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lunedì 19 febbraio 2018

LA POLITICA ESTERA DEGLI STATI UNITI E LE CONTRADDIZIONI DI TRUMP: QUESTIONI DI METODO, di Michele Nobile

INDICE: 1. Il problema: dove va la politica estera dell’amministrazione Trump? - 2. Cosa non farà mai un Presidente degli Stati Uniti - 3. L’eccezionalismo americano e il mito dello splendido isolamento - 4. Limiti o declino della potenza americana? - 5. Il feticismo concettuale: multilateralismo/unilateralismo, unipolarità/multipolarità - 6. Le pericolose contraddizioni della politica estera dell’amministrazione Trump

© Evan Vucci
1. Il problema: dove va la politica estera dell’amministrazione Trump?
In un importante discorso sulla politica estera dell’aprile 2016, Donald Trump affermò: «siamo totalmente prevedibili. Diciamo tutto. Stiamo inviando truppe. Glielo diciamo. Stiamo inviando qualcos’altro. Teniamo una conferenza stampa. Dobbiamo essere imprevedibili. E dobbiamo essere imprevedibili a partire da ora»1.
E in effetti incertezza e varietà di valutazioni circa il corso della politica estera dell’amministrazione Trump continuano ad essere notevoli. Quel che accomuna critici e sostenitori della politica estera dell’amministrazione è il timore o la speranza che, mossi dal nazionalismo, gli Stati Uniti possano ritirarsi in quel che si dice isolazionismo.
Diffusa anche ad arte, la confusione è tale che ritengo necessario mettere a fuoco i parametri elementari della politica estera degli Stati Uniti - ciò che un Presidente non farà mai - e alcuni concetti fondamentali, utili anche a comprendere le particolari contraddizioni dell’amministrazione in carica.
Ricordo che fra gli specialisti statunitensi di politica estera si è formata subito un’area di critici irriducibili che ritengono il miliardario del tutto inadeguato, per preparazione e temperamento, a svolgere le funzioni di capo dell’esecutivo e di comandante in capo; c’è chi lo ha addirittura definito un «candidato manciuriano», cioè agente degli interessi russi. Fra i critici del candidato Trump si distinse per durezza la maggior parte dei più importanti intellettuali e funzionari neoconservatori del Partito repubblicano2.
Il successo di Trump venne invece salutato con entusiasmo dalla destra xenofoba e nazionalista favorevole all’uscita dall’Unione europea e dall’area dell’euro. In questo caso l’entusiasmo per Trump è strumentale e condito con una notevole dose d’ipocrisia che sorvola sul fatto che in qualsiasi negoziato le loro piccole patrie sarebbero uno zero a fronte del gigante nordamericano. Ma Trump è (stato?) apprezzato anche dalla sinistra putiniana e russofila come fosse «un altro colpo all’imperialismo». In quest’altro caso potrebbe trattarsi di una combinazione d’incompetenza, d’ignoranza, d’ingenuità e di stupidità. Tuttavia, si tratta più che altro della semplice dissoluzione dei criteri più elementari di comprensione e valutazione di ciò che è l’imperialismo, sia esso nordamericano o russo o cinese, integrata da una rielaborazione irrazionale del lutto per la scomparsa Unione Sovietica, surrogata dall’attaccamento a un regime che combina l’aquila zarista con miti e riti di matrice sovietica in nome della continuità storica dello Stato grande-russo.
Per gli alleati e gli opinionisti centristi, invece, l’etichetta dell’isolazionismo serve strumentalmente a prendere posizione nelle contrattazioni diplomatiche. Questi sanno benissimo che un’amministrazione statunitense può fare la voce grossa e battere i pugni sul tavolo, pretendere questo e quello (ad esempio un contributo più adeguato alle spese della Nato), ma mai rescindere l’alleanza stessa. Comprendono bene che sono proprio i limiti della grande potenza statunitense - e la dimensione mondiale del capitalismo nordamericano - a rendere indispensabile la riproduzione delle alleanze.
Si delinea così una terza posizione, in pratica un obbligo per chi ha responsabilità di governo e deve necessariamente negoziare con l’amministrazione nordamericana. Se Trump è incompetente e inadeguato, pensano gli ottimisti, un mad man incline a pericolosi spropositi, i responsabili del governo e i funzionari che mettono concretamente in opera la politica estera degli Stati Uniti possono invece moderare le linee del Presidente o ricondurle su binari nei limiti della normalità. Per gli ottimisti la National Security Strategy (NSS) del dicembre 2017 muove in questa direzione. Tuttavia, per altri l’interesse di un documento come la NSS dipende da quanto esso sia coerente con la visione del mondo e la personalità del Presidente: e per questo motivo la NSS 2017 risulta poco attendibile in punti importanti.
L’incertezza è grande ma può essere ridotta, insieme all’ottimismo.

2. Cosa non farà mai un Presidente degli Stati Uniti
Dalla guerra ispano-americana del 1898 e dall’inizio della costruzione di una flotta oceanica voluta da Theodore Roosevelt (assistente del segretario della Marina nel 1897-1898, sotto McKinley, e Presidente dal 1901 al 1909), sicuramente dalla Prima guerra mondiale, gli Stati Uniti hanno acquisito la capacità di proiettare la propria potenza militare su tutto il pianeta; e in misura maggiore di qualsiasi altro Paese avanzato, il capitalismo statunitense si estende ben oltre i confini politici nazionali, continuando a mantenere una posizione strutturalmente centrale nell’economia mondiale.
È in questo quadro che vanno attualizzati i doveri costituzionali del Presidente degli Stati Uniti come capo dell’esecutivo e comandante in capo: preservare, proteggere e difendere l’America e la Costituzione. L’America e lo «stile di vita americano», ovviamente, non sono più quelli dei Padri fondatori, sicché gli interessi impliciti in quei doveri sono ora enormemente più grandi e complessi di quelli originari. Conseguentemente, dalla Grande Depressione e specialmente dalla Seconda guerra mondiale e dall’inizio della Guerra Fredda, le dimensioni degli apparati che costituiscono l’esecutivo e i poteri del Presidente sono cresciuti in modo da alterare l’originario equilibrio costituzionale. La presidenza è imperiale anche nella politica interna, ma è nella politica estera e nell’uso della forza militare che essa ha prosperato nel modo più drammatico3.

E quindi, un Presidente non rinuncerà mai al ruolo degli Stati Uniti come potenza «la cui leadership è indispensabile» (George H.W. Bush, NSS 1991, p. 2) al «mondo libero» e all’ordine mondiale: «siamo inevitabilmente (inescapably) il leader, l’anello connettivo in un’alleanza globale delle democrazie (George H.W. Bush, NSS 1990, p. 2); «la necessità della leadership americana all’estero rimane forte come sempre» (Bill Clinton, NSS 1996, p. IV); «l’America non può conoscere pace, sicurezza e prosperità ritirandosi dal mondo. L’America deve guidare con le azioni e con l’esempio» (George W. Bush, NSS 2006, p. 49); qualsiasi strategia «di sicurezza nazionale deve iniziare con una verità innegabile - l’America deve guidare», tuttavia rinnovando la sua leadership (Barack Obama, NSS 2015, p. I); «il mondo intero è sollevato dal rinnovamento dell’America e dal riemergere della leadership americana (Donald Trump, NSS 2017, p. II)4. È interessante come sia Obama che Trump leghino la leadership mondiale al rinnovamento interno e all’economia, seppure in modi molto diversi se non opposti.
La nozione secondo cui gli Stati Uniti debbano orientare gli sviluppi della società mondiale costituisce il nocciolo politico di quel che si dice egemonia, termine che ha acquisito una varietà di significati - specialmente quando applicato alle relazioni internazionali5 - ma che qui intendo proprio nel senso gramsciano: non mero dominio, ma «combinazione della forza e del consenso che si equilibrano variamente, senza che la forza soverchi di troppo il consenso», così da conseguire la «direzione intellettuale e morale»6. È parte integrante dell’esercizio dell’egemonia il fatto che la combinazione di forza e consenso presenti variazioni estreme nelle differenti regioni del mondo. Occorre però enfatizzare che l’efficacia della politica estera di un’amministrazione statunitense nell’esercitare la leadership nei confronti degli alleati consiste proprio nel saper mantenere l’equilibrio tra forza e consenso. Il fatto che i governanti dell’Europa e del Giappone temano l’isolazionismo nazionalistico degli Stati Uniti, ma non il loro impegno internazionalistico, è la migliore testimonianza di quanto sia stata interiorizzata l’egemonia nordamericana. Il discorso può allargarsi all’influenza culturale e al fatto che gli Stati Uniti rimangono un eccezionale polo d’attrazione per l’immigrazione.
La posizione di guida è irrinunciabile sia nel caso di una politica che possa dirsi «realista» e orientata al mantenimento dell’equilibrio di potenza internazionale, sia nel caso essa appaia animata da un attivismo «idealista» di tipo wilsoniano; sia nel caso di un approccio di «realismo difensivo» - orientato al mantenimento dello statu quo - sia nel caso opposto di «realismo offensivo», volto a prevenire l’emergere di un competitore.

