L’associazione Utopia rossa considera suo fondamento politico il principio secondo cui il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi si deve riflettere l’essenza del fine. Non ha programmi politici, come del resto non ne aveva la Prima internazionale. Nonostante le più diverse provenienze ideologiche dei suoi sostenitori, essa ritiene che l’anticapitalismo dilagato dopo l’inizio dell’Antirivoluzione russa (dicembre 1917) sia stato motivato fondamentalmente da idee precapitalistiche, cioè retrograde, e non da progetti di civiltà in grado di superare il capitalismo sviluppando ulteriormente i suoi modelli di democrazia. Ciò spiega anche il prevalere, nella storia della cosiddetta «sinistra», di simpatie per i regimi dittatoriali di ogni specie e colore. Utopia rossa si batte contro l’ulteriore diffusione di ideologie precapitalistiche vecchie e nuove (in campo politico, culturale, ecologico, religioso ecc.), come parte della sua battaglia per il superamento del capitalismo, se si vuole salvare la vita sulla Terra con la sua umanità. In questo senso la sua utopia continua ad essere rossa.

The Red Utopia association considers its political foundation to be the principle that the end does not justify the means, but that the means must reflect the essence of the end. It has no political program, just as the First International did not. Despite the diverse ideological backgrounds of its supporters, it believes that the anti-capitalism that spread after the start of the Russian Anti-Revolution (December 1917) was fundamentally motivated by pre-capitalist – that is, retrograde – ideas, and not by civilizational projects capable of overcoming capitalism and of further developing its democratic models. This also explains the prevalence, throughout the history of the so-called «left», of sympathies for dictatorial regimes of all kinds and colors. Red Utopia fights against the further spread of old and new pre-capitalist ideologies (in the political, cultural, ecological, religious, and other fields) as part of its battle to overcome capitalism, if life on Earth, including its humanity, is to be saved. In this sense, its utopia remains red.

PER SAPERNE DI PIÙ CI SONO UNA COLLANA DI LIBRI E UN BLOG IN VARIE LINGUE…

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domenica 1 marzo 2020

Il virus dell'informazione

di Antonio Marchi
Cari di Utopia Rossa, la mia riflessione  non vuol essere in contrasto con quello che ha scritto Bernocchi, semplicemente l'avevo scritta e dato che siamo una comunità pensante, mi piace coinvolgervi.
Ogni giorno cerco di dedicare un po' di tempo all'informazione e lo faccio utilizzando diverse fonti. Ma in queste settimane la pazienza è messa a dura prova. C'è infatti solo una notizia, sempre quella. La psicosi collettiva. Il bollettino quotidiano dei contagi e dei morti. Le diatribe tra esperti e non. Le esternazioni di esponenti politici che cercano di cavalcare il fenomeno, patetici nelle loro mascherine o gretti nel cercare vittime sacrificali.

Nel mentre, ricevo messaggi di amici che - preoccupati dall'allarme mediatico che più rapido del virus attraversa i confini - mi chiedono se Daniele, io e la mia famiglia siamo sani e salvi. Lo siamo? 

Forse sì. Qui ed ora sì. Domani chissà (per scherzarci)

Questa bolla distopica in cui siamo finiti e fluttuiamo disorientati, è in qualche modo rassicurante, perché ci consente di non vedere altri pericoli, probabilmente più seri. Di non accorgerci di ciò che sta succedendo non molto distante da noi. Di dimenticarci del mondo là fuori. Qualche dato:  Morti per cononavirus nel mondo: 2.924.
Morti per coronavirus in Italia: 21.
“Prime pagine” sul coronavirus: innumerevoli.
Morti sul lavoro nel mondo nel 2019: oltre due milioni.
Morti sul lavoro in Italia nel 2019: oltre 1.400.
“Prime pagine” sulle morti bianche: nessuna.
Ci consente di non vedere che nel nord della Siria è in atto, in questi stessi giorni, forse la peggiore crisi umanitaria degli ultimi decenni, che colpisce molti civili, tra cui anche tantissimi bambini, vittime dei raid aerei o del freddo (30.000 vittime civili)
Di dimenticarci che in Africa è in corso un'enorme invasione di cavallette, che stanno mettendo in ginocchio diversi paesi, devastandone le coltivazioni. Quasi quattro milioni di bambini che vivono in Kenya, Etiopia e Somalia e che stanno già soffrendo la fame sono a rischio di ulteriori deprivazioni a causa dell’invasione degli sciami di questi insetti.
Di distogliere l'attenzione dal rapido scioglimento di ghiacciai e nevi di Artide e Antartide, dove si registrano in queste settimane le temperature più calde mai riscontrate (Al nord non piove più).
Assorbiti e ripiegati sulla micro-minaccia virtuale esercitata dal piccolo e terribile Covid-19, così potente da essere persino in grado di sopraffare la nostra dotazione minima di umanità verso altri membri della nostra stessa specie, siamo dunque esonerati dal preoccuparci e soprattutto dall'occuparci di catastrofi e pericoli dalle conseguenze probabilmente più durature ed estese, ma che nel presente immediato non sembrano disturbare il nostro benessere e la nostra tranquillità (né, soprattutto, quelli di chi ha in mano il governo della società in cui viviamo).




Nella diffusione e/o ripubblicazione di questo articolo si prega di citare la fonte: www.utopiarossa.blogspot.com

