L’associazione Utopia rossa considera suo fondamento politico il principio secondo cui il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi si deve riflettere l’essenza del fine. Non ha programmi politici, come del resto non ne aveva la Prima internazionale. Nonostante le più diverse provenienze ideologiche dei suoi sostenitori, essa ritiene che l’anticapitalismo dilagato dopo l’inizio dell’Antirivoluzione russa (dicembre 1917) sia stato motivato fondamentalmente da idee precapitalistiche, cioè retrograde, e non da progetti di civiltà in grado di superare il capitalismo sviluppando ulteriormente i suoi modelli di democrazia. Ciò spiega anche il prevalere, nella storia della cosiddetta «sinistra», di simpatie per i regimi dittatoriali di ogni specie e colore. Utopia rossa si batte contro l’ulteriore diffusione di ideologie precapitalistiche vecchie e nuove (in campo politico, culturale, ecologico, religioso ecc.), come parte della sua battaglia per il superamento del capitalismo, se si vuole salvare la vita sulla Terra con la sua umanità. In questo senso la sua utopia continua ad essere rossa.

The Red Utopia association considers its political foundation to be the principle that the end does not justify the means, but that the means must reflect the essence of the end. It has no political program, just as the First International did not. Despite the diverse ideological backgrounds of its supporters, it believes that the anti-capitalism that spread after the start of the Russian Anti-Revolution (December 1917) was fundamentally motivated by pre-capitalist – that is, retrograde – ideas, and not by civilizational projects capable of overcoming capitalism and of further developing its democratic models. This also explains the prevalence, throughout the history of the so-called «left», of sympathies for dictatorial regimes of all kinds and colors. Red Utopia fights against the further spread of old and new pre-capitalist ideologies (in the political, cultural, ecological, religious, and other fields) as part of its battle to overcome capitalism, if life on Earth, including its humanity, is to be saved. In this sense, its utopia remains red.

PER SAPERNE DI PIÙ CI SONO UNA COLLANA DI LIBRI E UN BLOG IN VARIE LINGUE…

Visualizzazione post con etichetta gas. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta gas. Mostra tutti i post

