L’associazione Utopia rossa considera suo fondamento politico il principio secondo cui il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi si deve riflettere l’essenza del fine. Non ha programmi politici, come del resto non ne aveva la Prima internazionale. Nonostante le più diverse provenienze ideologiche dei suoi sostenitori, essa ritiene che l’anticapitalismo dilagato dopo l’inizio dell’Antirivoluzione russa (dicembre 1917) sia stato motivato fondamentalmente da idee precapitalistiche, cioè retrograde, e non da progetti di civiltà in grado di superare il capitalismo sviluppando ulteriormente i suoi modelli di democrazia. Ciò spiega anche il prevalere, nella storia della cosiddetta «sinistra», di simpatie per i regimi dittatoriali di ogni specie e colore. Utopia rossa si batte contro l’ulteriore diffusione di ideologie precapitalistiche vecchie e nuove (in campo politico, culturale, ecologico, religioso ecc.), come parte della sua battaglia per il superamento del capitalismo, se si vuole salvare la vita sulla Terra con la sua umanità. In questo senso la sua utopia continua ad essere rossa.

The Red Utopia association considers its political foundation to be the principle that the end does not justify the means, but that the means must reflect the essence of the end. It has no political program, just as the First International did not. Despite the diverse ideological backgrounds of its supporters, it believes that the anti-capitalism that spread after the start of the Russian Anti-Revolution (December 1917) was fundamentally motivated by pre-capitalist – that is, retrograde – ideas, and not by civilizational projects capable of overcoming capitalism and of further developing its democratic models. This also explains the prevalence, throughout the history of the so-called «left», of sympathies for dictatorial regimes of all kinds and colors. Red Utopia fights against the further spread of old and new pre-capitalist ideologies (in the political, cultural, ecological, religious, and other fields) as part of its battle to overcome capitalism, if life on Earth, including its humanity, is to be saved. In this sense, its utopia remains red.

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domenica 13 marzo 2011

MONDO ARABO IN RIVOLTA IV, di Pier Francesco Zarcone


Un requiem per la rivolta libica?
Pur sperando che non vada a finire così, indubbiamente in questo paese il quadro è cambiato. Gheddafi è in marcia su Bengasi e ha “ripulito” la parte occidentale della costa. Una rivolta all’inizio apparentemente inarrestabile ora ha di fronte a sé la prospettiva della disfatta e della più crudele repressione. Cinicamente parlando, il Colonnello ha avuto il “buon senso” di utilizzare il mare di denaro su cui naviga per fondare la forza armata del suo regime su corpi scelti di membri della sua tribù e su un robusto corpo di mercenari stranieri assai ben pagati e armati.
Ormai è certo che i ribelli libici da soli – cioè senza almeno adeguati rifornimenti di armi e munizioni - non ce la fanno. Sull’ipotesi teorica di un intervento diretto di potenze imperialiste già ci si è espressi in senso negativo e motivato. Però i ribelli hanno bisogno di aiuti esterni, altrimenti Gheddafi vince. Resta la domanda su cosa si dovrebbe fare in siffatta situazione? Al di là della verbale e reiterata esistenza di più opzioni, e dei vuoti inviti a Gheddafi perché se ne vada, le potenze imperialiste non stanno andando. Così evitano di combinare ulteriori guai. Si capisce pure la ragione dell’inattività, al di là dell’iniziativa diplomatica francese concretizzatasi nel riconoscimento del consiglio rivoluzionario di Bengasi (iniziativa unilaterale dal sapore di prenotazione di concessioni petrilifere in caso di vittoria, o resistenza, dei ribelli; ma nulla di più).
Già impegnate in Iraq e Afghanistan, le potenze occidentali non se la sentono (anche economicamente) di aprire un terzo fronte, pur sapendo che un Gheddafi vittorioso presenterà il conto a chi lo ha “mollato” dopo aver fatto affari con lui e averlo coccolato. In base all’atteggiamento complessivo di tali potenze, e alle cose da loro dette e non dette, si può pensare che siano in gioco alcuni fattori senza i quali si capirebbe poco: la diffidenza per i ribelli libici dei quali non si sa molto e la loro appartenenza a un mondo fortemente tribalizzato (col rischio di una ripetizione del caos somalo); la presunzione/speranza che la fine della crisi libica normalizzi i prezzi petroliferi; e per finire l’interesse ad avere qualcuno disposto a essere il disumano (ma utile) custode della costa sud in funzione anti-immigrazione verso l’Europa.
In fondo è l’ennesima dimostrazione di come per l’imperialismo i dittatori di un certo colore, pur se figli di puttana, siano sempre “i propri” figli di puttana, e di come risulti più “proficuo” che la democrazia borghese resti confinata nel “primo mondo” e i diritti umani siano alibi per operazioni economicamente proficue.
Questa critica non è necessariamente in contraddizione con il giudizio negativo circa un intervento diretto dell’Occidente, se procediamo nel senso di dare una risposta alla domanda sul “che fare”. In realtà il soggetto collettivo suscettibile di agire, e a cui potrebbero essere forniti i necessari supporti, ci sarebbe: la Lega Araba. Questo organismo alla fine ha chiesto all’Onu l’instaurazione di una no fly zone. Si tratta di un’iniziativa non riducibile alla mera dichiarazione di interdizione di uno spazio aereo, poiché senza una rapida e adeguata preparazione militare - distruzione dei sistemi radar e contrarei, e della capacità operativa dell’aviazione locale - tutto rimarrebbe senza effetto. Ma ancora non si capisce chi vi dovrebbe provvedere? Forse gli occidentali? Un’ulteriore dimostrazione di ipocrisia, perché prima che l’Onu si muova (e noi sappiamo da sempre che l’Onu si muove solo per sedare le rivolte, non per incoraggiarle), e che dopo il suo “via” lo facciano gli incaricati dell’esecuzione, Gheddafi avrà già vinto.
In  realtà ben pochi griderebbero allo scandalo se la Lega Araba avesse deciso di provvedere essa stessa alla bisogna, ricevendo dagli occidentali tutte le informazioni idonee a preparare la no fly zone. E in concreto si potrebbe dare l’incarico esecutivo all’Egitto, dotato di un’aviazione rispettabile. Parallelamente non dovrebbe essere difficile rifornire celermente i ribelli degli armamenti di cui necessitano, giacché se è l’aviazione di Tripoli ad “ammorbidirne” le posizioni, in concreto sono gli armati di Gheddafi a conquistarle. Ma si può tranquillamente scommettere che ciò non accadrà. Le conseguenze non si limiteranno al territorio libico o alle reazioni vendicative di Gheddafi all’esterno del suo paese, bensì il fatto stesso della sua vittoria avrebbe conseguenze pesanti e negative nei paesi – come lo Yemen, per esempio – in cui da settimane il popolo cerca di mandare a casa il dittatore locale. Sarà quindi la Libia lo scoglio su cui si infrangerà l’ondata della ribellione araba che, nel suo complesso e nella sua pericolosa dinamica, non è stata mai vista di buon occhio dall’Occidente?
 
