L’associazione Utopia rossa considera suo fondamento politico il principio secondo cui il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi si deve riflettere l’essenza del fine. Non ha programmi politici, come del resto non ne aveva la Prima internazionale. Nonostante le più diverse provenienze ideologiche dei suoi sostenitori, essa ritiene che l’anticapitalismo dilagato dopo l’inizio dell’Antirivoluzione russa (dicembre 1917) sia stato motivato fondamentalmente da idee precapitalistiche, cioè retrograde, e non da progetti di civiltà in grado di superare il capitalismo sviluppando ulteriormente i suoi modelli di democrazia. Ciò spiega anche il prevalere, nella storia della cosiddetta «sinistra», di simpatie per i regimi dittatoriali di ogni specie e colore. Utopia rossa si batte contro l’ulteriore diffusione di ideologie precapitalistiche vecchie e nuove (in campo politico, culturale, ecologico, religioso ecc.), come parte della sua battaglia per il superamento del capitalismo, se si vuole salvare la vita sulla Terra con la sua umanità. In questo senso la sua utopia continua ad essere rossa.

The Red Utopia association considers its political foundation to be the principle that the end does not justify the means, but that the means must reflect the essence of the end. It has no political program, just as the First International did not. Despite the diverse ideological backgrounds of its supporters, it believes that the anti-capitalism that spread after the start of the Russian Anti-Revolution (December 1917) was fundamentally motivated by pre-capitalist – that is, retrograde – ideas, and not by civilizational projects capable of overcoming capitalism and of further developing its democratic models. This also explains the prevalence, throughout the history of the so-called «left», of sympathies for dictatorial regimes of all kinds and colors. Red Utopia fights against the further spread of old and new pre-capitalist ideologies (in the political, cultural, ecological, religious, and other fields) as part of its battle to overcome capitalism, if life on Earth, including its humanity, is to be saved. In this sense, its utopia remains red.

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sabato 26 settembre 2015

LA VICENDA DI SYRIZA, IL FALLIMENTO DEL PARLAMENTARISMO E LA NECESSARIA RIVOLUZIONE COPERNICANA, di Michele Nobile

Al lettore che volesse approfondire il contesto economico/politico greco del 2015, a partire dall'elezione del governo Tsipras a fine gennaio, si consiglia di consultare i precedenti articoli di Michele Nobile pubblicati su questo blog: «Syriza, un successo elettorale», «Le lezioni della Grecia e le prospettive» e «Grecia: bilancio (provvisorio) e prospettive di un riformismo onesto», oltre all'analisi di Roberto Massari apparsa poco dopo il Referendum di luglio: «Per i Greci: unica soluzione la rivoluzione (ovviamente contro la propria borghesia)». [la Redazione]

Sarà la coincidenza del mese, ma molti commenti sui risultati dell'ultima elezione in Grecia mi hanno fatto scattare un'associazione con l'originale lezione che Enrico Berlinguer trasse dalla tragedia del golpe cileno. Ragionando a partire dal colpo di Stato in Cile, tra settembre e ottobre del 1973 il segretario del Pci mise a punto la linea del «compromesso storico», in effetti già delineata da un anno a quella parte e che altro non era se non una versione aggiornata della strategia togliattiana dell'«avanzata dell'Italia verso il socialismo nella democrazia e nella pace». Come è noto, la lezione che Berlinguer traeva dalla terribile tragedia cilena consisteva nella asserita necessità, per i comunisti italiani, di giungere a un «nuovo grande "compromesso storico" tra le forze che raccolgono e rappresentano la grande maggioranza del popolo italiano». Non si trattava, dunque, di alimentare e concentrare le possibilità di radicalizzazione politica ancora esistenti nella società italiana, ma di piegare la forza contrattuale del movimento operaio all'alleanza con la piccola e media borghesia e con il padronato; non si trattava di colpire la Democrazia cristiana, allora nel momento di massima crisi, ma di riabilitarla come «forza popolare» costituzionale e con essa collaborare strettamente.

