L’associazione Utopia rossa considera suo fondamento politico il principio secondo cui il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi si deve riflettere l’essenza del fine. Non ha programmi politici, come del resto non ne aveva la Prima internazionale. Nonostante le più diverse provenienze ideologiche dei suoi sostenitori, essa ritiene che l’anticapitalismo dilagato dopo l’inizio dell’Antirivoluzione russa (dicembre 1917) sia stato motivato fondamentalmente da idee precapitalistiche, cioè retrograde, e non da progetti di civiltà in grado di superare il capitalismo sviluppando ulteriormente i suoi modelli di democrazia. Ciò spiega anche il prevalere, nella storia della cosiddetta «sinistra», di simpatie per i regimi dittatoriali di ogni specie e colore. Utopia rossa si batte contro l’ulteriore diffusione di ideologie precapitalistiche vecchie e nuove (in campo politico, culturale, ecologico, religioso ecc.), come parte della sua battaglia per il superamento del capitalismo, se si vuole salvare la vita sulla Terra con la sua umanità. In questo senso la sua utopia continua ad essere rossa.

The Red Utopia association considers its political foundation to be the principle that the end does not justify the means, but that the means must reflect the essence of the end. It has no political program, just as the First International did not. Despite the diverse ideological backgrounds of its supporters, it believes that the anti-capitalism that spread after the start of the Russian Anti-Revolution (December 1917) was fundamentally motivated by pre-capitalist – that is, retrograde – ideas, and not by civilizational projects capable of overcoming capitalism and of further developing its democratic models. This also explains the prevalence, throughout the history of the so-called «left», of sympathies for dictatorial regimes of all kinds and colors. Red Utopia fights against the further spread of old and new pre-capitalist ideologies (in the political, cultural, ecological, religious, and other fields) as part of its battle to overcome capitalism, if life on Earth, including its humanity, is to be saved. In this sense, its utopia remains red.

