di Michele Nobile
1. L’azione di Hamas: un’operazione barbara e terroristica
I commentatori hanno paragonato l’Operazione alluvione Al-Aqsa a diversi eventi storici, ad esempio a Pearl Harbour (quanto a sorpresa e impatto dell’attacco) e all’offensiva del Têt (benché arginata, l’offensiva nordvietnamita del 1968 spinse l’amministrazione statunitense a iniziare trattative di pace). Scegliendo come data dell’attacco il sette ottobre Hamas, Jihad Islamico e le organizzazioni alleate ovviamente evocano l’attacco a sorpresa di Egitto e Siria a Israele nello Yom Kippur del 1973, di cui il giorno precedente ricorreva il 50° anniversario.
Per tipologia delle forze d’attacco, impatto psicologico e ferocia dell’assalto sono tra coloro per cui il paragone più pertinente è con gli attentati terroristici di Al Qaida dell’undici settembre 2001. Degli almeno 1.300 israeliani uccisi nell’incursione, la stragrande maggioranza erano civili, ebrei d’entrambi i sessi e di tutte le età, tra cui molte decine di arabi israeliani, ai quali si devono aggiungere i feriti e circa 200 ostaggi rapiti. Nel complesso, il numero di israeliani uccisi in poche ore nell’Operazione alluvione Al-Aqsa è più di quattro volte il totale di quelli caduti nei quindici anni tra il 2008 e il settembre 2023.
Nella valutazione delle conseguenze politiche e militari della complessa e sorprendente operazione di Hamas non si può prescindere dal suo carattere terroristico più che bellico nel senso usuale, non era cioè diretta a colpire la forza armata nemica e/o ad assumere il controllo del territorio. Benché carico di connotazioni negative e utilizzato spesso in modo più strumentalmente moralistico che razionalmente etico-politico, uso qui il termine «terrorismo» in modo descrittivo: come azione di un individuo o di un gruppo organizzato, il cui valore non risiede primariamente nel danno materiale inferto, ma nell’importanza simbolica del gesto in sé; obiettivo reale è incidere sulla volontà di lotta e l’orientamento dell’avversario politico e/o sociale, dunque con finalità di vendetta e intimidazione deterrente, oppure come gesto esemplare che ha l’intento di suscitare consenso e d’indicare - al popolo o alla classe di riferimento - la giusta strada da seguire: finalità che possono combinarsi. Bisogna anche distinguere il terrorismo messo in atto in nome di un popolo oppresso o di una classe dominata dal terrorismo di Stato come pratica di una casta o classe dominante: la distinzione è politicamente rilevante perché la coerenza tra il mezzo impiegato e la finalità può essere molto diversa nei due casi, tale da produrre effetti lontani da quelli desiderati o dichiarati. Ciò vale specialmente per i popoli oppressi e la classe dominata: il terrorismo tende a sostituire la guerra d’apparato alla lotta, all’organizzazione e all’autodifesa dei movimenti sociali.
L’operazione lanciata da Hamas e altre organizzazioni aspira a conseguire le finalità terroristiche indicate: intimidazione nei confronti del terrorismo di Stato israeliano e dell’estremismo sionista, vendetta per le morti e le sofferenze dei palestinesi, gesto «esemplare» con cui si chiamano i palestinesi e i popoli e gli Stati arabi alla lotta per la giustizia e la liberazione dal dominio sionista e occidentale.
Quel che è orribilmente «ordinario» per Gaza è invece straordinario per Israele e perciò psicologicamente e politicamente traumatico. Tuttavia, trauma non equivale necessariamente a paralisi. Se prima d’ottobre il governo decisamente di destra di Benjamin Netanyahu era in grave difficoltà, ora si è formato un governo d’unità nazionale; è stato dichiarato lo stato di guerra, per la prima volta dal 1973; i riservisti - in agosto più di 10.000 avevano dichiarato di non intendere servire se Netanyahu non avesse rinunciato alla sua riforma del sistema giudiziario - sono mobilitati: 360.000.
