L'associazione Utopia Rossa lavora e lotta per l'unità dei movimenti rivoluzionari di tutto il mondo in una nuova internazionale: la Quinta. Al suo interno convivono felicemente - con un progetto internazionalista e princìpi di etica politica - persone di provenienza marxista e libertaria, anarcocomunista, situazionista, femminista, trotskista, guevarista, leninista, credente e atea, oltre a liberi pensatori. Non succedeva dai tempi della Prima internazionale.

giovedì 8 giugno 2017

DOHA, ANKARA, RIYAD, TEHERAN: LA CRISI SI COMPLICA, di Pier Francesco Zarcone

Oggi più che mai nel Vicino Oriente il già variabile gioco delle alleanze risponde alle contingenze del momento, con giri di valzer improvvisi mediante cui “verso sera” ci si trova sullo stesso fronte di chi “fino alla mattina” era nemico. Ne deriva una confusione pericolosa anche per i disinvolti attori locali, che rischiano di perdere l’orientamento e di indebolirsi sul piano interno, poiché lì nessuno di loro è privo di grossi problemi.

DOHA E ANKARA

Due notizie riguardo alla crisi qatariota sono importanti, in quanto ne attestano la potenziale pericolosità. La prima è che il Qatar ha mobilitato le sue Forze armate: in sé la cosa sarebbe risibile poiché si tratta di truppe essenzialmente mercenarie, come mostrano le foto delle sfilate militari in cui abbondano i soldati di pelle nera, e quindi tutt’altro che arabi. Inoltre un comunicato ufficiale del Qatar mostra la “faccia feroce” annunciando che navi e aerei dei Sauditi o di loro alleati che violassero cieli e acque qatarioti sarebbero colpiti. Vero è che l’esercito saudita (in Yemen lo sta dimostrando) è da barzelletta, tuttavia è sempre meglio star sicuri; e qui interviene la seconda notizia, meno comica della prima: il Parlamento turco ha approvato uno schieramento di truppe - fino a 3.000 uomini - in Qatar.
In quel paese la Turchia, a seguito di un accordo del 2014, ha cominciato la costruzione di una base militare capace di ospitare fino a 5.000 soldati. Oggi ce ne sono 150. L’iniziativa di Ankara fa alzare potenzialmente il livello di un possibile scontro e attesta che la Fratellanza Musulmana (appoggiata dal Qatar) può contare ancora sull’alleanza con la Turchia di Erdoğan. Si tenga presente, infine, che fra Turchia e Qatar esiste un accordo difensivo in base al quale Ankara si impegna a intervenire in caso di attacco a Doha.
A navigare senza bussola è proprio il presidente turco. Lo “stato degli atti” che lo riguarda è il seguente: da un’iniziale (e non breve) benevolenza verso il regime di Assad è passato all’ostilità attiva, rischiando pure di urtarsi con la Russia; poi le mutevoli circostanze del Vicino Oriente l’hanno portato a cercare un accordo con Mosca, e quindi si è in parte defilato dal fronte anti-Assad, assumendo posizioni concilianti verso Damasco e anche verso Teheran; le polemiche sull’appoggio statunitense al fallito golpe imputato a Fethullah Gülen e il sostegno militare di Washington alle milizie curde in Siria (sicuramente legate al Pkk di Turchia) non hanno certo contribuito ai buoni rapporti con gli Stati Uniti. È probabilissimo che alla fine gli Usa scarichino i Curdi come tanti altri loro “alleati” del passato, ma allo stato delle cose sono proprio i Curdi ad attaccare Raqqa con armi statunitensi.
Oggi - poiché è assai difficile che la rottura delle petromonarchie arabe col Qatar sia avvenuta senza il placet di Washington - la Turchia di Erdoğan è più schierata di ieri al lato di Teheran, cioè di quello che Trump considera il vero nemico, ben più dell’Isis. Mosca non può che esserne contenta.

martedì 6 giugno 2017

WHY QATAR?, by Pier Francesco Zarcone

IN DUE LINGUE (Inglese, Italiano)
IN TWO LANGUAGES (English, Italian)

