L’associazione Utopia rossa considera suo fondamento politico il principio secondo cui il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi si deve riflettere l’essenza del fine. Non ha programmi politici, come del resto non ne aveva la Prima internazionale. Nonostante le più diverse provenienze ideologiche dei suoi sostenitori, essa ritiene che l’anticapitalismo dilagato dopo l’inizio dell’Antirivoluzione russa (dicembre 1917) sia stato motivato fondamentalmente da idee precapitalistiche, cioè retrograde, e non da progetti di civiltà in grado di superare il capitalismo sviluppando ulteriormente i suoi modelli di democrazia. Ciò spiega anche il prevalere, nella storia della cosiddetta «sinistra», di simpatie per i regimi dittatoriali di ogni specie e colore. Utopia rossa si batte contro l’ulteriore diffusione di ideologie precapitalistiche vecchie e nuove (in campo politico, culturale, ecologico, religioso ecc.), come parte della sua battaglia per il superamento del capitalismo, se si vuole salvare la vita sulla Terra con la sua umanità. In questo senso la sua utopia continua ad essere rossa.

The Red Utopia association considers its political foundation to be the principle that the end does not justify the means, but that the means must reflect the essence of the end. It has no political program, just as the First International did not. Despite the diverse ideological backgrounds of its supporters, it believes that the anti-capitalism that spread after the start of the Russian Anti-Revolution (December 1917) was fundamentally motivated by pre-capitalist – that is, retrograde – ideas, and not by civilizational projects capable of overcoming capitalism and of further developing its democratic models. This also explains the prevalence, throughout the history of the so-called «left», of sympathies for dictatorial regimes of all kinds and colors. Red Utopia fights against the further spread of old and new pre-capitalist ideologies (in the political, cultural, ecological, religious, and other fields) as part of its battle to overcome capitalism, if life on Earth, including its humanity, is to be saved. In this sense, its utopia remains red.

PER SAPERNE DI PIÙ CI SONO UNA COLLANA DI LIBRI E UN BLOG IN VARIE LINGUE…

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venerdì 2 febbraio 2018

AGUSTÍ CENTELLES: SULLA FOTOGRAFIA DELLA RIVOLUZIONE SOCIALE DI SPAGNA (1936-1939), di Pino Bertelli

Nessun governo combatte il fascismo per distruggerlo.
Quando la borghesia vede che il potere le sta scivolando dalle mani,
chiede aiuto al fascismo per mantenere i privilegi.
(Buenaventura Durruti)

Agustí Centelles © Archivio Sergi Centelles
I. SPARATE SEMPRE, PRIMA DI STRISCIARE!