Implicitamente, Berlinguer affermava che per la «via democratica al socialismo» non era sufficiente, in termini istituzionali, neanche conseguire il 51% dei suffragi.
La tragedia cilena costituiva una conferma, di portata mondiale, dei limiti insuperabili della via elettorale e parlamentare al socialismo; eppure Berlinguer ne trasse la lezione opposta, rovesciando le ragioni che avevano permesso la riuscita del golpe, viste non nel moderatismo di Unidad Popular e nell'illusione di Allende della fedeltà alla Costituzione di Pinochet e dei militari, ma in un eccesso di radicalità, nella frattura con un partito «popolare» come la Democrazia cristiana.
Questo travisamento della realtà aveva però una sua logica: di fronte a un fatto che smentisce un'ipotesi, o si abbandona l'ipotesi o si deve reinterpretare il fatto. Un partito politico (o un'area politica) che fonda la propria esistenza e il proprio apparato di professionisti della politica e di rappresentanti istituzionali su una strategia più che decennale, non può abbandonarla se non mutandosi in qualcosa d'altro. Piuttosto, l'abilità della direzione politica consiste nel riuscire a forzare il fatto nel proprio quadro strategico e mentale, magari richiamandosi alla tradizione, a sua volta inventata o reinterpretata. Da quel compromesso storico scaturì, in capo a pochi anni, la repressione dell'ultimo grande movimento anticapitalistico di massa in Europa, quello giovanile e studentesco del 1977; i licenziamenti di massa della Fiat e il rilancio su ampia scala della controffensiva padronale; la messa ai margini del Pci e, in ultimo, l'inizio della sua trasformazione in quello che infine è diventato il Pd di Renzi. Eppure, ancor oggi Enrico Berlinguer è un'icona di un certo «comunismo italiano»: lo stesso che ora continua a schierarsi, comunque, a fianco di Tsipras.

giovedì 16 luglio 2015

PER I GRECI: UNICA SOLUZIONE LA RIVOLUZIONE (OVVIAMENTE CONTRO LA PROPRIA BORGHESIA), di Roberto Massari

Atene, piazza Syntagma, 15 luglio 2015 © Reuters
Nei giorni precedenti il Referendum greco e nell'ebbrezza delle ore successive alla vittoria del no, sembrò avverarsi finalmente il noto verso di Orazio appreso sui banchi di scuola: Graecia capta ferum victorem cepit: «la Grecia conquistata ha conquistato il selvaggio vincitore» (purché si sostituisca «ferum victorem» con Italicum laevum suffragatorem, cioè l'italiano bravo elettore di sinistra di bontempelliana memoria). Rappresentati ai loro massimi livelli nella gerarchia di partito, si può dire che ad Atene erano presenti come entusiastici sostenitori di Syriza e soprattutto di Tsipras gli elettori di Sel, di Rifondazione, del Movimento 5Stelle, oltre a qualche scheggia del Pd. Insomma, quella che per una convenzione linguistica, poco fondata storicamente, viene ancora chiamata «la sinistra a sinistra del Pd». Escludendo per ora il movimento di Grillo (che vive ormai una schizofrenia quasi quotidiana, visto che qualche mese fa rifiutò di affiancarsi a Syriza nel gruppo parlamentare europeo, preferendo un gruppo inglese della destra razzista e sciovinista, mentre ora inneggia a Tsipras attribuendogli intenzioni antieuropeiste che il poveretto non ha mai avuto) possiamo dire che in piazza a gioire di una vittoria altrui - come già in Spagna con Podemos - erano presenti le correnti politiche che a suo tempo, guidate da Bertinotti, erano andate al governo con Prodi (i famigerati Forchettoni rossi), sostenendolo in ogni sua bisogna: dal proseguimento dell'attacco allo stato sociale in Italia fino alle missioni di guerra all'estero.
La svolta improvvisa di Tsipras (che ha fatto campagna per il No, ma ha scelto di realizzare le proposte del Sì) ha sconvolto la festa per tutti costoro e magari i più eruditi tra loro andranno a riscoprire i luoghi comuni antigreci diffusi da un'antica cultura mediterranea e latina (dal virgiliano appello a diffidare dei doni dei Danai alla vituperata Graeca fides, dal Graecus impostor all'invito a temere il fallacem Graeculum ecc.).

