L’associazione Utopia rossa considera suo fondamento politico il principio secondo cui il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi si deve riflettere l’essenza del fine. Non ha programmi politici, come del resto non ne aveva la Prima internazionale. Nonostante le più diverse provenienze ideologiche dei suoi sostenitori, essa ritiene che l’anticapitalismo dilagato dopo l’inizio dell’Antirivoluzione russa (dicembre 1917) sia stato motivato fondamentalmente da idee precapitalistiche, cioè retrograde, e non da progetti di civiltà in grado di superare il capitalismo sviluppando ulteriormente i suoi modelli di democrazia. Ciò spiega anche il prevalere, nella storia della cosiddetta «sinistra», di simpatie per i regimi dittatoriali di ogni specie e colore. Utopia rossa si batte contro l’ulteriore diffusione di ideologie precapitalistiche vecchie e nuove (in campo politico, culturale, ecologico, religioso ecc.), come parte della sua battaglia per il superamento del capitalismo, se si vuole salvare la vita sulla Terra con la sua umanità. In questo senso la sua utopia continua ad essere rossa.

The Red Utopia association considers its political foundation to be the principle that the end does not justify the means, but that the means must reflect the essence of the end. It has no political program, just as the First International did not. Despite the diverse ideological backgrounds of its supporters, it believes that the anti-capitalism that spread after the start of the Russian Anti-Revolution (December 1917) was fundamentally motivated by pre-capitalist – that is, retrograde – ideas, and not by civilizational projects capable of overcoming capitalism and of further developing its democratic models. This also explains the prevalence, throughout the history of the so-called «left», of sympathies for dictatorial regimes of all kinds and colors. Red Utopia fights against the further spread of old and new pre-capitalist ideologies (in the political, cultural, ecological, religious, and other fields) as part of its battle to overcome capitalism, if life on Earth, including its humanity, is to be saved. In this sense, its utopia remains red.

PER SAPERNE DI PIÙ CI SONO UNA COLLANA DI LIBRI E UN BLOG IN VARIE LINGUE…

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martedì 23 luglio 2024

UN ACCORDO SINDACALE SPECIALE (senza dare al padrone nulla in cambio)

di Andrea Furlan


Caro Roberto, di questi tempi nei quali assistiamo ad arretramenti importanti sul piano dei diritti dei lavoratori, c'è anche posto per una buona notizia: di un accordo sindacale che sono riuscito a chiudere che stabilisce una conquista sindacale importante per i lavoratori che rappresento in qualità di RSA della Filcams-Cgil nel mio luogo di lavoro che, come tu ben conosci, è la struttura alberghiera denominata Le Meridien Visconti Rome, ed è sita dietro piazza Cavour a Roma.

Essendo stati esternalizzati nel 2012, avendo anche effettuate all'epoca diverse ore di sciopero per impedire all'azienda di venderci ad un'altra società, riuscimmo a fare un accordo sindacale che almeno leniva la sconfitta subita, facendo mantenere ai lavoratori che dovettero passare alle dipendenze del nuovo soggetto appaltatore, le stesse condizioni economiche e normative preesistenti, scatti di anzianità maturati, applicazione dello stesso CCNL Turismo Federalberghi, accordo di secondo livello (C.I.T), superminimi contrattuali, buoni pasto.

Ma riuscimmo a fare anche di più: come contropartita dell'esternalizzazione subita, strappammo al committente, la struttura alberghiera che ci aveva venduto, di continuare a maturare gli scatti di anzianità in numero maggiore rispetto a quelli complessivi previsti dal CCNL Turismo Federalberghi, sei complessivi da maturare uno ogni tre anni di anzianità, però dovemmo sottostare alla richiesta della controparte di rendere assorbibili dai futuri rinnovi contrattuali gli scatti maturati e maturandi oltre il sesto scatto maturato che venivano inquadrati in un superminimo assorbibile.

Pertanto il pericolo di vedere riassorbiti gli importi aggiuntivi derivanti dalla maturazione degli scatti di anzianità dal 6 scatto maturato in poi, dai rinnovi contrattuali, è sempre stato dietro l'angolo, soprattutto per chi come i lavoratori in questione, lavorano all'interno di una dinamica di cambio appalto, però, come ti dicevo, questa volta mi si è presentata un'occasione importante, infatti ragionando con la società Puliservice, che fino al 17 Giugno 2024 aveva la gestione dell'appalto, con loro siamo riusciti a strutturare un accordo che prevede la trasformazione dei superminimi assorbibili in non assorbibili, in più abbiamo concordato l'aumento del buono pasto migliorando l'importo da 5,29 a 7 euro.

L'accordo in questione è storico per il settore, soprattutto per quanto concerne la trasformazione degli importi economici da assorbibili in non assorbibili, perché non solo ai lavoratori non potranno essere più tolti quegli importi, ma a questi importi, continueranno ad aggiungersi gli scatti di anzianità maturandi, quindi i lavoratori della struttura Le Meridien Visconti Rome, che lavorano in regime di appalto nella struttura alberghiera, avranno la possibilità di maturare fino a un numero massimo di dodici scatti di anzianità cadauno, ovvero di raddoppiare l'importo economico da 180 euro, comprensivo di numero 6 scatti di anzianità previsti come massimale dal CCNL del Turismo Federalberghi, a 12 scatti per un totale di euro 360 con conseguenziale aumento, in proporzione, di tutti gli istituti contrattuali fissi: tredicesima mensilità, quattordicesima mensilità, TFR, paga oraria.

L'accordo non contiene nessun'altra voce, si è limitato, e questo non è poco, a consentire un miglioramento delle condizioni dei lavoratori senza dare al datore di lavoro nulla in cambio.



Nella diffusione e/o ripubblicazione di questo articolo si prega di citare la fonte: www.utopiarossa.blogspot.com

venerdì 2 giugno 2023

Ucraina 24: UKRAINE: LUTTER SUR DEUX FRONTS¹

Patrick Le Tréhondat²

  

Depuis le 24 février 2022, le peuple a engagé une héroïque résistance pour sa survie contre l’agression impérialiste russe. La société s’est auto-organisée pour faire face à cette tâche historique. Cependant, ce faisant elle s’est heurtée à la politique néo-libérale du gouvernement Zelensky qui par sa politique au service des intérêts des oligarchies en place affaiblit considérablement sa capacité de résistance, s’oppose à ses aspirations d’émancipation. Entre janvier à février 2023, le ministère du travail a recensé des conflits du travail dans 7 643 entreprises, impliquant plus de 1,6 million de travailleurs. Pour gagner, les travailleurs, les jeunes et le mouvement des femmes doivent lutter sur deux fronts: contre l’impérialisme russe et contre la politique anti-sociale du gouvernement. Gagner sur ces deux fronts est lié. C’est là l’enjeu majeur qui se joue en Ukraine.

Selon le ministère du Travail de janvier à février 2023, 7 643 entreprises ont connu des conflits sociaux impliquant plus de 1,6 million de travailleurs. (45 % concernant le non-respect des exigences du droit du travail ; 32% concernant la mise en œuvre d’une convention collective, d’un accord ou de leurs dispositions particulières) Dans les litiges concernant les arriérés de salaire, un montant de 56,7 millions d’UAH (1,40 million d’euros) sur un montant total de 717 millions d’UAH (18 millions d’euros) a été payé.(Source : KVPU )

« Il serait logique que l’infirmière ait le droit de vérifier le travail du directeur général et d’évaluer la pertinence des paiements qui lui sont versés » 

Une infirmière répondant à une autre qui se plaignait d’être chronométrée par le comptable d’un hôpital Salon de discussion du syndicat des infirmières Sois comme Nina, mai 2023.

 « La société civile a été contrainte de remplir le rôle de l’État et, au lieu d’attendre une assistance plus spécifique, d’assumer presque toutes ses fonctions sociales. ». « la guerre a conduit à de nouvelles formes d’autoorganisation et de politique populaire. La guerre a radicalement changé la vie sociale et politique en Ukraine, et nous ne devons pas permettre la destruction de ces nouvelles formes d’organisation sociale, mais les développer ».(Extrait de la résolution du « Premier bilan de l’année 2022 » du Sotsialnyi Rukh [Mouvement social])


1. Résumé de la présentation faite lors de la réunion du 20 mai 2023 organisée par le Réseau Bastille 

2. Patrick Le Tréhondat est un autogestionnaire de longue date. Il adhère, alors lycéen, au Parti socialiste unifié (PSU) en 1976, et sera plus tard notamment membre des Comités communistes pour l’autogestion (CCA) ainsi que de la Tendance marxiste-révolutionnaire internationale (TMRI). Appelé sous les drapeaux en décembre 1980, affecté à la base navale de Brest, il rejoint le comité de marins « Tonnerre de Brest » et adhère à Information pour les soldats (IDS), il participe en tant qu’appelé à la Conférence européenne des organisations d’appelés (ECCO) qui se tient en octobre 1981 dans la région parisienne. Il sera, pendant plusieurs années, membre du secrétariat européen d’ECCO. Éditeur chez Syllepse, il a publié (avec Patrick Silberstein) Vive la discrimination positive : Plaidoyer pour une république des égaux (Syllepse, 2004) et L’ouragan Katrina (Syllepse, 2005). Il a été membre du collectif Lucien Collonges qui a publié Autogestion : Hier, aujourd’hui, demain (Syllepse, 2010). Il participe aujourd’hui à l’Association Autogestion.

martedì 3 gennaio 2023

IL 18° CONGRESSO DELLA CGIL

di Andrea Furlan (Rsa Filcam Cgil)

 

Con l'inizio del congresso della Cgil colgo l'occasione per fornire un quadro d'insieme in cui inserirò la mia personale posizione politica di astensione nei confronti dei due documenti che si stanno confrontando a partire dai luoghi di lavoro.