Un Presidente non rinuncerà mai all’assoluta superiorità militare degli Stati Uniti sulla scena mondiale, a fare in modo «di assicurare che continui la superiorità militare americana» (NSS 2017, p. 3). Cosa comporta questo? Un imponente arsenale nucleare; ma, al di sotto della soglia nucleare:
«le Forze armate degli Stati Uniti saranno simultaneamente in grado di difendere la madrepatria; condurre operazioni di controterrorismo distribuite e di alto livello; e in più regioni, scoraggiare l’aggressione e assicurare gli alleati attraverso la presenza e l’impegno avanzato. Se in un dato momento la deterrenza fallirà, le forze degli Stati Uniti saranno in grado di sconfiggere un avversario regionale in una campagna su larga scala in più fasi e di negare gli obiettivi - o di imporre costi inaccettabili - a un secondo aggressore in un’altra regione»7.
Almeno dalla fine della Guerra Fredda e per tutte le amministrazioni, il criterio che definisce il primato militare degli Stati Uniti è la capacità di condurre operazioni militari e vincere in two major regional conventional contingencies o major regional conflicts, cioè in due teatri importanti e che interessino consistenti forze nemiche. Il motivo per cui agli Stati Uniti occorre poter intervenire in due teatri, calibrando le priorità e il ritmo dello sforzo, è semplice: impedire che un avversario ritenga di poter cogliere l’opportunità di agire mentre le forze americane sono bloccate in un teatro distante. Operativamente, è questo che definisce la potenza americana e nello stesso tempo i suoi limiti, che impongono di selezionare aree e modi d’intervento. La «grande strategia» efficace è quella che impiega la potenza nella consapevolezza dei suoi limiti.

giovedì 15 febbraio 2018

L’ATTACCO TURCO AI CURDI DI SIRIA, di Pier Francesco Zarcone

Miliziani curdi del Ypg festeggiano la liberazione di Raqqa, 17 ottobre 2017 © Erik De Castro
Si tratta di un’iniziativa militare e politica appartenente alla categoria del quod erat demonstrandum. Imputarla a Recep Tayyip Erdoğan in quanto tale sarebbe senza senso, perché chiunque si fosse trovato alla presidenza della Turchia avrebbe fatto lo stesso (non si dimentichi quanto celermente, in termini militari, agì a Cipro il primo ministro turco, il laico Bülent Ecevit, dopo il colpo di stato fascista contro Makarios negli anni ‘70), e con la medesima disinvoltura. Solo un pazzo avrebbe potuto pensare che si sarebbero limitate al campo diplomatico le conseguenze della decisione statunitense di rafforzare le milizie curde nella Siria settentrionale e addirittura di affidare loro il controllo del confine turco-siriano, tanto più essendo collegate col Pkk di Turchia. La mossa degli Usa è stata per la Turchia l’equivalente della virtuale apertura di un secondo fronte coi Curdi. Di qui l’avvio di un’operazione militare cinicamente - o ironicamente - denominata «Ramo d’ulivo».

L’IRRISOLVIBILE PROBLEMA CURDO

Ritorna in primo piano il problema curdo, nato dalla spartizione dell’Impero ottomano dopo la Prima guerra mondiale, secondo i voleri di Gran Bretagna e Francia, e dalla vittoria in Anatolia dei nazionalisti turchi di Mustafa Kemal Atatürk. Di conseguenza, i Curdi si trovarono - da sudditi ottomani quali erano (esclusi quelli della Persia) - cittadini poco o per niente amati di Iraq, Siria e ovviamente Turchia. L’illusione di un non meglio precisato Kurdistan autonomo o independente, accolto dagli Alleati nel trattato di Sèvres, si dissolse rapidamente a motivo del nuovo assetto dell’area dovuto alle imprese di Atatürk. Tanto la Turchia quanto i nuovi Stati di lingua araba costruiti a tavolino avevano e hanno problemi di omogeneità e solidità di vario ordine e grado, ma tali da sconsigliare aperture alle rivendicazioni curde. Si tratta di un mero dato di fatto. Così i vari governi interessati dalla questione curda, oltre a mettere in atto una politica interna ostile, si sono collocati in una fascia di oscillazione che va dalla strumentalizzazione contingente dei Curdi di casa d’altri al blocco interstatuale, quando certe pretese puntano a oltrepassare una determinata e proibita linea rossa; come è accaduto nel caso recente del referendum indipendentista del Kurdistan iracheno: sulla linea rossa antistante l’indipendenza si sono schierate compatte Baghdad, Teheran e Ankara. Va sottolineato che le circostanze storiche cui si deve la formazione dell’autonomia curda in Iraq siano rimaste del tutto eccezionali.
In un Vicino Oriente dove ciascuna entità pensa cinicamente solo ai propri interessi, i Curdi non sono stati da meno, ma con risultati per loro devastanti in quanto oggettivamente privi della possibilità di effettuare il gioco degli opportunismi a proprio vantaggio: il tutto si è risolto nello scegliere di volta in volta il partner straniero ritenuto più idoneo - un domani però - a favorirne l’indipendenza. E ogni volta il fallimento è dietro l’angolo. In buona sostanza si tratta del classico modo di agire cui si deve se il Vicino Oriente è diventato quel che è. Basti ricordare la rivolta di Mustafa Barzani contro il governo di Saddam Husayn negli anni ‘70. In base alla garanzia statunitense di appoggio iraniano in armi e rifornimenti, i Curdi iracheni si ribellarono: alle prime difficoltà non solo lo Shāh rifiutò l’intervento diretto in loro favore, ma quello stesso Henry Kissinger - che inizialmente aveva fornito ai Curdi la predetta garanzia - patrocinò un accordo fra Teheran e Baghdad a seguito del quale lo Shāh cessava ogni aiuto agli uomini di Barzani in cambio della cessione di alcune porzioni territoriali dall’Iraq all’Iran. Si potrebbe aggiungere che nel 2006 gli interessi momentanei fecero sì che Washington fornisse ad Ankara servizi logistici nella lotta contro i ribelli del Pkk. E oggi i Curdi di Siria si sono messi incoscientemente al servizio degli interessi statunitensi nell’area illudendosi di fare anche i propri, col risultato di rimanere soli allo scatenarsi della tempesta.

I CURDI

I Curdi di Siria, con l’illusione di creare una loro zona nel Rojava, hanno suscitato acritiche solidarietà in una parte dell’opinione pubblica occidentale, soprattutto quella di sinistra, a prescindere dai loro problematici e conflittuali rapporti con la locale popolazione araba e turcomanna; a questo si aggiunga (per quello che conta in sé, ma per una certa sinistra conterebbe) il giudizio negativo su di essi da parte dei ribelli siriani, che imputano loro di essersi di fatto alleati col governo di Damasco in cambio (?) dell’autonomia del Rojava. L’interrogativo è d’obbligo perché il Rojava - cioè i cantoni di Afrin, Jazira e Kobane - copre il 25% del territorio siriano. Nella loro azione iniziata nel 2016 le milizie curde hanno liberato dai jihadisti anche città a maggioranza araba, senza però consegnarle né al governo di Damasco né ai ribelli anti-Assad, bensì inserendole sotto il loro governo del Rojava. Poi i Curdi hanno chiuso la Castello Road, vale a dire la principale strada di accesso ad Aleppo, contribuendo in modo importante alla totale riconquista della città da parte dell’esercito governativo siriano. Per esigenze propagandistiche nella guerra all’Isis, àuspici gli Stati Uniti, le milizie curde sono diventate - integrando un pugno di combattenti arabi - le Syrian Defense Forces (Sdf), senza tuttavia che ciò ne alterasse il carattere essenzialmente curdo.
L’acriticità occidentale sui Curdi in genere - oltre a tacerne l’entusiastico e non rinnegato ruolo svolto nel genocidio armeno («cose vecchie», direbbe qualcuno) - non considera la loro prolungata e ininterrotta tradizione di feroce e sanguinosa conflittualità interna, né riporta l’alto grado di brutale autoritarismo, corruzione e inefficienza del governo del Kurdistan iracheno, ad opera di entrambi i clan dominanti dei Barzani e dei Talabani. Non è infrequente che si esalti il carattere rivoluzionario delle milizie curde dalla Turchia alla Siria e fino all’Iraq, sottacendo però che i Curdi che le costituiscono si limitano (come tutti gli altri, del resto) a chiedere diritti per se stessi, infischiandosene alla grande di quelli degli altri.
L’attuale affidamento dei Curdi di Siria all’abbraccio mortifero degli Stati Uniti è stato tale da far loro rifiutare l’appoggio russo-siriano offerto all’approssimarsi della crisi di frontiera; appoggio riconducibile all’intenzione russa di coinvolgere i Curdi nei colloqui di Astana e all’apertura di Assad - forse obtorto collo - verso una contrattata autonomia del Rojava. L’appoggio di Damasco avrebbe potuto consistere nello schierare proprie truppe nella zona in questione come deterrente, cioè mettendo Ankara di fronte all’alternativa: non agire militarmente oppure farlo, ma attaccando un alleato della Russia, cosa al momento irrealistica.
A questo punto è entrato in scena il tragicomico: il segretario generale della Nato (di cui tutto può dirsi, tranne che non sia una marionetta degli Stati Uniti), pontificando sul diritto di difesa della Turchia, ha tuttavia chiesto il rispetto per la misura, cosa che alcuni hanno interpretato come un «bombardate sì, ma con moderazione!». Dal canto loro, i Curdi ci hanno ripensato di nuovo, invitando Damasco nientemeno che alla difesa della propria sovranità territoriale contro la mini-invasione turca. Troppo tardi; a questo punto infatti, con i Turchi entrati in azione, la reazione armata siriana avrebbe avuto il senso dell’attacco alla Turchia, con conseguenze devastanti per Assad, il cui esercito non sarebbe in grado di farvi fronte.

