L’associazione Utopia rossa considera suo fondamento politico il principio secondo cui il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi si deve riflettere l’essenza del fine. Non ha programmi politici, come del resto non ne aveva la Prima internazionale. Nonostante le più diverse provenienze ideologiche dei suoi sostenitori, essa ritiene che l’anticapitalismo dilagato dopo l’inizio dell’Antirivoluzione russa (dicembre 1917) sia stato motivato fondamentalmente da idee precapitalistiche, cioè retrograde, e non da progetti di civiltà in grado di superare il capitalismo sviluppando ulteriormente i suoi modelli di democrazia. Ciò spiega anche il prevalere, nella storia della cosiddetta «sinistra», di simpatie per i regimi dittatoriali di ogni specie e colore. Utopia rossa si batte contro l’ulteriore diffusione di ideologie precapitalistiche vecchie e nuove (in campo politico, culturale, ecologico, religioso ecc.), come parte della sua battaglia per il superamento del capitalismo, se si vuole salvare la vita sulla Terra con la sua umanità. In questo senso la sua utopia continua ad essere rossa.

The Red Utopia association considers its political foundation to be the principle that the end does not justify the means, but that the means must reflect the essence of the end. It has no political program, just as the First International did not. Despite the diverse ideological backgrounds of its supporters, it believes that the anti-capitalism that spread after the start of the Russian Anti-Revolution (December 1917) was fundamentally motivated by pre-capitalist – that is, retrograde – ideas, and not by civilizational projects capable of overcoming capitalism and of further developing its democratic models. This also explains the prevalence, throughout the history of the so-called «left», of sympathies for dictatorial regimes of all kinds and colors. Red Utopia fights against the further spread of old and new pre-capitalist ideologies (in the political, cultural, ecological, religious, and other fields) as part of its battle to overcome capitalism, if life on Earth, including its humanity, is to be saved. In this sense, its utopia remains red.

PER SAPERNE DI PIÙ CI SONO UNA COLLANA DI LIBRI E UN BLOG IN VARIE LINGUE…

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giovedì 19 ottobre 2023

PER UN SOLO STATO (MULTIETNICO, LAICO E DEMOCRATICO) IN PALESTINA

di Michele Nobile 

 

1. L’azione di Hamas: un’operazione barbara e terroristica

I commentatori hanno paragonato l’Operazione alluvione Al-Aqsa a diversi eventi storici, ad esempio a Pearl Harbour (quanto a sorpresa e impatto dell’attacco) e all’offensiva del Têt (benché arginata, l’offensiva nordvietnamita del 1968 spinse l’amministrazione statunitense a iniziare trattative di pace). Scegliendo come data dell’attacco il sette ottobre Hamas, Jihad Islamico e le organizzazioni alleate ovviamente evocano l’attacco a sorpresa di Egitto e Siria a Israele nello Yom Kippur del 1973, di cui il giorno precedente ricorreva il 50° anniversario. 

Per tipologia delle forze d’attacco, impatto psicologico e ferocia dell’assalto sono tra coloro per cui il paragone più pertinente è con gli attentati terroristici di Al Qaida dell’undici settembre 2001. Degli almeno 1.300 israeliani uccisi nell’incursione, la stragrande maggioranza erano civili, ebrei d’entrambi i sessi e di tutte le età, tra cui molte decine di arabi israeliani, ai quali si devono aggiungere i feriti e circa 200 ostaggi rapiti. Nel complesso, il numero di israeliani uccisi in poche ore nell’Operazione alluvione Al-Aqsa è più di quattro volte il totale di quelli caduti nei quindici anni tra il 2008 e il settembre 2023. 

