L’associazione Utopia rossa considera suo fondamento politico il principio secondo cui il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi si deve riflettere l’essenza del fine. Non ha programmi politici, come del resto non ne aveva la Prima internazionale. Nonostante le più diverse provenienze ideologiche dei suoi sostenitori, essa ritiene che l’anticapitalismo dilagato dopo l’inizio dell’Antirivoluzione russa (dicembre 1917) sia stato motivato fondamentalmente da idee precapitalistiche, cioè retrograde, e non da progetti di civiltà in grado di superare il capitalismo sviluppando ulteriormente i suoi modelli di democrazia. Ciò spiega anche il prevalere, nella storia della cosiddetta «sinistra», di simpatie per i regimi dittatoriali di ogni specie e colore. Utopia rossa si batte contro l’ulteriore diffusione di ideologie precapitalistiche vecchie e nuove (in campo politico, culturale, ecologico, religioso ecc.), come parte della sua battaglia per il superamento del capitalismo, se si vuole salvare la vita sulla Terra con la sua umanità. In questo senso la sua utopia continua ad essere rossa.

The Red Utopia association considers its political foundation to be the principle that the end does not justify the means, but that the means must reflect the essence of the end. It has no political program, just as the First International did not. Despite the diverse ideological backgrounds of its supporters, it believes that the anti-capitalism that spread after the start of the Russian Anti-Revolution (December 1917) was fundamentally motivated by pre-capitalist – that is, retrograde – ideas, and not by civilizational projects capable of overcoming capitalism and of further developing its democratic models. This also explains the prevalence, throughout the history of the so-called «left», of sympathies for dictatorial regimes of all kinds and colors. Red Utopia fights against the further spread of old and new pre-capitalist ideologies (in the political, cultural, ecological, religious, and other fields) as part of its battle to overcome capitalism, if life on Earth, including its humanity, is to be saved. In this sense, its utopia remains red.

PER SAPERNE DI PIÙ CI SONO UNA COLLANA DI LIBRI E UN BLOG IN VARIE LINGUE…

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domenica 5 ottobre 2025

DILAGA LA PROTESTA IN PERÙ

Il governo illegittimo di Dina Boluarte risponde con la repressione violenta 

di Andrea Vento 

(Gruppo Insegnanti di Geografia Autorganizzati - Giga)

Il Perù, come la quasi totalità dei paesi latinoamericani, è stato caratterizzato da vicende politiche interne storicamente travagliate, a causa della pervicacia con la quale l’oligarchia bianca ha governato tutelando i propri privilegi economici di origine coloniale a discapito dei ceti popolari e della maggioranza della popolazione indigena di etnia Quechua, la quale ha regolarmente dato vita a moti di protesta per contrastare la privazione dei propri diritti.  

Un copione ormai consolidato che torna in scena a cadenza regolare.

Gli ultimi 35 anni di travagliate vicende politiche interne

Dopo la dittatura di Alberto Fujimori degli anni ’90, il paese era tornato ad una sorta di democrazia formale nella quale i presidenti eletti, a prescindere dall’appartenenza politica, non avevano apportato sostanziali mutamenti alle consolidate politiche neoliberiste e alla tradizionale politica estera subordinata a Washington. Infatti, sia l’economista liberista Alejandro Toledo (2001-2006), sia il centrista Hollanta Humala (2006-2011) che Alan Garcia (2011-2016), protagonista di un clamoroso ribaltone politico verso destra, erano riusciti a portare a termine i rispettivi mandati presidenziali.

Dal 2016 con l’elezione dell’economista liberista Pedro Pablo Kuczynsky inizia una fase di turbolenza politica e sociale senza soluzione di continuità. Infatti, il nuovo presidente dopo aver concesso la grazia a Fujimori nel 2017, è costretto alle dimissioni nel marzo successivo a seguito di incriminazione per voto di scambio. Gli subentra, quindi, il vicepresidente Martin Viczarra che viene, però, sfiduciato dal parlamento “per incapacità morale” nel novembre 2020, senza tuttavia portare chiare prove a suo carico. 