IRAN, SIRIA E RUSSIA

Al di là delle prese di posizione ufficiali - e delle proteste di prammatica - al momento né Damasco né i suoi alleati si sono agitati più di tanto. Cominciamo con l’Iran. Non vi è dubbio sulla condivisione delle preoccupazioni turche da parte di Teheran, e non solo in ragione della presenza di una zona curda all’interno dei suoi confini. Infatti la strumentalizzazione dei Curdi ad opera di Washington si inserisce nella nota strategia contro l’Iran: di conseguenza il deteriorarsi delle relazioni fra Ankara e Washington è utilissimo per il suo contenimento, e se poi il deterioramento sfociasse in crisi vera e propria sarebbe ancora meglio. Oltretutto, se i Turchi riuscissero a cacciare i Curdi oltre l’Eufrate, la stessa presenza degli Stati Uniti in Siria, in prospettiva, potrebbe soffrirne.
Riguardo alla Siria, molto è cambiato rispetto al periodo in cui Damasco era collaborativa con i Curdi, come quando il leader del Pkk, Abdullah Öcalan, fu ospitato nel Paese per ben quindici anni. Ora infatti ad Assad è chiaro (al pari che all’Iran) che se prima del conflitto siriano conveniva appoggiare il Pkk, ora le cose stanno diversamente, col rischio che il braccio siriano di quell’organizzazione vi crei un proprio territorio autonomo o semi-indipendente. Resta aperto il rischio che la Turchia - al di là delle rassicurazioni ufficiali - abbia mire territoriali sulla Siria. Per cui al momento Damasco non fa il tifo per nessuno e, tutto sommato, nemmeno per i Curdi. Si deve tener presente una questione importante: dove si sono installati, i Curdi la fanno da padroni. Le richieste di Assad affinché il controllo della sicurezza e l’amministrazione finanziaria fossero consegnati a propri funzionari, in modo da evitare l’attacco, sono state disattese: i cittadini siriani entrano nel territorio sotto controllo dietro permesso delle cosiddette Unità di Protezione Popolare (Ypg) curde; l’amministrazione curda riscuote tasse, trattiene i proventi delle vendite petrolifere e acquista terreni da arabi siriani. Quand’anche senza particolare piacere, per Damasco è chiaro che l’attacco turco ha un effetto duplice e non disprezzabile: contro i Curdi e contro gli Stati Uniti. E, cosa importante, il prolungarsi dell’operazione «Ramo d’ulivo» aumenterà il tempo a disposizione dell’esercito di Assad nell’attacco a Idlib, città su cui Ankara potrebbe avere delle mire.
Per la Russia, il problema curdo-siriano è qualcosa di parzialmente utilizzabile: ma se qualcuno lo eliminasse? Ancora meglio. Infatti l’operazione militare di Ankara è avvenuta senza l’opposizione russa, e questo conferma altresì che Mosca ha finito col ritenere questa novità nella crisi siriana utile contro i progetti statunitensi nel nord della Siria.

mercoledì 7 febbraio 2018

GONZALO GÓMEZ: “EN VENEZUELA VIVIMOS UN SISTEMA AUTORITARIO QUE HA USURPADO EL LUGAR DEL PODER POPULAR”, por Lucha Indígena (Perú)

Publicamos para nuestros lectores una entrevista a Gonzalo Gómez Freire realizada por el periodista Pepe Mejía y aparecida originalmente –el pasado 5 de febrero– en el sitio web de la revista Poder Popular: le damos las gracias por concedernos el permiso para reproducirla. [la Redacción de Lucha Indígena]

Retrato de Gonzalo Gómez Freire © Poder Popular
Gonzalo Gómez Freire es psicólogo y comunicador popular, co-fundador de Aporrea, miembro de la Coordinación Nacional de Marea Socialista y de la Plataforma para la Auditoría Pública y Ciudadana en Venezuela.
Gómez no tiene pelos en la lengua. En esta entrevista denuncia las violentas acciones de las guarimbas, la política extractivista de Estados Unidos, las disputas interburocráticas, la utilización de armas españolas en la represión y la injerencia del gobierno de Mariano Rajoy, el aumento de jóvenes profesionales que salen de Venezuela y la necesidad de levantar una nueva referencia política alternativa antiautoritaria, antiburocrática y anticapitalista.

¿Cuál es la actual situación en Venezuela?
Estamos en una situación de cambio de etapa en tránsito hacia una deriva autoritaria y una desestructuración institucional, aderezado con un colapso económico y social. La Asamblea Nacional Constituyente (ANC) fue convocada contraviniendo la Constitución de la República Bolivariana del 1999 de Chávez. No se podía convocar e instalar sin consultar en referendum al pueblo venezolano. En la actual composición de la ANC la burocracia en fundamental ha usurpado el poder constituyente. No es el soberano representado, sino miembros del aparato del Estado instalados en la Constituyente. Concentran todos los poderes, subordinados a la Constituyente. Van modificando la Constitución sobre la marcha. No sabemos si la Constitución del 1999 sigue vigente o no. Han aprobado cosas que no parecen profundizar la revolución. Por ejemplo: proyectos extractivistas, leyes de protección de inversiones extranjeras, zonas económicas especiales, el arco minero del Orinoco. En realidad, la ANC es la tapadera de un sistema autoritario que ha usurpado el lugar del poder popular. De alguna manera tenemos una contrarrevolución en curso ejecutada desde el propio Gobierno en nombre de la revolución bolivariana.
¿Cuál es la situación de los movimientos sociales y las movilizaciones?
Entre abril y julio del pasado año hubo protestas masivas multitudinarias lideradas por la derecha que expresaban demandas democráticas y en muchos casos legítimas. Estas movilizaciones derivaron en las guarimbas (acciones violentas vanguardistas localizadas en puntos determinados de confrontación), que fueron obviamente reprimidas por el Estado y derrotadas físicamente porque hubo fuertes enfrentamientos y detenciones. Antes de su fragmentación y crisis política, la derecha fue derrotada en las calles. Los movimientos sociales, en lugar de avanzar hacia la autoorganización y la autonomía genuina de poder popular, han sido cooptados, clientelizados y pervertidos por el Gobierno y el aparato del Estado. No son organizaciones que luchan por las necesidades reales del pueblo y la clase trabajadora, sino por intereses gubernamentales de la burocracia. Lo que sí hay es el incremento de tumultos frente a los establecimientos de comida, saqueos, asaltos colectivos a transportes de alimentos en las carreteras.
¿Existe monolitismo dentro del Gobierno? ¿O podemos hablar de disensiones al interior?
Existen disputas interburocráticas. Por ejemplo: Rafael Ramírez, expresidente de Petróleos de Venezuela (PDVSA), ha sido recientemente acusado de desfalco. Desvió miles de millones de dólares a Andorra. Pero este caso es fruto de una lucha intestina, porque se ha reducido la renta y no alcanza para mantener ese aparato burocrático. Necesitan chivos expiatorios que pague los platos rotos. No hay una auditoría ciudadana. Utilizan esas investigaciones para acusar a otros sectores de la burocracia y poder tapar otros delitos. Además de esto existen disensos dentro del partido en el Gobierno y dentro de la misma Asamblea. En las pasadas elecciones municipales, en Simón Planas, ganó un militante independiente del PSUV, el dirigente campesino y comunero Ángel Prado de la Comuna El Maizal. A pesar de haber ganado, el Gobierno desconoció el triunfo porque la ANC no había autorizado la candidatura.
¿Cómo están las relaciones con Estados Unidos?
En el plano de la geopolítica y la retórica, son conflictivas. Primero, porque están todos los antecedentes de la política antimperialista que tenía Chávez. Y eso deja mucha huella. Segundo, porque Estados Unidos no se resigna a que Venezuela sea administrada por bolivarianos y no confía en esa dirección. Quieren tener al frente del Estado venezolano a los partidos y a los dirigentes que han tenido vínculos históricos con ellos. Por otro lado, mantiene sanciones sobre Venezuela y sobre funcionarios del Gobierno e incluso esbozan amenazas intervencionistas. Pero el Gobierno, más allá de la retórica, ha venido defendiendo el pago puntual de la deuda externa y mantiene relaciones que privilegian a los tenedores de bonos, a Goldman Sachs, a pesar de que últimamente Venezuela ha venido cayendo en un impago parcial. En tercer lugar, está la política extractivista: el nuevo rentismo mega minero se abre como nunca al capital transnacional aunque ya no sólo se trata de Estados Unidos y Canadá, sino también a empresas de capitales europeos y de los imperialismos emergentes, como China y Rusia. Esto genera un campo de competencia interimperialista. Nosotros rechazamos la injerencia intervencionista imperialista sobre Venezuela.
¿Cómo están las relaciones con España, más allá de la expulsión de los respectivos embajadores?
Existen motivos de sobra para que haya descontento social y político e incomodidad por la violación de los derechos humanos; pero, obviamente, hay quienes desean aprovechar la confrontación con el Gobierno de Maduro para acabar con la revolución bolivariana. Hoy existen dos amenazas en Venezuela: la que proviene de la vieja burguesía imperialista y la amenaza destructiva de la propia burocracia gubernamental, que administra y vive del capitalismo venezolano como sistema. Administra con criterios mafiosos. Se ha formado una casta depredadora que ha acumulado capital a expensas de los recursos del Estado, en lugar de ir en transición al socialismo. Lo que tenemos en Venezuela es una especie de lumpen-capitalismo. El gobierno español está alineado con los sectores que desde siempre han tenido prácticas injerencistas, desde los tiempos de Aznar en que fue el golpe contra Chávez, pero no hay que desconocer que existen reclamos legítimos que buscan la solidaridad internacional.
¿Existe algún contencioso de relevancia en las relaciones comerciales con España?
La oposición denunció que las armas con las que se reprimía eran equipos importados y vendidos desde España: mientras el gobierno español estaba en la conspiración injerencista contra el Gobierno de Nicolás Maduro, mantenía negocios suministrando armamentos.
¿Cómo están las relaciones con Europa?
Los gobiernos europeos –con sus diferencias– han sido, al menos aparentemente, más proclives al diálogo y a las soluciones pacíficas. Estados Unidos ha practicado y practica una política más ruda hacia Venezuela: cuestiones de estilo. EE.UU. aplicó sanciones, y Europa también. Hay que distinguir una cosa. Las sanciones hacia Venezuela pueden tener un impacto negativo sobre la población en lugar de aliviar sus calamidades. Otro tema es que pueda haber funcionarios venezolanos involucrados en fuga de capitales, negocios turbios, corrupción, y que mantengan capitales en otros países. Nadie puede oponerse a investigar operaciones ilícitas a costa del dinero de Venezuela. Necesitamos recuperar esos recursos para afrontar la crisis. Estoy en contra de medidas injerencistas que perjudiquen al pueblo venezolano. Pero no se puede encubrir, como defensa de la soberanía, la acciones delictivas de funcionarios del Estado venezolano que se han llevado recursos a fuera del país y se han involucrado en operaciones irregulares y fraudulentas. Deben ser investigados y sancionados. No se debe utilizar como arma para la conspiración política o la injerencia externa.