venerdì 17 novembre 2017

FINO A BONN IN BICICLETTA PER LA COP23 SUL CLIMA: INTERVISTA AD ANTONIO MARCHI, di Donatello Baldo

Il sindaco di Bonn riceve Antonio Marchi e gli altri «reduci», 10 novembre 2017
È tornato oggi [il 12 novembre (n.d.r.)], il ritorno l’ha fatto con FlixBus, ma l’andata Venezia-Bonn se l’è pedalata tutta: dieci tappe, 1.200 chilometri oltrepassando il passo del Brennero (fortunatamente senza neve). Sono partiti in cento, fino a Borgo Valsugana erano in settanta, a Monaco di Baviera ventisei e all’arrivo sono rimasti in quattordici.
«Alcuni ci hanno voluto accompagnare per qualche centinaio di chilometri, in maniera simbolica - racconta Antonio Marchi - fino a Bassano del Grappa c’era anche Moreno Argentin». Sono andati a Bonn in occasione della COP23, la Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici che affronta anche il tema del riscaldamento globale.
«Siamo stati accolti dal sindaco con tanto di fascia tricolore - continua - i soliti ricevimenti, che però oltre la formalità fanno trasparire anche tanta umanità. Il nostro intento era quello di dare un segnale, di partecipare, di prender parte su un tema enorme che avrà a che fare con la vita delle future generazioni».
«La questione è una - chiarisce - curare il clima finché siamo in tempo. Ma tutti parlano e nessuno fa mai niente. Poi arriva il Trump di turno e quel poco che si sta facendo rischia di andare a rotoli. Ma anche gli Americani si accorgeranno che così non si può andare avanti, la questione è anche economica: l’economia è alla base di tutto».
«L’idea è partita dal Pedale Veneziano, non nuovo a imprese del genere. Questo gruppo di ciclisti è andato anche Parigi - aggiunge - sempre per la Conferenza sul clima [del 2015 (n.d.r.)], ma negli anni scorsi è arrivato fino a Pechino: 12 mila chilometri». Marchi era l’unico trentino del plotone, «anche se a dire il vero sono trentino solo di adozione; io sono trevigiano, di Villorba».
Appassionato di bici ma anche di politica, non è uno che pedala per fare le gite fuori porta. «Scherzi? Io sulla bicicletta ci sono nato e cresciuto, per tre anni ho svolto un percorso da professionista, prima fra gli Esordienti e poi fra gli Allievi. Senza enfasi - dice modestamente - ma ero una speranza del ciclismo trevigiano: i risultati c’erano, la passione anche».
Quelli che al tempo gareggiavano con lui hanno fatto carriera. «Giovanni Battaglin, Claudio Bortolotto - cita alcuni nomi - ma anche Francesco Moser, che ha la mia stessa età. Ma poi c’è stato l’incidente: nel 1969 ad Asolo, mentre correvo, in seguito a uno scontro con un’auto ho avuto la paralisi del braccio sinistro».
«Grazie a un gruppo di amici, di compagni - sottolinea - sono uscito dalla disperazione che ne è seguita ed è partita la mia battaglia politica». Con loro fondò un Centro di cultura proletaria, che diverrà poi l’embrione dell’esperienza politica che più lo ha segnato, quella di Lotta Continua.
Aveva anche ripreso la bicicletta. «Il fisico c’era (anche senza un braccio), ma mi era passata l’ossessione per il risultato». La politica prevaleva sull’agonismo. «Con Lc siamo andati avanti fino agli anni ‘80 - spiega - ben oltre lo scioglimento del 1976. Ma con la strage di Bologna abbiamo chiuso i battenti: avevamo capito che in Italia sarebbe stato impossibile fare la rivoluzione».
Tuttavia la determinazione del combattente non l’ha mai persa, anche di fronte alle sconfitte politiche. Da cane sciolto (si sarebbe detto un tempo) ha partecipato a mille iniziative: per la pace, per la difesa dei beni comuni, per i diritti; aggregandosi a chi organizzava le piazze della protesta o partendo in solitaria, in sella alla sua bici.
Epico, da inserire tra i guinness dell’impegno politico, il viaggio attraverso l’Italia di qualche anno fa. «Ho fatto 3.950 chilometri per ricordare i miei amici e compagni caduti, Alex Langer e Mauro Rostagno. Tutti e due avevano frequentato sociologia [a Trento (n.d.r.)], tutti e due di Lotta Continua».
Antonio Marchi ha collegato i due cimiteri: quello di Vipiteno, dove riposa Langer, e quello siciliano di Ragosia, dov’è sepolto Rostagno. «Il ritorno l’ho fatto sul litorale adriatico, mentre l’andata su quello tirrenico. A Pisa mi sono fermato per incontrare Adriano Sofri, che era stato da poco incarcerato perché ritenuto implicato nella morte del commissario Calabresi».
Ma torniamo all’oggi, all’ultima impresa. «In fondo tutto è collegato - rimarca - da anni lottiamo per un mondo migliore, da anni manifestiamo contro le guerre, e questa è un’altra guerra, perché tra le conseguenze dei cambiamenti climatici c’è la mancanza d’acqua, che genera scontri già ora: guarda quanto succede fra Israele e Palestina».
«La nostra generazione passerà il guado, ma la prossima si troverà di fronte a un problema enorme che determinerà ancora una volta la divisione del mondo tra chi ha le risorse e chi invece no, di nuovo la sopraffazione del ricco sul povero». Ancora guerre, dunque. «L’obiettivo qui è la salvezza dell’umanità intera; se viene messa in pericolo si pone a rischio il bene comune: lo scontro è inevitabile».
Marchi non si considera però un pacifista. «Davanti a questa parola un po’ mi irrigidisco - chiosa - perché sono pacifista fino a quando il rapporto è basato sul dialogo, ma poi depongo la bandiera della pace e sono pronto allo scontro: si deve tener conto che se c’è chi non ragiona, allora bisogna lottare».

lunedì 20 febbraio 2017

INTITOLAZIONE DI UN'AULA UNIVERSITARIA A MAURO ROSTAGNO (Catanzaro, 27 gennaio 2017), di Antonio Marchi

Università degli Studi Magna Graecia, Facoltà di Sociologia

«Ora Mauro guarda lo studente che entra…»
IL PERCORSO DELLA MEMORIA: DA TRENTO A CATANZARO, PER MAURO ROSTAGNO

Tanto si è ammucchiato il tempo del mio impegno per l'intitolazione a Mauro Rostagno di un'aula alla facoltà di Sociologia di Trento che mese dopo mese, anno dopo anno, l'interesse si è affievolito fin quasi a spegnersi, con dei sussulti sempre meno appuntiti e più distanziati. Questa attesa però non ha fiaccato la mia speranza che qualche straordinario evento riaccendesse il gusto della sfida.
L'incoraggiamento maggiore mi è venuto dalla sorella, Carla Rostagno, che di volta in volta, coinvolta nelle mie iniziative, ha moltiplicato il risveglio all'impensabile, all'insuperabile:

Ciao Antonio,
ho letto i tuoi messaggi con tenerezza e gratitudine per te, e con un po' di tristezza per quel "piccolo mondo" che ha paura di sbilanciarsi. Mauro per qualcuno è ancora scomodo e ingombrante; questa è gente del profondo Nord "sprofondata" in vecchi meccanismi di pensiero, isolata dagli avvenimenti. Ma che buffa è la vita! Mauro, nato al Nord, è diventato, per sua scelta, cittadino del Sud, che a sua volta lo ha riconosciuto come figlio e che lo ama ancora e lo ricorda con gratitudine dopo più di 22 anni; e il grande Nord, che si sente come la parte nobile e produttiva del Paese, cosa fa? LO IGNORA. Ma i suoi amici (si fa per dire) di un tempo che fanno? Questo atteggiamento indifferente è molto più grave ed è imperdonabile.
Un abbraccio,
Carla