La carica di presidente viene quindi assunta il 10 novembre 2020 dal presidente del Congresso, Manuel Merino, che da subito vita ad un governo di estrema destra appoggiato dai militari, sotto il quale la polizia si rende protagonista della violenta repressione delle proteste popolari contro la destituzione di Viczarra provocando 3 morti. 

La condanna dell’operato delle forze dell’ordine da parte della Corte Costituzionale porta ad una crisi politica interna al governo che sfocia nelle dimissioni del neo insediato Merino il 15 novembre. Due giorni dopo, il nuovo presidente del Congresso, il centrista Francisco Sagasti assume la presidenza, stabilendo per il paese il poco invidiabile record di instabilità istituzionale con 3 presidenti succedutisi nell’arco di una sola settimana. Sagasti riesce, peraltro, a portare a termine il mandato fino al luglio 2021, quando si insedia, previa vittoria di misura al ballottaggio, il “maestro di strada” Pedro Castillo, del partito di sinistra Perù libero, espressione dei movimenti indigeni e delle classi sociali inferiori, sollevando speranze di cambiamento nelle politiche economiche e sociali.

Privo di esperienza politica, Castillo incontra sin dall’inizio del mandato una forte opposizione da parte dell’oligarchia nazionale e delle forze reazionarie che cercano di impedirne l’azione politica sfruttando la mancanza di maggioranza parlamentare coesa a sostegno del Governo. Ciò a causa del sistema elettorale presidenziale a doppio turno che impedisce sovente agli eletti alla massima carica dello stato di godere di un omogeneo appoggio politico in seno all’organo legislativo. 

Dopo un anno e mezzo di mandato istituzionale estremamente difficile a causa della strenua opposizione dei poteri forti e dopo aver commesso anche errori di inesperienza, Castillo viene pretestuosamente messo in stato d’accusa e infine deposto a seguito di voto parlamentare il 7 dicembre 2022 e addirittura incarcerato. 

A quel punto la vicepresidente esponente dello stesso partito Perù Libero, Dina Boluarte, e non il presidente del Congresso come da dettato costituzionale, gli subentra, dando tuttavia vita, come purtroppo accaduto anche in passato, ad un governo di destra, innescando oceaniche proteste popolari nel paese che vengono represse nel sangue con 60 morti e centinaia di feriti.

Le manifestazioni popolari, sostenute in primis dalle popolazioni indigene dell’altopiano, sono continuate anche negli anni successivi reclamando le dimissioni del governo illegittimo di Dina Boluarte, l’indizione di nuove elezioni politiche e la formazione di una assemblea costituente per il varo di una nuova costituzione al posto di quella neoliberista introdotta da Fujimori durante la dittatura.

L’inasprimento del conflitto sociale

Negli ultimi sei mesi, numerosi cittadini peruviani sono scesi più volte in piazza per protestare, oltre che per la corruzione dilagante, anche contro le estorsioni ai danni di tassisti e autisti di autobus e gli omicidi della criminalità organizzata che le autorità non sono mai riuscite a contrastare efficacemente.

Le manifestazioni popolari, frequenti anche in Italia da parte della comunità peruviana locale, si sono intensificate dopo che il 5 settembre scorso il Congresso ha approvato una legge che obbliga i giovani lavoratori sopra i 18 anni a versare i contributi pensionistici ai fondi privati.

Le proteste sono principalmente indirizzate verso Dina Boluarte, il cui consenso secondo l’Istituto di Studi Peruviani è ormai ridotto al solo 2,5% e della quale ne vengono vanamente invocate le dimissioni. 

Il conflitto sociale, inevitabilmente inaspritosi nelle ultime settimane, è sfociato nella brutale repressione della manifestazione tenutasi il 27 settembre a Lima, durante la quale sono state ferite 19 persone, come riferito dalle stesse autorità e da un’organizzazione per i diritti umani.    