PER SAPERNE DI PIÙ CI SONO UNA COLLANA DI LIBRI E UN BLOG IN VARIE LINGUE…

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domenica 29 aprile 2018

MONSANTO & CO. ALLA CONQUISTA DELLA TERRA, di Maurizio Fratta

Vandana Shiva
Sono decine di migliaia i contadini indiani che nei primi giorni di marzo si sono mossi alla volta di Mumbai, capitale del Maharashtra, uno degli stati più prosperi dell’Unione indiana, ma anche quello dove si registra il maggior numero di suicidi fra gli agricoltori.
Una protesta pacifica organizzata dal Partito comunista indiano, che ha avuto il merito di riportare l’attenzione sulla gravissima crisi agraria che da quattro anni attanaglia l’immenso Paese. Manifestazione che muove dall’insostenibilità della condizione di milioni di piccoli coltivatori, stretti fra la morsa della caduta di prezzi e redditi e gli indebitamenti contratti con le banche per poter continuare a lavorare la terra.
Dal subcontinente indiano, ancora una volta, si leva un grido di denuncia contro le grandi società dell’agrobusiness, che distruggono la biodiversità, avvelenano milioni di persone e sottraggono terra e lavoro ai contadini, cercando così di controllare globalmente la vita sul pianeta.
A fine gennaio Vandana Shiva, attivista e scienziata indiana, era a Firenze per parlare dell’alternativa alla concezione del mondo portata avanti dalla Monsanto. L’abbiamo incontrata presso lo Spazio InKiostro, durante una conferenza stampa organizzata dall’Associazione perUnaltracittà. Ecco le sue parole:
«Come tutti sapete, stiamo vivendo tempi molto tumultuosi. Non c’è nulla di inevitabile e di naturale in ciò che accade. Negli ultimi vent’anni molteplici regole imposte dalle multinazionali, definite come “libero scambio”, hanno preso il sopravvento sulle nostre norme nazionali.
Noi - Navdanya International ed io - siamo in guerra fin dal primo momento, da quando sono stati promulgati i trattati Gatt e Wto, che hanno avuto un impatto sull’India, quasi una seconda colonizzazione, e soprattutto sulla sua agricoltura.
È dagli anni ‘90 che continuo a dire che i semi non sono un’invenzione delle multinazionali. I semi sono una nostra eredità, sono il nostro patrimonio e sono decisivi per il nostro futuro. Ed è per questo motivo che abbiamo lanciato il Seed Freedom Movement, per salvaguardare a livello internazionale il diritto dei coltivatori a conservare, coltivare e scambiare i semi per permettere ai consumatori di cucinare e mangiare cibo sano e nutriente. I semi non sono proprietà di un’azienda. Le royalties che ricavano dai loro brevetti sono da considerarsi un crimine.
In India ci sono tantissimi casi che coinvolgono la Monsanto ed è per questo che l’abbiamo portata davanti al Tribunale dell’Aia, davanti ai giudici competenti. Ora anche i governi locali si stanno impegnando per far fronte a una situazione che ha caratteristiche emergenziali, con i contadini che si suicidano proprio per le condizioni imposte e con tantissimi altri che si ammalano a causa dei pesticidi venduti nei kit insieme ai semi. Da noi si comincia a parlare di omicidio colposo per quanto riguarda queste pratiche.
Un’altra emergenza è la fusione tra la Bayer e la Monsanto. Il settore agroindustriale e quello farmaceutico si stanno fondendo e insieme costituiscono una minaccia ancor più grande. Una fusione che dovrebbe essere rigettata ma che viene riproposta: stiamo combattendo per smascherare tutte le bugie che vengono propinate per ottenerne l’approvazione.
Ogni singola compagnia ha violato i diritti legali dei cittadini di ogni stato. Ne sono esempi ciò che è successo con il glifosato e quanto la Monsanto sta facendo con il Roundup, l’erbicida che si basa sul principio attivo del glifosato. Non appena la Monsanto è stata indagata per il monopolio sui semi, essa stessa ha subito denunciato l’antitrust indiano. Come fa la Bayer con i neonicotinoidi, i pesticidi che stanno decimando la popolazione delle api: quando l’Unione europea ha confermato i rischi connessi, è passata immediatamente alle vie legali.
Prima della globalizzazione il monopolio era un oligopolio ed era visto nel contesto dei diritti delle persone e del Bene Comune. Dopo la globalizzazione siamo passati all’aritmetica dei numeri: se si ha una quota di mercato inferiore al 50% - si afferma - non se ne possiede il monopolio. Ma poi la Monsanto, tramite i suoi impiegati, ha messo su con duemila dollari una società a essa collegata proprio per aggirare le norme antitrust sul monopolio.
Voglio lanciare un appello tramite la stampa ai cittadini italiani, ai cittadini europei, per ribadire che qui non si tratta di numeri o di quote, ma che ne va della nostra libertà. Libertà di poter scegliere come coltivare, ma anche libertà dei popoli a vivere e ad avere accesso alle risorse naturali.
Di fronte alla manipolazione della post-verità, con una mobilitazione di centinaia di migliaia di contadini noi affermiamo che il cibo e l’agricoltura sono cose troppo importanti per lasciarle nelle mani di multinazionali che promuovono un regime di libero mercato con poche regole - anzi, spesso privo di regole - regole sempre condizionate dagli interessi delle stesse grandi compagnie.
Penso in questo momento al mercato del grano e al controllo esercitato dalla Cargill. I prezzi dei prodotti del lavoro dei contadini non sono mai reali. Prendiamo il caso delle patate, comprate ai contadini a dieci rupie per 50 chili e poi rivendute dalla Pepsi, che le commercializza, in confezioni da 50 grammi al costo di venti rupie. I contadini non guadagnano abbastanza perché c’è chi guadagna troppo. E nel contempo i consumatori che comprano questo cibo trasformato, questo cibo spazzatura, si ammalano.
Questo stato di cose ha causato la distruzione del 75% del suolo, della biodiversità e dell’ambiente in generale, ed è anche responsabile al 50% dei problemi relativi ai cambiamenti climatici. Anche il 75% delle malattie croniche possono essere messe in relazione al cibo industriale.
E ricordiamo poi che il modello di agricoltura industriale è un modello di agricoltura senza agricoltori. Si inizia a parlare di fine dell’era del cibo. Sul mercato si propongono già latte, olio e fagioli sintetici. Immaginano costantemente un mondo con meno lavoro e più profitti, un modello di società in cui il 99% della popolazione non serve. Noi invece continuiamo a pensare che l’economia non possa valere soltanto per l’1% che ha deciso di avvelenarci.
Questo manifesto rappresenta il cartello dei veleni: Monsanto, Bayer, Syngenta, Dupont, Dow e Basf, riunitesi per essere sempre più potenti. Accanto al nome della società abbiamo scritto quello del proprietario. Industria alimentare e farmaceutica in un disegno di dominio globale. Miliardari che mettono i loro soldi nei fondi di investimento privati che a loro volta controllano le grandi corporations. Più ci rinchiudono nel recinto di questa dittatura legata al cibo e ai semi, più fanno profitti.
È venuto il momento per noi tutti di reclamare i nostri diritti. Se non lo facciamo ora, non ci sarà possibile farlo nel futuro. Anzi: non ci sarà nemmeno più futuro».