IL RACCONTO

Tutto cominciò quando Mauro, nel febbraio 1988, venne a Trento per festeggiare il ventennale della Facoltà, rimettendo in moto quella mia passione civile e politica solo fiaccata dalle delusioni del post '68.
Il 26 settembre 1988 Rostagno veniva ucciso in un efferato agguato architettato da una rete di personaggi molto influenti che collega mafia, massoneria, P2, Gladio, servizi segreti «deviati» ed esercito italiano. La sua morte violenta non poteva lasciarmi indifferente. Lavoravo all'interno dell'Università dove molti anni prima lui era stato studente e protagonista indiscusso. Sentivo che dovevo fare qualcosa per ricordarlo nella maniera più dignitosa e politica possibile. In realtà Mauro ebbe molte vite, e tutte le visse intensamente. Fu brillante studente e leader studentesco a Trento, militante di Lotta Continua, viaggiatore in India, fondatore del centro culturale Macondo a Milano, ideatore della Comunità Saman e giornalista impegnato contro la mafia in Sicilia. Un uomo eclettico dunque, sempre curioso, a volte contraddittorio ma sempre coerente nella scelta di stare dalla parte dei deboli, contro tutte le ingiustizie. Un uomo che non può essere compreso solamente nel ruolo di leader studentesco «sessantottino», quasi avesse passato il tempo soltanto a «occupare illegalmente aule», come sbraitato da quanti si sono opposti all'intitolazione.

domenica 13 novembre 2016

A LEONARD COHEN: POETA, SCRITTORE, UOMO, di Antonio Marchi

Non ho dubbi: se c'era un premio Nobel da dare l'avrei senz'altro conferito a un più completo (nel senso della letteratura e della poesia) Leonard Cohen, poeta e scrittore di talento - a differenza di Bob Dylan - cantante acclamato da più generazioni; schivo e solitario, perennemente inquieto e insoddisfatto, ma non per questo disdegnoso del confronto coi media.
Di Cohen Fabrizio De André disse: «Lui è il maestro. Tutti noi siamo partiti da lì».

Ed ecco come tutto cominciò: «È stato Lorca a commettere il terribile crimine contro natura, spingendomi verso la letteratura. Avevo quindici anni quando mi accostai alla sua opera. I primi versi che lessi furono:

Sotto l'arco di Elvira
voglio vederti passare
per conoscere il tuo nome
e iniziare a piangere.

Quella frase distrusse la mia vita. Compresi che la mia esistenza sarebbe stata uno sforzo continuo per scrivere, un giorno, una frase come quella».

sabato 16 luglio 2016

PUNTI DI ARRIVO E DI RIPARTENZA: DA TRENTO A PARIGI IN BICICLETTA, di Antonio Marchi

Sono tornato domenica notte a Trento dopo giorni e giorni di pedalate alpine e transalpine che mi hanno portato a Parigi in un intenso incontro sul "Situazionismo" (Punto della Situazione n. 3) in compagnia di compagni/e di varia nazionalità (non solo italiani e francesi) all'Università 8 di Saint-Denis e poi, traslocato in Italia fino a Genova, ripartito alla volta di Senigallia, al CaterRaduno di Radio2, attraversando l'Appennino tosco-umbro-marchigiano, tra i luoghi più belli d'Italia. Quattordici giorni in bicicletta e 2000 km percorsi in compagnia del sole, della pioggia e del vento e di tanta simpatia e amicizia spontanea raccolta strada facendo a partire dalla Facoltà di Sociologia fino al CaterRaduno.
Il giorno dopo il rientro, l'ultima cosa che avevo voglia di fare era aprire il computer. Sapevo cosa mi aspettava… dopo ventun giorni di assenza totale sentivo che avevo riconquistato una nuova consapevolezza della libertà… però non potevo resistere oltre… 195 e-mail mi aspettavano.

mercoledì 18 maggio 2016

«FELICIA», di Antonio Marchi e Umberto Santino

Conosco abbastanza bene la storia degli anni '70 e il massacro di giovani e di speranze che ne fu parte… nonostante ciò, non riesco a non emozionarmi davanti a un film che mi tocca il cuore e il cervello. Pur essendo soddisfatto per quello che ho visto, alcune scene del film mi hanno lasciato perplesso e incredulo per la loro forzata spettacolarizzazione. D'altronde, dopo l'infamante intervista al figlio di Riina ad opera di Bruno Vespa, la Rai non poteva che correggersi con questa fiction.
S'intitola Felicia Impastato il film di Gianfranco Albano andato in onda martedì sera [10 maggio] su RaiUno. Scritto da Diego De Silva con Monica Zapelli (che ha già firmato I cento passi), il film - prodotto da Metto Levi con RaiFiction - è stato realizzato con la collaborazione preziosa di Giovanni Impastato, fratello di Peppino. «I cento passi - racconta - è stata la prima esperienza dell'incontro tra realtà e cinema. Ho tantissimi ricordi di mia madre, quello, memorabile, fu quando puntò il dito contro il criminale mafioso Badalamenti. Un film emozionante ma fin troppo addolcito dalla inevitabile suggestione per un pubblico televisivo. A Casa Impastato, oggi a disposizione della società civile, si vivono emozioni. È rimasta così, noi l'abbiamo riempita di reperti importanti. Ci sono tutti i ricordi. E con le chiavi abbiamo aperto la casa di Badalamenti. Lì c'è la storia della mafia».
Attraverso la figura di Felicia, fiera e determinata (interpretata da Lunetta Savino), ripercorre le tappe della vicenda di Peppino, ucciso per mano mafiosa. Nessuno dà credito a Felicia. Solo il magistrato Rocco Chinnici (Antonio Catania) le crede, riprende in mano le carte, cerca i riscontri. Lo capisce anche la mafia che quel servitore dello Stato non è disposto a mollare per arrivare alla verità. Il 29 luglio 1983 Chinnici viene ucciso in un attentato, ma la sua passione civile ha contagiato Francesca Imbergamo, studentessa di giurisprudenza che diventa magistrato. È lei a riaprire i faldoni, a riannodare i fili. Sono due donne a chiedere giustizia e a ottenerla: il 25 ottobre 2000 Felicia Impastato entra nell'aula di tribunale per guardare in faccia, in videoconferenza, il boss Gaetano Badalamenti, condannato poi all'ergastolo.
Ho chiesto un parere al prof. Umberto Santino del Centro siciliano Peppino Impastato, uno dei maggiori studiosi dell'antimafia.
A.M.