Donald Trump in Saudi Arabia, May 21, 2017 © Jonathan Ernst
The sudden rupture of diplomatic relations with Qatar announced by Saudi Arabia, Bahrain, United Arab Emirates and Yemen on June 5 triggers a crisis with unexpected outcomes and is likely to spell big trouble as much for those who wanted it as for the likely behind-the-scenes co-protagonist: the United States.
It takes no stretch of the imagination to argue that this situation, which exploded shortly after Trump’s May 20-21 visit to Saudi Arabia, is connected with this trip. On that occasion, the US president assumed two positions that were only formally contradictory but, in substance, reveal the existence of a precise design for further destabilisation in the area.
Trump both riled against jihadist terrorism and pointed to Iran as his great enemy. So, on one hand, he sides with that Saudi Arabia which has spread and fuelled the real feeding ground of that terrorism around the world, namely Wahhabi Islamic radicalism; on the other, picks on Iran which is not spreading that terrorism if for no other reason than Jihadism is Sunni while the Iranian state is Shiite. Iran certainly has something to do with the Qatar crisis, but not as the only factor.
The issue is complex and has to be put in context.
In Trump’s view, two “mistakes” made by the United States in the Near East have to be rectified: the first was the overthrow of the Saddam Hussein regime, with the consequence of allowing the Iraqi Shiite majority to gain power, thus extending Iranian influence in the region, then expanding with the Syrian crisis; the second was Obama administration’s “clearance” of Iran by reaching an agreement with Tehran on the nuclear issue. For Trump, the logical outcome of this is strengthening ties with Israel and Saudi Arabia.
From this point of view, Qatar became a target because of its ambiguous and opportunistic policy. At the May 20-21 Riyadh Summit, the government of this small state failed to adhere to the Saudi programmes – which are shared by Trump – and furthermore the media of Qatar carried the fiery declarations of Emir Tamim bin Hamad Al Thani against the decisions of the summit: namely the lines against Iran, the Muslim Brotherhood and the Palestinian movement Hamas, two organisations that Qatar supports and finances. Add to this the fact that Qatar maintains excellent political and trade relations with Iran.
The lack of religious and ideological homogeneity between Doha and Tehran is totally irrelevant both because Near East policies have particular logics – in fact, Qatar is a well-known supporter of Jihadism in Syria and Libya – and because economic interests have their weight – in fact, Qatar and Iran share exploitation of a very rich offshore gas field, the South Pars/North Dome field.
The latter is already sufficient for Qatar not to break its relations with Tehran, given that it accounts for more than two-thirds of the gas production of both countries.

PERCHÉ IL QATAR?, di Pier Francesco Zarcone

IN DUE LINGUE (Italiano, Inglese)

Donald Trump in Arabia Saudita, 21 maggio 2017 © Jonathan Ernst
L’improvvisa rottura dei rapporti diplomatici col Qatar annunciata il 5 giugno da Arabia Saudita, Bahrein, Emirati Arabi Uniti e Yemen innesca una crisi dagli esiti non facilmente prevedibili e rischia di essere un gran pasticcio tanto per chi l’ha voluta quanto per il più che probabile coprotagonista dietro le quinte: gli Stati Uniti.
Non è azzardato sostenere che questa situazione, esplosa a breve distanza dalla visita di Trump in Arabia Saudita, vada collegata proprio con questo viaggio. In tale occasione il presidente Usa ha assunto due posizioni solo formalmente contraddittorie, ma che nella sostanza rivelano l’esistenza di un preciso disegno di ulteriore destabilizzazione nell’area.
Da un lato egli si è prodotto in esternazioni contro il terrorismo jihadista, ma da un altro ha indicato nell’Iran il suo grande nemico. Quindi per un verso si è schierato con quella Arabia Saudita che ha diffuso nel mondo e alimentato il vero brodo di coltura di quel terrorismo, cioè il radicalismo islamico wahhabita, e per un altro se la prende con l’Iran che di quel terrorismo non è diffusore, non foss’altro perché il jihadismo è sunnita mentre lo Stato iraniano è sciita. L’Iran c’entra eccome nella crisi qatariota, ma non come unico fattore.
La questione è complessa e va in qualche modo inquadrata.
Nell’ottica di Trump si deve porre rimedio a due “errori” commessi dagli Stati Uniti nel Vicino Oriente: il primo consiste nell’abbattimento del regime di Saddam Husayn, con la conseguenza di aver permesso di acquisire potere alla maggioranza sciita irachena, estendendosì così l’influenza iraniana nella regione, ampliatasi poi con la crisi siriana; il secondo sta nello “sdoganamento” dell’Iran compiuto dall’amministrazione Obama con il raggiungimento di un accordo con Teheran sulla questione del nucleare. Il logico esito di ciò sta per Trump nel rafforzamento dei legami con Israele e l’Arabia Saudita.
Da questo punto di vista il Qatar diventava un obiettivo a motivo della sua politica ambigua e opportunista. Al vertice di Riyad del 20 e 21 maggio il governo di questo piccolo Stato non ha manifestato adesione ai programmi dei Sauditi - condivisi da Trump - e in più i media qatarioti hanno diffuso le infiammate dichiarazioni dell’emiro Tamim bin Hamad al-Thani contro le decisioni di quella riunione: vale a dire le linee contrarie all’Iran, alla Fratellanza Musulmana e al movimento palestinese Hamas, due organizzazioni che il Qatar sostiene e finanzia. A ciò si aggiunga che il Qatar mantiene ottimi rapporti politici e commerciali con l’Iran.
La mancanza di omogeneità religiosa e ideologica tra Doha e Teheran è del tutto irrilevante, sia perché le politiche orientali hanno logiche particolari - e infatti il Qatar è, non da ieri, notorio sostegno del jihadismo in Siria e Libia - sia perché gli interessi economici hanno il loro peso, e infatti il Qatar condivide con l’Iran anche lo sfruttamento di un ricchissimo giacimento di gas offshore, il South Pars/North Dome.
Già questo è sufficiente perché il Qatar non possa rompere le sue relazioni con Teheran: i due paesi traggono da quel giacimento oltre i due terzi della rispettiva produzione di gas.