La decisione di astenermi nasce da una mia critica al gruppo dirigente della minoranza di Riconquistiamo tutto (RT), l'area di opposizione in Cgil, per la sua incapacità di organizzare l'opposizione, ma soprattutto, per la posizione di falso neutralismo assunta rispetto all’aggressione russa all’Ucraina che reputo di una gravità inaudita.

Questa posizione, insieme alla richiesta del non invio di armi alla resistenza Ucraina, è anche condivisa dall'insieme del gruppo dirigente della Cgil, sia quello raccolto intorno al segretario nazionale Maurizio Landini, sia dal gruppo dirigente di sinistra che ha proposto il documento alternativo.

Prima di entrare nel merito, premetto che dal 1995 fino all'inizio dell'attuale fase congressuale, la mia militanza all'interno della Cgil si è sempre caratterizzata con l’appoggio ai documenti congressuali che criticavano la linea confederale fondata su linee politiche di concertazione sindacale. Ho sempre dato il mio sostegno alla costruzione delle sinistre sindacali che negli anni si sono succedute, da Alternativa sindacale, cui aderii appena eletto delegato nel 1995, fino a Riconquistiamo tutto (RT) nel 2022.

 

Nel mese di ottobre 2022 la Cgil ha iniziato il proprio Congresso nazionale partendo dai congressi di base che si stanno svolgendo nei posti di lavoro e nelle leghe dello Spi (sindacato pensionati). Il dibattito congressuale ruota intorno ai due documenti che sono stati licenziati dal Direttivo nazionale della Cgil - "Il lavoro crea il futuro" (primo firmatario Maurizio Landini) e "Le radici del sindacato. Senza lotte non c'è futuro" (prima firmataria Eliana Como) - e che rappresentano due posizioni politiche differenti.

 

Questa volta però, rispetto al passato, la situazione politica internazionale è la vera questione che dovrebbe essere all'ordine del giorno del Congresso: l'invasione dell'Ucraina da parte dell'imperialismo Russo costituisce un gravissimo problema per la pace mondiale e una tragedia per i lavoratori e le lavoratrici ucraine. La Russia di Putin ha riportato la guerra nel cuore dell'Europa, per soffocare le legittime aspirazioni di un popolo sovrano, e ha provocato una corsa al riarmo generale della Nato che invece si stava avviando gradualmente verso una crescente perdita di peso. Né va dimenticato che le continue minacce di Putin di utilizzare nel conflitto armi atomiche (sia pure tattiche), rappresentano un pericolo concreto e immediato per la sopravvivenza della specie umana.

giovedì 19 febbraio 2015

SOLLEVARE LO SGUARDO, OLTRE, di Gualtiero Via

Una premessa
Il tentativo di "importare" l'esperienza Tsipras in Italia a quasi un anno di distanza può dirsi più o meno fallito. Ora, a chi si sta impegnando con serietà con «L'Altra Europa» questo sembrerà probabilmente un giudizio ingeneroso, ma io credo che un progetto nuovo vada valutato in base alle necessità. Chi vuole si potrà accontentare, ma non è molto serio. Le necessità sono molto, molto al di là dei limiti che stanno relegando il progetto italiano «L'Altra Europa» a una funzione pressoché irrilevante.
Ci vogliono sicuramente più ambizione, più competenza, più radicalità, più attitudine all'azione e alla comunicazione efficaci. Se non fossero bastate le riserve con cui le due forze partitiche organizzate (Sel e Rifondazione) vi presero parte, l'incertezza e debolezza intrinseca della leadership hanno fatto il resto.
È anche dalla presa d'atto dei gravi limiti del progetto «L'Altra Europa» (progetto nel quale mi ero impegnato al suo sorgere, come sanno alcuni dei destinatari di queste riflessioni) che ho deciso di proporre i punti di riflessione che seguono.
È più importante guardare alla situazione generale - italiana e internazionale. L'economia, le tensioni internazionali (citiamo terrorismo "islamista" e Ucraina, ma la lista è lunga - come tacere per esempio la Nigeria e la Palestina?) e l'immigrazione si confermano come i terreni più delicati - in merito ai quali si addensano i pericoli più gravi. Non da soli, anche qui: il versante delle cosiddette riforme (dalla legge elettorale a quelle sul lavoro) non è meno importante.

domenica 28 settembre 2014

150º ANNIVERSARIO DELL'ASSOCIAZIONE INTERNAZIONALE DEI LAVORATORI, di Pier Francesco Zarcone

Riflessione sul contrasto Marx/Bakunin

La I Internazionale (il suo nome esatto era Associazione Internazionale dei Lavoratori) fu costituita a Londra il 28 settembre del 1864 da sindacalisti britannici e francesi e da esponenti dell’emigrazione rivoluzionaria europea dell’epoca [1], a margine di un incontro per la difesa dell’indipendenza polacca. Dietro questa occasionalità, peraltro, esisteva l’ormai maturata consapevolezza dell’ineludibile esigenza di dare vita a un’organizzazione unitaria del proletariato che, al di là delle barriere nazionali, si contrapponesse all’internazionale sfruttamento capitalista. Che ancor prima di quell’atto fondativo la correlativa idea fosse già nell’aria, lo dimostrano le varie «leghe», «società» e «federazioni», palesi o segrete, e sovente effimere, sorte in precedenza e con prospettive palesemente transnazionali.
Il progressivo radicalizzarsi dello scontro sociale - nelle aree in cui la rivoluzione borghese o si era ben affermata o si andava sviluppando – e la crescente consapevolezza dell'inconciliabilità degli interessi di classe proletari con quelli borghesi, facevano sì che dall’originario associazionismo operaio di tipo assistenziale/solidaristico (in fondo innocuo per i padroni) si andassero sviluppando forme di agglutinazione maggiormente idonee all’innalzarsi del livello di scontro; e parallelamente negli ambienti delle società operaie aumentasse l’attenzione per i problemi economici e politici. Così alla fase di resistenza – implicante la contrattazione dei minimi salariali e la lotta ai licenziamenti – si andò accompagnando la spinta all’abbattimento del sistema socio/economico. Da qui il successo dell’Internazionale, su un terreno in cui l’associazionismo operaio assumeva caratteristiche sociali e anche politiche più radicali. Tant’è che varie organizzazioni sindacali di categoria si trasformarono in sezioni dell'Internazionale.

venerdì 3 gennaio 2014

SUL DOCUMENTO CGIL ALTERNATIVO

Ne discutono Andrea Furlan e Lorenzo Mortara

Caro Lorenzo,

innanzitutto ti ringrazio per la polemica politica civile che hai rivolto alle mie considerazioni critiche da me espresse al documento congressuale della Rete 28 Aprile.
Purtroppo, è da anni che va avanti un certo andazzo nella ex estrema sinistra italiana dove o le elaborazioni critiche vengono ignorate, oppure vengono sbeffeggiate o ricoperte di veri e propri insulti, e soltanto perché ritenute non conformi ad un modo politico di pensare e analizzare.
Questo comportamento impolitico, distrugge ogni possibilità di dialogo e confronto che invece andrebbe sempre di più sviluppato con la necessaria chiarezza in un rapporto dialettico.
Per fortuna non è il tuo caso e quindi eccomi qua a confrontarmi con quanto da te addotto.
Intanto sono contento che hai colto la questione dell'errore commesso sull'Europa, e, il fatto che su questo aspetto politico ritieni importante fare autocritica rispetto a quanto sostenuto dal documento, rafforza ulteriormente i miei convincimenti teorici sul tema.
Però, allo stesso tempo, vorrei che l'errore commesso dagli estensori del documento congressuale, ti servisse per fare alcune considerazioni critiche sulle esperienze Trotskoidi che popolano la Rete 28 Aprile, le quali, hanno commesso un errore madornale nell'elaborare un analisi politica che sostiene la subalternità della borghesia italiana nei confronti delle strutture sovranazionali, sulla proposta del no pagamento del debito e sulla conseguenza inevitabile dell'uscita dall'euro, schierandosi di fatto col sostenere la propria borghesia pensando invece di combatterla.

