L’associazione Utopia rossa considera suo fondamento politico il principio secondo cui il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi si deve riflettere l’essenza del fine. Non ha programmi politici, come del resto non ne aveva la Prima internazionale. Nonostante le più diverse provenienze ideologiche dei suoi sostenitori, essa ritiene che l’anticapitalismo dilagato dopo l’inizio dell’Antirivoluzione russa (dicembre 1917) sia stato motivato fondamentalmente da idee precapitalistiche, cioè retrograde, e non da progetti di civiltà in grado di superare il capitalismo sviluppando ulteriormente i suoi modelli di democrazia. Ciò spiega anche il prevalere, nella storia della cosiddetta «sinistra», di simpatie per i regimi dittatoriali di ogni specie e colore. Utopia rossa si batte contro l’ulteriore diffusione di ideologie precapitalistiche vecchie e nuove (in campo politico, culturale, ecologico, religioso ecc.), come parte della sua battaglia per il superamento del capitalismo, se si vuole salvare la vita sulla Terra con la sua umanità. In questo senso la sua utopia continua ad essere rossa.

The Red Utopia association considers its political foundation to be the principle that the end does not justify the means, but that the means must reflect the essence of the end. It has no political program, just as the First International did not. Despite the diverse ideological backgrounds of its supporters, it believes that the anti-capitalism that spread after the start of the Russian Anti-Revolution (December 1917) was fundamentally motivated by pre-capitalist – that is, retrograde – ideas, and not by civilizational projects capable of overcoming capitalism and of further developing its democratic models. This also explains the prevalence, throughout the history of the so-called «left», of sympathies for dictatorial regimes of all kinds and colors. Red Utopia fights against the further spread of old and new pre-capitalist ideologies (in the political, cultural, ecological, religious, and other fields) as part of its battle to overcome capitalism, if life on Earth, including its humanity, is to be saved. In this sense, its utopia remains red.

PER SAPERNE DI PIÙ CI SONO UNA COLLANA DI LIBRI E UN BLOG IN VARIE LINGUE…

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lunedì 2 aprile 2018

CARI COMPAGNI DI UTOPIA ROSSA…, di Giorgio Amico

Cyril Lionel Robert James (1901–1989)
Caro Roberto [Massari] e cari compagni di Utopia Rossa,

colgo l’occasione per dare atto a quanto ci siamo detti qualche giorno fa. Da anni seguo Utopia Rossa e in particolare la vostra attività (a cui un pochino ho anche collaborato). Oggi credo sia venuto il momento di formalizzare questa collaborazione. Perché? E soprattutto, perché adesso? Perché mai come in questo momento è necessaria una radicale reinterpretazione dell’esperienza complessiva (teorica e politica) di quello che un tempo chiamavamo «movimento operaio». Un confronto con il passato, ma anche un tentativo di analisi del presente, di cosa sia oggi «la classe», come si rappresenti, come si autorganizzi in un vuoto di studi e di interessi (altro che Potere al Popolo!) che pare negarne l’esistenza stessa, relegandola in una zona grigia fra ceto medio impoverito e marginalità.
Ci vogliono coraggio, cuore e testa, e Utopia Rossa in questi anni ha dimostrato di possederli. C’è bisogno di comunità di studi e di esperienze di vita. Quella comunità che affascinò tanto il giovane Marx da trasformargli per sempre l’esistenza. Ricordi il passo dei Manoscritti sulle riunioni degli ouvriers comunisti francesi? Questo clima fraterno lo vedo in Utopia Rossa e l’ho ritrovato nelle giornate di Cosio d’Arroscia.
Come sai, sto lavorando ad una ricerca su C.L.R. James, che, quasi unico fra i marxisti rivoluzionari del Novecento, mise al centro del suo lavoro la capacità dei lavoratori (dagli schiavi delle piantagioni di Haiti ai colletti blu di Detroit) di elaborare forme di coscienza e pratiche di lotte dal forte contenuto libertario. Mi piacerebbe che questa mia ricerca diventasse parte del patrimonio comune di Utopia Rossa, che contro venti e maree, ostinatamente, continua a ricordare come l’emancipazione dei lavoratori non potrà che essere il prodotto dell’attività dei lavoratori stessi. Un robusto percorso libertario, senza «-ismi» ideologici e personalismi gruppettari, che sarei onorato e felice di fare insieme con te e gli altri compagni del comitato redazionale.
Un abbraccio fraterno,

Giorgio Amico
(28 marzo 2018)