lunedì 5 giugno 2017

A PARIAH PEOPLE: A PLEA FOR HYAM MACCOBY AND HIS CRITICISM OF ANTI-SEMITISM, by Peter Gorenflos (in cooperation with Emanuel Rund)

IN DUE LINGUE (Inglese, Tedesco)
IN TWO LANGUAGES (English, German)

Barnes & Noble, 1998
The Disputation

Hyam Maccoby (1924–2004) became known to a wider audience in the US and the UK above all through his play The Disputation. This is about one of the publicly led disputations that took place in the Middle Ages between a rabbi and a Catholic priest with the purpose of moving the Jewish people to convert to Christianity. In the historically proven disputation of 1263 in Barcelona between Rabbi Moses ben Nahman and Catholic priest Pablo Christiani, which took place under the liberal regency of King James of Aragon, the Christian had no chance against the rabbi’s logically stringent line of argument. After this, the Dominicans propagated a distortion of what really happened and thereby forced Moses ben Nahman to reply. Despite promises to the contrary, he then, under pressure from the Pope, had to go into exile. Other, similar disputations often ended with a bloodbath carried out against the Jews and public burnings of the Talmud. The Inquisition was at the ready, supported by the Pope, who would soon gain considerable political influence. The play, directed by Bob Kalfin and starring well-known actor Theodore Bikel as the rabbi, was a great success and was subsequently adapted as a film by the BBC, with Christopher Lee as King James.
Only on the predominantly Catholic European mainland, the “continent”, is the ancient history expert, Talmud philologist and former librarian at the Leo Baeck College in London, Hyam Maccoby, almost unknown. His most recent position was a professorship Jewish Studies at the University of Leeds.

The Mythmaker

His central work, The Mythmaker (1986), did not appear in Germany until 20 years later. As a historian of the school called “the Jewish view of Jesus”, he documents and substantiates the proof, hardly new, that Jesus could not have been the founder of Christianity but was firmly anchored in Jewish society, which regarded the Torah and took on a leading role in the Pharisee movement. He had the Messianic aim of re-establishing the Jewish monarchy, freeing his land from the yoke of Roman occupation and then doing away with all military rule worldwide. This claim to be the King of the Jews – an open provocation to the Roman occupiers – landed him in prison and after sentencing by the Roman governor Pontius Pilate on the cross, where he and numerous other Jewish freedom fighters died a martyr’s death. Had he simply been one of the many unsuccessful aspiring Messiahs, he would soon have been forgotten, if it had not been for his direct adherents, the Nazarenes, who believed in his resurrection by means of a divine miracle and began to establish themselves as a Jewish sect within the Pharisee movement, led by their Jewish leaders Peter and James. Here, Maccoby develops the whole panorama of a society under the rule of the world power of Rome, he shows the various groups, the compromising sect of the Sadducees, one of whom was the high priest who acted as a chief of police for Rome, the Herodians as Quisling and titular kings, the militant Zealots and above all the Pharisees, well regarded among the people, who were the real leaders of the oppressed Jewish majority and guaranteed the spiritual survival of the Jews after the destruction of the Temple.