Riflessioni provvisorie (forse) sugli eventuali sbocchi “democratici” nei paesi arabi liberati
In una precedente corrispondenza si era parlato dell’assenza, a breve o medio termine, di prospettive di rivoluzione sociale (in senso proprio) nei paesi arabi in cui la rivolta ha avuto successo e in quelli dove è ancora in corso. Sembrano essere in atto processi volti all’instaurazione di formali democrazie rappresentative di tipo borghese, magari più effettive dei sistemi fasulli messi in atto dai dittatori deposti o da deporre. Meglio che niente, si potrebbe dire, e restano nell’angolo i favorevoli (come chi scrive) a quella che una volta si chiamava “democrazia diretta” (detta pure dai comunisti greci nel secolo scorso “laocrazia”). Certamente l’avvento della democrazia rappresentativa costituisce un miglioramento rispetto alle tiranniche e sanguinarie autocrazie arabe; pur tuttavia dal punto di vista della sinistra rivoluzionaria ben se ne conoscono insufficienze, limiti e anche pericoli per l’emancipazione popolare. Resta comunque il fatto che non tutti i sistemi rientranti nella categoria “democrazia rappresentativa” sono uguali fra loro: alcuni sono meglio, altri peggio.
A questo punto si impone una riflessione (sia pur sommaria) su alcuni fondamentali problemi con cui avranno pesantemente a che fare i processi politici nel mondo arabo - a prescindere dal fattore “radicalismo islamico” – tenuto conto di un elemento fondamentale: la democrazia rappresentativa contraddice se stessa (ovvero è di pura facciata) quando mancano il rispetto per gli avversari (sui nemici si potrebbe fare un discorso a parte) e lo spazio per la cosiddetta “dialettica politica”. In un linguaggio meno aulico ciò significa che prendere a mazzate per strada (o peggio) gli avversari è fuori dalla normale logica democratica. Quindi, la manifestazione delle donne cairote dell’8 marzo, interrotta dall’arrivo di un’orda di uomini minacciosi e pronti a usare le mani, non è una bella premessa per l’avvento di uno stato di cose diverso dal passato..
Veniamo ora al resto dei problemi in campo. La prima questione è che nei due paesi liberatisi del proprio dittatore la cosa è riuscita grazie all’atteggiamento assunto dai rispettivi eserciti (per quanto si trattasse di dittatori di estrazione militare, passati dalla caserma al palazzo presidenziale). Pensare a un prossimo futuro libero da pretese politiche dei militari pare un po’ azzardato, soprattutto in Egitto (ma non solo), dove generali e alti ufficiali gestiscono anche un rilevante potere economico, in buona parte autonomo. Nell’equazione politica da risolvere in un futuro prossimo venturo si tratta di un fattore M di un certo peso.
Ma altre incognite sussistono, e provengono dalle realtà socio/culturali dei vari paesi arabi. In primo luogo, si deve considerare un elemento comune sia alle dittature sia ai vertici delle democrazie borghesi corrotte: gli apparati repressivi, cioè, non svolgono mai un ruolo esclusivo per il mantenimento “dell’ordine”; esiste infatti uno strumento aggiuntivo dall’importanza non trascurabile, il cui nome è mantenimento della popolazione nel degrado culturale e/o nell’oscurantismo. E si tratta di una situazione definibile di massa.
Si tenga poi presente che – nel bene o nel male – la democrazia rappresentativa (di matrice borghese, non dimentichiamolo) si basa sull’atomizzazione individuale. Sempre attuali restano le pagine di Marx sul significato di metafora socio/economica del mito del “buon selvaggio” coniato nella fase iniziale del capitalismo. Non pare proprio che ciò operi nelle società arabe. Questo ci porta a un dato che non sarebbe specifico del mondo arabo se lì non si presentasse con una particolare valenza quantitativa e qualitativa: si tratta della particolare disomogeneità interna a dette società, pur essendo queste realtà collettive differenti fra di loro se singolarmente considerate in modo globale. Non si tratta, certo, di una caratteristica esclusiva a questa parte di mondo, presentandosi ogni società al suo interno disomogenea in modo maggiore o minore. Basti pensare all’incidenza delle diversità regionali sui piani economico, sociale e culturale; alla diversità fra grandi città, città di provincia e campagne; nonché alle interrelazioni fra tutti questi fattori.
Nel mondo arabo troviamo disomogeneità che esprimono il coesistere di realtà sociali (con tutto quanto l’aggettivo implica) addirittura appartenenti a ciò che per noi occidentali sarebbero epoche storiche differenti. Oppure esprimono la commistione, in singoli settori sociali, di elementi e situazioni definibili tipiche sia dei secoli XX e XXI sia dei secoli precedenti; di un “passato” immobile, si potrebbe dire. Non ci si deve fermare alla diversità urbana esistente, per esempio, tra la yemenita Sanaa e la siriaca Damasco, perché poco significativa, ma si deve evidenziare come rapporti socio/economici di tipo “medievale” (per intenderci alla buona) e i corrispondenti orizzonti culturali non esistono solo nelle campagne, sulle montagne o nelle oasi, ma anche all’interno dei grandi contesti urbani (come Il Cairo, Algeri, o Rabat). Questi rapporti sociali arcaici appartengono al tribalismo e/o a forme di clientelismo “parafeudale” economico e politico. A ciò si aggiungano i fortissimi vincoli che fanno dipendere le persone dalla famiglia (rarissimamente mononucleare) e dal clan a cui la famiglia appartiene. E famiglie e clan in certe società arabe fanno ancora parte di una tribù. Tutti questi assetti producono una strutturazione piramidale della società al cui vertice si pongono ceti privilegiati, rimasti inalterati in Tunisia come in Egitto.
Un elemento di novità (ma dal peso ancora non determinabile) emerge oggi dalla consistente quantità di giovani i cui orizzonti in qualche modo sono stati ampliati dall’uso delle moderne tecnologie dell’informazione e della comunicazione. Qui sta un’incognita X che potrebbe essere rilevante, almeno in termini potenziali. Il fenomeno va seguito con attenzione, poiché le società arabe – a differenza di quelle europee – sono maggioritariamente composte da giovani. Prendiamo l’Arabia Saudita (di cui ci si riserva di parlare nella prossima corrispondenza con maggiore ampiezza), dove il 60% degli abitanti ha meno di 30 anni, l’età media dei giovani è di 19 anni, l’uso di internet nel 2010 ha avuto un aumento del 240% e riguarda almeno 3 milioni di persone.
E dulcis in fundo ci sono le chiusure e i fanatismi religiosi, da non assimilare al solito radicalismo islamico oscurantista e bombarolo. Ci si riferisce a un fattore specifico, “tradizionale” per così dire, da leggere alla luce del principio: “forse la religione non è necessariamente l’oppio dei popoli, ma presa a forti dosi fa malissimo, a chi la assume e al prossimo suo”. È un fattore che non riguarda solo i musulmani, ma anche certe minoranze cristiane. I paesi arabi ad avere tali minoranze religiose di un qualche rilevo sono Palestina, Siria, Iraq (forse ancora per poco) ed Egitto (qui addirittura si tratta del 10% circa della popolazione). Proprio in Egitto coabitano due chiusure religiose: la musulmana (ben nota) e la copta, assai meno nota ma non meno dura. Se negli ultimi giorni di lotta al Cairo si sono visti affiancati a piazza Tahir croci copte e Corani, di recente abbiamo avuto, sempre al Cairo in un quartiere popolare, una contrastata storia d’amore fra un giovane copto e una giovane musulmana sfociata in tumulti di piazza a cui hanno preso parte centinaia e centinaia di persone, finiti con la bellezza di 14 morti e qualche centinaio di feriti. Ancora un pessimo segnale.
Questo coacervo di fattori appare di tale portata da far apparire molto arduo il cammino verso sistemi democratico/rappresentativi come li intendiamo in Europa. A seconda delle forze che prevarranno, gli scenari al momento più probabili sono quello di “democrazie totalitarie” se prevalessero le chiusure di matrice religiosa, e quello di sistemi parlamentari autoritari, in particolar modo se i militari ponessero la loro ipoteca sugli attuali processi politici. Con l’aggiunta che, restando inalterata la struttura dei ceti privilegiati (in maggioranza o parassiti agrari o borghesia compradora), indipendentemente da “chi” li componga, in ambo i casi la persistenza della corruzione diffusa sarebbe tutt’altro che sorprendente. Con quel che segue.
Abbattere dittatori non è mai facile, ma ad un certo punto diventa possibile, mentre dimensionare in modo diverso le società liberatesi di costoro non è cosa fattibile dall’oggi al domani. Inoltre sussiste sempre il rischio che lo slancio popolare si spenga (anche per il popolo c’è la difficoltà del passaggio dalla condizione di sudditi a quella di cittadini) e la delusione di massa riapra la via agli autocrati del domani.