Fra 1936 e 1939 la rivoluzione sociale di Spagna - che molti storici ancora oggi chiamano semplicemente “guerra civile spagnola” o “guerra di Spagna” - vide in campo due fronti contrapposti: da una parte i reazionari nazionalisti del generale Francisco Franco (appoggiati da Hitler, da Mussolini e dall’indifferenza o la truffalderia delle nazioni democratiche); dall’altra il variegato fronte repubblicano (anarchici, marxisti, trotskisti, stalinisti, liberali)… sull’orlo di questa storia in utopia, gli anarchici ebbero grande influenza e sostegno popolare, ma dovettero confrontarsi con il violento ostracismo dei marxisti filosovietici. Dopo tre anni di battaglie giunse la sconfitta dei repubblicani, tuttavia la rivoluzione libertaria spagnola è considerata il fatto storico più importante dell’intera storia dell’anarchismo, e ancora oggi rappresenta il maggior e più significativo esempio di realizzazione del comunismo libertario.
Al termine della guerra di popolo restarono sul campo 600.000 morti e vi furono più di un milione di mutilati e quasi un milione di profughi. Il franchismo aveva vinto e insieme a fascismo, nazismo e stalinismo (sempre in accordo con il Vaticano, che benediva cannoni e campi di sterminio) allevò i popoli all’ideologia dei despoti e alla secolarizzazione delle lacrime… la burocratizzazione della politica, la rapacità dell’economia e la civiltà dello spettacolo che ne consegue saranno poi elevate al grande carnevale delle democrazie mercatali e guerrafondaie che - attraverso il capitalismo parassitario e l’instaurazione della partitocrazia - permetteranno (in tutta tranquillità) a una minoranza di arricchiti di continuare a violentare e impoverire il resto del pianeta.
© Agustí Centelles
Il 17 dicembre 1936 la Pravda sovietica scrive: «in Catalogna è già cominciata la pulizia dei trotskisti e degli anarchico-sindacalisti; verrà condotta con la stessa energia che nell’Unione Sovietica»… nel maggio 1937, a Barcellona, gli agenti del Gugb - polizia politica sovietica - organizzano un commando composto da comunisti italiani e spagnoli e danno l’assalto alla Centrale telefonica occupata dagli anarchici… gli scontri fra anarchici e stalinisti (agli ordini di Palmiro Togliatti e Vittorio Vidali, il famigerato «comandante Carlos») sono feroci… muoiono centinaia di persone… Camillo Berneri e Francesco Barbieri sono ammazzati dagli sgherri di Vidali. Il Poum (Partido Obrero de Unificación Marxista, piccola organizzazione dissidente di sinistra che si opponeva al Pce, legato alla Terza internazionale e a Mosca) - con le cui milizie combatté anche George Orwell, autore di Omaggio alla Catalogna - è accusato di essere una “quinta colonna” al soldo dei franchisti e gli stalinisti ne arrestano uno dei fondatori, Andrés Nin; assieme ad altre personalità del Poum viene condotto in un campo militare vicino a Siviglia, dove è torturato e assassinato.
Nel febbraio 1939 il governo di Franco è riconosciuto dalla Francia, dalla Gran Bretagna e dal silenzio ossequioso del Vaticano… il poeta surrealista Benjamin Péret, che aveva partecipato alla Rivoluzione spagnola con gli anarchici della Columna Durruti e scritto la sua poesia sovversiva sulle barricate, si scaglia contro gli uomini che legittimano e mantengono in piedi tutti i sistemi di dominio dell’uomo sull’uomo: «Sparate sempre, prima di strisciare». A causa dei suoi pamphlet anarchici, travolgenti, ereticali e blasfemi, Péret viene infamato, deriso, cancellato (invano) dalle storie della letteratura, e quando lo si è fatto è stato per denigrare la sua grandezza sulfurea e relegarlo nelle bibliografie come scheggia impazzita della rivoluzione surrealista. Nei cimiteri della politica istituzionale (dei bravacci delle chiese o delle belle carogne della cultura asservita) splende il sole dei moribondi, dei pagliacci, dei boia… le loro opere, sparse lungo i millenni, sono disseminate di mediocrità e miserie smascherate da tutti i sovversivi dell’ordine costituito, che proprio non ne vogliono mangiare, di quel pane…
Nell’immaginario fotografico la rivoluzione di Spagna non è solo quella immortalata, una volta e per sempre (e dalla parte giusta), da Robert Capa, Gerda Taro o da David “Chim” Seymour… c’è anche un fotoreporter spagnolo (non proprio conosciuto) che ha documentato la storia di quella rivoluzione con notevole partecipazione sociale: Agustí Centelles i Ossó.
Un’annotazione a margine. Agustí Centelles nasce a Grau de València il 22 maggio 1909. Impara presto il mestiere nello studio di un fotografo a Barcellona (Francisco de Baños, che faceva ritratti e ritocco di negativi e positivi) e inizia a collaborare a diverse testate (La Vanguardia, Diario de Barcelona, La Publicitat, Ultima Hora…). Al giornale El Día Gráfico Centelles incontra il giornalista (fotografo) Josep Badosa e gli apre la strada del fotogiornalismo: è il 1927. Si occupa di sport, spettacoli, atti ufficiali e società… usa una fotocamera 9x12. Dopo il servizio militare (1931) lavora a fianco di alcuni giornalisti - Josep Gaspar, Josep Maria Sagarra e Pau Lluís Llorents: è la svolta professionale. Nel maggio 1934 acquista una Leica per 900 pesetas e comincia a lavorare come freelance. La sua firma inizia ad apparire sui giornali di Barcellona e le sue fotografie sono pubblicate anche all’estero. Nel 1935 sposa Eugènia Martí.
© Agustí Centelles
Il 18 luglio 1936, dopo il colpo di Stato militare, si schiera dalla parte del popolo lealista… nel corso della guerra molte delle sue immagini sono pubblicate da agenzie internazionali (Havas, Fulgor)… non sempre firmate dall’autore… nel settembre 1937 è nell’Unità Servizi Fotografici dell’Esercito Est… fotografa da vicino la rivoluzione e nei combattimenti di Teruel e Belchite - e durante il bombardamento di Lérida - mostra sensibilità e commozione verso la disperata vitalità del popolo spagnolo in armi. Nel 1939, dopo la vittoria del franchismo, Centelles passa il confine con la Francia a piedi: ha con sé le macchine fotografiche e una valigia piena di negativi… viene internato nel campo di Argelès-sur-Mer e poi in quello di Bram… qui allestisce un piccolo laboratorio fotografico e fotografa la situazione degli internati. Nel 1942, grazie a un permesso per il lavoro esterno, fugge ed entra nella Resistenza (come falsificatore di documenti nei Grupos de Trabajadores Extranjeros, unità di appoggio organizzate dai repubblicani spagnoli). Nella primavera del 1944 la Gestapo arresta molti membri dei Gte e Centelles attraversa di nuovo i Pirenei a piedi - con moglie e figlio - e torna a Barcellona in segreto… vive in clandestinità per tre anni a Reus, in casa di parenti. Alla fine della guerra si consegna alle autorità. Vive per lungo tempo in libertà vigilata. Il suo materiale fotografico, conservato clandestinamente in Francia, si potrà vedere solo dopo la fine del franchismo.
Nel 1947 Centelles ha un secondo figlio e torna a Barcellona… apre un piccolo studio e si dedica alla fotografia industriale e alla pubblicità… accusato di appartenere alla massoneria, è a lungo squalificato come fotoreporter… nel 1976 si reca a Carcassonne (dove ai tempi della Resistenza aveva installato un laboratorio clandestino nella cantina del suo datore di lavoro) e recupera le fotografie della rivoluzione che si era portato in esilio. Inizia a pubblicare i suoi materiali… le mostre, le conferenze e il riconoscimento dei fotogiornalisti gli restituiscono il valore documentale che merita. Il 19 dicembre 1979, all’età di 70 anni, riesce a rientrare nel registro ufficiale dei giornalisti. Due anni dopo, l’Afpc (Asociación de Fotógrafos de Prensa y Comunicación de Cataluña) gli rende omaggio e lo nomina membro onorario. Nel 1984 Agustí Centelles riceve il Premio Nacional de Fotografia. Muore a Barcellona il 1º dicembre 1985. L’archivio fotografico di Centelles è conservato presso il ministero della Cultura spagnolo. Lasciamo agli imbecilli dell’entusiasmo l’inconvenienza del successo, roba da mentecatti del mercato intellettuale.