giovedì 19 dicembre 2013

CONSIDERAZIONI CRITICHE SUL DOCUMENTO DI MINORANZA AL XVII CONGRESSO DELLA CGIL, di Andrea Furlan

Il documento della minoranza congressuale, denominato "La CGIL è un'altra cosa" e firmato da cinque componenti del direttivo nazionale della CGIL, merita di essere analizzato attentamente visto che, rispetto ai documenti passati elaborati dalle minoranze congressuali nei precedenti congressi della CGIL, si caratterizza in modo più coerente con un’impostazione politica di classe.
La mia adesione a detto documento, tuttavia, è un’adesione critica poiché, a mio personale avviso, malgrado il documento sia migliore dei precedenti, continua ad avere fondamentali limiti sul piano dell'analisi politica e della proposta conseguente.
In primis considero errate le analisi politiche nei confronti dell'Europa di Maastricht e del rapporto che, secondo gli estensori del documento, esisterebbe tra la borghesia italiana e le altre borghesie nazionali.
Non mi convincono neanche i compiti che il movimento operaio dovrebbe assolvere rispetto alle conseguenze sociali della crisi capitalistica e quanto addotto sul tema del debito pubblico.
Dopo il preambolo iniziale, il documento comincia ad entrare nel merito delle questioni politiche sopramenzionate e, per quanto concerne la questione dell'Europa monetaria, il tema viene sviscerato nel capitolo intitolato "Contro l'Europa dell'austerità e del Fiscal Compact".
Il capitolo inizia nel modo seguente: "Per difendere il proprio potere e i propri guadagni, le caste politiche e manageriali e i grandi poteri economici hanno scelto di sottomettere la politica economica e sociale italiana agli ordini della troika, cioè di quel comando privo di qualsiasi legittimazione democratica formato da Commissione Europea, Banca Centrale Europea, Fondo Monetario Internazionale.
Quindi, da quanto sopra riportato, si evince che, le politiche di austerity, non sono il frutto di scelte politiche autonome della classe politica italiana, che opera in rappresentanza degli interessi di classe della propria borghesia; al contrario, le politiche di distruzione dello stato sociale, della precarizzazione del mondo del lavoro, dell'abbattimento dei salari, secondo gli estensori del documento sono state invece imposte dal Fondo Monetario Internazionale, dalla Banca Europea e dalla Commissione europea.

giovedì 5 dicembre 2013

SULLA PROPOSTA DI FRANCA PERONI E MAURIZIO SCARPA*, di Andrea Furlan

Cari Maurizio e Franca,
sento di poter utilizzare con voi un tono confidenziale nel rispondere al vostro elaborato critico perché, soprattutto con Maurizio, ci conosciamo ormai da diversi anni, nel corso dei quali abbiamo spesso polemizzato confrontandoci politicamente.
Attraverso questo mio contributo vorrei scambiare con voi alcune considerazioni in merito a quanto da voi sostenuto nella vostra lettera pubblica e sull'analisi politica e la relativa proposta che lanciate alla vigilia del XVII congresso nazionale della Cgil ormai alle porte.
La vostra lettera ha sicuramente il pregio di voler innescare all'interno e all'esterno della Cgil una riflessione ad ampio raggio sullo stato dell'arte della nostra organizzazione, denunciando il processo involutivo determinatosi all'interno della Cgil negli ultimi anni. 
Il pensiero centrale del vostro ragionamento, è tutto centrato nel mettere a fuoco gli ultimi anni dell'agire politico della Cgil.
Avete giustamente sottolineato gli arretramenti importanti subiti dell'organizzazione sul piano della democrazia interna e la mancanza di autonomia della Cgil nei confronti del quadro politico di centrosinistra.
Su questi due assi del vostro ragionamento, non ho particolari difficoltà nel sostenere le vostre ragioni che sono anche le mie.

venerdì 5 luglio 2013

PSEUDOCONGRESSO DELLA CGIL E PSEUDOSINISTRA SINDACALE (intervento all’assemblea naz. della Rete 28 aprile), di Andrea Furlan


Con lo scioglimento dell'area congressuale la "CGIL che vogliamo", diretta da Gianni Rinaldini, una parte della burocrazia di sinistra della CGIL ha riesumato, alla vigilia dell'apertura del congresso che si terrà in autunno, la sinistra sindacale Rete 28 Aprile.
La stessa ha tenuto la sua assemblea nazionale sabato 29 giugno a Roma presso i locali occupati dell'ex Inpdap di viale delle Province dove ha annunciato la presentazione di un documento congressuale alternativo. 

Ricardo Carpani
Come di consueto, il dibattito molto partecipato (malgrado la sala non fosse molto piena) è stato aperto dal portavoce nazionale della Rete, Giorgio Cremaschi, il quale ha analizzato la situazione politico sindacale criticando aspramente l'accordo sindacale sulla rappresentanza recentemente sottoscritto dalla CGIL con CISL, UIL e Confindustria.
La relazione di Cremaschi è stata ampia e sostanzialmente condivisibile, ha  analizzato l'operato politico di governo, la situazione internazionale, il ruolo della CGIL di sostegno all'azione politica del PD e del governo di unità nazionale presieduto da Letta che, in totale continuità con il precedente governo Monti, vuole continuare ad attuare le politiche di austerity come chiesto da Confindustria.
Malgrado io abbia condiviso quasi totalmente l'analisi politica di Cremaschi, nel mio intervento ho posto alcune questioni sulle quali il gruppo dirigente dell'apparato CGIL che si riconosce nella Rete, continua a dimostrare di non voler assolutamente aprire la discussione.

giovedì 14 febbraio 2013

LASCIO LA RETE 28 APRILE DOPO AVER TANTO LOTTATO PER COSTRUIRLA, di Andrea Furlan

Sono stato sempre convinto che per determinare un vero cambiamento sostanziale nella linea politica della Cgil vi fosse bisogno di una lotta politica al suo interno basata su princìpi saldi di contrapposizione alla burocrazia sindacale e alla logica imperante degli apparati. Una lotta organizzata di compagni e compagne, lavoratrici e lavoratori, delegate e delegati che, oltre a contestare la linea politica concertativa della Cgil - proponendo un'alternativa politica fondata sul conflitto sociale in difesa dei diritti e del salario - contestasse anche la struttura burocratica e centralistica dell'organizzazione.

sabato 30 giugno 2012

UN’AUTOCRITICA DI GIORGIO CREMASCHI, di Michele Nobile e Gino Potrino


Riportiamo questa dichiarazione di Giorgio Cremaschi perché dice la verità. E la verità, per una volta tanto, viene detta da qualcuno che ha fatto parte integrante dell’apparato Cgil e Fiom. Ci piace anche il fatto che finalmente si senta una voce autocritica, anche se solo per i tempi più recenti (cioè per la speranza infondata che la revisione governativa e parlamentare del diritto del lavoro sarebbe stata fermata da un moto popolare). Per un’autocritica sul passato della Fiom/Cgil – per lo meno dal 1969 in poi - vale la pena di attendere ancora. Ma prima o poi bisognerà arrivarci.

Che in Italia si faccia autocritica è un fatto notevole per la sua rarità, se non sconosciuto. Siamo invece abituati a scivolare sul ghiaccio di svolte e svoltine la cui sola motivazione è tenere a galla chi dovrebbe affondare; e siamo nell’ambiguità di due ex ministri e molti sostenitori dell’ultimo governo di centrosinistra che pretendono di costruire Syriza in Italia. Questi ministeriali sarebbero più credibili se almeno facessero «un passo indietro» prendendosi una lunga vacanza. 
Cremaschi descrive come le direzioni di Cisl, Uil e anche Cgil abbiano contribuito a costruire una sconfitta storica per i lavoratori. Tuttavia non si tratta della sconfitta delle direzioni sindacali perché esse non rappresentano gli interessi dei lavoratori bensì quelli del capitale sopra i lavoratori. Oramai la posizione istituzionale della burocrazia sindacale non deriva più dalla sua capacità di mediare tra gli interessi dei lavoratori e quelli del capitale, ma dalla gestione delle batoste destinate ai loro iscritti
Lo stesso vale per il PD, i cui meriti precedenti presso il capitale nazionale e internazionale, a partire dallo smantellamento dell’Iri fino alle manovre per l’entrata nell’eurozona, offuscano quelli di Berlusconi, ora narratore di barzellette sulla possibile uscita dall’euro e il ritorno alla lira.
Cremaschi promette di non avere più niente a che fare col PD e siamo disposti a credergli. Temiamo, però, che altri nella sua area mentano facendo la stessa promessa.
Si tratta ora di riflettere sull’interrogativo posto da Cremaschi e capire perché la risposta non sia stata neanche lontanamente all’altezza della sfida, traendone delle indicazioni per il presente. Certamente le direzioni sindacali hanno le loro responsabilità. Ma non si tratta solo di questo. Di sconfitta in sconfitta, dal meno peggio al sempre peggio è il quadro di un’epoca e di un’intera casta politica (inclusa la sottocasta dei Forchettoni rossi) che entra in gioco. Fin dove sarà disposto a spingersi Cremaschi in questo riesame del quadro? E fino a dove sono disposte ad autocriticarsi le correnti politiche sulle quali si appoggia al momento? Anch’esse hanno fatto parte, più o meno continuativamente, del miraggio elettoralistico che continua ad avvelenare l’atmosfera politica dell’antagonismo sociale.
Michele Nobile