EIN PARIA-VOLK: PLÄDOYER FÜR HYAM MACCOBY UND SEINE ANTISEMITISMUS-KRITIK, von Peter Gorenflos (unter Mitwirkung von Emanuel Rund)

IN DUE LINGUE (Tedesco, Inglese)
IN ZWEI SPRACHEN (Deutsch, Englisch)

Ahriman-Verlag, 2013
Die Disputation

In den USA und Großbritannien ist Hyam Maccoby (1924–2004) vor allem durch sein Theaterstück The Disputation einer breiten Öffentlichkeit bekannt geworden. Hier geht es um eines, der im Mittelalter öffentlich ausgetragenen Streitgespräche zwischen einem Rabbi und einem katholischen Geistlichen mit dem Zweck, die jüdische Bevölkerung zur Konversion zum Christentum zu bewegen. In der historisch belegten Disputation von 1263 in Barcelona zwischen Rabbi Moses ben Nachman und dem katholischen Priester Pablo Christiani unter der liberalen Regentschaft des Königs Jakob von Aragon, hatte der Geistliche keine Chance gegen die logisch stringente Argumentation des Rabbis. Die Dominikaner verbreiteten daraufhin eine Verdrehung des wahren Ablaufes und zwangen Moses ben Nachman damit zur Gegendarstellung. Trotz gegenteiliger Versprechungen musste er daraufhin auf Druck des Papstes ins Exil. Andere, ähnliche Disputationen endeten oft mit einem Blutbad an der jüdischen Bevölkerung und der öffentlichen Verbrennung des Talmuds. Die Inquisition stand in ihren Startlöchern, gestützt vom Papst, der in Europa bald erheblich an politischem Einfluss gewinnen sollte. Das Theaterstück war unter der Leitung von Bob Kalfin und mit dem bekannten Theodore Bikel als Rabbi ein großer Erfolg und wurde von der BBC mit dem berühmten Christopher Lee als König Jakob sogar verfilmt.
Nur auf dem überwiegend katholischen, europäischen Festland, dem „continent“, ist der Altertumsgelehrte, Talmud-Philologe und ehemalige Bibliothekar des Leo Baeck College in London, Hyam Maccoby, fast unbekannt. Zuletzt hatte er einen Lehrstuhl für Judaistik an der Universität in Leeds inne.

Der Mythenschmied

Sein zentrales Werk The Mythmaker von 1986, ist erst 20 Jahre später in der Bundesrepublik erschienen. Als Anhänger der Historiker-Schule „die Sicht auf den Juden Jesus“, belegt und untermauert er hier die nicht ganz neue Vermutung, dass Jesus nicht der Gründer des Christentums gewesen sein konnte, sondern fest in der jüdischen Gemeinschaft verankert war, die Thora achtete und eine führende Rolle in der Pharisäer-Bewegung einnahm. Er hatte den messianischen Anspruch, die jüdische Monarchie wiederherzustellen, sein Land vom Joch der römischen Besatzung zu befreien und danach mit allen Militärherrschaften weltweit aufzuräumen. Dieser Anspruch, König der Juden zu sein – eine offene Provokation der römischen Besatzer – brachte ihn ins Gefängnis und nach der Verurteilung durch den römischen Statthalter Pontius Pilatus ans Kreuz, wo er, wie zahlreiche andere jüdischen Freiheitskämpfer, einen Märtyrer-Tod starb. Als einer der vielen erfolglosen Messias-Anwärter wäre er bald in Vergessenheit geraten, wenn da nicht seine direkten Anhänger, die Nazarener, gewesen wären, die an seine Wiederauferstehung durch ein göttliches Wunder glaubten und sich als jüdische Sekte innerhalb der Pharisäer-Bewegung unter ihren jüdischen Führern Petrus und Jakobus zu etablieren begannen. Maccoby entwickelt hier das ganze Panorama einer Gesellschaft unter der Herrschaft der Weltmacht Rom, er zeigt die unterschiedlichen Gruppierungen, die kompromisslerische Sekte der Sadduzäer, einer von ihnen der Hohepriester, der als Polizeichef für Rom agierte, die Herodianer als Titularkönige, die militanten Zeloten und vor allem die in der Bevölkerung hoch angesehenen Pharisäer, welche die eigentlichen Führer der unterdrückten, jüdischen Bevölkerungsmehrheit gewesen waren und nach der Zerstörung des Tempels das geistige Überleben des Judentums sicherten.