lunedì 6 luglio 2015

GRECIA: BILANCIO (PROVVISORIO) E PROSPETTIVE DI UN RIFORMISMO ONESTO, di Michele Nobile

1. Lo scontro tra il governo di Tsipras e i creditori internazionali della Grecia si svolge sul terreno economico ma, in effetti, è tutto politico; e se oggetto dei negoziati è la politica economica e sociale della Grecia, in prospettiva ad essere in gioco è l'intero sistema delle politiche e delle istituzioni europee o, meglio, il limite a cui esse possono spingersi nel confronto col governo di uno Stato membro la cui prospettiva è diversa da quella sedicente liberista. Infatti, non esiste alcuna presunta legge o necessità economica per imporre alla Grecia la feroce austerità che ha dovuto sopportare e a cui pare destinata ancora per anni, stando alla volontà della troika dei creditori, ribattezzata «le istituzioni»; anzi, sono proprio l'austerità e la conseguente depressione dell'economia che impediscono di ridurre il rapporto tra debito pubblico e prodotto interno. A fronte dell'iniquità della politica neoliberista della troika, la vittoria elettorale di Syriza e la formazione del governo Tsipras sono eventi di enorme importanza per la sinistra europea:
«Per la prima volta dalla formazione dell'area dell'euro, nel negoziato tra il governo Tsipras e la troika (Banca centrale europea, Commissione europea, Fondo monetario internazionale) si sono opposte in modo chiaro due linee realmente alternative, sul piano istituzionale e del confronto fra governi»1.
La mia personale valutazione è che il governo Tsipras abbia operato nel migliore dei modi, per quanto umanamente possibile e date le circostanze. Ha mostrato saldezza di nervi, dignità e determinazione, caratteristiche non frequenti, per essere gentili, nella politica europea, in particolar modo in Italia.
Tuttavia, è veramente miope confondere il sostegno a chi lotta, come può, contro la postdemocrazia con l'adesione alla sua strategia politica. Al contrario, non solo replicare il successo di Syriza altrove in Europa è difficile, ma tutta la più recente vicenda greca dimostra, a parere di chi scrive, i limiti di una prospettiva elettorale di riforma delle istituzioni e della politica della postdemocrazia europea.
Se non si vuole chiudere gli occhi o indulgere nel propagandismo, peraltro contraddicendo quanto affermano gli stessi Tsipras e Varoufakis, si deve prendere atto che il governo Tsipras è costretto a contrattare non la fine, ma i modi e il peso e la distribuzione dell'austerità. Anche la convocazione del referendum è una carta giocata, abilmente ma non senza rischi, per forzare, per quanto possibile, la rete in cui il governo è avvinto. La vittoria del no al referendum allarga le maglie della rete e sposta nel tempo le contraddizioni, non le risolve.

sabato 7 marzo 2015

LE LEZIONI DELLA GRECIA E LE PROSPETTIVE, di Michele Nobile

«Ma non posso chiudere l'argomento come se il giudizio in merito dipendesse unicamente dal rispetto di precedenti impegni o da fattori economici. Una politica che riducesse la Germania in servitù per una generazione, o che degradasse milioni di esseri umani, o che privasse di gioia un intero popolo, sarebbe da rifuggire e con paura: da rifuggire anche se fosse attuabile, anche se ci facesse più ricchi, anche se non preparasse il crollo di tutta la civiltà europea».
[John Maynard Keynes, «Le riparazioni di guerra e la capacità di pagamento della Germania» (1919), in Esortazioni e profezie, Garzanti, Milano 1975, p. 22.]

1. Per la prima volta dalla formazione dell'area dell'euro, nel negoziato tra il governo Tsipras e la troika (Banca centrale europea, Commissione europea, Fondo monetario internazionale) si sono opposte in modo chiaro due linee realmente alternative, sul piano istituzionale e del confronto fra governi. Da una parte alcuni dei governi e delle istituzioni più potenti del mondo, che da anni scaricano i costi della crisi capitalistica interamente sui lavoratori e sui comuni cittadini; dall'altro lato del tavolo, il governo di un paese devastato dall'austerità e in depressione si è fatto portavoce della necessità di provvedere urgentemente alla gravissima condizione in cui versano i lavoratori e i comuni cittadini greci. Non c'è alcun dubbio che in questa contrattazione si siano confrontate e scontrate la democrazia e la postdemocrazia, gli interessi immediati del popolo greco e gli interessi immediati del capitale europeo. Per la sua logica e per ciò che potrebbe implicare per gli orientamenti della politica economica e sociale del continente, il programma di Syriza è suonato alle orecchie delle caste politiche della postdemocrazia europea come un delitto di lesa maestà. Inoltre, la visione implicita nella proposta di Syriza è quella di un'Europa autenticamente federale; la troika, invece, intende l'unione monetaria alla stregua di un accordo di cambi fissi, con ciò minando la coesione europea.