È paradossale che nel periodo di massima crisi da molti decenni a questa parte del capitalismo internazionale e di quello nostrano in particolare - perché in Italia la crisi  economica si avvita con quella del sistema politico inetto e corrotto della cosiddetta “Seconda repubblica” - la borghesia possa adottare le misure più drastiche senza trovare la benché minima resistenza nel mondo del lavoro e nelle organizzazioni politiche e sindacali che dovrebbero rappresentarlo. Il paradosso però è solo apparente, se si guarda alle condizioni attuali valutando la linea di tendenza almeno degli ultimi due decenni e si rifugge da una valutazione impressionistica e statica.
La sinistra politica come l’abbiamo conosciuta sino alla fine del secolo scorso non esiste più: quella maggioritaria - di provenienza Pci, Psi -  è passata ormai da tempo armi e bagagli al liberismo più smaccato, alla difesa delle compatibilità del capitalismo, se non alla reazione vera e propria in varie questioni sociali, culturali, religiose, giudiziarie.
Mentre la grossa parte di ciò che restava dell’ex-estrema sinistra (dalla gruppettistica degli anni ’70 a Democrazia proletaria arrivando a Rifondazione e alla cristallizzazione della sottocasta dei Forchettoni rossi) ha tristemente concluso il suo declino imbarcandosi nell’ultimo governo Prodi del 2006, per essere poi punita dal suo stesso elettorato nelle elezioni del 2008.
Cremaschi ha conosciuto tutto ciò e ne ha fatto parte integrante, anche se “nobile”. Diciamo che ne è stato a suo modo un’espressione ideologica in campo soprattutto sindacale.
Ciò va ricordato perché spesso ci si dimentica di tenere adeguatamente conto dell’involuzione del sindacato, di anni e anni di accordi a perdere, di scioperi senza costrutto o senza obiettivi e di concertazione subalterna che lo hanno portato a trasformarsi in ciò che è al momento: un carrozzone burocratico che imbriglia tutte le spinte al conflitto che vengono dalla sua base per spostarle sul terreno della mediazione politica finalizzata al mantenimento dei propri privilegi di apparato – vedi partecipazione a una marea di commissioni paritetiche assieme alle controparti, vedi distacchi sindacali pagati dagli enti, vedi l’enorme giro di affari che ruota intorno ai centri di assistenza fiscale  e ai patronati che sbrigano “gratuitamente” le montagne di scartoffie che la burocrazia fa gravare ad arte  sulla testa dei cittadini.
Anche il sindacalismo di base - che dalla fine degli anni ’80 aveva cercato di dare una risposta alla capitolazione del sindacalismo confederale - si dibatte in una crisi senza sbocco fra tentazioni di adeguamento all’andazzo corrente e resistenze generose ma minoritarie che al massimo incidono - e non potrebbe essere altrimenti, viste le forze in campo - solo su situazioni locali. E comunque, anche questo tipo di sindacalismo ha fatto propria la prassi di convocare gli scioperi (a volte fintamente “generali”) indipendentemente dal conseguimento concreto di risultati, sia pure modesti o modestissimi. Questa prassi, che col tempo contribuisce a demoralizzare il fronte dei lavoratori in lotta, ha in genere delle finalità propagandistiche, di concorrenza tra sindacati di base e di esibizionismo dei gruppi dirigenti (che non a caso sono inamovibili, sempre gli stessi ormai da decenni e in saldo controllo dei rilspettivi apparatini).
Per non parlare dei piccoli gruppi politici collocabili nell’area dell’ex-estrema sinistra che, con tutto il rispetto per i singoli militanti, non incidono per nulla (e anche loro con gruppi dirigenti inamovibili per decenni, nei casi storicamente più antichi), mentre presentano un’immagine caricaturale della prospettiva rivoluzionaria, della sua elaborazione teorica, dell’apparato partitico, del concetto stesso di militanza politica.
Ed ecco l’utilità che mi sento di riconoscere nella dichiarazione di Cremaschi, perché essa afferma più o meno esplicitamente che sarebbe ora di cominciare a chiedersi che cosa si possa fare, se non sia necessario un passo indietro da parte di chi ancora vuole resistere all’offensiva borghese e costruire qualcosa che abbia la massa critica per far ripartire le mobilitazioni dei lavoratori, difendere i gruppi sociali falcidiati dalla crisi ecc. Non sarà la demagogia o gli scioperelli convocati senza obiettivi precisi e irrinunciabili a cambiare la situazione, il rapporto di forze: il debito pubblico, i profitti degli speculatori e la crisi delle banche continueremo a pagarli noi, eccome. Marchionne potrà continuare a irridere le rare sentenze che difendono qualche residuo diritto del mondo del lavoro chiamandole “folcloristiche”, la ministra Fornero potrà continuare col suo fare sprezzante a sgretolare pezzo per pezzo quello che si era faticosamente ottenuto con decenni di lotte e la borghesia nel suo complesso continuerà ad ingrossare le file dell’esercito industriale di riserva  che userà per rimpinguare i suoi profitti quando la congiuntura tornerà favorevole.
Gino Potrino

La costituzione esce dalle fabbriche
di Giorgio Cremaschi
(28 giugno 2012)
[redazione del sito www.rete28aprile.it]

Il 20 maggio 1970 veniva approvato lo statuto dei lavoratori. Allora si disse, usando una frase di Di Vittorio, che la Costituzione varcava finalmente i cancelli dei luoghi di lavoro.  Oggi ne esce, con la controriforma del lavoro suggellata dalle dichiarazioni tecnicamente reazionarie della ministra Fornero. Il lavoro non ha più diritti e non e' più un diritto, può solo essere il premio di chi vince la competizione selvaggia nel mercato e nella vita.
Di fronte a questa drammatica sconfitta sento prima di tutto il bisogno di scusarmi per la parte che ho in essa. Tempo fa avevo scritto e detto che di fronte all' attacco all'articolo 18 avremmo fatto le barricate. Pensavo ancora alla Cgil guidata da Cofferati dieci anni fa e alle rivolte dei sindacati e del popolo greco oggi. Non e' stato così, mi sono sbagliato sono stato troppo ottimista. E ora subiamo la più dura sconfitta sindacale dal dopoguerra senza aver combattuto in maniera adeguata.
Colpa dei lavoratori impauriti e ricattati dalla disoccupazione e dalla precarietà? No colpa dei dirigenti di quello che una volta definivamo movimento operaio ed in particolare di quelli della Cgil.  Non e' vero infatti che su questo tema non ci fossero spinte alla mobilitazione. E' vero anzi il contrario. A primavera era cresciuto un movimento diffuso nelle fabbriche con adesioni agli scioperi anche di iscritti a Cisl e Uil. C'era stata la manifestazione Fiom del 9 marzo a Roma e quella promossa dal NoDebito a Milano. La Cgil aveva proclamato 16 ore di sciopero. Certo erano ancora avanguardie di massa quelle che si mobilitavano, ma il loro consenso era diffuso e trasversale, maggioritario nel paese. Uno sciopero generale della portata delle lotte del 2002 era alla portata ed avrebbe aperto un fronte complessivo con il governo, mettendo in gravi difficoltà Cisl e Uil e ancor di più il partito democratico. Ed e' per questo che non si e' fatto. La squallida mediazione definita tra i partiti di governo si e' trasferita sul progetto di legge, Cisl e Uil hanno accettato e la Cgil ha finito di opporsi. E, fatto ancor più grave, ha accettato la mediazione che cancellava l'articolo 18 facendo finta di aver vinto. A quel punto la prospettiva di una unificazione delle lotte e' saltata e anche la Fiom ha drasticamente ridimensionato la propria iniziativa. Il movimento si é quindi ridotto a singole azioni di lotta, da ammirare ringraziare, ma insufficienti a pesare sul quadro politico. Tante fabbriche metalmeccaniche, prime la Same e la Piaggio han continuato eroicamente a scioperare. I  sindacati di base hanno generosamente scioperato il 22 scorso. Ma non poteva bastare, tenendo conto anche del terribile regime informativo che censura ogni dissenso mentre ossessivamente grida: viva  monti, viva l'euro, viva il rigore.
La giornata del voto ha così rappresentato la sconfitta. Con poche centinaia di persone davanti Montecitorio divise a metà', e con gli organizzatori della Cgil che mettevano la musica rock ad alto volume per coprire le voci dell'assemblea spontanea che si stava svolgendo in una parte della piazza.
Sì io sento il bisogno di scusarmi per questa sconfitta e per come e' maturata, anche se credo di aver fatto tutto quello di cui sono capace per impedire che le cose andassero così.
Ora abbiamo il modello Marchionne esteso a tutto il mondo del lavoro e dobbiamo ricostruire potere e forza. Non sarà facile ma ci dobbiamo provare, ancor di più noi che siamo consapevoli della portata di questa sconfitta. Senza fare sconti a chi ne e' più responsabile nel sindacato, e senza dimenticare mai più la colpa di monti  e del Pd che lo sostiene. Dei  quali dovremo essere solo intransigenti avversari.