martedì 6 febbraio 2018

TRADE MARK, por Marcelo Colussi

Un representante de alguna cultura no-occidental (mal llamado “primitivo” o “salvaje” por la cosmovisión eurocéntrica) no podrá entender cómo es posible que la naturaleza, la tierra, el agua –y como van las cosas, próximamente también el aire, o los cromosomas del ADN– tengan dueños, propietarios. De hecho, la noción de “propiedad privada” es algo muy nuevo en la historia de la Humanidad, y no todos los pueblos la tienen. Podría fecharse en no más allá de 8,000 años, con el surgimiento de la producción excedente a partir de la agricultura. Por dos millones y medio de años ese concepto no existió, y hoy día muchos pueblos recolectores, pre-industriales (unos 100 grupos diseminados por el mundo, en selvas tropicales fundamentalmente) no lo tienen. ¡Y pueden vivir!
Pero menos aún, ese exponente de una civilización sin idea de propiedad privada podrá entender que esos recursos, propiedad de todos, tengan “marcas registradas”. ¿Cómo es posible plantearse, desde su visión, que el petróleo se llame “Texaco”, o que el maíz se llame “Monsanto”? ¿Cómo poder entender, no siendo un representante de la cultura capitalista, que una flor esté patentada como “Johnson & Johnson” o que una mariposa sea “marca Bayer”? ¿Y que un clon humano sea “marca Mitsubishi”?
El pensamiento occidental y capitalista de la modernidad se impuso ya largamente por todo el globo, y quien no entra en sus parámetros es un “primitivo” (o un comunista, claro). Pero estas nociones son construcciones históricas, no naturales, no son eternas y –esto es lo más importante– ¿quién dice que sean las “mejores”?
Con el aluvión del crecimiento capitalista en estos últimos siglos, el mundo completo se transformó en forma dramática (de aquí que sean muy pocos grupos, considerados “marginales”, los que no entran en esa globalización modernizante casi obligada). Sin dudas, a lo largo de la historia, muchos fabricantes de diversos productos pusieron sus nombres a las cosas que producían; así se fueron inventando símbolos o ilustraciones para identificar y distinguir las obras elaboradas. Cerámica china, espadas o vinos durante el medioevo europeo, tapices persas, tejidos asiáticos, por ejemplo, han sido marcados con símbolos de identificación para que la persona que los comprara pudiera trazar el origen y determinar la calidad de esos objetos.
Antes del siglo XIX, las “marcas registradas” eran usualmente símbolos o ilustraciones y no palabras, ya que la mayoría de la población era analfabeta. Pero con el constante aumento del comercio capitalista desde siglo XVIII, y la consecuente modernización civilizatoria, se comenzaron a reconocer los derechos legales de los dueños de las “marcas registradas”, estableciéndose leyes que previnieran el uso indiscriminado de las mismas desde una óptica de defensa de la propiedad privada. Surge así la idea moderna de “marca registrada” –idea que, por supuesto, no entra en la óptica de un habitante de un mundo no-capitalista–. Esa misma legalidad muestra, tal como lo dijera el sofista Trasímaco de Calcedonia en la Grecia clásica del siglo IV a.C., que “la ley es lo que conviene al más fuerte”. Es decir: es un ordenamiento caprichoso, hecho desde el ejercicio de un poder.
Las primeras leyes que intentan regular este campo de la propiedad privada en la producción aparecen en Estados Unidos hacia 1790 para “fomentar el progreso de la Ciencia y las Artes útiles, asegurando a los autores e inventores, por un tiempo limitado, el derecho exclusivo sobre sus respectivos escritos y descubrimientos” (Artículo I, Sección 8 de la Constitución de ese país).
Más tarde, en 1883, un grupo de naciones industrializadas, todas occidentales, creó la Convención de París, organización de tratados internacionales que requería que los países miembros reconocieran los derechos de marca registrada de los productores extranjeros. La noción de propiedad privada en la producción –llámese “marca registrada”, “patentes” o “derechos de autor”– había llegado para quedarse en el mundo moderno.
Según la ley federal de Estados Unidos, se estipula que “una patente puede ser otorgada a cualquier persona para la invención o el descubrimiento de cualquier arte, máquina, fabricación o composición de materia útil o para cualquier mejoramiento nuevo y útil al mismo; para la invención de la reproducción asexual de cualquier variedad nueva y distinta de planta, menos las plantas propagada por tubérculos; o para un diseño cualquiera ornamental nuevo y original para un artículo de fabricación”. En 1980 dicha cobertura también se extendió a “productos de la ingeniería genética, incluyendo semillas, plantas y cultivos como a los mismos métodos nuevos de ingeniería genética”.
Es importante remarcar lo que fija la ley respecto a las marcas registradas. Véase, por ejemplo, la ley española (Ley 17/2001, del 7 de diciembre, de Marcas): “Se entiende por marca todo signo susceptible de representación gráfica que sirva para distinguir en el mercado los productos o servicios de una empresa de los de otras. Tales signos podrán ser, en particular: Las palabras o combinaciones de palabras, incluidas las que sirven para identificar a las personas. Las imágenes, figuras, símbolos y dibujos. Las letras, las cifras y sus combinaciones. Las formas tridimensionales entre las que se incluyen los envoltorios, los envases y la forma del producto o de su presentación. Los símbolos sonoros. Cualquier combinación de los signos que, con carácter enunciativo, se mencionan en los apartados anteriores”.
Según enseñan las escuelas de mercadotecnia –el gran invento de las modernas tecnologías de manipulación social de las sociedades de masa para promover el consumo–, la marca constituye el nexo central de comunicación entre la empresa y los consumidores. De lo que se trata en las estrategias comerciales es de “posicionar la marca”; es decir: lograr imponer en la mentalidad de los consumidores un esquema que relacione automáticamente un emblema con el producto ofrecido (léase: reflejo condicionado, según el ya clásico esquema de los perros de experimentación de Pavlov). No importa qué se ofrece, si es un producto prescindible, si llena una necesidad creada artificialmente, si es dañino incluso; la cuestión del mercadeo es lograr hacer que la gente compre. Las “marcas registradas” –con toda la parafernalia que le acompaña: “mezcla de elementos tangibles e intangibles: el nombre, el diseño, el logotipo, la presentación comercial, el concepto, la imagen y la reputación que transmiten esos elementos respecto de los productos o servicios ofrecidos”– están para eso. Y por cierto, ¡lo logran!
Hoy día ya estamos totalmente acostumbrados, invadidos, naturalizados por las “marcas registradas”. No pedimos una bebida gaseosa sino una Coca-Cola, no usamos hojas de afeitar sino Gillette, y pasaron a ser parte de nuestra vida cotidiana tanto Nestlé como Nike, Toyota o Shell, Apple, Windows o Sony. A nadie sorprende ver los símbolos ® o © en cualquier producto: un libro o un televisor, un vibromasajeador o un bisturí. Las marcas que se impusieron en el mercado hacen parte fundamental de nuestra vida, por lo que todo está preparado para que nadie reaccione el día que las encontremos en el agua potable de cualquier grifo público, la carne que comamos o el aire que respiremos, así como hoy la frase “Me encanta” (en los idiomas más hablados)… es propiedad de McDonald’s. El mundo del capitalismo desarrollado es el mundo de las marcas comerciales que manejan a la humanidad.
Pero son posibles otras opciones. El software libre, por ejemplo, es una indicación respecto a que otro mundo, basado en criterios de solidaridad que va más allá de una patente comercial, sin dudas es posible. El reto es empezar a construirlo puesto que, tal como dijo un dirigente indígena de las selvas ecuatorianas –que, por cierto, no es ningún “primitivo” ni “salvaje”–: “no entiendo por qué nos matan a nosotros y destruyen nuestros bosques sacando petróleo para alimentar carros y más carros en una ciudad ya atestada de carros como Nueva York”. Ir contra el imperio de las marcas registradas y lo que el mismo implica (el sistema capitalista) no sólo es posible: es imprescindible.

