L’associazione Utopia rossa considera suo fondamento politico il principio secondo cui il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi si deve riflettere l’essenza del fine. Non ha programmi politici, come del resto non ne aveva la Prima internazionale. Nonostante le più diverse provenienze ideologiche dei suoi sostenitori, essa ritiene che l’anticapitalismo dilagato dopo l’inizio dell’Antirivoluzione russa (dicembre 1917) sia stato motivato fondamentalmente da idee precapitalistiche, cioè retrograde, e non da progetti di civiltà in grado di superare il capitalismo sviluppando ulteriormente i suoi modelli di democrazia. Ciò spiega anche il prevalere, nella storia della cosiddetta «sinistra», di simpatie per i regimi dittatoriali di ogni specie e colore. Utopia rossa si batte contro l’ulteriore diffusione di ideologie precapitalistiche vecchie e nuove (in campo politico, culturale, ecologico, religioso ecc.), come parte della sua battaglia per il superamento del capitalismo, se si vuole salvare la vita sulla Terra con la sua umanità. In questo senso la sua utopia continua ad essere rossa.

The Red Utopia association considers its political foundation to be the principle that the end does not justify the means, but that the means must reflect the essence of the end. It has no political program, just as the First International did not. Despite the diverse ideological backgrounds of its supporters, it believes that the anti-capitalism that spread after the start of the Russian Anti-Revolution (December 1917) was fundamentally motivated by pre-capitalist – that is, retrograde – ideas, and not by civilizational projects capable of overcoming capitalism and of further developing its democratic models. This also explains the prevalence, throughout the history of the so-called «left», of sympathies for dictatorial regimes of all kinds and colors. Red Utopia fights against the further spread of old and new pre-capitalist ideologies (in the political, cultural, ecological, religious, and other fields) as part of its battle to overcome capitalism, if life on Earth, including its humanity, is to be saved. In this sense, its utopia remains red.

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lunedì 6 ottobre 2025

7 OTTOBRE 2023/ 7 OTTOBRE 2025

di Roberto Massari


ITALIANO  - ENGLISH


Sono passati due anni e s’impone un sintetico bilancio degli avvenimenti nella Striscia di Gaza.

Il 7 ottobre 2023

1) Hamas era il partito di governo di uno Staterello autonomo da Israele.

2) Trattandosi di una dittatura, non aveva concorrenti politici.

3) Aveva separato Gaza dalla Cisgiordania e cacciato con la forza i palestinesi dell’ANP.

4) Disponeva di grandi risorse finanziarie provenienti dalle Nazioni Unite, ma anche dall’Iran e da altri paesi islamici che transitavano per il Qatar.

5) Disponeva di un esercito composto da alcune decine di migliaia di combattenti.

6) Poteva contare su una rete di sostegno militare in Libano, in Siria, in Yemen, in Iran (che continuava ad arricchire l’uranio per arrivare alla bomba atomica).

7) Aveva l’appoggio di Netanyahu che favoriva in ogni modo il rafforzamento di Hamas pensando di usarlo in funzione anti-ANP.

Insomma, nello Staterello di Gaza, Hamas era una potenza assoluta e per giunta godeva di un’ampia rete di sostegno all'estero. Tutto questo prima del pogrom con cui ha dichiarato guerra a Israele.

Il 7 ottobre 2025

1) Hamas non ha più alcun potere sulla popolazione di Gaza.

2) Sono morte alcune decine di migliaia di suoi concittadini.

3) Almeno 20.000 suoi combattenti (ma probabilmente molti di più) sono morti.

4) Tutti i principali leader precedenti il 7 ottobre sono stati uccisi.

5) Ciò che resta di Hamas non può uscire allo scoperto e resiste nei tunnel sotto Gaza City. Chi può si nasconde tra i profughi.

6) Il bottino di guerra è rappresentato da una ventina di ostaggi israeliani vivi (ma ridotti in condizioni disumane) e una trentina di cadaveri. Soldi non ne arrivano più dall’estero (forse ancora dall’Iran, ma non si sa nulla al riguardo)

7) La sua rete di sostegno all’estero è distrutta: Hezbollah è stato sconfitto in Libano, il regime di Assad è crollato in Siria, gli Houti in Yemen possono solo tirare dei missili di tanto in tanto, l'Iran ha subìto dei duri bombardamenti che per il momento hanno bloccato la sua marcia verso la bomba nucleare e gli impediscono di minacciare Israele. 

8) È completamente isolato nel mondo arabo: tutti i principai paesi arabi e alcuni paesi islamici hanno chiesto il suo disarmo, cioè la sua resa (ivi compresi il Qatar, la Turchia, l’Indonesia e il Pakistan).

9) L’unico sostegno che Hamas continua a ricevere è di tipo morale, ma non militare, da parte di settori dell’opinione pubblica occidentale animata da spirito antioccidentalista, con forti componenti antiebraiche/antisemitiche.

10) Le alternative che gli rimangono sono la resa o lo sterminio definitivo.

Insomma, dichiarando guerra a Israele Hamas ha finito col perdere tutto il potere a Gaza, la rete di appoggio all'estero, tutte le risorse finanziarie e il sostegno di Netanyahu di cui disponeva. Una sconfitta totale, su tutti i fronti.