Felicia Impastato
«LA FIGURA DI FELICIA È TOTALMENTE FALSATA», un commento di Umberto Santino*

Ieri sera abbiamo visto il telefilm su Felicia. L'attrice è brava, ma le nostre indicazioni sono state quasi completamente disattese (tra l'altro non figuriamo tra i consulenti, nonostante abbiamo scritto sette pagine di suggerimenti, dopo aver letto la sceneggiatura). La figura di Felicia è totalmente falsata: Felicia usciva di casa rarissimamente, non andava continuamente in giro come si vede nel film e hanno tolto una scena esemplare: lei che va a votare pochi giorni dopo l'assassinio. A me fanno fare cose che non ho mai fatto, come la raccolta delle pietre insanguinate nel casolare (sono stati solo i compagni e non c'era Giovanni), e non quelle che ho fatto: dal rapporto con i magistrati al libro con Anna [Puglisi]**, con la storia di vita di Felicia e la rivelazione del viaggio del marito in America, alla manifestazione nazionale contro la mafia, pensata, proposta, organizzata, gestita e finanziata dal Centro, cioè soprattutto da me e Anna, che è stata completamente cancellata.

venerdì 19 febbraio 2016

THE PROGRAM (Stephen Frears, 2015), di Antonio Marchi

Lance Armstrong e l'ossessione di vincere

[…] 4. QUANDO BARTALI E COPPI CORREVANO IN BICICLETTA
La partenza è l'Aubisque.
L'arrivo è l'Izoard.
Minuti di ritardo. L'episodio cruciale. E al tramonto
sul traguardo il colpo di reni, un colpo di pedale.
La memoria non si caccia via coi sassi come un cane.
La memoria è storia non è oblio.
QUANDO COPPI E BARTALI
ero giovane anch'io.
Gino sembrava un todesco, Fausto un gatto
anzi no, una livra
e andava su storto per la fatica prima di scomparire sotto
un ponte dietro l'acqua del fiume.
Era sudato e come un lume senza più olio è andato a morire.
(Roberto Roversi, da L'Espresso, 29 luglio 1979)

Cominciò tutto dopo la morte tragica di Fabio Casartelli, caduto per sempre sulle strade del Tour del '95. Il giorno dopo, i sei compagni di squadra di Casartelli tagliarono il traguardo schierati uno di fianco all'altro: vincitori per decisione di tutti gli altri, per ricordare uno del gruppo, lasciando arrivare per primo, mezza ruota avanti, Andrea Peron, amico più amico di Fabio. Due giorni dopo, un giovanissimo e sconosciuto atleta in maglia Motorola, Lance Armstrong - che non aveva ancora conosciuto lo spettro della malattia e l'onta del doping - vinse a mani alzate e con lo sguardo rivolto al cielo per onorare e salutare il compagno di squadra scomparso. Tutti i cicloamanti non dimenticano il dito di Armstrong che indica lassù, mentre vince a Limoges.
Vita a pedali, morte sportiva e miracoli chimici di un texano che amava solo vincere. A ogni costo… come a ogni costo ha lottato per anni e vinto la battaglia contro quel male maligno che sotto forma di metastasi voleva sottrarlo alla vita, come alle gare.
Dopo anni di sollecitazioni, il texano ha ammesso in un'intervista televisiva di aver effettivamente assunto sostanze proibite durante gran parte della sua carriera. «Il piano era conservativo, - ha ripetuto - per niente rischioso e matematico», ha aggiunto descrivendo il programma di doping della squadra US Postal. Armstrong ha ammesso di capire di non avere più credibilità e si è detto dispiaciuto che le sue bugie abbiano alimentato la speranza delle vittime del cancro, malattia da lui sconfitta: «Ho dato loro speranze, ho fatto pensare che la storia era perfetta. Mi piacerebbe cambiare tutto questo, ma non posso». L'ex ciclista ha fatto anche ammenda per esser stato tanto aggressivo con i giornalisti che sospettavano di lui: «È stato un tremendo errore».

martedì 12 gennaio 2016

«LA GRANDE MENZOGNA» (V. Gigante, L. Kocci e S. Tanzarella, 2015), di Antonio Marchi

1915-2015: raccontare la Storia per contrastare chi continua a celebrare l'orrore della Grande Guerra

«Sono trascorsi 100 anni dall'inizio della I guerra mondiale, tutti i protagonisti di quegli anni - vittime e carnefici - sono morti, ma non è morta né la retorica, né la mistificazione, né la menzogna che pretende di ricordare e celebrare, oggi come allora, la catastrofe di quegli anni.
Celebrazioni che ancora tacciono sulle colpe di politici come Antonio Salandra e Sidney Sonnino che vollero quella guerra e di generali come Luigi Cadorna, Luigi Capello e Antonio Cantore responsabili, con molti alti ufficiali, di aver mandato a morire centinaia di migliaia di soldati in inutili assalti».
Sarebbero sufficienti queste poche righe per chiudere il libro e aprire il dibattito (è già tutto chiaro), ma per saziarsi della sua narrazione bisogna comprarlo, sfogliarlo e leggerlo.
Dopo una tale premessa, oltre alle espressioni di caldo apprezzamento per gli autori - in particolare Sergio Tanzarella - non potrei aggiungere altro se non per confermare quelle impressioni e quel medesimo giudizio. Mi limito così ad alcune semplici osservazioni provocate dalla lettura di un volume di tale "ricchezza".
Tanzarella si rivela narratore di tipo straordinario, scrittore civile che abbraccia lo strazio, il dolore e il disastro economico che quella grande carneficina produsse fra le popolazioni inermi, le famiglie, la società italiana. Non sono soltanto storie drammatiche di soldati in trincea o nelle retrovie, di esaltazione d'eroismo, di sopraffazioni, di decimazioni eseguite contro chi esitava a lanciarsi all'assalto del nemico, di plotoni di esecuzione, di cappellani militari che benedicevano le armi e intonavano il Te Deum di ringraziamento per le stragi perpetrate nei confronti del nemico (nonostante l'impegno contro la guerra di papa Benedetto XV, sono 25.000 i preti e religiosi chiamati alle armi), dello strazio del dopoguerra dei prigionieri italiani, considerati vili, imboscati e disertori… ma sono anche - e sopratutto - vicende di dolore e rabbiosa, forte e documentata denuncia contro generali assassini come Cadorna e Graziani, nelle lettere dei soldati scampate alla censura: testi drammatici, anonimi, minacciosi e di viva protesta indirizzate al "Re soldato" Vittorio Emanuele III; contro l'inutile strage e chi la provocò con le sue decisioni, contro i politici… così sfatando la retorica celebrativa, truffaldina e mistica secondo cui la guerra ebbe il consenso delle masse popolari e fu occasione di rigenerazione nazionale e unificazione civile del paese.