Nella diffusione e/o ripubblicazione di questo articolo si prega di citare la fonte: www.utopiarossa.blogspot.com

martedì 8 marzo 2011

LIBIA: UNA BATTAGLIA IN CORSO (MONDO ARABO IN RIVOLTA III), di Pier Francesco Zarcone


La Libia merita un discorso specifico anche perché le prime spallate popolari non hanno costretto a ritirarsi il dittatore locale, ed è in atto una guerra civile dalla durata e dagli esiti non prevedibili, che ha diviso il paese in zona controllata dai ribelli e zona ancora sotto il controllo di Tripoli. La Libia, poi, interessa molto più da vicino l’Italia, sia per il petrolio sia per i consistenti intrecci economico/finanziari costituitisi negli ultimi decenni. Cominciamo con questi ultimi.

Il tiranno che comprò l’Occidente
Poiché da sempre capitalisti e gestori del capitale hanno sostituito cuore e coscienza con portafogli-titoli e monetari,  non stupisce affatto l’imbarazzato sconcerto con cui i centri economici e finanziari d’Occidente hanno accolto la rivolta libica (che speriamo finisca bene). Una prestigiosa rivista portoghese ha dedicato a Muhammar Gheddafi (Khadafi, in arabo) un articolo dal titolo assolutamente azzeccato: “Il tiranno che comprò l’Occidente”. Al G20 realizzato all’Aquila nel luglio del 2009 è stato palese quanta importanza i cosiddetti “grandi della Terra” attribuissero al folklorico Colonnello travestito da umile beduino della Sirte; in realtà egli è ricco sfondato, in quanto il patrimonio all’estero del suo clan è ritenuto di  almeno 50.000 milioni di dollari; e in atto Gheddafi disporrebbe di liquidi in patria per 65.000 milioni di euro. Il suo sdoganamento internazionale si deve all’indimenticato George W.Bush, e da allora Gheddafi ne ha fatti di affari e di soldi. I Libici possono pure essere massacrati ma in Italia, Gran Bretagna, Germania e Turchia si fibrilla per la sorte del “cane pazzo di Tripoli”, ottimo partner economico e ancora in grado di fare brutti scherzi per vendetta. Oltre che a pensare al prossimo arrivo di profughi non certo per aiutarli.
L’Italia - e non solo grazie a Berlusconi, perché anche il centrosinistra è stato complice - costituisce il maggior partner commerciale della Libia; poi vengono Germania e Regno Unito.  Ma questi paesi non sono stati i soli ad aprire le porte a chi fino a non molto tempo fa era considerato un pericoloso fomentatore di aggressioni nell’Africa subsahariana e di terrorismo internazionale. La palma spetta però all’Italico stivale, con maggiore accelerazione dopo il Trattato di Amicizia dell’agosto del 2008.  Oggi il governo italiano sembra allineato con gli altri governi europei e con l’Onu per una politica sanzionatoria verso Gheddafi, ma ancora una volta la famosa doppiezza dei governi nostrani si è fatta vedere: l’Italia non ha ancora congelato i beni di Gheddafi e/o della Libia, mentre gli Usa lo hanno fatto per almeno 25.000 milioni. In Italia Gheddafi ha realizzato un bel pacchetto di investimenti, che giustifica la fasulla “chiusura tecnica” della Borsa di Milano del 22 febbraio scorso, in realtà dovuta alla paura che il potere del Colonnello venisse abbattuto.
Non ne faremo certo un noioso inventario; ricordiamo solo alcuni elementi: il Colonnello sirtico è il quinto investitore individuale (per volume di affari) alla Borsa di Milano; una sua impresa - la Lafico - ha il 2% del capitale della Fiat, 7,5% di quello della Juventus; la Lybian Investment Authority (Lia) ha l’1% dell’Eni; libico è il 7,5% del capitale dell’Unicredit (cioè della maggiore banca italiana) per 2.500 milioni di euro, e fra il 2008 e il 2010 la Central Bank of Lybia, la Lybian Foreign Bank e la Lia ne hanno comprato un ulteriore 6,9%; e mentre al Consiglio di sicurezza dell’Onu si sfogliava un’deale margherita per stabilire cosa fare verso il regime di Tripoli, si è saputo che la Libia aveva appena comprato il 2% delle azioni della Finmeccanica, cioè dell’ottavo produttore al mondo di armi e equipaggiamenti aoreospaziali, nonché uno dei principali fornitori del Pentagono. E non parliamo dei grossi investimenti in Gran Bretagna, Germania e Turchia. A proposito di Turchia, si è saputo due mesi fa che in Libia esiste addirittura un “Premio Gheddafi per i diritti umani” (sic!), con cui è stato premiato il premier turco Recep Tayyip Erdoğan, a fronte dei contratti multimiliardari del suo paese con la Libia. Va infine notato quanto poco senso abbia fare distinzioni fra patrimonio di Gheddafi e famiglia, da un lato, e dall’altro delle società libiche, perché in Libia Gheddafi è (era?) il padrone. L’ex ambasciatore Sergio Romano, giustamente, ha parlato in proposito di “Stato patrimoniale”.