Hamas gode però di una notevole popolarità in alcuni settori dell’opinione pubblica occidentale. L’Italia è il paese dove ha il maggior numero di sostenitori: centinaia di migliaia disposti a scendere in piazza più e più volte.

Mi chiedo, quindi, se ce n’è uno, anche uno solo, che sia in grado di spiegarmi la logica di ciò che Hamas ha deciso di fare il 7 ottobre 2023. Non si è trattato infatti di un colpo di forza improvvisato, ma di un’operazione preparata in dettaglio da alcuni anni prima. Quindi non poteva non avere delle finalità precise.

Dichiarando guerra a Israele - una guerra che avrebbe potuto solo perdere - cosa voleva ottenere Hamas? C’è qualcuno che l’ha capito?

Perché se nessuno mi spiega le ragioni politiche per le quali Hamas ha lanciato un’operazione suicida (barbara quanto si vuole, ma sicuramente suicida) rimane solo una spiegazione d’ordine ideologico che, nel caso di Hamas non può che essere religiosa: l’azione del 7 ottobre 2023 potrebbe essere stata lanciata senza precisi fini politici sulla spinta esclusivamente del fanatismo religioso. In particolare per quella componente dell’integralismo islamico che predica lo sterminio degli ebrei, come minimo in Palestina, ma per l’Iran - sostenitore di Hamas - anche nel resto del mondo.

Poiché a due anni dal pogrom, Hamas si trova davanti all’alternativa di arrendersi o essere sterminato, è evidente che gli sarebbe convenuto non farlo. Magari anche solo per risparmiare ai gazawi le sofferenze alle quali sono stati e continuano ad essere sottoposti. Sofferenze che finiranno solo con la resa o con la distruzione di Hamas. I prossimi giorni faranno capire quale delle due ipotesi prevarrà..

Salam e Shalom

Roberto  


ENGLISH

sabato 31 maggio 2025

DECLARACIÓN SOBRE ISRAEL/GAZA

por Nathan Novik y Edison Zoldan


ESPANOL - ITALIANO


1. Contexto del Conflicto y Postura Inicial

 Hemos condenado de forma categórica el ataque perpetrado por Hamas el 7 de octubre de 2023, describiéndolo como un pogromo cruel y planificado con la clara intención de eliminar al Estado de Israel y asesinar judíos, en concordancia a lo que señala su Carta Fundacional. Desde esta perspectiva, este ataque marcó el inicio de la escalada de violencia actual, y toda la cadena de sufrimiento posterior, tiene su origen en ese evento inicial.

 Subrayamos que Hamas no debe quedar impune, y criticamos a quienes exigen a Israel que abandone su defensa sin tomar en cuenta la situación de los rehenes ni la naturaleza del grupo terrorista. Criticamos que se utiliza tanto a los palestinos de Gaza, desoyendo las advertencias de la aviación israelí manteniendo a los palestinos como “carne de cañón” en las plataformas que se han usado para lanzar misiles, de manera de obtener el asesinato de los mismos, así como usar a los rehenes como moneda de cambio en negociaciones que implican liberar a criminales condenados por el terrorismo.

 Además, rechazamos las acusaciones de genocidio y crímenes de guerra contra las Fuerzas de Defensa de Israel (FDI), aunque reconocemos y lamentamos la tragedia del grado de destrucción y del alto número de víctimas civiles en Gaza, considerándolo un hecho muy  trágico, producto de esta guerra. De acuerdo a nuestros antecedentes, sostenemos que no existe evidencia de que haya habido una orden intencionada por parte de líderes israelíes para dañar a civiles de forma deliberada.

 Nosotros atribuimos la responsabilidad fundamental del conflicto actual a Hamas, Hezbolá y principalmente a Irán, quien financia y fomenta el terrorismo. También creemos que esta guerra debería haber concluido en 2024 y debió haber habido una intervención global internacional y autónoma de países amantes de la paz y del respeto a la diversidad que combine diplomacia y fuerza para establecer la paz en la región. La autonomía de esta Fuerza de Paz es fundamental a fin de mantener una visión ecuánime y neutral acerca del conflicto. No existe un Organismo Internacional para este tipo de tarea dado que la ONU muestra, en este conflicto, serías inconsecuencias  en neutralidad y ecuanimidad.

 

  2. Propuesta para un Nuevo Orden en Medio Oriente

 Creemos tener una propuesta esquemática clara para transformar la situación en Gaza y Cisjordania. Y ojalá en medio Oriente y resto del mundo. Nuestra visión incluye la creación de un “nuevo mundo” en Medio Oriente, y ojalá global, libre de terrorismo y basado en el respeto mutuo, la diversidad y la convivencia pacífica. Esta visión se apoya en la colaboración de países árabes (como los que integran los Acuerdos de Abraham) y otras naciones interesadas en la paz y estabilidad regional.

Sostenemos que es urgente alcanzar la paz con el respaldo de una Fuerza Global Internacional, Conjunta, autónoma como la señalada en el punto 1, que asuma el control de Gaza y Cisjordania, en colaboración con los palestinos locales, tanto en la gestión política como en la recuperación social y económica. Con países que consideran que el estado de guerra es insostenible y que debe cesar el lanzamiento de misiles y otros elementos de agresión   desde Gaza y de cualquier otro lado.