La situazione interna al Perù è prevedibilmente destinata ad aggravarsi da qui alla scadenza del mandato presidenziale, prevista per il luglio 2026, a causa della, più volte espressa, volontà di Dina Boluarte di restare al potere e di proseguire nell’attuazione di politiche neoliberiste ed estrattiviste a danno dei ceti popolari e delle comunità indigene. Queste ultime in piena mobilitazione a causa del rifiuto da parte del Congresso di istituire la Riserva Indigena Yavari-Mirim nella regione amazzonica di Loreto sulle terre ancestrali di alcuni popoli incontattati (carta 1).


Carta 1: la regione amazzonica di Loreto la più estesa del Perù con 368.852 kmq di superficie


Le Riserve Indigene rivestono scopo primario di tutelare l’ecosistema e la sopravvivenza dei popoli originari che vi risiedono. Le richieste di questi ultimi, da molti anni, sono in contrasto con le politiche di sfruttamento delle risorse del sottosuolo implementate dai vari governi e nella contingenza attuale con le politiche implementate dal Congresso il quale sta definendo due nefasti disegni legge. Il primo, mira a limitare la creazione di nuove Riserve Indigene e di porre a revisione semestrale quelle già istituite, mentre il secondo concede la possibilità alle multinazionali di effettuare prospezioni per la ricerca di nuovi giacimenti di gas e di petrolio, a danno dell’ambiente e della sopravvivenza dei popoli amerindi che vi vivono in simbiosi.

Conclusioni

Le vicende peruviane attualmente in corso, risultano paradigmatiche delle condizioni che strutturalmente caratterizzano i paesi latinoamericani, nei quali, salvo rare eccezioni, le oligarchie post coloniali bianche al potere governano al fine di mantenere i propri privilegi, concedendo lo sfruttamento delle risorse alle multinazionali e cercando protezione da Washington in cambio di un allineamento alle sue politiche internazionali. 

Inevitabilmente tali orientamenti politici, all’interno di società dai marcati squilibri socio-economici e con le popolazioni indigene relegate ai margini delle stesse, nonché usurpate del potere le rare volte che riescono a vincere democratiche elezioni, sono destinati ad alimentare i conflitti sociali interni e l’instabilità politica.

Andrea Vento

3 ottobre 2025

Gruppo Insegnanti di Geografia Autorganizzati - Giga

NOTE

1. https://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/americalatina/2025/09/05/lima-boccia-riserva-amazzonica-per-proteggere-le-tribu-isolate_3113e066-ed77-4711-ac74-d8bfb1ea7efa.html 

2. Per approfondire il modello economico e sociale del Perù consultare il saggio Giga “Perù: epicentro dell’instabilità politica latinoamericana”



Nella diffusione e/o ripubblicazione di questo articolo si prega di citare la fonte: www.utopiarossa.blogspot.com

martedì 6 agosto 2024

A LA OPINIÓN PÚBLICA (PERÚ)

por Jan Lust

 

[Jan Lust es miembro de la Redacción internacional de Utopía Roja. Pero no es esta la razón fundamental para brindarle solidaridad en el momento en el cual el régimen reaccionario peruano lo persigue. La verdadera razón es él mismo que la propone a final de su texto: «Denunciamos, sufrimos y peleamos para que la alegría de construir un país para todos sea un horizonte realizado. ¡Resistir, ahora, es vencer mañana!».

Estamos contigo, Jan. (r.m.)]

 

[Jan Lust è membro della Redazione internazionale di Utopia Rossa. Ma non è questa la ragione fondamentale per offrirgli solidarietà nel momento in cui il regime reazionario peruviano lo perseguita. La vera ragione la propone lui stesso al termine del suo testo: «Denunciamo, soffriamo e lottiamo perché la gioia di costruire un paese per tutti sia un orizzonte realizzato. Resistere ora è vincere domani!».