Vista l'importanza della posta in gioco, è comprensibile che, al termine di questo primo giro negoziale, si sia scatenata una discussione internazionale intorno al tema: nella contrattazione con la troika Syriza ha vinto o perso? Capitolazione o buon compromesso? Tanto rumore per nulla o avvio di un difficile percorso di rinnovamento della politica europea?

martedì 27 gennaio 2015

SYRIZA, UN SUCCESSO ELETTORALE, di Michele Nobile

La postdemocrazia greca alla prova della coerenza

Il successo elettorale di Syriza segna una riscossa del popolo greco contro il più spietato attacco antipopolare messo in pratica in Europa occidentale da molti decenni a oggi, attuato congiuntamente dal ceto politico greco e internazionale. In questo senso, costituisce un'elementare vittoria della democrazia contro la postdemocrazia. La sostanza di quest'ultima è la concorde volontà dei partiti di governo, siano essi di destra o di sinistra, di far pagare la crisi capitalistica ai comuni cittadini, lavoratori e non.
Per il popolo greco la formazione di un governo centrato su Syriza costituisce non solo una speranza per il futuro, ma anche un terreno più avanzato di lotta sociale nell'immediato. Syriza si è impegnata chiaramente a rovesciare l'orientamento della politica economica e sociale, il che comporta, tra l'altro: creare 300 mila nuovi posti di lavoro, intervenire per ridare dignità a coloro che in questo momento si trovano ai limiti della sopravvivenza, restituire ai lavoratori i diritti che sono stati loro tolti, cancellare i debiti di chi si trova sotto la soglia di povertà, sospendere i pignoramenti, reintrodurre il salario minimo e la tredicesima per le pensioni fino a 700 euro, esenzione fiscale per i redditi fino a 12.000 euro e tassazione più progressiva, garantire l'assistenza medica gratuita per i disoccupati non assicurati, fermare le privatizzazioni.
Sulla carta, il programma di governo di Syriza è ragionevole e fattibile. Comporta la ricontrattazione del debito, di cui una parte dovrebbe essere cancellata, nonché una moratoria nel pagamento dello stesso: non è una novità, a fronte di un debito che non può, realisticamente, essere pagato, non nella sua interezza e non in tempi stretti; i creditori hanno già dovuto accettare un cosiddetto haircut sul debito greco.
Nello stesso tempo si propone di rilanciare la domanda interna, il che ridurrebbe automaticamente il rapporto tra debito pubblico e prodotto interno, sia per via della crescita del prodotto che per le maggiori entrate pubbliche, che si prevede aumentino anche grazie alla lotta all'evasione fiscale e al contrabbando. Per questo intende escludere gli investimenti pubblici dai vincoli del patto di stabilità; e sarebbe giusto che il quantitave easing della Banca centrale europea interessasse anche i titoli di Stato della Grecia, come dovrebbe essere ovvio in una unione monetaria. Nell'insieme, le misure del programma di Salonicco per affrontare l'emergenza sociale e rilanciare l'economia dovrebbero ammontare a circa un 6% del Pil della Grecia: non si può pensare di uscire dalla depressione con una spesa aggiuntiva inferiore.