Proponemos además una ayuda humanitaria eficaz que garantice la entrega de alimentos y recursos esenciales directamente a la población gazatí, evitando que sean capturados por Hamas. Creemos que es muy probable que muchos palestinos desean convivir en paz con Israel, lo que refuerza la urgencia de aislar a los grupos terroristas del resto de la población.

3. Acciones Concretas y Llamado a la Comunidad Internacional

  A continuación, señalamos esquemáticamente un conjunto de seis acciones urgentes y específicas para contribuir a la resolución definitiva del conflicto:

 

1.     Suspensión de la guerra con Hamas y renovación del liderazgo israelí. Proponemos formar un cuerpo de paz internacional con países que apoyen la paz en Medio Oriente.

2.     Rendición de Hamas, desarme total y liberación incondicional de los rehenes.

3.     Establecimiento de una mesa de diálogo entre Israel y los palestinos dispuestos a vivir en paz, con mediación internacional a fin de generar la autonomía de dos países autónomos uno de mayoría musulmana y otro judía, que prioricen el respeto por la diversidad y la convivencia en paz. El de mayoría musulmana en las zonas de Cis Jordania y Gaza. El de mayoría judía el estado de Israel todo ello con los ajustes terriroriales y/o compensaciones que sean requeridas.

4.     Organización de la  ayuda humanitaria internacional controlada, para evitar que Hamas se apropie de los recursos destinados a la población civil como lo ha venido efectuando hasta ahora

5.     Desarme y reubicación controlada de los miembros de Hamas, bajo mecanismos de identificación y monitoreo, ofreciéndoles una vía hacia la reintegración a una vida pacífica.

6.     Retiro de Israel de Gaza, entregando el control a la Fuerza Global Conjunta en cooperación con representantes palestinos de Cisjordania.

  Estas propuestas buscan no solo cesar el conflicto actual, sino sentar las bases de una paz duradera. Creemos que Netanyahu es políticamente responsable del 7 de octubre. Debe haber un cambio de liderazgo urgente  en Israel que permita una renovación de los métodos diplomáticos y humanitarios.

 Finalmente, hacemos un llamado a la creación de un nuevo pacto civilizatorio, donde el terrorismo nunca más sea aceptado como medio de solución a los conflictos en la Tierra. Apelamos a la responsabilidad ética y política de la comunidad internacional para impulsar un modelo de paz, desarrollo y respeto por los derechos humanos en Medio Oriente y en el mundo y a la renovación de los sistemas socioeconómicos del mundo a fin de que se asegure “mínimos de medios” para vivir en paz  y con sentido existencial..

  Conclusión

 Nos pronunciamos con claridad en contra del terrorismo, condenamos el sufrimiento de civiles y promovemos una solución global e integral para el conflicto en Gaza, y quizás una base para la solución de otros tantos existentes en el mundo. Nuestra postura busca equilibrio:  en este caso, defender el derecho de Israel a existir y protegerse, condenar los abusos de Hamas, y exigir un trato justo y humanitario para los palestinos no involucrados en el terrorismo. Pedimos acciones urgentes, colaboración internacional y una transformación profunda tanto en Israel como en Palestina para evitar que el dolor y la violencia sigan marcando a la región.


ITALIANO

DICHIARAZIONE SU ISRAELE/GAZA

di Nathan Novik ed Edison Zoldan


1. Contesto del Conflitto e Posizione Iniziale

Abbiamo condannato in modo categorico l’attacco perpetrato da Hamas il 7 ottobre 2023, descrivendolo come un pogrom crudele e pianificato con la chiara intenzione di eliminare lo Stato di Israele e assassinare ebrei, in conformità con quanto affermato nel suo Statuto Fondativo. Da questa prospettiva, tale attacco ha segnato l’inizio dell’attuale escalation di violenza, e tutta la catena di sofferenza successiva trova origine in quell’evento iniziale.

Sottolineiamo che Hamas non deve restare impunito, e critichiamo coloro che chiedono a Israele di rinunciare alla propria difesa senza considerare la situazione degli ostaggi né la natura del gruppo terroristico. Critichiamo l’uso della popolazione palestinese di Gaza come “carne da cannone”, ignorando gli avvertimenti dell’aviazione israeliana e mantenendoli nelle piattaforme da cui sono stati lanciati i missili, allo scopo di causarne la morte, così come l’uso degli ostaggi come merce di scambio in negoziati che prevedono la liberazione di criminali condannati per terrorismo.

Inoltre, respingiamo le accuse di genocidio e crimini di guerra rivolte alle Forze di Difesa Israeliane (FDI), pur riconoscendo e deplorando la tragedia rappresentata dall’elevato numero di vittime civili a Gaza e dal livello di distruzione, che consideriamo un fatto estremamente tragico, conseguenza di questa guerra. Secondo le nostre informazioni, non vi sono prove che i leader israeliani abbiano dato ordini deliberati di colpire intenzionalmente i civili.