Stiamo con te, Jan.]

 

[Jan Lust is a member of the international editorial committee of Red Utopia. But this is not the main reason to offer him our solidarity now, when then reactionary Peruvian regime persecutes him. The true reason is proposed by himself at the end of his text: «We denounce, suffer and fight in order that  the joy of building a country for everybody be an achieved horizon. To resist now is to win tomorrow!».

We stand with you, Jan.]

_________________________________

 

 

A LA OPINIÓN PÚBLICA

 

Mi nombre es Jan Lust, soy originario de los Países Bajos. En marzo de 1999 llegué al Perú. Viví acá desde entonces, más de 25 años. Durante este tiempo, he trabajado como docente-investigador en diferentes universidades, como la Universidad del Pacífico (UP), la Pontificia Universidad Católica del Perú (PUCP) y la Universidad Ricardo Palma (URP).

Mi viaje al Perú y mi permanencia en este país fueron motivados por razones sociales y políticas. Mi principal objetivo era contribuir a procesos que apuntaran a generar profundos cambios políticos, económicos y sociales en la sociedad. Mi primer viaje como turista fue en 1998. Fue, entonces, que me convencí de que el Perú era el lugar donde quería dejar los mejores años de mi vida.

Con relación a mi pensamiento político, consideraba que la riqueza producida por todos debería ser para todos. Mi enfoque no se basaba en trabajar a favor de una mejor distribución de la riqueza, sino en buscar los cambios de los procesos productivos. Pensaba, y aún pienso, que el país necesita cambios transformacionales hasta las raíces.

Mi motivación por contribuir a los cambios estructurales en el Perú me llevó, por un lado, a realizar actividades académicas e intelectuales y, por otro lado, a participar en diversos procesos no académicos. Siempre traté de relacionar mi trabajo intelectual con la concientización de la necesidad de un cambio político, económico y social.

Por esta razón, los temas que trato en mis libros abordan la lucha revolucionaria de la década de 1960; el desarrollo político, económico social en el período 1980-2016; y el carácter estructural y sistémico del subdesarrollo en el Perú. En todos ellos analizo los problemas políticos, económicos y sociales que impidieron los necesarios cambios transformacionales. Mis artículos y capítulos de libros sobre los procesos guerrilleros en la década de 1960, lucha armada en la década de 1980 y 1990, izquierda peruana en la década de 1980, modelo económico neoliberal, estructura económica del país, extractivismo, minería y poder económico, precariedad laboral, carácter estructural de la inequidad en el Perú, Estado peruano, Covid-19, sociedad civil, captura del poder, estructura de clases del país y lucha de clases en los últimos años, entre otros, buscan interpretar y facilitar los cambios de la realidad peruana.

A estas alturas, debo decir que mi contribución al cambio transformacional desde el campo académico peruano está terminándose. La derechización de la política peruana, expresada en la dominación de la extrema derecha en el Congreso, la generalización de la mediocridad en la academia y el imperio del pensamiento único han causado que ya no pueda continuar contribuyendo en la misma forma como antes. Ahora, después de 25 años, las puertas académicas se me han cerrado.

Lo que, a continuación, les cuento es mi testimonio sobre el final de mi estadía en el Perú. Empezaré por el último suceso que me ocurrió en la URP. El miércoles 17 de abril del presente año, tres personas de la seguridad universitaria intentaron expulsarme a la fuerza de mi oficina en el Centro de Investigación. Me dijeron que ya no trabajaba en la universidad. Eso fue una completa sorpresa para mí. Ese día, no lograron sacarme de mi oficina. Pero, el 19 de abril, dos días después, me prohibieron la entrada a la universidad. Incluso, para asegurarse que de ninguna manera yo pudiera entrar, al parecer, las autoridades dispusieron de apoyo de una seguridad “especial”. Este hecho me demostró que la extrema derecha ya había tomado la dirección de la URP.