mercoledì 4 aprile 2018

DIECI RIFLESSIONI E UN COMMENTO: IL CICLO DELLA PAURA IN PIENO ANTROPOCENE, di Roberto Savio e Michele Nobile

IN DUE LINGUE (Italiano, Inglese)

È ormai chiaro che siamo in un periodo di transizione, anche se non sappiamo verso dove. Ma è evidente che il sistema politico, economico e sociale che ci ha accompagnato dalla fine della Seconda guerra mondiale non è più sostenibile.
Secondo Amnesty International, le diseguaglianze in crescita esponenziale ci hanno quasi riportato ai livelli del tempo della regina Vittoria: oggi a livello globale, tuttavia. Dieci anni fa, 652 individui avevano la stessa ricchezza di 2,3 miliardi di persone: ora sono appena otto.
Secondo le proiezioni dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro, i diciottenni di oggi andranno in pensione in media con 632 euro.
Nonostante le dichiarazioni ufficiali, e nell’indifferenza generale, stiamo raggiungendo il limite dei 2 gradi centigradi di aumento della temperatura atmosferica dal 1854, soglia oltre la quale il nostro pianeta subirà cambiamenti irreversibili.
La finanza si è staccata dall’economia creando un mondo proprio, il solo senza organismi internazionali di controllo, in cui le transazioni finanziarie giornaliere sono quaranta volte superiori alla produzione di beni e servizi dell’intero pianeta. Dal 2009, le principali banche hanno pagato oltre 800 miliardi di multe per operazioni illegali.
La partecipazione politica è scesa da una media dell’86%, nel 1960, al 63,7% di oggi.
Sebbene un’analisi profonda sia assai complessa e investa tutti gli aspetti della nostra vita, è possibile individuare importanti - e allo stesso tempo semplici - punti di riflessione su cui soffermarci insieme.