Attribuiamo la responsabilità fondamentale del conflitto attuale ad Hamas, Hezbollah e soprattutto all’Iran, che finanzia e promuove il terrorismo. Crediamo inoltre che questa guerra sarebbe dovuta terminare nel 2024, e che sarebbe dovuta intervenire una forza internazionale e autonoma, composta da paesi amanti della pace e del rispetto per la diversità, in grado di combinare diplomazia e forza per stabilire la pace nella regione. L’autonomia di tale Forza di Pace è fondamentale per mantenere una visione equa e neutrale del conflitto. Attualmente non esiste un Organismo Internazionale adatto a questo compito, poiché l’ONU, in questo conflitto, ha dimostrato gravi incongruenze in termini di neutralità ed equità.

2. Proposta per un Nuovo Ordine in Medio Oriente

Riteniamo di avere una proposta schematica chiara per trasformare la situazione a Gaza e in Cisgiordania — e, si spera, in tutto il Medio Oriente e nel mondo. La nostra visione prevede la creazione di un “nuovo mondo” in Medio Oriente, e auspicabilmente globale, libero dal terrorismo e fondato sul rispetto reciproco, la diversità e la convivenza pacifica. Questa visione si basa sulla collaborazione con paesi arabi (come quelli che hanno aderito agli Accordi di Abramo) e con altre nazioni interessate alla pace e alla stabilità regionale.

Sosteniamo che sia urgente raggiungere la pace con il sostegno di una Forza Globale Internazionale, Congiunta e Autonoma, come indicato nel punto 1, che assuma il controllo di Gaza e Cisgiordania in collaborazione con i palestinesi locali, sia nella gestione politica sia nel recupero sociale ed economico. Con la partecipazione di paesi che ritengono insostenibile lo stato di guerra e che esigono la cessazione del lancio di missili e altre forme di aggressione da Gaza o da altri luoghi.

Proponiamo inoltre un aiuto umanitario efficace che garantisca la distribuzione diretta di cibo e risorse essenziali alla popolazione di Gaza, evitando che queste vengano sequestrate da Hamas. Crediamo sia molto probabile che molti palestinesi desiderino vivere in pace con Israele, il che rafforza l’urgenza di isolare i gruppi terroristici dal resto della popolazione.

3. Azioni Concrete e Appello alla Comunità Internazionale

Di seguito, elenchiamo in forma schematica un insieme di sei azioni urgenti e specifiche per contribuire alla risoluzione definitiva del conflitto:

1. Sospensione della guerra con Hamas e rinnovamento della leadership israeliana. Proponiamo la formazione di un corpo di pace internazionale composto da paesi che sostengano la pace in Medio Oriente.

2. Resa di Hamas, disarmo totale e liberazione incondizionata degli ostaggi.

3. Istituzione di un tavolo di dialogo tra Israele e i palestinesi disposti a convivere pacificamente, con mediazione internazionale per creare due Stati autonomi: uno a maggioranza musulmana (nelle zone di Cisgiordania e Gaza) e uno a maggioranza ebraica (lo Stato di Israele), con gli aggiustamenti territoriali e/o compensazioni che si rendano necessari.

4. Organizzazione di un aiuto umanitario internazionale controllato, per evitare che Hamas si appropri delle risorse destinate alla popolazione civile, come avvenuto finora.

5. Disarmo e ricollocamento controllato dei membri di Hamas, tramite meccanismi di identificazione e monitoraggio, offrendo loro una via di reintegrazione in una vita pacifica.

6. Ritiro di Israele da Gaza, con trasferimento del controllo a una Forza Globale Congiunta, in cooperazione con rappresentanti palestinesi della Cisgiordania.

Queste proposte mirano non solo a porre fine al conflitto attuale, ma a gettare le basi per una pace duratura. Riteniamo che Netanyahu sia politicamente responsabile per quanto accaduto il 7 ottobre. È necessario un cambiamento urgente della leadership in Israele che permetta un rinnovamento dei metodi diplomatici e umanitari.

Infine, facciamo appello alla creazione di un nuovo patto civilizzatorio, in cui il terrorismo non sia mai più accettato come mezzo per risolvere i conflitti sulla Terra. Ci appelliamo alla responsabilità etica e politica della comunità internazionale affinché promuova un modello di pace, sviluppo e rispetto dei diritti umani in Medio Oriente e nel mondo, e alla riforma dei sistemi socioeconomici mondiali affinché si garantiscano “minimi mezzi” per vivere in pace e con senso esistenziale.

Conclusione

Ci esprimiamo con chiarezza contro il terrorismo, condanniamo la sofferenza dei civili e promuoviamo una soluzione globale e integrale per il conflitto di Gaza — che possa forse essere anche una base per risolvere altri conflitti esistenti nel mondo. La nostra posizione cerca l’equilibrio: difendere in questo caso il diritto di Israele ad esistere e a proteggersi, condannare gli abusi di Hamas, ed esigere un trattamento giusto e umano per i palestinesi non coinvolti nel terrorismo. Chiediamo azioni urgenti, collaborazione internazionale e una trasformazione profonda sia in Israele sia in Palestina, per evitare che il dolore e la violenza continuino a segnare la regione.


