L’associazione Utopia rossa considera suo fondamento politico il principio secondo cui il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi si deve riflettere l’essenza del fine. Non ha programmi politici, come del resto non ne aveva la Prima internazionale. Nonostante le più diverse provenienze ideologiche dei suoi sostenitori, essa ritiene che l’anticapitalismo dilagato dopo l’inizio dell’Antirivoluzione russa (dicembre 1917) sia stato motivato fondamentalmente da idee precapitalistiche, cioè retrograde, e non da progetti di civiltà in grado di superare il capitalismo sviluppando ulteriormente i suoi modelli di democrazia. Ciò spiega anche il prevalere, nella storia della cosiddetta «sinistra», di simpatie per i regimi dittatoriali di ogni specie e colore. Utopia rossa si batte contro l’ulteriore diffusione di ideologie precapitalistiche vecchie e nuove (in campo politico, culturale, ecologico, religioso ecc.), come parte della sua battaglia per il superamento del capitalismo, se si vuole salvare la vita sulla Terra con la sua umanità. In questo senso la sua utopia continua ad essere rossa.

The Red Utopia association considers its political foundation to be the principle that the end does not justify the means, but that the means must reflect the essence of the end. It has no political program, just as the First International did not. Despite the diverse ideological backgrounds of its supporters, it believes that the anti-capitalism that spread after the start of the Russian Anti-Revolution (December 1917) was fundamentally motivated by pre-capitalist – that is, retrograde – ideas, and not by civilizational projects capable of overcoming capitalism and of further developing its democratic models. This also explains the prevalence, throughout the history of the so-called «left», of sympathies for dictatorial regimes of all kinds and colors. Red Utopia fights against the further spread of old and new pre-capitalist ideologies (in the political, cultural, ecological, religious, and other fields) as part of its battle to overcome capitalism, if life on Earth, including its humanity, is to be saved. In this sense, its utopia remains red.

PER SAPERNE DI PIÙ CI SONO UNA COLLANA DI LIBRI E UN BLOG IN VARIE LINGUE…

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martedì 29 maggio 2018

UBU RE IN NICARAGUA, di Pagayo Matacuras

IN DUE LINGUE (Italiano, Spagnolo)

© Alfred Jarry
Chi è il re Ubu? È un tipo che uccide il tiranno per trasformarsi in tiranno e poi fa fuori i nobili e tutti coloro che lo hanno appoggiato; spreca ricchezze e ne accumula altre; distribuisce ai poveri e toglie ai ricchi; ma segnatamente elimina tutti, poveri compresi, per diventare più ricco. Manda i suoi soldati alla carica, ma è il primo a nascondersi. Con lui tutti possono cadere nella botola - nel pozzo - o sprofondare nella sua tasca, inghiottiti da una spirale senza fondo.
Ubu Re è una commedia scritta dal francese Alfred Jarry e rappresentata per la prima volta il 10 dicembre 1896 al Théâtre de l’Œuvre di Parigi. A quest’opera ne seguono altre, e l’ultima è Ubu incatenato (1900), in cui il protagonista è condannato al carcere a vita.
Il re Ubu dichiara che la libertà non è che un semplice gioco in cui io cammino sopra il fuoco e tu non puoi perché chiedi l’elemosina. La libertà è la caratteristica massima dell’alienazione di una piuma su una pietra. Non c’è libertà se non c’è potere di schiacciare, in caso contrario il suo significato diviene nullo. Non c’è libertà senza oppressione.
Nel frattempo gli uomini liberi cantano: «Viva la libertà, la libertà, la libertà! Noi siamo liberi. […] Disubbidiamo di concerto […] Inventiamo ciascuno un tempo diverso, benché sia faticoso. Disubbidiamo individualmente» (Ubu incatenato, Atto I, Scena II).
Naturalmente si tratta di una pura fantasia che non potrà mai verificarsi nella realtà, immaginazione di un creatore forse già pronto per il chilometro cinque [al km 5 della Carretera Sur di Managua c’è l’Ospedale psichiatrico (n.d.r.)]. A pochi passi da dove si riunisce il Diálogo Nacional - con i rappresentanti del Governo e della società civile - con l’obiettivo di uscire dalla difficile crisi che il Nicaragua sta vivendo da oltre un mese, quando è iniziata la cosiddetta «rivoluzione etica» degli studenti universitari, autentica ribellione contro l’ordine costituito. Un processo politico che si concretizza con la partecipazione loro e di altre forze sociali.
Dalla sessione inaugurale del 16 maggio, il re Ubu-Daniel non si è più visto e non ha parlato. Sua moglie, la regina Ubu-Rosario, che ogni giorno recita la sua Messa quotidiana mescolando misticismo e cristianesimo pentecostale nel programma «Multinoticias» di Canal 4, dal 17 maggio è rimasta in silenzio per quattro giorni. Né sono apparsi a Niquinohomo il 18 maggio, data di nascita di Sandino. E neppure il giorno successivo, durante la manifestazione che ha avuto luogo nell’Avenida Bolívar per celebrare il compleanno del «Generale degli uomini liberi».
Scomparsi? Inghiottiti dalla terra di laghi e vulcani?
No, per il momento. La coppia-Ubu ha ancora il potere, seppur non più completo come prima. La forte mobilitazione della società civile le impedisce di ristabilire il controllo totale. Inoltre, ciò che non ha più è la legittimità, fortemente contestata nell’agenda che l’Alianza Cívica por la Justicia y la Democracia ha posto sul tavolo del dialogo il 23 maggio. Un’agenda globale per una reale democratizzazione delle istituzioni politiche e giudiziarie a tutti i livelli. Vengono proposte riforme parziali della Costituzione - con il divieto di rielezione in qualsiasi carica elettiva - e della legge elettorale, così da anticipare le elezioni all’anno prossimo. La delegazione governativa ha dichiarato che questo programma è «la via per un colpo di Stato». Naturale che sia così, perché se messo in pratica distruggerà completamente il castello di carte costruito in questi dieci anni, con il partito al Governo che controlla tutti i poteri dello Stato. Un golpe senz’armi che realizzerà un cambiamento profondo e radicale nella gestione delle istituzioni dello Stato, completamente libere da qualsiasi influenza partitica. Indipendenti e libere da qualunque limitazione.
La richiesta di rinuncia della coppia-Ubu non figura con chiarezza all’ordine del giorno. Ciò appare contraddittorio, essendo ovviamente la prima tappa per realizzare gli altri punti. In realtà si richiede anche l’approvazione di una legge quadro per la transizione e la governabilità democratica, la formazione di un nuovo Consejo Supremo Electoral (Cse) composto da magistrati onesti e di riconosciuta esperienza, e la riduzione del numero di deputati dell’Asamblea Nacional. Queste profonde riforme, che tracciano la via della democratizzazione in modo pacifico e costituzionale, avrebbero come risultato inevitabile l’uscita di scena dalla coppia-Ubu. E dei suoi cortigiani.
I rappresentanti della delegazione governativa, come condizione preliminare alla discussione, hanno chiesto in maniera intransigente la rimozione delle barricate stradali che sono state installate in tutto il Paese, una misura di pressione che rimane in vigore contro il Governo. Unico argomento che ribadiscono: «Non possiamo occuparci di altre questioni». Tutti capiscono che è una scusa per non parlare di nessun altro argomento; il ministro degli Esteri Moncada, capo della delegazione, l’ha affermato categoricamente: «Non accettiamo l’ordine del giorno».
Sono due idee di dialogo che assai difficilmente possono trovare un punto di accordo, due intransigenze che dipendono da due visioni diverse e opposte di ciò che è una società democratica. Non è da tutti fischiare e bere pinol [bevanda di mais bianco tostato e macinato (n.d.r.)], diciamo noi nicaraguensi. Pertanto i vescovi, che fungono da mediatori, hanno sospeso il dialogo a tempo indeterminato, proponendo la formazione di una commissione mista per cercare consenso sulle proposte che sono state presentate, in modo che i negoziati possano essere riattivati. Questa commissione dovrebbe essere composta da sei persone: tre delegati del Governo e tre rappresentanti di studenti universitari, società civile e imprenditori.
Nel frattempo, gli oppositori hanno dichiarato il fallimento del dialogo e nel pomeriggio del 23 maggio sono scesi in strada in tutto il Paese. Allo stesso tempo hanno rinforzato i blocchi stradali, principalmente nelle zone produttive del nord e del sud. D’altra parte la Juventud Sandinista (JS), gestita direttamente dalla sacerdotessa Ubu-Chayo, ha dato l’assalto in misura massiccia ad alcune barricate. All’ingresso di León, lungo la strada che la collega a Managua, uno studente è stato ucciso da un proiettile di AK-47 [kalashnikov (n.d.r.)], la JS ha preso in ostaggio 17 ragazzi e li ha tenuti prigionieri per alcune ore nella sede regionale del Frente Sandinista a León. Qualcuno afferma che all’interno c’erano pure tre poliziotti antisommossa. Fino a che sono intervenuti dei sacerdoti e hanno ottenuto la loro liberazione. Un’azione del genere dev’essere non solo ben pianificata, ma devono essere state perlomeno una cinquantina le persone del gruppo che ha sequestrato i ragazzi. In pratica si sono autodenunciati come mandanti delle forze paramilitari che non vogliono dialogare.
Gli stessi fatti accadono più o meno in tutto il Paese, con uomini incappucciati armati di mortai artigianali e di pistole che viaggiano in Suv a doppia cabina e in moto, soprattutto di notte. La stessa Uca (Universidad Centroamericana) è stata oggetto di un attacco di mortaio contro il suo edificio principale, a Managua, all’alba del 27 maggio. Una totale e assoluta idiozia, che dimostra pienamente l’atteggiamento della coppia-Ubu, l’uso e l’abuso di queste forze paramilitari (o parapoliziesche) che sostituiscono la Polizia a causa del pesante discredito che ha colpito quest’ultima durante le proteste, in seguito alla violenza irrazionale con cui ha agito e di fronte al rifiuto ufficiale dell’Esercito di scendere in strada. Fino ad oggi, nessuna di queste persone è stata indagata o arrestata (alcuni dicono che molti di loro sono poliziotti in borghese).
Chiaramente, sebbene sia iniziata come protesta civica nonviolenta e l’idea della maggioranza continui ad essere tale, ci sono anche gruppi di oppositori che perseguono l’obiettivo del caos per il caos, con l’incendio di pick-up e autobus della JS, ferendo gravemente alcuni militanti sandinisti. Che siano fannulloni pagati con pochi dollari dalla destra o dall’Ambasciata statunitense, oppure provocatori, il risultato non cambia: rendono il gioco facile alla coppia-Ubu nel criminalizzare l’intero movimento.
In tal modo, la possibilità di una soluzione pacifica alla crisi che questo Paese soffre da circa quaranta giorni si allontana. Nonostante questa contingenza, pare che la gente svolga le proprie attività quotidiane come se nulla fosse, lamentandosi soltanto per l’aumento dei prezzi del cibo e dei servizi di base.
E mentre la coppia-Ubu tenta di rimanere al potere inviando un messaggio di forza per zittire la pressione popolare - che continua con pacifiche marce nella capitale e in altre città, Ubu-Daniel rimane in silenzio e Ubu-Chayo continua con le sue omelie di pace a cui nessuno può ormai credere: «La nostra Fede è la nostra Forza! Sappiamo di essere un Popolo credente, devoto, un Popolo semplice, un Popolo laborioso, che ha rafforzato i Percorsi della Fede, i Valori della Famiglia e della Comunità, i Valori cristiani» (24 maggio).
Forse la coppia-Ubu pensa che in questa maniera possano reintegrarsi nuovamente i militanti sandinisti che nelle settimane precedenti si sono allontanati, fino a partecipare alle marce della società civile che il 27 maggio si sono tenute in una decina di città. Ecco perché stanno utilizzando tattiche dilatorie per stancare il popolo e cercare di ricomporre le proprie forze, contro la massiccia lotta civica che chiamano «piaga criminale». Ma questa tattica sta portando nella direzione opposta: il rifiuto del partito che l’ha portata al potere. Il Paese è diviso in due. Poco a poco, la gente si rende conto che questo non è l’Fsln che ha combattuto contro la dittatura somozista, ma è un’altra cosa, del tutto differente.
Un altro rischio dev’essere tenuto presente ed è molto reale: la tentazione di isolare gli studenti dalle altre forze della cosiddetta «società civile», dato che continuano a dichiarare che nel loro movimento (Movimiento 19 de Abril) non ci saranno ingerenze da parte di nessuna forza politica. Innanzitutto gli imprenditori riuniti in varie associazioni non possono tollerare una forza che vuole un profondo cambiamento nella società - incluse le questioni economiche, in un Paese che è il secondo più povero del continente. Inoltre il movimento campesino, nato in opposizione alla costruzione del Gran Canal Interocéanico che avrebbe trasformato l’ecosistema del Paese, mantiene senza dubbio legami con i partiti di destra che aspirano a una rivincita. Infine la stessa Chiesa cattolica - che agisce da mediatrice - non può accettare seriamente uno Stato laico e democratico.
E finora, a partire dalla sessione inaugurale del dialogo, pur non avendo una leadership gerarchica (e forse, per fortuna), solo gli studenti hanno affrontato con parole aspre e chiare l’onnipotente potere politico della coppia-Ubu: «Questo non è un tavolo di dialogo, piuttosto un tavolo per negoziare la sua uscita di scena, perché questo è il sentimento del popolo». Lasciando nuda la coppia-Ubu, come nel famoso racconto di Andersen.