martedì 28 luglio 2015

NEI LUOGHI DEL RICORDO: IN BICICLETTA CON ALEX LANGER DA TELVES A SREBRENICA, di Antonio Marchi

© Marta Marchi
Prima di cominciare il mio scarno racconto del viaggio in ricordo del ventennale sacrificio di Alex e della strage delle migliaia di civili musulmano-bosniaci avvenuta a Srebrenica, sento il bisogno di ringraziare in particolare Edi Rabini e Giulia Levi della «Fondazione», con i quali ho confidenzialmente costruito il viaggio, Gianni Palma (un creativo nell'ambito del settore pubblicitario di Trento) per avermi disegnato la maglietta dedicata ad Alex… e poi mio figlio Daniele, che mi ha accompagnato fino a Telves, e mia moglie, che ha svolto pazientemente il ruolo di «ponte» nelle difficili comunicazioni telefoniche in Bosnia… in più, sento il bisogno di fare una riflessione umana e filosofica sui motivi che mi spingono a ricordare uomini e fatti a me vicini, non nella consuetudine di una pur sentita cerimonia, ma nella fatica del pedalare errante - più consona alla prova del dolore di chi mi ha lasciato - indossando le vestigia del ricordo a me caro per ascoltare le loro voci lungo le strade dei loro trascorsi.
Ricordare… nella pletora che mi assilla di libri/mezzi libri, fatti più per essere venduti che letti o più per essere letti che meditati… i volumi Il viaggiatore leggero1 e In viaggio con Alex2 sono come il pane finalmente buono nel quale piantare i denti e da cui trarre nutrimento fisico e morale.
Così è stato più facile spingere sui pedali, perché la forza di volontà non basta… non si fa tutta d'un fiato… richiede preparazione, tempo e attenzione, assieme a ciò che ho tratto dalla lettura dei libri citati, che non destano interesse soltanto sul piano narrativo, ma riservano uno spazio importante a quella dimensione meditativa cui mi interessa introdurvi…

giovedì 2 luglio 2015

A VENT'ANNI DALLA MORTE DI ALEX LANGER, di Antonio Marchi

Domenica 3 luglio 2005, cimitero di Telves (Vipiteno), 10° anniversario.
Ho concluso quassù il mio «piccolo grande viaggio» portandomi per strada il ricordo di Alex, che è stato parte di quella generazione che ha «osato» fare la rivoluzione.
Ho percorso l'Italia da cima a fondo, ho toccato località prima conosciute solo sulla carta geografica, ho incontrato gente di tutte le età, professioni, cultura… con tutti ho cercato di portare il mio contributo nelle vesti di un «pellegrino», spogliandomi dei miei credo e delle mie certezze, abbeverandomi alle loro fonti. Ho percorso l'Italia in nome di Alex Langer e di Mauro Rostagno, nel cui ricordo ho avvicinato tante persone, ho sostato in silenzio commosso sulle loro tombe così diverse e lontane, ma così vicine per sentimento e difficoltà di essere raggiunte. Nel silenzio di quei luoghi ho ripercorso le loro storie, vissuto il loro drammatico epilogo, capito la fatica di chi è vissuto in «trincea» e ha sentito il peso opprimerlo a tal punto da non poterlo più sopportare.

«Continuate in ciò che era [è] giusto», scrisse Alex coscientemente disperato. Continuiamo, perché non abbiamo altra strada da percorrere, pena l'ingannevole rassegnazione. Non è facile e niente è regalato. Ogni passo in avanti è una piccola conquista, ma se ogni piccola conquista dà fiducia e speranza e aiuta a crescere, ogni piccola conquista va difesa, perché può essere tolta. Lottare contro le ingiustizie, i soprusi, l'ignoranza, il razzismo, vecchio e nuovo fascismo… perché a ognuno sia data la dignità di vivere, perché a prevalere sia il "diritto umano" di essere nati sulla stessa terra.
Io che non so pregare, ho capito nel silenzio e nella solitudine del viaggio (che la fatica del ritorno alla vita di sempre ha reso ancora più bello) che la preghiera è l'impronta che uno lascia nel cammino della vita, nel rispetto degli altri, nell'incontro quotidiano con le difficoltà, nello sguardo di un altro; perché quello che resta, se resta, è quello che sei stato.

martedì 14 aprile 2015

IN MORTE DI EDUARDO GALEANO, di Antonio Marchi

La letteratura latinoamericana e mondiale piange Eduardo Galeano. Il grande scrittore uruguaiano si è spento a Montevideo, all'età di 74 anni. Da una settimana era ricoverato in ospedale, in fase terminale di un cancro ai polmoni contro il quale lottava da anni.
Tra le sue opere più celebri ricordiamo: Memoria del fuoco (1982-1986), La conquista che non scoprì l'America (1991), Splendori e miserie del gioco del calcio (1995), Un incerto stato di grazia (con fotografie di Sebastião Salgado e testi di Fred Ritchin, 2002), Specchi (2008). Ma soprattutto Le vene aperte dell'America Latina (1971), requisitoria contro lo sfruttamento coloniale e postcoloniale del continente sudamericano, opera divenuta caposaldo della sinistra negli anni Settanta e Ottanta.
Tengo nello zainetto che mi porto sempre appresso un piccolo scritto di Galeano dal titolo «El derecho al delirio» [«Il diritto al delirio»], apparso nel 1998 in Patas arriba. La escuela del mundo al revés [trad. italiana: A testa in giù. La scuola del mondo alla rovescia, Sperling & Kupfer, Milano 1999].
Con quell'ultimo paragrafo del suo libro lo scrittore latinoamericano dava il benvenuto al Terzo millennio; similmente, proporlo su questo blog mi sembra il miglior modo di ricordarlo.
A.M.

