nello loro smisurata imbecillità, tuttavia non mi sentivo a mio agio, mi ricordavano certi nazisti che si occupavano di  “pulizie etniche”... caricavano gli ebrei senza un filo di grazia sui treni per Auschwitz (che arrivavano in perfetto orario) e facevano pagare a tutti (zingari, omosessuali, sovversivi...) il biglietto di sola andata... alla fine della festa ci hanno scortato nel villaggio del prete, Ntamugenga (Luogo senza capi)... hanno detto al mio amico che l’intelligence locale era venuta a conoscenza di un agguato lungo la strada (preparato da alcuni simpatici giovani del villaggio che avevo anche fotografato) per prenderci i pochi soldi che avevamo e quel che era più grave, derubarmi della mie fotocamere... ora, siamo d’accordo che fondare un banca è un atto criminale quanto (e certo più) di rapinarla, come diceva Bertold Brecht, ma sottrarre le fotocamere a un fotografo di strada è qualcosa di inaccettabile... roba da andare direttamente all’inferno senza passare dal tribunale sui crimini contro l’umanità.
L’ultimo giorno è stato il più difficile... ho fatto una fotografia a delle lavandaie sul lago Kivu... mi ricordavano certi quadri impressionisti... in un attimo mi sono trovato circondato da rigidi poliziotti in borghese... poi una piccola folla vociante mi si è fatta intorno... gridavano in francese, inglese, swahili... cercavo rispondere in piombinese corsaro... capivo che non conoscevano la lingua nemmeno qui... cosa imperdonabile nella società della comunicazione globale (erano proprio degli ignoranti, mi dicevo)... allora ho chiamato al telefono l’ambasciatore italiano a Torino (che in effetti era mio figlio) e gli ho detto se spiegava loro che ero lì per una missione umanitaria (che era vero)... il mio autista tremava come una foglia di fico... la mia paura era celata bene, credo... mi sudavano anche i coglioni dal terrore, però facevo finta di essere John Wayne quando sparava negli occhi agli indiani in Sentieri selvaggi... i poliziotti chiedevano soldi, il passaporto e la fotocamera (ci risiamo dico dentro di me, si vede proprio che ce l’hanno con la Nikon e i giapponesi)... volevano che li seguissi in caserma... il capo-manipolo aveva urlato (in un inglese da baronetto, alla Beatles, per intenderci) nel telefono a mio figlio-ambasciatore (in effetti lavora come grafico in una grande azienda) che mi mettevano in galera e dovevano venire a prendermi... porca miseria! Penso... stai a vedere adesso che mi portano in una cella senza acqua né luce e mi danno da mangiare qualche patata e un po’ di riso... il che è disdicevole per un fotografo di “fame internazionale” come sono io (che lavora a un certo grado di qualità, riconosciuta soprattutto nelle più malfamate osterie di porto, nei lebbrosari o nei manicomi... e al mio gatto Piff poi chi ci pensa... e Myriam, i miei nipotini, i duelli  al computer con Pier Paolo, gli spaghetti col peperoncino di Paola, i tramonti malinconici in Piazza Bovio... il mio covo foderato di libri in via dei gatti in amore... i miei amici in anarchia... insomma non è davvero possibile che possa passare non so quanti giorni in una galera che nemmeno conosco (nella mia vita ho frequentato solo persone che avevano visitato prigioni di mezzo mondo, per crimini di diritto comune o fatti politici, ho quindi conosciuto soltanto poveri, poeti e ribelli)... infine un poliziotto si è staccato per andare a chiamare il camion dei militari dove dovevo salire... ho cominciato a bestemmiare  (in toscano stretto) e quando ho visto passare un ragazzo su una motocicletta... gli ho fatto cenno con gli occhi (che sono una sorta di esperanto internazionale) e sono saltato in sella... ho indicato al mio autista di montare sulla moto di un altro ragazzo (ho dovuto urlare molte volte prima di vederlo salire, voleva aspettare i militari)... e ho detto al ragazzo — “Caritas” —... in quel momento mi sono scoppiate le emorroidi e ho cominciato a perdere sangue... ho chiesto “asilo politico” alla Caritas... quando alla Caritas hanno visto che ero imbrattato di sangue sono stati caritatevoli e mi hanno aperto le porte del paradiso... il mio autista (temendo che i militari entrassero nella Caritas) ha cominciato a correre verso il lago e si è nascosto sotto un cespuglio, poi è scivolato nell’acqua e gli ho allungato una mano... tremavo dalla paura... ho acceso un sigaro alla vaniglia in attesa che accadesse qualcosa... poi è venuto il mio amico prete e il monsignore di Goma e abbiamo pranzato con il pesce del lago (però alcune verdure mi hanno regalato la diarrea... due padri, non so a quale ordine appartenessero, mi hanno dato un paio di pastiglie vaticane e ho retto, non proprio bene, fino al ritorno a casa, avevo comunque in tasca  le schede con quasi duemila immagini). Quell’ultima notte in Congo, bagnato di sudore freddo, ho detto al solito topino che veniva a giocare tra le mie cose: è  la fotografia bellezza, e nessuno non ci può fare niente!
Il Congo è territorio di guerra, di saccheggio, di colonizzazione delle potenze occidentali e dei regimi comunisti... a Goma (una delle principali città del Congo) non ci sono strade asfaltate né fognature... non c’è illuminazione né rete idrica... i profittatori, i conniventi, i trafficanti con i criminali governativi (come in certi paesi dove la mafia siede in parlamento) si fanno case grandi e belle in mezzo a baracche fatiscenti e tutto senza un minimo di urbanizzazione accettabile... ci sono tre vulcani e l’ultima volta che uno ha eruttato è stato nel 2002... molte vittime (naturalmente i poveri) sono ancora seppellite sotto le pietre con le quali costruiscono le nuove dimore degli arricchiti... tra le baracche c’è ancora la lava dell’‘800... quando piove, anche se per breve tempo, tutta una fanghiglia nera compre la città... il traffico è intenso... non ci sono però auto comuni... solo fuori strada, motociclette o piccoli pullman... le buche sono profonde... la strada principale è colma di rifiuti, massi, palazzi diroccati... i morsi della guerra degli anni ’90 sono sempre evidenti... si respira l’odore di morte che è passato di lì e il genocidio dei Tusti è nell’aria, sulla pelle e negli occhi dei vecchi... quando alzi la fotocamera sui bambini, molti si buttano a terra come per ripararsi da un colpo di fucile... le donne fuggono... i ragazzi offendono o si mostrano in  pose derivate dalla società dello spettacolo (che passa nelle immagini tremolanti dei televisori). La birra e una specie di liquore ricavato dalle banane e mescolato con altro... sono responsabili di molte ubriacature e violenze... decine e decine di soldati dell’Onu, Croce rossa, Fao, comitati internazionali della povertà scarrozzano nel territorio in camionette, camion, suv... proteggono un popolo che non si sa proteggere, dicono... tuttavia appare chiaro che sono lì per approfittare della valanga di soldi che piovono nei loro conti correnti... il solo bianco buono è quello morto.
Le donne e i bambini sono la vera speranza del Congo... testimoni di una bellezza antica, deflorata, annichilita, bastonata, mai vinta però... c’è amore in quella gente, ricerca del sé, dell’appartenenza a qualcosa che è stato e che non è più... quando  le donne africane avranno tagliato il cazzo a tutti gli uomini, allora e solo allora conquisteranno il diritto  alla felicità... e non ad essere comprate per qualche capra e destinate solamente al lavoro nei campi, a portare l’acqua nelle capanne e alla riproduzione di figli... quando gli africani prenderanno a calci in culo i bianchi e li butteranno nell’oceano, allora e solo allora la libertà inciderà senza fine su un presente interminabile fino agli ultimi passi dell’umanità. I colonizzatori si sono accorti degli africani soltanto quando è stato sgozzato il primo bianco.
In quella terra fertile, ricca di molte cose (il Coltan, ad esempio... che come sappiamo è quasi solamente in Congo e permette la comunicazione delle nuove tecnologie in tutto il mondo... o i diamanti, merce di scambio dei “signori della guerra” per  nuovi saccheggi del continente africano), il potere politico impone un sistema di deprivazione e carcera o uccide l’immaginario sociale... Fabrizio De Andrè aveva compreso tutto quando cantava: “Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fiori”... la critica radicale del dominio dell’uomo sull’uomo è passata per le armi... organizzare la vita collettiva diventa difficile... la sovranità del popolo (ma in ogni parte della terra è la medesima cosa) è seppellita nell’assassinio dei Lumumba africani e gli uomini (non solo africani) non potranno conoscere la bellezza della democrazia partecipativa finché tutti i beni non saranno messi in comune, finché non ci saranno né villani né nobili e finché con le budella dell’ultimo massacratore non sarà impiccato l’ultimo padrone. Il raggiungimento di una società di liberi e uguali è tutta qui. Sia lode ora a uomini di fama.  
Congo, 10 volte marzo 2012


Nella diffusione e/o ripubblicazione di questo articolo si prega di citare la fonte: www.utopiarossa.blogspot.com

mercoledì 14 marzo 2012

LETTERINA GIOCOSA, di Pino Bertelli

ai miei amici,
a Pier Paolo, mio figlio,
e al mio amico e maestro Don Andrea Gallo...