Riflessione nº 1

La crisi ha radici profonde.
Nel 1973, l’Assemblea generale delle Nazioni Unite adottò all’unanimità un piano di governabilità globale - progettato per ridurre le diseguaglianze tra i suoi membri - conosciuto con il nome di Nuovo Ordine Economico Internazionale. Il piano nacque con l’appoggio degli Stati Uniti (anche se promosso da Messico e Algeria).
Il sistema internazionale post-guerra - di cui sono parte, per esempio, le Nazioni Unite - era stato realizzato su iniziativa degli Stati Uniti, principali vincitori della Seconda guerra mondiale, che avevano interesse a preservare la pace e lo sviluppo in seguito a un conflitto in cui persero 405.000 soldati su una popolazione di 132 milioni di persone. La Germania ne perse più di cinque milioni su 78 di abitanti, di cui oltre due milioni di civili, contro 8.000 negli Usa e quasi tredici milioni in Urss.
Le Nazioni Unite furono create con l’impegno di Washington di contribuire al bilancio per il 25%, il che illustra la differenza con l’oggi, in cui Trump minaccia di ritirarsi.
Ma fino al summit di Cancún del 1981, che riunì i ventidue Capi di Stato più importanti del mondo (escluso il campo comunista), si viveva nell’illusione della fine delle diseguaglianze, sulla base di una democrazia mondiale in cui la maggioranza dei Paesi avrebbe deciso il corso da seguire per il bene comune.
Il neoeletto presidente Reagan era presente a Cancún e annunciò che gli Stati Uniti non avrebbero più accettato di essere sottomessi alle regole di un’astratta democrazia mondiale. Gli Usa - disse - non sono una nazione come le altre, e torneranno a decidere la loro politica internazionale e commerciale. Allo stesso vertice partecipava anche Margaret Thatcher, che divenne la sponda europea di Reagan.
Era nata una diversa visione del mondo: «la società non esiste. Esistono gli individui» (Thatcher); «non sono le fabbriche che fanno polluzione, bensì gli alberi» (Reagan). La povertà produce povertà, la ricchezza produce ricchezza. Di conseguenza i ricchi vanno tassati il meno possibile, perché distribuiscono ricchezza.

Riflessione nº 2

Nel 1989, pochi anni dopo Cancún, crollò il Muro di Berlino: era la fine delle ideologie, camicie di forza che ci avevano condotto a Nazismo e Comunismo.
L’idea-forza era che bisogna essere pragmatici. La politica doveva risolvere i problemi concreti, non perseguire utopie. Ma la soluzione di un determinato problema senza che questo sia inserito in una visione complessiva della società - destra o sinistra, poco importa - si chiama in realtà utilitarismo, e la politica rivolta all’amministrazione invece che alle idee allontana la partecipazione politica e aumenta la corruzione.
Senza programmi ideali, l’importanza della personalità del politico, possibilmente telegenico, cresceva e si misurava in TV anziché nelle pubbliche piazze. Il marketing, non le idee o i programmi, divenne lo strumento principale per le campagne elettorali.

Riflessione nº 3

Allo stesso tempo, la globalizzazione neoliberale si impose come pensiero unico senza alternative (il There Is No Alternative - TINA - di Thatcher; è interessante notare che, prima della caduta del Muro, il termine globalizzazione non era mai comparso nei media).
Questa globalizzazione si basava sul modello socioeconomico e politico del cosiddetto Washington consensus, il paradigma di sviluppo imposto da Fondo monetario internazionale, Banca mondiale e Tesoro degli Stati Uniti. Prevedeva l’adozione delle seguenti riforme: stabilizzazione macroeconomica, liberalizzazione (di commercio, investimenti e finanza), privatizzazione e deregolamentazione.
Eliminava dovunque le barriere di protezione nazionale, riduceva le spese non produttive (educazione, sanità e assistenza sociale) e promuoveva la libera competizione fra gli Stati. Famosa la definizione che ne diede Kissinger: «il nuovo paradigma della supremazia americana». I Paesi in via di sviluppo la vissero come sottomissione alle regole economiche imposte dal Nord. Ma Kissinger non vide che una volta aperta la via della libera competizione, la Cina e altri Paesi sarebbero emersi.