mercoledì 16 maggio 2018

FSLN ORA ZERO, di Pagayo Matacuras

IN DUE LINGUE (Italiano, Spagnolo)

Rosario Murillo e Daniel Ortega © Oswaldo Rivas
«Un altro aspetto che dovrebbe essere evidenziato è quello che fa riferimento al numero insufficiente di quadri per partecipare a tutti i compiti richiesti per la preparazione del lavoro, non solo in città e in campagna ma anche al di fuori del Paese. La direzione del Frente Sandinista ha tollerato per troppo tempo il settarismo che ha impedito la promozione di un numero sufficiente di nuovi quadri provenienti dal settore operaio politicamente sviluppato e dal settore universitario. Volevamo raggiungere disperatamente obiettivi di dimensioni eccessive, senza trarre sempre vantaggio ogni giorno per l’esecuzione di compiti appropriati».
Queste parole furono scritte da Carlos Fonseca Amador esattamente cinquant’anni fa. Alla fine del 1969, stampato con il ciclostile, cominciò a circolare clandestinamente Nicaragua Hora Cero.
Perché ripetiamo oggi queste parole storiche? Una ragione molto semplice ci porta a farlo, dopo un mese di trambusto in Nicaragua, con molti morti, feriti e incarcerati. Il problema iniziale della riforma dell’Inss (Instituto Nicaragüense de Seguridad Social) fin dai primi giorni non esiste più. È stata la scintilla che ha incendiato il Paese, a partire dagli studenti fino ad arrivare ai cittadini di molte città e paesi, senza distinzione di opinioni politiche. Sino a giungere, negli ultimi giorni, nel quartiere indigeno di Monimbó (Masaya), vera culla dell’insurrezione popolare contro il somozismo.
Esiste una dittatura in Nicaragua? Forse un regime autoritario o dictablanda, come lo descrisse Herbert Marcuse nel suo L’uomo a una dimensione (1964). Fino allo scorso 19 aprile non c’era né un prigioniero politico né una persona scomparsa, la stampa dell’opposizione era libera (giornali e canali televisivi), c’erano proteste contro l’una o l’altra questione… Dalla reazione del Governo nei confronti dei cittadini che manifestavano pacificamente contro la riforma di cui sopra, con la Polizia che sparava per uccidere, l’autoritarismo si è mutato in spudorata dittatura. Senza il minimo travestimento.
«La storia si ripete sempre due volte: la prima come tragedia, la seconda come farsa», disse Karl Marx nel 1852 (Il 18 brumaio di Luigi Bonaparte). Ma la farsa dev’essere il più breve possibile, in modo da non ridiventare una seconda tragedia ancor peggiore della prima.
La domanda di base, la richiesta di migliaia e migliaia di persone, è perciò l’abbandono del potere da parte di Daniel Ortega e di sua moglie Rosario Chayo Murillo, non solo presidente e vicepresidente, ma anche segretario politico e segretaria di organizzazione dell’Fsln. Oltre ai loro sette figli, che occupano alte cariche di Stato. «Che il Nicaragua ritorni ad essere una Repubblica», gridano e scrivono sui cartelli che una folla immensa porta per strada, ripetendo un’idea di Pedro Joaquín Chamorro Cardenal, il Martire delle libertà pubbliche. Sembra che la coppia presidenziale non si renda conto di ciò… o non gli interessa un fico secco, in puro stile nazionale menefreghista.
Per oltre un decennio, l’occupazione delle istituzioni è stata rapida e completa da parte di entrambi, con un accordo di «non belligeranza» accettato nella pratica dagli imprenditori privati, che si sono arricchiti come non mai, e da parte della Conferenza episcopale, che controlla le coscienze della gente. La caratteristica fondamentale del potere autoritario che ha comandato fino alla metà di aprile è la tripartizione: Daniel e la Chayo, attraverso l’Fsln, comandano a livello politico, gli imprenditori del Cosep (Consejo Superior de la Empresa Privada) a livello economico e i vescovi sui cervelli.
Non esiste il socialismo in questo Paese, il governo non controlla nessuna «leva economica», ma soltanto le strutture istituzionali e il partito. Stato e partito sono la stessa cosa, proprio come accadeva nei Paesi dell’Europa orientale fino a un paio di decenni fa. In ogni ufficio pubblico la bandiera nazionale, il «glorioso vessillo bicolore» blu e bianco, è sempre accompagnata da quella dell’Fsln. Non stiamo parlando della storica bandiera rosso-nera del «Generale degli uomini liberi», Augusto Nicolás Calderón Sandino, ma di quella con le lettere cubitali del partito.
Ma anche questa è una bugia più che evidente. Di quale Frente Sandinista stiamo parlando? Dell’organizzazione di guerriglieri che ha combattuto valorosamente contro la dinastia somozista per quasi due decenni? Del partito politico-militare che ha affrontato una guerra «di bassa intensità» per quasi un decennio?
Né l’uno né l’altro, ovviamente. L’attuale Fsln è la stessa famiglia Ortega e i loro collaboratori più stretti. (E un altro lungo capitolo sarebbe quello delle imprese appartenenti alla coppia e ai loro figli, ma con prestanome come proprietari.)
Dopo la sconfitta elettorale del 25 febbraio 1990 e l’opposizione alla destra governativa, a partire dal 1995 iniziò una specie di «epurazione stalinista» nelle file dell’Fsln. La maggior parte degli ex comandanti della guerriglia lasciò il partito - con una posizione politica che potrebbe definirsi socialdemocratica - organizzandosi nel Movimiento Renovador Sandinista (Mrs). Molti altri sono stati espulsi dal partito a calci nel culo, a causa delle loro critiche più o meno forti. Altri si sono allontanati completamente, lasciando la militanza politica.
Il risultato attuale è che la maggior parte della «vecchia leadership» è lontana dal partito, gestito completamente, come detto, a livello famigliare. E lo stesso accade con lo Stato in tutte le sue strutture. Per fare un esempio lampante: esiste un altro paese al mondo in cui vi siano un ministro degli Esteri e un altro ministro per le Politiche e gli Affari Internazionali (ossia con l’incarico di mantenere i rapporti con i partiti e le organizzazioni amici)?
Per quarant’anni, a partire dal 1979, non c’è mai stata alcuna formazione politica di militanti e dirigenti. Se negli anni ‘80 si poteva giustificare con la guerra di aggressione, dal 1990 in poi era già una scelta. A poco a poco Daniel è andato monopolizzando il partito, nonostante fosse il meno preparato politicamente fra i nove comandanti storici. Pertanto, attualmente i quadri del partito sono «quadri» appesi al muro del bunker situato nel quartiere Bolonia - dove gli Ortega vivono protetti da posti di blocco della Polizia - semplici immagini sottovetro e con una cornice da cui non possono tirarsi fuori. Non devono oscurare il segretario-presidente, ma solo ripetere le parole della Chayo Murillo come fossero pappagalli: «¡Sí, señor! ¡A la orden!».
Tuttavia, dal 19 aprile il mondo non è più quello di prima. Forse può essere la data dell’«inizio della fine». Grazie alla repressione indiscriminata e brutale della Polizia, gli oppositori stanno crescendo di giorno in giorno in ogni angolo del Paese. Nessuno si aspettava qualcosa di così diffuso in tutti i settori della società: né il Cosep, né la Chiesa, né l’Ambasciata statunitense… e nemmeno la coppia presidenziale, col suo sogno che si sta trasformando in un incubo.
Al momento non c’è nessun leader della protesta: ve ne sono anzi parecchi. Ogni «gruppo sociale», per così dire, ha il proprio leader. Tra i manifestanti si vedono magliette con il Che o con Sandino, e non sono poche. La destra non è ancora riuscita a egemonizzare il movimento nel suo complesso. Ciò è un vantaggio per la sinistra, ma fino a quando continuerà questa mancanza di controllo? Dall’oppositore 100% Noticias si opera con l’obiettivo di far continuare la lotta civica e gli scontri (e prima era un canale abbastanza equilibrato), come pure La Prensa. Dagli Stati Uniti arrivano già dollari in abbondanza per pagare banditi di strada armati che si infiltrino nelle file dell’opposizione per uccidere o incendiare uffici pubblici.
Attualmente il rischio maggiore è il rifiuto generale non solo della coppia presidenziale, che è già diffuso fino ai militanti sandinisti più coscienti, ma di un’intera storia che non merita di essere cancellata completamente. Quanto più a lungo Daniel e la Chayo rimangono sulle loro poltrone, tanto più è probabile che questo sia il futuro: la sepoltura della storia in un cimitero dove nessuno andrà a mettere fiori né a pregare, nella Chureca [la discarica di Managua (n.d.r.)]. E il sospetto è che sia stato accettato l’ingresso della Cidh (Corte Interamericana de los Derechos Humanos) per indagare in modo indipendente sugli eventi - così come il Diálogo Nacional - solo per «prendere tempo», come si suol dire, e ritardare all’infinito la resa dei conti.
In che modo sarebbe possibile evitare questo disastro? Come sarebbe possibile evitare questo assassinio annunciato dell’autorità morale acquisita negli anni della lotta antisomozista?
Per quello che si sa - ma molte sono voci in un Paese dove raccontare balle è lo sport nazionale - sin dai primi giorni degli scontri di strada, i vecchi capi dell’Esercito hanno parlato con quelli in carica. Iniziando da Humberto, fratello di Daniel, e seguendo con Joaquín Cuadra e Omar Halleslevens. Chiedendo loro di non sparare contro la gente, mantenendo una posizione istituzionale e apartitica. E l’Esercito non ha sparato un solo colpo.