venerdì 2 giugno 2017

“HAY QUE TOMAR LAS CALLES”: ENTREVISTA A DOUGLAS BRAVO, por Carlos Díaz

Douglas Bravo (Ruptura-Tercer Camino) afirma que el Alto Mando Militar es quien gobierna el país. “Hay hambre en Venezuela y llegó a los barrios populares que simpatizan con el ‘socialismo del siglo XXI’”, señala el ex guerrillero. “Maduro pasó ahora de ser presidente a un dictador. Estamos frente a una dictadura militar”, aseguró Bravo en entrevista con La Razón.
“Estamos en el final de una era histórica y en la inauguración de una otra. Todos los instrumentos jurídicos que se crearon, incluyendo la Constitución de 1999, han envejecido. Pasaron a ser obsoletos”, agrega. Sostiene que la Constitución ya no le sirve al pueblo porque ha sido violada constantemente por el gobierno: “La Fiscalía, con valentía, dijo que se rompió el hilo constitucional, y también hay que saludar a la Conferencia Episcopal Venezolana que ha mantenido una conducta firme y ha llamado a una nueva era”.
“Todo quedó obsoleto, lo referido a la clase obrera, libertad, democracia, todo quedó abolido al igual que los derechos humanos. Entonces no queda más remedio que el pueblo tome la calle y así lo está haciendo al igual que el 19 de Abril de 1810 y como en la huelga general contra Pérez Jiménez”, afirma. Bravo dice que existe un proceso de luchas sociales que crecen a diario: “El pueblo, que son los empleados, la clase media pobre, los profesores universitarios y los productores, ha tenido la virtud de ir a la calle a disputársela al gobierno, a la Guardia Nacional, a los paramilitares y a las fuerzas paraestatales. Y es satisfactorio que el pueblo esté conquistando la calle, y esto tiene una virtud y es que históricamente en Venezuela hemos conocido el cambio de poder”.
Añade que el 19 de Abril de 1810 más del 60% de la población de Caracas estaba alrededor del Ayuntamiento y esa masa, agitada con el pensamiento de la ilustración que había traído Miranda, hizo un hecho constituyente al hacer preso a todo el mando político-militar español y, sin torturarlo, meterlo en un barco y sacarlo para España: “Ese sí fue un hecho constituyente originario, y no el que llamó Chávez cuando tomó el poder y tampoco el que está llamando Maduro”.

¿Por qué usted afirma que en Venezuela hay una dictadura militar?
Por que manda el Alto Mando Militar. Hay acusaciones que hay corrupción administrativa y narcotráfico no solo por parte de los civiles, sino también de militares. El Alto Mando está en esa categoría de corrupción, por haberse hecho rico y haberse convertido en una burguesía. Pero hay que reconocer que al lado de ellos hay militares patriotas que nos acompañarán a desplazar a este gobierno. En Venezuela se creó una tradición de militares patriotas y hay que recordar que los levantamientos de Carúpano y de Puerto Cabello fueron contra el imperialismo; y aquí en la guerrilla rural, al poco tiempo de haberse iniciado, ya estaban militares patriotas acompañándola, a diferencia de Colombia, donde la guerrilla llevaba casi 60 años y sin tener un sargento. Es por eso que hay muchos militares presos en este momento.

giovedì 25 maggio 2017

LA BIOPOLÍTICA Y LAS NUEVAS FORMAS DE PODER, por Alberto Borregales (Ruptura/Utopía Tercer Camino)