Nella valutazione delle conseguenze politiche e militari della complessa e sorprendente operazione di Hamas non si può prescindere dal suo carattere terroristico più che bellico nel senso usuale, non era cioè diretta a colpire la forza armata nemica e/o ad assumere il controllo del territorio. Benché carico di connotazioni negative e utilizzato spesso in modo più strumentalmente moralistico che razionalmente etico-politico, uso qui il termine «terrorismo» in modo descrittivo: come azione di un individuo o di un gruppo organizzato, il cui valore non risiede primariamente nel danno materiale inferto, ma nell’importanza simbolica del gesto in sé; obiettivo reale è incidere sulla volontà di lotta e l’orientamento dell’avversario politico e/o sociale, dunque con finalità di vendetta e intimidazione deterrente, oppure come gesto esemplare che ha l’intento di suscitare consenso e d’indicare - al popolo o alla classe di riferimento - la giusta strada da seguire: finalità che possono combinarsi. Bisogna anche distinguere il terrorismo messo in atto in nome di un popolo oppresso o di una classe dominata dal terrorismo di Stato come pratica di una casta o classe dominante: la distinzione è politicamente rilevante perché la coerenza tra il mezzo impiegato e la finalità può essere molto diversa nei due casi, tale da produrre effetti lontani da quelli desiderati o dichiarati. Ciò vale specialmente per i popoli oppressi e la classe dominata: il terrorismo tende a sostituire la guerra d’apparato alla lotta, all’organizzazione e all’autodifesa dei movimenti sociali.  

L’operazione lanciata da Hamas e altre organizzazioni aspira a conseguire le finalità terroristiche indicate: intimidazione nei confronti del terrorismo di Stato israeliano e dell’estremismo sionista, vendetta per le morti e le sofferenze dei palestinesi, gesto «esemplare» con cui si chiamano i palestinesi e i popoli e gli Stati arabi alla lotta per la giustizia e la liberazione dal dominio sionista e occidentale. 

Quel che è orribilmente «ordinario» per Gaza è invece straordinario per Israele e perciò psicologicamente e politicamente traumatico. Tuttavia, trauma non equivale necessariamente a paralisi. Se prima d’ottobre il governo decisamente di destra di Benjamin Netanyahu era in grave difficoltà, ora si è formato un governo d’unità nazionale; è stato dichiarato lo stato di guerra, per la prima volta dal 1973; i riservisti - in agosto più di 10.000 avevano dichiarato di non intendere servire se Netanyahu non avesse rinunciato alla sua riforma del sistema giudiziario - sono mobilitati: 360.000. 

Non è possibile che, per quanto fanatici e ottimisticamente speranzosi nell’aiuto esterno, i capi di Hamas e delle altre organizzazioni abbiano sottovalutato la distruttività della rappresaglia di Israele a fronte di un’azione di tale portata. Era assolutamente ovvio che l’attacco di Hamas e delle altre organizzazioni avrebbe condannato i palestinesi di Gaza a terribili e inutili sofferenze: al 18 ottobre erano già stati uccisi 3.478 palestinesi nella striscia di Gaza, tra cui 853 bambini (al 17) e 64 in Cisgiordania, i feriti nelle due regioni sono rispettivamente 12.500 e 1.284 (dati United Nations Office for the Coordination of Humanitarian Affairs). Su questo non ci si può fare nessuna illusione, si può solo sperare che si permetta al maggior numero possibile d’abitanti di Gaza di portarsi in salvo, invece di rimanere sotto assedio a fare da «scudi umani» per Hamas e «danni collaterali» per gli israeliani. E quali che siano le loro motivazioni ed obiettivi reali, discussi nel seguito dell’articolo, i capi palestinesi non possono non aver messo in conto la possibilità - se non la certezza - dell’annientamento militare. L’orografia di Gaza non è quella del Libano meridionale - dove è presente in forze Hezbollah - che con la sua complessità è favorevole alla difesa; la striscia di Gaza ha le dimensioni della seconda più piccola provincia italiana (Prato), non consente una difesa in profondità; non ha contiguità con Paesi - la Siria e l’Iran - che potrebbero sostenerla con rifornimenti d’armi e può essere completamente bloccata: in pratica Hamas non ha un retroterra logistico; le capacità militari e la qualità dell’arsenale di Hamas e Jihad Islamico sono molto inferiori a quelle di Hezbollah e presumibilmente hanno già scaricato la massa di razzi a disposizione. 