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martedì 7 febbraio 2012

PERCORSO E FINE DELLA VERTENZA SINDACALE AL VISCONTI PALACE HOTEL DI ROMA, di Andrea Furlan

La Direzione aziendale del Visconti Palace Hotel (noto albergo di Roma) il 18 novembre ha comunicato l'apertura della procedura di terziarizzazione dei servizi di facchinaggio, cameriere e guardaroba, che ha coinvolto 27 lavoratori su un totale di 75, alla Rsa e alla Filcams Cgil Regionale. L'apertura della procedura di terziarizzazione da parte dell'azienda è stata richiesta in relazione a quanto stabilito dall’articolo 276 della legge 30 del 2003 e dal recepimento di detta legge nel Contratto nazionale di lavoro (Ccnl) del Turismo e dal successivo rinnovo del Cit (Contratto Integrativo Territoriale) del Lazio. In conseguenza a tale decisione, i lavoratori del Visconti Palace Hotel, hanno risposto con 40 ore di sciopero a singhiozzo e con una giornata di mobilitazione con conseguente manifestazione che si è svolta di fronte alla struttura alberghiera.
(fotografia tratta da http://www.cinquegiorni.it/news.asp?id=5517 
La vertenza sindacale alla fine si è conclusa con un accordo che ha di fatto recepito la volontà aziendale di dare seguito al processo di terziarizzazione il quale, comunque, è avvenuto secondo quanto stabilito sul piano delle regole e delle tutele per i lavoratori, dal Cit del Turismo. In merito alle terziarizzazioni, il Cit obbliga le aziende che affidano servizi in appalto che in precedenza gestivano direttamente a mantenere la responsabilità in solido dei propri lavoratori ceduti. Per quanto riguarda invece le aziende appaltatrici, nei confronti dei lavoratori acquisiti esse devono garantire il mantenimento della stessa sede di lavoro e rispettare pedissequamente il Ccnl del Turismo; il premio di produzione contenuto nel Cit; pagare la quota per Sanimpresa e l'Ebtl (Ente bilaterale territoriale del turismo). Queste forme di tutela per i lavoratori, sono state il frutto del rinnovo del Cit avvenuto a Gennaio del 2005 che ha garantito ai lavoratori ceduti ad altre società in regime di appalto la possibilità di non perdere sul piano economico e normativo diritti e salario. Se da un lato i lavoratori non hanno voluto proseguire la lotta fino in fondo per impedire il consolidamento da parte dell'azienda dell'obbiettivo di liberarsi di una parte dei suoi lavoratori per trasformare i costi fissi in costi variabili, l'azione sindacale da essi messa in campo ha comunque pagato in termini di miglioramento dell'accordo sindacale.
Attraverso la trattativa, che si è svolta nella sede aziendale tra la Rsa e la Filcams Cgil da una parte e l'azienda e la Federalberghi Roma dall’altra, i lavoratori ex Visconti Palace Hotel sono riusciti ad ottenere condizioni di miglior favore che non erano previste dal Cit del Turismo. Infatti, i lavoratori hanno ottenuto il mantenimento integrale dell'organizzazione del lavoro vigente al Visconti Palace (turni, orari, ferie), l'assunzione di otto lavoratrici, che in precedenza avevano lavorato presso l'Hotel (con una cooperativa non in regola), a tempo determinato per un anno, con il preciso impegno da parte dell'azienda appaltatrice a trasformare alla fine dell'anno i contratti a termine in contratti a tempo indeterminato; il congelamento per i lavoratori ceduti in appalto degli scatti di anzianità, con maturazione dei nuovi scatti che si andranno a sommare a quelli acquisiti nel precedente rapporto di lavoro con l'azienda Visconti Palace, e il pagamento dell'indennità di preavviso per il licenziamento subito. D'altronde, di più era oggettivamente difficile ottenere, soprattutto quando in una singola vertenza sindacale si mette in discussione una legge dello Stato che consente alle aziende di cedere in appalto (outsourcing) servizi in precedenza gestiti direttamente.
Per far saltare definitivamente questa ignobile legge non può essere sufficiente lottare solamente azienda per azienda quando il problema si presenta. Contro questa autentica piaga normativa, che sta frantumando il settore, la Filcams Cgil deve porsi il problema almeno a livello nazionale recuperando sugli errori commessi nel passato come l'aver accettato nel rinnovo del Ccnl del Turismo del 2007 la possibilità per le aziende di cedere in appalto i servizi. Da questo punto di vista, a mio modesto parere, non ci sono alternative. O la legge viene messa in discussione dalle lotte dei lavoratori, oppure l'intero settore del Turismo italiano, soprattutto quello dei grandi alberghi, verrà travolto come sta oggettivamente già accadendo da ondate di terziarizzazioni di massa. Solamente nella Città eterna, fino ad ora vi sono state 23 strutture di grandi alberghi che hanno subito esternalizzazione di servizi attraverso accordi sindacali. Intere strutture alberghiere stanno subendo processi di spezzatino dove le aziende committenti, affidano a più aziende appaltatrici, la gestione dei servizi dell'albergo. Comunque, nei confronti delle terziarizzazioni si può ancora combattere su due fronti.
Il primo fronte è quello della lotta dei lavoratori e su questo piano sta alla Filcams Cgil organizzare una lotta su scala nazionale che blocchi il fenomeno. Il secondo, invece, è quello giuridico dove si deve porre la questione della genuinità dell'appalto. Su questo fronte la possibilità di far saltare l'appalto, soprattutto nelle aziende alberghiere, sono molte. Infatti, se la legge n. 276 da una parte garantisce alle aziende la possibilità di cedere a soggetti terzi parte dei servizi, norma però chiaramente come l'appalto deve funzionare.
In una struttura alberghiera, dove la promiscuità dei rapporti lavorativi tra i vari reparti dell'albergo è la condizione imprescindibile per far funzionare l'intero meccanismo del servizio al cliente, è fondamentale non determinare situazioni nelle quali gli ordini di servizio al personale esternalizzato continuino ad essere impartiti e organizzati dal personale della società committente. Nel caso in cui invece l'organizzazione del lavoro continua ad essere appannaggio dell'ente committente (cioè la quasi totalità dei casi), l'appalto perde la sua "genuinità" perché non è più rispettata la prerogativa definita dalla legge che stabilisce inequivocabilmente l'autonomia funzionale ed economica del soggetto appaltatore. Ora, in una struttura alberghiera tutto questo è molto difficile applicarlo perché l'appalto verrebbe a costare troppo e non sarebbe più conveniente sia per il soggetto committente (Visconti Palace) sia per la società appaltatrice. Partendo dalla situazione determinatasi al Visconti Palace, la Filcams Cgil deve porre la questione della genuinità dell'appalto in modo tale da invertire la tendenza delle terziarizzazioni nel settore alberghiero. Per quanto riguarda gli ex lavoratori del Visconti Palace hotel, essi sono assolutamente coscienti di come debba funzionare un appalto di servizi e la questione della genuinità o meno dell'appalto la porranno subito in discussione quanto prima possibile.