venerdì 2 febbraio 2018

AGUSTÍ CENTELLES: SULLA FOTOGRAFIA DELLA RIVOLUZIONE SOCIALE DI SPAGNA (1936-1939), di Pino Bertelli

Nessun governo combatte il fascismo per distruggerlo.
Quando la borghesia vede che il potere le sta scivolando dalle mani,
chiede aiuto al fascismo per mantenere i privilegi.
(Buenaventura Durruti)

Agustí Centelles © Archivio Sergi Centelles
I. SPARATE SEMPRE, PRIMA DI STRISCIARE!

Fra 1936 e 1939 la rivoluzione sociale di Spagna - che molti storici ancora oggi chiamano semplicemente “guerra civile spagnola” o “guerra di Spagna” - vide in campo due fronti contrapposti: da una parte i reazionari nazionalisti del generale Francisco Franco (appoggiati da Hitler, da Mussolini e dall’indifferenza o la truffalderia delle nazioni democratiche); dall’altra il variegato fronte repubblicano (anarchici, marxisti, trotskisti, stalinisti, liberali)… sull’orlo di questa storia in utopia, gli anarchici ebbero grande influenza e sostegno popolare, ma dovettero confrontarsi con il violento ostracismo dei marxisti filosovietici. Dopo tre anni di battaglie giunse la sconfitta dei repubblicani, tuttavia la rivoluzione libertaria spagnola è considerata il fatto storico più importante dell’intera storia dell’anarchismo, e ancora oggi rappresenta il maggior e più significativo esempio di realizzazione del comunismo libertario.
Al termine della guerra di popolo restarono sul campo 600.000 morti e vi furono più di un milione di mutilati e quasi un milione di profughi. Il franchismo aveva vinto e insieme a fascismo, nazismo e stalinismo (sempre in accordo con il Vaticano, che benediva cannoni e campi di sterminio) allevò i popoli all’ideologia dei despoti e alla secolarizzazione delle lacrime… la burocratizzazione della politica, la rapacità dell’economia e la civiltà dello spettacolo che ne consegue saranno poi elevate al grande carnevale delle democrazie mercatali e guerrafondaie che - attraverso il capitalismo parassitario e l’instaurazione della partitocrazia - permetteranno (in tutta tranquillità) a una minoranza di arricchiti di continuare a violentare e impoverire il resto del pianeta.
© Agustí Centelles
Il 17 dicembre 1936 la Pravda sovietica scrive: «in Catalogna è già cominciata la pulizia dei trotskisti e degli anarchico-sindacalisti; verrà condotta con la stessa energia che nell’Unione Sovietica»… nel maggio 1937, a Barcellona, gli agenti del Gugb - polizia politica sovietica - organizzano un commando composto da comunisti italiani e spagnoli e danno l’assalto alla Centrale telefonica occupata dagli anarchici… gli scontri fra anarchici e stalinisti (agli ordini di Palmiro Togliatti e Vittorio Vidali, il famigerato «comandante Carlos») sono feroci… muoiono centinaia di persone… Camillo Berneri e Francesco Barbieri sono ammazzati dagli sgherri di Vidali. Il Poum (Partido Obrero de Unificación Marxista, piccola organizzazione dissidente di sinistra che si opponeva al Pce, legato alla Terza internazionale e a Mosca) - con le cui milizie combatté anche George Orwell, autore di Omaggio alla Catalogna - è accusato di essere una “quinta colonna” al soldo dei franchisti e gli stalinisti ne arrestano uno dei fondatori, Andrés Nin; assieme ad altre personalità del Poum viene condotto in un campo militare vicino a Siviglia, dove è torturato e assassinato.
Nel febbraio 1939 il governo di Franco è riconosciuto dalla Francia, dalla Gran Bretagna e dal silenzio ossequioso del Vaticano… il poeta surrealista Benjamin Péret, che aveva partecipato alla Rivoluzione spagnola con gli anarchici della Columna Durruti e scritto la sua poesia sovversiva sulle barricate, si scaglia contro gli uomini che legittimano e mantengono in piedi tutti i sistemi di dominio dell’uomo sull’uomo: «Sparate sempre, prima di strisciare». A causa dei suoi pamphlet anarchici, travolgenti, ereticali e blasfemi, Péret viene infamato, deriso, cancellato (invano) dalle storie della letteratura, e quando lo si è fatto è stato per denigrare la sua grandezza sulfurea e relegarlo nelle bibliografie come scheggia impazzita della rivoluzione surrealista. Nei cimiteri della politica istituzionale (dei bravacci delle chiese o delle belle carogne della cultura asservita) splende il sole dei moribondi, dei pagliacci, dei boia… le loro opere, sparse lungo i millenni, sono disseminate di mediocrità e miserie smascherate da tutti i sovversivi dell’ordine costituito, che proprio non ne vogliono mangiare, di quel pane…
Nell’immaginario fotografico la rivoluzione di Spagna non è solo quella immortalata, una volta e per sempre (e dalla parte giusta), da Robert Capa, Gerda Taro o da David “Chim” Seymour… c’è anche un fotoreporter spagnolo (non proprio conosciuto) che ha documentato la storia di quella rivoluzione con notevole partecipazione sociale: Agustí Centelles i Ossó.
Un’annotazione a margine. Agustí Centelles nasce a Grau de València il 22 maggio 1909. Impara presto il mestiere nello studio di un fotografo a Barcellona (Francisco de Baños, che faceva ritratti e ritocco di negativi e positivi) e inizia a collaborare a diverse testate (La Vanguardia, Diario de Barcelona, La Publicitat, Ultima Hora…). Al giornale El Día Gráfico Centelles incontra il giornalista (fotografo) Josep Badosa e gli apre la strada del fotogiornalismo: è il 1927. Si occupa di sport, spettacoli, atti ufficiali e società… usa una fotocamera 9x12. Dopo il servizio militare (1931) lavora a fianco di alcuni giornalisti - Josep Gaspar, Josep Maria Sagarra e Pau Lluís Llorents: è la svolta professionale. Nel maggio 1934 acquista una Leica per 900 pesetas e comincia a lavorare come freelance. La sua firma inizia ad apparire sui giornali di Barcellona e le sue fotografie sono pubblicate anche all’estero. Nel 1935 sposa Eugènia Martí.
© Agustí Centelles
Il 18 luglio 1936, dopo il colpo di Stato militare, si schiera dalla parte del popolo lealista… nel corso della guerra molte delle sue immagini sono pubblicate da agenzie internazionali (Havas, Fulgor)… non sempre firmate dall’autore… nel settembre 1937 è nell’Unità Servizi Fotografici dell’Esercito Est… fotografa da vicino la rivoluzione e nei combattimenti di Teruel e Belchite - e durante il bombardamento di Lérida - mostra sensibilità e commozione verso la disperata vitalità del popolo spagnolo in armi. Nel 1939, dopo la vittoria del franchismo, Centelles passa il confine con la Francia a piedi: ha con sé le macchine fotografiche e una valigia piena di negativi… viene internato nel campo di Argelès-sur-Mer e poi in quello di Bram… qui allestisce un piccolo laboratorio fotografico e fotografa la situazione degli internati. Nel 1942, grazie a un permesso per il lavoro esterno, fugge ed entra nella Resistenza (come falsificatore di documenti nei Grupos de Trabajadores Extranjeros, unità di appoggio organizzate dai repubblicani spagnoli). Nella primavera del 1944 la Gestapo arresta molti membri dei Gte e Centelles attraversa di nuovo i Pirenei a piedi - con moglie e figlio - e torna a Barcellona in segreto… vive in clandestinità per tre anni a Reus, in casa di parenti. Alla fine della guerra si consegna alle autorità. Vive per lungo tempo in libertà vigilata. Il suo materiale fotografico, conservato clandestinamente in Francia, si potrà vedere solo dopo la fine del franchismo.
Nel 1947 Centelles ha un secondo figlio e torna a Barcellona… apre un piccolo studio e si dedica alla fotografia industriale e alla pubblicità… accusato di appartenere alla massoneria, è a lungo squalificato come fotoreporter… nel 1976 si reca a Carcassonne (dove ai tempi della Resistenza aveva installato un laboratorio clandestino nella cantina del suo datore di lavoro) e recupera le fotografie della rivoluzione che si era portato in esilio. Inizia a pubblicare i suoi materiali… le mostre, le conferenze e il riconoscimento dei fotogiornalisti gli restituiscono il valore documentale che merita. Il 19 dicembre 1979, all’età di 70 anni, riesce a rientrare nel registro ufficiale dei giornalisti. Due anni dopo, l’Afpc (Asociación de Fotógrafos de Prensa y Comunicación de Cataluña) gli rende omaggio e lo nomina membro onorario. Nel 1984 Agustí Centelles riceve il Premio Nacional de Fotografia. Muore a Barcellona il 1° dicembre 1985. L’archivio fotografico di Centelles è conservato presso il ministero della Cultura spagnolo. Lasciamo agli imbecilli dell’entusiasmo l’inconvenienza del successo, roba da mentecatti del mercato intellettuale.