giovedì 26 aprile 2018

IL NICARAGUA FRA SIMBOLI E REALTÀ, di Pagayo Matacuras

IN DUE LINGUE (Italiano, Spagnolo)

© Inti Ocon
La terza di aprile è stata una vera settimana di Passione per la coppia presidenziale del Nicaragua. E una vera settimana di sangue e lutto per un popolo stanco e ribelle per natura: «que restaña con alegría, todos los días, mi rebelde corazón. Ay, Nicaragua, Nicaragüita…». È un popolo che sopporta, sopporta, sopporta… ma non all’infinito.
Il simbolo più evidente che il popolo del Nicaragua ha notato negli ultimi anni è nel quartiere Bolonia della capitale Managua: il parco El Carmen. Negli anni della guerra, quando la Contra si trovava già all’interno del Paese e si continuava con lo slogan «No pasarán», si poteva tranquillamente passare davanti alla casa degli Ortega. Da un po’ di tempo ci sono posti di blocco che impediscono a chiunque, anche a piedi, di avvicinarsi a meno di due chilometri. No pasarán…
Sabato 21 aprile, noi nicaraguensi abbiamo assistito in televisione al ricco pranzo che Daniel e Chayo [Rosario Murillo, sua moglie (n.d.r.)] hanno offerto agli impresari (taiwanesi, coreani, statunitensi…) delle zone franche - maquilas - con una grande tavolata ricoperta di fiori e assai ricca di piatti di ceramica e bicchieri di cristallo. E probabilmente non hanno mangiato riso e fagioli con formaggio né tortillas senza sale. Nel frattempo per le strade del Paese, soprattutto quelle di Managua, continuava la lotta degli studenti contro la riforma dell’Inss (Instituto Nicaragüense de Seguridad Social), cioè delle pensioni. Con morti, feriti e arrestati da parte della Polizia e degli antisommossa.
Un vero scontro di immagini: il lusso sfacciato di una ricca tavola e la polvere, le pallottole e il sangue versato per le strade. In questo scontro simbolico, più che nella marcia di domenica 22, è racchiusa la fine dell’orteguismo nella mente dei pinoleros (i nicaraguensi). Questa marcia è stata solo la spinta per l’irreversibile crollo di un regime famigliare che ha contribuito a un qualche sviluppo del Paese, ma senza considerare le realtà di fame e miseria ancora profonde. Il mega progetto «Hambre cero» è già defunto ancor prima di fare i suoi primi passi… è servito soltanto per la propaganda elettorale.
Già prima che iniziasse il pranzo del sabato, si sapeva che Daniel avrebbe lanciato un messaggio al Paese in relazione agli avvenimenti dei giorni precedenti. E il messaggio è arrivato: l’Inss ha deciso con un suo decreto di sospendere l’entrata in vigore della riforma. «Vale a dire, l’ha messa da parte… l’ha spostata da un lato…», secondo le parole di Ortega.
Ma non ha neppure parlato degli studenti, né dei morti, feriti e arrestati. Né della censura a vari canali televisivi, con la chiusura completa per ventiquattr’ore; ha solo fatto riferimento ai saccheggi dei mercati e dei supermercati… azioni per le quali non è sicuro si possa incolpare gli studenti. Non ha detto neanche una parola sui due poliziotti uccisi, né sul giornalista della rete televisiva di Stato Canal 6 assassinato a Bluefields (costa atlantica). Per il presidente esistevano solamente le bande giovanili, i saccheggiatori, i distruttori… pagati non si sa bene da chi.
Dalle sue labbra non è uscita una sola parola sulle cosiddette «orde» sandiniste: impiegati dello Stato che hanno provocato scontri e disastri in giro per la città. Qualcosa di molto simile alle «orde» somoziste capeggiate da Nicolasa Sevilla, soprannominata «la Colacha». Si possono comprendere i «partigiani» orteguisti che si scontrano con i «reazionari» in modo volontario e spontaneo, ma quando escono tutti in strada con la stessa maglietta del Frente, si capisce benissimo che si tratta di una cosa organizzata dall’alto.
Corre voce che all’inizio delle proteste Daniel non si trovasse in Nicaragua, bensì a Cuba per delle trasfusioni di sangue. Ma quando è rientrato non ha fermato la repressione né le «orde», di certo scatenate per ordine della Chayo. Piuttosto, ha proseguito in questo atteggiamento suicida. E in cinque giorni vi sono stati più morti di quanti si sono avuti nei sedici anni dei governi «liberali» di Violeta Barrios de Chamorro («la Inútil»), Arnoldo Alemán («el Gordo») ed Enrique Bolaños («el Churuco»).
Questo arrogante atteggiamento del pranzo di sabato, dando prova di vivere in un mondo totalmente estraneo alla realtà, ha convinto migliaia e migliaia di nicaraguensi a unirsi alla marcia di domenica 22 organizzata dalle associazioni imprenditoriali, con il Cosep (Consejo Superior de la Empresa Privada) in testa e la benedizione della Conferenza episcopale. Finora, in nessun’altra parte del pianeta era accaduto che i capitalisti chiamassero i lavoratori a una manifestazione in difesa dei loro stessi diritti (e dei diritti sanciti dalla Costituzione). Questo è il Nicaragua socialista e solidale degli Ortega, in cui gli imprenditori controllano completamente l’economia e i vescovi le coscienze.
È certo che qualche gruppo di studenti, in seguito ai primi morti, abbia agito in modo violento, abbattendo alcuni «alberi della vita», gigantesche stronzate di ferro dipinte con colori vivaci e collocate in vari punti della capitale (e in altre città) per abbellirla. Tutti sanno che è un’idea di Rosario Murillo, vicepresidente del Paese già da alcuni anni. E abbatterli è stato come abbattere simbolicamente la Chayo (e suo figlio Rafael, a capo della compagnia di vigilanza privata «El Goliat» - pagata con i soldi dello Stato - che di notte protegge le lampadine da possibili furti).
Per quanto riguarda la riforma, essa stabilisce:

1. 15 anni di versamenti (ossia 750 settimane);
2. 60 anni di età;
3. aumento della trattenuta per gli imprenditori dal 19 al 22,25%;
4. aumento della trattenuta per i lavoratori dal 6,25 al 7% (con una pensione finale più bassa di quella attuale);
5. un taglio del 5% per le pensioni in essere.