IL DIRITTO AL DELIRIO, di Eduardo Galeano

Sta ormai per nascere il nuovo millennio. Ma non è da prendere troppo sul serio: in fin dei conti, l'anno 2001 dei cristiani è l'anno 1379 dei musulmani, il 5114 dei maya e il 5762 degli ebrei. Il nuovo millennio nasce un primo gennaio grazie a un capriccio dei senatori dell'impero romano che, un bel giorno, decisero di rompere la tradizione che ordinava di celebrare l'anno nuovo all'inizio della primavera. E il conto degli anni dell'era cristiana proviene da un altro capriccio: un bel giorno, il papa di Roma decise di metter una data alla nascita di Gesù, anche se non si sa quando nacque.
Il tempo si burla dei limiti che gli inventiamo per berci la favola secondo cui lui ci obbedisce; eppure il mondo intero celebra e teme questa frontiera.

domenica 5 ottobre 2014

MORIRE IN BICICLETTA…, di Antonio Marchi

È un momento terribile per gli amanti del ciclismo ma anche per chi usa la bicicletta per divertimento, per lavoro o semplicemente perché è il mezzo più pulito ed economico per spostarsi.
La morte di Timothy Porcelli di Bersone, di soli 17 anni, è un'ennesima tragedia che si perpetua giorno per giorno nelle strade di tutt'Italia e che ammutolisce e mi rende difficile qualsiasi parola partecipativa all'immenso dolore della famiglia. Quando inesorabilmente capita, non c'è giustificazione che tenga, non c'è rimedio o soluzione al dolore penetrante, alla disperazione che non trova risposta, c'è tribolazione permanente in un viatico continuo di domande che riecheggiano che tolgono respiro, forze, anni di vita… come se un maledetto e beffardo destino avesse già dettato l'agenda del vivere quotidiano di Timothy in quella maledetta curva con data di scadenza, rendendo muto e cieco qualsiasi disperato soccorso.
L'Italia è maglia nera europea del ciclismo come mezzo di trasporto e la silenziosa bicicletta, nelle città piene di fracassose auto, non è sufficientemente protetta per essere alternativa anche per il rischio sempre presente di incidenti. In Italia - fonte Istat - sono 5 milioni i ciclisti. Muore un ciclista al giorno (e quaranta finiscono in ospedale); nell'anno 2009 in 15.713 incidenti sono morti 352 ciclisti (+ 11% rispetto al 2007) e 14.535 sono rimasti feriti (+ 16,5%).

Sono quasi mille i morti negli ultimi tre anni
Una strage senza fine che però non impressiona più di tanto né la politica né l'opinione pubblica, a tal punto che - piste ciclabili o no - il numero di auto e di irresponsabilità pro capite continua ad aumentare, nonostante sia già uno dei più alti del mondo: più di 600 veicoli ogni 1.000 abitanti. Un autoinscatolamento delinquenziale e imbecille, privo di senso, con spreco di tempo e di danaro oltre che con danni incalcolabili alla salute propria e dell'ambiente.
Un triste paesaggio di lamiere viaggianti che non migliora di molto neanche con l'aumento delle piste ciclabili che coprono 3.227 km (380 in più del 2010). Se negli ultimi dieci anni i chilometri di piste ciclabili si sono triplicati, la percentuale di spostamenti urbani in bicicletta è rimasta la stessa anche se cresce nelle grandi città del Nord - Ferrara, Milano, Bolzano - e Roma (+ 3,8% contro il 27% dell'Olanda, il 18% in Danimarca, il 12% in Svezia). Nonostante questo miglioramento la ciclopedonabilità è una triste realtà Italiana specie al Sud, a riprova di quanto poco gli amministratori locali fanno nelle città per la salvaguardia dell'incolumità della persona e dell'ambiente: le strisce d'asfalto "protette" inscatolano l'ignaro ciclista, ma molte volte non vanno da nessuna parte. Mancano i collegamenti, manca una regia di trasporto alternativo, manca una visione d'insieme delle potenzialità ambientali, sociali ed economiche che l'utilizzo della bicicletta potrebbe dare sia sulla salute dell'individuo che della società, mancano percorsi protetti per i ciclisti più giovani.
In Italia si pedala in salita; ma non come il grande Marco Pantani che della salita era il Re: solo otto città hanno piste ciclabili più lunghe di cento km, mentre nelle città con più bici a disposizione il rapporto bici pubbliche/abitanti è di 1 a 1.000 (a Parigi è di 1 a 100).
Ci si ostina alle alte velocità come formula magica del trasporto (Tav), ma come rimedio all'assurda strage la realizzazione di piste ciclabili non basta più: ci vogliono circuiti protetti per permettere (almeno) ai più giovani di allenarsi senza rischi. Perché così dovrebbe essere, come ci sono i campi di calcio, le piste di atletica, i campi di pallavolo, pallacanestro ecc., perché non il ciclismo? Perché non deve esistere un percorso protetto dove potersi allenare senza correre il rischio di morire? Siamo ossessionati dalla velocità degli spostamenti e non ci si prende il tempo per riflettere sulle macerie che produciamo. E alla fine si contano i morti: un bel risultato… anche se la bici è la "droga" più stupefacente di tutte per chi corre, e chi corre può morire giovane, giovanissimo e anche per niente…