domenica 22 ottobre 2017

VICINO ORIENTE SENZA PACE, di Pier Francesco Zarcone

«Quando si chiude una porta si apre un portone»: questo proverbio vale anche per il Vicino Oriente, solo che spesso e volentieri il portone è negativo come la porta, se non peggio. Così, sostanzialmente sconfitto l’Isis - per ora - sui campi di battaglia (specificazione da sottolineare), si è subito aperta (o riaperta) - e nel peggiore dei modi - la questione curda. I punti focali sono il Kurdistan iracheno e la città siriana di Raqqa. L’utile premessa è che, mentre in Occidente i Curdi godono di ottima stampa, nel Vicino Oriente invece non ne godono alcuna, anzi! Verso di loro ostilità e diffidenza sono al massimo grado: farebbe ottimi affari un ipotetico bookmaker che volesse raccogliere scommesse sul fatto che le indipendenze regionali curde, o la creazione di uno Stato curdo unitario, aprirebbe la via a un massiccio scannamento fra le attuali fazioni curde, cosa peraltro in linea con la loro storia.
Nel Kurdistan iracheno il referendum indipendentista voluto e vinto da Masʿūd Barzani ha dato il via all’offensiva del governo di Baghdad per la ripresa di Kirkuk e dei suoi pozzi petroliferi, che milizie curde avevano occupato in funzione anti-Isis dopo il 2014 (chi in loco pensa male sostiene invece che ciò sia avvenuto con la connivenza dell’Isis). Gli organi di “informazione” occidentali non hanno dato importanza al fatto che le forze irachene che hanno rioccupato Kirkuk e dintorni sono state accolte da manifestazioni popolari di giubilo: in pratica come liberatrici.
Il referendum di Barzani ha rivelato una spaccatura politica di non piccola importanza all’interno del Kurdistan iracheno. Il partito Gorran - «Cambiamento» - di ʿUmar Said Ali si era opposto alla consultazione independentista: si tratta di un gruppo che nel Parlamento regionale curdo dispone di quasi un quarto dei seggi (24), cioè più dell’Upk [Unione Patriottica del Kurdistan] del clan dei Talabani (18) - tradizionale avversario di quello dei Barzani - e un po’ meno del partito di Barzani (38); infatti il Gorran vuole l’autonomia curda nell’ambito dell’unità irachena.
Qualcuno si è meravigliato per la caduta di questa città in mani irachene praticamente senza combattimenti, ma forse non sa che l’Upk aveva il controllo di circa metà del totale dei Peshmerga, i quali erano in maggioranza proprio a Kirkuk; e ora il nuovo governatore della zona è Rizgar Ali, dirigente dell’Upk. Ora ci sarà da vedere se le truppe di Baghdad procederanno o no contro il Kurdistan iracheno, e queste truppe sono per lo più milizie sciite che rispondono ai loro capi in Iraq e all’Iran, che nella lotta ai Curdi sta operando alla luce del sole. Il timore della loro “mano pesante” è alla base della fuga in massa della popolazione curda da Kirkuk (dove peraltro non era maggioritaria).
L’offensiva irachena su Kirkuk è stata accompagnata da un brutto segnale politico per i Curdi: gli Stati Uniti, che li avevano coccolati e illusi, si sono affrettati a mostrarsi neutrali nella contesa con Baghdad.
L’ombra di questa “disinvoltura” potrebbe proiettarsi anche sui Curdi siriani. Essi hanno espugnato Raqqa, o meglio, le sue macerie, giacché (altro particolare su cui in Occidente si tace) non riuscendo a superare la resistenza dell’Isis le milizie curde hanno chiesto aiuto all’aviazione statunitense, che come d’uso ha saturato di bombe la città. Di qui verranno ulteriori guai, non riducibili ai soli miliziani del “califfato” riusciti a fuggire e che inevitabilmente ritroveremo in azione nei paesi di provenienza.

giovedì 8 giugno 2017

DOHA, ANKARA, RIYAD, TEHERAN: LA CRISI SI FA INTRICATA, di Pier Francesco Zarcone

Oggi più che mai nel Vicino Oriente il già variabile gioco delle alleanze risponde alle contingenze del momento, con giri di valzer improvvisi mediante cui “verso sera” ci si trova sullo stesso fronte di chi “fino alla mattina” era nemico. Ne deriva una confusione pericolosa anche per i disinvolti attori locali, che rischiano di perdere l’orientamento e di indebolirsi sul piano interno, poiché lì nessuno di loro è privo di grossi problemi.