domenica 25 gennaio 2015

DEFLAZIONE E DISOCCUPAZIONE IN EUROPA, di Michele Nobile

… e i problemi che il quantitative easing non risolve

La signora Merkel e il pappagallo congelato
Un colossale pappagallo zampe all'aria, con tutta l'apparenza d'essere morto: così la copertina di The Economist rendeva lo stato dell'economia europea nell'ultima settimana di ottobre dell'anno appena trascorso. Nella stessa immagine, una piccola Angela Merkel osserva il pappagallo affermando: sta solo riposando (it’s only resting).
Di cosa potrebbe soffrire lo sventurato pappagallo? Di freddo, nonostante le temperature anomale dell'autunno. Freddo che in termini economici si chiama deflazione: The Economist suggerisce dunque un paragone tra i prezzi e i parametri di temperatura entro cui si svolge la vita. Un certo livello d'inflazione nel processo economico è l'equivalente del sano riscaldamento del corpo nell'attività fisica: la crescita nominale dei prezzi e dei salari è indice di crescita dell'investimento e dell'occupazione, di vitalità economica. Viceversa, l'analogo della deflazione è il processo di congelamento, che causa sonnolenza, incoscienza e infine, se non si arresta, la morte. Ed è appunto questo il processo di cui può rimanere vittima il pappagallo, cioè l'economia europea.
Infatti, se si osserva il termometro dei prezzi al consumo, esso ci dice che la temperatura media annua nell'area dell'euro a ottobre era allo 0,4%, a novembre 0,3%, a dicembre -0,2% (ultimo dato del flash Eurostat del 7 gennaio 2015). A incidere fortemente sul livello dei prezzi è la riduzione della componente energetica, ma la crescita dei prezzi dei beni industriali staziona da tempo intorno allo zero, mentre i prezzi dei servizi, meno sottoposti alla concorrenza internazionale, sono i più caldi (1,2%). In Germania, dove pure il tasso di disoccupazione è meno della metà della media europea, il tasso d'inflazione annuo a ottobre era allo 0,7%, in novembre 0,5%; se si guarda alle altre grandi economie del continente, con gli stessi riferimenti temporali, i tassi per la Francia erano 0,5% e 0,4%, per l'Italia 0,2% e 0,3%, per la Spagna -0,2% e -0,5%. Oltre alla Spagna, a novembre erano addirittura sotto il punto di congelamento: Bulgaria (-1,9%), Grecia (-1,2%), Polonia (-0,3%). Se invece che i tassi annui si guardano le previsioni del tasso mensile di novembre, tutti i paesi europei sono sotto lo zero, ad eccezione della Germania, giusto a zero, della Norvegia e dell'Austria (dati Eurostat, release del 17 dicembre 2014).
Posto il problema, l'utilità del paragone tra il livello dei prezzi e la temperatura corporea finisce qui. Nei rapporti monetari e mercantili non c'è nulla di naturale.

domenica 12 agosto 2012

GRECIA II - ANALISI DEI RISULTATI DELLE ELEZIONI DEL 17 GIUGNO 2012, di Michele Nobile

Leggi GRECIA I - FORMAZIONE E CRISI DEL REGIME POSTDEMOCRATICO IN GRECIA

Summary

L’analisi del voto delle elezioni greche e il mito di Syriza - L’analisi del risultato elettorale sulla base dell’insieme dei cittadini con diritto di voto: la realtà - Il Kke, il Synaspismós e Syriza - La crisi di un regime postdemocratico - Elezioni o organizzazione dal basso?

Análisis de las elecciones y el mito de Syriza - Análisis de los resultados de las elecciones sobre la base de todos los ciudadanos con derecho de voto: la realidad - Kke, Synaspismós y Syriza - La crisis de un régimen post democrático - ¿Elecciones u organización desde la base?

Analysis of the Greek elections and the myth of Syriza - The analysis of the electoral result on the base of the citizens with right to vote: the reality - Kke, Synaspismós and Syriza - The crisis of a postdemocratic regime - Elections or popular organization?

L'analyse des élections et le mythe de Syriza - L'analyse des résultats des élections sur la base de tous les citoyens ayant le droit de vote: la réalité - Kke, Synaspismós et Syriza - La crise d'un régime post-démocratique - Elections ou organisation par le bas?

A análise do voto nas eleições gregas e o mito de Syriza – A análise do resultado
eleitoral baseado no conjunto dos cidadãos com direito de voto: a realidade - O
Kke, o Synaspismós e Syriza – A crise dum regime post-democrático – Eleições ou
organização a partir de baixo?