Andrea Furlan, 
ex Rsa del Visconti Palace

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lunedì 19 dicembre 2011

LA LOTTA AL VISCONTI PALACE HOTEL, di Andrea Furlan


(fotografia tratta da http://www.cinquegiorni.it/news.asp?id=5517  ) 
I lavoratori del Visconti Palace Hotel di Roma continuano la loro lotta contro l'apertura della procedura di terziarizzazione da parte dell'azienda di 26 lavoratori su un totale di 75. Martedì 13 si sono trovati davanti all'azienda e hanno effettuato un presidio con volantini, striscioni  e slogan, per far sentire tutta la  loro rabbia contro la decisione di dare in appalto i reparti facchinaggio, piani, guardaroba.

martedì 22 novembre 2011

SU ALCUNE INTERPRETAZIONI DELLA CRISI E DEL CAPITALISMO ATTUALE E SULLE PROSPETTIVE, di Piero Bernocchi

Le mobilitazioni in corso in Europa contro la crisi e i suoi responsabili stanno provocando anche una diffusa discussione su elementi di analisi economica e politica cruciali per qualsiasi processo di trasformazione sociale di rilievo. In generale si può dire che si estendono positivamente argomentazioni di carattere apertamente anticapitalistico, di rifiuto globale di un sistema considerato inemendabile, e di ripudio anche di intere strutture istituzionali, parlamentari e politiche, indipendentemente dai “colori” di chi le gestisce, nonché richieste di vera giustizia sociale e di democrazia reale e sostanziale.
Tuttavia, risulta piuttosto diffusa una vulgata sulle responsabilità principali della crisi e sui suoi attori dominanti che ingigantisce alcuni protagonisti di essa rimpiccolendone oltre misura altri, che poi spesso sono quelli davvero principali; e che non riesce a dare conto del perché, a tre anni dall’esplosione ufficiale della crisi, non solo a pagare siano stati sempre gli stessi settori popolari più deboli e indifesi, ma per giunta senza che a livello europeo si stabilisse una qualche forma di resistenza e difesa comune tra i settori sociali più colpiti e tra le loro forme di rappresentanza o protagonismo sociale, politico e sindacale.
Sarà opportuno innanzitutto intenderci su alcuni criteri di valutazione complessiva del funzionamento del sistema capitalistica odierno, e in particolare sul rapporto tra Stati-nazione ed economia globale e tra capitali di Stato e capitali privati.

lunedì 24 ottobre 2011

UN IGNOBILE ATTACCO AI COBAS: L’ANALISI DEL 15 OTTOBRE E COME CONTINUARE, di Confederazione Cobas

Nel sito di Contropiano, giornale della Rete dei Comunisti (questa micro-formazione, che andrebbe definita Rete degli Stalinisti, costituisce da sempre il "braccio politico" della RdB, oggi costituente principale del sindacato USB), che nelle settimane scorse aveva continuamente diffuso resoconti delle riunioni nazionali per il 15 ottobre che accusavano i promotori del corteo a P.S.Giovanni di essere al servizio del centrosinistra per depotenziare la protesta, è comparso un ignobile scritto, una vera dichiarazione di guerra nei confronti di Piero Bernocchi, portavoce nazionale dei COBAS, di Luca Casarini (oltre che di Vendola) e di quelle che vengono definite le “loro rispettive formazioni politiche", e cioè, per quel che ci riguarda, i COBAS.

Miserabili farneticazioni staliniste

Nel miserabile e farneticante testo stalinista Bernocchi e Casarini (e "le loro formazioni politiche") sono dichiarati "nemici di classe... personaggi e forze politiche simili a Noske e a quelli che hanno armato prima e poi protetto le mani degli assassini di Karl e Rosa (n.d.s. Liebknecht e Luxemburg) e che hanno fatto scempio degli spartachisti... che hanno dato un pieno appoggio alla guerra imperialista in Libia, e lo hanno tradotto sul piano nazionale nel partito della delazione al servizio delle classi dominanti…che vanno combattuti (n.d.s. manu militari?) in ogni contesto di classe come agenti attivi della borghesia imperialista". C'è poi la accusa, già fatta circolare ossessivamente in questi giorni, su posti nel "sottobosco politico governativo" che ci sarebbero stati promessi dal centrosinistra, leit-motiv di chi, sulla base di questa folle tesi, per un mese ha bollato, nel Coordinamento 15 ottobre e fuori, la proposta di concludere a P.S.Giovanni come scelta di "collaborazione di classe" e di resa alla borghesia e al centrosinistra.
La pubblicazione del delirante scritto, che ripropone le peggiori argomentazioni staliniste di parecchi decenni fa, ci pare una testimonianza decisiva e inappellabile sul ruolo svolto da questa gente nell'ultimo mese e sull'insanabilità del conflitto scagliatoci contro in tale periodo. Pensiamo che nessuno/a debba sottovalutare la faccenda. Se gente che è stata nel Coordinamento pubblica tale materiale infame, che invita a "combattere" (con ogni mezzo, si capisce dalla furia delle accuse) i Noske odierni, significa che ha deciso di dichiarare guerra in primis ai COBAS, a Global Project, a Uniti per l'Alternativa ma, più in generale, a tutti coloro che volevano un gigantesco corteo verso S.Giovanni, con accampate successive, come strumento per garantire non solo la più ampia partecipazione ma soprattutto la prosecuzione e l’allargamento della lotta contro la crisi.
Il lurido attacco è personificato ma è diretto alle nostre "formazioni politiche" e, data la violenza delle argomentazioni, lascia facilmente intendere che si possa (o si debba) arrivare nei nostri confronti alla aggressione fisica anche in forme pesanti, come meriterebbero "assassini alla Noske" o "nemici di classe" con le mani sporche di sangue delle Rose e Karl odierni. E’ ovvio che, come COBAS, noi ne trarremo le immediate conseguenze in ogni sede, troncando ogni rapporto con gente del genere e invitando alla massima vigilanza nei confronti di chi osa farci minacce di tale gravità. Ma ci pare altresì utile estendere il discorso a una serie di altre infamie nei nostri confronti che, pur non raggiungendo il parossismo violento di questo scritto, spiegano il clima in cui è maturato.

Cosa hanno fatto realmente in piazza i COBAS

Per l’opera di autotutela del nostro pezzo di corteo ma anche di una parte significativa del resto, come COBAS siamo stati accusati in rete e in alcune liste e blog di una serie di nefandezze inventate di sana pianta. Coperti dall’anonimato vigliacco, alcuni sedicenti “compagni/e” ci hanno accusato di avere, nell’ordine: a) consegnato alla polizia alcuni degli sciagurati sfasciacarrozze durante il corteo; b) caricato e picchiato parte degli stessi; c) sollecitato ed effettuato delazioni nei confronti degli autori di “prodezze” come l’incendio di una casa privata con  inquilini sottratti in extremis al rogo o di decine di auto a pochi metri dal corteo o il saccheggio di una sacrestia con annessa distruzione di statue religiose; d) il tutto pur di ottenere qualche seggio parlamentare nelle prossime (?) elezioni nelle liste di SEL.
In realtà i COBAS, rischiando pesantemente in proprio, hanno cercato di garantire in ogni modo l’incolumità del maggior numero di persone possibili e la volontà generale di concludere il corteo a P. S. Giovanni, per dare poi avvio in piazza ad una permanenza stabile e crescente della protesta. Lo abbiamo fatto a mani nude, tutelando in primis il nostro pezzo di corteo (per inciso il più grande tra quelli delle singole organizzazioni), ma attraversando strade in fiamme cercando di evitare danni ad ognuno/a, senza disunirci, subendo cariche di polizia a pochi metri senza un passo indietro e facendo muro in difesa dei non-organizzati, resistendo un’ora e mezza tra i lacrimogeni che arrivasse il resto del corteo a S. Giovanni, tra i raid delle camionette e la folle scorreria dei blindati con gli idranti che hanno persino investito il nostro camion e evitato il morto per puro caso.

domenica 2 ottobre 2011

INTERVENTO ALL’ASSEMBLEA DEL 1º OTTOBRE «NOI IL DEBITO NON LO PAGHIAMO» (Roma, teatro Ambra Jovinelli), di Andrea Furlan

(per ragioni di tempo – troppi iscritti a parlare – non ho potuto fare il mio intervento. Questa è la sintesi scritta)