DOHA E ANKARA

Due notizie riguardo alla crisi qatariota sono importanti, in quanto ne attestano la potenziale pericolosità. La prima è che il Qatar ha mobilitato le sue Forze armate: in sé la cosa sarebbe risibile poiché si tratta di truppe essenzialmente mercenarie, come mostrano le foto delle sfilate militari in cui abbondano i soldati di pelle nera, e quindi tutt’altro che arabi. Inoltre un comunicato ufficiale del Qatar mostra la “faccia feroce” annunciando che navi e aerei dei Sauditi o di loro alleati che violassero cieli e acque qatarioti sarebbero colpiti. Vero è che l’esercito saudita (in Yemen lo sta dimostrando) è da barzelletta, tuttavia è sempre meglio star sicuri; e qui interviene la seconda notizia, meno comica della prima: il Parlamento turco ha approvato uno schieramento di truppe - fino a 3.000 uomini - in Qatar.
In quel paese la Turchia, a seguito di un accordo del 2014, ha cominciato la costruzione di una base militare capace di ospitare fino a 5.000 soldati. Oggi ce ne sono 150. L’iniziativa di Ankara fa alzare potenzialmente il livello di un possibile scontro e attesta che la Fratellanza Musulmana (appoggiata dal Qatar) può contare ancora sull’alleanza con la Turchia di Erdoğan. Si tenga presente, infine, che fra Turchia e Qatar esiste un accordo difensivo in base al quale Ankara si impegna a intervenire in caso di attacco a Doha.
A navigare senza bussola è proprio il presidente turco. Lo “stato degli atti” che lo riguarda è il seguente: da un’iniziale (e non breve) benevolenza verso il regime di Assad è passato all’ostilità attiva, rischiando pure di urtarsi con la Russia; poi le mutevoli circostanze del Vicino Oriente l’hanno portato a cercare un accordo con Mosca, e quindi si è in parte defilato dal fronte anti-Assad, assumendo posizioni concilianti verso Damasco e anche verso Teheran; le polemiche sull’appoggio statunitense al fallito golpe imputato a Fethullah Gülen e il sostegno militare di Washington alle milizie curde in Siria (sicuramente legate al Pkk di Turchia) non hanno certo contribuito ai buoni rapporti con gli Stati Uniti. È probabilissimo che alla fine gli Usa scarichino i Curdi come tanti altri loro “alleati” del passato, ma allo stato delle cose sono proprio i Curdi ad attaccare Raqqa con armi statunitensi.
Oggi - poiché è assai difficile che la rottura delle petromonarchie arabe col Qatar sia avvenuta senza il placet di Washington - la Turchia di Erdoğan è più schierata di ieri al lato di Teheran, cioè di quello che Trump considera il vero nemico, ben più dell’Isis. Mosca non può che esserne contenta.

RIYAD

I Sauditi sembrano più determinati che mai, ma sotto sotto la situazione non è delle migliori.
Nella Penisola arabica non c’è un compatto fronte saudita, giacché Kuwait e Oman non sembrano intenzionati a seguire Riyad nella “crociata” contro il Qatar. Inoltre l’Iran ha cominciato a fornire generi alimentari al Qatar per via aerea.

martedì 6 giugno 2017

WHY QATAR?, by Pier Francesco Zarcone

IN DUE LINGUE (Inglese, Italiano)
IN TWO LANGUAGES (English, Italian)

Donald Trump in Saudi Arabia, May 21, 2017 © Jonathan Ernst
The sudden rupture of diplomatic relations with Qatar announced by Saudi Arabia, Bahrain, United Arab Emirates and Yemen on June 5 triggers a crisis with unexpected outcomes and is likely to spell big trouble as much for those who wanted it as for the likely behind-the-scenes co-protagonist: the United States.
It takes no stretch of the imagination to argue that this situation, which exploded shortly after Trump’s May 20-21 visit to Saudi Arabia, is connected with this trip. On that occasion, the US president assumed two positions that were only formally contradictory but, in substance, reveal the existence of a precise design for further destabilisation in the area.
Trump both riled against jihadist terrorism and pointed to Iran as his great enemy. So, on one hand, he sides with that Saudi Arabia which has spread and fuelled the real feeding ground of that terrorism around the world, namely Wahhabi Islamic radicalism; on the other, picks on Iran which is not spreading that terrorism if for no other reason than Jihadism is Sunni while the Iranian state is Shiite. Iran certainly has something to do with the Qatar crisis, but not as the only factor.
The issue is complex and has to be put in context.
In Trump’s view, two “mistakes” made by the United States in the Near East have to be rectified: the first was the overthrow of the Saddam Hussein regime, with the consequence of allowing the Iraqi Shiite majority to gain power, thus extending Iranian influence in the region, then expanding with the Syrian crisis; the second was Obama administration’s “clearance” of Iran by reaching an agreement with Tehran on the nuclear issue. For Trump, the logical outcome of this is strengthening ties with Israel and Saudi Arabia.
From this point of view, Qatar became a target because of its ambiguous and opportunistic policy. At the May 20-21 Riyadh Summit, the government of this small state failed to adhere to the Saudi programmes – which are shared by Trump – and furthermore the media of Qatar carried the fiery declarations of Emir Tamim bin Hamad Al Thani against the decisions of the summit: namely the lines against Iran, the Muslim Brotherhood and the Palestinian movement Hamas, two organisations that Qatar supports and finances. Add to this the fact that Qatar maintains excellent political and trade relations with Iran.
The lack of religious and ideological homogeneity between Doha and Tehran is totally irrelevant both because Near East policies have particular logics – in fact, Qatar is a well-known supporter of Jihadism in Syria and Libya – and because economic interests have their weight – in fact, Qatar and Iran share exploitation of a very rich offshore gas field, the South Pars/North Dome field.
The latter is already sufficient for Qatar not to break its relations with Tehran, given that it accounts for more than two-thirds of the gas production of both countries.