Riflessione nº 4

La reazione della sinistra al pensiero unico fu la «terza via», proposta con successo da Tony Blair: era tempo di abbandonare le vecchie idee della sinistra e cavalcare la globalizzazione, accettando la mancanza di alternative.
La socialdemocrazia, da Blair a Renzi, cerca di trasformarsi in un partito trasversale che abbracci anche il centro, con una politica di fatti concreti e priva di gabbie ideologiche superate.
Di fatto, in questo modo la sinistra ha perso la sua base popolare, e la crisi del 2008, dovuta all’assenza di controlli sulle banche nordamericane e approdata poi anche in Europa (con la sinistra al governo quasi ovunque), elimina la sua capacità di redistribuire il surplus.
Operai, ceti medi in crisi e vittime della globalizzazione cercano nuovi difensori e votano per Le Pen (Francia), Farage (Gran Bretagna), Wilder (Paesi Bassi) e così via, fino a scegliere Salvini e il Movimento 5 Stelle (Italia).

Riflessione nº 5

Numerosi storici ritengono che la cupidigia e la paura siano stati fra i principali motori di cambiamento nella storia.
Nel suo ultimo libro, Nel nome dell’umanità, Riccardo Petrella sostiene che questi motori siano stati avviati utilizzando tre «trappole»: in nome di Dio, in nome della Nazione e in nome del Profitto. Non c’è dubbio che dalla caduta del Muro di Berlino i valori della globalizzazione (competizione, profitto, individualismo ed esaltazione della ricchezza), insieme alla scomparsa della giustizia sociale (solidarietà, trasparenza, equità ecc.) dal dibattito politico, abbiano creato un’etica basata sull’avidità.
E vent’anni dopo, nel 2009, la crisi economica e finanziaria - prima negli Stati Uniti (legata alla speculazione immobiliare) e poi in Europa (dovuta ai titoli sovrani) - ha aperto un secondo ciclo: quello della paura.