L’Operazione alluvione Al-Aqsa è stata l’esatto contrario di un’insurrezione popolare spontanea(che può risultare da e coinvolgere l’azione di un’organizzazione ma non è da essa determinata) e della prima Intifada, che fu il momento di massima simpatia per la causa palestinese. Allora fu veramente una sfida tra la fionda di Davide e la forza bruta del colosso Golia. Quella del 2023 è invece un’operazione terroristica freddamente deliberata, non un’esplosione di rabbia popolare

Detto questo è possibile passare dalla descrizione alla valutazione etico-politica, le cui ragioni approfondisco oltre. 

Per il popolo palestinese l’Operazione alluvione Al-Aqsa è una catastrofe umana, che non consegue da un errore di valutazione o da effetti non intenzionali e non prevedibili da parte di chi l’ha decisa. Agente materiale della catastrofe è la forza armata israeliana, ma la responsabilità politica è interamente di Hamas e alleati. Hamas usa i palestinesi di Gaza come carne da cannone per i propri scopi di potere. Hamas è un nemico della causa palestinese. Sono i palestinesi i primi interessati a eliminare Hamas e soci

Per gli israeliani e per il mondo, l’Operazione di Hamas è un atto di barbarie degno dei pogrom dei centoneri russi al tempo dello Zar o della nazista Notte dei cristalliÈ un orrore che ancora si uccidano ebrei in quanto ebrei. È un crimine al pari del massacro dei campi di profughi palestinesi di Sabra e Shatila. È un crimine di guerra e contro l’umanità, una vergogna che infanga la causa palestinese. Non si può ridimensionare questo fatto elencando i crimini di guerra israeliani, né si può giustificare con la barbarie quotidiana che da molti decenni subiscono i palestinesi. All’orrore non esiste giustificazione da qualsiasi parte venga, altrimenti tutti gli orrori, specialmente quelli dei potenti, troveranno sempre la loro giustificazione in nome del fine che giustifica i mezzi. Non è credibile manifestare per i diritti nazionali e umani dei palestinesi se non si condanna nel modo più chiaro e inequivocabile l’atrocità di Hamas e soci

Quali che siano le aspettative dei capi di Hamas, le caratteristiche terroristiche e gli effetti conseguenti dell’Operazione alluvione obiettivamente dimostrano l’impossibilità di sconfiggere militarmente Israele, il cui potenziale distruttivo, armi nucleari incluse, permane intatto. Conoscendo la storia si può comprendere che la prospettiva di vincere lo Stato di Israele mediante la lotta armata è morta come minimo più di quaranta anni fa, quando l’invasione del Libano da parte di Israele nel giugno 1982 determinò l’espulsione dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina (Olp) da quel Paese. L’Operazione alluvione ne è l’ultimo barbaro ma disperato colpo di coda che ne segna il definitivo fallimento. È provato che sulla via della lotta armata e del terrorismo il popolo palestinese non riuscirà mai ad ottenere giustizia. È diventata un percorso politicamente inutile e uno spreco di vite moralmente inaccettabile

L’ascesa di Hamas fu il risultato di un altro fallimento: quello di al-Fatah, degli accordi di Oslo e dell’aspirazione a uno Stato indipendente palestinese accanto a quello di Israele. D’altra parte, finché Israele rimarrà costituzionalmente uno Stato etnocentrico e sionista i palestinesi non potranno avere giustizia. A questo punto, l’unico obiettivo perseguibile è dunque quello di un unico Stato multietnico israeliano-palestinese, ovviamente laico perché non sopravviva la faida tra ebraismo e Islam. 

domenica 29 ottobre 2017

DONALD TRUMP Y LA INDUSTRIA DE GUERRA: NADA HA CAMBIADO, por Marcelo Colussi

IN DUE LINGUE (Spagnolo, Inglese)
EN DOS IDIOMAS (Español, Inglés)

El [Trump] habló sobre cómo durante su administración los Estados Unidos serán testigos de la mayor acumulación militar en la historia del país. ¿Quién se beneficia? Bueno, el Pentágono, los contratistas de defensa y los trabajadores en algunos estados particulares.
(Donald Abelson, Universidad de Western Ontario)