mercoledì 29 novembre 2017

I COLORI DEL CIELO (Francesco Mazza, 2017), di Pino Bertelli

Pensiero meridiano vuol dire fondamentalmente questo: restituire al sud l’antica dignità di soggetto del pensiero, interrompere una lunga sequenza in cui esso è stato pensato da altri. Tutto questo non vuol dire indulgenza per il localismo, quel giocare melmoso con i propri vizi che ha condotto qualcuno a chiamare giustamente il sud un «inferno». Al contrario un pensiero meridiano ha il compito di pensare il sud con maggior rigore e durezza, ha il dovere di vedere e combattere iuxta propria principia la devastante vendita all’incanto che gli stessi meridionali hanno organizzato delle proprie terre. In questa vendita all’incanto, in questo assalto volgare e trasformistico alla modernità si sono venute affermando le due facce oggi dominanti del sud: paradiso turistico e incubo mafioso. […] l’antica spinta egalitaria è affogata nell’anomia generalizzata, nella perdita di riferimento ad un’altra forma di vita. […]
Bisogna essere lenti come un vecchio treno di campagna e di contadine vestite di nero, come chi va a piedi e vede aprirsi magicamente il mondo, […] invidiare l’anarchia dolce di chi inventa di momento in momento la strada.
(Franco Cassano, Il pensiero meridiano, 2005)

Pino Bertelli negli inediti panni di «Ismaele»…
[…] «Chiamatemi Ismaele. Qualche anno fa - non importa ch’io vi dica quanti - avendo poco o punto denaro in tasca e niente che particolarmente m’interessasse a terra»1… sono andato a girovagare in terre di briganti… lì ho conosciuto una sorta di capitano Achab che diceva: «Sia gioia, gioia eccelsa, intima gioia, a colui che contro gli dèi e i commodori superbi di questa terra oppone sempre il suo inesorabile se stesso»2. Era gradevole, intelligente quanto un arpioniere di balene bianche senza tatuaggi… un cittadino del cielo… ci siamo intesi subito… così abbiamo pensato d’imbarcarci su una nave fantastica (il Pequod, una vecchia auto rossa con la radio sempre accesa sui bollettini di guerra metropolitana) e navigare fra terre, monti e mari di Calabria e fare un film e un libro fotografico con i calabresi… della ciurma facevano parte anche Anna Maria, secondo ufficiale del Pequod, e Paola, una figlia della Tortuga, che fumava la pipa… in fondo, dissi - «Siamo uomini nel mondo, non del mondo» - e partimmo.
Non è stato facile… abbiamo affrontato venti avversi… boschi in fiamme, laghi asciutti, mari deserti… e incontrato tribù che cucinavano tenerezza e accoglienza… il vino ci ha accompagnato in tutte le nostre rotte e i canti delle lavandaie hanno scaldato i nostri sogni di fraternità ed eguaglianza… anche davanti ai brutti ceffi che volevano affondare la “nave” non abbiamo avuto paura e senza il timore di dio né del diavolo abbiamo continuato a navigare sulle nostre rotte sconosciute… ci sono state anche battaglie a viso aperto con i mostri di queste terre o cieli o mari profondi… ribelli per vocazione, marinai che fecero l’impresa, siamo sopravvissuti al naufragio nell’asciuttezza dei nostri sospiri estremi!
© Pino Bertelli
L’epilogo: ne sono usciti un libro fotografico e un film del tutto personali… del tutto fuori dai cimiteri del consenso e del successo, e più ancora, ne siamo certi, sono opere non dell’oggi né del domani, ma dell’immaginario del nostro scontento che diventa destino. Ma è del film del capitano Achab che vi voglio ora parlare… con una coppa di vino in mano, un sigaro all’anice e il canto dei gatti in amore sui tetti della città di utopia. Sia lode ora a uomini e donne di chiara fama.
I colori del cielo di Francesco Mazza [capitano Achab] è qualcosa che non ha nulla a che fare con il documentario o il film/inchiesta… forse anche con il docufilm… è una sorta di pamphlet o saggio cinematografico piuttosto anomalo… riprende le radici architetturali delle opere di Straub, Brocani, Pasolini - tanto per fare qualche nome (anche riconosciuto)… e affabula una cartografia dell’esistenza nel trapasso delle ideologie, delle fedi, dei conformismi criminali, anche… alla maniera della bandiglia situazionista (credo), il regista elabora una costruzione delle situazioni in terra di Calabria - ma a ben vedere oltre il tessuto emozionale delle persone che s’interrogano (e rispondono) sulle poche parole di un fotografo di strada (che incidentalmente sono io, Ismaele) - dette anche in maniera un po’ dialettale o selvatica… figurano spaccati profondi della loro storia e della loro vivenza. Quello che ne sortisce è un trattato di filosofia etica, non morale… l’etica segue il principio edonista della maggiore felicità per il maggior numero (Epicuro), la morale è una maledizione o una dottrina dell’abbandono che Stati, chiese e banchieri prediligono per la domesticazione sociale.
© Pino Bertelli
I colori del cielo riparte da Comizi d’amore di Pasolini, certo, riprende lo sconcerto e l’incanto di Pasolini nei confronti del sud e della Calabria, principalmente… ma si chiama fuori, come si è già detto, dal film/inchiesta pasoliniano… quello di Mazza è un rizomario di atti senza apostoli, elaborati fuori dalle preghiere raccomandate, o un portolano di emozioni disseminate su secoli di lacrime e sangue innocente versati fra l’inedia e il gemito di un popolo di antiche culture e profonde bellezze (sovente sfigurate dalla ferocia del malaffare, della politica, della Chiesa)… nelle parole dei calabresi non affiora però solo l’incertezza, la paura, il dissidio o il rispetto verso una fatalità ereditaria… nel non detto o appena accennato o nella rabbia rimasta in gola si scorgono forme di saggezza plebea e di liberazione necessaria… e non c’è da stupirsi che l’ultimo dei vagabondi o degli analfabeti valga più dei “dotti” che fanno professione di pensare… poiché la sfera della coscienza affiora sui corpi, volti, gesti degli intervistati come crescono le rose di campo - così, senza una ragione precisa, per volontà di una gioia terrena che si fa bellezza dei giorni - e approdano all’universale.
Nelle parole, negli sguardi, nelle posture grecaniche dei calabresi filmati da Mazza c’è un coinvolgimento sapienziale che si aggrappa alla radicalità dell’uomo, alla sua terra… Ismaele, che si aggira nelle strade di Calabria e incontra centinaia di persone, le fotografa secondo una visione antropologica del vissuto quotidiano, spesso piuttosto sgangherata o inopportuna per le scuole di fotografia… è una sorta di viandante delle stelle o un bracconiere di sogni che il regista filma con determinazione e pervicacia a ricordo dei fotografi ambulanti americani, quando fissavano sulle lastre la magnificenza di un popolo, quello dei Pellerossa, destinato al genocidio dall’avanzare della modernità. In apertura di un grande film western, Gli implacabili (1955) di Raoul Walsh, interpretato magistralmente da Clark Gable, Jane Russell, Robert Ryan e Cameron Mitchell - ma un po’ troppo infarcito di canzoni - Gable e il fratello, Mitchell, affiorano dal fondo della prateria… vedono un uomo impiccato ad un albero e Gable dice al fratello: «Siamo vicini alla civiltà!». Non c’è differenza tra i sogni di un macellaio e quelli di un banchiere. Il valore di ogni uomo si misura nel valore dei suoi disaccordi! Siccome viviamo nel bel mezzo di terrori eleganti, si può benissimo passare dall’oblio dell’uniformità all’onorabilità della rivolta (quale che sia), la più ancestrale delle nostre vitalità.