L’analisi del voto delle elezioni greche e il mito di Syriza

Nelle elezioni di giugno 2012 il voto per la coalizione della sinistra radicale Syriza (7) ha compiuto un salto in avanti gigantesco.
Riassumo l’analisi dei risultati elettorali fatta da Vernardakis (8) per fasce d’età, sesso, professioni e geografia, leggibile nelle tabelle e negli ideogrammi dell’allegato:

- Il voto per Nea Dimokratia  si concentra nella fascia d’eta dai 65 anni in avanti (49%), ovviamente corrispondente ai pensionati (45%); è il partito che mostra di gran lunga il più ampio consenso tra imprenditori e managers (35,9%) e agricoltori e pescatori (35,3%). 
- Il voto per Syriza è caratterizzato innanzitutto dalla gioventù: il 45,5% nella fascia tra i 18-24 anni e il 51% tra gli studenti: in queste categorie le percentuali di Syriza sono enormemente superiori a quelle degli altri partiti; ma è anche il partito che ottiene le percentuali più alte tra i lavoratori salariati pubblici e privati (32%), i disoccupati (32,7%) e i pensionati in anticipo (32,9%; percentuali dimezzate invece per il resto dei pensionati).
- La struttura del voto per il Pasok è quella di un partito pigliatutti ampiamente ridimensionato. Riscuote i consensi maggiori tra i pensionati del settore pubblico (23%) e privato (17,5%, alla pari con Syriza) e tra imprenditori e managers (17%); al 10% o poco meno il consenso tra i dipendenti pubblici, artigiani e commercianti, lavoratori autonomi; l’8,9% tra i salariati del settore privato: fatto notevole per un partito che aveva la maggioranza nei sindacati.
- Il Kke ha il consenso maggiore nella fascia d’età 55-64 anni (6,3%), a cui corrisponde un modesto 6% tra gli studenti. La categoria nella quale ottiene i consensi maggiori è quella dei pensionati in anticipo (6,8%); il voto dei salariati del settore privato è il 6%, del settore pubblico il 4,4%, un decimo sopra quello dei disoccupati; ottiene percentuali superiori al 4% anche tra agricoltori, artigiani, pensionati del settore privato, lavoratori non qualificati e saltuari. Ridimensionata, conferma la tradizionale base elettorale.
- Il partito di estrema destra Alba Dorata presenta una alta percentuale tra gruppi sociali opposti: imprenditori e managers (20%) e i lavoratori non qualificati e saltuari (24,5%): in queste due categorie è secondo soltanto, rispettivamente, a ND e a Syriza.

La conclusione di Vernardakis è che Nea Dimokratia ha ricostituito un’alleanza borghese ma pagando un prezzo nei confronti dei ceti medi e degli strati tradizionali della piccola proprietà, mentre il Pasok è in piena crisi di rappresentatività, nel senso che non rappresenta alcuna classe o categoria sociale particolare. Inoltre ritiene che la Syriza e il Synaspimos centrati elettoralmente sulla piccola borghesia siano cosa del passato e che ora Syriza rappresenti un’alleanza di salariati, disoccupati e sottoccupati, professionisti e piccoli imprenditori, avendo così la possibilità di divenire il partito più rappresentativo dei lavoratori in Grecia (peraltro con una buona presenza tra imprenditori e quadri intermedi del settore privato e pubblico). 

La dinamica di Syriza potrebbe dunque essere quella di un partito popolare e di sinistra nel quale confluisce elettoralmente una stagione di grande scontento e di opposizione sociale.
Senza essere falsa, questa è però solo parte della storia, quella che può essere raccontata considerando le percentuali ottenute sulla base dei cittadini che hanno votato e dell’analisi della distribuzione del voto per gruppi sociali. I risultati elettorali sulla base dei voti validi, eventualmente corretti in modo non-proporzionale, sono quelli pertinenti per decretare chi viene eletto e quindi le possibili maggioranze istituzionali. Fermarsi a questi risultati può servire a creare un mito, ma non corrisponde necessariamente alla realtà.

sabato 11 agosto 2012

GRECIA I - FORMAZIONE E CRISI DEL REGIME POSTDEMOCRATICO IN GRECIA, di Michele Nobile

Summary

Statizzazione e convergenza programmatica di Pasok e Nea Dimokratia: la lunga crisi di rappresentatività e legittimazione dei partiti di governo - Dati sul finanziamento statale dei partiti - Il relativo sottosviluppo del capitalismo greco - Lotta sociale e fasi della crisi economica e politica

La estatalización y la convergencia programática del PASOK y Nueva Democracia: la larga crisis de la representatividad y de legitimidad de los partidos gobernantes - Datos sobre la financiación estatal de los partidos políticos - El relativo subdesarrollo del capitalismo griego - Lucha social y etapas de la crisis económica y política