È certo che le casse dell’Inss sono in bancarotta. Per decenni ci sono stati sprechi e ruberie, a cominciare dal prestito che nel 1994 Violeta Barrios ha richiesto per costruire abitazioni: 14 milioni di dollari mai restituiti. E la mala gestione, unita alla corruzione, gli ha dato il colpo di grazia.
Ma non è possibile che siano i lavoratori e i pensionati a dover risolvere questo problema… che è ormai diventato un problemone.
Vedremo cosa accadrà al tavolo di discussione che deve aprirsi in questi giorni. Il «Governo di riconciliazione e unità nazionale» è già morto e forse sarà sepolto nel Cementerio Oriental, di fronte alla casa di sicurezza del Frente da dove Leonel Rugama lanciò il suo «¡qué se rinda tu madre!». Nessuno può sapere ciò che accadrà, ma Daniel ha un’unica opzione: accettare la volontà espressa nella marcia di domenica 22, dato che non ha più il potere di fare e disfare a suo piacimento. E sa che fra i 700 mila che hanno manifestato a Managua (più quelli di altre città) la maggioranza erano suoi elettori, che hanno ripetuto con Sandino: i diritti di un popolo non si discutono, si difendono con le armi in pugno.
Di sicuro a questo tavolo si porrà non soltanto la questione della riforma dell’Inss, quanto la necessità di reali mutamenti nella gestione di tutte le istituzioni dello Stato, in cui il partito comanda (ovvero comandano Ortega e la Chayo, visto che loro due sono il partito). Altrimenti la richiesta potrebbe essere ciò che reclamavano i manifestanti: punto e a capo.

martedì 11 luglio 2017

DONALD TRUMP: «VEDETTE» PSEUDOPOPULISTA DELLA SOCIETÀ DELLO SPETTACOLO, di Michele Nobile

INDICE: 1. La questione Trump - 2. Donald Trump come vedette della società dello spettacolo - 3. La psicopatologia politica e l’impossibile psicoanalisi di Donald Trump - 4. Come movimento e come regime il populismo è cosa qualitativamente diversa dallo pseudopopulismo di Trump - 5. I contenuti del programma di Trump, per quel che conta, non sono qualitativamente nuovi: particolare è l’intensità con cui sono stati trasmessi - 6. La questione fondamentale trascurata nei discorsi sul populismo o fascismo di Trump: lo stato della lotta fra le classi - 7. Trump come espressione della postdemocrazia - Bibliografia

1. La questione Trump
È normale che le elezioni presidenziali negli Stati Uniti alimentino aspettative e timori nei confronti di questo o quel candidato al ruolo di leader della superpotenza mondiale. Tuttavia Barack Obama e Donald Trump hanno suscitato reazioni emotive fuori dell’ordinario e cariche di un’enorme valenza politica. Da Obama, il messia nero, tanti si aspettavano la liquidazione del cosiddetto neoliberismo, allora sprofondato nella più grave crisi del dopoguerra, e un nuovo New Deal. A Trump è invece imputato l’intento di voler operare un fondamentale cambiamento del sistema politico degli Stati Uniti, di voler alterare, se non la sacrosanta e più che bicentenaria Costituzione formale, la Costituzione materiale del Paese; da qui i discorsi su un nuovo regime variamente aggettivato: populista, autoritario, bonapartista, criptofascista, fascista… E ciò non soltanto per via delle sue proposte ma - forse ancor più - per l’impressione suscitata dal suo stile comunicativo, dall’immagine che egli ha voluto trasmettere.
Se la memoria non m’inganna un tale livello di emotività, che potrebbe dirsi isterico, non si verificò neanche a proposito delle elezioni di Margaret Thatcher e di Ronald Reagan, una coppia che realmente segnò una discontinuità storica. Reagan era un esponente del rinnovato attivismo conservatore della new right repubblicana, designato in una convention che aveva rimosso dal programma del partito il sostegno per l’Equal Rights Amendment - presente dal 1940 - e inserito la proposta di un bando costituzionale dell’aborto: i suoi intenti, quindi, erano chiari. Egli appariva come il visionario di una nuova epoca di prosperità americana mediante la riduzione delle tasse - per i ricchi - e la liberazione delle corporations dalle oppressive regolazioni del big government; il moralista fautore del taglio delle spese per il welfare state, improduttivo alimento dell’ozio e del vizio alle spalle dei cittadini virtuosi; era il «falco» deciso a farla finita con la «sindrome del Vietnam»; l’impavido avversario di quello che poi definì l’«impero del male» e dei suoi accoliti nel mondo; l’amico generoso dei freedom fighters controrivoluzionari; era il capo determinato a far rifluire l’onda lunga del Watergate per restaurare in tutta la sua autorità il ruolo del Presidente - la «presidenza imperiale» - dentro e fuori del Paese1. Tuttavia, per quanto Reagan si collocasse sulla destra dello spettro politico repubblicano, egli non fece gli errori di Goldwater; al contrario, nella campagna elettorale si mostrò pacato e ragionevole, riuscendo ad attrarre sia l’opinione pubblica conservatrice e fondamentalista che quella moderata. Nel giro di un quindicennio un effetto del successo di Reagan fu l’emarginazione nel Partito repubblicano della componente moderata e il divenire normalità di quello che tra gli anni ‘50 e ‘60 Richard Hofstadter definiva pseudoconservatorismo, caratterizzato dallo stile paranoide in politica2. Per i Repubblicani Reagan rimane un eroe, ma oggi egli apparirebbe come un moderato incline al compromesso. Donald Trump è un sottoprodotto di questo processo.
Non che ai tempi dell’ascesa di Reagan al potere mancassero preoccupazione e passione nella sinistra, ma tutto sommato l’analisi era più controllata, più ponderata. Di Reagan non si vedeva solo lo stile di grande comunicatore - non era forse un ex attore? - ma anche il culmine della southern strategy, di cambiamenti strutturali e territoriali del capitalismo statunitense3, nell’economia mondiale e nei rapporti di forza tra le classi.
La spettacolarizzazione mediatica ha fatto enormi progressi e ora le sue luci ingigantiscono sul palcoscenico politico le immagini di attori umanamente e intellettualmente mediocri, astuti naviganti ma poveri di idee e di ideali; e penso che in questo campo la politica europea - quella italiana in particolare - sia da tempo impegnata a dimostrare perversamente il vantaggio di cui può godere l’«ultimo arrivato».
Trump è a suo modo un «fenomeno» e grandi sono i poteri del «Potus», del President of the United States. Tuttavia egli resta «solo» l’esponente politico del più ricco e potente capitalismo del mondo, la cui economia si estende ben oltre i confini nazionali, e di un gigantesco insieme di istituzioni, apparati burocratici, reti politiche, di uno Stato federale e liberale: si tratta di un formidabile insieme di forze che delimita i parametri d’azione del Presidente. Del personaggio va colta la particolarità dell’immagine spettacolare, ma anche i motivi per cui non rappresenta affatto una rottura dell’ordine politico statunitense, un nuovo regime politico o un nuovo regime d’accumulazione.
Ovviamente ho presente gli atti del presidente Trump, gli executives orders, i memorandum ecc. Qui però non intendo entrare più di tanto nel merito degli atti. Mi propongo di trattare un argomento preliminare: le interpretazioni del fenomeno Trump.

2. Donald Trump come vedette della società dello spettacolo
Il personaggio pubblico Donald Trump è innanzitutto una vedette della società dello spettacolo; dello spettacolo come fatto sociale totale, non come àmbito particolare di una società nazionale; per società dello spettacolo intendo la società mondiale contemporanea, dominata da una specifica configurazione storica del capitalismo e dalle sue contraddizioni4. È uno spettacolo in cui si recitano parti diverse su palchi distinti, le cui scene possono apparire desincronizzate, le une barbaramente arcaiche e le altre futuristicamente postmoderne. Tuttavia si tratta di un’unica società, i cui apparenti anacronismi sono parte di una totalità che continua e trasforma la struttura spazio-temporale di base del capitalismo mondiale: lo sviluppo ineguale e combinato5. In questa prospettiva Osama bin Laden, Donald Trump e Vladimir Putin sono vedettes del medesimo spettacolo mondiale, potenziato dai nuovi mezzi di comunicazione di massa.
La vedette è un’immagine di successo creata nel e dal potere: successo che nel caso del Presidente eletto Donald Trump si misura in voti e nell’accesso alle leve del potere supremo degli Stati Uniti. Tuttavia la vedette non è, propriamente parlando, un’individualità.
I discorsi e la gestualità di Trump trasmettono deliberatamente un messaggio politico, ma non sono utili per sondare le profondità della psiche della vedette. Non ha senso psicoanalizzare un soggetto i cui discorsi sono scritti da altri - esperti di marketing - e i cui gesti sono deliberatamente tesi a trasmettere l’immagine di un uomo lontano dalle buone maniere e dai compromessi dietro le quinte dell’élite politica e culturale. Questa figura può invece essere intesa come un’allegoria, l’espressione condensata di forze che comprendono e trascendono la sua umana singolarità.
Di Trump si può allora dire che egli è sintesi compiuta del capitalismo contemporaneo, che eleva a spettacolo i flussi finanziari e nel quale la spettacolarizzazione è un ingrediente necessario dell’inflazione dei titoli finanziari e della speculazione a credito su virtuali rendimenti futuri.
Come businessman, Donald Trump è espressione dello sviluppo della logica del settore emblematico di questo capitalismo: quello che negli Stati Uniti è definito «fire» - finance, insurance, and real estate - ovvero finanza, assicurazioni e immobiliare. È stato un agente di alto livello dell’intreccio fra speculazione immobiliare e credito bancario, che ha costruito ad arte la propria immagine per assurgere al ruolo di vedette conducendo operazioni spettacolari oltre che redditizie, ma con eccezioni importanti. Negli stessi brillanti anni ‘80 reaganiani, quelli degli yuppies (young urban professionals), dei titoli spazzatura e degli spezzatini finanziari, il costruttore Trump fece uno strumento commerciale del proprio nome e della narcisistica ostentazione del suo stile di vita, popolarizzato da rotocalchi e trasmissioni come Lifestyles of the Rich and Famous. Acquistò una dimora storica di 118 camere a Mar-a-Lago in Florida - costruita negli anni ‘20 per ospitare i presidenti statunitensi e gli ospiti stranieri di alto rango - un mega-yacht di 85 metri, un jet privato e una lunga sfilza di edifici tutti battezzati col nome Trump, di cui il Trump Tower è il più noto oltre che il luogo della sua epifania politica, della decisione di vendere la propria immagine anche nel mercato elettorale.
Ad Atlantic City Trump costruì o acquistò diversi casinò: Trump Plaza, Trump Castle e il più costoso al mondo, il Trump Taj Mahal, nel cui nome si fondono in un’evocazione favolosa il padrone, il denaro e il fascino dell’esotico. Ovviamente il Trump Taj Mahal è un pastiche postmodernista che non ha nulla a che fare con l’autentico. Questo interesse per i casinò è sintomatico: il casinò è il perfetto emblema del casino capitalism - denaro, lusso, effimero, credito e titoli spazzatura - ma ha anche i difetti di quest’ultimo: azzardo e calcolo del rischio, spettacolarizzazione del flusso di denaro e incertezza, trionfo e caduta tra violente oscillazioni. A un certo momento, ad esempio, quando al boom subentra la recessione, imprese poco redditizie - oppure avviate o acquistate con finanziamenti che speculano su profitti virtuali - possono non riuscire a far fronte ai debiti. Ciò è ancor più vero per quella combinazione di spettacolo, intrattenimento, speculazione finanziaria e immobiliare prediletta dal businessman Trump. Ragion per cui diverse delle sue imprese più spettacolari non sfuggirono alla dichiarazione di bancarotta: i suoi casinò (nei primi anni ’90), la società Trump Hotels and Casino Resorts (nel 2004) e la Trump Entertainment Resorts (nel 2009), come era stata ridenominata la precedente; dovette cedere anche la Trump Airlines, in preda ai debiti.
Risultati non proprio entusiasmanti. Tuttavia Trump riuscì a ridurre i danni accordandosi con i creditori, cedendo consistenti porzioni dei pacchetti azionari delle imprese in questione e accettando posizioni onorifiche: la bancarotta di diverse sue operazioni non comportò quella personale di Donald Trump, né della sua immagine. A questi non si applicò la famosa frase you’re fired! con cui proclamava il fallimento dei partecipanti allo show televisivo The Apprentice. L’abilità di Trump consistette nella separazione della sua immagine, come rappresentazione del casino capitalism, dalla sua realtà. Egli era già una vedette, un nome dotato del valore d’uso di convertirsi in denaro, quindi in grado di attrarre investitori nonostante la bancarotta di alcune sue imprese. Era un autoproclamatosi artista degli affari, capace di minacciare una causa legale a chi lo qualificava come un semplice milionario - invece che miliardario - e di narrare le sue avventure d’affari e d’amore in modo autocelebrativo in libri quali Trump: surviving at the top (1990) e Trump: the art of the comeback (1997). E poiché, come gli affari, l’amore può essere rischiosamente costoso, specialmente quando finisce e si è ricchi e famosi, il consiglio di Trump è di essere previdenti e di garantirsi dalla bancarotta amorosa con adeguato contratto: anche questa un’arte in cui pare eccellere, come s’intende dal titolo di un capitolo di Trump: the art of the comeback: «The art of the prenup: the engagement wring», dove prenup sta per prenuptial agreement.
In Trump il concreto dell’individualità umana si trasfigura nell’immagine del denaro che produce denaro: Trump è un brand vendibile per alimentare lo spettacolo sociale. Ed è esattamente questo che egli fece - ancor più e meglio di prima - a partire dagli anni ‘90. La vedette del casino capitalism ascese a vette più alte in termini di notorietà, aprendosi la via alla audience più ampia, quella degli spettatori-elettori.
Ronald Reagan era stato un attore mediocre, emerso come oratore politico per la destra del Partito repubblicano nella campagna presidenziale di Barry Goldwater; e quando Arnold Schwarzenegger fu eletto governatore della California egli era ancora una star cinematografica, la prima ad assurgere a un importante ruolo politico di governo. È naturale che nella società dello spettacolo il cinema e la televisione siano canali per una rapida carriera politica. Anche se, in Italia, Berlusconi era proprietario di un impero televisivo, ma non una star televisiva. Donald Trump è invece una vera e propria star televisiva ed è la prima fra queste ad assurgere al massimo livello di una grande potenza. Il successo televisivo di Trump non era quello di una vedette politica, ma dell’immagine dell’affarista protagonista e giudice di un game show, The Apprentice, trasmesso dalla rete NBC per quattordici stagioni a partire dal 2004. Trump aveva già la sua notorietà ma, come egli giustamente notò, avere una audience televisiva di 20 milioni di persone (nella prima stagione) significa un salto di qualità. Una porta aperta per giocare in proprio, che fu già tentato di attraversare in vista delle elezioni presidenziali del 2000.
Ma il suo tempo non era ancora arrivato.