Giorgio Amico (Imperia, 1949) vive a Savona, dove amministra il blog Vento Largo. Le sue opere in volume sono:
Operai e comunisti. La Resistenza a Savona (1943-1945) (2004)
Il rinnegato Korsch. Storia di un’eresia comunista (2004)
Un comunista senza rivoluzione. Arrigo Cervetto (con Yurii Colombo, 2005)
Le illusioni d’Itaca (2005)
Wifredo Lam. Il grande surrealista cubano (2006)
I fuochi di San Giovanni. Aspetti di una festa millenaria (2016)

giovedì 3 agosto 2017

PSEUDOPOPULISMO E STILE PARANOIDE IN POLITICA, di Michele Nobile

Informiamo il lettore che il saggio qui pubblicato costituisce il seguito di «Donald Trump: vedette pseudopopulista della società dello spettacolo», apparso sul blog qualche settimana fa a firma dello stesso Nobile. Chi fosse interessato ad approfondire i concetti di stile paranoide in politica e personalità autoritaria potrà trovare un utile compendio nelle schede di psicopatologia politica presenti sul nostro sito. [la Redazione]

INDICE: 1. La critica dello stile paranoide in politica di Richard Hofstadter come prototipo della visione contemporanea del populismo - 2. Pseudoconservatorismo e new right americana - 3. Lo stile paranoide in politica - 4. Pseudoconservatorismo e politica basata sullo status sociale - 5. Controcritica della critica elitaria e centrista di Hofstadter al populismo - 6. Prospettive: liberarsi della critica elitaria del populismo - 7. Prospettive: per un buon uso del concetto di stile politico paranoide e per la critica del complottismo, in particolare di sinistra - 8. Prospettive: liberarsi della nostalgia per la «democrazia dei partiti» liberaldemocratica e assumere lo pseudopopulismo e lo pseudoconservatorismo come tratti tipici della postdemocrazia - Bibliografia

Io dico che coloro che dannono i tumulti intra i Nobili e la Plebe,
mi pare che biasimino quelle cose che furono prima causa del tenere libera Roma
e che considerino più a’ romori ed alle grida che di tali tumulti nascevano,
che a’ buoni effetti che quelli partorivano; […]
(Niccolò Machiavelli, Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio, libro I, capitolo 4)