PERCHÉ IL QATAR?, di Pier Francesco Zarcone

IN DUE LINGUE (Italiano, Inglese)

Donald Trump in Arabia Saudita, 21 maggio 2017 © Jonathan Ernst
L’improvvisa rottura dei rapporti diplomatici col Qatar annunciata il 5 giugno da Arabia Saudita, Bahrein, Emirati Arabi Uniti e Yemen innesca una crisi dagli esiti non facilmente prevedibili e rischia di essere un gran pasticcio tanto per chi l’ha voluta quanto per il più che probabile coprotagonista dietro le quinte: gli Stati Uniti.
Non è azzardato sostenere che questa situazione, esplosa a breve distanza dalla visita di Trump in Arabia Saudita, vada collegata proprio con questo viaggio. In tale occasione il presidente Usa ha assunto due posizioni solo formalmente contraddittorie, ma che nella sostanza rivelano l’esistenza di un preciso disegno di ulteriore destabilizzazione nell’area.
Da un lato egli si è prodotto in esternazioni contro il terrorismo jihadista, ma da un altro ha indicato nell’Iran il suo grande nemico. Quindi per un verso si è schierato con quella Arabia Saudita che ha diffuso nel mondo e alimentato il vero brodo di coltura di quel terrorismo, cioè il radicalismo islamico wahhabita, e per un altro se la prende con l’Iran che di quel terrorismo non è diffusore, non foss’altro perché il jihadismo è sunnita mentre lo Stato iraniano è sciita. L’Iran c’entra eccome nella crisi qatariota, ma non come unico fattore.
La questione è complessa e va in qualche modo inquadrata.
Nell’ottica di Trump si deve porre rimedio a due “errori” commessi dagli Stati Uniti nel Vicino Oriente: il primo consiste nell’abbattimento del regime di Saddam Husayn, con la conseguenza di aver permesso di acquisire potere alla maggioranza sciita irachena, estendendosì così l’influenza iraniana nella regione, ampliatasi poi con la crisi siriana; il secondo sta nello “sdoganamento” dell’Iran compiuto dall’amministrazione Obama con il raggiungimento di un accordo con Teheran sulla questione del nucleare. Il logico esito di ciò sta per Trump nel rafforzamento dei legami con Israele e l’Arabia Saudita.
Da questo punto di vista il Qatar diventava un obiettivo a motivo della sua politica ambigua e opportunista. Al vertice di Riyad del 20 e 21 maggio il governo di questo piccolo Stato non ha manifestato adesione ai programmi dei Sauditi - condivisi da Trump - e in più i media qatarioti hanno diffuso le infiammate dichiarazioni dell’emiro Tamim bin Hamad al-Thani contro le decisioni di quella riunione: vale a dire le linee contrarie all’Iran, alla Fratellanza Musulmana e al movimento palestinese Hamas, due organizzazioni che il Qatar sostiene e finanzia. A ciò si aggiunga che il Qatar mantiene ottimi rapporti politici e commerciali con l’Iran.
La mancanza di omogeneità religiosa e ideologica tra Doha e Teheran è del tutto irrilevante, sia perché le politiche orientali hanno logiche particolari - e infatti il Qatar è, non da ieri, notorio sostegno del jihadismo in Siria e Libia - sia perché gli interessi economici hanno il loro peso, e infatti il Qatar condivide con l’Iran anche lo sfruttamento di un ricchissimo giacimento di gas offshore, il South Pars/North Dome.
Già questo è sufficiente perché il Qatar non possa rompere le sue relazioni con Teheran: i due paesi traggono da quel giacimento oltre i due terzi della rispettiva produzione di gas.