El panóptico de Jeremy Bentham dibujado por Willey Reveley, 1791
Actualmente estamos asistiendo en Occidente a una profunda transformación de los mecanismos de poder. Pasando por las lecturas claves del anarquista Piotr Alekséyevich Kropotkin (Las Prisiones), Filosofía penal de José Gil Fortoul, De los delitos y de las penas de Cesare Beccaria, En la colonia penitenciaria de Franz Kafka, 1984 de George Orwell, Vigilar y castigar. Nacimiento de la prisión de Michel Foucault, “las sociedades de control” en Gilles Deleuze.
Podríamos decir que se van instaurando en el sistema panóptico-social que se instituye, sobre todo en los órdenes “socialistas”, “comunistas”, totalitarios y las modalidades de terrorismo contemporáneos bajo dos posibles formas: una, como poder sobre la vida (las políticas de la vida biológica, entre ellas las políticas de la sexualidad), y la otra como poder sobre la muerte (el racismo).
En consecuencia se trata, en definitiva, de la estatización de la vida biológicamente considerada, es decir, del hombre como ser viviente.
Los temas biopoder (biopouvoir), biopolítica y disciplina se encuentran en el último capítulo de “La voluntad de saber” (vol. 1 de Historia de la sexualidad, tres tomos) y en la clase del 17 de marzo de 1976 del curso “Il faut défendre la société” (“Defender la sociedad”) –dos textos fundamentales, ambos de Foucault, de referencia acerca del biopoder–.
A partir de la denominada discusión entre modernidad y posmodernidad, los planos rupturales que se vienen dando en el Viejo Continente (caída de la Cortina de Hierro, unificación de las dos Alemanias, Mayo francés, caída del Muro de Berlín, las propuestas musicales como discurso rítmico-sonoro de los márgenes creativos, al estilo de Pink Floyd, Talking Heads y David Byrne, Robert Fripp y King Crimson, Mike Oldfield, el legado de Human Nature de Miles Davis, Michael Brecker y Steps Ahead y una cantidad brutal de elementos imaginativos a manera de dispositivos pulsionales y en el área de una tremenda economía libidinal que trata a toda costa de luchar contra los planos represivos totalitaristas y hegemónicos de un pensamiento uniforme basado en la igualdad distributiva de la pobreza frente al deseo como potencia y no como carencia.
El antiguo derecho del soberano de hacer morir o dejar vivir es reemplazado por un poder de hacer vivir o abandonar a la muerte. A partir del siglo XVII, el poder se ha organizado en torno a la vida bajo dos formas principales que no son antitéticas, sino que están atravesadas por un plexo de relaciones: por un lado, las disciplinas (una anátomo-política del cuerpo humano), que tienen como objeto el cuerpo individual, considerado como una máquina; por otro lado, a partir de mediados del siglo XVIII, una biopolítica de la población, del cuerpo-especie, cuyo objeto será el cuerpo viviente, soporte de los procesos biológicos (nacimiento, mortalidad, salud, duración de la vida).

domenica 21 maggio 2017

ON THE ROAD/EN LA RUTA, di Roberto Massari

Pubblichiamo in versione «ampliata» lo scritto di Massari che fa da prefazione al libro fotografico - scritto e curato da Sandro Lusini e Cesare Moroni - Ernesto Che Guevara: la Ruta del Che - Argentina e Bolivia (pp. 160, € 16,00). [la Redazione]