L’Italia - che trova nell’immagine del baciamano di Berlusconi a Gheddafi una efficace allegoria della sua politica estera - sempre pronta a cambiare bandiera, tuttavia non deve fare molto la spiritosa col dittatore della “quarta sponda”, poiché se costui le facesse lo scherzetto di dare via a vendite massicce dei suoi investimenti italiani - magari per fare cassa e pagare mercenari, oltre che per ripicca - tutti gli osservatori economici concordano sul fatto che sarebbe un disastro economico per le Borse nostrane e per l’economia in genere. Comunque non pare che il governo Berlusconi si preoccupi più di tanto della cosa. Incoscienza o ne sa più di tanti altri? Peraltro i più “avveduti” finanzieri italiani (ed esteri) si arrovellano oggi sul problema: “ma se cade Gheddafi, con chi facciamo affari? Che tipi saranno i successori”? Purtroppo non si può ancora dire se questi tormentosi problemi si concretizzeranno, poiché il Libia la situazione è – nella migliore delle ipotesi – in fase di stallo. Gheddafi ha di fronte masse popolari armate alla bell’e meglio, e nelle mani una marea di soldi liquidi con cui potrebbe fare affluire, con una certa celerità, mercenari e armamenti. Ciò perché - quand’anche la rivolta, dal 15 febbraio a oggi, si sia impadronita della Cirenaica e sia estesa alla Tripolitania - Gheddafi mantiene il controllo della maggior parte degli aeroporti e delle basi aeree, con particolare riguardo a quella di Sebha nel Fezzan (cioè nel sud della Libia), utilizzabili senza problemi per fare arrivare mercenari africani.

La situazione di stallo gioca a favore di Gheddafi
Al momento gli oppositori non paiono prossimi alla conquista di Tripoli e Gheddafi risulta essere lungi dal rimettere celermente le mani sulla parte orientale del paese. Tuttavia egli prova a contrattaccare. Si ritiene che possa disporre, fra militari e mercenari, ancora di circa 12.000 combattenti. La Lega Araba è un bell’organismo che sta lì - ovviamente, anche tenuto conto di quel che sono i governi arabi. Certo è che lo stallo sul campo di battaglia influisce sulle teoriche opzioni a disposizione delle potenze straniere che abbiano interesse alla caduta di Gheddafi, ma in modo ancora non determinabile. Questo profilo va esaminato prima in sé e per sé, e quindi in base ai dati esistenti oggi. Nella prima ottica c’è da dire che  un intervento straniero all’area - cioè degli Usa o della Nato – potrebbe forse abbattere materialmente Gheddafi, ma con costi politici che sarebbero enormi per il popolo libico e in prospettiva pesanti per gli stessi Statunitensi, in quanto la Lega Araba si è espressa contro e Recep Tayyip Erdoğan (certo più riconoscente di Berlusconi) ha avuto modo di fare presente che la Nato non deve permettersi “nemmeno” di pensare a un intervento armato. Comunque non è escludibile in assoluto. Per un altro verso abbiamo che i ribelli chiedono disperatamente aiuti militari, almeno come invio di armamenti.
La fase di stallo gioca a favore di Gheddafi. Al di lá delle sue reiterate minacce di epocali bagni di sangue, forse non è azzardato pensare che egli sia consapevole della proficuità (per lui) di un negoziato che non lo veda ancora sconfitto. Si potrebbe parlare di una sua strategia specifica: in mancanza dell’attuale possibilità di riconquistare la Cirenaica, mantenere e rafforzare il controllo della Tripolitania. In questo modo potrebbe anche riuscire a dividere l’opinione pubblica araba, e dei rispettivi governi, attraverso il pericolo della divisione della Libia, e di una possibile balcanizzazione dell’area.
Una divisione della Libia con Gheddafi padrone della parte occidentale sarebbe come una bomba a tempo. Avere a che fare con un simile personaggio ancora in campo e imprevedibilmente ostile e desideroso di vendicarsi di tutti i suoi partner che l’hanno mollato nel momento del bisogno, suscita uno scenario facilmente immaginabile. E questo potrebbe spingere influenti governi arabi a mediare per una tregua e un negoziato fra Gheddafi e gli oppositori. Allontanerebbe l’ipotesi di interventi occidentali, ma - tenuto conto di come si comporterebbe certamente Gheddafi - sarebbe una mazzata per i ribelli. A meno che qualche Stato arabo non si decida a dare a questi ultimi aiuti militari tali da sconfiggere il dittatore.