Nella diffusione e/o ripubblicazione di questo articolo si prega di citare la fonte: www.utopiarossa.blogspot.com

giovedì 9 gennaio 2025

«BERGOGLIOMANIA» E CRISE

por Osvaldo Coggiola


PORTUGUÊS - ITALIANO - ENGLISH 


Após a publicação do meu artigo sobre «Papa Francisco: especialista em genocídios», recebi muitos comentários: muitos mais do que o habitual, como prova de que o tema é realmente quente. O mais agradável, no entanto, foi o que recebi do querido amigo e companheiro Osvaldo Coggiola (autor do livro que publiquei sobre o Trotskismo na América Latina), que, embora argentino e tendo vivido por muitos anos na Itália, agora é definitivamente brasileiro. Osvaldo me enviou o longo artigo que escreveu em português, publicado pela Boitempo Editorial e em italiano pela revista La Contraddizione, em novembro de 2013. Ele, contente que a parte sobre Bergoglio agora seja retomada pela Utopia Rossa, eu a extraí e estou igualmente feliz em permitir um aprofundamento sobre o tema da cumplicidade que Bergoglio teve com o genocídio geracional ocorrido na Argentina.

(r.m.)


Dopo la pubblicazione del mio articolo su «Papa Francesco: esperto in genocidi», ho ricevuto molti commenti: molti più del solito, a riprova che il tema è davvero scottante. Il più gradito, però, l’ho ricevuto dal caro amico e compagno Osvaldo Coggiola (autore del libro da me pubblicato su Il trotskismo in America latina) che, benché argentino vissuto per molti anni in Italia, è ormai definitivamente diventato brasiliano. Osvaldo mi ha inviato il lungo articolo che scrisse in portoghese che fu pubblicato da Boitempo Editorial e in italiano dalla rivista La Contraddizione, nel novembre 2013. Essendo egli contento che la parte su Bergoglio venga ora ripresa da Utopia rossa, io l’ho estratta e sono a mia volta contento di poter consentire un approfondimento sul tema del rapporto di complicità che Bergoglio ebbe con il genocidio generazionale svoltosi in Argentina.

(r.m.)


After the publication of my article on "Pope Francis: Expert in Genocides," I received numerous comments—far more than usual, proving how controversial this subject is. However, the most appreciated came from my dear friend and comrade Osvaldo Coggiola (author of the book I published on Trotskyism in Latin America), who, although an Argentine who lived for many years in Italy, has definitively become Brazilian. Osvaldo sent me the long article he wrote in Portuguese, published by *Boitempo Editorial* and in Italian by the magazine La Contraddizione in November 2013. Since he is happy for the section on Bergoglio to be revisited in Utopia Rossa, I have extracted it, and I am equally pleased to enable a deeper exploration of the relationship of complicity Bergoglio had with the generational genocide that took place in Argentina.  

(r.m.)


PORTUGUÊS


Em março de 1976, quando da instauração na Argentina de uma das mais sangrentas ditaduras militares da América Latina, Jorge Mario Bergoglio ainda não havia cumprido 40 anos, mas já era “Provincial” (chefe) da Ordem dos Jesuítas no país. Nenhuma fotografia dos anos sucessivos testemunha diretamente qualquer proximidade entre ele e a Junta Militar, diversamente das que evidenciam a enorme proximidade entre a alta hierarquia católica (à qual Bergoglio ainda não pertencia) e o time de assassinos profissionais governante. Bergoglio, porém, longe esteve de se opor à linha seguida pela Igreja de Roma (não só na Argentina, mas em toda a América do Sul atingida por regimes contrarrevolucionários ferozes) [...].


Seu cúmplice [de las Forças Armadas]   na tarefa mortífera foi a Igreja Católica, que na Argentina sempre foi um bastião da oligarquia dominante a ponto de Perón ter sido excomungado no seu primeiro governo (1946-1955) e os tanques do golpe de 1955 terem sido pintados com cruzes e a frase “Cristo vence!”. Na Argentina o catolicismo ainda é religião oficial e o Estado paga os salários do clero com o dinheiro público. Até recentemente, a principal cerimônia de comemoração da independência nacional era uma missa na catedral. Encarregada em 1976 pelos militares do ministério da educação, com Ricardo Bruera, a Igreja promoveu o pior processo educacional obscurantista já conhecido na Argentina (a teoria dos conjuntos, por exemplo, foi banida do ensino escolar da matemática, por partir de um “princípio comunista”). Monsenhor Plaza (arcebispo de La Plata) distribuía crucifixos nos campos de extermínio (onde os detidos sofriam as piores torturas antes de serem mortos), enquanto Monsenhor Bonamin (capelão do Exército) benzia os “grupos de tarefa” encarregados de sequestrar, torturar e matar; não faltando os que, como o padre e capelão militar Christian Von Wernich, hoje condenado pela justiça, montaram um lucrativo comércio de venda de informações (falsas) aos desesperados parentes dos desaparecidos.