Riflessione nº 6

Il ciclo della paura nel quale siamo immersi (senza aver abbandonato l’avidità e mentre tornano di nuovo in uso le tre «trappole») ha creato una nuova destra che non è costruita sulle idee, ma basata sulle emozioni.
La Brexit e Trump ne sono le manifestazioni più evidenti, ma il fenomeno reale è molto più profondo. Ci troviamo in una società liquida non strutturata su ideologie o classi. E in questa società è facile veder salire alla ribalta leader che cavalcano paura e cupidigia.
La crisi del 2009 si aggiunge ai massicci flussi migratori provenienti da Paesi invasi dall’Occidente per deporne i dittatori ed istituire automaticamente la democrazia. (Tuttavia, la disgregazione della Iugoslavia - una nazione moderna ed europea - dopo la morte di Tito avrebbe dovuto costituire un monito.)
Non è la democrazia ad essere introdotta, ma caos, guerre civili, sangue e distruzione.
Nel 2003, George W. Bush iniziò l’invasione dell’Iraq. Nel 2011, in Siria scoppiò la guerra civile, diventando ben presto uno scontro fra potenze arabe, Europa, Stati Uniti e Russia (risultato: sei milioni di sfollati e mezzo milione di morti). Nel 2013, Sarkozy spinse per un’invasione della Libia.
Dalle rovine dell’Iraq nacque l’Isis - terrorismo in nome di Dio, per un ritorno all’Islam originario (il Wahhabismo, finanziato in tutto il mondo dall’Arabia Saudita con 80 miliardi di dollari negli ultimi vent’anni). Quindic’anni prima, i veterani della guerra finanziata dagli Stati Uniti contro l’occupazione sovietica in Afghanistan si erano riuniti sotto la guida di Osama Bin Laden in un’altra struttura, al-Qaida, mettendo in atto il primo attacco della storia su suolo nordamericano, nel 2001.
Come dice El Roto, celebre vignettista di El País: «noi gli mandiamo bombe, e loro ci mandano migranti».
Sui rifugiati in arrivo scattano due delle tre «trappole»: in nome di Dio e in nome della Nazione.
Ora, in Europa, i partiti identitari e sovranisti sono la seconda forza politica, davanti a quelli socialisti. Se oggi si tenessero le elezioni europee, la destra radicale otterrebbe quaranta milioni di voti. È al potere in Ungheria, Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia e Austria, ma condiziona pure i governi dei Paesi nordici, dell’Olanda e della stessa Germania (da quando Alternative für Deutschland ha ottenuto 92 seggi).
In Ungheria, Orbán ha lanciato la cosiddetta «democrazia illiberale», la Polonia ha denunciato il laicismo dell’Unione europea e convoca una grande marcia con i populisti e sovranisti di tutto il continente, al grido di «in nome di Dio». Il Gruppo di Visegrád (Ungheria, Repubblica Ceca, Slovacchia, Polonia e ora anche Austria) ha denunciato il cedimento dell’Europa all’Islam e creato una frattura Est-Ovest in Europa, che si aggiunge a quella Nord-Sud sulla visione dell’economia: austerità o solidarietà.
C’è però una novità: gli Stati Uniti intervengono in Europa appoggiando apertamente i partiti della destra nazionalista e xenofoba, che allo stesso tempo guardano non solo a Trump, ma anche a Putin (che sta pure intromettendosi nelle elezioni europee), considerandolo un punto di riferimento.
Come risultato, in un’Europa che invecchia rapidamente (in Italia, per esempio, i giovani tra i 18 e i 25 anni sono il 3% degli aventi diritto al voto), l’immigrazione è diventata una grande bandiera della destra populista e xenofoba.
Nel frattempo, il Fondo monetario internazionale ha lanciato un avviso: l’Europa ha bisogno in tempi brevi di assorbire 20,5 milioni di immigrati, in modo da poter sostenere il suo sistema pensionistico e mantenere i livelli di produttività. Le statistiche mostrano che gli immigrati contribuiscono al sistema più di quanto costino; costituiscono la grande maggioranza delle nuove piccole imprese e il loro sogno è essere integrati rapidamente nel sistema europeo.
Ma non esiste un dibattito sull’immigrazione e su quali categorie di immigranti accogliere. Tutti sono ormai visti come pericolosi invasori, intenti a distruggere l’identità europea, alla criminalità e a togliere il lavoro ai cittadini europei, vittime di una diffusa disoccupazione. Perfino Trump, in un Paese costituito da immigranti, ha fatto del controllo sull’immigrazione uno dei suoi cavalli di battaglia.
Un fenomeno tragico è che i giovani, assai meno dei pensionati, non sono più attivi politicamente. Nella storia, i giovani irrompono sulla scena politica per cambiare il mondo che trovano. Se avessero votato, la Brexit non si sarebbe verificata. Ma il sistema politico - degli anziani - li ignora. In Italia, il governo Renzi ha stanziato 30 miliardi di euro per salvare quattro banche. Nello stesso anno, il bilancio totale per i giovani italiani era di due miliardi.
Dalla creazione delle Nazioni Unite nel 1945, siamo passati da 2,5 miliardi di abitanti ai 7,6 miliardi di oggi. La crescita si fermerà solo nel 2050, quando saremo 9,5 miliardi. O troviamo un accordo sulla governabilità e l’immigrazione di cui necessitiamo, oppure dovremo sparare sugli immigranti, come alcuni hanno già proposto.

domenica 12 giugno 2016

TERRORISMO SPETTACOLARE DI MASSA, di Roberto Massari

IN DUE LINGUE (Italiano, Portoghese)

La società portatrice di spettacolo non domina solo mediante l'egemonia economica le regioni sottosviluppate. Le domina in quanto società dello spettacolo… parte dello spettacolo totale… del funzionamento globale del sistema, in una divisione mondiale di compiti spettacolari…
(Guy Debord, La società dello spettacolo, 1967)