Durante su campaña presidencial, Donald Trump tuvo la osadía (¿bravuconada?, ¿estupidez quizá?, ¿mal cálculo político?) de preguntarse si era conveniente continuar la guerra en Siria y la tirantez con Rusia.
Probablemente cruzó por su cabeza la idea de poner énfasis, en lo fundamental, en el impulso a una alicaída economía doméstica, que paulatinamente va haciendo descender el nivel de vida de los ciudadanos estadounidenses comunes.
Sus afiebradas promesas de hacer retornar a suelo patrio la industria deslocalizada –trasladada a otros puntos del mundo con mano de obra más barata– no parecen haber pasado de vano ofrecimiento. Unos pocos meses después, a menos de un año de su administración, puede verse cómo la política exterior estadounidense sigue siendo marcada por el todopoderoso complejo militar-industrial, y las guerras se suceden interminables.
Y el presidente es su principal y alegre defensor.
A unos pocos días de su asunción como primer mandatario, el 27 de enero emitió el “Memorando Presidencial para Reconstruir las Fuerzas Armadas de Estados Unidos”, una más que clara determinación de concederle poderes ilimitados a la omnipotente industria militar de su país.
En la Sección 1 de dicho documento, titulada “Política”, puede constatarse que “Para alcanzar la paz por medio de la fuerza, será política de los Estados Unidos reconstruir sus Fuerzas Armadas”. El mensaje no deja lugar a dudas. Casi inmediatamente después de la firma de ese memorando, comienzan los grandes negocios de la industria bélica.
Empresas fabricantes de ingenios militares como Lockheed Martin (la mayor contratista del Pentágono, especializada en aviones de guerra como el F-16 y los helicópteros Black Hawk), Boeing Company (productora de los bombarderos B-52 y los helicópteros Apache y Chinook), BAE Systems Inc. (vehículos aeroespaciales, buques de guerra, municiones, sistemas de guerra terrestre), Northrop Grumman Corporation (primer constructor de navíos de combate), Raytheon Company (fabricante de los misiles Tomahawk), General Dynamics Corporation (quien aporta tanques de combate y sistemas de vigilancia), Honeywell Aerospace (industria espacial), DynCorp International (monumental empresa que presta servicios de logística y mantenimiento de equipos militares) –compañías todas que para el año 2016 registraron ventas por casi un billón de dólares, teniendo incrementos desde el 2010 de un 60% en sus ganancias– se sienten exultantes: la “guerra infinita” que iniciara algunos años atrás con la “batalla contra el terrorismo” no parece detenerse.
La necesidad perpetua de renovar equipos y toda la parafernalia militar asociada promete ingentes ganancias. Todo indica que esa rama industrial sigue marcando el paso de la política imperial.
No hay dudas que la pujanza de la economía estadounidense no es hoy similar a lo que fuera en la inmediata posguerra de la Segunda Guerra Mundial y esos primeros años de triunfalismo desbordado (hasta la crisis del petróleo en la década de los 70), cuando era la superpotencia intocable.
Ello no significa que está agotado el imperio estadounidense, pero sí que comienza un lento declive.
De ahí que la omnímoda presencia militar en el mundo le puede asegurar el mantenimiento de su supremacía como poder hegemónico al aparecer nuevos actores que le hacen sombra –BRICS (Brasil, Rusia, India, China y Sudáfrica) y Unión Europea–, al par que dinamizar muy profundamente su propia economía (3.5% de su producto bruto interno lo aporta el complejo militar-industrial, generando enormes cantidades de puestos de trabajo).
El 23 de febrero, un mes después de haber tomado posesión de su cargo en la Casa Blanca, Donald Trump declaraba provocador que Estados Unidos estaría reconstruyendo su arsenal atómico, dado que se había “quedado atrás” en términos comparativos con Rusia, y que será “el mejor de todos” para asegurar que se colocaría “a la cabeza del grupo” de las potencias nucleares.
Para darle operatividad a sus altisonantes declaraciones, propuso un aumento de casi el 17% del presupuesto de las Fuerzas Armadas. Ello podrá hacerse sacrificando con drásticas reducciones presupuestos sociales, tales como educación, medio ambiente, inversión en investigación científica, cultura y cooperación internacional.
El actual presupuesto para las Fuerzas Armadas es de 639.000 millones de dólares, lo que representa un 9% más de lo destinado a gastos militares en el último ejercicio fiscal del ex presidente Barack Obama. Esa monumental cifra está destinada, básicamente, a la adquisición de nuevas armas estratégicas, a renovar profundamente la marina de guerra y a la preparación de tropas.