Al parecer, mi expulsión de la universidad es el resultado de una calumnia de años atrás. Hace cuatro años, surgieron acusaciones de que yo estaba difundiendo el “pensamiento Gonzalo” en mis clases virtuales del doctorado en Ciencia Política. En ese entonces, las autoridades jerárquicas no dieron valor a estas acusaciones y fueron consideradas como acusaciones de carácter difamatorio y sin ningún sustento. Aunque estas mismas autoridades nunca quisieron revelar la fuente, los indicios apuntaban que el origen de las imputaciones fue otra autoridad dentro de la URP, relacionada con las fuerzas de la extrema derecha en la Facultad de Ciencias Económicas y Empresariales. En marzo de 2020, al comienzo de la pandemia, esta misma autoridad aprovechó la oportunidad para retirarme del curso que dictaba desde 2016 en la mencionada facultad y sin motivación académica alguna.

El cambio de las autoridades de más alto nivel, a fines de 2023, modificó radicalmente mi situación en la URP. Ahora empezaba a correr el rumor de que yo estaba relacionado con el Movimiento por la Amnistía y Derechos Fundamentales (MOVADEF), una organización vinculada con Sendero Luminoso e, incluso, se contaba con la existencia de videos que demostraban esta relación. Al igual que en el caso de mi supuesta difusión del “pensamiento Gonzalo” en mis clases virtuales, tampoco existían evidencias.

Mi caso es un ejemplo del famoso “terruqueo” que la derecha aplica a todos los que luchan por el bienestar de las grandes mayorías, a todos los que critican abiertamente el modelo económico vigente en el país desde la década de los noventa, a todos los que se declaran en contra de la explotación del ser humano por otro ser humano, a todos los que abogan por un cambio transformacional, hasta las raíces, de nuestra sociedad, y a todos los que se identifican con el pensamiento crítico, el libre desarrollo de las ciencias y en oposición al pensamiento único.

Esta última acusación parece haber llegado a los oídos de las nuevas autoridades de la URP. Argumentando que no había estudiantes para mis cursos, rescindieron mi contrato unilateralmente. De acuerdo con lo que me dijeron extraoficialmente, habrían sido estas nuevas autoridades jerárquicas quienes me prohibieron continuar trabajando en la universidad.

El hecho de que la URP decidiera terminar mi contrato no fue una sorpresa para mí, pero sí la confirmación del costo de tener una opinión contraria a las fuerzas dominantes. En 2004, por ejemplo, me cancelaron el contrato en la primera universidad peruana que trabajé por razones similares a las ocurridas en la URP. En otra ocasión, en una universidad considerada una de las mejores en el rubro de los negocios, me dijeron verbalmente que no pudieron contratarme porque yo era de izquierda. Asimismo, en otra importante institución universitaria me retiraron de un curso el mismo día en que había sido aceptado formalmente. Es decir, el día en que se había acordado, con los encargados del curso, que yo dictaría algunas secciones sobre la realidad nacional, recibí una llamada de una supuesta autoridad en la que me dijeron que no había suficientes estudiantes para contratarme. Luego, me enteré de que esta autoridad estaba relacionada con la minería en el Perú, lo que me hizo suponer que estaba informado al respecto de los temas de mis artículos.

En el 2023, participé en la PUCP en un concurso para una plaza en el Departamento de Economía. El Consejo de Departamento me retiró del concurso por no cumplir con un número de criterios que no fueron publicados en la convocatoria antes y durante del concurso. Nadie podía cumplir estos criterios, porque tenían un carácter subjetivo que, discretamente, sirvió para rechazar mi postulación.

Lo que ha pasado conmigo no es nuevo y no es único. Aunque sus casos no son conocidos, hay decenas de personas en el Perú que pierden su trabajo por razones políticas. No son conocidos porque estas personas no quieren perder oportunidades laborales futuras en el medio. Es comprensible, pero creo que debemos sentar un precedente, porque el deseo de la derecha es silenciarnos con el miedo. Yo lo denuncio y lo hago público.