Martedì 11 settembre 2001, ore 8,45: le Torri Gemelle di Manhattan esplodono e crollano al suolo colpite da due aerei di linea guidati da piloti suicidi della rete di al-Qaeda.
Il mondo non dimenticherà facilmente quella data, anche perché da allora le numerose foto che ritraggono le Torri avvolte dal fuoco si sono irreversibilmente trasformate in «foto-simbolo» della nostra epoca. In quanto tali vengono utilizzate in continuazione - e sempre di più lo saranno nel futuro - su una scala industriale e di massa. Continueranno ad essere sottoposte a serie infinite di riproduzioni, a variazioni grafiche d'ogni genere che non possiamo nemmeno lontanamente immaginare. Tali manipolazioni grafiche dipendono infatti dall'innovazione nel campo della tecnologia informatica e postcomputeristica, con le sue ricadute nel campo dell'internautica (la navigazione in Internet).
È un fenomeno che già da tempo si verificava col procedere così rassicurante dei lavoratori nel quadro del Quarto Stato di Pellizza da Volpedo (1901), con il fungo atomico di Hiroshima, con la maliziosa foto di Marilyn a gonne levate o con l'indimenticabile foto di Guevara ripresa da Korda. Stiamo parlando di «foto simbolo della nostra epoca» e non di foto soltanto celebri: vale a dire, foto che hanno uno straordinario potere evocativo; che comunicano direttamente con l'immaginario individuale e di massa; che sintetizzano nella frazione di un istante ottico-percettivo miriadi di parametri culturali e di coordinate spazio-temporali, per lo più remote e irriconoscibili (di fatto superflue); che alludono a «un prima» e a «un dopo» totalmente distaccati dall'oggetto occasionale dell'immagine (che rimane quindi arbitrario e disponibile per ogni possibile manipolazione).
È infatti la serialità - vale a dire la possibilità di riproduzione tecnica e di variazione grafica infinite (in presenza di condizioni di comprensibilità universale e generalizzata) - che in ultima analisi rende tali immagini foto-simbolo della nostra epoca.
E che simbolo, nel crollo delle Torri Gemelle!
Chi fosse stato in cerca di un logo con cui raffigurare agli occhi delle future generazioni il passaggio dal «secolo breve», ultimo del secondo millennio - il Novecento delle grandi colpe storico-sociali (nazifascismo, stalinismo, colonialismo, guerre mondiali) - alle angosce collettive per le incognite del terzo millennio, non potrà che dirsi soddisfatto. La più scatenata evocazione filmica di Armageddon potrà apparire solo acqua fresca in rapporto a quei filmati, a quelle immagini.
Dopo la tragedia, i giornali fecero a gara nello stabilire quali record fossero stati battuti: il record del maggior numero di vittime in un solo giorno (guerre e calamità naturali escluse); il primo attacco agli Usa, sul loro territorio, dal 1812; l'evento sanguinoso più intensamente coperto dai mass media, in rapporto alla sua breve durata; il maggior danno economico con una sola azione (perdite per 40 miliardi di dollari circa); l'estrema rappresentatività architettonico-urbanistica degli obiettivi prescelti; ma anche l'attentato più interetnico, con vittime di 87 paesi diversi (e più interclassista in rapporto al numero delle vittime - aggiungiamo noi, ponendoci in coda a questa macabra hit parade) e così via.

RED UTOPIA ROJA – Principles / Principios / Princìpi / Principes / Princípios

a) The end does not justify the means, but the means which we use must reflect the essence of the end.

b) Support for the struggle of all peoples against imperialism and/or for their self determination, independently of their political leaderships.

c) For the autonomy and total independence from the political projects of capitalism.

d) The unity of the workers of the world - intellectual and physical workers, without ideological discrimination of any kind (apart from the basics of anti-capitalism, anti-imperialism and of socialism).

e) Fight against political bureaucracies, for direct and councils democracy.

f) Save all life on the Planet, save humanity.

g) For a Red Utopist, cultural work and artistic creation in particular, represent the noblest revolutionary attempt to fight against fear and death. Each creation is an act of love for life, and at the same time a proposal for humanization.