mercoledì 5 luglio 2017

LIBRO SULLE «GENTI DI CALABRIA» di Pino Bertelli

È DA POCO USCITO NELLE LIBRERIE - EDITO DA SUONI & LUCI - IL VOLUME DI PINO BERTELLI GENTI DI CALABRIA. ATLANTE FOTOGRAFICO DI GEOGRAFIA UMANA (PP. 204, € 50,00), CONTENENTE OLTRE 200 IMMAGINI IN B/N E CORREDATO DA TESTI DI FRANCESCO MAZZA, PAOLA GRILLO, HUBERTUS VON AMELUNXEN, OLIVIERO TOSCANI, MAURIZIO REBUZZINI, LUIGI MARIA LOMBARDI SATRIANI, LUIGI LA ROSA E PINO BERTELLI.


GENTI DI CALABRIA, UN PROGETTO AMBIZIOSO…
www.gentidicalabria.it

Il Mediterraneo ha la propria tragicità solare che non è quella delle nebbie. Certe sere, sul mare, ai piedi delle montagne, cade la notte sulla curva perfetta d’una piccola baia e allora sale dalle acque silenziose un angosciante senso di pienezza.
In questi luoghi si può capire come i Greci abbiano sempre parlato della disperazione solo attraverso la bellezza e quanto essa ha di opprimente. In questa infelicità dorata la tragedia giunge al sommo. Invece la nostra epoca ha nutrito la propria disperazione nella bruttezza e nelle convulsioni.
Ecco perché l’Europa sarebbe ignobile, se mai il dolore potesse esserlo. Noi abbiamo esiliato la bellezza, i Greci per essa han preso le armi​.
(Albert Camus)

Niente paesaggi, niente cartoline di Calabria, nessuna composizione, solo figure umane attraverso le quali, dai più piccoli ai più grandi, raccontare la storia, lo splendore, la sofferenza, la ricchezza, la povertà e la speranza di una Terra meravigliosa che non deve rassegnarsi agli eventi ma costruire il proprio destino, appunto come quei volti parlanti ci suggeriscono.
Ad accompagnare il racconto di Pino si insinueranno tra le foto narrazioni di antropologi e studiosi di chiara fama che ci restituiranno un racconto avvincente, una testimonianza che possa rimanere ai nostri figli prima ancora che a noi che decidiamo di sostenere questo lavoro. La collaborazione di tutti i partecipanti al progetto è naturalmente gratuita.
Il progetto prevede anche la realizzazione di una mostra itinerante di 30/50 foto (da esporre in Italia e all’estero) e di un DVD.
Il libro, la mostra, il DVD e l’archivio delle immagini saranno a sostegno della cultura calabrese. A noi non interessa nulla della fotografia corrente, civile, impegnata, democratica, mercantile, amatoriale ecc.: ciò che importa per noi è lavorare sull’immaginario dal vero, raccontare l’uomo o la donna non per quello che si vedono, ma per quello che sono e per come stanno al mondo. Qualsiasi persona - qualsiasi diversità - ha diritto alla bellezza (anche perduta), ciò che importa è respingere dappertutto l’infelicità. E il diritto alla bellezza, quindi alla giustizia, non tiene conto né di un necessario successo né di un eventuale consenso… per la libertà, come per l’amore, non ci sono catene! La libertà (non solo in fotografia, ma anche nella vita) non si concede, ce la si prende! La bellezza è l’ultima fermata prima del paradiso in terra! La bellezza seppellirà tutti, ma con grazia. Con queste idee in testa (e altri canti di fraternità radicale) vorremmo fare GENTI DI CALABRIA.