giovedì 22 giugno 2017

LA TENEREZZA (Gianni Amelio, 2017), di Pino Bertelli

Il realismo, per me, non è che la forma artistica della verità.
Quando la verità è ricostituita, si raggiunge l’espressione.
Oggetto vivo del film realistico è il “mondo”, non la storia, non il racconto.
(Roberto Rossellini)

Il cinema italiano, lo sappiamo bene, o sprofonda nell’universo della banalità in cui è battezzato dalla commedia provinciale o finisce nel ribrezzo della borghesia, sempre pronta ad affascinare soltanto le anime esulcerate di una civiltà esausta… così, con buona pace per l’intelligenza, si passa dal disgusto dell’occasionale al senso della semplicità letteraria che investe tutti, specie a sinistra… un cinema che esiste e si afferma soltanto grazie a film che intrattengono l’universo demente di consumatori affogati nel formalismo o educati dai mezzi d’informazione ad essere serventi personaggi in cerca di un capo, di un politico, di un criminale o soltanto di un buffone che possa solleticare la pochezza con la quale affrontano tanto un’urna elettorale o il cappio del boia (che sono la medesima cosa), quanto nel sostenere una qualsiasi forma di cultura, con la convinzione di aver capito che quello che hanno visto è qualcosa d’importante e non una cosa impigliata nei merletti della merce filmica! Dio d’un cane boia! Figlio d’un prete ladro! Madonnaccia della miseria zozza! Proprio non si riesce a vedere che questo cinema ha perduto tutto dei maestri (Rossellini su tutti), e in cambio ha conservato storie che si creano nel delirio e si disfano nella noia. Il vero, il giusto e il buono sono una creazione dei nostri eccessi, delle nostre dismisure e delle nostre sregolatezze, diceva… oppure è un sottoprodotto della tristezza che non conosce l’infanzia del mondo.
La tenerezza è un film abbastanza brutto - o quantomeno funebre - diretto da Gianni Amelio, tratto dal romanzo di Lorenzo Marone La tentazione di essere felici (Longanesi, 2015), vincitore del premio Strega (autore di successo, ha vinto anche il premio Scrivere per Amore 2015 e il Premio Letterario «Caffè Corretto - Città di Cave» 2016). La scrittura non è proprio quella del filosofo E.M. Cioran ne La tentazione di esistere (Adelphi, 1984), né si pone l’accostamento… Cioran qui scriveva: «Chi è troppo lucido per adorare lo sarà anche per demolire, oppure non demolirà che le proprie… rivolte». Con Marone siamo dalle parti delle terrazze milanesi col Martini, le olive e il maggiordomo - di colore, s’intende. Il film è ambientato nella Napoli borghese e gli attori protagonisti sono Elio Germano, Giovanna Mezzogiorno, Micaela Ramazzotti, Renato Carpentieri e Greta Scacchi… è la storia di un padre (ammalato di cuore) e dei suoi figli che non ama (un fratello e una sorella che attendono la morte del padre per dividersi l’eredità), e di una giovane coppia - apparentemente serena - avvolta nel limbo della “Napoli bene”… che non conosce le periferie (né vuole conoscerle) dove il giovane ingegnere sceglie la morte e non la vita.
E qui potremmo anche chiudere il discorso. A stento non siamo usciti dal cinema. Dovevamo forse finire il pop-corn e un chinotto che sapeva di petrolio… poi ci è venuto in mente cosa aveva detto Amelio del suo film durante una conferenza stampa a Roma (24 aprile 2017), e siamo stati assaliti da conati di vomito: «La tenerezza nel film è una mano che afferra un’altra», e ha citato il momento in cui in Ladri di biciclette di Vittorio De Sica «il bambino tiene stretta la mano di suo padre, proprio nel momento in cui viene umiliato». Ladri di biciclette? De Sica?… c’è di che ridere! Anche nel film più brutto di De Sica ci sono almeno i cinque minuti del Meraviglioso di cui parlavano i surrealisti… ne La tenerezza c’è la convinzione che, finché viviamo in mezzo a tragedie eleganti, ci possiamo anche accontentare benissimo di Dio o dello Stato: sono le due facce dello stesso conformismo. Senza saper mai che la stanchezza intellettuale riassume i vizi e le deformità di un’umanità alla deriva.

venerdì 17 marzo 2017

LA BATTAGLIA DI HACKSAW RIDGE (Mel Gibson, 2016), di Pino Bertelli

Posso credere soltanto a degli dèi morti,
angeli banditi dalle ali infrante,
vergini di legno dipinto che si scrostano,
e cristi in pietra a cui le intemperie hanno cancellato
i lineamenti alle porte delle chiese.
(Jean-Michel Maulpoix)

La battaglia di Hacksaw Ridge di Mel Gibson è un'operazione commerciale furba… molto furba… racconta la vera storia di Desmond T. Doss (con molta audacia cartolinesca), primo obiettore di coscienza a ricevere la medaglia d'onore del Congresso degli Stati Uniti (la più alta onorificenza militare statunitense). Delle vicende biografiche di Doss si sono occupati riviste, fumetti, libri e ora il film di Gibson… si tratta di un ragazzo della Virginia, cresciuto secondo la fede della Chiesa cristiana avventista del settimo giorno (un movimento religioso, vegetariano, che osserva il riposo del sabato e prega la seconda venuta di Gesù Cristo), che, dopo l'attacco dei giapponesi alla base militare di Pearl Harbor (7 dicembre 1941, ore 7.58), va volontario sotto le armi (spinto dalla forza in Dio e dal Patriottismo, che come sappiamo è l'ultimo rifugio delle carogne con o senza divisa). Però non vuole impugnare il fucile, ma aiutare i feriti sul campo… viene imprigionato e subisce un processo per vigliaccheria, ma il tribunale gli dà ragione (con la mediazione di un generale amico del padre, combattente decorato nella Prima guerra mondiale) e lo invia in prima linea come aiuto medico (prima di partire ha una licenza e si sposa)… riesce a salvare 75 soldati durante la battaglia di Okinawa, nel giugno 1945, e sarà coperto di medaglie (Bronze Star, Purple Heart) e celebrato come un eroe fino alla sua scomparsa (23 marzo 2006).
La battaglia di Hacksaw Ridge è candidato a una messe di premi (Oscar, Critics’ Choice Movie Award, AACTA International Award, Golden Globe, BAFTA Award ecc.)… non c'importa niente quanti ne potrà ricevere né c'importa se critica e pubblico si trovano in accordo sull'intrattenimento guerrafondaio e religioso di questo film ampolloso di sangue e spettacolo dispensati con particolare attenzione a corpi bruciati, gambe tagliate, braccia mozzate, teste piene di vermi e topi che pasteggiano con le viscere dei soldati… gli affari sono affari… il box-office conferma il successo e la guerra finta (come quella vera) porta un brivido di piacere al pubblico rincitrullito della civiltà consumerista.
Il film armato di Gibson si attesta sulla confessione in Dio e nel coraggio dei guerrieri in difesa della Patria e della Famiglia… bella roba… porco cane! sempre il medesimo lezzo! ovunque! l'imbecillità dilaga, al cinema e dappertutto! ogni imbecille è fiero di sé! e d'imbecilli sono sempre stati fecondi i governi!… ma è inconcepibile aderire a una religione, a un'ideologia, a una nazione fondate sulla violenza… l'ottimismo, come è noto, è la dottrina dei sudditi, dei servi, degli agonizzanti che confondono il boia col santo, che poi è la medesima cosa… e non comprendono che una piccola cosca di saprofiti produce le guerre e sono i popoli a subirle… disconoscere la guerra significa disconoscere ogni potere che la sostiene… disobbedire, disertare, opporsi ai bastardi della guerra, vuol dire combattere la crudeltà dei potenti e ricacciarli nelle fogne da dove sono usciti. L'obbedienza esiste solo fintantoché dura il consenso, come il re, il papa o un capo di stato finché dura l'estasi. L'obbedienza non è mai stata una virtù!