University of Chicago Press, 1979
1. La critica dello stile paranoide in politica di Richard Hofstadter come prototipo della visione contemporanea del populismo
Tra i più brillanti storiografi nordamericani, Richard Hofstadter impiegò i concetti di pseudoconservatorismo e di stile politico paranoide per criticare la «caccia alle streghe» anticomunista del maccartismo e la mentalità della new right statunitense a cavaliere degli anni ‘50 e ‘60 del secolo scorso. Recentemente il concetto di stile paranoide è stato applicato al movimento del Tea Party e a Donald Trump1.
L’interesse per The paranoid style in American politics di Hofstadter valica l’Atlantico e la politica nordamericana perché, se ne abbia o meno la consapevolezza, per finalità, per metodo e per l’enfasi posta sullo stile della comunicazione politica i saggi di questa raccolta sono il prototipo degli studi contemporanei che caratterizzano il populismo come una particolare ideologia o retorica o stile o strategia di comunicazione - al limite, un «significante vuoto» - che faccia appello al popolo contro l’élite secondo uno schema dicotomico. Lo storico nordamericano non insistette in modo particolare sulla funzione del capo carismatico e sulla sua relazione diretta con il pubblico, ma l’aggiunta di queste due variabili non altera sostanzialmente i parametri dell’analisi. È anche interessante che Hofstadter riconoscesse apertamente di essere in debito con lo studio The authoritarian personality curato da Theodor W. Adorno, di cui tuttavia non condivideva del tutto il metodo e le conclusioni2. Fatto non casuale perché, come si vedrà, la visione del mondo e la posizione politica dello storico liberal era molto diversa da quella dei francofortesi.
Il nocciolo della questione è che, per quanto ci si sforzi d’impiegare le nozioni di stile paranoide e di populismo come stile in modo meramente descrittivo e avalutativo, esse hanno un intrinseco valore connotativo e normativo. Più precisamente, il metodo di Hofstadter era coerente con la sua posizione liberal e una determinata visione della modernizzazione e dell’evoluzione sociale e culturale del capitalismo nordamericano, per cui la normalità politica era definita dall’eredità del New Deal in politica interna e dall’impegno «internazionalista» nella politica estera degli Stati Uniti. A Hofstadter si deve riconoscere l’onestà e la lucidità intellettuale d’averlo riconosciuto; invece ai suoi lontani epigoni nordamericani ed europei questa lucidità pare far difetto. Ciò ha gravi implicazioni, perché l’acritica applicazione di una metodologia e di un punto di vista simile a quello di Hofstadter ai fenomeni oggi solitamente indicati come «populisti» ha l’effetto di sottovalutare la portata della complessiva trasformazione postdemocratica dei partiti e dei sistemi politici o, nel migliore dei casi, ne rende più difficile una coerente concettualizzazione.
Occorre rendersi conto che il formalismo sociologico centrato sulla definizione di uno specifico stile comunicativo populista incorre nello stesso problema della definizione formale dell’economia come scelta dell’allocazione di risorse scarse tra fini alternativi: per quanto apparentemente neutrale, questa formuletta è in realtà «imperialistica» - nel senso che ha una latitudine amplissima e può essere applicata a fenomeni tra loro diversissimi - ed è carica di un contenuto implicito ben definito, che naturalizza il capitalismo.
Il formalismo centrato su stile e generiche variabili è all’origine dell’iperinflazione dell’uso del termine populismo, per lo più come connotazione negativa; che è fenomeno ben noto agli studiosi e da essi spesso deprecato, tuttavia ciò non ha indotto una seria riflessione autocritica sul metodo d’analisi impiegato e sulle responsabilità dell’iperinflazione del termine3. Sicché, se nei lavori più attenti si afferma che i populismi latinoamericani sono diversi da quelli dell’Europa contemporanea, questa corretta constatazione è poi invalidata da analogie sommarie, dall’evocazione dello spettro del regime populistico, dall’indifferenziazione tra il regime di Perón e quello di Getúlio Vargas4. Anche più grave per le implicazioni politiche è l’assenza di riflessioni sulla differenza tra movimenti populisti e popolari all’opposizione e regimi populisti burocratizzati e consolidati; sulle tensioni interne al populismo di base e sulle sue potenzialità di radicalizzazione - e superamento - in direzione anticapitalista.