LA RICERCA DELLA BELLEZZA
Oliviero Toscani

Le immagini non sono altro che accumulo di situazioni, volti, paesaggi, oggetti: se parlano di tragedie è meglio rimuoverle invece di guardarle con l’impegno con cui si guarda la pittura antica, per soddisfare anche quell’emozione estetica di cui continuiamo, nonostante tutto, ad avere bisogno.
La tensione verso la bellezza è una necessità epidermica: fa parte del progetto umano. È un’esigenza di sopravvivenza. Per queste ragioni la ricerca della bellezza di Pino Bertelli, come per Pier Paolo Pasolini, è un profondo progetto umano ed artistico che indaga sulla sensibilità degli sguardi umani… La ricerca della bellezza in una tragedia umana e sociale è il risultato estremo che Pino Bertelli ha creato e realizzato in modo eccelso. Queste immagini dei volti, degli sguardi, della dignità di questi esseri umani sospesi in un’espressione di attesa di un futuro migliore, quindi della bellezza della speranza umana, ci fa sperare positivamente.
Bertelli è riuscito a realizzare, in questo libro, la ricerca di questa speciale bellezza in modo emozionante, insegnandoci questo esercizio che tutti noi dovremmo fare costantemente, ogni giorno, nel nostro quotidiano; scovare la bellezza nelle tragedie può esserci di aiuto per fortificare il nostro ottimismo e quello della società che ci circonda, invece di accettare di vivere soffocati dalla paura; che ormai è l’emozione che ha preso il sopravvento nella vita di tutti noi.
Abbiamo bisogno di questo ottimismo generato dalla forza di questa bellezza, che ci aiuta ad affrontare la realtà più degradata, quell’ottimismo che ci permette di continuare a vivere, mentre il mondo intorno a noi sembra crollare.

Pino Bertelli è nato in una città-fabbrica della Toscana, tra Il mio corpo ti scalderà e Roma città aperta. Dottore in niente, fotografo di strada, film-maker, critico di cinema e fotografia. I suoi lavori sono affabulati su tematiche della diversità, dell’emarginazione, dell’accoglienza, della migrazione, della libertà, dell’amore dell’uomo per l’uomo come utopia possibile. È uno dei punti centrali della critica radicale neo-situazionista italiana.

martedì 4 aprile 2017

È USCITO «LA FOTOGRAFIA RIBELLE», IL NUOVO LIBRO di Pino Bertelli

IL VOLUME, PUBBLICATO DA NdA PRESS (ISBN 9788889035894; PREZZO DI COPERTINA € 18,00), È ACQUISTABILE QUI.


LE DONNE DI PINO BERTELLI
Maurizio Rebuzzini

Subito precisato: Pino Bertelli, che solitamente conclude la fogliazione di ogni numero di questa rivista con caustici e apprezzati Sguardi su autori significativi della Storia della Fotografia, è a propria volta attento e concentrato autore… fotografo. Questo va rilevato, oltre che rivelato a coloro i quali non ne erano a conoscenza, per sottolineare quella linea demarcatoria che non richiede/richiederebbe ai fotografi di esprimersi altro che con la propria creatività applicata: per l'appunto, lo scatto fotografico. Se non che, in percorso individuale, alcuni fotografi sanno anche parlare e scrivere. Ovviamente, non di se stessi e della propria personalità, ma in riflessione altra (e alta) sulla stessa Fotografia, nel proprio insieme e complesso.
Non sono molti i fotografi capaci di riflessione, e a chi non ne è capace non rimproveriamo nulla. Invece Pino Bertelli fa parte di questa esigua pattuglia, limitata in quantità, va detto, tanto quanto è sostanziosa e sostanziale per qualità. Così, nel percorso professionale di Pino Bertelli, in combinazione e accostamento di immagini e parole, il casellario bibliografico è ricco di titoli di monografie d'autore e testi di riflessione e considerazione sulla fotografia. Adesso ce n'è uno in più: La fotografia ribelle, pubblicato da NdA Press, che sottotitola Storie, passioni e conflitti delle donne che hanno rivoluzionato la fotografia.

domenica 13 novembre 2016

A LEONARD COHEN: POETA, SCRITTORE, UOMO, di Antonio Marchi

Non ho dubbi: se c'era un premio Nobel da dare l'avrei senz'altro conferito a un più completo (nel senso della letteratura e della poesia) Leonard Cohen, poeta e scrittore di talento - a differenza di Bob Dylan - cantante acclamato da più generazioni; schivo e solitario, perennemente inquieto e insoddisfatto, ma non per questo disdegnoso del confronto coi media.
Di Cohen Fabrizio De André disse: «Lui è il maestro. Tutti noi siamo partiti da lì».

Ed ecco come tutto cominciò: «È stato Lorca a commettere il terribile crimine contro natura, spingendomi verso la letteratura. Avevo quindici anni quando mi accostai alla sua opera. I primi versi che lessi furono:

Sotto l'arco di Elvira
voglio vederti passare
per conoscere il tuo nome
e iniziare a piangere.

Quella frase distrusse la mia vita. Compresi che la mia esistenza sarebbe stata uno sforzo continuo per scrivere, un giorno, una frase come quella».

sabato 27 giugno 2015

GLI SCHIAVI DEL BURKINA FASO, di Pino Bertelli

Un reportage fotografico in forma di appello al Tribunale dei Diritti dell'Uomo contro il governo del Burkina Faso per violazione della dignità e della bellezza di uomini, donne e bambini…

Gli schiavi del Burkina Faso sono centinaia di persone che lavorano ai limiti della sopravvivenza nella cava di pietre di Ouagadougou, capitale del Burkina Faso… la cava è in mano al malaffare… e bambini, donne, uomini ricevono pochi centesimi a cesto di pietre… la corruzione passa sotto silenzio e nessuno denuncia questo crimine contro gli ultimi della terra!
Il mio amico e maestro don Gallo diceva: «Il diritto della forza va combattuto con la forza del diritto!».
P.B.