Devo ancora incontrare un folle, un emarginato, un escluso, un violentato, un “quasi adatto”... le cui radici non affondino nel mio cuore. Il fotografo di strada è colui che, una volta viste le sue fotografie, ti dà la sensazione che le sue migliori immagini siano già state fatte o ancora da fare... il fotografo dei fotografi è quello che si guadagna l’amore del povero in cambio di un sorriso sdentato... chi è ricco, troppo ricco, vuol dire che ciò che ha l’ha rubato a un altro, diceva mio padre, che sia beato nel vento di scirocco africano...
sono in partenza per il Congo... mi hanno detto che c'è un bel clima, bella gente, buoni amici... incidentalmente ci sono anche i ragazzi soldato, orfanotrofi, scuole da costruire... insomma è una bella vacanza-studio... le “escort” sono tutte impegnate con i parlamentari, così vado solo con un mio amico prete nero-nero... il mio compagno di viaggio ha già perso l'aereo un paio di volte e al posto del visto di transito per il Rwanda gli hanno venduto la réclame della cipria di Carla Bruni (moglie anoressica di Sarkozy, presidente rampante di Francia) ed è scampato a un paio di massacri tribali per distrazione... però ha un bel sorriso, di quelli che non si vedono in televisione e ti fanno pensare che un bel morso al nemico è sempre meglio di qualsiasi consiglio per gli acquisti...

mercoledì 16 novembre 2011

DUE ESEMPI DI CIVILE POLEMICA, di G. Cremaschi, A. Helman e R. Massari


Pubblichiamo di seguito, con l’autorizzazione degli interessati, uno scambio di lettere personali tra Roberto Massari e Giorgio Cremaschi, e tra Massari e Alfredo Helman. Cremaschi è persona nota in Italia; Helman è uno degli argentini che si addestrarono a Cuba per raggiungere la guerriglia del Che in Bolivia (non fece in tempo ma Guevara lo nomina nel Diario); vive da tempo a Viareggio, è membro della Fondazione Guevara, ha pubblicato un libro sul Peronismo e uno sulle proprie passate esperienze politiche (Il militante, Edizioni clandestine, Marina di Massa 2005).

Pubblichiamo questo scambio per due ragioni:

1) Sia la lettera di Cremaschi che quella di Helman sono repliche a critiche di Massari; quella di Cremaschi a un articolo recentemente pubblicato su questo blog e quella di Helman a una lettera di Massari dopo la lettura del libro Il militante. Come redazione di Utopia Rossa non siamo interessati a commenti anonimi e poco o nulla argomentati (prova ne sia che questo blog non prevede la classica sezioni "commenti agli articoli"); desideriamo, invece, dialogare o polemizzare in modo aperto e meditato, nel caso rendendo disponibili tutti i materiali, senza preclusioni. La pubblicazione di queste lettere è in tale spirito di franca discussione.

2) La seconda ragione è anche più importante. Riteniamo che i due scambi, che il caso ha voluto accadessero quasi contemporaneamente, sono un bell'esempio di come dovrebbe essere una discussione politica sana, civile, capace di comprendere le ragioni dell’interlocutore nello stesso momento in cui si esprime dissenso o ferma opposizione alle stesse. Purtroppo si tratta di occasioni rare, tanto da meritare un certo rilievo per il loro valore di esempio. La norma nella sinistra italiana è invece altra: il silenzio, l’insulto, il travisamento. Una discussione civile e razionale è sia un dovere etico-politico, sia la condizione per chiarire dissensi e convergenze al fine costruire una sinistra anticapitalistica vitale (Michele Nobile).


Cremaschi-Massari (13 novembre)

Caro Roberto,
credo che alla luce degli ultimi avvenimenti potresti convenire con me che la tua polemica su un mio breve comunicato(*), totalmente ignorato dal regime informativo postberlusconiano, sia stata un poco esagerata.
Il tallone di ferro che ci stanno costruendo addosso a colpi di spreads a mio parere richiede un salto di analisi e iniziativa. Non penso minimamente ad alleanze con borghesie nazionali... ahaha e quali poi... ma ad una lotta durissima che per me ha un solo paragone: quella dei residui del movimento operaio europeo contro il nazionalismo del 1914... Non dico che la situazione è la stessa naturalmente, ma che è dello stesso segno e che va nella stessa direzione.
Il regime che spinge per il consenso a Monti pare lo stesso che nelle “giornate radiose” del maggio 1915 portò l’Italia a scendere in guerra. E stiamo tranquilli, il nazionalismo, la retorica del RI MONTI AMO saranno la miscela che verrà usata per coprire il massacro sociale.
Il mio scandalo per la presenza dei messi del FMI era tutto qui, nella piena consapevolezza che essa era assolutamente minoritaria… per ora.
Certo oggi c'è anche una destra che parla di governo delle banche, ragione di più per essere in campo noi, con i 5 punti del movimento no-debito e con anche molto altro.
Onestamente penso che dopo il governo Monti nessuno di noi sarà perdonato se non farà l'impossibile per unire tutte  le forze e le persone che vogliono disertare dalla guerra del debito e lottare contro il dominio che essa esercita qui e ora. A me tutto questo è assolutamente chiaro da quando Marchionne vinse il ricatto a Pomigliano. Da allora per me comincia la Terza repubblica ove il capitale governa direttamente...
Mi posso sbagliare, ma non trovo nel programma di chi vinse proclamando tutto il potere ai soviet altro che rivendicazioni che oggi sarebbero definite democratiche radicali. Io penso al rifiuto del debito come al rifiuto della guerra e anche per questo mi preoccupo del consenso che la guerra al debito per ora conquista a livello di massa. Loro saranno sciovinisti, noi semplicemente dobbiamo far fronte ai nostri  padroni e ai loro legami internazionali. Alle prossime
 Giorgio

Caro Giorgio, la tua risposta conferma ciò che vado dicendo di te da molto tempo, e cioè che sei una delle ultime persone civili rimaste nella ex estrema sinistra (sulla ex sinistra non vale la pena di parlare). E certamente la tua precisazione è dettata dalla consapevolezza o constatazione che il passaggio del potere istituzionale a Monti (nella sostanza, ma anche per il modo extraparlamentare con cui è stato fatto) rappresenta una montagna d'ingerenza da parte dei vertici dell'imperialismo mondiale rispetto al sassolino d'ingerenza che sarebbero stati i presunti ispettori. E forse ti sarai anche detto che la spiegazione che avevo dato io per la trovata degli ispettori (e cioè un gesto di diffida o sfiducia in più, visto che in alto avevano deciso di farla finita con Berlusconi) si è rivelata giusta e tempestiva. Di qui probabilmente anche il desiderio di mantenere aperto il dialogo fra noi, come mi auguravo anch'io nel finale del mio intervento.

Voglio rassicurarti dicendo che non ho pensato che la tua posizione sugli ispettori (o ancor prima sul non-pagamento del debito - che è cosa diversa dal non-pagamento dei costi sociali del debito che in quanto tale non differisce granché dalla lotta rivendicativa quotidiana) significasse un tuo spostamento a destra o a favore di un'alleanza con borghesie nazionali. Il problema è un altro e non credo si possa affrontare in queste poche righe. Riguarda un certo modo di procedere per reazioni successive, la pressione delle alleanze politiche che hai tessuto da un po' di tempo a questa parte, la convinzione di poter imprimere da solo, con la tua esperienza Fiom, un orientamento unitario e anticapitalistico ai relitti di una estrema sinistra che in quanto tale non esiste più da tempo, le deformazioni ideologiche che ci si porta dietro per esser cresciuti politicamente nella Cgil, o nel Pci, o in Dp, o nel Prc, o in tutti costoro o in uno dei tanti gruppi minori autosoddisfatti (scegli tu la combinazione in cui ti riconosci) - ma sempre e inequivocabilmente in una dimensione nazionale, in primo luogo. E sempre e comunque in un rapporto di non-dialogo teorico con le altre correnti o componenti, in secondo luogo.
Per es., ora che con Monti si preparano tempi ancor più duri che con Berlusconi, sarebbe interessante sentire qualche autocritica da parte di coloro che per un decennio o più hanno fatto dell'antiberlusconismo la bandiera principale e in nome di tale bandiera sono anche andati al governo, all'abbraccio col centrosinistra ecc. Se qualche "dirigente" riconoscesse l'errore compiuto e si ponesse modestamente a ritessere la trama con coloro che questo errore non l'hanno fatto, forse non faremmo dei passi da gigante in avanti, ma muoveremmo qualche passettino che magari fornirà una base di crescita ad altri, un investimento per il futuro ecc. Al momento ciò non accade e si conferma così che continuiamo a vivere l'anno zero del pensiero e del progetto anticapitalistico e tu lo verificherai prima o poi. Più pessimista di come sono sul tipo di forze politiche sulle quali ti stai appoggiando non potrei esserlo (staliniani, centristi sui generis ed ex forchettoni rossi, gruppettari e vittime più o meno illustri della società dello spettacolo...). Vorrei tanto aiutarti nella tua battaglia mettendoti a disposizione la mia esperienza rivoluzionaria più che quarantennale, nonché le capacità teoriche dei compagni che compongono la redazione internazionale di Utopia rossa (pensa che sommando le opere di 5 o 6 di noi si arriva a un centinaio di libri scritti nell'arco di qualche decennio...). Ma so benissimo che ciò non è facile da realizzare per il veleno che si è diffuso e radicato dopo le corse agli incarichi parlamentari, dopo le tante scissioni ed espulsioni, dopo l'avvento dell'individualismo sul senso del collettivo. Insomma, il forchettonismo rosso.
Restiamo quindi in contatto. Comunichiamo quando è possibile e speriamo che da qualche parte si riesca a perforare la diga.
Un abbraccio
Roberto
* * *