Nationalization and programmatic convergence of Pasok and Nea Dimokratia: the long crisis of political representation and legitimation of the parties of government - Data on the public financing of the parties - The relative underdevelopment of the Greek capitalism - Social struggle and phases of the economic and political crisis

La nationalisation et la convergence programmatique du PASOK et de Nouvelle Démocratie, la longue crise de représentation et de légitimité des partis au pouvoir - Les données sur le financement public des partis politiques - Le sous-développement relatif du capitalisme grec - Lutte sociale et étapes de la crise économique et politique

Estadismo e convergência programática de Pasok e Nea Dimokratia: a longa crise de representatividade e legitimação dos partidos de governo - Dados sobre o financiamento estatal aos partidos - O subdesenvolvimento relativo do capitalismo grego - Luta social e fases da crise económica e política

In questi anni di crisi economica il conflitto sociale e politico ha raggiunto in Grecia livelli senza paragone negli altri paesi europei, giustamente attraendo l’attenzione della sinistra e le preoccupazioni dei governanti.
Per qualche settimana tra maggio e giugno del 2012 è balenata la possibilità di una piena vittoria elettorale del cartello elettorale di Syriza e quindi di un governo di sinistra: in Syriza sono state riposte le speranze di una rivincita contro la feroce politica antisociale dell’Europa del capitale e dai suoi miserabili e immiserenti ricatti. Nelle elezioni del 2012 Nea Dimokratia (ND) e Pasok, i due partiti che hanno governato la Grecia dalla caduta della dittatura dei colonnelli, hanno dimezzato i voti mentre Syriza ha strappato al Pasok gran parte del suo elettorato popolare, così divenendo il secondo partito greco e il rappresentante dell’opposizione sociale in parlamento. Fatti che esprimono la più grave crisi di rappresentatività e legittimazione di un sistema partitico in Europa.
È ovvio spiegare la gravità di questa crisi politica con quella della crisi economica e con un riflesso di rigetto nei confronti dei partiti dominanti che hanno sottoscritto i «programmi di aggiustamento economico» (i Memorandum con la Commissione europea, la Banca centrale europea e il Fondo monetario internazionale), che appaiono come un’imposizione straniera; ed è anche facile collegare il successo elettorale di Syriza a una particolare qualità politica di questo cartello.
Tuttavia, pur facendo le proporzioni tra le diverse situazioni, nel resto d’Europa non si vede nulla d’equivalente a quanto accaduto in Grecia: è vero che la crisi economica danneggia i partiti al governo, aumenta l’instabilità politica e favorisce gruppi politici di outsider (di sinistra ma anche di destra), ma i cambi della guardia sono avvenuti all’interno del sistema dei partiti dominanti; né esiste un nesso meccanico tra crisi economica, mobilitazione sociale e radicalizzazione politica. I movimenti degli Indignados e di Occupy esprimono (o hanno espresso, se come pare sono in fase calante) la rabbia di una generazione e un bisogno radicale di democrazia e di controllo dal basso delle condizioni della vita sociale. Sono un’esperienza necessaria e una promessa di ciò che potrà essere ma, a differenza delle primavere arabe da cui hanno tratto ispirazione, non costituiscono una forza in grado di incidere materialmente sui rapporti di potere sociali e politici né, come tali, sono in grado di farlo.
Come spiegherò in altro articolo, «fare Syriza» in Italia è il sogno dei nostri forchettoni rossi, che tale rimarrà perché a questi mancano le qualità politiche e etico-politiche minime per realizzarlo, segnati come sono dal sostegno e dalla diretta partecipazione nei governi di centrosinistra dell’imperialismo italiano e dall’aspirazione a sedere su poltroncine imbottite. Nondimeno, Syriza non presenta aspetti programmatici o politico-culturali che siano qualitativamente diversi da quelli degli altri partiti postcomunisti europei. La differenza deve risiedere altrove.
Il fatto è che la crisi politica greca ha radici profonde e una gestazione lunga, rivelatrici dei limiti del processo di democratizzazione dopo la dittatura dei colonnelli (1967-74) e, infine, dell’entrata a pieno titolo del sistema politico greco nella grande famiglia delle postdemocrazie europee.