Trinta e cinco anos depois dos fatos, o cardeal argentino Primatesta referiu-se a uma carta de “Emilio Mignone, padre de la detenida-desaparecida Mónica Candelaria Mignone, y una de las más altas personalidades laicas del catolicismo argentino. Mignone había sido ministro de Educación en la provincia de Buenos Aires en la década de 1940 y viceministro de Educación nacional en la de 1960. El fundador del CELS [Mignone] le escribió a Primatesta que el sistema del secuestro, el robo, la tortura y el asesinato, “agravado con la negativa a entregar los cadáveres a los deudos, su eliminación por medio de la cremación o arrojándolos al mar o a los ríos o su sepultura anónima en fosas comunes” se realizaba en nombre de “la salvación de la ‘civilización cristiana’, la salvaguardia de la Iglesia Católica”. Agregó que la desesperación y el odio iban ganando muchos corazones”. A um jornalista espanhol, Videla disse: “Mi relación con la Iglesia Católica fue excelente, muy cordial, sincera y abierta”, porque “fue prudente, no creó problemas ni siguió la “tendencia izquierdista y tercermundista” de otros Episcopados”. Condenava “algunos excesos”, mas “sin romper relaciones”. Con Primatesta, até “llegamos a ser amigos”. A Igreja Católica argentina, portanto, sabia, calou, ocultou e até deu a benção (ao genocídio) […].

domenica 5 gennaio 2025

PAPA FRANCESCO: UN ESPERTO IN GENOCIDI

di Roberto Massari 


BILINGUE: ITALIANO - ENGLISH


Quando papa Francesco parla di genocidio da parte del governo israeliano, dobbiamo prenderlo sul serio perché è un esperto in materia. In primo luogo perché Francesco è il capo supremo di un’istituzione religiosa - la Chiesa cattolica - che ha dato il massimo contributo ideologico allo sterminio degli ebrei prima del nazismo. All’antisemitismo nazista la Chiesa aveva preparato la strada nel corso di più di un millennio e mezzo di persecuzioni antiebraiche e rendendo istituzionale l’antisemitismo cruento fin dove poteva arrivare il suo braccio secolare.

Non vi sono dubbi, però, che il contributo decisivo al genocidio ebraico lo ha dato col suo sostegno politico al nazifascismo, alla sua politica razziale e alle sue avventure militari. Ma lo ha dato soprattutto col rifiuto di muovere anche solo un dito per bloccare la «soluzione finale» in paesi come Germania, Austria, Ungheria, Slovacchia, Croazia e, nel suo piccolo, anche in Italia. Pio XI e Pio XII sono stati papi apertamente filonazisti, anche se il primo, verso la fine della sua vita, ebbe qualche ripensamento, che comunque Pio XII riuscì a non far emergere onde mantenere buoni rapporti col nazismo. Anzi, fu eletto papa proprio per questo... 

Papa Pio XI e il cardinale Eugenio Pacelli (come Nunzio apostolico in Germania dal 1920 e poi Segretario di stato), furono strenui sostenitori ufficiali del nazismo fin dalla sua nascita. Il Vaticano fu il primo Stato a riconoscere il nuovo regime nel 1933, al quale poi concesse tutto il sostegno possibile, con dissidi riguardanti quasi solo la libertà d’azione della Chiesa in Germania. 

Insieme alla Chiesa protestante tedesca, il Vaticano non fece nulla per arginare la deportazione degli ebrei nei lager della morte dai Paesi sotto il controllo del nazismo, compresa l'Italia. Per cercare di nascondere questa realtà ci sono storici (come Andrea Riccardi, capo della Comunità di S. Egidio), impegnati ad attirare l’attenzione su qualche migliaio di ebrei salvati da istituzioni cattoliche durante l’occupazione nazista, con lo scopo molto preciso di mascherare il decennio di collaborazione della Chiesa cattolica con il nazismo e la sua complicità nello sterminio antiebraico, sia nei Paesi di lingua tedesca, sia in quelli occupati durante la guerra. 

Pio XII fu un accanito sostenitore del nazismo (e quindi indirettamente della soluzione finale) finché le sorti militari di Hitler non cominciarono a declinare, quando ormai, però, il genocidio era stato in gran parte compiuto. 

In precedenza, la Chiesa cattolica aveva dato il suo benestare alle Leggi razziali italiane, contestando solo le parti in contrasto col Concordato mussoliniano, in particolare per quanto riguardava i matrimoni misti e la discriminazione applicata anche agli ebrei convertiti. È una delle pagine più vergognose della Chiesa italiana di cui raramente si sente parlare, specie da parte degli storici compiacenti, come il Riccardi sopra nominato. Tutto ciò è storia nota e comunque descritta dettagliatamente in un celebre libro di Karlheinz Deschner (Mitt Gott un den Fascisten, 1965), che ho avuto l’onore di pubblicare in Italia (Con Dio e con i fascisti, 2016), seguìto da Vaticano, Olocausto e fascismi, 2017, a cura di D. Barbieri e P. Gorenflos. Lì si possono trovare tutti i dati, i documenti e gli eventi che dimostrano il sostegno del Vaticano al genocidio antiebraico in tutti i Paesi controllati dal nazismo. E da quel patrimonio ideologico proviene anche papa Francesco. 

Questi, però, ebbe rapporti con un altro genocidio atipico, un «genocidio culturale» (secondo la definizione che ne diede Julio Cortázar nel dicembre 1983), ma che andrebbe considerato come un «genocidio generazionale»: quasi un’intera generazione radicale, il meglio del mondo politico e culturale «la meglio gioventù» argentina, che fu sterminata dalla dittatura di Jorge Rafael Videla († 1981), negli anni terribili (1976-1983) che videro lo sterminio di circa 20-30.000 persone, i cosiddetti desaparecidos, molte delle quali torturate prima di essere uccise. 