mercoledì 21 ottobre 2015

«SYRIANA», di Pier Francesco Zarcone

L'intervento russo in Siria ha scombinato e di molto l'assetto della scacchiera del Vicino e Medio Oriente, e le conseguenze militari e politiche già si vedono. Sul piano militare si assiste ad azioni di bombardamento ben più massicce di quelle finora effettuate dalla scombiccherata "coalizione" messa su da Obama; nella guerra delle opposte propagande si registrano informazioni russe che danno nel mirino tutto il fronte della ribellione, Isis inclusa, mentre gli Stati Uniti accusano la Russia di colpire soprattutto (se non esclusivamente) i cosiddetti ribelli "moderati", cioè la fazione finora sponsorizzata e rifornita da Washington e la cui "moderazione" è solo asserita dal governo statunitense. Probabilmente anche in tale polemica la verità sta nel mezzo, e d'altro canto è ovvio che l'aviazione russa colpisca pure l'Esercito Libero Siriano, altrimenti quale intervento in favore di Assad sarebbe mai? Intanto va preso atto del deciso incremento dell'azione terrestre sviluppata dall'Esercito Arabo Siriano del governo di Damasco col sostegno aereo russo - ne riparleremo in seguito. Comunque non pare che in Iraq l'aviazione occidentale sostenga allo stesso modo l'esercito di Baghdad. Ma poiché la situazione bellica si va evolvendo, se ne devono solo attendere gli sviluppi.

CONSEGUENZE POLITICHE E OBIETTIVI DIVERGENTI DELLE PARTI IN CAUSA

Si tratta di conseguenze multiple. In primo luogo si deve evidenziare l'oggettivo rafforzamento (anche militare) dell'asse sciita nella regione (Iran, Siria di Damasco, Iraq di Baghdad, Hezbollāh libanese, Houthi yemeniti), in parallelo con l'altrettanto palese fallimento della politica di Obama. In relazione a essa la recente dichiarazione del presidente della Repubblica Ceca, Miloš Zeman, sulla mancanza di vere alternative ad Assad è frutto di semplice buon senso, in quanto l'Isis - che sarebbe l'unica alternativa reale - non può essere considerato tale. Interessante notare che in relazione a questo problema le posizioni cominciano a non essere più rigide come ieri: è del 20 ottobre la notizia che addirittura l'Arabia Saudita potrebbe "tollerare" la permanenza di Assad in una fase di transizione, almeno secondo quanto ha detto il ministro degli Esteri saudita, Adel al-Jubayr, all'emittente satellitare Al Arabiya.
In merito all'attuale asse Mosca-Teheran, va rimarcato un particolare non molto conosciuto: il piano d'azione russo in Siria è stato elaborato da un generale iraniano (Qassem Soleimani, comandante della forza d'élite Quds, addestrata a operare fuori dall'Iran e direttamente sottoposta ad Ali Khamenei), e Putin l'ha accettato dopo una riunione a Mosca nello scorso luglio.