I termini politici sono carichi di connotazioni, specialmente quelli che hanno già una storia reale e teorica, che nel caso del populismo è anche abbastanza lunga, ricca e certamente contrastata. Per fare un esempio: non è affatto indifferente dire «imperialismo» oppure «globalizzazione», perché il primo termine evoca immediatamente un giudizio politico univoco e un certo campo di discussione teorica, il secondo giudizi che possono variare fra l’ottimistico entusiasmo e la critica pessimistica. Tuttavia, se intellettualmente coerenti, gli opposti giudizi sulla globalizzazione hanno come presupposto il modello normativo di uno spazio economico mondiale perfettamente concorrenziale e tendente all’omogeneità: un concetto molto diverso da quello dell’imperialismo come caratterizzato dallo sviluppo ineguale e combinato5. In modo simile, l’iperinflazione del populismo genera confusione e non è altro che l’effetto conseguente dell’«imperialismo» e del formalismo di cui sopra.
I problemi con l’uso del termine populismo nascono dal fatto che con lo stesso nome si indicano «cose» molto diverse: sia la protesta di massa e la rivolta - anche armata - contro le élite del potere economico e politico; sia una strategia di comunicazione e manipolazione da parte di attori politici che non hanno alcuna intenzione di intaccare l’ordine economico e politico e che fanno già parte dell’élite o aspirano a entrarvi. Ha senso parlare di populismo nel primo caso ma non nel secondo, che in effetti non ha nulla a che fare con l’assai varia e discussa classe dei movimenti populisti antioligarchici della Russia zarista, dei farmers statunitensi, della Rivoluzione messicana, dell’Apra peruviano, del Nicaragua, del peronismo argentino, della Bolivia, di Cuba e via elencando. Per il secondo caso occorre usare altri termini: ad esempio pseudopopulismo, un concetto affine al «populismo dei politici» di Margaret Canovan6.
Lo pseudopopulismo è la retorica che si rende necessaria in un sistema liberale nel quale esiste la competizione fra i partiti per il consenso elettorale, ma che è estremamente selettivo nei confronti dei bisogni sociali dei lavoratori, di fatto esclusi dalla rappresentanza parlamentare: è la democrazia ridotta a mera procedura di selezione dei quadri dell’élite, il sistema della politica e della cittadinanza ridotte a variabili dipendenti degli interessi immediati del «mercato», cioè del capitale nazionale e internazionale, la postdemocrazia. Quindi, se è vero che i partiti che si presentano come «alternativi» a quelli di governo hanno materia abbondante per la mobilitazione elettorale del risentimento e della delusione dei cittadini - facendo ricorso alla retorica pseudopopulista dai toni più accessi, anti-elitari ed etnocentrici - lo pseudopopulismo è però ampiamente utilizzato anche dai partiti dominanti di centro-sinistra e di centro-destra, non solo reattivamente ma proprio perché la postdemocrazia richiede che si presenti all’elettorato una buona amministrazione dell’esistente secondo criteri imparziali da parte di un governo forte e stabile, guidato da un leader efficiente e responsabile davanti al popolo. A questo corrisponde la rappresentazione retorica di un popolo indifferenziato, privo di contrasti che non siano quelli generati dalla patologica resistenza all’inevitabile e dagli interessi partigiani e corporativi.
È da notarsi che il concetto di pseudoconservatorismo, che per Hofstadter designava il contenuto specifico della sua interpretazione della new right, non ha avuto la stessa fortuna dello stile politico paranoide, il prototipo delle interpretazioni contemporanee dei fenomeni indicati come populisti. Un primo problema con l’impostazione dello storico statunitense sorge dal fatto che lo pseudoconservatorismo paranoide, che egli considerava un fatto di minoranza, nel frattempo ha fatto molta strada e ha assunto dimensioni niente affatto marginali: per molti riuscì a conquistare la presidenza già con Ronald Reagan e sicuramente con Donald Trump.
La critica dei presupposti metodologici e politici del lavoro dello storico americano è utile a chiarire i problemi posti da un certo utilizzo del termine populismo e a fondare un buon uso della fenomenologia dello stile paranoide. Si tratta di un bel groviglio: per scioglierlo occorrono pazienza e diversi passaggi.