Massari-Helman (15 novembre)

Caro Alfredo, ho finito di leggere attentamente il tuo libro Il militante e ho dato una scorsa a quello sul Peronismo. 
Quest'ultimo non è un libro da lettura, ma da consultazione e come tale lo utilizzerò. Condivido pienamente la tua battaglia per far capire che Perón non è stato un dittatore fascista, ma anzi è stato l'unico leader che col suo specifico populismo sia riuscito a unificare la stragrande maggioranza dei lavoratori argentini nella totale incomprensione da parte del movimento operaio classico. (Del resto avrai visto come la penso nel mio libretto su Il peronismo). 
Trattandosi per te di una storia autocritica (in quanto ex comunista prosovietico) mi sembra che il libro sia veramente onesto. E utile, perché i dati che tu riporti non si trovano facilmente raccolti insieme in un unico libro. (Peccato che Perón sia scritto sempre senza accento. Ma mi pare che nel resto del libro tutti i nomi latinoamericani siano privi di accento.)

Il militante, invece, si legge bene, come storia di vita. Una storia che si svolge da entrambi i lati dell'Atlantico con scorribande in Russia e in Cina. È veramente istruttivo vedere come sei entrato nel movimento "comunista". Scusami le virgolette, ma per mia formazione non sono mai riuscito a considerare gli staliniani come comunisti. Il bello è che verso la fine del libro questo lo dici anche tu, con un linguaggio cauto ma nella sostanza non differente dal mio.
Non pensavo che la parte precedente il tuo ingresso nell'area guerriglieristica si sarebbe rivelato così interessante alla lettura. 
E invece lo è e lo consiglierei a qualsiasi giovane argentino che voglia sentire l'aria che tirava in quegli anni anche per chi stava all'esterno del movimento peronista.
E poi ovviamente mi sono divorato e annotato tutta la parte "guevarista", preziosa anche per "specialisti" del Che. Nel tentativo di ricostruire il grande mosaico della vicenda di Guevara, tu apporti delle tessere utili, che si vanno a incastrare con altre tessere. E devo dire che combaciano sempre. (E' stranamente assente dal tuo libro il nome di Amalio Rey che ho conosciuto molto bene a Córdoba e con lui ho visitato Alta Gracia.) Io - all'epoca guerriglierista come te - arrivai a Cuba a luglio del 1968 e vi rimasi sino a fine dicembre, quindi con solo un anno di ritardo rispetto a te. Puoi immaginare quindi con quanta passione ho letto la tua trafila, ben sapendo che sarebbe potuta essere anche mia. Nell'autunno del 1968, infatti, chiesi alla mia "protectora" (o directa responsable), Melba Hernández, di mandarmi a combattere in America latina. Ignoravo ovviamente la svolta che c'era stata nell'orientamento del Departamento para las Américas. Per mia fortuna Melba mi rispose negativamente dicendo che tipi come me servivano di più in Europa e che in Italia, se fossi riuscito a costruire un gruppo deciso e ben armato...
Non sto scherzando: è storia vera e credo che tu sei uno dei pochi ancora in circolazione che riesce a credermi.
Un valore aggiuntivo al tuo libro è dato dal fatto che sei ancora in circolazione, per l'appunto. Con idee politiche che non condivido affatto, ma che sono "storicamente" comprensibili.
Se ci fossimo conosciuti alla fine degli anni '60 o prima che il crollo dell'Urss creasse tanta demoralizzazione nella ex sinistra, forse oggi la penseremmo in maniera simile. Ma così non è andata, né con te, né con le migliaia di compagni sparsi nel mondo che allora erano disposti a dare la vita per l'ideale rivoluzionario, ma non sono stati poi disposti a continuare quando invece che il sacrificio della vita si richiedevano l'uso della ragione, la pazienza e soprattutto letture giuste e formative.
Sono contento di averti conosciuto, sono contento che tu sia parte della Fondazione Guevara e sono contento di aver letto il tuo libro autobiografico. Avendo i soldi lo ripubblicherei senza esitazioni nella collana Guevara della mia casa editrice. Ma così non è e credo che non lo sarà per un bel po' di tempo visto che da Tre-monti siamo passati a un Monti solo.
Un abbraccio
Roberto

Caro Roberto:
Decirte que tu carta me produjo una gran alegría no es la consabida  formalidad.
No es común, aun entre compañeros, sentirse estimulado y considerado con la generosidad que reflejan  tus líneas.
¡Gracias de todo cuore!
Creo haberte dicho - y en todo caso lo repito - que  tu caracterización del peronismo es la única escrita de un italiano, en la que me reconozco. Todas las otras que leído, son influenciadas por las deformaciones,  que la rabia y la frustración de comunistas y socialistas argentinos, impusieron  a  una visión justa del peronismo.
 Creo que también nos une la condena del estalinismo. Es realmente cómico que la crisis de un ex estalinista como yo, haya comenzado por su visita a la URSS. Es como si un musulmán dejara de serlo después de la visita a la Meca.
Quizás nos separa la caracterización de este proceso latinoamericano, que en mi provoca entusiasmo  y creo que en vos, perplejidades bastantes criticas.
Pero en fin, si todos los compañeros pensáramos igual el mundo sería muy aburrido.
Quiero decirte que estoy muy orgulloso de que me hayas aceptado en la Fondazione Guevara y que en los días que compartimos me ha impresionado la pasión,  la dedicación y la competencia con que estas librando tu batalla política y cultural.
Dejame decirte también que tipos como vos son un ejemplo para todos. Y sobre todo para los pibes que sin duda hoy, se aprestan a  continuar  la herencia, que nosotros recogimos a su vez de nuestros mayores.
Te mando un fraternal abrazo y espero verte pronto.
Alfredo


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lunedì 14 novembre 2011

UNA PRECISAZIONE, di don Ferdinando Sudati

(sull'articolo CRISTIANESIMI (I) - Martiri del libero pensiero e della scienza. Presunti "santi" e canonizzazioni ad hoc, di Pier Francesco Zarcone)

Caro Roberto,
seguirò con interesse la serie di Zarcone “Cristianesimi” - è sempre un brillante scrittore - sebbene mi pare dica cose già molto visitate e forse scontate anche per la “massa”, però repetita iuvant e qualcosa di nuovo c’è sempre. Aspetto in ogni caso le altre puntate.
Su un punto avrei qualche dubbio, laddove scrive: «A questo genere appartiene lo “scandalo” dei manoscritti del Mar Morto, scoperti per caso da alcuni beduini a Wadi Qumrān. La Chiesa ci mise le mani sopra e ne tenne nascosti i risultati fino a quando non ebbe appurato che non contenevano nulla di idoneo a confutare la narrazione cattolica sulle origini del Cristianesimo». Non conoscevo questa versione, che mi stupisce perché detto materiale è stato trattato e pubblicato da un gruppo internazionale e interconfessionale di studiosi e oltretutto mi pare che i primi e forse maggiori studiosi dei manoscritti di Qumrān siano protestanti. Indubbiamente Luigi Moraldi, uno più ragguardevoli studiosi italiani di Qumrān, è cattolico e prete, però uscito dal clero e dall’organizzazione accademica ecclesiastica, quindi più libero da vincoli.
Forse c’era qualche paura ma non al punto da consigliare e consentire  un veto. Anche il libro dal titolo un po’ intrigante Manoscritti segreti di Qumran. I 50 documenti che fanno discutere l’esegesi biblica mondiale, di R.H.Eisenman-M. Wise (Piemme, Casale Monferrato 1999, 10 ed.) accenna a motivi spesso “banali” che hanno fatto ritardare la pubblicazione dei manoscritti (p. XIII). Parlo però da non competente in materia e sempre salvo meliori iudicio.
Buona giornata.
don Ferdinando Sudati
P.S. Volevo solo precisare che Moraldi è più famoso come studioso degli apocrifi del Nuovo Testamento, però è stato anche editore in Italia dei manoscritti di Qumran (noti all’epoca).