SULL'ARTE DI STRISCIARE AD USO DEI CORTIGIANI DELLA FOTOGRAFIA

Un buon cortigiano non deve mai avere un'opinione personale ma solamente quella del padrone o del ministro, e deve saperla anticipare facendo ricorso alla sagacia; ciò presuppone un'esperienza consumata, una profonda conoscenza del cuore degli uomini. Un buon cortigiano non deve mai avere ragione, non è in nessun modo autorizzato ad essere più brillante del suo padrone o di colui che gli dispensa benevolenze, deve tenere ben presente che il Sovrano [Papa, Banchiere, Generale, Primo ministro] e più in generale l'uomo che sta al comando non ha mai torto.
[Paul Heinrich Dietrich, barone d'Holbach (1723-1789)]

I filosofi dionisiaci, che sovente sono di cattivo umore per i dolori millenari che il canagliume dei privilegiati infligge agli ultimi della terra (non solo nel mare di mezzo)… considerano (non a torto) il mestiere del fotografo pari a quello del cortigiano, stupido, vigliacco e infame! I fotografi del mondano riciclato (e tutta la razza di artisti serventi), come i cortigiani, praticano la condiscendenza, l'adulazione, la benevolenza in cambio di trenta denari… basta una passata televisiva o una mezza pagina sui giornali a grande tiratura (anche on-line)… il portfolio poi impresso nelle pagine delle riviste specializzate, commentato dallo storico o dal critico che lavora per le banche, fondazioni, assessorati, università o i beni culturali… è il naturale battesimo d'ingresso del fotografo a corte.

martedì 24 febbraio 2015

IL SALE DELLA TERRA (Wim Wenders e Juliano Ribeiro Salgado, 2014), di Pino Bertelli

L'uomo libero è colui agli occhi del quale i filosofi sono superstiziosi, e i rivoluzionari, conservatori. […] Vi è un diritto che prevale su tutti gli altri, è il diritto all'insurrezione.
(Emile Henry)

[…] Il cinema, quando è grande, figura lo spirito corrosivo o le speranze tradite di un'epoca… Il sale della terra. In viaggio con Sebastião Salgado (2014), di Wim Wenders e Juliano Ribeiro Salgado (figlio del fotografo), contiene il gusto della bellezza, della raffinatezza, del coraggio propri a quanti fanno dell'arte di comunicare la denuncia della barbarie. Salgado, come sappiamo, è un fotografo che incendia i tumulti dello sguardo e parla la lingua degli ultimi, degli esclusi, degli offesi… al tempo delle costruzioni delle nuove cattedrali (i centri commerciali) i talenti autentici sono rari… purtroppo i fotografi esistono… si occupano di ornamenti, minuetti e di sterilità felice richiesta dai mecenati, caimani, politici indissociabili dalle casistiche della rapina neoliberista.
In fotografia e in ogni forma d'arte, lo stile è l'espressione diretta della maestria svincolata dalle aberrazioni galleristiche o riconoscimenti prezzolati… è un'architettura dello spirito, una genialità che bene si accorda con le idee che irrompono nel razionale e lo ignudano di verità. L'entusiasmo degli ignoranti "colti" disseminato nelle cloache della cultura servente va combattuto… si tratta di amare il diverso da sé e rendere la vergogna di ogni potere ancora più vergognosa. La sovversione non sospetta della società consumerista o la pratica della verità dei libertari d'ogni dove è sempre attuale: respingere dappertutto l'infelicità1.
Child, Ecuador, 1998 © Sebastião Salgado
Il documentario di Wenders e Ribeiro Salgado è la raffigurazione commovente di uno dei più grandi fotografi dei nostri giorni, è una testimonianza radicale e una riflessione profonda sulla condizione disumana nella quale versa l'intera umanità… l'aroma della fotografia autentica trabocca da ogni immagine di Salgado e afferma, con lo sdegno salutare dei moralisti, che gli uomini non vedono le cose nel modo in cui sono, ma le vedono nel modo in cui vivono, cioè da beoti dell'illusione elettorale o schiavi dell'ideologia comunista. Il mondo mantiene il proprio delirio sul fiato morente dei bambini… le armi si sono sostituite alle parole e in questo fiorente mercato di morte gli uomini (specie i più ossequiosi a dio e allo stato) sono incapaci di comprendere che il povero fa più bene a se stesso e al proprio figlio non quando bacia la mano al ricco, ma quando lo prende a calci in culo.

venerdì 13 febbraio 2015

UN GIORNO D'INVERNO, A VENEZIA, di Danilo Breschi

Cari lettori rossoutopici,
non mi è ancora chiaro se Venezia sia una maschera della bellezza oppure la bellezza in maschera, ma durante il Carnevale mi si apre quel «sipario del cuore» di cui parla Rainer Maria Rilke nella sua IV Elegia duinese, senza che però in scena vada mai l'addio. Almeno, mai quello definitivo. Al contrario, c'è una messinscena che fa letteralmente rovesciare una massima del Talmud, per cui il rapporto tra l'apparenza e l'essere è invertito e non è più così vero che «noi non vediamo le cose nel modo in cui sono. Le vediamo nel modo in cui siamo». Le maschere del Carnevale di Venezia, e solo certe maschere carnascialesche veneziane, sanno mettere in moto la relazione tra l'animato e l'inanimato. E io non vedo più me riflesso, ma qualcosa di enormemente più ampio ed aperto del me stesso che sono e penso di essere. Ne segue che l'umano capisce di essere tale solo e soltanto se, solo e soltanto perché sa interrogarsi sulla sua provenienza e sulla sua destinazione. Tra l'infanzia e la marionetta gelida della salma che tutti saremo è possibile stringere e imbullettare un cerchio per farceli entrare tutti dentro e renderci così complici delle cose caduche, sapendo che nella terra, sulla terra e con la terra c'è un principio di generazione continua, perpetua, ininterrotta. E allora ogni fine riconduce all'inizio, in un senso che dà ragione di un altro precetto che traggo sempre dal Talmud: «Il mondo non si mantiene che per il fiato dei bambini». È la bellezza, se sai accudirne il tramite.
Buona lettura.
D.B.