Moroni editore, 2017
En la rutaOn the roadEn routeAuf den WegSulla strada… L’espressione è antica, è comune a molte lingue e continua ad evocare sensazioni che nell’epoca di Facebook in Rete o di Fast and Furious (8!) al cinema riescono a sopravvivere solo come creazioni mentali (perifrasi storico-concettuali), desideri immaginifici, impulsi emotivi alla rottura della routine quotidiana. Immortalata da libri come il classico di Kerouac (1957), assunta come motto dallo scoutismo degli adulti in auge nell’Italia degli anni ‘60, sussurrata dagli impavidi autostoppisti che affollavano gli Auberges de jeunesse di mezza Europa, quell’espressione ha nondimeno caratterizzato un’epoca, che si può identificare con discreta approssimazione negli anni ‘50 e ‘60, fino all’esplosione semiplanetaria del Sessantotto.
Nel ‘68 Guevara era già morto, da pochi mesi: lui che di quel grande moto giovanile aveva anticipato quasi ogni ambizione utopica, ogni movente iperattivistico, ogni urlo di sfida perentoria e radicale contro il sistema. E aveva anticipato tutto ciò… mettendosi in cammino: in cammino lungo i sentieri tortuosi, selvatici o falsamente civilizzati della sua Grande America, la Pacha Mama violentata degli antichi popoli nativi, meticcia nella sofferenza di nuove immigrazioni e tradizioni imbastardite.
Ma non si pensi che per il giovane Ernesto la formula del viaggio vada intesa in senso allegorico. No: prima imbarcato su navi di lungo corso come apprendista infermiere; poi i quasi 5.000 km andini in bicicletta; a seguire, il periplo con Granado compiuto in moto, camion, zattera, a piedi e in un aereo per il trasporto cavalli; infine il terzo viaggio cominciato in treno alla stazione di Belgrano (1953) e terminato nel groviglio di mangrovie de Las Coloradas (1956), in mezzo alla prima di una lunga serie di stragi dei compagni di lotta.
La trasformazione rivoluzionaria di Ernesto nel Che era stata preparata dall’epopea giovanile del viaggio. Ora questa è storia arcinota, grazie ai libri e al cinema. Quando, però, queste informazioni me le dava Hilda Gadea (la peruviana sua prima moglie e madre di Hildita), nei mesi in cui visse con me a Roma (1969 e 1970), nessun altro al mondo ancora le aveva scritte, teorizzate e forse neanche pensate (con l’esclusione della madre Celia, il fratello Roberto che me ne parlò quando fui suo ospite a Buenos Aires, l’amica Tita Infante e pochi altri suoi intimi). Ma Hilda era la testimone più attendibile, perché da lei Ernesto aveva ricevuto la prima formazione politica (sartriana e marxista) che doveva spingerlo a diventare un autentico ribelle nella mente oltre che nel cuore.
Se i viaggi che ho citato possono considerarsi l’anabasi di Ernesto dall’Argentina a Cuba (attraverso Bolivia, Perù, Guatemala e Messico), i luoghi della guerriglia boliviana costituiscono certamente la catabasi (da Cuba a La Higuera, passando per Congo, Tanzania, Praga). È tantissimo da raffigurare per immagini fisse e quindi ben venga questa sintesi editoriale che ci offre anabasi e catabasi guevariane con l’immediatezza del mezzo fotografico: un bel mezzo… vista la qualità cromatica di preziose inquadrature.

sabato 20 maggio 2017

YESHAYAHU A. JELINEK (1933–2016) – IN MEMORIAM, by Alexander Korb

We are pleased to publish this obituary sent to us by Alexander Korb (Associate Professor in Modern European History, University of Leicester) and which will be published in the journal Yad Vashem Studies.
To the memory of Yeshayahu Andrej “Andy” Jelinek is dedicated the latest book published by Massari editore, Vaticano, Olocausto e fascismi (edited by Daniele Barbieri and Peter Gorenflos), mentioned by Korb at the end of this article. [Red Utopia]

On December 21, 2016, Yeshayahu Andrej “Andy” Jelinek passed away. He was one of the finest scholars of Central Eastern Europe, with a focus on autochthonous fascism, anti-Semitism, the Holocaust, the Catholic Church, inter-ethnic relations and the tensions and overlaps between nationalism and communism. He has published several books and articles in five languages (if not more), always eager to engage with the most recent scholarship in his field and to apply comparative methods.
The last time I visited Andy Jelinek at his home in Beer-Sheva was in May 2016. For the trip, I was supposed to borrow the car of a Holocaust survivor who had promised to stop driving that year. Shortly before my planned departure, I got a call that the car insurance had expired. Instead, I took the train from Jerusalem to Beer-Sheva. It was Friday, so I was well aware that I had only a limited amount of time in order to catch the last train back before Shabbat would start. Yet, I got the math wrong. When I got to Beer-Sheva, I had less than two hours to see Andy. I had brought my bicycle on the train, so I rushed to Andy’s house, right at the edge of the desert, in a street called Iris of the Negev. He was frail but sharp as ever, and it characterizes his fresh mind how admirably and humorously he dealt with the young scholar storming his house on a Friday afternoon. I spoke to him my native language, Czech, and our Czechoslovak mixture of languages would always cheer him up.
Weeks before, I had mailed him a book on the historiography of the Holocaust in Yugoslavia (I had checked it out from the Yad Vashem Library and I now urgently needed to bring it back). It was not easy to get the book back from him; in fact, he hid it from me. He still was not finished with some sections, and he was curious to learn everything about the recent scholarship. The episode reveals another aspect, too. The book praises Jelinek’s academic contributions, so the book embodied recognition for his scholarship more generally. We all are eager to receive such recognition, but in his case he seemed to find that recognition rather internationally than in his own country.
Jelinek was born on July 16, 1933 in a Slovak small town, Prievidza. During the years of the independent Hlinka State, a Nazi ally since 1939, the family survived the first rounds of deportations to Auschwitz. Slovakia was the first independent state to deport their Jewish citizens to death camps, but stopped deporting towards the end of 1942. During the Slovak national uprising in August 1944, Prievidza was free for more than a month. Once the uprising collapsed, Andy, together with his older brother Erik and his mother Regina, fled to the forest where they survived the German onslaught. His father Vojtěch fought with the Slovak partisans and survived as well, whereas Andy’s grandparents were amongst to last Slovakian Jews to be deported to Auschwitz and murdered after the Germans resumed the deportations in 1944. After liberation, the family reunited in Prievidza. In 1949, Andy and Erik embarked for the kibbutz Ma’anit with Hashomer Hatzair. They served their country as kibbutzniks and soldiers for more than four years. In 1977, Jelinek married his wife Mirjam and settled in Beer-Sheva, where Andy taught at Ben-Gurion University of the Negev. They got three children – their son Ori tragically drowned in the Ganges in 2002 during a journey to India. Andy made many donations in the memory of Ori Jelinek.