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sabato 15 ottobre 2011

INFORME SOBRE EL IMPEDIMENTO DEL VIAJE A ITALIA, por Douglas Bravo

Desde Utopía roja expresamos nuestra más grande solidaridad hacia el compañero Douglas Bravo por el evidente atropello al que ha sido sometido impidiéndole salir de Venezuela y publicamos el informe que nos hizo llegar ayer (14-10-2011).

Roberto Massari querido hermano:
Hemos estado lamentando la violación de los derechos humanos cometida por el gobierno de Hugo Chávez contra mi y en general contra otros miembros de Utopía Tercer Camino. Y lo lamentamos mas todavía por cuanto todos los camaradas de Venezuela querían mi presencia en esos extraordinarios actos que ustedes y tú en particular estaban organizando en Italia con motivo del 13º encuentro de la Fundación Ché Guevara. No es nueva esta violación y represión contra nosotros, se viene dando desde la primera semana que Chávez tomó el poder, por ejemplo podemos citar que cuando se llevó a cabo la reunión internacional en San Vicente del Caguán (1999-Colombia) entre las Farc y el gobierno de ese país(Marulanda-Pastrán) yo fui invitado y estuve presente en esa localidad y para poder salir y entrar de Venezuela libremente algunos hermanos del gobierno que ocupaban altos empleos contribuyeron para que los cuerpos represivos no lo impidieran, cuando regresé me enteré que habían sido destituidos de sus cargos por su gesto de solidaridad conmigo, desde ese entonces hasta nuestros días siempre me han retenido en los aeropuertos y para poder salir, siempre he necesitado el auxilio de un alto empleado oficial amigo; un día fui detenido en la ciudad de Maracay, la policía y el gobierno no tenían argumentos válidos para esa acción, luego me fueron siguiendo sistemáticamente hacia dos ciudades del occidente del país donde participaría en actos públicos y programas de televisión.   
Diario Tal cual, Caracas
De tal manera que ahora la situación se hizo mas apremiante para el oficialismo chavista porque este gobierno se estaba sometiendo al examen periódico universal que realiza el Consejo de Derechos Humanos de la ONU y mis declaraciones en Italia tendrían repercusión inmediata contra un gobierno que se dice practicante del socialismo siglo XXI y es el mas antiobrero, negador de los DDHH, que ha hecho presos y ha asesinado a obreros y niega sus contratos colectivos y libertad sindical. En esta oportunidad el alto gobierno con sus aliados internacionales usaron la excusa de que yo tenía un auto de detención y una prohibición de salida del país del año 1998 (anexo) de cuando gobernaba todavía el presidente Rafael Caldera por una lucha ecológica campesina que lideré contra una multinacional del cartón, este auto de detención y prohibición de salida han caducado y además incluían a once personas algunas de ellas ocupando actualmente altos cargos públicos a quienes jamás se les ha molestado por esa razón, casualmente uno de esos funcionarios se encontraba en Ginebra en el mencionado examen de DDHH que hacían a Venezuela. Al día siguiente siete de octubre fui con mis abogados a reclamar y protestar contra el procedimiento anticonstitucional a que fui sometido y la respuesta oficial: “..esta orden de captura y prohibición de salida del país del año 1998 ya caducó, lo que si está vigente es un auto de detención del año 1952..” En ese año era dirigente estudiantil en la Universidad del Zulia donde estudiaba Derecho y fui detenido por la dictadura del General Marcos Pérez Jiménez al promover una huelga contra un fraude electoral cometido por ese régimen. Hermano Roberto no se trata sólo de un atropello reciente a mis derechos humanos, a la libertad de movilización, es un hecho sistemático contra miles de revolucionarios. A tal efecto te enviaré la lista de esas violaciones al movimiento obrero, indígena, estudiantil, campesino, religiosos de distintas corrientes, militares revolucionarios, pequeños productores, etc. Te anexo auto de detención, documentos con nuestra protesta y ambigua constancia de exclusión. Te ratifico que haré el esfuerzo para viajar a Italia este mismo año y para que tú puedas venir a Venezuela este año o el próximo. 
Abrazos  
Douglas Bravo

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venerdì 14 ottobre 2011

Adesione di Alex Pausides (Cuba) a Utopia rossa

Estimado Roberto:

Pienso que mi labor promocional de la poesía y de los poetas en América, buscando nuevos espacios para la acción ciudadana de los poetas y su participación al lado de los pueblos, tiene puntos de contacto con el trabajo que hacen en Utopía roja.
Por tanto considéreme parte de los que quieren realizar la utopía desde la izquierda libertaria.
El mundo debe ser transformado. Yo quiero estar con mi palabra en algún lugar de esa trinchera.
Un abrazo

Alex Pausides

(Bolsena, 14 de Octubre de 2011)

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venerdì 15 aprile 2011

Che bei giorni di sole e profumata libertà!, di Peppe Fontana


Carissimi Amici e Compagni
Rieccomi dai fumi evaporati di Bacco... che bei giorni di sole e profumata libertà !
questa volta ho avuto tempo per godermeli con più serenità.
Inutile dirvi quanto mi hanno felicitato i vostri auguri in tutte le lingue, trasmettendomi pensieri pregni di solidarietà e affettuosa amicizia e facendomi sentire il vostro esserci con immutata carica umana, da ogni dove, sullo stesso filo d’Arianna che continua a  nutrirmi di quella energia per resistere , lottare e sognare.
Siete davvero dei cari e speciali compagni di cui mi  onoro esservi amico.
Ora mi preparo alla parte più dura e crudele di questa vacanza....il rientro con i propri piedi all’inferno......non so con quale forza potrò piegare il mio spirito a voler portare questo corpo dentro il lager di Badu 'e Carros,  ma so che dovrò farlo e lo farò perché questo è al momento l’unico modo per ritornare in libertà fino a quando non si renderanno conto che continuare a tenermi in cella al costo di euro 400 al giorno, per poltrire gravando sulle tasche dei lavoratori, è ridicolo e un'ingiustizia, mentre chi ci dovrebbe stare si garantisce l’impunità col il processo breve ovvero con l’ennesima legge personale.
Spero di darvi buone notizie nei prossimi mesi, nel frattempo vi abbraccio tutti caramente 
   Peppe

lunedì 29 novembre 2010

HUMBERTO VÁZQUEZ VIAÑA IN UTOPIA ROSSA, di Roberto Massari

 IN  ITALIANO
Cari compagni e care compagne,
posso finalmente darvi la conferma definitiva di una notizia che covava sotto la cenere.
Qualche settimana fa, con una lunga lettera, avevo chiesto a Humberto Vázquez Viaña di entrare a far parte del progetto di Utopia rossa sulla base dei sei punti etico-politici che abbiamo assunto come base comune e internazionale. Humberto ha risposto affermativamente, dicendo che considera "un onore" far parte della nostra iniziativa e del comitato di redazione di Utopia rossa (Ricordiamo che non esiste una struttura organizzativa vera e propria alla quale aderire, perché Utopia rossa non è un gruppo, ma un'associazione politica libera e libertaria).
Il suo nome è stato inserito nel blog e io gli ho già risposto che l'onore è tutto nostro.
Ricordo, per chi sia troppo giovane per saperlo, che Humberto ha fatto parte della guerriglia del Che in Bolivia (rete urbana, insieme a Loyola e Saldaña); che è ormai uno dei pochi guerriglieri sopravvissuti di quella vicenda; che di lui parla il Diario del Che alla giornata del primo gennaio 1967 (e non di Humberto Rhea, come si era creduto erroneamente); che fu lui ad accompagnare Tania fino alla guerriglia; che suo fratello Jorge ("El Loro") fu uno dei guerriglieri più celebri del gruppo boliviano; che per anni, benché profugo, Humberto si è battuto per la ricerca della verità su quella ed altre vicende delle guerriglie latinoamericane senza farsi intimidire da nessun governo o partito; che le sue ricerche sono raccolte in un primo volume (altri seguiranno) che ho pubblicato anche in italiano; che Humberto è ormai considerato il massimo studioso boliviano del Che, a fianco del carissimo Carlos Soria Galvarro.
Aggiungo che Humberto è diventato quasi cieco, ma continua a leggere e scrivere grazie a delle moderne attrezzature che gli ha fornito il governo svedese. Anche in questo è un esempio di coraggio e tenacia per tutti coloro che gli occhi ce li hanno ancora, ma non vedono al di là di un palmo del loro naso.
Dire che per Utopia rossa la notizia è fonte di gioia, è dire poco. In realtà stiamo avendo un'altra significativa conferma del fatto che la metodologia e l'onestà che stiamo utilizzando per raccogliere unitariamente le poche energie rivoluzionarie sopravvissute agli scempi di questi ultimi decenni, non hanno solo una forte rilevanza teorica (vedi i libri da noi fin qui pubblicati), ma possono conseguire anche dei risultati pratici: modesti quanto si vuole, ma concreti e di qualità.
Fuori da opportunismi elettoralistici, fuori da narcisismi individualistici, fuori da meccanismi gruppettari personalistici, fuori da disturbi della personalità mascherati come militanza politica (in realtà psicopatologia politica), stiamo riuscendo a mettere e a tenere insieme energie vitali di diversa matrice ideologica e di diversa esperienza storica: marxisti, marxisti libertari, femministe, anarcocomunisti, anarcosituazionisti, guevaristi, trotskisti, credenti rivoluzionari, atei anticlericali e via di seguito, costituendo uno spettro ideologico che speriamo diventi sempre più ampio, all'altezza delle sfide che ci lancia lo sviluppo del capitalismo contemporaneo, al momento più che vincente sull'intera faccia terrestre.
La presenza di un membro della guerriglia boliviana è per noi un simbolo di continuità con l'esperienza storica del Che, e in quanto tale ci onora. Allo stesso tempo ci offre una conferma sulla qualità del nostro modo veramente nuovo di praticare l'impegno politico rivoluzionario e internazionalistico.
Nell'abbracciare Humberto e nel dargli il benvenuto, non si può fare a meno di gridare tutti insieme
Hasta la victoria!
Roberto 