domenica 4 dicembre 2016

IO, DANIEL BLAKE (Ken Loach, 2016), di Pino Bertelli

Soltanto in un paese libero l'impostura non gode privilegi,
e non può schivare la persecuzione che l'insegue sotto ogni forma o camuffamento,
non essendo protetta né da una corte, né dalla prepotenza nobiliare, né dall'iniquità d'una chiesa.
(Anthony Ashley-Cooper, III conte di Shaftesbury, 1707)

Sulla burocrazia, sul cattivo governo e sul film di Ken Loach, Io, Daniel Blake… non ci sono governi buoni, il governo migliore è quello che governa di meno o non governa affatto, diceva… ciò che è importante in ogni forma di società è la difesa del bello, del giusto e del bene comune… i deputati, i senatori, gli organi d'informazione e le "mosche cocchiere" della cultura sono tutti a libro paga dell'impero finanziario… alla farsa elettorale dei cretini ci partecipano tutti e tutti stanno al gioco… i terrorismi sono parte del grande spettacolo della globalizzazione e la celebrazione del liberalismo poggia sulla pioggia di "bombe intelligenti" dei paesi ricchi che legittimano il genocidio dei paesi impoveriti… ovunque i diritti dell'uomo sono calpestati, i proclami dei capi di stato, dei primi ministri, dei papi, dei generali… uccidono! Le chiacchiere della televisione e l'imbecillità della Rete, usata come i padroni del web vogliono, impediscono di pensare, di riflettere o d'incazzarsi… tutto è trasformato in uno spettacolo e niente è vero se non passa dall'inginocchiatoio dell'economica politica internazionale.
La twittosfera ha favorito l'emersione di una moltitudine di imbecilli (che forse imbecilli lo erano sempre stati) e sempre e inevitabilmente ognuno di noi sottovaluta il numero di individui stupidi in circolazione e nei luoghi di potere, scriveva, giustamente, Carlo M. Cipolla1… la peste (della stupidità politica) di Camus è ancora contagiosa e continua a diffondersi nei partiti e nella vita quotidiana… gli idolatri, i ruffiani, i servi si riproducono nei miti che sostengono e nessuno sembra chiamarsi fuori dalla barbarie della società consumerista… in verità il totalitarismo moderno teme che un giorno le giovani generazioni possano sommare le loro energie e rompere il meccanismo della ragione imposta… la maggior felicità per il maggior numero passa dalle rovine dell'ordine costituito. Alla maniera di Michel Onfray: «I nani dell'isola di Lilliput riescono a sconfiggere il gigante con una moltiplicazione di legami sottili, una proliferazione di piccole azioni congiunte, una tela di ragno libertaria che passa dall'inerzia al sabotaggio e dalla resistenza sociale al rovesciamento puro e semplice dello stato di cose esistenti»2. In principio è stata la disobbedienza civile, poi la forza radicale e il progresso dello spirito umano che hanno cercato - e qualche volta ci sono anche riusciti - di abolire l'odio dell'uomo sull'uomo e mostrare che il potere non esiste che con il consenso di coloro sui quali si esercita.
Di Io, Daniel Blake. Newcastle. Daniel Blake è un falegname di 59 anni, in seguito a una crisi cardiaca non può più lavorare ed è costretto a chiedere il sussidio statale per invalidità (ma viene respinto e il falegname cerca di fare ricorso). Daniel conosce Katie, giovane madre di due ragazzini… è venuta da Londra per avere una casa popolare… non riesce a trovare lavoro e si rivolge alla "Banca del cibo" per sfamare la famiglia (finirà a fare la prostituta per comprare le scarpe ai figli). Tra Daniel e Katie nasce un rapporto di tenera amicizia e d'indignazione verso la burocrazia disumana del welfare inglese… Daniel non riesce a districarsi tra i computer, la rete e i moduli da riempire… scrive sui muri dell'ufficio statale la sua protesta e chiede un incontro per riesaminare la sua situazione… naturalmente viene arrestato… vende tutti i mobili della casa per sopravvivere e quando va (insieme a Katie) davanti ai giudici del riesame, muore d'infarto nel bagno. Sono pochi i proletari che lo piangono… al "funerale dei poveri" che viene fatto di primo mattino (perché costa poco)… Katie legge una lettera di Daniel, dove il falegname chiede rispetto e dignità anche per un cane e lui è stato assassinato dallo Stato.

lunedì 26 settembre 2016

CHIESA CATTOLICA E POTERE IN ITALIA DOPO IL 1870, di Federico Piccirillo

RELAZIONE PER IL CONVEGNO «IL VATICANO E IL FASCISMO» DEL 21 SETTEMBRE 2016 A ROMA

Il 20 settembre 1870 rappresenta una data epocale per la storia del nostro Paese. Con l'annessione di Roma al Regno d'Italia tramontò lo Stato Pontificio come entità storico-politica e ciò decretò, di conseguenza, la fine del potere temporale dei papi.
Tuttavia, è bene ricordare che la con "breccia di Porta Pia" comparve anche la "questione romana", inerente i rapporti tra il nuovo regno unitario e il Vaticano, sempre pronto a rivendicare un suo presunto diritto all'esercizio del potere su specifici settori ed ambiti della vita politica, socio-economica e culturale del nostro paese.
La "questione romana" troverà risposte nell'atteggiamento conciliante dei governi italiani, dapprima con i Patti Lateranensi del 1929, poi con il Concordato craxiano del 1984, tralasciando i quarant'anni di governo democristiano, a partire dagli inizi del secondo dopoguerra, durante i quali la Chiesa ha quasi sempre trovato nella Dc la propria longa manus politica nel territorio italiano.
Questo ci illumina su quanto sia stato e sia tuttora forte il connubio tra Chiesa e potere. Indubbiamente, l'evento del 20 settembre 1870 ha il merito di aver limitato in gran parte questo connubio.
Il pontefice Giovanni XXIII arrivò persino ad affermare che, a suo avviso, la presa di Roma dovesse essere interpretata come manifestazione della Provvidenza, in quanto l'evento in questione avrebbe reso possibile uno sganciarsi della religione dalla politica.
Il legame tra Chiesa cattolica e potere politico trova le sue radici nella tarda antichità romana, dal momento in cui l'imperatore Costantino con l'Editto di Milano (313 d.C.) non solo riconobbe la libertà di culto ai cristiani elargendo alle loro comunità una serie di beni materiali e di proprietà, ma iniziò anche a includere i vescovi nella burocrazia imperiale. L'operazione politica di Costantino fu molto chiara: ormai il cristianesimo stava diventando la religione più professata; tanto valeva averla come alleata.
Dal canto loro, i cristiani, ormai immemori dell'insegnamento evangelico, avevano capito che la loro opportunità era giunta. Infatti, in un periodo in cui, in seguito all'instabilità determinata dalla crisi economica e dalle invasioni barbariche, la figura carismatica dell'imperatore era indebolita, l'idea di un unico Dio onnipotente e "Signore del cielo e della terra" avrebbe ridato stabilità ai fondamenti del potere politico. Gli stessi cristiani sposavano bene l'idea di un vescovo-capo vicario di Dio con quella di un imperatore sommo detentore del potere politico.

lunedì 1 agosto 2016

TURCHIA: FAIDA INTERNA E PROBLEMI DI POLITICA ESTERA, di Pier Francesco Zarcone

Fethullah Gülen
L'IMPERO DI FETHULLAH GÜLEN

Per il grande pubblico occidentale Fethullah Gülen è solo il nome esotico di un personaggio che Recep Tayyip Erdoğan - suo ex alleato - addita come nemico pubblico numero uno, dopo averlo messo nella lista dei nemici almeno dal 2013. È finito così un sodalizio a cui Erdoğan deve obiettivamente moltissimo. Infatti Erdoğan, senza l'appoggio di Gülen, non sarebbe arrivato dove si trova. Inizialmente i due condividevano la stessa visione politica fatta di Islam assertivamente "moderato" e di politica economica sostanzialmente liberista, con un pizzico (all'inizio) di autoritarismo, che del resto nella tradizione turca non guasta mai. Gülen aiutò in modo determinante Erdoğan a diventare prima sindaco di Istanbul e poi, nel 2002, a vincere le elezioni alla testa dell'islamizzante Partito della Giustizia e dello Sviluppo (Adalet ve Kalkınma Partisi - Akp). Come mai?
La spiegazione è semplice: Gülen aveva costituito un potente e articolato impero economico e culturale di matrice islamica in seno alla Turchia ancora laica costruita da Atatürk, tant'è che nel 1999 reputò più opportuno lasciare il paese e trasferirsi negli Stati Uniti (Pennsylvania), dove tuttora risiede, per sfuggire a un processo per eversione. Anche dall'estero il potere di Gülen si fece sentire, e senza l'appoggio dei gülenisti forse Erdoğan non ce l'avrebbe fatta a tarpare le ali ai settori delle Forze armate a lui ostili (cioè la "vecchia guardia"): e può essere significativo che le componenti kemaliste non abbiano appoggiato il recente golpe, non a caso subito condannato dal Partito Repubblicano del Popolo (Cumhuriyet Halk Partisi - Chp), erede del kemalismo.
La confraternita di Gülen, Hizmet («servizio»), può essere paragonata a un misto di Opus Dei, di Comunione e Liberazione e Compagnia delle Opere, ma molto più potente e ramificata, con a capo un personaggio ambiguo, scrittore, uomo d'affari, mistico sufi, predicatore, capace di importanti amicizie (come quella con Giovanni Paolo II) e ricchissimo. Il suo impero (non casualmente definito uno Stato nello Stato) ha milioni di seguaci (4 o 5 solo in Turchia) e un fatturato di parecchi miliardi di dollari (si dice siano almeno 25) che hanno consentito di costruire (anche fuori dalla Turchia) centinaia di scuole e istituti preparatori, università, centri di studi religiosi e di mutuo soccorso, di controllare giornali, televisioni e gruppi economici, con forti e ampie ramificazioni nella magistratura, nella polizia e nelle Forze armate. Controlla l'impero mediatico Zaman (comprendente l'omonimo quotidiano), il giornale Aksiyon, l'agenzia di stampa Cihan, varie stazioni televisive e radiofoniche (come Samanyolu TV e Burç FM), l'importante ente di finanza islamica Bank Asya e la confederazione imprenditoriale Tüskon, fondamentale nelle strategie di espansione delle imprese turche in Africa e nel Vicino Oriente.