Interventi “umanitari” e tribalismo
Lo stallo potrebbe finire con un Gheddafi che raccoglie forze ulteriori per poi passare alla riconquista dei territori orientali, e allora un aiuto militare esterno ai ribelli di Bengasi e Tobruk potrebbe prendere corpo. Il problema sta in “chi” lo attuerebbe, poiché al “chi” corrispondono i “prezzi” e la cosa sarebbe determinante per la popolazione e per il futuro del paese. Siamo troppo abituati alle lacrime di coccodrillo dell’imperialismo prima dei suoi “interventi umanitari”, che poi sono interventi militari classici, per credergli proprio riguardo alla Libia; tanto più che in questo caso ci troviamo di fronte a un atteggiamento diverso da quello tenuto di fronte ai fatti tunisini ed egiziani. A un certo punto Gheddafi ha scelto di fare affari con l’imperialismo e di fargliene fare. Tale disinvoltura non poteva certo garantirgli una perpetua affezione dei suoi partners, i quali oggi sono innanzi tutto preoccupati per le sorti delle enormi risorse energetiche della Libia, le maggiori dell’Africa.
Ma c’è qualcosa di più a gettare ombre sinistre su interventi “umanitari” attuati da potenze imperialistiche: riflettiamocile un momento. Le rivolte arabe in corso minacciano la “consolidata” cintura di governi arabi filostatunitensi, e in due punti nodali di essa - Tunisia ed Egitto - i garanti della “stabilità” sono caduti; quei paesi si trovano in una fase transitoria dagli esiti dubbi che potrebbe portare a un rafforzamento dei nazionalismi, quanto meno. Per questo la Libia assume un indiscutibile ruolo strategico in virtù della sua posizione mediana proprio fra Tunisia ed Egitto. Un’eventuale “normalizzazione” della crisi libica al preezzo di un’ipoteca politico/militare dell’imperialismo andrebbe davvero contro gli attuali regimi di Yemen, Bahrain, Oman ecc.? Favorirebbe le istanze di liberazione delle masse arabe?
La risposta positiva può provenire solo da un inveterato ingenuo. Si deve avere il coraggio storico di ribadire che i governi insediati a Washington, Londra, Parigi ecc. restano sempre dei comitati di affari delle rispettive borghesie e delle multinazionali, o dei loro esecutori. E quale sia l’agire di questi bei soggetti verso il mondo arabo (e non solo) ormai lo si dovrebbe sapere. Non è quindi casuale, ma significativo, che sul giornale conservatore britannico Daily Telegraph il 24 febbraio scorso sia stato scritto che, dopo la crisi economica del 2008, e dopo la caduta di due governi arabi strategicamente fondamentali, si vedrà con il comportamento di fronte alla crisi libica se gli Stati Uniti accetteranno la riduzione del loro statuto di grande potenza «con gentilezza, oppure se risponderanno con violenza, come gli imperi in difficoltà hanno la tendenza storica a fare». 
Una via di uscita meno drammatica e pericolosa potenzialmente esisterebbe, se qualcuno – non necessariamente occidentale - avesse l’intelligenza, la cultura e le capacità necessarie per sfruttare una caratteristica peculiare della Libia, che contribuisce a fare per essa un discorso a parte. Ci riferiamo al fatto dell’estrema tribalizzazione della società libica, in cui i rapporti di appartenenza alle singole tribù, e ai clan che le compongono, prevalgono su ogni altro legame sociale, privato e pubblico, ivi compreso quello nazionale. Già varie tribù si sono pronunciate contro Gheddafi, ma altre mancano all’appello. Si tratta di una situazione idonea a rendere il Colonnello estremamente vulnerabile, se solo si convincessero anche altre tribù - con strumenti materiali e non - a passare dalla parte dei ribelli, e allora tutto si risolverebbe fra Libici. Altrimenti, sarà comunque un disastro.

venerdì 4 marzo 2011

APPUNTI PER LA DISCUSSIONE SULLE RIVOLTE NEL MONDO ARABO, di Michele Nobile

Ho letto attentamente l’articolo di James Petras, e a solo titolo di discussione e minimo contributo, osservo che: a) fermo restando il carattere «sottosviluppato» dei capitalismi in questione, la descrizione della rendita petrolifera mi pare più pertinente per la Libia o Algeria, Arabia saudita ed Emirati e Kuwait, meno per la Tunisia e l’Egitto, il Marocco e la Giordania; b) un’altra questione è il passaggio dalla struttura alla congiuntura, anche in termini socio-economici oltre che di formazione del movimento di massa; c) specialmente in Egitto e in Libia bisognerebbe considerare bene l’elemento nazionalistico nelle forze armate e, in particolare in Libia, l’elemento regionale e di clan.
Insomma, non credo che quest’ondata e la simultaneità delle crisi si risolva interamente postulando the same socio-political conditions in each country. Mi chiedo, ragionando da ignorante, a conoscenza solo di dati elementari, se, per quel che possono essere i motivi socio-economici sullo sfondo, non si tratti piuttosto dell’effetto della recessione mondiale attraverso canali diversi su paesi in cui il sottosviluppo non ha esattamente la stessa struttura (e di sicuro, direi, non la stessa storia).
Ad esempio, per gli esportatori di idrocarburi (Oman Qatar Kuwait, Emirati, Arabia Saudita, Algeria, Iran, Iraq), tra la primavera del 2008 e i primi del 2010 la rendita petrolifera si è dimezzata, pur andando poi migliorando; non ho dati per la Libia, ma sarà in linea.
Per i paesi che non sono importanti esportatori di idrocarburi, tra cui l’Egitto e la Tunisia, concorrono alla contrazione del Pil la caduta della produzione industriale (gravissima in Tunisia), delle rimesse degli emigrati (ca. 4-5% del Pil per Egitto e Tunisia; 20% in Libano; mediamente -2 punti di Pil in nord Africa nel 2009 sul 2007), dell’investimento privato, del turismo (Egitto e Tunisia perdono oltre un 1 punto di Pil nel 2007-2009; 14% del Pil in Giordania nel 2007, -4 punti nel 2009), degli investimenti diretti dall’estero (dimezzati in Egitto nel 2007-2009, al 4% del Pil).
Quello che è sicuro, si tratti o no di Stati caratterizzati dalla rendita petrolifera, è che nell’area del nord Africa e del medio Oriente il sottosviluppo si esprime in modo acuto con i più alti tassi di disoccupazione del mondo, per adulti e giovani, e nei minori tassi di partecipazione della forza lavoro del mondo. Un tasso di crescita del 4-5% del Pil, che sarebbe una manna per i paesi sviluppati, in questi è del tutto insufficiente a far fronte alla crescita della popolazione; l’Asia, complessivamente, viaggia invece su livelli doppi.
Un giorno, un venditore ambulante che non ha il denaro per comprarsi l’autorizzazione ed a cui la polizia sequestra spesso la merce si dà fuoco.
A questo punto i numeri non servono più: la recessione internazionale deve aver inasprito ulteriormente la situazione agendo attraverso canali diversi, ma è questo gesto fa scoppiare la rivolta politica contro un regime che non solo perpetua lo stato delle cose, ma la cui corruzione rende pure difficile arrangiarsi per vivere. Mi piacerebbe capire i percorsi molecolari della rabbia e dell'indignazione striscianti prima dell'esplosione.
C’è anche un altro fatto abbastanza sicuro. Il saldo delle partite correnti e il deficit fiscale sono notevolmente peggiorati in tutta la regione. Specialmente per i paesi che non esportano energia e nei quali ci sono state o ci saranno rivolte, questo non può che peggiorare. Il che significa «austerità»: mi sa che neanche i nuovi governi se la vedranno bene. E mi sa anche che, se per ora la corrente radicale islamica non si vede, potrà emergere in futuro.