EN  ESPAÑOL
HUMBERTO VÁZQUEZ VIAÑA EN UTOPÍA ROJA, por Roberto Massari

Queridos compañeros y compañeras:
Puedo finalmente confirmarles una noticia que estaba latente desde hace un tiempo. Hace algunas semanas, con una larga carta, le propuse a Humberto Vázquez Viaña de unirse al proyecto de Utopia Rossa (Utopía Roja) en base a los seis puntos ético-políticos que hemos asumido como base común e internacional. Humberto ha respondido afirmativamente, diciendo que considera “un honor” hacer parte de nuestra iniciativa y de nuestro comité de redacción (recordemos que no existe una estructura organizativa propiamente dicha a la cual adherir, ya que Utopía Roja no es un grupo político sino una asociación política libre y libertaria).
Su nombre ya ha sido incluido en el blog y yo ya le respondí diciéndole que el honor es nuestro.
Para quienes son demasiado jóvenes para saberlo, les recuerdo que Humberto fue un integrante de la guerrilla del Che en Bolivia (en la red urbana, junto a Loyola Guzmán y Saldaña); que es uno de los pocos guerrilleros sobrevivientes de aquella epopeya; que a él se refiere el Diario del Che en la jornada del 1 de enero de 1967 (y no a Humberto Rhea, como se había creído erróneamente); que fue él quien acompañó a Tania a la guerrilla; que su hermano Jorge (“El Loro”) fue uno de los guerrilleros más notorios del grupo boliviano; que durante años, aún prófugo, Humberto luchó en busca de la verdad sobre aquella y otras experiencias guerrilleras latinoamericanas, sin dejarse intimidar por ningún gobierno o partido; que sus investigaciones han sido recogidas en un primer volumen (seguirán otros) que hemos publicado en italiano; que Humberto está considerado como el más grande estudioso boliviano del Che, junto al queridísimo Carlos Soria Galvarro.
Agrego que Humberto actualmente está casi completamente ciego, pero sigue leyendo y escribiendo gracias  a las modernas soluciones tecnológicas que pone a su disposición el gobierno sueco. También éste es un ejemplo de coraje y tenacidad para todos aquellos che tienen los ojos pero no logran ver a un palmo de sus narices.
Decir que para Utopía Roja la noticia es motivo de alegría es poco. En realidad es una significativa confirmación del hecho que la metodología y la honestidad que estamos poniendo en práctica para reunir las pocas energías revolucionarias que han sobrevivido a la devastación de estas últimas décadas, no tienen solamente una relevancia teórica (ver los libros publicados por nosotros hasta ahora), sino que pueden conseguir resultados prácticos, modestos si se quiere, pero concretos y de calidad.
Fuera de los oportunismos electorales, fuera de los narcisismos individualistas, fuera de los mecanismos de los grupúsculos con liderazgos personalistas, fuera de los disturbios de la personalidad disfrazados de militancia política (en realidad sicopatología política), estamos logrando captar y mantener unidas a energías vitales de diversas matrices ideológicas y de diversas experiencias históricas: marxistas, marxistas libertarios, feministas, anarco-comunistas, anarco-situacionistas, guevaristas, trotskistas, creyentes revolucionarios, ateos anticlericales, etc., etc., constituyendo un espectro ideológico que esperamos que se vuelva cada vez más amplio y a la altura de los desafíos que nos lanza el desarrollo del capitalismo contemporáneo, por el momento vencedor sobre toda la faz del planeta.
La presencia de un miembro de la guerrilla boliviana es para nosotros un símbolo de continuidad con la experiencia histórica del Che, y como tal nos honra. Al mismo tiempo nos ofrece la confirmación sobre la calidad de nuestro modo verdaderamente nuevo de practicar el compromiso político revolucionario e internacionalista.
Al abrazar a Humberto y darle la bienvenida, no podemos menos que gritar todos juntos
¡Hasta la victoria!
Roberto

sabato 27 novembre 2010

I libri di Utopia rossa - Campagna di sottoscrizione

Cari compagni e care compagne,

poiché l'area di sostenitori o semplici amici di Utopia Rossa si è cominciata ad ampliare da qualche tempo in qua, invio per la prima volta questa lettera sulla nostra sottoscrizione ad altri che finora non ne avevano nemmeno sentito parlare. Nella speranza, ovviamente, che alcuni di loro decidano di darci una mano. Per tutti, comunque, può essere interessante vedere quanto sia difficile per un'associazione rivoluzionaria far circolare le proprie elaborazioni teoriche in un contesto politico-organizzativo che ragiona solo in termini di apparati e risultati elettorali.
Ricordo che nella nostra associazione non esistono obblighi di quote e che i soldi che raccogliamo sono utilizzati unicamente per pubblicare i libri della collana Utopia rossa.
Finora abbiamo pubblicato 6 libri (in 4 anni). Altri sono in preparazione, un paio sono fermi in attesa di soldi per la pubblicazione. Tra questi il libro di Michele Nobile su Rosa Luxemburg che aspettiamo da tempo.
Esaminando il fondo della lista qui aggiornata si vede che Antonella Marazzi ha dato ora un contributo finanziario notevole (1.500 euro), sia per finire di pagare il libro di Zarcone sull'Islam, sia per accelerare l'uscita del libro di Michele.
Poiché finora non ha funzionato il sistema delle piccolissime quote mensili volontarie che avevo proposto, chiederei a tutti coloro che vogliono aiutarci di fare una bella donazione in una volta sola e di destinare subito una quota dell'eventuale tredicesima al fondo libri di Utopia Rossa. Chi può inviare solo un piccolo contributo, lo faccia ugualmente perché anche l'oceano è fatto di gocce...
Per come proseguire nel 2011 avremo modo di discuterne in seguito, a partire dalla riunione nazionale su Cuba del 18 dicembre (anche per quella ci vorrebbero i soldi per fare una manchette in prima pagina sul Manifesto...).
Di seguito, indico i modi per effettuare i versamenti. Poiché si tratta di tre conti della Massari editore (posta, postepay e Banca), raccomando di specificare o avvisare Utopia rossa dell'avvenuto pagamento.
Enzo Valls, amministratore del nostro blog dall'Argentina, troverà il modo di far comparire d'ora in poi stabilmente la nostra sottoscrizione sulla prima pagina.

Saluti rivoluzionari (e arrivederci al 18)
Roberto

c.c. postale 256 270 43
Postepay: 4023 6005 7560 2554
Iban: IT84E08730729100 000 000 70064

domenica 14 novembre 2010

SULLA CRISI ECONOMICA, di Michele Nobile

[risposta di Michele Nobile all'invio dell'articolo di Antonio Peredo, "Descubren a Marx" da parte di Enzo Valls, dall'Argentina.]

Carissimo,
vorrei rispondere all'invio dell'articolo che hai appena inviato.

