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domenica 10 giugno 2018

LA DIPLOMAZIA COMPETITIVA DELL’AMMINISTRAZIONE TRUMP: LE QUESTIONI DELL’ONU E DELLA NATO, di Michele Nobile

INDICE: 1. Il problema della diplomazia competitiva - 2. La diplomazia competitiva, l’Organizzazione delle Nazioni Unite e il Consiglio di sicurezza dell’Onu - 3. La diplomazia competitiva nell’Organizzazione del Trattato dell’Atlantico del Nord (Nato) - 4. Motivi e contraddizioni di una politica estera pseudopopulista

© Jim Lo Scalzo
1. Il problema della diplomazia competitiva
La diplomazia di George W. Bush voleva essere «trasformativa», cioè volta a costruire e sostenere Stati democratici in collaborazione con «molti partner internazionali»1. In altri termini, l’esportazione a mano armata della «democrazia» presupponeva la capacità e la volontà di costruire alleanze variabili e su misura dell’intervento militare. Non foss’altro che, al fine di una parziale legittimazione politica, anche l’azione militare unilaterale e al di fuori di un mandato del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite doveva combinarsi con il multilateralismo. Senza mai escludere l’azione unilaterale - «se necessario» - in modo simile all’amministrazione Clinton quella di Obama enfatizzò la cooperazione multilaterale e nelle istituzioni internazionali.
In cosa si differenzia l’amministrazione Trump dalle altre?
Uno dei suoi tratti è l’idea della rinascita della competizione geopolitica con la Russia e di quella economica con la Cina, oltre alla critica della teoria della «pace democratica». Tuttavia, ciò va relativizzato.
Con l’esplodere della guerra civile in Ucraina e l’annessione della Crimea da parte della Russia, un altro Presidente avrebbe usato un linguaggio diverso, ma comunque le potenze occidentali non avrebbero potuto accettare supinamente la ricostituzione di una propria sfera d’influenza nell’area europea ex sovietica da parte del Governo russo (il discorso è parzialmente diverso per gli Stati ex sovietici dell’Asia centrale: si veda oltre). E infatti, la principale critica al candidato Trump era, appunto, quella di essere a dir poco accomodante nei confronti di Putin. D’altra parte, con il pivot verso l’Asia e il lancio del Trans-Pacific Partnership (Tpp), l’amministrazione Obama aveva già iniziato a fare i conti con la politica estera e con la Cina.
Un altro e più specifico tratto della politica estera dell’amministrazione Trump è la competitive diplomacy o «diplomazia competitiva». Ora, si può ben dire che questa sia una nuova formula per una verità antica, ovvero che competizione geopolitica e ricerca di vantaggi economici siano sempre presenti nella politica estera di una grande potenza. Tuttavia, esistono diversi modi di applicare questo principio: è quindi necessario uscire dalle formule generiche ed entrare nel merito. In breve, ritengo che la peculiarità della politica estera statunitense come si è realmente definita nel primo periodo di questa Amministrazione consista nell’estensione della competizione allo stesso tempo sia verso Cina e Russia, sia - con un ovvio distinguo dei metodi - verso gli alleati; sia nella politica economica internazionale, sia in quella della sicurezza nazionale. Questa politica estera è l’espressione di un particolare pseudopopulismo nella politica interna e possiede sue particolari contraddizioni.
In questo articolo metto a fuoco gli effetti della competitive diplomacy in relazione all’Organizzazione delle Nazioni Unite e alla Nato; in un secondo pezzo mi occuperò della politica economica internazionale - in particolare verso la Cina e gli alleati europei - e tenterò una sintesi delle relazioni fra politica estera e politica interna.