Jorge Mario Bergoglio, prima di diventare papa, nelle vesti di Superiore Provinciale dei gesuiti in Argentina (1973-1979), mantenne rapporti di cordiale collaborazione con il regime militare. Egli era il dirigente numero due del cattolicesimo argentino, e in quanto tale era dotato di un enorme potere in un Paese fondamentalmente cattolico (il numero uno era Pio Laghi, Nunzio apostolico in Argentina dal 1974 al 1980, noto per le sue aperte dichiarazioni a favore dei militari e per i rapporti di amicizia che manteneva col generale Emilio E. Massera e con la P2 di Licio Gelli). Eppure il Bergoglio capo dei gesuiti non mosse un dito per impedire lo sterminio dei suoi connazionali colpevoli solo di volere più libertà e giustizia sociale. Fu invece addirittura complice nell’imprigionamento di due gesuiti impegnati nel lavoro sociale. Tutto ciò all’epoca era noto in Argentina, continua ad essere noto anche se si preferisce dimenticare per nazionalismo verso un papa argentino, ci furono due libri di un grande giornalista (Horacio Verbitsky) e qualcosa scrissi anch’io al momento dell’elezione. 

Lo sterminio orrendo del mondo progressista argentino non fu un genocidio nel senso stretto e ufficiale del termine (non fu cioè un progetto di eliminazione di una determinata etnia o classe sociale), ma lo fu nella sostanza: fu un «genocidio sui generis» interrotto solo dalla caduta della dittatura.

Papa Francesco, come attuale e massimo esponente di queste due tradizioni «religiose» - provenienti dal sostegno decennale alla dittatura nazista e dal sostegno settennale a quella argentina - è quindi un esperto in genocidi. 

Non a caso le sue ultime dichiarazioni contro il diritto del popolo israeliano a difendersi dagli attacchi dell’Iran e dei suoi emissari in Libano, Siria, Giordania, Gaza e Yemen, sono state rilasciate nel colloquio con un altro grande esperto in genocidi: Abolhassan Nav, il rettore iraniano con cui Francesco si è intrattenuto alcuni giorni fa. Convinto di poter mentire impunemente (anche davanti al Papa) costui ha affermato che l’Iran non ce l’ha con gli ebrei ma solo con Netanyahu. Troppo modesto: il regime iraniano propone dal 1979 (l’anno in cui Bergoglio abbandonava la carica di Provinciale dei gesuiti per dedicarsi più liberamente alla battaglia contro la Teologia della liberazione) lo sterminio degli ebrei che vivono in Israele. 

Khomeyni lo proponeva anche prima, ma senza stare al governo. E il regime barbaro e dittatoriale dell’Iran lo ribadisce ogni giorno, oltre a finanziare milizie e gruppi terroristici che dovrebbero metterlo in pratica. Israele (anche grazie all’aiuto degli Usa) impedisce che il genocidio avvenga, ma resta il fatto che il mondo mussulmano sciita (e non più nella sua grande maggioranza quello mussulmano sunnita e di altre correnti religiose), il genocidio degli ebrei israeliani lo dichiara come proprio programma irrinunciabile. Francesco avrebbe dovuto ricordarglielo. 

Nel carteggio sotto riportato, dedicato alla complicità di Bergoglio con i militari argentini, avevo fatto una previsione sul comportamento del nuovo Papa: 

«La buona è che il nuovo Papa dovrà stare attento non solo a non benedire altri dittatori e feroci aguzzini (come hanno sempre fatto i suoi predecessori, da Paolo VI in poi), ma dovrà anche dimostrare con le azioni che quelli sono “errori di gioventù” e che oggi è diventato molto più buono, sia verso i poveri che verso gli oppressi. Chissà che alla fine non ci guadagnino qualcosa anche i gay e i malati terminali. Per l’atteggiamento verso le donne, invece, continuo a vederla brutta». 

Ebbene, la mia profezia si è rivelata infondata, anche se il comportamento politico di questo Papa era sembrato nei primi anni più umano di quello dei suoi predecessori. Avevo sbagliato. Tutte le recenti dichiarazioni di Francesco contro il diritto di Israele a difendersi - che in ultima analisi riguardano il diritto di Israele ad esistere, viste le intenzioni genocide dei suoi avversari - dimostrano una sua profonda insensibilità riguardo alle aggressioni delle quali Israele è vittima. Ma anche, tema cristiano per eccellenza, insensibilità verso le sofferenze che Hamas ha inflitto al proprio popolo, usandolo come carne da macello dopo il pogrom del 7 ottobre, e insensibilità verso le vittime del pogrom, gli ostaggi in primo luogo. 

E pensare che se un papa veramente cristiano avesse fatto semplicemente il proprio mestiere, e avesse chiesto di poter incontrare alcuni degli ostaggi da mesi trattenuti in condizioni disumane, forse la loro liberazione si sarebbe avvicinata. Ma del resto, come è noto, d’incontrare gli ostaggi non lo hanno chiesto le Nazioni unite, la Croce rossa, Amnesty, il Tribunale dell’Aia e nessuna Ong, che io sappia. Perché papa Francesco sarebbe dovuto uscire dal coro di coloro che simpatizzano per Hamas, e tramite Hamas per il regime iraniano e tramite il regime iraniano per la guerra atomica?