Dal 2007-2008 vari editorialisti ed economisti hanno "riscoperto", dopo averli seppelliti, Keynes, Minsky e addirittura Marx.
Ciò perché "riscoprono" che il capitalismo è instabile e che l'incertezza ne è un dato di fondo; e anche perché, nel caso dei più sinistri, danno un'interpretazione essenzialmente sottoconsumistica della crisi, con terapia del tipo: ridurre la diseguaglianza per rilanciare i consumi, contenendo così la caduta della domanda aggregata.
Ora, che la distribuzione del valore e del plusvalore prodotto sia oggettivamente manifestazione dell'antagonismo di classe e della contraddittorietà del sistema è un fatto, così come, altra faccia della stessa medaglia, lo è la contraddizione tra progresso tecnologico e distribuzione del valore (che si esprime nella crescita della composizione organica del capitale).
Queste due contraddizioni strutturali evidenziate nel Capitale (insieme ad altre) danno luogo a due classi di teorie della crisi. Una essenzialmente sottoconsumistica (la crisi come effetto dell'iniqua diseguaglianza dei redditi) e politicamente di orientamento più riformista e keynesiano (con l'eccezione della "scuola" di Sweezy e Baran, Monthly review); l'altra più "fondamentalista" ma meccanicistica, ora in decisa minoranza, per cui la crisi, al limite il crollo sistemico, è espressione della automatica riduzione della massa e/o del saggio del plusvalore e della caduta del saggio di profitto (causa la crescita della composizione organica del capitale).
Ma il fatto è che nel Capitale si delineano contraddizioni strutturali del sistema e le ragioni dell'antagonismo tra le classi sociali, però non c'è una "teoria della crisi" congiunturale. In particolare, vi si nega esplicitamente che la crisi congiunturale dipenda dallo scarso consumo della forza lavoro. Se così fosse, allora, il capitalismo funzionerebbe meglio quando il saggio di plusvalore e/o di profitto è più basso. E infatti, per questi economisti di sinistra il problema è stabilire un saggio di profitto né troppo alto né troppo basso, frutto di un "compromesso socialdemocratico" tra capitale e lavoro.
Ora, il sostegno dell'occupazione, della spesa e dell'indebitamento dei salariati possono essere modi per temperare la crisi, ma non fattore determinante della stessa. Infatti, la prima risposta durante la crisi è aumentare la pressione sulla forza lavoro. Poi, per uscirne fuori, occorre un qualche fattore che rilanci l'investimento: dopo gli anni Trenta questo fu la guerra mondiale e la spesa per il riarmo (in Germania, che uscì dalla crisi prima degli Usa).
E ora? Questo è il dubbio amletico e l'impasse. Vedi i risultati delle elezioni di mid term negli Usa e i guai dell'Apostolo nero.
Poiché ritengo sia importante controllare le previsioni politiche ed economiche con gli sviluppi della realtà, per questa ragione e non per narcisismo mi cito dalla nota n. 1 sulla crisi, 8 marzo 2009, La crisi nel contesto storico e la neo-ortodossia di Obama, sesto e ultimo paragrafo:
«Gli effetti previsti sull’occupazione del piano proposto sembrano calibrati in modo da non raggiungere un tasso di disoccupazione "reaganiano" del 10%, che oggi implicherebbe circa 15 milioni di disoccupati: un livello comunque possibile, che sarebbe un indubbio fallimento politico.
Ma i capitalisti non gradiscono la piena occupazione, figuriamoci in una situazione di crisi».
Vedi anche le due note sulle previsioni circa la disoccupazione. Aggiungo il commento dello statunitense Economic policy institute sui dati del mercato del lavoro Usa di ottobre, fonte il rapporto mensile del Bureau of Labor Statistics (come produttori di informazione gli yankee sono infinitamente più democratici degli europei: le cazzate di un Berlusconi o di un Tremonti sulla necessità di limitare la diffusione di dati allarmistici sarebbero inconcepibili negli Usa):

«given the backlog of 14.8 million unemployed workers in this country, the pace of job growth is not strong enough to bring the unemployment rate down to prerecession levels anytime soon. To give this some context: If the rate of job growth were to continue at October’s rate, the economy would achieve prerecession unemployment rates (5% in December 2007) in roughly 20 years. For the fourth straight month, the unemployment rate held steady at 9.6%».

Dunque, siamo oramai a 15 milioni di disoccupati (nonostante la riduzione della popolazione attiva, cioè di coloro che lavorano o cercano lavoro), che salgono a 26,6 milioni contando anche i «sottoimpiegati» (sempre dati ufficiali del Bureau of Labor Statistics, che li produce da molti anni; in Europa non esistono statistiche ufficiali del genere, e recentemente Tremonti ha polemizzato con il governatore della Banca d’Italia che si è azzardato a fare una stima di questo tipo per l’Italia). Tra disoccupati e «sottoimpiegati» il tasso complessivo è il 17,6% delle forze di lavoro.
E, secondo l’Epi, al ritmo di crescita del Pil di ottobre 2010 occorreranno venti anni per riportare il tasso di disoccupazione al livello precrisi.
Si intende, quindi, il fallimento politico di Obama. Era prevedibilissimo, considerando le mosse di politica economica. Impediscono il crollo, salvaguardano il sistema finanziario, non risolvono il problema della disoccupazione delle bancarotte personali, né quello dell'incertezza degli investitori circa il futuro.
Tutto ciò aggrava il problema della domanda aggregata ma il vero problema è il rilancio dell’investimento: che accadrà se e quando sarà rilanciata una nuova bella bolla speculativa indebitamento-crescita della domanda e dell’investimento, o aumenteranno le esportazioni Usa (per dove?) o si inventeranno un qualche serio programma di investimenti finanziato dallo Stato federale (che non c’è). La relativa stabilità della Cina non è assolutamente sufficiente al rilancio della domanda mondiale (se ne approfitta solo la Germania, a scapito della domanda interna e del resto d’Europa).
Ti aspetto in Italia,
Michele

 

martedì 24 agosto 2010

SULLA PROPOSTA DELL'ENNESIMA MANIFESTAZIONE ANTIRAZZISTA, di Stefano Santarelli e Marco Ferrando (quello di Genova)

Una volta all'anno, come il Carnevale di Rio
di Stefano Santarelli

Miei cari,
sicuramente è a voi già noto che il 29 ottobre vi è la proposta dell'ennesima manifestazione antirazzista di cui si discuterà a settembre.
Vi esprimo sinteticamente alcune mie perplessità.
Ottobre è il mese che ormai viene dedicato alle manifestazioni antirazziste e come il carnevale di Rio che si svolge una volta all'anno così anche in Italia una volta all'anno esiste l'usanza di svolgere una grande manifestazione antirazzista tanto per tacitare le nostre coscienze.
Intendiamoci i problemi ci sono: da quelli puramente elementari come la questione della cittadinanza, che vede una legislazione italiana completamente arretrata rispetto agli altri paesi occidentali, fino all'integrazione - ma preferisco il termine rispetto - di altre culture come quella islamica.
Problemi che però non possono però essere risolti con un corteo per quanto questo possa essere significativo.
Infatti in questi anni non è mai stato risolto un solo problema inerente all'immigrazione.
La questione della cittadinanza di suolo per esempio è una battaglia che può essere vinta, ma con una mobilitazione che vada al di là del solito corteo. Con raccolte di firme, tavoli, adesioni pubbliche insomma con una mobilitazione veramente attiva.
Anche perché questa battaglia se non verrà fatta dalla "sinistra" verrà risolta dalla stessa borghesia poiché non vi è niente di rivoluzionario nel dare la cittadinanza di suolo ai bambini che nascono in Italia e oltretutto in fondo gli conviene concederla.
Ora dopo il flop del cosiddetto sciopero generale degli immigrati, fallimento facilmente prevedibile, si vuole proporre uno sciopero generale - questa volta dei lavoratori italiani - in difesa dei diritti degli immigrati.
Ovviamente i lavoratori italiani devono battersi anche per la difesa dei lavoratori immigrati i quali è giusto ricordarlo non sono rappresentati dai sindacati.
Ma in questo momento con un sindacato diviso al suo interno, con una grave crisi politica che investe anche la "sinistra" e con una combattività dei lavoratori italiani molto ridotta per usare un eufemismo mi sembra veramente utopistico chiedere uno sciopero generale in difesa degli immigrati.
Oltretutto bisogna tenere contro che il 16 ottobre c'è anche la manifestazione nazionale indetta dalla FIOM per non parlare della manifestazione del 2 ottobre organizzata dal popolo viola.
Certamente il 29 ottobre ci sarà questa manifestazione probabilmente con una buona partecipazione che verrà spacciata come sciopero generale. Ma ritengo che non sia questa la strada per difendere efficacemente i diritti degli immigrati.
Ciao
Stefano