mercoledì 24 gennaio 2018

WHAT PROSPERITY FOR CENTRAL AMERICA UNDER US HEGEMONY?, by Marcelo Colussi

IN DUE LINGUE (Inglese, Spagnolo)
IN TWO LANGUAGES (English, Spanish)

What happens in the Northern Triangle countries […] directly affects the security and economic interests of the United States and other countries in the region.
(Rex Tillerson, United States Secretary of State)

I

Between 50 and 60% of the inhabitants of the three countries of the so-called Northern Triangle of Central America (El Salvador, Guatemala and Honduras) live below the poverty line, and this structural and chronic poverty is compounded by alarming rates of delinquent violence (largely a product of this state of impoverishment).
In past decades, the entire region has witnessed bloody armed conflicts (Guatemala with 245,000 victims, El Salvador with 75,000 and Honduras serving as the base of operations for the Nicaraguan Contras), which has strengthened a culture of violence that has become “normal” to a very large extent, given that the respective States have not adequately dealt with the after-effects of war.
This explosive combination of poverty and violence, coupled with historic corruption and impunity by governments, make daily life so difficult that countless inhabitants of the region are taking the road to the United States in search of better conditions for survival.
Regardless of whether this migration is an authentic ordeal (of every three people who try it, only one reaches destination – the American dream; another is sent back being refused entry to US territory; and another dies in the attempt), once and if they reach the United States, these precarious workers – without papers, always hiding from the authorities and denigrated by the prevailing racism – send remittances to their respective countries.
In Guatemala these represent 12% of GDP, while in Honduras and El Salvador they represent 15%. Even knowing the martyrdom that constitutes the fact of being a “wetback”, governments try to ignore the problem, because that foreign exchange helps mitigate the precariousness of local family budgets to some extent.
There is no end to this migration, despite the bogging down of the US economy that has been dragging since the severe crisis of 2008.
In 2014, it erupted in a major crisis of unaccompanied migrant girls and boys, with more than 40,000 detained in their attempt to enter the United States. By the end of the following year, 21,469 people were being detained at the southern border of the United States.
In the face of all this, during the presidency of Barack Obama, Washington came up with the Alliance for Prosperity in the Northern Triangle of Central America initiative as a purported solution to the migratory explosion.

II

These three countries – El Salvador, Guatemala and Honduras – as dependent nations and located in an area especially important for the geopolitical strategy of the US imperial power – are part of what Washington considers its natural “backyard”. The southern border of the empire today passes through the so-called Northern Triangle of Central America; that is why US hegemony reigns in everything in that region.
It is for that reason, therefore, that a major – perhaps the main – actor in the national politics of the area is the US embassy. So much so, that recent Honduran presidential candidate Salvador Nasralla was able to say without embarrassment: […] it is the United States which decides things in Central America […].
The United States, as a primordial world capitalist power, is not in the same position of absolute leadership as when the Second World War ended in 1945, when it alone accounted for 52% of gross world product, with an unquestionable currency and military supremacy over the rest of the planet, being the only country to possess the atomic weapon at that time.
However, even though today its economy is showing no clear sign of being on the rise, it is far from being an empire in decline. It is true that in the international arena it is now competing with other poles, mainly in the economic sphere, such as the European Union or Japan; but even more so, with the rising economies – and with the enormous political and military influence – of China and Russia.
These struggles mean that in this area, considered by the United States as its “private property”, it will protect its interests to the end. Hence, the Chinese and Russian appearance in the region is sounding alarms. In fact, the People’s Republic of China is present in Nicaragua through construction of the inter-oceanic canal being carried out by the Hong Kong-based HK Nicaragua Canal Development Investment Company, and the Russian Federation is expanding through its mining investments. In addition, both countries are showing a growing commercial and cultural presence.
Although the US economy is not the same locomotive as it was six or seven decades ago, Washington’s hegemony continues to prevail in the world, and even more so in the Latin American region, in Central America.
Its military power is enormous, with half of the military spending of the entire planet concentrated in its hands. Its economy is largely based on the war industry: 5% of its GDP comes from the military-industrial complex, which leads to wars all over the world (inventories must be renewed, naturally).
Despite some slowdown, it remains, in any case, a leader in science and technology, although now competing on equal terms with these new players. The cutting-edge industries, such as communications and everything that has to do with digital technologies, are controlled to a very large extent by the empire.
It is true that the dollar is gradually ceasing to be the international currency par excellence, but even the globalised financial system depends in good measure on the US economy. And even though its global hegemony is today qualified/threatened by the Chinese and Russian presence, Latin America continues to act as its reinsurance.
The continent south of the Rio Bravo continues to be its area of dominion, which is why it places special emphasis on maintaining it under its hegemony. For this reason, it has more than 70 military bases with state-of-the-art military technology that control the territory (land, water, air and cyberspace).
It is from this region that it obtains a very good part of resources for its economy, which is considered a strategic reserve for its project of global hegemony in the current century. Here it finds oil, fresh water, strategic minerals and tropical forest biodiversity. Unluckily for them, the countries of the Central American Northern Triangle possess many of these resources.
Although Central America does not represent a large market for the US economy (barely 1% of its foreign trade), it has a strategic value both as a reserve of resources and in political-military terms. That is why it is not neglected.
This may explain, for example, the way in which it sought at all costs to block presidential candidate Manuel Baldizón in Guatemala in the last elections, because although Baldizón was a wealthy businessman and clearly from the right in ideological-political terms, he opened the door to Russian mining investments.
It also explains how it supported the recent virtual coup d’état in Honduras, helping to establish a monumental electoral fraud to block an opposition social-democratic candidate like Salvador Nasralla, and backing neoliberal Juan Orlando Hernández – a character who ensures the continuity of pro-Washington policies, even supporting open repression – for the presidency.
The zeal of the empire is enormous, and its presence continues to be a determining factor in the political dynamics of these three countries.

III

Historical interference by the United States in the region, making these small countries virtual protectorates, has also been expressed in the advising, financing and even leadership of counterinsurgent and genocidal strategies during the wars fought decades ago – the effects of which are still present – in the framework of the Cold War, making the area one of the hottest areas on the planet.
The presence of imperialism in that Northern Triangle is openly manifested in its interventionist policy, demonstrated by the military occupation it maintains (with four bases in Honduras, one of them in Palmerola, with high technology capable of facilitating attacks on Cuba and Venezuela, and with the continued presence of advisors and military missions), trade and treaty impositions (such as CAFTA), and the overdetermination of economic policies established by organisations such as the International Monetary Fund, the World Bank or the Inter-American Development Bank, all related to the geopolitical strategy of Washington. Or in the imposition of initiatives such as the recent Plan of the Alliance for the Prosperity in the Northern Triangle.
This Plan, at least theoretically, constitutes an effort by the US government to improve the internal conditions of the countries of the Northern Triangle of Central America, in order to avoid the flood of migrant population, which represents a social and political problem at home.
On paper – although the reality is something else – it basically focuses on addressing the structural factors that drive the continued exodus of the Central American population, ceasing to focus on containment and security initiatives, which have historically had a more punitive character and have had less to do with promoting development.
From this point of view, it could even be thought that this Plan represents a significant advance insofar as it could help alleviate the chronic poverty of the Central American region somewhat.