lunedì 24 febbraio 2014

OMBRE IUGOSLAVE E ODORE DI GAS: LA CRISI UCRAINA, di Pier Francesco Zarcone

Il ripetersi di un vecchio copione
Con la caduta di Janukovyč in uno scenario da colpo di Stato per la crisi ucraina si concludono solo le premesse, e tutto può precipitare con una completa destabilizzazione dell’area, ancora una volta per gli interessi economici e politici dell’Occidente in un paese europeo rilevante per la sua posizione strategica. Per dirla in breve, dopo la Iugoslavia tocca all’Ucraina, oggi campo di battaglia di due guerre, delle quali la guerra interna per il potere è strumentale a quella di soggetti esterni per una posta politico-economica si chiama approvvigionamenti energetici e loro distribuzione. Si sta realizzando un copione già sperimentato con successo nei Balcani, in Siria e in Libia, quindi perché cambiarlo?
Le sue linee di svolgimento sono facilmente individuabili: in un Paese storicamente privo di interna omogeneità - vuoi etnica, vuoi religioso-culturale - si inducono torbidi e dissidenze violente, inizia una certa e ovvia repressione, il repressore (la legalità formale del suo potere non interessa) diventa l’incarnazione del male per media e organismi di propaganda vari, le violenze si intensificano fino a far collassare il Paese, si comincia a sparare, la grande informazione svolge il suo ruolo non facendo capire assolutamente nulla di quel che c’è sotto, scattano le sanzioni internazionali dell’Occidente, e poi… E poi stavolta non si può ancora dire, perché alla frontiera orientale dell’Ucraina c’è la Russia che - oltre a condurre propri giochi per propri interessi - si trova il pasticcio ucraino realmente “alle porte di casa”, una volta saltata tutta la protezione di “cuscinetti” diretti e mediati realizzata dall’Urss dopo la Seconda guerra mondiale.
D’altro canto tutta l’area in cui sono crollati i regimi del “socialismo reale” è da tempo oggetto di spinte e controspinte esercitate da potenze esterne: Stati Uniti, Nato e Unione europea, con l’obiettivo di inglobare tali paesi nel quadro del loro “nuovo ordine mondiale”. La Russia cerca di contrastare con tutti i mezzi a sua disposizione, non esclusi quelli bellici, come quando di recente la Georgia, sobillata dall’Occidente, cercò di risolvere con la forza la secessione dell’Ossezia del Sud, salvo poi essere sconfitta sul campo dalla Russia (tema subito fatto oggetto di un film statunitense in cui appaiono Russi che più cattivi di così non si può). Il fatto è che in tutta l’area bielorussa, ucraina e caucasica l’Occidente e i suoi alleati (come l’Arabia Saudita in Cecenia e Daghestan) fomentano e appoggiano agitazioni, rivolte e secessioni in funzione antirussa. Ovvio che Mosca intenda contrastare tali progetti, inserendo attualmente il proprio oggettivo espansionismo in un’altrettanto evidente autodifesa.
L’Ucraina offre l’anomalo spettacolo di gente che ha messo a rischio in piazza la propria incolumità fisica, e anche la vita, per “entrare in Europa”; in quella stessa Europa dove moltissimi cittadini farebbero lo stesso se solo ci fosse la sicurezza di poter uscire dall’euro e dall’Ue senza danni maggiori di quelli finora subiti. Poiché l’Ucraina non è tagliata fuori dal mondo sul piano dell’informazione spicciola, e le notizie sulla situazione economico-sociale dei paesi europei sicuramente circolano, c’è da dubitare che la maggioranza della sua popolazione - in un Paese dove il salario medio è di circa 300 dollari mensili, la produzione locale è di bassa qualità e le importazioni della Russia sono assolutamente vitali - non si renda conto del significato dell’aprirsi al mercato secondo le regole stabilite dall’Ue (e magari dal Fmi). Qualcosa evidentemente non torna. Così come non tornano le manipolazioni dei media occidentali volte a presentare le manifestazioni ucraine come spontanee: troppo a lungo sono durate e troppo organizzati sono apparsi i manifestanti.
Oltre all’Unione europea, anche Washington ha ovviamente preso posizione: ricordiamo il grande valore simbolico della presenza a Kiev di Victoria Nuland (cioè la vice di John Kerry) e John McCain (ex candidato repubblicano alla Presidenza) per esternare il sostegno degli Usa ai dimostranti. Né si può escludere che gli Stati Uniti - in mancanza di jihadisti nelle pianure ucraine - utilizzino i nazisti locali, così come hanno fatto con gli estremisti islamici in Libia e Siria (e forse in Cecenia). A Washington i personaggi di punta per fare da ponte a simili manovre ci sono eccome: per tutti valgano Lev Dobriansky - antico importante collaboratore di Jaroslav Stetsko, uomo della Germania in Ucraina durante l’occupazione tedesca - che è stato ambasciatore degli Stati Uniti alle Bahamas, e sua figlia, Paula, addirittura sottosegretaria di Stato per la Democrazia (!) durante la presidenza di George W. Bush.