********
"Uomini che lavorano"  vs. "Interessi del capitale che li sfrutta"
di Marco Ferrando

Cari utopisti rossi,
concordo pienamente con l'analisi di Stefano, ma vorrei spingerla ancora un po in là. Sento oramai la divisione in "categorie" una interpretazione anacronistica rispetto alla forza ed alle energie espresse dal capitale per difendere i propri interessi.
Se anche gli oppressi, gli sfruttati, i venditori di forza lavoro utilizzano le stesse categorie della classe dominante per rivendicare propri o altrui diritti, beh credo che la lotta non modifichi i rapporti di forza, anzi li appiattisca verso una eliminazione del conflitto. Se siamo tutti d'accordo che non ci accontentiamo della "pace dei ricchi", credo che sia necessario ricominciare a ragionare in termini di "uomini che lavorano" e di "Interessi del capitale che li sfrutta".
In sintesi, mi chiedo se abbia senso a questo punto di parlare "immigrati", "lavoratori a progetto", "rom", "musulmani" ecc.… oppure se sia meglio porre poche questioni "trasversali" per le quali i rom, insieme agli immigrati, insieme ai precari, insieme agli operai di Melfi, insieme ai ricercatori universitari... insomma "noi, popolo oppresso" si possano sentire uniti nella lotta.
Ecco: se una manifestazione ha senso (su questo strumento concordo con Stefano) deve poter unire questi soggetti in una unica categoria "umana" di sfruttati e oppressi. La troverei veramente "rivoluzionaria".
Un forte abbraccio a tutti
Marco Ferrando [da Genova]

giovedì 22 luglio 2010

Scambio di lettere tra Pietro Custodi e Roberto Massari


EN ESPAÑOL

Intercambio epistolar entre Pietro Custodi e Roberto Massari

[13 de julio de 2010]

Hola:

Discúlpame si te contesto recién ahora pero estuve trabajando ininterrumpidamente hasta ahora. He leído con atención el portal de Utopia Rossa que me enviaste. Debo decirte que ¡comparto totalmente los 6 puntos! Es más: los siento simplemente míos desde hace mucho tiempo. ¡Forman parte de mi “sentir”! La única perplejidad tiene que ver con el carácter sectario con el cual me parece que nace esta agrupación. Falta un vínculo popular, no es la expresión de quien está “abajo y a la izquierda” (para decirlo con un slogan zapatista, ¡perdóname!) y justamente por este motivo no sé si podrá expandirse y tener el éxito que debería y que yo quisiera. Me parece haber entendido que Guevara consideraba muy importante este aspecto: la guerra de guerrillas podía vencer solamente si era compartida y apoyada por el pueblo. ¡Muy buena también la sección dedicada a la sicopatología! Buena y original. Pero ¿no será también un espejo del blog de Utopia Rossa? Hago estas consideraciones en total sinceridad, como me esfuerzo en hacer siempre, pero con afecto y siempre sin tomarnos demasiado en serio. Te deseo una buena noche y como de costumbre… ¡HASTA SIEMPRE! Nos vemos pronto, el próximo 9 de octubre, ¡para recordar a “nuestro” Comandante!

Pietro

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[15 de julio de 2010]

Querido Pietro:

Me pone contento que compartas los 6 puntos. A ti tal vez te puede parecer obvio, pero si supieras cuánto cuesta encontrar a alguien que los comparta, que lo diga abiertamente y que trate de ponerlos en práctica coherentemente.
Por todo lo demás tenés mucha razón, aparte del término “sectario”, que probablemente lo has usado como sinónimo de “minoritario” y no con los contenidos ultra negativos que este adjetivo tiene para mí.
Minoritario uno nace y probablemente muere. Porque si yo o los compañeros de Utopia Rossa no fuéramos minoritarios, sino seguidos por movimientos de masas convencidos de lo justo de nuestras ideas, ¿tu crees que estaríamos aquí contándonos los dedos de los pies o haciendo campaña electoral cada año? Dirigiría o dirigiríamos el movimiento en un sentido revolucionario y finalmente la historia empezaría a girar en el sentido correcto.
Hace mucho que la historia no gira en el sentido correcto (lo digo en un sentido irónico, obviamente, ya que la historia va donde puede ir, donde los humanos la llevan). Y hay momentos cruciales en los que se ha producido una inversión de tendencia de manera vistosa (porque las corrientes subterráneas ya estaban operando). ¿Puedo mencionarte Kronstadt en 1921? ¿El Pacto Hitler-Stalin de 1939? ¿La muerte del Che en 1967? ¿La invasión de Checoslovaquia con el apoyo de Fidel en el verano de 1968? ¿La destrucción de Solidarnosc en la década del 80 y otros acontecimientos de los que somos contemporáneos?
A quienes me apuntan que en 45 años de honorable compromiso práctico y teórico no he logrado construir nada de grande y visible (en el terreno revolucionario) les pido siempre que me indiquen a alguien que lo haya conseguido, de manera que yo pueda adherirme inmediatamente y convencer a mis compañeros para que se adhieran también. Pero si esta alternativa concretamente no existe, entonces no queda más remedio que reconocer que Utopia Rossa es mejor que nada.
Si tu quisieras tomarte el trabajo de hacer junto conmigo una confrontación puntual sobre las alternativas Utopia Rossa o grupúsculos varios, UR o franjas varias de la centroizquierda, UR o los variados y efímeros movimientos localistas, te divertirías descubriendo cuántas variables de orden histórico, político, teórico, geográfico, ético y sico-político entran en juego en cada una de esas confrontaciones. Dominar todas las variables es prácticamente imposible, pero se puede intentar con una buena aproximación. Y bajo este perfil, Utopia Rossa es la “cosa” que hoy en el mundo se aproxima más, porque no es una suma de individuos egocéntricos sino un colectivo que intenta trabajar colectivamente. Que la distancia sea todavía medible en años luz es otro problema. Pero si me permites, esa distancia no la hemos creado nosotros sino los precursores de las organizaciones políticas que sacan ventaja, inclusive material, del atraso histórico de la revolución anticapitalista, libertaria y antiburocrática. Si te dijera que esos mismos individuos o grupos políticos siguen aumentando, quien más quien menos, tal distancia o por lo menos obstaculizando el trabajo de quien intenta abreviarlo, me tacharías de amargo pesimismo. Se trata en cambio solamente de sano realismo, que recibe confirmaciones diarias desde hace décadas y décadas.
Pero así como la rueda fue inventada varias veces en lugares y épocas diferentes de la humanidad, ¿quien te dice que no estén ya naciendo en otras partes del mundo otras agrupaciones políticas como Utopia Rossa, en las cuales dan sus primeros pasos los nuevos revolucionarios del futuro?
Por lo tanto, a costa de parecerte megalómano, quiero decirte que Utopia Rossa no es “nada” (y de todas maneras, “ es lo que hay”, como suele decirse): por lo menos bajo el perfil teórico, dado que agrupa sobre bases profundas éticas y racionales, algunas de las mejores cabezas pensantes y escribientes (desgraciadamente de un solo país), en un mundo en el cual los intelectuales no tienen ninguna voluntad de agruparse ya que cada uno tiene que pensar en su carrera, en publicar sus libros, en insertarse en la sociedad del espectáculo, etc. Yo, en cambio, soy tan tonto que me desangro para publicar también los libros de los demás, incluidos los que no están conmigo y hasta de los que me han hecho la guerra y a veces siguen haciéndomela (…). ¿Habrá una lógica en todo esto o lo hago solamente por espíritu misionero?
Lo cierto es que del misionero me gusta solamente la posición.
Gracias de todas maneras por la lectura y el comentario. (…)
Después de esta respuesta tuya –pequeña pero sincera – estoy seguro que nuestros caminos continuarán a cruzarse.
Saludos trotsko-libertario-guevariano-situacionistas.
Chau.

Roberto

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IN ITALIANO

[13 luglio 2010]

Ciao,
scusa se ti rispondo solo adesso ma ho praticamente lavorato ininterrottamente fino a questa sera. Ho letto con attenzione il portale di utopia rossa che mi hai mandato. Devo dirti che condivido totalmente tutti i 6 punti! Anzi più che condividerli posso dirti che li sento semplicemente miei da molto tempo. Fanno parte da tempo del mio “sentire”! L’unica perplessità è circa il carattere settario con cui questa formazione mi sembra nasca. Manca un collegamento popolare, non è espressione di chi “sta in basso e a sinistra” (per dirla con uno slogan zapatista. Perdonami!) e forse per questo non so se potrà espandersi ed essere vincente come dovrebbe e vorrei. Guevara mi è parso di capire che ritenesse questo elemento molto importante, la guerra di guerriglia poteva essere vincente solo se condivisa ed appoggiata dal popolo! Molto bella anche la sezione dedicata alla psicopatologia! Bella e originale. Ma non sarà anche uno specchio del blog di utopia rossa? Ti faccio queste considerazioni in tutta sincerità, come mi sforzo sempre di fare, ma con affetto e sempre senza prendersi però troppo sul serio. Ti auguro una buona serata e come al solito…HASTA SIEMPRE!!! A rivederci a presto, al 9 ottobre prossimo per ricordare il “nostro” Comandante!