RED UTOPIA ROJA - Principles / Principios / Princìpi / Principes / Princípios

a) The end does not justify the means, but the means which we use must reflect the essence of the end.

b) Support for the struggle of all peoples against imperialism and/or for their self determination, independently of their political leaderships.

c) For the autonomy and total independence from the political projects of capitalism.

d) The unity of the workers of the world - intellectual and physical workers, without ideological discrimination of any kind (apart from the basics of anti-capitalism, anti-imperialism and of socialism).

e) Fight against political bureaucracies, for direct and councils democracy.

f) Save all life on the Planet, save humanity.

(January 2010)

* * *

a) El fin no justifica los medios, y en los medios que empleamos debe estar reflejada la esencia del fin.

b) Apoyo a las luchas de todos los pueblos contra el imperialismo y/o por su autodeterminación, independientemente de sus direcciones políticas.

c) Por la autonomía y la independencia total respecto a los proyectos políticos del capitalismo.

d) Unidad del mundo del trabajo intelectual y físico, sin discriminaciones ideológicas de ningún tipo, fuera de la identidad “anticapitalista, antiimperialista y por el socialismo”.

e) Lucha contra las burocracias políticas, por la democracia directa y consejista.

f) Salvar la vida sobre la Tierra, salvar a la humanidad

(Enero de 2010)

* * *

a) Il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi che impieghiamo dev’essere riflessa l’essenza del fine.

b) Sostegno alle lotte di tutti i popoli contro l’imperialismo e/o per la loro autodeterminazione, indipendentemente dalle loro direzioni politiche.

c) Per l’autonomia e l’indipendenza totale dai progetti politici del capitalismo.

d) Unità del mondo del lavoro mentale e materiale, senza discriminazioni ideologiche di alcun tipo (a parte le «basi anticapitaliste, antimperialiste e per il socialismo.

e) Lotta contro le burocrazie politiche, per la democrazia diretta e consigliare.

f) Salvare la vita sulla Terra, salvare l’umanità.

(Gennaio 2010)

* * *

a) La fin ne justifie pas les moyens, et dans les moyens que nous utilisons doit apparaître l'essence de la fin projetée.

b) Appui aux luttes de tous les peuples menées contre l'impérialisme et/ou pour leur autodétermination, indépendamment de leurs directions politiques.

c) Pour l'autonomie et la totale indépendance par rapport aux projets politiques du capitalisme.

d) Unité du monde du travail intellectuel et manuel, sans discriminations idéologiques d'aucun type, en dehors de l'identité "anticapitaliste, anti-impérialiste et pour le socialisme".

e) Lutte contre les bureaucraties politiques, et pour la démocratie directe et conseilliste.

f) Sauver la vie sur Terre, sauver l'Humanité.

(Janvier 2010)

* * *

a) O fim não justifica os médios, e os médios utilizados devem reflectir a essência do fim.

b) Apoio às lutas de todos os povos contra o imperialismo e/ou pela auto-determinação, independentemente das direcções políticas deles.

c) Pela autonomia e a independência respeito total para com os projectos políticos do capitalismo.

d) Unidade do mundo do trabalho intelectual e físico, sem discriminações ideológicas de nenhum tipo, fora da identidade “anti-capitalista, anti-imperialista e pelo socialismo”.

e) Luta contra as burocracias políticas, pela democracia directa e dos conselhos.

f) Salvar a vida na Terra, salvar a humanidade.

(Janeiro de 2010)