Come sarebbe "non remo più"? Insomma, siamo o non siamo sulla stessa barca?
Considero importante l'aver promosso questa giornata politica di discussione tra soggetti diversi in seno a ciò che resta della ex estrema sinistra italiana per verificare la possibilità della costruzione di un movimento anticapitalistico nel nostro paese che si dimostri capace di fronteggiare l'attacco ai diritti e alle condizioni materiali dei lavoratori, scatenato dalla Confindustria e dal Governo italiano.
Questa possibilità è il solo motivo che mi indusse a firmare l'appello promotore della giornata odierna. Sostengo questo perché nutro seri dubbi su varie questioni contenute nell'appello originario, e sue due in modo particolare. E poiché considero fondamentale la costituzione di un movimento politico che riattivi nel nostro paese il conflitto di classe,  ritengo che tale processo si debba fondare su basi politiche e teoriche solide.
Quando si asserisce che bisogna lottare contro il "Governo Unico delle Banche" (che è un’astrazione inesistente e non corrispondente alla realtà), si afferma in pratica la fine dell'autonomia politica ed economica degli Stati nazionali che compongono l'unione Europea i quali avrebbero perso loro sovranità in favore della BCE. Questa opererebbe come il grande fratello che impone alle singole borghesie nazionali e agli Stati la propria politica economica e sociale. Non è così.
Anzi, su questo versante, la questione è diametralmente opposta. La Comunità Europea continua ad essere la pura sommatoria – ancora nemmeno federativa - delle singole borghesie nazionali più forti le quali, mantenendo la piena autonomia politica, decidono in quella sede le misure comuni da adottare nella situazioni di crisi economica del sistema capitalistico, mantenendo un accordo di fondo sul fatto che le misure di austerity o i costi sociali della crisi vadano gravati sulle spalle dei lavoratori, paese per paese. Per quanto riguarda l’Italia, ognuno può vedere che non vi è alcuna contraddizione importante fra le posizioni della Confindustria e la BCE, vale a dire la portavoce sul piano economico-finanziario degli Stati imperialistici europei, ma vi è invece una sostanziale convergenza riguardo ai soggetti sociali che devono pagare i costi principali della crisi (lavoratori, pensionati, precari, migranti ecc), le strategia di risanamento del bilancio ecc.
Ne abbiamo avuto una conferma recente con la lettera della BCE firmata congiuntamente da Trichet e Draghi pubblicata dal Corriere della Sera cioè dal quotidiano della grande borghesia italiana (ed è quindi risibile che qualcuno ancora la chiami “lettera segreta”), nella quale emerge in tutta la sua chiarezza la totale assonanza di idee e obbiettivi che accomunano la Confindustria italiana e la BCE. Divergenze potevano esservi, forse, sui tempi di realizzazione della manovra economica, ma non certo sulla natura dei tagli e sulla sostanza antipopolare e antisindacale.
Da questo punto di vista dobbiamo constatare che la borghesia è l'unica classe che dimostra storicamente di saper fare tesoro degli errori commessi. Mentre nel passato, in momenti di grave crisi economica, le singole economie capitalistiche venivano lasciate a se stesse o addirittura si cercava di approfittarne in termini di concorrenza e accaparramento di fette di mercato, ora si assiste a una politica di “concertazione” e anche di relativo aiuto reciproco, allo scopo di mitigare la violenza esplosiva delle contraddizioni interimperialistiche. Diciamo per brevità che è una ricaduta della cosiddetta “globalizzazione” (termine non più di moda, al contrario di quanto accadeva ancora una decina di anni fa). Lo si vede chiaramente nell'aiuto che l’Unione Europea garantisce agli Stati che sono in maggiori difficoltà (come nel caso della Grecia) con prestiti e altre forme d’intervento concordato. La lettera di Trichet-Draghi ne è un altro esempio sul piano delle “direttive” piuttosto che sul piano dell’intervento finanziario diretto.   
L'altra questione concerne la cancellazione del debito o la sua moratoria. Su questo argomento tra di noi non devono esserci ambiguità. La crisi economica è la crisi del capitalismo e dello Stato borghese. E’ la borghesia italiana che ha contratto il debito con le banche estere ed è lei e solo lei che deve pagarlo se vuole o non pagarlo se non vuole o se le viene concesso. Non è un debito dei lavoratori, non è un nostro debito e non abbiamo ragione di intervenire (a parole, perché nei fatti l’impotenza è d’obbligo) sui tempi, i modi, il pagamento o il non-pagamento del debito.
E' ovvio che al momento, visti i rapporti di forza esistenti tra le classi e lo stato arretrato (men che difensivo) del conflitto sociale, questa posizione può esprimersi solo sul piano ideologico, stando ben attenti a non cadere nel nazionalismo filoborghese come fanno quei compagni o gruppi della ex estrema sinistra che si mettono a dare consigli alla borghesia italiana su come deve muoversi in questo o quel problema finanziario. I guai della borghesia italiana non ci riguardano direttamente. Noi possiamo solo tentare di contrastare il suo tentativo di far pagare i costi della crisi ai lavoratori italiani, stando anche bene attenti a quelle proposte politiche nazionalscioviniste che vorrebbero scaricare i costi della crisi italiana sui lavoratori di altri Paesi. Sostenere invece come faceva l'appello originario di questa assemblea (poi nettamente modificato nei comunicati successivi e nel titolo della giornata odierna, anche grazie alle critiche contenute nel testo di Michele Nobile, che Cremaschi ha positivamente ricordato nella sua relazione introduttiva pur non nominando l’autore) – e cioè che lo Stato italiano dovrebbe smettere di pagare il debito nei confronti della banche private, degli Stati esteri o delle agenzie internazionali - equivale a caricare la classe lavoratrice di un problema che non è il suo: e cioè il salvataggio del capitalismo e della propria borghesia nazionale dalle sue crisi. Forse del tutto ingenuamente non ci si accorge che così facendo ci si colloca in pieno all’interno delle compatibilità capitalistiche, tante volte a voce condannate.
Inoltre, non lo si dice esplicitamente ma è implicito che, se si chiede alla propria borghesia o Stato imperialistico di non pagare il debito pubblico, e quindi si suggerisce il non-rispetto sotto questo profilo di uno dei dettami più importanti di Maastricht, di fatto si sta chiedendo di essere espulsi dall'eurozona, con conseguente abbandono dell’euro per tornare alla lira o comunque a un’espressione monetaria nazionale. Anche qui l’“ingenuità” demagogica porta a non saper prevedere quali e quanti duri contraccolpi si avrebbero sul piano economico e sociale, con chiusura delle fonti di credito, crisi di settori produttivi, autarchia nel senso peggiore, nazionalistico e mussoliniano del termine.
In questo caso, non si comprende come qualcuno possa considerare la lira una moneta meno capitalistica dell'euro. O forse si pensa che in un sistema economico integralmente fondato sulla circolazione monetaria (è il caso del capitalismo e lo è ogni giorno di più), la cosiddetta economia produttiva possa essere separata dal finanziamento dell'investimento e dallo sviluppo del circuito finanziario mondiale? Si pensa veramente di poter liberare l’economica capitalistica italiana dai condizionamenti del mercato, in primo luogo del mercato dei capitali? Nella società del capitale (Italia compresa) la moneta racchiude in sé l’essenza del rapporto sociale dominante, la forma dello sfruttamento del lavoro salariato: ieri la lira, oggi l’euro, domani chissà… Durante la vigenza della lira, sempre con la scusa di dover far fronte alla crisi economica (seconda metà degli anni ‘70), il padronato italiano non è riuscito forse a togliere ai lavoratori la scala mobile dei salari e attaccato pesantemente i diritti che i lavoratori avevano conquistato con le lotte del 1968-69 e poco oltre? E il debito economico, il deficit di bilancio, le disavventure della lira ecc., non erano forse anche allora il pretesto per esigere, come nel 1992 sotto il governo Amato, i sacrifici ai lavoratori per ripianare il debito? Sacrifici che i governi democristiani e socialisti imposero con il consenso esterno del Pci e della Cgil e che poi il Pci-Pds-Ds applicò in prima persona con i governi Prodi-D’Alema-Prodi e con l’aiuto di Verdi, Comunisti italiani, Prc e l’intera casta dei Forchettoni rossi? In questa sala sono presenti vari esponenti della ex estrema sinistra che acconsentirono a quelle politiche di sacrificio dei lavoratori in nome della salvezza dell’economia italiana e che attendono solo la prima occasione possibile per provarci di nuovo. E a costoro farebbe certamente piacere che il mondo dell’opposizione sociale si avventurasse sul terreno dei “consigli” alla borghesia, invece che su quello della lotta accanita e capillare, ultradifensiva oggi che ci stanno togliendo proprio tutto, forse nuovamente aggressiva domani.
La fase politica attuale vede il movimento dei lavoratori sulla difensiva. Ma in realtà il fronte è ancora più arretrato visto ciò che sta accadendo sul piano dell’occupazione, dei diritti del lavoro, delle pensioni, della sanità, delle scuola ecc. senza che vi sia una risposta generale da parte di alcune categorie lavorative importanti, che invece avrebbero i numeri e le forze per contrastare il piano del capitale italiano (benedetto dalla BCE) ma non lo fanno perché a questo si oppongono le direzioni sindacali (oltre al PD e ai partiti limtrofi). Non viene fatto nulla di concreto per fermare l'attacco governativo e padronale, a parte alcuni inutili scioperi (inutili perché privi di obiettivi concreti da raggiungere, puramente dimostrativi), alcuni cortei e qualche fiammata di collera popolare. La verità è che i lavoratori italiani si trovano in netta difficoltà a fronteggiare l'attacco padronale a causa della scelta politica operata dal più grande sindacato italiano, la CGIL, avendo questa alle spalle decenni di politica concertativa e avendo ormai deciso di accettare la sostanza dell’attacco padronale come hanno dimostrato gli accordi sottoscritti il 28 giugno e il documento economico redatto insieme alla Confindustria il 4 agosto.
 A fronte di tale situazione, la nostra azione politica non può essere demagogica. E quanta demagogia si è sentita oggi in questa sala… Non ci vuole niente a spararle grosse, ricevere gli applausi e sentirsi così esonerati dall’indicare i passi concreti con cui avviare una vera lotta difensiva, concreta, autogestita e di massa, dei lavoratori e delle lavoratrici italiane. Nella fase attuale non c’è posto per i sogni e i grandi proclami su cosa debba fare o non fare la BCE, la borghesia italiana o i suoi governi. Se non riparte la lotta rivendicativa dal basso in alcuni settori importanti, ci si dovrà limitare al terreno della propaganda che, per essere efficace, dovrà essere costruita su pochi ma qualificanti punti comprensibili all’intero mondo del lavoro, immigrati compresi: 1) difesa della contrattazione nazionale, 2) difesa dello Statuto dei lavoratori, 3) difesa dello stato sociale (sanità in primo luogo), 4) difesa dei beni pubblici (acqua, servizi, territorio), 4) difesa del potere d’acquisto del salario, 5) autorganizzazione di massa contro il precariato, 6) difesa della democrazia a partire dai luoghi di lavoro (come si può venire a spararle grosse su presunte “Repubbliche” indipendenti in Sardegna o in Val di Susa quando un importante sindacato di base - i Cobas della scuola - da anni non riesce nemmeno ad avere il diritto di assemblea nell’orario di lavoro?) In poche parole bisogna lottare contro gli effetti immediati della crisi cercando di costruire una prospettiva all’interno di tale lotta. Il resto sono chiacchiere, demagogia.
Per quanto concerne invece la proposta organizzativa del movimento, sono convinto che ci dobbiamo dotare di una struttura realmente aperta e democratica, dove vi sia il rispetto totale delle varie sensibilità politiche presenti al suo interno, ma dove le decisioni siano realmente discusse e prese collettivamente indipendentemente dalla corrente politica d’appartenenza. Vi è l'esigenza ormai molto diffusa di uscire una volta per tutte dalla dinamica degli intergruppi in cui le singole soggettività politiche utilizzano il movimento per la crescita interna del proprio gruppo o miniapparato. A questo riguardo sono molto pessimista, anche in considerazione di come si sono svolte le ultime iniziative di lotta, le convocazioni di scioperi scriteriati e l’iter che ha preceduto questa stessa assemblea. Sappiamo quali gruppi politici sono prevalenti al suo interno e la cosa non ci tranquillizza affatto.
Nella situazione attuale, che vede la democrazia diretta in continuazione violata, concretamente e ideologicamente, dobbiamo reagire e dimostrare ai giovani, al mondo del lavoro fisico e mentale, agli immigrati, alle donne e alle comunità in lotta che siamo portatori di una nuova maturità politica: la maturità di chi vuole realmente costruire un movimento antagonistico che si dimostri all'altezza dello scontro di classe in atto in Italia e nel mondo, che si accrediti come un valido punto di riferimento per le lotte attuali e quelle future che prima o poi riprenderanno con o senza di noi.
Ovviamente, tutto ciò potrà essere possibile solo se si sgombra il campo dalle velleità elettoralistiche che hanno provocato le più grandi sconfitte di questi ultimi anni, in primo luogo sul piano etico, ma poi anche sul piano dell’analisi teorica e della formulazione di prospettive. Anche in questa assemblea c’è chi già pensa a come si riuscirà a votare ancora una volta per il Centrosinistra o per appendici del centrosinistra. E magari chi non ci pensa oggi, finirà col farlo – all’insegna della famigerata politica del meno peggio – alle prossime elezioni politiche. E a queste derive non c’è antidoto possibile al di là della crescente radicalizzazione delle lotte, la massima democrazia diretta e, diciamolo, anche l’egemonia di un’intelligenza politica in grado di capire quali siano i compiti della borghesia, quali dei lavoratori e l’abisso che passa tra i due.
Andrea Furlan
(RSA Filcams – CGIL)