Roots of the Arab Revolts and Premature Celebrations, by James Petras



Introduction
Most accounts of the Arab revolts from Egypt, Tunisia, Libya, Morocco, Yemen, Jordan, Bahrain, Iraq and elsewhere have focused on the most immediate causes:  political dictatorships, unemployment, repression and the wounding and killing of protestors.  They have given most attention to the “middle class”, young, educated activists, their communication via the internet, (Los Angeles Times, Feb. 16, 2011) and, in the case of Israel and its Zionists conspiracy theorists, “the hidden hand” of Islamic extremists (Daily Alert Feb. 25, 2011).
What is lacking is any attempt to provide a framework for the revolt which takes account of the large scale, long and medium term socio-economic structures as well as the immediate ‘detonators’ of political action.  The scope and depth of the popular uprisings, as well as the diverse political and social forces which have entered into the conflicts, preclude any explanations which look at one dimension of the struggles.
The best approach involves a ‘funnel framework’ in which, at the wide end (the long-term, large-scale structures), stands the nature of the economic, class and political system; the middle-term is defined by the dynamic cumulative effects of these structures on changes in political, social and economic relations; the short-term causes, which precipitate the socio-political-psychological responses, or social consciousness leading to political action.
The Nature of the Arab Economies
With the exception of Jordan, most of the Arab economies where the revolts are taking place are based on ‘rents’ from oil, gas, minerals and tourism, which provide most of the export earnings and state revenues(Financial Times, Feb. 22, 2011, p. 14).  These economic sectors are, in effect, export enclavesWorld Bank Annual Report 2009).  These export sectors do not have links to a diversified productive domestic economy:  oil is exported and finished manufactured goods as well as financial and high tech services are all imported and controlled by foreign multi-nationals and ex-pats linked to the ruling class (Economic and Political Weekly, Feb. 12, 2011, p. 11).  Tourism reinforces ‘rental’ income, as the sector, which provides ‘foreign exchange’ and tax revenues to the class – clan state. The latter relies  on state-subsidized foreign capital and local politically connected ‘real estate’ developers for investment and imported foreign construction laborers. employing a tiny fraction of the labor force and define a highly specialized economy (
Rent-based income may generate great wealth, especially as energy prices soar, but the funds accrue to a class of “rentiers” who have no vocation or inclination for deepening and extending the process of economic development and innovation.  The rentiers “specialize” in financial speculation, overseas investments via private equity firms, extravagant consumption of high-end luxury goods and billion-dollar and billion-euro secret private accounts in overseas banks.
The rentier economy provides few jobs in modern productive activity; the high end is controlled by extended family-clan members and foreign financial corporations via ex-pat experts; technical and low-end employment is taken up by contract foreign labor, at income levels and working conditions below what the skilled local labor force is willing to accept.
The enclave rentier economy results in a clan-based ruling class which ‘confounds’ public and private ownership: what’s ‘state’ is actually absolutist monarchs and their extended families at the top and their client tribal leader, political entourage and technocrats in the middle.
These are “closed ruling classes”.  Entry is confined to select members of the clan or family dynasties and a small number of “entrepreneurial” individuals who might accumulate wealth servicing the ruling clan-class.  The ‘inner circle’ lives off of rental income, secures payoffs from partnerships in real estate where they provide no skills, but only official permits, land grants, import licenses and tax holidays.
Beyond pillaging the public treasury, the ruling clan-class promotes ‘free trade’, i.e. importing cheap finished products, thus undermining any indigenous domestic start-ups in the ‘productive’ manufacturing, agricultural or technical sector.
As a result there is no entrepreneurial national capitalist or ‘middle class’.  What passes for a middle class are largely public sector employees (teachers, health professionals, functionaries, firemen, police officials, military officers) who depend on their salaries, which, in turn, depend on their subservience to absolutist power.  They have no chance of advancing to the higher echelons or of opening economic opportunities for their educated offspring.
The concentration of economic, social and political power in a closed clan-class controlled system leads to an enormous concentration of wealth.  Given the social distancebetween rulers and ruled, the wealth generated by high commodity prices produces a highly distorted image of per-capital “wealth”; adding billionaires and millionaires on top of a mass of low-income and underemployed youth provides a deceptively high average income (Washington Blog, 2/24/11).
Rentier Rule:  By Arms and Handouts
To compensate for these great disparities in society and to protect the position of theparasitical rentier ruling class, the latter pursues alliances with, multi-billion dollar arms corporations, and military protection from the dominant (USA) imperial power.  The rulers engage in “neo-colonization by invitation”, offering land for military bases and airfields, ports for naval operations, collusion in financing proxy mercenaries against anti-imperial adversaries and submission to Zionist hegemony in the region (despite occasional inconsequential criticisms).
In the middle term, rule by force is complemented by paternalistic handouts to the rural poor and tribal clans; food subsidies for the urban poor; and dead-end make-work employment for the educated unemployed (Financial Times, 2/25/11, p. 1).  Both costly arms purchases and paternalistic subsidies reflect the lack of any capacity for productive investments.  Billions are spent on arms rather than diversifying the economy.  Hundreds of millions are spent on one-shot paternalistic handouts, rather than long-term investments generating productive employment.
The ‘glue’ holding this system together is the combination of modern pillage of public wealth and natural energy resources and the use of traditional clan and neo-colonial recruits and mercenary contractors to control and repress the population.  US modernarmaments are at the service of anachronistic absolutist monarchies and dictatorships, based on the principles of 18th century dynastic rule.
The introduction and extension of the most up-to-date communication systems and ultra-modern architecture shopping centers cater to an elite strata of luxury consumers and provides a stark contrast to the vast majority of unemployed educated youth, excluded from the top and pressured from below by low-paid overseas contract workers.
Neo-Liberal Destabilization
The rentier class-clans are pressured by the international financial institutions and local bankers to ‘reform’ their economies: ‘open’ the domestic market and public enterprises to foreign investors and reduce deficits resulting from the global crises by introducing neo-liberal reforms (Economic and Political Weekly, 2/12/11, p. 11).
As a result of “economic reforms” food subsidies for the poor have been lowered or eliminated and state employment has been reduced, closing off one of the few opportunities for educated youth.  Taxes on consumers and salaried/wage workers are increased while the real estate developers, financial speculators and importers receive tax exonerations.  De-regulation has exacerbated massive corruption, not only among the rentier ruling class-clan, but also by their immediate business entourage.
The paternalistic ‘bonds’ tying the lower and middle class to the ruling class have been eroded by foreign-induced neo-liberal “reforms”, which combine ‘modern’ foreignexploitation with the existing “traditional” forms of domestic private pillage.  The class-clan regimes no longer can rely on the clan, tribal, clerical and clientelistic loyalties toisolate urban trade unions, student, small business and low paid public sector movements.
The Street against the Palace