domenica 20 luglio 2014

venerdì 14 febbraio 2014

PANTANI MARCO, POETA DELLA PEDALATA, di Antonio Marchi

“Tra dieci anni ti chiederanno cosa facevi il 14 febbraio 2004…”. Ebbene, quel giorno tragico che Marco Pantani moriva, io tagliavo il traguardo della gran fondo di sci della Val Casies, dopo 42 km di dura fatica. Alla notizia mi prese un'irrefrenabile sconforto. Mi nascosi sotto la doccia e piansi.
“NON SO SE CI SARÀ UN ALTRO GIORNO”, disse sconsolato Marco all'amico che lo rincuorava. Ora, a distanza di 10 anni, molte cose si sono dette e scritte (tante e diverse tra loro), ma quel 14 febbraio è ancora avvolto da dubbi, perplessità, piccole schegge di verità, nessuna bastante a spiegare il peso della croce che Marco Pantani si è portato appresso e placare l'ansia di chi “porta la sua lanterna nel buio della vita”.
L'ultima fuga della carriera, della vita. Un scatto irresistibile, come ai bei tempi, da lasciare tutti indietro, lontani. Marco Pantani è morto in una solitudine disumana. Non faceva niente, non incontrava nessuno, non gli interessava vivere perché lui era già morto nel giugno del 1999, a Madonna di Campiglio, quando la sua corsa infinita si è fermata tra due carabinieri.
«Nella galleria delle morti scandalose, l'idroscalo di Ostia e il residence «Le Rose», stanno sullo stesso piano: la solitudine e l'odio uccidono i geni, gli eroi, che stanno, nella storia larga della poesia, anche fuori della disciplina stretta (come ci ha insegnato, più di tutti, il poeta Roberto Roversi, col suo Nuvolari). Gridi-nomi della poesia e del ciclismo o automobilismo, del tempo moderno e di ogni tempo, che senza di loro non avrebbe nulla di veramente autentico da mostrare al proprio attivo, ma, allo stesso tempo, figure di un nero particolarmente scandaloso, costernante, sinistro, lugubre, e subito rimosso, in forma di accusa di droga o di sesso. E come l'assassinio sembra un suicidio, per Pasolini, così il suicidio pare un omicidio, per Pantani». Così scriveva il poeta Gianni D'Elia su l'Unità il 31 marzo 2004.
Siamo riusciti, “noi”, in poco tempo, a trasformare chi in vita ci ha fatto ricchi di sport (fino ad esaltarne le gesta), in un poveretto, un drogato, un semplice ricordo, morto.

mercoledì 29 gennaio 2014

IL POETA DELLE NUVOLE: RICORDANDO DE ANDRÉ A 15 ANNI DALLA MORTE, di Antonio Marchi

Premessa al 15° anniversario
Nel primo anniversario della scomparsa di Fabrizio De André (11 gennaio 2000), su mia iniziativa, si tenne una giornata di studio all'Università di Trento (unica in Italia) presieduta dalla prof.ssa Rossana Dalmonte della Facoltà di Lettere e dalla prof.ssa Ada Neiger della Facoltà di Sociologia, sull'opera del poeta e cantautore genovese Fabrizio De André e in serata il pubblico ha ascoltato e applaudito una corale di bambini di Cles che ha eseguito le sue canzoni in un auditorium stracolmo.

Così lo ricordava Fernanda Pivano (Corriere della Sera 11 genn. 2000):
Davanti al mare mi raccontò un segreto ‘Ero stonato, ho dovuto creare la mia voce’.
Quel giorno spietato che in una camera cosiddetta ardente ho recitato con Dori Ghezzi il mantra subvocale del Bardo Thodol come mi avevano insegnato Aldous Huxley e Allen Ginsberg, Fabrizio era avvolto pietosamente in un manto azzurro come i suoi occhi ormai chiusi per sempre.
“Sali, sali verso l'eternità, non ti voltare, non ti fermare”, invocavo la sua anima, cioè parlavo con la sua finale realtà; e quando sono uscita e molti compagni di strada mi hanno accolto mi pareva di parlare ancora con lui e ho detto: “non è vero, non è morto vivrà per sempre, nello splendore della sua poesia, nella bellezza del suo cuore”.
Sembravano parole un po' pazze, invece sono state una profezia.
Da allora, quasi ogni giorno, qualcuno mi ha chiesto di lui, lo ha commemorato, lo ha rievocato; e il suo nome, la sua immagine, i suoi versi indimenticabili di grandissimo poeta, quasi ogni giorno sono rinati a darci il coraggio di continuare il suo messaggio di pace, di non-violenza, di anarchico amore.

martedì 5 novembre 2013

VIAGGIO IN RICORDO DI MAURO ROSTAGNO, ammazzato dalla mafia a Lenzi (Trapani) il 26 sett. 1988, di Antonio Marchi

Antonio Marchi
Avevo promesso di ritornare sulla tomba di Mauro il 26 settembre del 2018 (30° anniversario), ma l’ho fatto prima, giusto tributo a un compagno morto ammazzato per la libertà e la giustizia 25 anni fa, non solo perché la vita è imprevedibile (a volte ti scappa via), ma anche perché, nonostante il lungo processo ancora in corso, vedo la presenza di un vuoto mediatico di consapevole indifferenza per quello che Mauro è stato e ha fatto.
Lui ha messo energie e passione nella vita. Il suo tempo l’ha speso alla ricerca del “sé” migliore, per rendere migliore la vita degli altri. Lo stesso percorso che ha spinto tanti di noi a conquistare un pezzo di libertà e di coscienza che rende normale la lotta e il sacrificio quando c’è un sogno da realizzare; scrutando con fiducia quel “fine” che si chiama giustizia e libertà, che ha come unici alleati in questo percorso il coraggio, la solitudine, il silenzio, la morte…
Oggi invece non è più così: il sacrificio è detestato, il coraggio trasformato in viltà, le energie buttate come mondezza. Vince la prepotenza e l’arbitrio, a tutti i livelli, con la complicità di chi è vittima.
Nessuno vuole più porsi domande, “cercare” se stesso dentro la sofferenza e i drammi del mondo.
L’occasione del venticinquennale della morte di Mauro mi permetteva di andare oltre il fatto celebrativo, per legarmi a quelle idee di libertà e di giustizia per le quali Mauro si è battuto sino alla fine dei suoi giorni, per legarmi a quelle numerose vite stroncate dal piombo mafioso. Idee che partono dalla resistenza al Nazifascismo dei padri, dalle nostre lotte del ‘68 che ci hanno formato, fino a tutte quelle che continuano a formare e forgiare giovani, uomini e donne, nell’idea di libertà che non si compera, che non è in vendita, ma che si fa strada nella pratica quotidiana della lotta, dello stare assieme, per migliorarci.
Ricordare è come ridare vita a quelli che l’hanno sacrificata, trattenerli ancora tra noi. Un compito e un dovere per chi guarda al mondo non solo come luogo di preghiera o di divertimento, ma anche d’impegno, di responsabilità e di condivisione. Solo così vale la pena vivere. Diversamente significherebbe sottostare alle leggi del capitalismo selvaggio o della società dello spettacolo, condannati alla dipendenza del mercato, all’indifferenza verso gli “altri” (diversi solo per colore o fortuna), all’irresponsabilità e al cinismo, al “fai da te”…credendo che basti badare a se stessi per  “salvarsi”.