martedì 7 giugno 2016

MIROSLAV TICHÝ: ELOGIO DELL'IMPERFEZIONE NELLA FOTOGRAFIA RANDAGIA DI UN FLÂNEUR, di Pino Bertelli

Il tempo di una mia passeggiata determina quello che voglio fotografare…
Io sono un profeta della decadenza e un pioniere del caos,
perché solo dal caos è possibile che emerga qualcosa di nuovo…
Il tuo pensiero è troppo astratto! La fotografia è qualcosa di concreto.
La fotografia è percezione, sono gli occhi che intravedi, e succede così velocemente che potresti non vedere
proprio nulla! Per raggiungere questo, ti serve innanzitutto una pessima macchina fotografica!…
Prima di tutto è necessario avere una macchina fotografica scadente…
Se vuoi essere famoso, è necessario fare qualcosa peggio di chiunque altro al mondo…
Tutti i disegni sono già stati disegnati, tutti i dipinti sono già stati dipinti, cos'era rimasto per me?
(Miroslav Tichý)

I. SULLA FOTOGRAFIA RANDAGIA DI UN FLÂNEUR

Bisogna amarla molto la fotografia, per volerla distruggere… la coscienza della fotografia dominante è coscienza del mito che ne consegue… la creatività liberata dai cenacoli dello spettacolo è per essenza rivoluzionaria. «La funzione dello spettacolo ideologico, artistico, culturale, consiste nel trasformare i lupi della spontaneità in pastori del sapere e della bellezza»1 (Raoul Vaneigem) condannati a morte. Di fotografi del consenso sono lastricati gli annali e le antologie della fotografia insegnata, galleristica o museale… la storia li conserva così perfettamente nella gelateria della loro durata che si dimentica di leggere o intendere, meglio ancora, di comprendere la messe di banalità sulle quali ogni fotografo (non importa che sia di successo, anche un fotoamatore con la spocchia imprenditoriale fa lo stesso) ha diritto a un posto nel confortorio dell'imbecillità. Ogni apocalisse fotografica è bella di una bellezza uccisa o del suo contrario! Ogni storia va rifatta al rovescio… i ribelli non hanno bisogno di conoscersi per pensare la stessa cosa! la liquidazione della civiltà parassitaria (finanziaria, ideologica, religiosa, sapienziale) non merita di essere in alcun modo difesa, ma va aiutata a cadere. La fotografia, tutta la fotografia, o attende alla libertà dell'uomo o è il boia che lo impicca.
Sulla fotografia dell'imperfezione. Le immagini dell'imperfezione esprimono una fare-fotografia che smaschera le ipocrisie della fotografia come apologia del bello e toglie i veli all'avvenimento, alla maschera, al ruolo… risveglia l'estraniamento brechtiano della presenza che lo obbliga a prendere decisioni e comunicare conoscenze e argomentazioni… la fotografia dell'imperfezione è l'immagine rovesciata della realtà prostituita alle codificazioni del mercato dell'arte e della politica. «La pretesa di fare arte è sempre stata la prerogativa dei mercanti di fotografie» (Gisèle Freund). Ora tocca ai fotografi dell'imperfezione fare della fotografia millantata la cloaca di tutte le stupidità fantasmate come successo artistico. La fotografia non pensa quello che sa, può pensare soltanto quello che ignora. L'ignoranza del sapere è immensa! Il divenire degli spiriti liberi è nella fotografia dell'indignazione! Sotto il sole della fotografia paludata trionfa una primavera di carogne.
Da qualche parte abbiamo scritto: «La Bellezza non può entrare nell'arte se lo spirito dell'individuo non è ancorato alla sua opera e non riflette la decostruzione del sacro. La Bellezza ha a che fare con la nuda anarchia dell'immaginazione… la via alla Bellezza comincia nell'incontro d'amore tra le genti… camminare insieme alla Bellezza significa opporsi a tutto quanto si mostra come negazione del piacere o rituale del puritanesimo mercantile delle idee». La bellezza dell'imperfezione (in fotografia e dappertutto) si schiude alla veridicità del suo dolore e fa della fierezza il luogo di pubblico passaggio, come possiamo vedere e restare abbagliati nella poetica libertaria e libertina delle fotografie di Miroslav Tichý. La fotografia dell'imperfezione sboccia nel mondo con il bene dei giusti e combatte - con tutti i mezzi necessari - l'origine del male.

martedì 5 aprile 2016

RIVOLUZIONE ZANJ [THWARA ZANJ] (Tariq Teguia, 2013), di Pino Bertelli

Quando il governo viola i diritti del popolo, per il popolo e per ogni parte del popolo, l'insurrezione è il più sacro di tutti i diritti e il più indispensabile di tutti i doveri.
(Dichiarazione dei diritti dell'uomo e del cittadino)

Il cinema esiste, tuttavia ovunque muore di banalità… la macchina/cinema, va detto, è una summa di stupidità, una prerogativa indiscriminata di ogni autore e di qualsiasi produzione, uniformata e distribuita secondo una proposizione costante della stupidità. Potere e stupidità sono sinonimi. Come la storia c'insegna, «alcuni individui ereditano notevoli dosi del gene della stupidità e grazie a tale eredità appartengono sin dalla nascita all'élite del loro gruppo… Tra burocrati, generali, politici e capi di stato, si ritrova l'aurea percentuale [Prima Legge sulla stupidità] di individui fondamentalmente stupidi la cui capacità di danneggiare il prossimo fu (o è) pericolosamente accresciuta dalla posizione di potere che occuparono (od occupano). Al proposito anche i prelati [e bancari, poliziotti, intellettuali, sindacalisti, artisti, operai, terroristi…] non vanno trascurati» (Carlo M. Cipolla). Sempre e inevitabilmente si sottovaluta il numero di stupidi in circolazione nel cinema e siccome le persone stupide causano danni ad altre persone o intere comunità, con tutti i mezzi necessari andrebbero privati della loro inclemenza.
Rivoluzione Zanj è un film di notevole insolenza poetica, libertaria… qualcosa che scuote gli schermi addomesticati della società mercantile. La storia si avvolge intorno a un giornalista algerino che segue i conflitti interni nel sud del Paese… in modo casuale ritrova le tracce delle antiche rivolte degli schiavi neri (Zanj appunto, comprati nell'Africa orientale) contro il califfato degli Abbasidi, avvenute tra l'869 e l'883 nel sud dell'Iraq, nella regione di Bassora… passate alla storia come rivoluzione Zanj (e conseguirono anche un qualche successo, tanto da coniare delle loro monete). Il giornalista vede nelle rivolte in Egitto, Tunisia, Yemen e in tutte le coste del Mediterraneo l'utopia della rivoluzione panaraba e intraprende un viaggio verso la scoperta delle loro gesta… a Beirut (città-simbolo delle lotte e delle speranze di tutto il mondo arabo) incontra una profuga palestinese, poi rifugiata in Grecia, e qui la rabbia delle giovani generazioni incendia la storia tradita della società parassitaria.
Tariq Teguia non è sconosciuto ai disingannati della critica politica del cinema… nasce ad Algeri il 12 dicembre 1966, studia filosofia e arti plastiche, lavora per la stampa come fotografo freelance… realizza quattro documentari: Kech'mouvement (1996), The Dog (1996) Scarto Waiting (1998) e La fine (2002). Rivoluzione Zanj è il suo terzo lungometraggio. I precedenti Rome wa la n'touma - Roma piuttosto che voi (2006) e Gabbla - Inland (2008) sono stati presentati in Italia alla Mostra del cinema di Venezia e trasmessi da un critico fuori onda (Enrico Ghezzi) in Fuori Orario - Cose (mai) viste (Rai 3). I suoi film hanno ricevuto premi internazionali (che non c'importa qui menzionare), ma per molti sono ancora sconosciuti… tuttavia lo strangolamento della distribuzione non è riuscito a cancellarli a quanti volevano vedere per capire e capire per passare al dissidio… la democrazia diretta o partecipata e il bene comune non è un sogno, è un'utopia possibile… basta sapere che qualsiasi edificio sociale fondato su secoli di storia, non può che essere distrutto dai popoli in rivoluzione!

mercoledì 17 febbraio 2016

L'ORO DEI POVERI: I CERCATORI D'ORO DEL BURKINA FASO, di Pino Bertelli

a Thomas Sankara,
per avere insegnato ai biechi governanti di tutto il mondo
che la dignità di un popolo ha più valore di qualsiasi ricchezza.