Non è possibile che, per quanto fanatici e ottimisticamente speranzosi nell’aiuto esterno, i capi di Hamas e delle altre organizzazioni abbiano sottovalutato la distruttività della rappresaglia di Israele a fronte di un’azione di tale portata. Era assolutamente ovvio che l’attacco di Hamas e delle altre organizzazioni avrebbe condannato i palestinesi di Gaza a terribili e inutili sofferenze: al 18 ottobre erano già stati uccisi 3.478 palestinesi nella striscia di Gaza, tra cui 853 bambini (al 17) e 64 in Cisgiordania, i feriti nelle due regioni sono rispettivamente 12.500 e 1.284 (dati United Nations Office for the Coordination of Humanitarian Affairs). Su questo non ci si può fare nessuna illusione, si può solo sperare che si permetta al maggior numero possibile d’abitanti di Gaza di portarsi in salvo, invece di rimanere sotto assedio a fare da «scudi umani» per Hamas e «danni collaterali» per gli israeliani. E quali che siano le loro motivazioni ed obiettivi reali, discussi nel seguito dell’articolo, i capi palestinesi non possono non aver messo in conto la possibilità - se non la certezza - dell’annientamento militare. L’orografia di Gaza non è quella del Libano meridionale - dove è presente in forze Hezbollah - che con la sua complessità è favorevole alla difesa; la striscia di Gaza ha le dimensioni della seconda più piccola provincia italiana (Prato), non consente una difesa in profondità; non ha contiguità con Paesi - la Siria e l’Iran - che potrebbero sostenerla con rifornimenti d’armi e può essere completamente bloccata: in pratica Hamas non ha un retroterra logistico; le capacità militari e la qualità dell’arsenale di Hamas e Jihad Islamico sono molto inferiori a quelle di Hezbollah e presumibilmente hanno già scaricato la massa di razzi a disposizione.
L’Operazione alluvione Al-Aqsa è stata l’esatto contrario di un’insurrezione popolare spontanea(che può risultare da e coinvolgere l’azione di un’organizzazione ma non è da essa determinata) e della prima Intifada, che fu il momento di massima simpatia per la causa palestinese. Allora fu veramente una sfida tra la fionda di Davide e la forza bruta del colosso Golia. Quella del 2023 è invece un’operazione terroristica freddamente deliberata, non un’esplosione di rabbia popolare.
Detto questo è possibile passare dalla descrizione alla valutazione etico-politica, le cui ragioni approfondisco oltre.
Per il popolo palestinese l’Operazione alluvione Al-Aqsa è una catastrofe umana, che non consegue da un errore di valutazione o da effetti non intenzionali e non prevedibili da parte di chi l’ha decisa. Agente materiale della catastrofe è la forza armata israeliana, ma la responsabilità politica è interamente di Hamas e alleati. Hamas usa i palestinesi di Gaza come carne da cannone per i propri scopi di potere. Hamas è un nemico della causa palestinese. Sono i palestinesi i primi interessati a eliminare Hamas e soci.
Per gli israeliani e per il mondo, l’Operazione di Hamas è un atto di barbarie degno dei pogrom dei centoneri russi al tempo dello Zar o della nazista Notte dei cristalli. È un orrore che ancora si uccidano ebrei in quanto ebrei. È un crimine al pari del massacro dei campi di profughi palestinesi di Sabra e Shatila. È un crimine di guerra e contro l’umanità, una vergogna che infanga la causa palestinese. Non si può ridimensionare questo fatto elencando i crimini di guerra israeliani, né si può giustificare con la barbarie quotidiana che da molti decenni subiscono i palestinesi. All’orrore non esiste giustificazione da qualsiasi parte venga, altrimenti tutti gli orrori, specialmente quelli dei potenti, troveranno sempre la loro giustificazione in nome del fine che giustifica i mezzi. Non è credibile manifestare per i diritti nazionali e umani dei palestinesi se non si condanna nel modo più chiaro e inequivocabile l’atrocità di Hamas e soci.
Quali che siano le aspettative dei capi di Hamas, le caratteristiche terroristiche e gli effetti conseguenti dell’Operazione alluvione obiettivamente dimostrano l’impossibilità di sconfiggere militarmente Israele, il cui potenziale distruttivo, armi nucleari incluse, permane intatto. Conoscendo la storia si può comprendere che la prospettiva di vincere lo Stato di Israele mediante la lotta armata è morta come minimo più di quaranta anni fa, quando l’invasione del Libano da parte di Israele nel giugno 1982 determinò l’espulsione dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina (Olp) da quel Paese. L’Operazione alluvione ne è l’ultimo barbaro ma disperato colpo di coda che ne segna il definitivo fallimento. È provato che sulla via della lotta armata e del terrorismo il popolo palestinese non riuscirà mai ad ottenere giustizia. È diventata un percorso politicamente inutile e uno spreco di vite moralmente inaccettabile.
L’ascesa di Hamas fu il risultato di un altro fallimento: quello di al-Fatah, degli accordi di Oslo e dell’aspirazione a uno Stato indipendente palestinese accanto a quello di Israele. D’altra parte, finché Israele rimarrà costituzionalmente uno Stato etnocentrico e sionista i palestinesi non potranno avere giustizia. A questo punto, l’unico obiettivo perseguibile è dunque quello di un unico Stato multietnico israeliano-palestinese, ovviamente laico perché non sopravviva la faida tra ebraismo e Islam.