venerdì 6 settembre 2013

IN RICORDO DI MAURO ROSTAGNO, di Antonio Marchi

Antonio Marchi
Mauro Rostagno nasce a Torino nel 1942, i suoi genitori sono dipendenti presso la Fiat. Prima dell’esperienza universitaria viaggia molto: lavora in Germania, Inghilterra, manifesta in Spagna contro il regime franchista, si reca in Francia, dove subisce un provvedimento di espulsione. Tornato in Italia si trasferisce a Trento; studente prodigio a 17, operaio a 18, psiuppino a 24, matricola di sociologia a Trento a 26, movimentista nel ‘68, candidato alle elezioni per Dp nel ‘76.
Dopo le annate di dibattiti e manifestazioni studentesche, e dopo una serie di 30 e lode conseguiti agli esami universitari, decide di far contenta la madre e completare gli studi: nel 1973 si laurea in Sociologia, la sua tesi è  ispirata dal senso di giustizia sociale da perseguire mediante un radicale sovvertimento della società e delle istituzioni, compresa la stessa università, e viene discussa in un’aula affollatissima, in un clima singolare e surreale.
In quegli stessi anni Mauro Rostagno fonda (assieme ad Adriano Sofri, Giorgio Pietrostefani, Guido Viale, Marco Boato) Lotta Continua, movimento politico votato all’ideologia comunista-libertaria. Una vita complessa, e forse anche per questo le “piste” seguite dagli inquirenti per il suo omicidio furono le più diverse e lontane: in carcere finì inizialmente la compagna Chicca Roveri, madre di sua figlia Maddalena, quando si pensò a un delitto maturato nell’ambito della comunità Saman, fondata dalla coppia e dall’amico Francesco Cardella. Poi si pensò a un collegamento con il delitto Calabresi, visto che Rostagno era stato con Adriano Sofri, Guido Viale, Marco Boato, Giorgio Pietrostefani e Paolo Brogi tra i fondatori del movimento Lotta Continua, nel 1969. E poi a un traffico d’armi, o di droga, o ai servizi segreti.

RED UTOPIA ROJA – Principles / Principios / Princìpi / Principes / Princípios

a) The end does not justify the means, but the means which we use must reflect the essence of the end.

b) Support for the struggle of all peoples against imperialism and/or for their self determination, independently of their political leaderships.

c) For the autonomy and total independence from the political projects of capitalism.

d) The unity of the workers of the world - intellectual and physical workers, without ideological discrimination of any kind (apart from the basics of anti-capitalism, anti-imperialism and of socialism).

e) Fight against political bureaucracies, for direct and councils democracy.

f) Save all life on the Planet, save humanity.

g) For a Red Utopist, cultural work and artistic creation in particular, represent the noblest revolutionary attempt to fight against fear and death. Each creation is an act of love for life, and at the same time a proposal for humanization.

* * *

a) El fin no justifica los medios, y en los medios que empleamos debe estar reflejada la esencia del fin.

b) Apoyo a las luchas de todos los pueblos contra el imperialismo y/o por su autodeterminación, independientemente de sus direcciones políticas.

c) Por la autonomía y la independencia total respecto a los proyectos políticos del capitalismo.

d) Unidad del mundo del trabajo intelectual y físico, sin discriminaciones ideológicas de ningún tipo, fuera de la identidad “anticapitalista, antiimperialista y por el socialismo”.

e) Lucha contra las burocracias políticas, por la democracia directa y consejista.

f) Salvar la vida sobre la Tierra, salvar a la humanidad.

g) Para un Utopista Rojo el trabajo cultural y la creación artística en particular son el más noble intento revolucionario de lucha contra los miedos y la muerte. Toda creación es un acto de amor a la vida, por lo mismo es una propuesta de humanización.

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a) Il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi che impieghiamo dev’essere riflessa l’essenza del fine.

b) Sostegno alle lotte di tutti i popoli contro l’imperialismo e/o per la loro autodeterminazione, indipendentemente dalle loro direzioni politiche.

c) Per l’autonomia e l’indipendenza totale dai progetti politici del capitalismo.

d) Unità del mondo del lavoro mentale e materiale, senza discriminazioni ideologiche di alcun tipo (a parte le «basi anticapitaliste, antimperialiste e per il socialismo».

e) Lotta contro le burocrazie politiche, per la democrazia diretta e consigliare.

f) Salvare la vita sulla Terra, salvare l’umanità.

g) Per un Utopista Rosso il lavoro culturale e la creazione artistica in particolare rappresentano il più nobile tentativo rivoluzionario per lottare contro le paure e la morte. Ogni creazione è un atto d’amore per la vita, e allo stesso tempo una proposta di umanizzazione.

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a) La fin ne justifie pas les moyens, et dans les moyens que nous utilisons doit apparaître l'essence de la fin projetée.

b) Appui aux luttes de tous les peuples menées contre l'impérialisme et/ou pour leur autodétermination, indépendamment de leurs directions politiques.

c) Pour l'autonomie et la totale indépendance par rapport aux projets politiques du capitalisme.

d) Unité du monde du travail intellectuel et manuel, sans discriminations idéologiques d'aucun type, en dehors de l'identité "anticapitaliste, anti-impérialiste et pour le socialisme".

e) Lutte contre les bureaucraties politiques, et pour la démocratie directe et conseilliste.

f) Sauver la vie sur Terre, sauver l'Humanité.

g) Pour un Utopiste Rouge, le travail culturel, et plus particulièrement la création artistique, représentent la plus noble tentative révolutionnaire pour lutter contre la peur et contre la mort. Toute création est un acte d'amour pour la vie, et en même temps une proposition d'humanisation.

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a) O fim não justifica os médios, e os médios utilizados devem reflectir a essência do fim.

b) Apoio às lutas de todos os povos contra o imperialismo e/ou pela auto-determinação, independentemente das direcções políticas deles.

c) Pela autonomia e a independência respeito total para com os projectos políticos do capitalismo.

d) Unidade do mundo do trabalho intelectual e físico, sem discriminações ideológicas de nenhum tipo, fora da identidade “anti-capitalista, anti-imperialista e pelo socialismo”.

e) Luta contra as burocracias políticas, pela democracia directa e dos conselhos.

f) Salvar a vida na Terra, salvar a humanidade.

g) Para um Utopista Vermelho o trabalho cultural e a criação artística em particular representam os mais nobres tentativos revolucionários por lutar contra os medos e a morte. Cada criação é um ato de amor para com a vida e, no mesmo tempo, uma proposta de humanização.