Desde el lado de corazón, podemos decir que esto forma parte del oficio, pero no es algo fácil de asumir. Perder el trabajo en el Perú puede tener grandes consecuencias sociales y, mucho más aún, cuando es por razones políticas. No es solo un atentado al bienestar del directamente involucrado, sino también al bienestar de nuestras familias y de otras personas relacionadas. Sobre todo, es un atentado al desarrollo de una sociedad libre y democrática.

Las situaciones vividas en la URP son evidencia de un claro avance de la extrema derecha en el Perú. Los problemas que he tenido en otras universidades demuestran que la academia no está exenta de la lucha de clases. La derecha, liberal o conservadora, siempre trata de silenciar a las voces antagónicas que buscan la transformación social y el bienestar para los productores de la riqueza nacional, en la academia y en cualquier otro lugar en la sociedad.

Hoy, en el Perú, la situación no es favorable para las fuerzas del cambio social y de la felicidad. Sin embargo, esto no implica que debamos retirarnos y guardar silencio. Si callamos, el viento de las fuerzas del pasado y de la oscuridad se convertirá en una tormenta.

Denunciamos, sufrimos y peleamos para que la alegría de construir un país para todos sea un horizonte realizado.

¡Resistir, ahora, es vencer mañana!

 

Jan Lust

 

Lima, 3 de agosto de 2024

janlust@ymail.com 

 


Nella diffusione e/o ripubblicazione di questo articolo si prega di citare la fonte: www.utopiarossa.blogspot.com

martedì 27 giugno 2023

HASTA SIEMPRE, HUGO…

por Roberto Massari


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Hugo Blanco Galdós nos dejó el 25 de junio, falleciendo en Upsala a la edad de 88 años. Nació en el Cuzco el 15 de noviembre de 1934. A los veinte años ya se había afiliado a la sección argentina de la Cuarta Internacional y, de regreso en Perú, a la sección peruana (el Por, Partido obrero revolucionario). Su nombre entró en la leyenda por haber organizado el primer movimiento latinoamericano de lucha armada campesina en 1962 -después de la Revolución Cubana- en la región de su Cuzco natal, en el Valle de La Convención y Lares.

Incluso el Che reconoció el valor ejemplar de esa primera experiencia de lucha, pero Hugo nunca quiso que se confundiera con la teoría del foco guerrillero: era un movimiento armado para ocupar tierras bajo el régimen dictatorial de Pérez Godoy, organizado por la Confederación campesina(dirigida por Hugo a sus 28 años de edad), y del Fir (Frente de la izquierda revolucionaria, del que uno de los fundadores fue Juan Pablo Chang Navarro, el «Chino» que moriría con el Che en Bolivia). La historia es bien conocida y ha sido contada en muchos libros, incluyendo uno del propio Hugo: Tierra o muerte. Las luchas campesinas en Perú (Siglo XXI, 1972).

Hubieron tres muertos entre las fuerzas de la represión, el movimiento campesino fue derrotado y Hugo capturado. Ante la amenaza de una sentencia de muerte, la Cuarta Internacional montó una campaña mundial masiva que logró salvarle la vida, con un fallo de 25 años. En el transcurso de esa campaña surgió una asociación destinada a tener papeles muy importantes en el futuro: Amnistía Internacional.

En ese momento, junto a Hugo, estaban otros militantes famosos en las cárceles peruanas, como Héctor Béjar, Elio Portocarrero y Ricardo Gadea (hoy todavía en activo político y miembro de la Fundación Guevara). Su hermana, Hilda Gadea Acosta -primera esposa del Che y madre de Hildita- vino a Italia en 1969 para organizar un Comité de solidaridad con los presos políticos peruanosen Roma y encomendó su dirección a mi mismo. Entre los nombres que dieron prestigio a este comité sin duda debemos mencionar al músico Luigi Nono, al pintor Ennio Calabria, al escritor Roberto Giammanco. Pero el golpe de Estado en Perú por parte de un militar progresista (Velasco Alvarado) le devolvió la libertad a Hugo, siempre que se exiliara. Así Hugo, aún militante de la Cuarta Internacional (pero en fuerte desacuerdo con su dirección mayoritaria) volvió a estar activo en varios frentes de lucha en el mundo, incluido en el Chile de Allende. Argentina, México, Canadá, Estados Unidos, Italia… Suecia. Comenzaba la larga peregrinación revolucionaria, que ahora ha llegado a su fin en Suecia.