lunedì 2 settembre 2013

SIRIA: ASPETTANDO L’AGGRESSIONE DI OBAMA, di Pier Francesco Zarcone

Bush with Obama mask © Dustin Spagnola
ARROGANZA E BUGIE

L’aggressione alla Siria è al momento - pare - rimandata a tempo determinato, almeno fino alla riapertura del Congresso statunitense dopo le ferie estive. Così ha deciso il premio Nobel per la Pace 2009 (!) e presidente degli Stati Uniti Barack Hussein Obama. Decisione non autonoma, ma indotta dalla richiesta scritta di 200 congressisti. Una frenata che viene dopo il voto contrario all’attacco da parte della Camera dei Comuni britannica, ma che potrebbe non essere definitiva. Infatti Obama - pur costretto a sospendere per il momento le sue pulsioni belliciste - non ha spiegato cosa accadrebbe in caso di un eventuale decisione del Congresso che facesse il paio con quella britannica. Inoltre è pacifico che se il Congresso desse via libera, Obama si sentirebbe “legittimato” a scatenare l’attacco.
In questa sequenza c’è la reiterazione di una pesantissima anomalia di fondo non più mistificabile, soprattutto da quando è imploso il blocco del “socialismo reale”, e che ovviamente i media nostrani, per lo più acritici portavoce delle posizioni della Casa Bianca, non rimarcano mai. Nella loro arrogante libidine di superpotenza gli Usa, calpestando di continuo la legalità internazionale, hanno riportato e mantengono il mondo nella prepotenza della barbarie. Civiltà con la “C” maiuscola e diritto sono sempre andati in coppia, e quando al diritto si sostituisce la forza bruta - sovente capricciosa - allora anche la civiltà è compromessa. Non è il caso di stupirsi, ma di indignarsi sì. Semmai lo stupore trova spazio quando si assiste alla meraviglia con cui tanti candidi cittadini statunitensi si chiedono come mai ci sia al mondo tanto odio verso gli Stati Uniti. Non disse una volta Karl Rove, consigliere politico del famigerato George W. Bush, «ora noi siamo un Impero e quando agiamo creiamo la nostra realtà»?
Finché sarà così, l’odio potrà solo estendersi. Come del resto accade oggi nel mondo arabo, dove l’odio verso gli Stati Uniti va dagli islamisti radicali fino ai laici e alle superstiti sinistre.
Nel caso della Siria - il cui turno fa seguito ad Afghanistan, Iraq e Libia - ancora una volta quel che asseriscono gli Stati Uniti vale come prova, e tanto basta perché si faccia a meno dell’unico organo internazionale formalmente legittimato ad autorizzare interventi militari del genere: il Consiglio di Sicurezza dell’Onu. Semmai è il Congresso statunitense a prenderne di fatto il posto!
Una considerazione per inciso, indignazione a parte: già la storia è ricca di precedenti dominati dall’illusione di politici e militari circa la brevità temporale e la limitatezza spaziale dei conflitti che si andava a scatenare; ma se si ha presente la costante mistura di approssimazione operativa, di ignoranza dei contesti, di rozza psicologia da film hollywoodiani di serie B, d’incapacità nel prevedere gli scenari possibili - e quindi di venirne fuori - che fa parte del bellicismo statunitense, allora è legittimo che a ogni intervento militare Usa si finisca col tremare.

RED UTOPIA ROJA – Principles / Principios / Princìpi / Principes / Princípios

a) The end does not justify the means, but the means which we use must reflect the essence of the end.

b) Support for the struggle of all peoples against imperialism and/or for their self determination, independently of their political leaderships.

c) For the autonomy and total independence from the political projects of capitalism.

d) The unity of the workers of the world - intellectual and physical workers, without ideological discrimination of any kind (apart from the basics of anti-capitalism, anti-imperialism and of socialism).

e) Fight against political bureaucracies, for direct and councils democracy.

f) Save all life on the Planet, save humanity.

g) For a Red Utopist, cultural work and artistic creation in particular, represent the noblest revolutionary attempt to fight against fear and death. Each creation is an act of love for life, and at the same time a proposal for humanization.