Pax et bonum 

Roberto 


Allegati 


PAPA FRANCESCO E LA DITTATURA MILITARE ARGENTINA

di Roberto Massari


Carteggio con don F.*

[Apparso in www.utopiarossa.blogspot.com, costituisce una delle rare analisi scritte e pubblicate in Italia sulle trascorse complicità di papa Francesco con la dittatura militare argentina del generale Videla. Le lettere furono indirizzate a un sacerdote (molto preparato sotto il profilo teologico) che era interessato a conoscere la verità sulla questione. Per ovvie ragioni non pubblichiamo qui le sue risposte né la critica di un altro sacerdote (argentino) intervenuto a un certo punto nella discussione (n.d.r.).]

RED UTOPIA ROJA – Principles / Principios / Princìpi / Principes / Princípios

a) The end does not justify the means, but the means which we use must reflect the essence of the end.

b) Support for the struggle of all peoples against imperialism and/or for their self determination, independently of their political leaderships.

c) For the autonomy and total independence from the political projects of capitalism.

d) The unity of the workers of the world - intellectual and physical workers, without ideological discrimination of any kind (apart from the basics of anti-capitalism, anti-imperialism and of socialism).

e) Fight against political bureaucracies, for direct and councils democracy.

f) Save all life on the Planet, save humanity.

g) For a Red Utopist, cultural work and artistic creation in particular, represent the noblest revolutionary attempt to fight against fear and death. Each creation is an act of love for life, and at the same time a proposal for humanization.

* * *

a) El fin no justifica los medios, y en los medios que empleamos debe estar reflejada la esencia del fin.

b) Apoyo a las luchas de todos los pueblos contra el imperialismo y/o por su autodeterminación, independientemente de sus direcciones políticas.

c) Por la autonomía y la independencia total respecto a los proyectos políticos del capitalismo.

d) Unidad del mundo del trabajo intelectual y físico, sin discriminaciones ideológicas de ningún tipo, fuera de la identidad “anticapitalista, antiimperialista y por el socialismo”.

e) Lucha contra las burocracias políticas, por la democracia directa y consejista.

f) Salvar la vida sobre la Tierra, salvar a la humanidad.

g) Para un Utopista Rojo el trabajo cultural y la creación artística en particular son el más noble intento revolucionario de lucha contra los miedos y la muerte. Toda creación es un acto de amor a la vida, por lo mismo es una propuesta de humanización.

* * *

a) Il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi che impieghiamo dev’essere riflessa l’essenza del fine.

b) Sostegno alle lotte di tutti i popoli contro l’imperialismo e/o per la loro autodeterminazione, indipendentemente dalle loro direzioni politiche.

c) Per l’autonomia e l’indipendenza totale dai progetti politici del capitalismo.

d) Unità del mondo del lavoro mentale e materiale, senza discriminazioni ideologiche di alcun tipo (a parte le «basi anticapitaliste, antimperialiste e per il socialismo».

e) Lotta contro le burocrazie politiche, per la democrazia diretta e consigliare.

f) Salvare la vita sulla Terra, salvare l’umanità.

g) Per un Utopista Rosso il lavoro culturale e la creazione artistica in particolare rappresentano il più nobile tentativo rivoluzionario per lottare contro le paure e la morte. Ogni creazione è un atto d’amore per la vita, e allo stesso tempo una proposta di umanizzazione.

* * *

a) La fin ne justifie pas les moyens, et dans les moyens que nous utilisons doit apparaître l'essence de la fin projetée.

b) Appui aux luttes de tous les peuples menées contre l'impérialisme et/ou pour leur autodétermination, indépendamment de leurs directions politiques.

c) Pour l'autonomie et la totale indépendance par rapport aux projets politiques du capitalisme.

d) Unité du monde du travail intellectuel et manuel, sans discriminations idéologiques d'aucun type, en dehors de l'identité "anticapitaliste, anti-impérialiste et pour le socialisme".

e) Lutte contre les bureaucraties politiques, et pour la démocratie directe et conseilliste.

f) Sauver la vie sur Terre, sauver l'Humanité.

g) Pour un Utopiste Rouge, le travail culturel, et plus particulièrement la création artistique, représentent la plus noble tentative révolutionnaire pour lutter contre la peur et contre la mort. Toute création est un acte d'amour pour la vie, et en même temps une proposition d'humanisation.

* * *

a) O fim não justifica os médios, e os médios utilizados devem reflectir a essência do fim.

b) Apoio às lutas de todos os povos contra o imperialismo e/ou pela auto-determinação, independentemente das direcções políticas deles.

c) Pela autonomia e a independência respeito total para com os projectos políticos do capitalismo.

d) Unidade do mundo do trabalho intelectual e físico, sem discriminações ideológicas de nenhum tipo, fora da identidade “anti-capitalista, anti-imperialista e pelo socialismo”.

e) Luta contra as burocracias políticas, pela democracia directa e dos conselhos.

f) Salvar a vida na Terra, salvar a humanidade.

g) Para um Utopista Vermelho o trabalho cultural e a criação artística em particular representam os mais nobres tentativos revolucionários por lutar contra os medos e a morte. Cada criação é um ato de amor para com a vida e, no mesmo tempo, uma proposta de humanização.