En enero de 1974 Hugo participó en el X Congreso Mundial de la Cuarta Internacional, partidario de las posiciones de la Minoría internacional (Swp estadunidense y Pst argentino), pero también interesado en conocer nuestras posiciones (en ese momento yo representaba a la llamada Tercera tendencia internacional). De tal manera fue que nos encontramos por primera vez (pero ya él sabía de mi compromiso con su liberación en el comité de Hilda Gadea) y pudimos conversar fraternalmente sobre nuestras respectivas posiciones: nacía una amistad que estaba destinada a durar hasta hoy, como explicaré con brevidad.

Volví a encontrarme con Hugo en Chiapas, en La Realidad en 1996, en el primer Encuentro intercontinental por la Humanidad y contra el Neoliberalismo, organizado por el Ezln de Marcos. Hablamos y recordamos la historia del X Congreso. Desde el podio de ese evento, frente a más de 2.000 personas de todo el mundo, Hugo lanzó su imperecedero mensaje hablando del papel fundamental que debe tener la democracia para el movimiento revolucionario. Concluyó, en sus propias palabras, «que el movimiento obrero internacional ha fracasado históricamente precisamente en no considerar la democracia como el principio número uno por el que luchar». Fue su obituario para el movimiento comunista de los siglos XIX y XX.

De regreso en Perú Hugo continuó su lucha opositora, siendo elegido diputado en varias ocasiones, miembro de la Asamblea Constituyente, comprometido como siempre en la defensa de las comunidades indígenas, pero también en el nuevo frente del ecosocialismo. Hasta su muerte fue el director de la revista online Lucha Indígena, de la cual Utopía Roja siempre ha publicado los artículos más importantes, en el marco de una colaboración mutua.

Cuando en 2003 Hugo sufrió un grave accidente cerebrovascular (que necesitó una delicada operación quirúrgica) la solidaridad económica le llegó en primer lugar de la Ligue communiste, la sección francesa de la Cuarta Internacional, y de las múltiples relaciones que mantuvo en todo el mundo.

El último acto político de Hugo que considero inolvidable y que muestra cabalmente cómo se mantuvo fiel a los principios de la autodeterminación de los pueblos y de la lucha contra el imperialismo (incluyendo el imperialismo ruso) es el haber sido uno de los primeros firmantes del llamamiento internacional lanzado en el blog de Utopia Roja y luego retomado por muchas otras realidades en todo el mundo. El título del documento subscrito por Hugo es: «Con la resistencia del pueblo ucraniano. Por su victoria contra la agresión».

No se podía imaginar mejor epitafio para un hombre que dedicó su vida entera a la revolución en el Perú, América Latina y el resto del mundo.

Hasta siempre, Hugo…

 

(traducido por Pagayo Matacuras)


ITALIANO

RED UTOPIA ROJA – Principles / Principios / Princìpi / Principes / Princípios

a) The end does not justify the means, but the means which we use must reflect the essence of the end.

b) Support for the struggle of all peoples against imperialism and/or for their self determination, independently of their political leaderships.

c) For the autonomy and total independence from the political projects of capitalism.

d) The unity of the workers of the world - intellectual and physical workers, without ideological discrimination of any kind (apart from the basics of anti-capitalism, anti-imperialism and of socialism).

e) Fight against political bureaucracies, for direct and councils democracy.

f) Save all life on the Planet, save humanity.

g) For a Red Utopist, cultural work and artistic creation in particular, represent the noblest revolutionary attempt to fight against fear and death. Each creation is an act of love for life, and at the same time a proposal for humanization.