Pietro

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[15 luglio 2010]

Caro Pietro,

sono contento della condivisione dei 6 punti. A te forse può sembrare ovvio, ma sapessi invece quanto si fatica per trovare qualcuno che li condivida, che lo dica apertamente e che tenti di metterli in pratica coerentemente.
Per il resto hai solo ragione, a parte l'utilizzo del termine "settario", che probabilmente lo hai usato come sinonimo di "minoritario" e non con i contenuti ultranegativi che questo aggettivo ha ai miei occhi.
Minoritari si nasce e probabilmente minoritari si muore. Perché se un tipo come me o come i compagni di Utopia rossa non fossimo minoritari, bensì seguiti da movimenti di massa convinti della giustezza delle nostre idee, credi che staremmo qui a contarci le dita dei piedi o a fare una campagna elettorale ogni anno? Indirizzerei o indirizzeremmo il movimento in un senso rivoluzionario e quindi finalmente la storia ricomincerebbe a girare nel verso giusto.
La storia da tempo non gira più nel verso giusto (lo dico in senso ironico, ovviamente, perché la storia va dove può andare, dove gli umani la portano). E ci sono delle date cruciali in cui si è operata l'inversione di tendenza in maniera vistosa (ché le correnti sotterranee eran tutte già al lavoro). Posso citarti Kronstadt nel 1921? Il Patto Hitler-Stalin nel 1939? La morte del Che nel 1967? L'invasione della Cecoslovacchia con l'appoggio datogli da Fidel nell'estate 1968? La distruzione di Solidarnosc negli anni '80 e via discorrendo verso avvenimenti di cui sei/siamo anche contemporanei.
A chi mi ricorda giustamente che non sono riuscito in 45 anni di onorato impegno pratico e teorico a costruire qualcosa di grosso e visibile (in campo rivoluzionario) chiedo sempre di indicarmi chi invece ci è riuscito, in modo che io possa subito aderire e convincere i miei compagni a farlo insieme a me. Ma se questa alternativa concretamente non esiste, allora è giocoforza riconoscere che Utopia rossa è meglio di niente.
Se tu volessi metterti a fare con me un confronto serrato sulle alternative UR o gruppetto tal de tali, Ur o questo e quello spezzone del centrosinistra, Ur o questo e quel movimento localistico che ieri non c'era, oggi c'è e domani non ci sarà più, ti divertiresti a vedere quante variabili d'ordine storico, politico, teorico, geografico, etico e psicopolitico entrano in ballo in ciascuno di tali confronti. Dominarle tutte tali variabili è praticamente impossibile, ma si può tentare di avvicinarsi con buona approssimazione. E sotto questo profilo UR è la "cosa" oggi al mondo che ci si approssima di più, perché non è una somma di individui egocentrici, ma un collettivo che tenta di lavorare collettivamente. Che poi la distanza sia ancora misurabile in anni-luce è un altro problema. Ma, se permetti, quella distanza non l'abbiamo creata noi, bensì gli antenati delle organizzazioni politiche che oggi traggono vantaggi anche materiali dal ritardo storico della rivoluzione anticapitalistica, libertaria e antiburocratica. Se ti dicessi che quegli stessi individui o gruppi politici continuano, chi più chi meno, ad aumentare tale distanza o perlomeno a intralciare il lavoro di chi tenta di abbreviarlo, mi accuseresti probabilmente di acre pessimismo. Si tratta invece solo di sano realismo che riceve conferme quasi quotidiane da decenni e decenni.
Ma come la ruota fu inventata più volte in zone ed epoche diverse dell'umanità, chi ci dice che non stiano nascendo in altre parti del mondo altre associazioni politiche come UR in cui muovono i primi passi i nuovi rivoluzionari del futuro?
E quindi, a costo di parerti megalomane, vorrei dirti che proprio niente niente UR non è (e comunque questo passa il convento... si diceva una volta): per lo meno sotto il profilo teorico, visto che raggruppa su basi profondamente etiche e razionali alcune delle migliori teste pensanti e scriventi (ahimé, di un solo paese), in un mondo in cui gli intellettuali non hanno alcuna voglia di raggrupparsi visto che ognuno di loro deve pensare alle proprie carriere, a pubblicare i propri libri, al proprio inserimento nella società dello spettacolo ecc. Io, invece, sono così scemo da starmi a svenare per pubblicare anche i libri degli altri, anche di quelli che non stanno con me, e anche di quelli che mi hanno fatto la guerra e a volte continuano a farmela (…). Ci sarà una logica in tutto questo oppure lo faccio per spirito missionario?
Il fatto è che a me del missionario piace solo la posizione...
Grazie comunque per la lettura e il commento. (…)
Dopo questa tua risposta - piccola ma sincera - sono sicuro che le nostre strade continueranno ad incrociarsi.
Quindi saluti trotsko-libertari-guevarian-situazionisti
insomma: ciao

Roberto

RED UTOPIA ROJA – Principles / Principios / Princìpi / Principes / Princípios

a) The end does not justify the means, but the means which we use must reflect the essence of the end.

b) Support for the struggle of all peoples against imperialism and/or for their self determination, independently of their political leaderships.

c) For the autonomy and total independence from the political projects of capitalism.

d) The unity of the workers of the world - intellectual and physical workers, without ideological discrimination of any kind (apart from the basics of anti-capitalism, anti-imperialism and of socialism).

e) Fight against political bureaucracies, for direct and councils democracy.

f) Save all life on the Planet, save humanity.

g) For a Red Utopist, cultural work and artistic creation in particular, represent the noblest revolutionary attempt to fight against fear and death. Each creation is an act of love for life, and at the same time a proposal for humanization.

* * *

a) El fin no justifica los medios, y en los medios que empleamos debe estar reflejada la esencia del fin.

b) Apoyo a las luchas de todos los pueblos contra el imperialismo y/o por su autodeterminación, independientemente de sus direcciones políticas.

c) Por la autonomía y la independencia total respecto a los proyectos políticos del capitalismo.

d) Unidad del mundo del trabajo intelectual y físico, sin discriminaciones ideológicas de ningún tipo, fuera de la identidad “anticapitalista, antiimperialista y por el socialismo”.

e) Lucha contra las burocracias políticas, por la democracia directa y consejista.

f) Salvar la vida sobre la Tierra, salvar a la humanidad.

g) Para un Utopista Rojo el trabajo cultural y la creación artística en particular son el más noble intento revolucionario de lucha contra los miedos y la muerte. Toda creación es un acto de amor a la vida, por lo mismo es una propuesta de humanización.

* * *

a) Il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi che impieghiamo dev’essere riflessa l’essenza del fine.

b) Sostegno alle lotte di tutti i popoli contro l’imperialismo e/o per la loro autodeterminazione, indipendentemente dalle loro direzioni politiche.

c) Per l’autonomia e l’indipendenza totale dai progetti politici del capitalismo.

d) Unità del mondo del lavoro mentale e materiale, senza discriminazioni ideologiche di alcun tipo (a parte le «basi anticapitaliste, antimperialiste e per il socialismo».

e) Lotta contro le burocrazie politiche, per la democrazia diretta e consigliare.

f) Salvare la vita sulla Terra, salvare l’umanità.

g) Per un Utopista Rosso il lavoro culturale e la creazione artistica in particolare rappresentano il più nobile tentativo rivoluzionario per lottare contro le paure e la morte. Ogni creazione è un atto d’amore per la vita, e allo stesso tempo una proposta di umanizzazione.

* * *

a) La fin ne justifie pas les moyens, et dans les moyens que nous utilisons doit apparaître l'essence de la fin projetée.

b) Appui aux luttes de tous les peuples menées contre l'impérialisme et/ou pour leur autodétermination, indépendamment de leurs directions politiques.

c) Pour l'autonomie et la totale indépendance par rapport aux projets politiques du capitalisme.

d) Unité du monde du travail intellectuel et manuel, sans discriminations idéologiques d'aucun type, en dehors de l'identité "anticapitaliste, anti-impérialiste et pour le socialisme".

e) Lutte contre les bureaucraties politiques, et pour la démocratie directe et conseilliste.

f) Sauver la vie sur Terre, sauver l'Humanité.

g) Pour un Utopiste Rouge, le travail culturel, et plus particulièrement la création artistique, représentent la plus noble tentative révolutionnaire pour lutter contre la peur et contre la mort. Toute création est un acte d'amour pour la vie, et en même temps une proposition d'humanisation.

* * *

a) O fim não justifica os médios, e os médios utilizados devem reflectir a essência do fim.

b) Apoio às lutas de todos os povos contra o imperialismo e/ou pela auto-determinação, independentemente das direcções políticas deles.

c) Pela autonomia e a independência respeito total para com os projectos políticos do capitalismo.

d) Unidade do mundo do trabalho intelectual e físico, sem discriminações ideológicas de nenhum tipo, fora da identidade “anti-capitalista, anti-imperialista e pelo socialismo”.

e) Luta contra as burocracias políticas, pela democracia directa e dos conselhos.

f) Salvar a vida na Terra, salvar a humanidade.

g) Para um Utopista Vermelho o trabalho cultural e a criação artística em particular representam os mais nobres tentativos revolucionários por lutar contra os medos e a morte. Cada criação é um ato de amor para com a vida e, no mesmo tempo, uma proposta de humanização.