2. Pseudoconservatorismo e new right americana
Nella primavera del 1954 Hofstadter tenne una conferenza intorno alla pseudo-conservative revolt, intervento poco dopo pubblicato come saggio. L’anno è importante: la fase acuta della «caccia alle streghe» anticomunista, che aveva come principale inquisitore il senatore Joseph McCarthy, iniziava a declinare - nel dicembre di quell’anno McCarthy venne censurato dal Senato in seguito al suicidio del collega Lester C. Hunt - ma non era ancora terminata. Ebbene, lo storico si riferiva proprio a McCarthy e a molti dei suoi seguaci come coloro che, «benché pensino di essere conservatori e di solito impieghino la retorica del conservatorismo, mostrano i segni di un’insoddisfazione seria e senza requie nei confronti della vita sociale americana, delle sue tradizioni e delle sue istituzioni». Questi - continuava - hanno in realtà «poco in comune con lo spirito temperato e portato all’accomodamento del vero conservatore; invece nella loro politica si esprime un «odio inconscio ma profondo nei confronti della nostra società»7: un atteggiamento che venne definito da Hofstadter come pseudoconservatore, termine ripreso dagli Studi sulla personalità autoritaria. Lo storico enfatizzò le caratteristiche psicologiche degli pseudoconservatori: l’idea di essere spiati, di essere vittime di un complotto, di «considerare il proprio Paese così debole da essere sempre sul punto di cadere vittima della sovversione».
Gli pseudoconservatori del tempo non erano soltanto duramente ostili alle politiche del governo federale - come il decano repubblicano Robert Taft - ma ritenevano che l’amministrazione fosse infiltrata in profondità da agenti comunisti; consideravano ogni fallimento, errore e oscillazione nei confronti dell’Unione Sovietica e della Cina popolare non come fatti fisiologici della lotta politica, ma come deliberato tradimento. I più fanatici ritenevano fossero comunisti i presidenti Roosevelt (democratico) e Eisenhower (repubblicano), o George Marshall, l’autore del celebre piano di aiuti economici all’Europa che fu il detonatore della Guerra Fredda (Marshall - un generale - fu capo di Stato maggiore durante la Seconda guerra mondiale, poi segretario di Stato e segretario alla Difesa durante l’amministrazione democratica di Truman: non esattamente un’innocente «colomba»). Il fondatore della John Birch Society, Robert H.W. Welch Jr., giunse a definire il presidente Eisenhower a dedicated, conscious agent of the Communist conspiracy e il segretario di Stato John Foster Dulles - un guerriero della Guerra Fredda! - a Communist agent8.

S’intende che nello pseudoconservatorismo paranoide si esprime un eccesso polemico - più o meno spinto - che viola i parametri di quel che si considera normale, che trascende specifiche e definite questioni e che ha invece molto a che fare con un serio problema circa la definizione della comunità politica. In effetti, mettendo in discussione la natura della comunità politica esistente - non solo la tattica o la strategia dell’avversario - lo pseudoconservatorismo proietta nella sfera pubblica un problema circa l’identità personale: in questo senso è paranoide.
A metà degli anni ‘60 Hofstadter applicò nuovamente il concetto di pseudoconservatorismo alla politica di Barry Goldwater e della John Birch Society e alla new right dell’epoca, non solo anticomunista e ostile al welfare state - un presunto complotto di stampo socialista - ma spesso contraria alla desegregazione degli afroamericani del profondo Sud. Goldwater era un politico navigato, grande propagandista per il suo partito: nella campagna presidenziale del 1960 sostenne lealmente il candidato Richard Nixon - vice di Eisenhower e quindi disprezzato dagli ultraconservatori - e nella sua campagna presidenziale del 1964 prese le distanze dall’ala conservatrice estrema, pur ricevendone aiuto. Goldwater venne sconfitto, ma diede inizio a una strategia, la southern strategy - che faceva leva sulla contraddizione razziale della coalizione newdealista puntando a strappare al Partito democratico il voto dei bianchi del Sud - poi impiegata con successo dal pragmatico Nixon, e a tecniche di propaganda e mobilitazione - propaganda postale, raccolta di fondi alla base, un certo «populismo» - che, in diverso contesto e con ulteriori sviluppi organizzativi e geografici, sarebbero più tardi state le fondamenta dell’ascesa di Ronald Reagan.
Quali i motivi della crescita dello pseudoconservatorismo? Hofstadter ne individuava tre. Apparentemente il meccanismo che aveva permesso l’integrazione sociale di successive ondate di immigrati sembrava non operare più automaticamente, o non più nello stesso modo di un tempo. Da qui la difficoltà di soddisfare quelle che definiva le aspirazioni di status. In secondo luogo, i mezzi di comunicazione di massa da una parte avevano avvicinato la politica al popolo ma, dall’altra, avevano fatto della politica una forma di intrattenimento nel quale gli spettatori si sentivano costantemente coinvolti, in modo che era diventato possibile proiettare nella sfera politica emozioni e problemi personali. In terzo luogo, il lungo esercizio del potere da parte dei liberals del New Deal aveva suscitato un profondo senso d’impotenza fra gli oppositori conservatori9.