* * *

a) El fin no justifica los medios, y en los medios que empleamos debe estar reflejada la esencia del fin.

b) Apoyo a las luchas de todos los pueblos contra el imperialismo y/o por su autodeterminación, independientemente de sus direcciones políticas.

c) Por la autonomía y la independencia total respecto a los proyectos políticos del capitalismo.

d) Unidad del mundo del trabajo intelectual y físico, sin discriminaciones ideológicas de ningún tipo, fuera de la identidad “anticapitalista, antiimperialista y por el socialismo”.

e) Lucha contra las burocracias políticas, por la democracia directa y consejista.

f) Salvar la vida sobre la Tierra, salvar a la humanidad.

g) Para un Utopista Rojo el trabajo cultural y la creación artística en particular son el más noble intento revolucionario de lucha contra los miedos y la muerte. Toda creación es un acto de amor a la vida, por lo mismo es una propuesta de humanización.

* * *

a) Il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi che impieghiamo dev’essere riflessa l’essenza del fine.

b) Sostegno alle lotte di tutti i popoli contro l’imperialismo e/o per la loro autodeterminazione, indipendentemente dalle loro direzioni politiche.

c) Per l’autonomia e l’indipendenza totale dai progetti politici del capitalismo.

d) Unità del mondo del lavoro mentale e materiale, senza discriminazioni ideologiche di alcun tipo (a parte le «basi anticapitaliste, antimperialiste e per il socialismo».

e) Lotta contro le burocrazie politiche, per la democrazia diretta e consigliare.

f) Salvare la vita sulla Terra, salvare l’umanità.

g) Per un Utopista Rosso il lavoro culturale e la creazione artistica in particolare rappresentano il più nobile tentativo rivoluzionario per lottare contro le paure e la morte. Ogni creazione è un atto d’amore per la vita, e allo stesso tempo una proposta di umanizzazione.

* * *

a) La fin ne justifie pas les moyens, et dans les moyens que nous utilisons doit apparaître l'essence de la fin projetée.

b) Appui aux luttes de tous les peuples menées contre l'impérialisme et/ou pour leur autodétermination, indépendamment de leurs directions politiques.

c) Pour l'autonomie et la totale indépendance par rapport aux projets politiques du capitalisme.

d) Unité du monde du travail intellectuel et manuel, sans discriminations idéologiques d'aucun type, en dehors de l'identité "anticapitaliste, anti-impérialiste et pour le socialisme".

e) Lutte contre les bureaucraties politiques, et pour la démocratie directe et conseilliste.

f) Sauver la vie sur Terre, sauver l'Humanité.

g) Pour un Utopiste Rouge, le travail culturel, et plus particulièrement la création artistique, représentent la plus noble tentative révolutionnaire pour lutter contre la peur et contre la mort. Toute création est un acte d'amour pour la vie, et en même temps une proposition d'humanisation.

* * *

a) O fim não justifica os médios, e os médios utilizados devem reflectir a essência do fim.

b) Apoio às lutas de todos os povos contra o imperialismo e/ou pela auto-determinação, independentemente das direcções políticas deles.

c) Pela autonomia e a independência respeito total para com os projectos políticos do capitalismo.

d) Unidade do mundo do trabalho intelectual e físico, sem discriminações ideológicas de nenhum tipo, fora da identidade “anti-capitalista, anti-imperialista e pelo socialismo”.

e) Luta contra as burocracias políticas, pela democracia directa e dos conselhos.

f) Salvar a vida na Terra, salvar a humanidade.

g) Para um Utopista Vermelho o trabalho cultural e a criação artística em particular representam os mais nobres tentativos revolucionários por lutar contra os medos e a morte. Cada criação é um ato de amor para com a vida e, no mesmo tempo, uma proposta de humanização.