The ‘immediate causes’ of the Arab revolts are centered in the huge demographic-class contradictions of the clan-class ruled rentier economy.  The ruling oligarchy rules over amass of unemployed and underemployed young workers; the latter involves between 50% to 65% of the population under 25 years of age (Washington Blog, 2/24/11).  The dynamic “modern” rentier economy does not incorporatethe street as venders, transport and contract workers and in personal services.  The ultra- modern oil, gas, real estate, tourism and shopping-mall sectors are dependent on the political the newly educated young into modern employment; it relegates them into the low-paid unprotected “informal economy” of and military support of backward traditional clerical, tribal and clan leaders, who are subsidized but never ‘incorporated’ into the sphere of modern production. The modern urban industrial working class with small, independent trade unions is banned.  Middle class civic associations are either under state control or confined to petitioning the absolutist state.
The ‘underdevelopment’ of social organizations, linked to social classes engaged in modern productive activity, means that the pivot of social and political action is thestreet.  Unemployed and underemployed part-time youth engaged in the informal sector are found in the plazas, at kiosks, cafes, street corner society, and markets, moving around and about and outside the centers of absolutist administrative power.  The urban mass does not occupy strategic positions in the economic system; but it is available for mass mobilizations capable of paralyzing the streets and plazas through which goods and services are transported out and profits are realized.  Equally important, mass movements launched by the unemployed youth provide an opportunity for oppressed professionals, public sector employees, small business people and the self-employed to engage in protests without being subject to reprisals at their place of employment – dispelling the “fear factor” of losing one’s job.
The political and social confrontation revolves around the opposite poles: clientelistic oligarchies and de clasé masses (the Arab Street).  The former depends directly on the state (military/police apparatus) and the latter on amorphous local, informal, face-to-face improvised organizations.  The exception is the minority of university students who move via the internet.  Organized industrial trade unions come into the struggle late and largely focus on sectoral economic demands, with some exceptions – especially in public enterprises, controlled by cronies of the oligarchs, where workers demand changes in management.
As a result of the social particularities of the rentier states, the uprisings do not take the form of class struggles between wage labor and industrial capitalists.  They emerge as mass political revolts against the oligarchical state.  Street-based social movements demonstrate their capacity to delegitimize state authority, paralyze the economy, and can lead up to the ousting of the ruling autocrats.  But it is the nature of mass street movements to fill the squares with relative ease, but also to be dispersed when thesymbols of oppression are ousted.  Street-based movements lack the organization and leadership to project, let alone impose a new political or social order.  Their power is found in their ability to pressureseize power and protect the entire rentier state and economic structure while sustaining their ties with their imperial mentors. existing elites and institutions, not to replace the state and economy.
Hence the surprising ease with which the US, Israeli and EU backed Egyptian military were able to seize power and protect the entire rentier state and economic structure while sustaining their ties with their imperial mentors.
Converging Conditions and the “Demonstration Effect”
The spread of the Arab revolts across North Africa, the Middle East and Gulf States is, in the first instance, a product of similar historical and social conditions:  rentier states ruled by family-clan oligarchs dependent on “rents” from capital intensive oil and energy exports, which confine the vast majority of youth to marginal informal ‘street-based’ economic activities.
The “power of example” or the “demonstration effect” can only be understood by recognizing the same socio-political conditions in each country.  Street power – mass urban movements – presumes the streetlocus of the principal actors and the takeover of the plazas as the place to exert political power and project social demands.  No doubt the partial successes in Egypt and Tunisia did detonate the movements elsewhere.  But they did so only in countries with the same historical legacy, the same social polarities between rentier – clan rulers and marginal street labor and especially where the rulers were deeply integrated and subordinated to imperial economic and military networks.as the economic
Conclusion
Rentier rulers govern via their ties to the US and EU military and financial institutions.  They modernize their affluent enclaves and marginalize recently educated youth, who are confined to low paid jobs, especially in the insecure informal sector, centered in the streets of the capital cities.  Neo-liberal privatizations, reductions in public subsidies (for food, unemployment subsidies, cooking oil, gas, transport, health, and education) shattered the paternalistic ties through which the rulers contained the discontent of the young and poor, as well as clerical elites and tribal chiefs.  The confluence of classes and masses, modern and traditional, was a direct result of a process of neo-liberalization from above and exclusion from below.  The neo-liberal “reformers” promise that the ‘market’ would substitute well-paying jobs for the loss of state paternalistic subsidies was false.  The neo-liberal polices reinforced the concentration of wealth while weakening state controls over the masses.
The world capitalist economic crises led Europe and the US to tighten their immigration controls, eliminating one of the escape valves of the regimes – the massive flight of unemployed educated youth seeking jobs abroad.  Out-migration was no longer an option; the choices narrowed to struggle or suffer.  Studies show that those who emigrate tend to be the most ambitious, better educated (within their class) and greatest risk takers.  Now, confined to their home country, with few illusions of overseas opportunities, they are forced to struggle for individual mobility at home through collective social and political action.
Equally important among the political youth, is the fact that the US, as guarantor of the rentier regimes, is seen as a declining imperial power:  challenged economically in the world market by China; facing defeat as an occupying colonial ruler in Iraq and Afghanistan; and humiliated as a subservient and mendacious servant of an increasingly discredited Israel via its Zionist agents in the Obama regime and Congress.  All of these elements of US imperial decay and discredit, encourage the pro-democracy movements to move forward against the US clients and lessen their fears that the US military would intervene and face a third military front.  The mass movements view their oligarchies as “third tier” regimes: rentier states under US hegemony, which, in turn, is under Israeli – Zionist tutelage.  With 130 countries in the UN General Assembly and the entire Security Council, minus the US, condemning Israeli colonial expansion; with Lebanon, Egypt, Tunisia and the forthcoming new regimes in Yemen and Bahrain promising democratic foreign policies, the mass movements realize that all of Israel’s modern arms and 680,000 soldiers are of no avail in the face of its total diplomatic isolation, its loss of regional rentier clients, and the utter discredit of its bombastic militarist rulers and their Zionist agents in the US diplomatic corps (Financial Times 2/24/11, p. 7).
The very socio-economic structures and political conditions which detonated the pro-democracy mass movements, the unemployed and underemployed youth organized from “the street”, now present the greatest challenge:  can the amorphous and diverse mass becomes an organized social and political force which can take state power, democratize the regime and, at the same time, create a new productive economy to provide stable well- paying employment, so far lacking in the rentier economy? The political outcome to date is indeterminate: democrats and socialists compete with clerical, monarchist, and neoliberal forces bankrolled by the U.S.
It is premature to celebrate a popular democratic revolution….