RED UTOPIA ROJA – Principles / Principios / Princìpi / Principes / Princípios

a) The end does not justify the means, but the means which we use must reflect the essence of the end.

b) Support for the struggle of all peoples against imperialism and/or for their self determination, independently of their political leaderships.

c) For the autonomy and total independence from the political projects of capitalism.

d) The unity of the workers of the world - intellectual and physical workers, without ideological discrimination of any kind (apart from the basics of anti-capitalism, anti-imperialism and of socialism).

e) Fight against political bureaucracies, for direct and councils democracy.

f) Save all life on the Planet, save humanity.

g) For a Red Utopist, cultural work and artistic creation in particular, represent the noblest revolutionary attempt to fight against fear and death. Each creation is an act of love for life, and at the same time a proposal for humanization.

* * *

a) El fin no justifica los medios, y en los medios que empleamos debe estar reflejada la esencia del fin.

b) Apoyo a las luchas de todos los pueblos contra el imperialismo y/o por su autodeterminación, independientemente de sus direcciones políticas.

c) Por la autonomía y la independencia total respecto a los proyectos políticos del capitalismo.

d) Unidad del mundo del trabajo intelectual y físico, sin discriminaciones ideológicas de ningún tipo, fuera de la identidad “anticapitalista, antiimperialista y por el socialismo”.

e) Lucha contra las burocracias políticas, por la democracia directa y consejista.

f) Salvar la vida sobre la Tierra, salvar a la humanidad.

g) Para un Utopista Rojo el trabajo cultural y la creación artística en particular son el más noble intento revolucionario de lucha contra los miedos y la muerte. Toda creación es un acto de amor a la vida, por lo mismo es una propuesta de humanización.

* * *

a) Il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi che impieghiamo dev’essere riflessa l’essenza del fine.

b) Sostegno alle lotte di tutti i popoli contro l’imperialismo e/o per la loro autodeterminazione, indipendentemente dalle loro direzioni politiche.

c) Per l’autonomia e l’indipendenza totale dai progetti politici del capitalismo.

d) Unità del mondo del lavoro mentale e materiale, senza discriminazioni ideologiche di alcun tipo (a parte le «basi anticapitaliste, antimperialiste e per il socialismo».

e) Lotta contro le burocrazie politiche, per la democrazia diretta e consigliare.

f) Salvare la vita sulla Terra, salvare l’umanità.

g) Per un Utopista Rosso il lavoro culturale e la creazione artistica in particolare rappresentano il più nobile tentativo rivoluzionario per lottare contro le paure e la morte. Ogni creazione è un atto d’amore per la vita, e allo stesso tempo una proposta di umanizzazione.

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a) La fin ne justifie pas les moyens, et dans les moyens que nous utilisons doit apparaître l'essence de la fin projetée.

b) Appui aux luttes de tous les peuples menées contre l'impérialisme et/ou pour leur autodétermination, indépendamment de leurs directions politiques.

c) Pour l'autonomie et la totale indépendance par rapport aux projets politiques du capitalisme.

d) Unité du monde du travail intellectuel et manuel, sans discriminations idéologiques d'aucun type, en dehors de l'identité "anticapitaliste, anti-impérialiste et pour le socialisme".

e) Lutte contre les bureaucraties politiques, et pour la démocratie directe et conseilliste.

f) Sauver la vie sur Terre, sauver l'Humanité.

g) Pour un Utopiste Rouge, le travail culturel, et plus particulièrement la création artistique, représentent la plus noble tentative révolutionnaire pour lutter contre la peur et contre la mort. Toute création est un acte d'amour pour la vie, et en même temps une proposition d'humanisation.

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a) O fim não justifica os médios, e os médios utilizados devem reflectir a essência do fim.

b) Apoio às lutas de todos os povos contra o imperialismo e/ou pela auto-determinação, independentemente das direcções políticas deles.

c) Pela autonomia e a independência respeito total para com os projectos políticos do capitalismo.

d) Unidade do mundo do trabalho intelectual e físico, sem discriminações ideológicas de nenhum tipo, fora da identidade “anti-capitalista, anti-imperialista e pelo socialismo”.

e) Luta contra as burocracias políticas, pela democracia directa e dos conselhos.

f) Salvar a vida na Terra, salvar a humanidade.

g) Para um Utopista Vermelho o trabalho cultural e a criação artística em particular representam os mais nobres tentativos revolucionários por lutar contra os medos e a morte. Cada criação é um ato de amor para com a vida e, no mesmo tempo, uma proposta de humanização.