* * *

a) El fin no justifica los medios, y en los medios que empleamos debe estar reflejada la esencia del fin.

b) Apoyo a las luchas de todos los pueblos contra el imperialismo y/o por su autodeterminación, independientemente de sus direcciones políticas.

c) Por la autonomía y la independencia total respecto a los proyectos políticos del capitalismo.

d) Unidad del mundo del trabajo intelectual y físico, sin discriminaciones ideológicas de ningún tipo, fuera de la identidad “anticapitalista, antiimperialista y por el socialismo”.

e) Lucha contra las burocracias políticas, por la democracia directa y consejista.

f) Salvar la vida sobre la Tierra, salvar a la humanidad.

g) Para un Utopista Rojo el trabajo cultural y la creación artística en particular son el más noble intento revolucionario de lucha contra los miedos y la muerte. Toda creación es un acto de amor a la vida, por lo mismo es una propuesta de humanización.

* * *

a) Il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi che impieghiamo dev’essere riflessa l’essenza del fine.

b) Sostegno alle lotte di tutti i popoli contro l’imperialismo e/o per la loro autodeterminazione, indipendentemente dalle loro direzioni politiche.

c) Per l’autonomia e l’indipendenza totale dai progetti politici del capitalismo.

d) Unità del mondo del lavoro mentale e materiale, senza discriminazioni ideologiche di alcun tipo (a parte le «basi anticapitaliste, antimperialiste e per il socialismo».

e) Lotta contro le burocrazie politiche, per la democrazia diretta e consigliare.

f) Salvare la vita sulla Terra, salvare l’umanità.

g) Per un Utopista Rosso il lavoro culturale e la creazione artistica in particolare rappresentano il più nobile tentativo rivoluzionario per lottare contro le paure e la morte. Ogni creazione è un atto d’amore per la vita, e allo stesso tempo una proposta di umanizzazione.

* * *

a) La fin ne justifie pas les moyens, et dans les moyens que nous utilisons doit apparaître l'essence de la fin projetée.

b) Appui aux luttes de tous les peuples menées contre l'impérialisme et/ou pour leur autodétermination, indépendamment de leurs directions politiques.

c) Pour l'autonomie et la totale indépendance par rapport aux projets politiques du capitalisme.

d) Unité du monde du travail intellectuel et manuel, sans discriminations idéologiques d'aucun type, en dehors de l'identité "anticapitaliste, anti-impérialiste et pour le socialisme".

e) Lutte contre les bureaucraties politiques, et pour la démocratie directe et conseilliste.

f) Sauver la vie sur Terre, sauver l'Humanité.

g) Pour un Utopiste Rouge, le travail culturel, et plus particulièrement la création artistique, représentent la plus noble tentative révolutionnaire pour lutter contre la peur et contre la mort. Toute création est un acte d'amour pour la vie, et en même temps une proposition d'humanisation.

* * *

a) O fim não justifica os médios, e os médios utilizados devem reflectir a essência do fim.

b) Apoio às lutas de todos os povos contra o imperialismo e/ou pela auto-determinação, independentemente das direcções políticas deles.

c) Pela autonomia e a independência respeito total para com os projectos políticos do capitalismo.

d) Unidade do mundo do trabalho intelectual e físico, sem discriminações ideológicas de nenhum tipo, fora da identidade “anti-capitalista, anti-imperialista e pelo socialismo”.

e) Luta contra as burocracias políticas, pela democracia directa e dos conselhos.

f) Salvar a vida na Terra, salvar a humanidade.

g) Para um Utopista Vermelho o trabalho cultural e a criação artística em particular representam os mais nobres tentativos revolucionários por lutar contra os medos e a morte. Cada criação é um ato de amor para com a vida e, no mesmo tempo, uma proposta de humanização.