venerdì 28 aprile 2017

TRES MESES DE DONALD TRUMP: MÁS DE LO MISMO, por Marcelo Colussi

IN DUE LINGUE (Spagnolo, Inglese)
EN DOS IDIOMAS (Español, Inglés)

© Dominick Reuter
Ya pasaron más de tres meses de la asunción de Donald Trump como presidente de la primera potencia capitalista del mundo: Estados Unidos de América. Nada ha cambiado. Si alguien había pensado que algo podía cambiar con su llegada a la Casa Blanca, se equivocaba de cabo a rabo. ¿Por qué habría de cambiar?
En todo caso, el discurso que levantó el magnate durante su campaña presidencial pudo hacer pensar -equivocadamente, por supuesto- en algún cambio coyuntural. Ante la actual crisis que vive la economía estadounidense, su propuesta apuntaba, al menos en la declamación, a un intento de renacimiento de la alicaída industria nacional.
Pero ahí viene el espejismo. Lo que está alicaído es el poder adquisitivo de la clase trabajadora estadounidense: sus empresas siguen prósperas, muy saludables, manejando el panorama con perspectivas de futuro. Si bien es cierto que, en términos técnico-contables, la producción bruta de China ha superado a la de Estados Unidos, el país americano sigue siendo aún el líder mundial en económia, política, tecnológia y militarmente.
De las más corpulentas empresas a nivel global, las once más grandes tienen su casa matriz en territorio estadounidense, siendo 54 de ese origen las más capitalizadas entre las primeras 100 de todo el planeta. Siguen manejando todos los dominios: petróleo (ExxonMobil Corporation, ChevronTexaco Corporation), tecnologías de la comunicación (Apple Inc., Microsoft, Google Inc., Facebook, Inc., Hollywood), banca (Wells Fargo & Co., JPMorgan Chase & Co., Berkshire Hathaway Inc.), química (Johnson & Johnson, Procter & Gamble Co., Pfizer, Inc.) y, por supuesto, industria militar (Lockheed Martin, Boeing Company, BAE Systems Inc., Northrop Grumman Corporation, Raytheon Company, General Dynamics Corporation, Honeywell Aerospace, Halliburton Company. Todos estos capitales del complejo industrial-militar registraron ventas en 2016 por casi un billón de dólares, teniendo además incrementos desde 2010 de un 60%, por lo que para ellos, claramente, no cuenta la crisis económica).
Hay decadencia, y como ha sucedido con todo imperio en la historia, parece haber llegado ya al pico máximo de su expansión, habiendo comenzado su lento declive. Pero lejos está de ser un imperio derrotado: sigue marcando el ritmo en infinidad de aspectos.
Inmediatamente después de terminada la Segunda Guerra Mundial, el país americano era la gran potencia capitalista dominadora de la escena. Única nación con poder nuclear en ese entonces, aportaba el 52% de todo el producto bruto mundial. En este momento ya no detenta el monopolio de la bomba atómica (al menos Rusia y China son sus rivales en paridad), y su aporte a la producción global ha descendido al 18%.
Sin dudas, no sigue en expansión, tal como sucedió desde mediados del siglo XIX y durante todo el XX. De todos modos, aunque ya comienza a ser puesto en entredicho, su moneda, el dólar, sigue siendo en buena medida la divisa universal. Y el inglés, aún hoy, la lingua franca obligada. Hollywood, mal que nos pese, es el referente cultural del planeta, tanto como la Coca-Cola o el McDonald’s.

RED UTOPIA ROJA – Principles / Principios / Princìpi / Principes / Princípios

a) The end does not justify the means, but the means which we use must reflect the essence of the end.

b) Support for the struggle of all peoples against imperialism and/or for their self determination, independently of their political leaderships.

c) For the autonomy and total independence from the political projects of capitalism.

d) The unity of the workers of the world - intellectual and physical workers, without ideological discrimination of any kind (apart from the basics of anti-capitalism, anti-imperialism and of socialism).

e) Fight against political bureaucracies, for direct and councils democracy.

f) Save all life on the Planet, save humanity.

g) For a Red Utopist, cultural work and artistic creation in particular, represent the noblest revolutionary attempt to fight against fear and death. Each creation is an act of love for life, and at the same time a proposal for humanization.