martedì 11 luglio 2017

DONALD TRUMP: «VEDETTE» PSEUDOPOPULISTA DELLA SOCIETÀ DELLO SPETTACOLO, di Michele Nobile

INDICE: 1. La questione Trump - 2. Donald Trump come vedette della società dello spettacolo - 3. La psicopatologia politica e l’impossibile psicoanalisi di Donald Trump - 4. Come movimento e come regime il populismo è cosa qualitativamente diversa dallo pseudopopulismo di Trump - 5. I contenuti del programma di Trump, per quel che conta, non sono qualitativamente nuovi: particolare è l’intensità con cui sono stati trasmessi - 6. La questione fondamentale trascurata nei discorsi sul populismo o fascismo di Trump: lo stato della lotta fra le classi - 7. Trump come espressione della postdemocrazia - Bibliografia

1. La questione Trump
È normale che le elezioni presidenziali negli Stati Uniti alimentino aspettative e timori nei confronti di questo o quel candidato al ruolo di leader della superpotenza mondiale. Tuttavia Barack Obama e Donald Trump hanno suscitato reazioni emotive fuori dell’ordinario e cariche di un’enorme valenza politica. Da Obama, il messia nero, tanti si aspettavano la liquidazione del cosiddetto neoliberismo, allora sprofondato nella più grave crisi del dopoguerra, e un nuovo New Deal. A Trump è invece imputato l’intento di voler operare un fondamentale cambiamento del sistema politico degli Stati Uniti, di voler alterare, se non la sacrosanta e più che bicentenaria Costituzione formale, la Costituzione materiale del Paese; da qui i discorsi su un nuovo regime variamente aggettivato: populista, autoritario, bonapartista, criptofascista, fascista… E ciò non soltanto per via delle sue proposte ma - forse ancor più - per l’impressione suscitata dal suo stile comunicativo, dall’immagine che egli ha voluto trasmettere.
Se la memoria non m’inganna un tale livello di emotività, che potrebbe dirsi isterico, non si verificò neanche a proposito delle elezioni di Margaret Thatcher e di Ronald Reagan, una coppia che realmente segnò una discontinuità storica. Reagan era un esponente del rinnovato attivismo conservatore della new right repubblicana, designato in una convention che aveva rimosso dal programma del partito il sostegno per l’Equal Rights Amendment - presente dal 1940 - e inserito la proposta di un bando costituzionale dell’aborto: i suoi intenti, quindi, erano chiari. Egli appariva come il visionario di una nuova epoca di prosperità americana mediante la riduzione delle tasse - per i ricchi - e la liberazione delle corporations dalle oppressive regolazioni del big government; il moralista fautore del taglio delle spese per il welfare state, improduttivo alimento dell’ozio e del vizio alle spalle dei cittadini virtuosi; era il «falco» deciso a farla finita con la «sindrome del Vietnam»; l’impavido avversario di quello che poi definì l’«impero del male» e dei suoi accoliti nel mondo; l’amico generoso dei freedom fighters controrivoluzionari; era il capo determinato a far rifluire l’onda lunga del Watergate per restaurare in tutta la sua autorità il ruolo del Presidente - la «presidenza imperiale» - dentro e fuori del Paese1. Tuttavia, per quanto Reagan si collocasse sulla destra dello spettro politico repubblicano, egli non fece gli errori di Goldwater; al contrario, nella campagna elettorale si mostrò pacato e ragionevole, riuscendo ad attrarre sia l’opinione pubblica conservatrice e fondamentalista che quella moderata. Nel giro di un quindicennio un effetto del successo di Reagan fu l’emarginazione nel Partito repubblicano della componente moderata e il divenire normalità di quello che tra gli anni ‘50 e ‘60 Richard Hofstadter definiva pseudoconservatorismo, caratterizzato dallo stile paranoide in politica2. Per i Repubblicani Reagan rimane un eroe, ma oggi egli apparirebbe come un moderato incline al compromesso. Donald Trump è un sottoprodotto di questo processo.
Non che ai tempi dell’ascesa di Reagan al potere mancassero preoccupazione e passione nella sinistra, ma tutto sommato l’analisi era più controllata, più ponderata. Di Reagan non si vedeva solo lo stile di grande comunicatore - non era forse un ex attore? - ma anche il culmine della southern strategy, di cambiamenti strutturali e territoriali del capitalismo statunitense3, nell’economia mondiale e nei rapporti di forza tra le classi.
La spettacolarizzazione mediatica ha fatto enormi progressi e ora le sue luci ingigantiscono sul palcoscenico politico le immagini di attori umanamente e intellettualmente mediocri, astuti naviganti ma poveri di idee e di ideali; e penso che in questo campo la politica europea - quella italiana in particolare - sia da tempo impegnata a dimostrare perversamente il vantaggio di cui può godere l’«ultimo arrivato».
Trump è a suo modo un «fenomeno» e grandi sono i poteri del «Potus», del President of the United States. Tuttavia egli resta «solo» l’esponente politico del più ricco e potente capitalismo del mondo, la cui economia si estende ben oltre i confini nazionali, e di un gigantesco insieme di istituzioni, apparati burocratici, reti politiche, di uno Stato federale e liberale: si tratta di un formidabile insieme di forze che delimita i parametri d’azione del Presidente. Del personaggio va colta la particolarità dell’immagine spettacolare, ma anche i motivi per cui non rappresenta affatto una rottura dell’ordine politico statunitense, un nuovo regime politico o un nuovo regime d’accumulazione.
Ovviamente ho presente gli atti del presidente Trump, gli executives orders, i memorandum ecc. Qui però non intendo entrare più di tanto nel merito degli atti. Mi propongo di trattare un argomento preliminare: le interpretazioni del fenomeno Trump.