Niente libri, niente recensioni. Tutto rinviato ad una prossima volta. Oggi voglio parlare di una strana forma di letteratura e poesia fatta di pietre che affondano nell'acqua. Affondano non solo perché fondamenta di case, palazzi e chiese, ma anche perché sprofondano ogni giorno, ogni giorno un po' di più.
La laguna è lo specchio di una lenta agonia che a poco a poco consuma i fianchi e il volto di una donna comunque ancora troppo bella. La morte non turba la bellezza, anzi potrei dire che il bello rifulge in tutto il suo splendore e stupore proprio al limitare dell'abisso. Proprio lì, al confine tra vita e morte, tu puoi cogliere il fiore della bellezza, che si sa, già lo diceva Platone, è fuggevole.
Gli antichi Greci usavano un termine per descrivere la natura di ciò che è bello: orion. Orion significa adesso, in questo preciso momento. E la bellezza è qualcosa che capita, che si dà a noi nello spazio di uno sguardo. Un dono ricevuto, non si sa per quali meriti, e di cui ringraziamo il destino che però non fa regali, perché è tale proprio in quanto concede solo e soltanto ciò che è dovuto. Ce lo spiega Jannis Kounellis, pittore e scultore greco contemporaneo, esponente di spicco della cosiddetta "arte povera": «Un bambino è bello in quel momento e un uomo anziano è bello in un altro momento. La bellezza è una cosa che capita e indica brevi momenti. […] E poi il bello è eversivo… Naturalmente, la bellezza non può evolvere…».

martedì 13 novembre 2012

SULLA FOTOGRAFIA DELLA BELLEZZA, di Oliviero Toscani - Foto di Pino Bertelli

Per Platone e Aristotele, il bello è corrispondente al vero. Se quindi applichiamo il concetto aristotelico, la fotografia è l’arte della bellezza. Perché una fotografia può essere solamente testimonianza della realtà. Pino è un testimone di una realtà controversa, negativa. È riuscito però a sfruttare quel surplus d’intelligenza e sensibilità che è la creatività; ha scovato un lato nascosto della realtà africana. Ha saputo trovare un altro percorso per testimoniare la condizione vissuta in quei luoghi. Ha ricercato la bellezza dei bambini, una bellezza eterea.


I bambini sorridono, e questo sorriso sembra riscattare un intero continente dalla povertà, dalla disperazione, dalle pestilenze e dalla sete. La fotografia di un sorriso è un reportage di importanza straordinaria, è lo strumento d’offesa contro l’indifferenza.
Quando vogliamo indicare la nostalgia per qualcosa parliamo di “mal d’Africa”. Questo volume ci dovrebbe far venire un fortissimo senso di nostalgia per quello che non abbiamo fatto.

domenica 22 maggio 2011

I RAGAZZI STANNO BENE (Lisa Cholodenko, 2010), di Pino Bertelli

Sono folle di te, amore,/ che vieni a rintracciare/ nei miei trascorsi/ questi giocattoli rotti delle mie parole./
Ti faccio dono di tutto/ se vuoi,/ tanto io sono solo una fanciulla/ piena di poesia/ e coperta di lacrime salate,/
io voglio solo addormentarmi/ sulla ripa del cielo stellato/ e diventare un dolce vento/ di canti d’amore per te.
(Alda Merini, Sono folle di te, amore)

I. ELOGIO DELL’OMOSESSUALITÀ

Ouverture: tutti gli esseri umani nascono liberi e diversi, è l’ipocrisia della società (maschilista) che li riduce a schiavi di morali repressive… tutti gli esseri umani nascono liberi in dignità e diritti e sono la chiesa e lo stato che reprimono ogni forma di libertà sessuale… tutti gli esseri umani nascono liberi in amore, e non c’è peccato né impudore nell’impazzire d’amore per una persona dello stesso sesso… l’importante è amare senza chiedere perché e all’amore che ami devi il rispetto degli angeli ribelli… in amore, come per la libertà, tutto è permesso!
Si è e si resta stupidi finché non sputiamo contro le codificazioni delle convenzioni e le museruole delle diversità… si tratta di lavorare al rifiuto della rassegnazione e ai cedimenti dell’indifferenza… ciascuno è l’amore che vive… i limiti come i maestri esistono per essere violati… in amore (eterosessuale, omosessuale, lesbico) non c’è da dimostrare nulla a nessuno… ciascuno ha una propria identità e un proprio valore… prendere coscienza di questi concetti elementari significa superare tutti gli ostacoli, le devianze, le mitologie dell’ordinario… rovesciare la quotidianità e aprirsi ad una vita radicalmente nuova. L’oscenità più oscena è reprimere i propri istinti, emozioni, fragilità… oscurare la propria sessualità… non importa chi ami, quale sesso abbia, ama come senti, nei modi che vuoi… l’amore è un colpo di dadi buttato contro l’amoralità e l’ingiustizia dei valori dominanti.
Elogio dell’omosessualità: l’amore non è mai innocente!… Ti puoi dimenticare con chi hai riso, ma non ti dimenticherai mai con chi hai pianto in amore là dove finisce il mare e comincia il cielo! Amare significa crescere con i propri disagi. Si tratta di coltivare la consapevolezza della nostra unicità e della possibilità di esprimere, rinnovandola ad ogni nuova (o la medesima) situazione d’amore, la bellezza ereticale dell’amore.
Il film di Lisa Cholodenko I ragazzi stanno bene è una commedia anomala rispetto a ciò che corre sul filo del perbenismo e della benevolenza d’accatto del cinema più circuitato (specie italiano)… «Per me - dice la regista - è soprattutto la dimensione emotiva e psicologica dei personaggi a essere importante. Il fatto che a essere protagonista di questa storia sia una coppia omosessuale non è l’aspetto principale. La cosa più importante è che si tratta di una famiglia che incontra delle difficoltà di comprensione, ma che alla fine riesce a risolvere i conflitti grazie al profondo rapporto che lega tutti i componenti». Tutto vero. La famiglia non ortodossa (la vita quotidiana di due lesbiche, un figlio e una figlia avuti per mezzo dell’inseminazione artificiale) che la Cholodenko butta sullo schermo fa riflettere - e molto - su quanta stupidità circola nella rigidità dei costumi imposti dalla visione omofobica che impera nella civiltà dello spettacolo (per non dire nei regimi comunisti o nei paesi arabi).
I ragazzi stanno bene nasce dall’esperienza vissuta di Lisa Cholodenko e della sua compagna, Wendy Melvoin (ex chitarrista di Prince e del duo Wendy & Lisa, autrice di colonne sonore per il cinema e per la televisione). «Ero appena rientrata a Los Angeles da New York - racconta la Cholodenko - e volevo avere un bambino. Ero innamorata di Wendy e sapevamo che eravamo entrambe ormai sulla soglia dei quarant’anni. Abbiamo discusso sul fatto di utilizzare una banca del seme o chiedere aiuto ad un amico. Alla fine, mia madre mi disse che era meglio un donatore di sperma». Ciascuno è simile al pane che mangia e all’amore che sogna. La diversità è l’apertura e l’interrogazione dell’essere e della storia. Godere della propria sessualità significa insorgere contro secoli di convenzioni. «La morte non è nel non poter comunicare, ma nel non poter più essere compresi» (Pier Paolo Pasolini). Quando il desiderio insorge dalla sua insolenza di esistere fra liberi e uguali, i totem e i tabù del mondo crollano e ciascuno diviene ciò che è veramente.