* * *

a) El fin no justifica los medios, y en los medios que empleamos debe estar reflejada la esencia del fin.

b) Apoyo a las luchas de todos los pueblos contra el imperialismo y/o por su autodeterminación, independientemente de sus direcciones políticas.

c) Por la autonomía y la independencia total respecto a los proyectos políticos del capitalismo.

d) Unidad del mundo del trabajo intelectual y físico, sin discriminaciones ideológicas de ningún tipo, fuera de la identidad “anticapitalista, antiimperialista y por el socialismo”.

e) Lucha contra las burocracias políticas, por la democracia directa y consejista.

f) Salvar la vida sobre la Tierra, salvar a la humanidad.

g) Para un Utopista Rojo el trabajo cultural y la creación artística en particular son el más noble intento revolucionario de lucha contra los miedos y la muerte. Toda creación es un acto de amor a la vida, por lo mismo es una propuesta de humanización.

* * *

a) Il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi che impieghiamo dev’essere riflessa l’essenza del fine.

b) Sostegno alle lotte di tutti i popoli contro l’imperialismo e/o per la loro autodeterminazione, indipendentemente dalle loro direzioni politiche.

c) Per l’autonomia e l’indipendenza totale dai progetti politici del capitalismo.

d) Unità del mondo del lavoro mentale e materiale, senza discriminazioni ideologiche di alcun tipo (a parte le «basi anticapitaliste, antimperialiste e per il socialismo».

e) Lotta contro le burocrazie politiche, per la democrazia diretta e consigliare.

f) Salvare la vita sulla Terra, salvare l’umanità.

g) Per un Utopista Rosso il lavoro culturale e la creazione artistica in particolare rappresentano il più nobile tentativo rivoluzionario per lottare contro le paure e la morte. Ogni creazione è un atto d’amore per la vita, e allo stesso tempo una proposta di umanizzazione.

* * *

a) La fin ne justifie pas les moyens, et dans les moyens que nous utilisons doit apparaître l'essence de la fin projetée.

b) Appui aux luttes de tous les peuples menées contre l'impérialisme et/ou pour leur autodétermination, indépendamment de leurs directions politiques.

c) Pour l'autonomie et la totale indépendance par rapport aux projets politiques du capitalisme.

d) Unité du monde du travail intellectuel et manuel, sans discriminations idéologiques d'aucun type, en dehors de l'identité "anticapitaliste, anti-impérialiste et pour le socialisme".

e) Lutte contre les bureaucraties politiques, et pour la démocratie directe et conseilliste.

f) Sauver la vie sur Terre, sauver l'Humanité.

g) Pour un Utopiste Rouge, le travail culturel, et plus particulièrement la création artistique, représentent la plus noble tentative révolutionnaire pour lutter contre la peur et contre la mort. Toute création est un acte d'amour pour la vie, et en même temps une proposition d'humanisation.

* * *

a) O fim não justifica os médios, e os médios utilizados devem reflectir a essência do fim.

b) Apoio às lutas de todos os povos contra o imperialismo e/ou pela auto-determinação, independentemente das direcções políticas deles.

c) Pela autonomia e a independência respeito total para com os projectos políticos do capitalismo.

d) Unidade do mundo do trabalho intelectual e físico, sem discriminações ideológicas de nenhum tipo, fora da identidade “anti-capitalista, anti-imperialista e pelo socialismo”.

e) Luta contra as burocracias políticas, pela democracia directa e dos conselhos.

f) Salvar a vida na Terra, salvar a humanidade.

g) Para um Utopista Vermelho o trabalho cultural e a criação artística em particular representam os mais nobres tentativos revolucionários por lutar contra os medos e a morte. Cada criação é um ato de amor para com a vida e, no mesmo tempo, uma proposta de humanização.