2. Donald Trump come vedette della società dello spettacolo
Il personaggio pubblico Donald Trump è innanzitutto una vedette della società dello spettacolo; dello spettacolo come fatto sociale totale, non come àmbito particolare di una società nazionale; per società dello spettacolo intendo la società mondiale contemporanea, dominata da una specifica configurazione storica del capitalismo e dalle sue contraddizioni4. È uno spettacolo in cui si recitano parti diverse su palchi distinti, le cui scene possono apparire desincronizzate, le une barbaramente arcaiche e le altre futuristicamente postmoderne. Tuttavia si tratta di un’unica società, i cui apparenti anacronismi sono parte di una totalità che continua e trasforma la struttura spazio-temporale di base del capitalismo mondiale: lo sviluppo ineguale e combinato5. In questa prospettiva Osama bin Laden, Donald Trump e Vladimir Putin sono vedettes del medesimo spettacolo mondiale, potenziato dai nuovi mezzi di comunicazione di massa.
La vedette è un’immagine di successo creata nel e dal potere: successo che nel caso del Presidente eletto Donald Trump si misura in voti e nell’accesso alle leve del potere supremo degli Stati Uniti. Tuttavia la vedette non è, propriamente parlando, un’individualità.
I discorsi e la gestualità di Trump trasmettono deliberatamente un messaggio politico, ma non sono utili per sondare le profondità della psiche della vedette. Non ha senso psicoanalizzare un soggetto i cui discorsi sono scritti da altri - esperti di marketing - e i cui gesti sono deliberatamente tesi a trasmettere l’immagine di un uomo lontano dalle buone maniere e dai compromessi dietro le quinte dell’élite politica e culturale. Questa figura può invece essere intesa come un’allegoria, l’espressione condensata di forze che comprendono e trascendono la sua umana singolarità.
Di Trump si può allora dire che egli è sintesi compiuta del capitalismo contemporaneo, che eleva a spettacolo i flussi finanziari e nel quale la spettacolarizzazione è un ingrediente necessario dell’inflazione dei titoli finanziari e della speculazione a credito su virtuali rendimenti futuri.
Come businessman, Donald Trump è espressione dello sviluppo della logica del settore emblematico di questo capitalismo: quello che negli Stati Uniti è definito «fire» - finance, insurance, and real estate - ovvero finanza, assicurazioni e immobiliare. È stato un agente di alto livello dell’intreccio fra speculazione immobiliare e credito bancario, che ha costruito ad arte la propria immagine per assurgere al ruolo di vedette conducendo operazioni spettacolari oltre che redditizie, ma con eccezioni importanti. Negli stessi brillanti anni ‘80 reaganiani, quelli degli yuppies (young urban professionals), dei titoli spazzatura e degli spezzatini finanziari, il costruttore Trump fece uno strumento commerciale del proprio nome e della narcisistica ostentazione del suo stile di vita, popolarizzato da rotocalchi e trasmissioni come Lifestyles of the Rich and Famous. Acquistò una dimora storica di 118 camere a Mar-a-Lago in Florida - costruita negli anni ‘20 per ospitare i presidenti statunitensi e gli ospiti stranieri di alto rango - un mega-yacht di 85 metri, un jet privato e una lunga sfilza di edifici tutti battezzati col nome Trump, di cui il Trump Tower è il più noto oltre che il luogo della sua epifania politica, della decisione di vendere la propria immagine anche nel mercato elettorale.
Ad Atlantic City Trump costruì o acquistò diversi casinò: Trump Plaza, Trump Castle e il più costoso al mondo, il Trump Taj Mahal, nel cui nome si fondono in un’evocazione favolosa il padrone, il denaro e il fascino dell’esotico. Ovviamente il Trump Taj Mahal è un pastiche postmodernista che non ha nulla a che fare con l’autentico. Questo interesse per i casinò è sintomatico: il casinò è il perfetto emblema del casino capitalism - denaro, lusso, effimero, credito e titoli spazzatura - ma ha anche i difetti di quest’ultimo: azzardo e calcolo del rischio, spettacolarizzazione del flusso di denaro e incertezza, trionfo e caduta tra violente oscillazioni. A un certo momento, ad esempio, quando al boom subentra la recessione, imprese poco redditizie - oppure avviate o acquistate con finanziamenti che speculano su profitti virtuali - possono non riuscire a far fronte ai debiti. Ciò è ancor più vero per quella combinazione di spettacolo, intrattenimento, speculazione finanziaria e immobiliare prediletta dal businessman Trump. Ragion per cui diverse delle sue imprese più spettacolari non sfuggirono alla dichiarazione di bancarotta: i suoi casinò (nei primi anni ’90), la società Trump Hotels and Casino Resorts (nel 2004) e la Trump Entertainment Resorts (nel 2009), come era stata ridenominata la precedente; dovette cedere anche la Trump Airlines, in preda ai debiti.
Risultati non proprio entusiasmanti. Tuttavia Trump riuscì a ridurre i danni accordandosi con i creditori, cedendo consistenti porzioni dei pacchetti azionari delle imprese in questione e accettando posizioni onorifiche: la bancarotta di diverse sue operazioni non comportò quella personale di Donald Trump, né della sua immagine. A questi non si applicò la famosa frase you’re fired! con cui proclamava il fallimento dei partecipanti allo show televisivo The Apprentice. L’abilità di Trump consistette nella separazione della sua immagine, come rappresentazione del casino capitalism, dalla sua realtà. Egli era già una vedette, un nome dotato del valore d’uso di convertirsi in denaro, quindi in grado di attrarre investitori nonostante la bancarotta di alcune sue imprese. Era un autoproclamatosi artista degli affari, capace di minacciare una causa legale a chi lo qualificava come un semplice milionario - invece che miliardario - e di narrare le sue avventure d’affari e d’amore in modo autocelebrativo in libri quali Trump: surviving at the top (1990) e Trump: the art of the comeback (1997). E poiché, come gli affari, l’amore può essere rischiosamente costoso, specialmente quando finisce e si è ricchi e famosi, il consiglio di Trump è di essere previdenti e di garantirsi dalla bancarotta amorosa con adeguato contratto: anche questa un’arte in cui pare eccellere, come s’intende dal titolo di un capitolo di Trump: the art of the comeback: «The art of the prenup: the engagement wring», dove prenup sta per prenuptial agreement.
In Trump il concreto dell’individualità umana si trasfigura nell’immagine del denaro che produce denaro: Trump è un brand vendibile per alimentare lo spettacolo sociale. Ed è esattamente questo che egli fece - ancor più e meglio di prima - a partire dagli anni ‘90. La vedette del casino capitalism ascese a vette più alte in termini di notorietà, aprendosi la via alla audience più ampia, quella degli spettatori-elettori.
Ronald Reagan era stato un attore mediocre, emerso come oratore politico per la destra del Partito repubblicano nella campagna presidenziale di Barry Goldwater; e quando Arnold Schwarzenegger fu eletto governatore della California egli era ancora una star cinematografica, la prima ad assurgere a un importante ruolo politico di governo. È naturale che nella società dello spettacolo il cinema e la televisione siano canali per una rapida carriera politica. Anche se, in Italia, Berlusconi era proprietario di un impero televisivo, ma non una star televisiva. Donald Trump è invece una vera e propria star televisiva ed è la prima fra queste ad assurgere al massimo livello di una grande potenza. Il successo televisivo di Trump non era quello di una vedette politica, ma dell’immagine dell’affarista protagonista e giudice di un game show, The Apprentice, trasmesso dalla rete NBC per quattordici stagioni a partire dal 2004. Trump aveva già la sua notorietà ma, come egli giustamente notò, avere una audience televisiva di 20 milioni di persone (nella prima stagione) significa un salto di qualità. Una porta aperta per giocare in proprio, che fu già tentato di attraversare in vista delle elezioni presidenziali del 2000.
Ma il suo tempo non era ancora arrivato.