RED UTOPIA ROJA – Principles / Principios / Princìpi / Principes / Princípios

a) The end does not justify the means, but the means which we use must reflect the essence of the end.

b) Support for the struggle of all peoples against imperialism and/or for their self determination, independently of their political leaderships.

c) For the autonomy and total independence from the political projects of capitalism.

d) The unity of the workers of the world - intellectual and physical workers, without ideological discrimination of any kind (apart from the basics of anti-capitalism, anti-imperialism and of socialism).

e) Fight against political bureaucracies, for direct and councils democracy.

f) Save all life on the Planet, save humanity.

g) For a Red Utopist, cultural work and artistic creation in particular, represent the noblest revolutionary attempt to fight against fear and death. Each creation is an act of love for life, and at the same time a proposal for humanization.

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a) El fin no justifica los medios, y en los medios que empleamos debe estar reflejada la esencia del fin.

b) Apoyo a las luchas de todos los pueblos contra el imperialismo y/o por su autodeterminación, independientemente de sus direcciones políticas.

c) Por la autonomía y la independencia total respecto a los proyectos políticos del capitalismo.

d) Unidad del mundo del trabajo intelectual y físico, sin discriminaciones ideológicas de ningún tipo, fuera de la identidad “anticapitalista, antiimperialista y por el socialismo”.

e) Lucha contra las burocracias políticas, por la democracia directa y consejista.

f) Salvar la vida sobre la Tierra, salvar a la humanidad.

g) Para un Utopista Rojo el trabajo cultural y la creación artística en particular son el más noble intento revolucionario de lucha contra los miedos y la muerte. Toda creación es un acto de amor a la vida, por lo mismo es una propuesta de humanización.

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a) Il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi che impieghiamo dev’essere riflessa l’essenza del fine.

b) Sostegno alle lotte di tutti i popoli contro l’imperialismo e/o per la loro autodeterminazione, indipendentemente dalle loro direzioni politiche.

c) Per l’autonomia e l’indipendenza totale dai progetti politici del capitalismo.

d) Unità del mondo del lavoro mentale e materiale, senza discriminazioni ideologiche di alcun tipo (a parte le «basi anticapitaliste, antimperialiste e per il socialismo».

e) Lotta contro le burocrazie politiche, per la democrazia diretta e consigliare.

f) Salvare la vita sulla Terra, salvare l’umanità.

g) Per un Utopista Rosso il lavoro culturale e la creazione artistica in particolare rappresentano il più nobile tentativo rivoluzionario per lottare contro le paure e la morte. Ogni creazione è un atto d’amore per la vita, e allo stesso tempo una proposta di umanizzazione.

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a) La fin ne justifie pas les moyens, et dans les moyens que nous utilisons doit apparaître l'essence de la fin projetée.

b) Appui aux luttes de tous les peuples menées contre l'impérialisme et/ou pour leur autodétermination, indépendamment de leurs directions politiques.

c) Pour l'autonomie et la totale indépendance par rapport aux projets politiques du capitalisme.

d) Unité du monde du travail intellectuel et manuel, sans discriminations idéologiques d'aucun type, en dehors de l'identité "anticapitaliste, anti-impérialiste et pour le socialisme".

e) Lutte contre les bureaucraties politiques, et pour la démocratie directe et conseilliste.

f) Sauver la vie sur Terre, sauver l'Humanité.

g) Pour un Utopiste Rouge, le travail culturel, et plus particulièrement la création artistique, représentent la plus noble tentative révolutionnaire pour lutter contre la peur et contre la mort. Toute création est un acte d'amour pour la vie, et en même temps une proposition d'humanisation.

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a) O fim não justifica os médios, e os médios utilizados devem reflectir a essência do fim.

b) Apoio às lutas de todos os povos contra o imperialismo e/ou pela auto-determinação, independentemente das direcções políticas deles.

c) Pela autonomia e a independência respeito total para com os projectos políticos do capitalismo.

d) Unidade do mundo do trabalho intelectual e físico, sem discriminações ideológicas de nenhum tipo, fora da identidade “anti-capitalista, anti-imperialista e pelo socialismo”.

e) Luta contra as burocracias políticas, pela democracia directa e dos conselhos.

f) Salvar a vida na Terra, salvar a humanidade.

g) Para um Utopista Vermelho o trabalho cultural e a criação artística em particular representam os mais nobres tentativos revolucionários por lutar contra os medos e a morte. Cada criação é um ato de amor para com a vida e, no mesmo tempo, uma proposta de humanização.