L'Africa agli africani!…
Non possiamo essere la classe dirigente ricca di un paese povero…
È inammissibile che ci siano uomini proprietari di quindici ville, quando a cinque chilometri da Ouagadougou la gente non ha i soldi nemmeno per una confezione di nivachina contro la malaria…
Non c'è salvezza per il nostro popolo se non voltiamo completamente le spalle a tutti i modelli che ciarlatani di tutti i tipi hanno cercato di venderci per anni…
Per l'imperialismo è più importante dominarci culturalmente che militarmente. La dominazione culturale è la più flessibile, la più efficace, la meno costosa. Il nostro compito consiste nel decolonizzare la nostra mentalità…
(Thomas Sankara)

In Burkina Faso è stato scoperto l'oro… in uno dei paesi più poveri del mondo esiste una delle più grandi miniere d'oro della terra… naturalmente è in mano alle multinazionali… così nella zona di Goron Goron (che significa "Sediamoci e parliamo"), in pieno deserto, a pochi chilometri dal confine con il Mali, è arrivata la strada… le pompe di benzina… le associazioni no profit, gli aiuti internazionali, anche… i pochi villaggi di pastori sono scomparsi e i padroni dell'oro hanno costruito delle casette, tutte uguali, di un paio di stanze per i burkinabé espropriati della loro misera quotidianità… ci atterrano anche gli aerei degli americani (non solo militari), dei canadesi ecc.… molti burkinabé lavorano nell'enorme miniera a cielo aperto (una buca di centinaia di metri)… e molti sono anche felici di spendere il salario nella capitale, Ouagadougou, nei centri commerciali… alcuni sembrano più felici, altri si perdono con la birra, le prostitute, le droghe, gli "affari sporchi" che accompagnano il "progresso" dei persuasori occulti della società consumerista.
Intorno alla miniera di Goron Goron c'è l'oro dei poveri… centinaia di uomini, donne e bambini scavano buche o pozzi nel terreno per raccattare poche pagliuzze d'oro, pesate poi con un piccolo bilancino… da una parte c'è un fiammifero, dall'altra l'oro raccolto… naturalmente chi tiene il bilancino fa parte della famiglia del capo del villaggio (in accordo col comune, la chiesa, il governo)… i minatori ricevono uno straccio di soldi per una pagliuzza d'oro… dietro la speranza di ricchezza si nasconde un mondo di desolazione di cui risparmierò i particolari.
I militari governativi e le guardie della miniera sorvegliano la zona… grazie al conformismo e all'illuminata stupidità del governo del Burkina Faso (e dei nuovi colonizzatori), dove si segnalano soltanto istrioni, saprofiti o criminali in formato grande, la tolleranza è applicata con abbastanza candore, tutti sanno e tutti stanno al gioco… la paura genera la stabilità… la genuflessione il delirio… le stigmate del provvisorio s'appiccicano su tutti e la mediocrità striscia davanti agli oracoli del "benessere". Nella maggior parte dei casi si dedicano al (piccolo) profitto per vendicarsi della miseria della vita.

lunedì 2 novembre 2015

PIER PAOLO PASOLINI: SUL CINEMA CORSARO DI UN POETA DELL'ERESIA, di Pino Bertelli

A Pa', maestro e amico

Colui che arde non ha freddo, e colui che annega non ha sete. Queste anime ardono talmente nella fornace del fuoco d'amore, che sono divenute propriamente fuoco, e così non sentono il fuoco, essendo fuoco in se stesse, per virtù d'Amore che le ha trasformate in fuoco d'amore.
(Margherita Porete, eretica, arsa sul rogo a Parigi nel 1310)

La verità non sta in un solo sogno, ma in molti sogni… La società - ogni società - divora sia i figli disobbedienti che i figli né disobbedienti né obbedienti: i figli devono essere obbedienti e basta… È il potere che rende porci (pigs) gli uomini… Io mi considero un rivoluzionario, non un contestatore.
(Pier Paolo Pasolini)

Non sono venuto a portare la pace ma la spada…
(Matteo 10,34)

© Mario Dondero
Il cinema corsaro di Pier Paolo Pasolini trascende il reale, disvelandolo. I vecchi, le puttane, gli accattoni, le baracche della periferia romana o i corpi nudi di giovani amanti emersi dal Boccaccio, nei fiori delle Mille e una notte o nella barbarie quotidiana del fascismo… emergono sulle rive del Tevere, nei deserti del Marocco o nelle ville della borghesia mussoliniana… e nel ritrovamento dell'ethos (carattere) originario del popolo si ri/conoscono come depositari di una cultura profanata, svenduta, calpestata sin dalle origini… fino a dire che siamo tutti complici della lingua che parliamo, dello Stato che sosteniamo, degli dèi e dei miti che consumiamo.
ACCATTONE (1961), MAMMA ROMA (1962), LA RICOTTA (episodio di Ro.Go.Pa.G. - Laviamoci il cervello, 1963), LA RABBIA (1963), COMIZI D'AMORE (1963-64), SOPRALLUOGHI IN PALESTINA (1963-64), IL VANGELO SECONDO MATTEO (1964), UCCELLACCI E UCCELLINI (1966), LA TERRA VISTA DALLA LUNA (episodio di Capriccio all'italiana, 1967)… figurano i percorsi accidentati/libertari del cinema pasoliniano. Una specie di ritorno alla preistoria dell'umanità; «… mentre il mondo borghese - scrive Pasolini - è evidentemente il mondo della storia… i miei sottoproletari vivono ancora nell'antica preistoria, nella vera preistoria, mentre il mondo borghese, il mondo della tecnologia, il mondo neocapitalistico va verso una nuova preistoria e la somiglianza fra le due preistorie è puramente casuale…»1. L'omologazione culturale/politica è dunque un'espropriazione della fantasia, un'impiccagione del desiderio di vivere tra liberi e uguali che si configura nella degenerazione della storiografia al potere. Pasolini aveva capito che l'aroma malefico di ogni autorità è una farsa e ogni consenso (elettorale, dottrinario, culturale…) si regge sull'inclinazione volontaria a servire dell'uomo… I fanatici senza sogni e gli idolatri delle certezze hanno sempre trovato le risposte alle loro miserie nei deserti della s/ragione amministrata. In LA RICOTTA, Stracci doveva morire per accorgersi di vivere… poi, con UCCELLACCI E UCCELLINI, Pasolini celebra (in anticipo di un quarto di secolo) l'elogio funebre del marxismo al potere. La stupidità del comunismo è stata pari alla sua menzogna e i suoi funesti demiurghi continuano a rovistare come ratti affamati di potere nell'immondezzaio della storia.

RED UTOPIA ROJA – Principles / Principios / Princìpi / Principes / Princípios

a) The end does not justify the means, but the means which we use must reflect the essence of the end.

b) Support for the struggle of all peoples against imperialism and/or for their self determination, independently of their political leaderships.

c) For the autonomy and total independence from the political projects of capitalism.

d) The unity of the workers of the world - intellectual and physical workers, without ideological discrimination of any kind (apart from the basics of anti-capitalism, anti-imperialism and of socialism).

e) Fight against political bureaucracies, for direct and councils democracy.

f) Save all life on the Planet, save humanity.

g) For a Red Utopist, cultural work and artistic creation in particular, represent the noblest revolutionary attempt to fight against fear and death. Each creation is an act of love for life, and at the same time a proposal for humanization.

* * *

a) El fin no justifica los medios, y en los medios que empleamos debe estar reflejada la esencia del fin.

b) Apoyo a las luchas de todos los pueblos contra el imperialismo y/o por su autodeterminación, independientemente de sus direcciones políticas.

c) Por la autonomía y la independencia total respecto a los proyectos políticos del capitalismo.

d) Unidad del mundo del trabajo intelectual y físico, sin discriminaciones ideológicas de ningún tipo, fuera de la identidad “anticapitalista, antiimperialista y por el socialismo”.

e) Lucha contra las burocracias políticas, por la democracia directa y consejista.

f) Salvar la vida sobre la Tierra, salvar a la humanidad.

g) Para un Utopista Rojo el trabajo cultural y la creación artística en particular son el más noble intento revolucionario de lucha contra los miedos y la muerte. Toda creación es un acto de amor a la vida, por lo mismo es una propuesta de humanización.

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a) Il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi che impieghiamo dev’essere riflessa l’essenza del fine.

b) Sostegno alle lotte di tutti i popoli contro l’imperialismo e/o per la loro autodeterminazione, indipendentemente dalle loro direzioni politiche.

c) Per l’autonomia e l’indipendenza totale dai progetti politici del capitalismo.

d) Unità del mondo del lavoro mentale e materiale, senza discriminazioni ideologiche di alcun tipo (a parte le «basi anticapitaliste, antimperialiste e per il socialismo».

e) Lotta contro le burocrazie politiche, per la democrazia diretta e consigliare.

f) Salvare la vita sulla Terra, salvare l’umanità.

g) Per un Utopista Rosso il lavoro culturale e la creazione artistica in particolare rappresentano il più nobile tentativo rivoluzionario per lottare contro le paure e la morte. Ogni creazione è un atto d’amore per la vita, e allo stesso tempo una proposta di umanizzazione.

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a) La fin ne justifie pas les moyens, et dans les moyens que nous utilisons doit apparaître l'essence de la fin projetée.

b) Appui aux luttes de tous les peuples menées contre l'impérialisme et/ou pour leur autodétermination, indépendamment de leurs directions politiques.

c) Pour l'autonomie et la totale indépendance par rapport aux projets politiques du capitalisme.

d) Unité du monde du travail intellectuel et manuel, sans discriminations idéologiques d'aucun type, en dehors de l'identité "anticapitaliste, anti-impérialiste et pour le socialisme".

e) Lutte contre les bureaucraties politiques, et pour la démocratie directe et conseilliste.

f) Sauver la vie sur Terre, sauver l'Humanité.

g) Pour un Utopiste Rouge, le travail culturel, et plus particulièrement la création artistique, représentent la plus noble tentative révolutionnaire pour lutter contre la peur et contre la mort. Toute création est un acte d'amour pour la vie, et en même temps une proposition d'humanisation.

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a) O fim não justifica os médios, e os médios utilizados devem reflectir a essência do fim.

b) Apoio às lutas de todos os povos contra o imperialismo e/ou pela auto-determinação, independentemente das direcções políticas deles.

c) Pela autonomia e a independência respeito total para com os projectos políticos do capitalismo.

d) Unidade do mundo do trabalho intelectual e físico, sem discriminações ideológicas de nenhum tipo, fora da identidade “anti-capitalista, anti-imperialista e pelo socialismo”.

e) Luta contra as burocracias políticas, pela democracia directa e dos conselhos.

f) Salvar a vida na Terra, salvar a humanidade.

g) Para um Utopista Vermelho o trabalho cultural e a criação artística em particular representam os mais nobres tentativos revolucionários por lutar contra os medos e a morte. Cada criação é um ato de amor para com a vida e, no mesmo tempo, uma proposta de humanização.