* * *

a) El fin no justifica los medios, y en los medios que empleamos debe estar reflejada la esencia del fin.

b) Apoyo a las luchas de todos los pueblos contra el imperialismo y/o por su autodeterminación, independientemente de sus direcciones políticas.

c) Por la autonomía y la independencia total respecto a los proyectos políticos del capitalismo.

d) Unidad del mundo del trabajo intelectual y físico, sin discriminaciones ideológicas de ningún tipo, fuera de la identidad “anticapitalista, antiimperialista y por el socialismo”.

e) Lucha contra las burocracias políticas, por la democracia directa y consejista.

f) Salvar la vida sobre la Tierra, salvar a la humanidad.

g) Para un Utopista Rojo el trabajo cultural y la creación artística en particular son el más noble intento revolucionario de lucha contra los miedos y la muerte. Toda creación es un acto de amor a la vida, por lo mismo es una propuesta de humanización.

* * *

a) Il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi che impieghiamo dev’essere riflessa l’essenza del fine.

b) Sostegno alle lotte di tutti i popoli contro l’imperialismo e/o per la loro autodeterminazione, indipendentemente dalle loro direzioni politiche.

c) Per l’autonomia e l’indipendenza totale dai progetti politici del capitalismo.

d) Unità del mondo del lavoro mentale e materiale, senza discriminazioni ideologiche di alcun tipo (a parte le «basi anticapitaliste, antimperialiste e per il socialismo».

e) Lotta contro le burocrazie politiche, per la democrazia diretta e consigliare.

f) Salvare la vita sulla Terra, salvare l’umanità.

g) Per un Utopista Rosso il lavoro culturale e la creazione artistica in particolare rappresentano il più nobile tentativo rivoluzionario per lottare contro le paure e la morte. Ogni creazione è un atto d’amore per la vita, e allo stesso tempo una proposta di umanizzazione.

* * *

a) La fin ne justifie pas les moyens, et dans les moyens que nous utilisons doit apparaître l'essence de la fin projetée.

b) Appui aux luttes de tous les peuples menées contre l'impérialisme et/ou pour leur autodétermination, indépendamment de leurs directions politiques.

c) Pour l'autonomie et la totale indépendance par rapport aux projets politiques du capitalisme.

d) Unité du monde du travail intellectuel et manuel, sans discriminations idéologiques d'aucun type, en dehors de l'identité "anticapitaliste, anti-impérialiste et pour le socialisme".

e) Lutte contre les bureaucraties politiques, et pour la démocratie directe et conseilliste.

f) Sauver la vie sur Terre, sauver l'Humanité.

g) Pour un Utopiste Rouge, le travail culturel, et plus particulièrement la création artistique, représentent la plus noble tentative révolutionnaire pour lutter contre la peur et contre la mort. Toute création est un acte d'amour pour la vie, et en même temps une proposition d'humanisation.

* * *

a) O fim não justifica os médios, e os médios utilizados devem reflectir a essência do fim.

b) Apoio às lutas de todos os povos contra o imperialismo e/ou pela auto-determinação, independentemente das direcções políticas deles.

c) Pela autonomia e a independência respeito total para com os projectos políticos do capitalismo.

d) Unidade do mundo do trabalho intelectual e físico, sem discriminações ideológicas de nenhum tipo, fora da identidade “anti-capitalista, anti-imperialista e pelo socialismo”.

e) Luta contra as burocracias políticas, pela democracia directa e dos conselhos.

f) Salvar a vida na Terra, salvar a humanidade.

g) Para um Utopista Vermelho o trabalho cultural e a criação artística em particular representam os mais nobres tentativos revolucionários por lutar contra os medos e a morte. Cada criação é um ato de amor para com a vida e, no mesmo tempo, uma proposta de humanização.