ALIANZA PARA LA PROSPERIDAD EN CENTROAMÉRICA: ¡NINGUNA PROSPERIDAD!, por Marcelo Colussi

IN DUE LINGUE (Spagnolo, Inglese)
EN DOS IDIOMAS (Español, Inglés)

Lo que sucede en los países del Triángulo Norte (…) afecta directamente la seguridad y el interés económico de Estados Unidos y otros países de la región.
(Rex Tillerson, Secretario de Estado de los Estados Unidos)

I

Los tres países del denominado Triángulo Norte de Centroamérica (El Salvador, Guatemala y Honduras) presentan datos socioeconómicos indicativos de una tremenda situación para sus poblaciones (entre el 50 y 60% de sus habitantes bajo la línea de pobreza). A esa pobreza estructural y crónica se suma el hecho que los índices de violencia delincuencial reinantes (en buena medida producto de ese estado de empobrecimiento) son alarmantes.
Toda la región sufrió en décadas atrás sangrientos conflictos armados (Guatemala con 245,000 víctimas, El Salvador con 75,000 muertes, Honduras sirviendo de base de operaciones a la Contra nicaragüense), lo cual potencia una cultura de violencia asumida como normal en muy buena medida, dado que los respectivos Estados no han trabajado adecuadamente las secuelas dejadas por las guerras.
Esa explosiva combinación de pobreza y violencia, sumada a una corrupción e impunidad históricas por parte de los gobiernos, hacen la vida cotidiana sumamente difícil, por lo que infinidad de habitantes de la región marchan en circunstancias irregulares a los Estados Unidos en búsqueda de mejores condiciones de sobrevivencia.
Independientemente que esa migración sea un verdadero calvario (de cada tres personas que lo intentan, sólo una llega a destino, al American dream; otra es devuelta en alguna frontera, no logrando entrar a territorio estadounidense; y otra muere en la travesía), una vez llegados a Estados Unidos los trabajadores precarios –indocumentados, siempre escondiéndose de las autoridades, denigrados por el racismo imperante– envían remesas a sus respectivos países.
En Guatemala las mismas constituyen un 12% del PIB, en tanto que en Honduras y El Salvador representan el 15%. Los gobiernos, aun sabiendo el martirio que constituye el hecho de ser un “mojado”, intentan desentenderse del problema, pues esa entrada de divisas soluciona en alguna medida la precariedad de los presupuestos familiares locales.
La migración no se detiene, pese al empantanamiento de la economía estadounidense que viene arrastrándose desde la severa crisis del 2008.
Tan voluminosa es, que en el 2014 se produjo una profunda crisis de niñas, niños y jóvenes migrantes no acompañados, con más de 40,000 detenidos en su intento de ingresar al país del norte. En el 2015 continuó ahondándose la crisis, encontrándose para fines de ese año 21,469 personas detenidas en la frontera sur de Estados Unidos.
Ante todo ello, durante la presidencia de Barack Obama, como una pretendida solución a la explosión migratoria, Washington generó la iniciativa conocida como Alianza para la Prosperidad del Triángulo Norte de Centroamérica.

II

Estos tres países: El Salvador, Guatemala y Honduras, en tanto naciones dependientes y ubicadas en una zona especialmente importante para la geoestrategia de la potencia imperial de Estados Unidos, constituyen parte de lo que Washington considera su natural “patio trasero”. La frontera Sur del imperio hoy por hoy pasa por el llamado Triángulo Norte de Centroamérica; es por ello que en esa región se está bajo la hegemonía estadounidense en todo.
Es por esa razón, entonces, que un principal actor de la política nacional del área –quizá el principal– sea la embajada estadounidense. “En Estados Unidos no hay golpes de Estado porque no hay embajada yanqui”, se ha dicho acertadamente. Tan es así, que el reciente candidato presidencial hondureño Salvador Nasralla pudo decir sin la menor vergüenza: (…) Estados Unidos, que es quien decide las cosas en Centroamérica (…).
Estados Unidos, en tanto primordial potencia capitalista mundial, no está en la misma condición de absoluto liderazgo como cuando terminara la Segunda Guerra Mundial en 1945, siendo ella sola la creadora del 52% del producto bruto global, con una moneda incuestionable y con supremacía militar sobre el resto del planeta, único país detentador del arma atómica en ese entonces.
Pero si bien hoy día su economía no se muestra en franco ascenso, lejos está de ser un imperio en decadencia. Es cierto que en la arena internacional compite con otros polos, fundamentalmente en lo económico, como es el caso de la Unión Europea o Japón; pero más aún, con las economías ascendentes –también con enorme influencia política y militar– de China y Rusia.
Esas pugnas hacen que en esta zona, considerada como su “propiedad privada”, resguarde a muerte sus intereses. De ahí que la aparición china y rusa en la región enciende sus alarmas. De hecho, la República Popular China está presente en Nicaragua a través de la construcción del canal interoceánico, llevado adelante por la empresa de Hong Kong HK Nicaragua Canal Development Investment, y la Federación Rusa se expande por medio de sus inversiones mineras. Además, en ambos casos, de una presencia comercial y cultural crecientes.
Pese a que la economía estadounidense no es la misma locomotora de seis o siete décadas atrás, de todos modos la hegemonía de Washington sigue imponiéndose en el mundo, y mucho más aún en la región latinoamericana, en cuenta Centroamérica.
Su poder militar es enorme, concentrando la mitad de los gastos bélicos de todo el planeta. Su economía en muy buena medida se basa en la industria de guerra: un 5% de su PBI proviene del complejo militar-industrial, lo que hace que haya guerras por todo el mundo (se deben renovar los inventarios, naturalmente).
Pese a cierta ralentización, sigue siendo, de todos modos, líder en ciencia y tecnología, aunque ahora compitiendo de igual a igual con estos nuevos actores. Las industrias de punta, tales como las comunicaciones y todo lo que tiene que ver con las tecnologías digitales, son controladas en muy buena medida por el imperio.
Es cierto que el dólar va dejando de ser paulatinamente la divisa internacional por excelencia; pero aún el sistema financiero globalizado depende en buen grado de la economía estadounidense. Y no obstante que su hegemonía global está hoy matizada/amenazada por la presencia china y rusa, América Latina continúa actuando como su reaseguro.
El continente al sur del Río Bravo sigue siendo su área de dominio, por lo que pone especial interés en mantenerla bajo su hegemonía. Para ello cuenta con más de 70 bases militares con tecnología bélica de punta que controlan el territorio (tierra, agua, aire, ciberespacio).
Es de esta región de donde obtiene una muy buena parte de recursos para su economía, la que es considerada como reserva estratégica para su proyecto de hegemonía global en el presente siglo. Aquí encuentra petróleo, agua dulce, minerales estratégicos y biodiversidad de las selvas tropicales. Los países del Triángulo Norte centroamericano, para su propia desgracia, tienen mucho de esos recursos.
Si bien Centroamérica no representa un gran mercado para la economía estadounidense (apenas el 1% de su comercio exterior), tiene un valor estratégico tanto como reserva de recursos como en lo político-militar. Por eso no la descuida.
Esto puede explicar, por ejemplo, la forma en que buscó a toda costa cerrarle el paso al candidato presidencial Manuel Baldizón en Guatemala en las últimas elecciones, pues éste, aun siendo un acaudalado empresario, claramente de derecha en términos ideológico-políticos, abría la puerta a las inversiones mineras rusas.
O explica también cómo apoyó el virtual golpe de Estado recientemente en Honduras, ayudando a establecer un monumental fraude electoral para cerrarle el paso a un candidato socialdemócrata opositor como Salvador Nasralla, aupando a un neoliberal en la presidencia –Juan Orlando Hernández–, personaje que garantiza la continuidad de políticas pro-Washington, incluso apoyando una abierta represión para el caso.
El celo del imperio es muy grande, y su presencia sigue siendo determinante en la dinámica política de estos tres países.