RED UTOPIA ROJA – Principles / Principios / Princìpi / Principes / Princípios

a) The end does not justify the means, but the means which we use must reflect the essence of the end.

b) Support for the struggle of all peoples against imperialism and/or for their self determination, independently of their political leaderships.

c) For the autonomy and total independence from the political projects of capitalism.

d) The unity of the workers of the world - intellectual and physical workers, without ideological discrimination of any kind (apart from the basics of anti-capitalism, anti-imperialism and of socialism).

e) Fight against political bureaucracies, for direct and councils democracy.

f) Save all life on the Planet, save humanity.

g) For a Red Utopist, cultural work and artistic creation in particular, represent the noblest revolutionary attempt to fight against fear and death. Each creation is an act of love for life, and at the same time a proposal for humanization.

* * *

a) El fin no justifica los medios, y en los medios que empleamos debe estar reflejada la esencia del fin.

b) Apoyo a las luchas de todos los pueblos contra el imperialismo y/o por su autodeterminación, independientemente de sus direcciones políticas.

c) Por la autonomía y la independencia total respecto a los proyectos políticos del capitalismo.

d) Unidad del mundo del trabajo intelectual y físico, sin discriminaciones ideológicas de ningún tipo, fuera de la identidad “anticapitalista, antiimperialista y por el socialismo”.

e) Lucha contra las burocracias políticas, por la democracia directa y consejista.

f) Salvar la vida sobre la Tierra, salvar a la humanidad.

g) Para un Utopista Rojo el trabajo cultural y la creación artística en particular son el más noble intento revolucionario de lucha contra los miedos y la muerte. Toda creación es un acto de amor a la vida, por lo mismo es una propuesta de humanización.

* * *

a) Il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi che impieghiamo dev’essere riflessa l’essenza del fine.

b) Sostegno alle lotte di tutti i popoli contro l’imperialismo e/o per la loro autodeterminazione, indipendentemente dalle loro direzioni politiche.

c) Per l’autonomia e l’indipendenza totale dai progetti politici del capitalismo.

d) Unità del mondo del lavoro mentale e materiale, senza discriminazioni ideologiche di alcun tipo (a parte le «basi anticapitaliste, antimperialiste e per il socialismo».

e) Lotta contro le burocrazie politiche, per la democrazia diretta e consigliare.

f) Salvare la vita sulla Terra, salvare l’umanità.

g) Per un Utopista Rosso il lavoro culturale e la creazione artistica in particolare rappresentano il più nobile tentativo rivoluzionario per lottare contro le paure e la morte. Ogni creazione è un atto d’amore per la vita, e allo stesso tempo una proposta di umanizzazione.

* * *

a) La fin ne justifie pas les moyens, et dans les moyens que nous utilisons doit apparaître l'essence de la fin projetée.

b) Appui aux luttes de tous les peuples menées contre l'impérialisme et/ou pour leur autodétermination, indépendamment de leurs directions politiques.

c) Pour l'autonomie et la totale indépendance par rapport aux projets politiques du capitalisme.

d) Unité du monde du travail intellectuel et manuel, sans discriminations idéologiques d'aucun type, en dehors de l'identité "anticapitaliste, anti-impérialiste et pour le socialisme".

e) Lutte contre les bureaucraties politiques, et pour la démocratie directe et conseilliste.

f) Sauver la vie sur Terre, sauver l'Humanité.

g) Pour un Utopiste Rouge, le travail culturel, et plus particulièrement la création artistique, représentent la plus noble tentative révolutionnaire pour lutter contre la peur et contre la mort. Toute création est un acte d'amour pour la vie, et en même temps une proposition d'humanisation.

* * *

a) O fim não justifica os médios, e os médios utilizados devem reflectir a essência do fim.

b) Apoio às lutas de todos os povos contra o imperialismo e/ou pela auto-determinação, independentemente das direcções políticas deles.

c) Pela autonomia e a independência respeito total para com os projectos políticos do capitalismo.

d) Unidade do mundo do trabalho intelectual e físico, sem discriminações ideológicas de nenhum tipo, fora da identidade “anti-capitalista, anti-imperialista e pelo socialismo”.

e) Luta contra as burocracias políticas, pela democracia directa e dos conselhos.

f) Salvar a vida na Terra, salvar a humanidade.

g) Para um Utopista Vermelho o trabalho cultural e a criação artística em particular representam os mais nobres tentativos revolucionários por lutar contra os medos e a morte. Cada criação é um ato de amor para com a vida e, no mesmo tempo, uma proposta de humanização.