RED UTOPIA ROJA – Principles / Principios / Princìpi / Principes / Princípios

a) The end does not justify the means, but the means which we use must reflect the essence of the end.

b) Support for the struggle of all peoples against imperialism and/or for their self determination, independently of their political leaderships.

c) For the autonomy and total independence from the political projects of capitalism.

d) The unity of the workers of the world - intellectual and physical workers, without ideological discrimination of any kind (apart from the basics of anti-capitalism, anti-imperialism and of socialism).

e) Fight against political bureaucracies, for direct and councils democracy.

f) Save all life on the Planet, save humanity.

g) For a Red Utopist, cultural work and artistic creation in particular, represent the noblest revolutionary attempt to fight against fear and death. Each creation is an act of love for life, and at the same time a proposal for humanization.

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a) El fin no justifica los medios, y en los medios que empleamos debe estar reflejada la esencia del fin.

b) Apoyo a las luchas de todos los pueblos contra el imperialismo y/o por su autodeterminación, independientemente de sus direcciones políticas.

c) Por la autonomía y la independencia total respecto a los proyectos políticos del capitalismo.

d) Unidad del mundo del trabajo intelectual y físico, sin discriminaciones ideológicas de ningún tipo, fuera de la identidad “anticapitalista, antiimperialista y por el socialismo”.

e) Lucha contra las burocracias políticas, por la democracia directa y consejista.

f) Salvar la vida sobre la Tierra, salvar a la humanidad.

g) Para un Utopista Rojo el trabajo cultural y la creación artística en particular son el más noble intento revolucionario de lucha contra los miedos y la muerte. Toda creación es un acto de amor a la vida, por lo mismo es una propuesta de humanización.

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a) Il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi che impieghiamo dev’essere riflessa l’essenza del fine.

b) Sostegno alle lotte di tutti i popoli contro l’imperialismo e/o per la loro autodeterminazione, indipendentemente dalle loro direzioni politiche.

c) Per l’autonomia e l’indipendenza totale dai progetti politici del capitalismo.

d) Unità del mondo del lavoro mentale e materiale, senza discriminazioni ideologiche di alcun tipo (a parte le «basi anticapitaliste, antimperialiste e per il socialismo».

e) Lotta contro le burocrazie politiche, per la democrazia diretta e consigliare.

f) Salvare la vita sulla Terra, salvare l’umanità.

g) Per un Utopista Rosso il lavoro culturale e la creazione artistica in particolare rappresentano il più nobile tentativo rivoluzionario per lottare contro le paure e la morte. Ogni creazione è un atto d’amore per la vita, e allo stesso tempo una proposta di umanizzazione.

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a) La fin ne justifie pas les moyens, et dans les moyens que nous utilisons doit apparaître l'essence de la fin projetée.

b) Appui aux luttes de tous les peuples menées contre l'impérialisme et/ou pour leur autodétermination, indépendamment de leurs directions politiques.

c) Pour l'autonomie et la totale indépendance par rapport aux projets politiques du capitalisme.

d) Unité du monde du travail intellectuel et manuel, sans discriminations idéologiques d'aucun type, en dehors de l'identité "anticapitaliste, anti-impérialiste et pour le socialisme".

e) Lutte contre les bureaucraties politiques, et pour la démocratie directe et conseilliste.

f) Sauver la vie sur Terre, sauver l'Humanité.

g) Pour un Utopiste Rouge, le travail culturel, et plus particulièrement la création artistique, représentent la plus noble tentative révolutionnaire pour lutter contre la peur et contre la mort. Toute création est un acte d'amour pour la vie, et en même temps une proposition d'humanisation.

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a) O fim não justifica os médios, e os médios utilizados devem reflectir a essência do fim.

b) Apoio às lutas de todos os povos contra o imperialismo e/ou pela auto-determinação, independentemente das direcções políticas deles.

c) Pela autonomia e a independência respeito total para com os projectos políticos do capitalismo.

d) Unidade do mundo do trabalho intelectual e físico, sem discriminações ideológicas de nenhum tipo, fora da identidade “anti-capitalista, anti-imperialista e pelo socialismo”.

e) Luta contra as burocracias políticas, pela democracia directa e dos conselhos.

f) Salvar a vida na Terra, salvar a humanidade.

g) Para um Utopista Vermelho o trabalho cultural e a criação artística em particular representam os mais nobres tentativos revolucionários por lutar contra os medos e a morte. Cada criação é um ato de amor para com a vida e, no mesmo tempo, uma proposta de humanização.