III

Esta injerencia histórica de Estados Unidos en la región, haciendo de estos pequeños países virtuales protectorados, se ha expresado también en el asesoramiento, financiamiento y hasta conducción de las estrategias contrainsurgentes y genocidas durante las guerras libradas décadas atrás –presentes aún en sus efectos– en el marco de la Guerra Fría, haciendo del área una de las zonas más calientes del planeta.
La presencia del imperialismo en ese Triángulo Norte se manifiesta abiertamente en su política injerencista, evidenciada en la ocupación militar que mantiene –con cuatro bases en Honduras, una de ellas en Palmerola, con alta tecnología capaz de facilitar ataques a Cuba y Venezuela, y con la presencia continua de asesores y misiones militares–, en las imposiciones comerciales y de tratados (como el CAFTA), en la sobredeterminación de las políticas económicas que establecen organismos como el Fondo Monetario Internacional, el Banco Mundial o el Banco Interamericano de Desarrollo, todos afines a la geoestrategia de Washington. O en la imposición de iniciativas como el reciente Plan de la Alianza para la Prosperidad del Triángulo Norte.
Este Plan, al menos teóricamente, constituye un esfuerzo del gobierno de Estados Unidos para mejorar las condiciones internas de los países del Triángulo Norte de Centroamérica, para evitar así el aluvión de población migrante, lo cual le representa un problema social y político en su propia casa.
En los papeles –veremos que en la realidad es otra cosa– se centra básicamente en abordar los factores estructurales que impulsan el continuado éxodo de población centroamericana, dejando de centrarse en iniciativas de contención y seguridad, históricamente con un carácter más punitivo que de fomento al desarrollo.
En esa perspectiva hasta podría creerse que este Plan es un avance significativo, pues podría ayudar a paliar en algo la pobreza crónica de la región centroamericana.

lunedì 22 gennaio 2018

TRUMP’S KURDISH MILITIA IN SYRIA, by Pier Francesco Zarcone

IN DUE LINGUE (Inglese, Italiano)
IN TWO LANGUAGES (English, Italian)

Turkish offensive in the Syrian district of Afrin © Syria Live Map
The US decision to train about 30,000 men of a Kurdish militia on the Turkish-Syrian border was considered a reckless initiative with catastrophic consequences – and that immediately turned out to be the case –, but, paradoxically, it is also understandable in the global Syrian situation. Let us leave aside the issue of violation of the sovereignty of the Syrian state, given that the United States makes and undoes international law as it pleases and the media present this as if it were normal.
The reasons for judging this move as reckless can be easily identified. The lesser of these lies in the notorious unreliability of Kurdish political-military organisations, accompanied by bungling opportunism and yet constantly exploited and betrayed by their allies of the moment.
Given that the initiative in question means strengthening the Kurdish presence in northern Syria – that is below the Turkish border –, it was also obvious that the Ankara government would never have let pass such a precedent in favour of an armed nucleus which it considers affiliated to the PKK in Turkey.
If we want to be really realistic, even at the cost of seeming brutal, it is now clearly established that exclusively in the presence of particular historical conditions – as happened in Iraq – it is possible for a Kurdish population to achieve forms of autonomy within the State in which it resides. But independence is not going to happen: this was seen with the miserable end of the Kurdish-Iraqi independence referendum, which was completely disregarded by the immediate blocking position implemented by the governments of Baghdad, Ankara and Tehran.
It was not therefore difficult to predict that for the Syrian Kurds a positive response to US pandering would have exposed them to Turkish reaction. And it does not seem that Washington is helping them, just as it remained silent when the Iraqi Kurdistan independence referendum provoked the aforementioned reactions.
A further example of recklessness (and harmful conduct for the Kurds), if indeed the United States thought of strengthening Kurdish autonomy in northern Syria, concerns the fact that – even apart from the inevitable Turkish reaction – the hostility of Damascus, Ankara and Baghdad in the face of this initiative imposed by Washington would have once again led to a military and economic block on the area in question, which could not have survived for long.
Moreover – and not unimportantly – it should be noted that once again the United States has prepared a beautiful gift for Russian foreign policy. Turkey may well be a NATO ally, but it has long taken care of its own political and economic interests.
The choice of favouring a phantom Syrian Free Army had proved a failure, due to the military and political inconsistency of this opposition – moreover “pseudo-moderate” –, rapidly overwhelmed by jihadists of various tendencies and finally by ISIS; and also the legitimation of al-Nusra (affiliated to al-Qaeda!) has come to nothing, with its militias having been badly bruised by the action of Assad’s army and the shots of ISIS.
Perhaps Ankara would have turned a blind eye to the mere US project of using the Syrian areas controlled by the Kurds as a starting point for further actions in Syria and Iraq, but militarily reinforcing this enclave also means creating a base of support for Kurdish separatists in Turkey – and under a US umbrella.
Meanwhile, it is reported that during a telephone call with his Turkish counterpart, Hulusi Akar, the Chief of Staff of the Iranian Armed Forces, Major-General Mohammad Hossein Bagheri, asked for guarantees on Syrian territorial integrity and safeguarding of the peace talks in Astana.
That Damascus should protest the Turkish action is more than natural, but it is highly probable that Assad and Putin will remain watching the course of events: after all, Erdoğan also works for them. Not only does the deterioration in relations between Ankara and Washington go down well in Damascus and Moscow, but above all, if Turkey were to crush Syrian Kurdish militias, the consequence would be the need for the United States to withdraw physically from Syria.
Tehran would also gloat, because in this case the US-Israeli plan against Iran would be greatly weakened. Once again, we will see, but if Turkey were able to deliver heavy blows to Washington’s Kurdish allies in Syria, Trump & Co. would receive a hard blow to their image. Meanwhile, Ankara quietly continues to cooperate with Moscow in the preparation of the Congress for the Syrian National Dialogue (between government and opposition representatives), expected in Sochi between January 29 and 30.
We are facing an initiative that is both desperate and understandable at the same time. In fact, in the situation brought about by decided and decisive Russian intervention, all that now remains for the United States is to “stick to the Kurds”, if it wants to maintain a physical presence in Syria.
The choice of favouring a phantom Syrian Free Army had proved a failure, due to the military and political inconsistency of this opposition – moreover “pseudo-moderate” – rapidly overwhelmed by jihadists of various tendencies and finally by ISIS; and also the legitimation of al-Nusra (affiliated to al-Qaeda!) has come to nothing, with its militias having been badly bruised by the action of Assad’s army and the shots of ISIS.
Abstractly speaking, the convergence towards the Kurds could have been a usable card, undoubtedly dangerous, but not without some utility if played wisely, that is to say without overdoing it. This is not how it turned out and, once again, the United States has behaved as if only it existed in the world.

RED UTOPIA ROJA – Principles / Principios / Princìpi / Principes / Princípios

a) The end does not justify the means, but the means which we use must reflect the essence of the end.

b) Support for the struggle of all peoples against imperialism and/or for their self determination, independently of their political leaderships.

c) For the autonomy and total independence from the political projects of capitalism.

d) The unity of the workers of the world - intellectual and physical workers, without ideological discrimination of any kind (apart from the basics of anti-capitalism, anti-imperialism and of socialism).

e) Fight against political bureaucracies, for direct and councils democracy.

f) Save all life on the Planet, save humanity.

(January 2010)

* * *

a) El fin no justifica los medios, y en los medios que empleamos debe estar reflejada la esencia del fin.

b) Apoyo a las luchas de todos los pueblos contra el imperialismo y/o por su autodeterminación, independientemente de sus direcciones políticas.

c) Por la autonomía y la independencia total respecto a los proyectos políticos del capitalismo.

d) Unidad del mundo del trabajo intelectual y físico, sin discriminaciones ideológicas de ningún tipo, fuera de la identidad “anticapitalista, antiimperialista y por el socialismo”.

e) Lucha contra las burocracias políticas, por la democracia directa y consejista.

f) Salvar la vida sobre la Tierra, salvar a la humanidad

(Enero de 2010)

* * *

a) Il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi che impieghiamo dev’essere riflessa l’essenza del fine.

b) Sostegno alle lotte di tutti i popoli contro l’imperialismo e/o per la loro autodeterminazione, indipendentemente dalle loro direzioni politiche.

c) Per l’autonomia e l’indipendenza totale dai progetti politici del capitalismo.

d) Unità del mondo del lavoro mentale e materiale, senza discriminazioni ideologiche di alcun tipo (a parte le «basi anticapitaliste, antimperialiste e per il socialismo.

e) Lotta contro le burocrazie politiche, per la democrazia diretta e consigliare.

f) Salvare la vita sulla Terra, salvare l’umanità.

(Gennaio 2010)

* * *

a) La fin ne justifie pas les moyens, et dans les moyens que nous utilisons doit apparaître l'essence de la fin projetée.

b) Appui aux luttes de tous les peuples menées contre l'impérialisme et/ou pour leur autodétermination, indépendamment de leurs directions politiques.

c) Pour l'autonomie et la totale indépendance par rapport aux projets politiques du capitalisme.

d) Unité du monde du travail intellectuel et manuel, sans discriminations idéologiques d'aucun type, en dehors de l'identité "anticapitaliste, anti-impérialiste et pour le socialisme".

e) Lutte contre les bureaucraties politiques, et pour la démocratie directe et conseilliste.

f) Sauver la vie sur Terre, sauver l'Humanité.

(Janvier 2010)

* * *

a) O fim não justifica os médios, e os médios utilizados devem reflectir a essência do fim.

b) Apoio às lutas de todos os povos contra o imperialismo e/ou pela auto-determinação, independentemente das direcções políticas deles.

c) Pela autonomia e a independência respeito total para com os projectos políticos do capitalismo.

d) Unidade do mundo do trabalho intelectual e físico, sem discriminações ideológicas de nenhum tipo, fora da identidade “anti-capitalista, anti-imperialista e pelo socialismo”.

e) Luta contra as burocracias políticas, pela democracia directa e dos conselhos.

f) Salvar a vida na Terra, salvar a humanidade.

(Janeiro de 2010)