RED UTOPIA ROJA – Principles / Principios / Princìpi / Principes / Princípios

a) The end does not justify the means, but the means which we use must reflect the essence of the end.

b) Support for the struggle of all peoples against imperialism and/or for their self determination, independently of their political leaderships.

c) For the autonomy and total independence from the political projects of capitalism.

d) The unity of the workers of the world - intellectual and physical workers, without ideological discrimination of any kind (apart from the basics of anti-capitalism, anti-imperialism and of socialism).

e) Fight against political bureaucracies, for direct and councils democracy.

f) Save all life on the Planet, save humanity.

g) For a Red Utopist, cultural work and artistic creation in particular, represent the noblest revolutionary attempt to fight against fear and death. Each creation is an act of love for life, and at the same time a proposal for humanization.

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a) El fin no justifica los medios, y en los medios que empleamos debe estar reflejada la esencia del fin.

b) Apoyo a las luchas de todos los pueblos contra el imperialismo y/o por su autodeterminación, independientemente de sus direcciones políticas.

c) Por la autonomía y la independencia total respecto a los proyectos políticos del capitalismo.

d) Unidad del mundo del trabajo intelectual y físico, sin discriminaciones ideológicas de ningún tipo, fuera de la identidad “anticapitalista, antiimperialista y por el socialismo”.

e) Lucha contra las burocracias políticas, por la democracia directa y consejista.

f) Salvar la vida sobre la Tierra, salvar a la humanidad.

g) Para un Utopista Rojo el trabajo cultural y la creación artística en particular son el más noble intento revolucionario de lucha contra los miedos y la muerte. Toda creación es un acto de amor a la vida, por lo mismo es una propuesta de humanización.

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a) Il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi che impieghiamo dev’essere riflessa l’essenza del fine.

b) Sostegno alle lotte di tutti i popoli contro l’imperialismo e/o per la loro autodeterminazione, indipendentemente dalle loro direzioni politiche.

c) Per l’autonomia e l’indipendenza totale dai progetti politici del capitalismo.

d) Unità del mondo del lavoro mentale e materiale, senza discriminazioni ideologiche di alcun tipo (a parte le «basi anticapitaliste, antimperialiste e per il socialismo».

e) Lotta contro le burocrazie politiche, per la democrazia diretta e consigliare.

f) Salvare la vita sulla Terra, salvare l’umanità.

g) Per un Utopista Rosso il lavoro culturale e la creazione artistica in particolare rappresentano il più nobile tentativo rivoluzionario per lottare contro le paure e la morte. Ogni creazione è un atto d’amore per la vita, e allo stesso tempo una proposta di umanizzazione.

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a) La fin ne justifie pas les moyens, et dans les moyens que nous utilisons doit apparaître l'essence de la fin projetée.

b) Appui aux luttes de tous les peuples menées contre l'impérialisme et/ou pour leur autodétermination, indépendamment de leurs directions politiques.

c) Pour l'autonomie et la totale indépendance par rapport aux projets politiques du capitalisme.

d) Unité du monde du travail intellectuel et manuel, sans discriminations idéologiques d'aucun type, en dehors de l'identité "anticapitaliste, anti-impérialiste et pour le socialisme".

e) Lutte contre les bureaucraties politiques, et pour la démocratie directe et conseilliste.

f) Sauver la vie sur Terre, sauver l'Humanité.

g) Pour un Utopiste Rouge, le travail culturel, et plus particulièrement la création artistique, représentent la plus noble tentative révolutionnaire pour lutter contre la peur et contre la mort. Toute création est un acte d'amour pour la vie, et en même temps une proposition d'humanisation.

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a) O fim não justifica os médios, e os médios utilizados devem reflectir a essência do fim.

b) Apoio às lutas de todos os povos contra o imperialismo e/ou pela auto-determinação, independentemente das direcções políticas deles.

c) Pela autonomia e a independência respeito total para com os projectos políticos do capitalismo.

d) Unidade do mundo do trabalho intelectual e físico, sem discriminações ideológicas de nenhum tipo, fora da identidade “anti-capitalista, anti-imperialista e pelo socialismo”.

e) Luta contra as burocracias políticas, pela democracia directa e dos conselhos.

f) Salvar a vida na Terra, salvar a humanidade.

g) Para um Utopista Vermelho o trabalho cultural e a criação artística em particular representam os mais nobres tentativos revolucionários por lutar contra os medos e a morte. Cada criação é um ato de amor para com a vida e, no mesmo tempo, uma proposta de humanização.