2. La diplomazia competitiva, l’Organizzazione delle Nazioni Unite e il Consiglio di sicurezza dell’Onu
La National Security Strategy del dicembre 2017 (NSS 2017) riconosce la storica importanza del contributo degli Stati Uniti alla costruzione delle istituzioni dell’ordine internazionale nel secondo dopoguerra e, in particolare, che essi «hanno guidato la creazione di un gruppo di istituzioni finanziarie e altri forum economici che stabilirono regole eque e costruirono strumenti per stabilizzare l’economia internazionale, rimuovendo i motivi d’attrito che avevano contribuito all’esplodere delle due guerre mondiali»2. E nel presente, l’Amministrazione dichiara d’impegnarsi a svolgere il ruolo di leader - non di ritirarsi - negli accordi e nelle istituzioni «che modellano molte delle regole che riguardano gli interessi e i valori degli Stati Uniti»3.
Questi sono i parametri fondamentali della politica estera di qualsiasi amministrazione statunitense - qualcosa che dovrebbe esser dato per ovvio - che qui sono ritualmente ribaditi. Il problema dunque non è il presunto e impossibile isolazionismo degli Stati Uniti. La problematicità della politica estera dell’amministrazione Trump relativamente alle alleanze e alle istituzioni internazionali si pone su un altro piano.
Innanzitutto, ricordo che nel XXI secolo la soglia per intraprendere un’azione militare preventiva da parte del governo degli Stati Uniti si è notevolmente abbassata. Non bisogna pensare soltanto a operazioni in grande stile come le invasioni dell’Afghanistan e dell’Iraq, ma pure ad azioni mirate su piccola scala, come la serie di attacchi eseguiti mediante l’uso di droni armati - anche al di fuori di zone in guerra. Per definizione, questo tipo d’azioni prescinde dal consenso del Consiglio di sicurezza dell’Onu e spesso anche da quello dello Stato in cui esse avvengono.
I Presidenti repubblicani hanno una lunga storia di polemiche nei confronti delle Nazioni Unite e delle numerose agenzie specializzate in cui si articola l’organizzazione, ad esempio intorno alle risoluzioni concernenti Israele, l’aborto, le regole d’ingaggio dei caschi blu e la non condanna di determinate violazioni dei diritti umani (per la Russia in Cecenia e per la Cina in Tibet). In concreto, ciò si è espresso nella minaccia o nel fatto di sospendere il contributo finanziario statunitense: per questo motivo, Obama saldò gli arretrati dovuti all’Onu ereditati da Bush figlio. Tuttavia, l’amministrazione Trump ha elevato notevolmente la qualità della critica alle Nazioni Unite. Nella NSS 2017 sembra che queste siano state snaturate: «gli attori autoritari hanno da tempo riconosciuto il potere degli organismi multilaterali e li hanno utilizzati per far avanzare i propri interessi e limitare la libertà dei propri cittadini»4; secondo l’attuale Amministrazione, in passato gli Stati Uniti hanno consentito l’utilizzo delle istituzioni internazionali contro gli interessi nazionali del Paese.
A parte il fatto che non si comprende - se non come capo d’accusa imputato alle suddette istituzioni - perché gli «attori autoritari» abbiano bisogno anche degli organismi multilaterali per opprimere i loro cittadini, da ciò consegue che, da una parte, gli Stati Uniti si impegnano internazionalisticamente nella guida delle istituzioni internazionali; dall’altra, riconosciuto che in queste istituzioni internazionali esiste una competition for influence, gli Stati Uniti proteggeranno nazionalisticamente la sovranità nordamericana e non cederanno «a coloro che rivendicano l’autorità sui cittadini americani e sono in conflitto con il nostro quadro costituzionale»5 - pare trattarsi di un riferimento alla Corte internazionale di giustizia dell’Aia.
L’impegno nelle istituzioni multilaterali si presenta del resto selettivo: «tuttavia, le istituzioni non sono tutte uguali. Gli Stati Uniti si impegneranno prioritariamente in quelle organizzazioni che servono gli interessi americani, per assicurarsi che si rafforzino e sostengano gli Stati Uniti, i nostri alleati e i nostri partner»6. Nella NSS 2017 le Nazioni Unite sono citate solamente due volte: la prima come riferimento storico, mentre nella seconda se ne auspica la riforma - non si tratta di una novità - affinché ritorni ai suoi princìpi fondativi. Per fare un confronto: nella NSS 2010 le Nazioni Unite erano citate almeno dieci volte. Lì si ammetteva le difficoltà delle istituzioni nate dopo la Seconda guerra mondiale di fronte alle inedite minacce, ma nelle NSS dell’amministrazione Obama l’«architettura internazionale» doveva essere difesa e rafforzata, negando alle «nazioni che sfidano le norme internazionali o che non rispettano le loro responsabilità sovrane gli incentivi che derivano da una maggiore integrazione e collaborazione con la comunità internazionale»7, non riducendo gli sforzi degli Stati Uniti in talune istituzioni. Obama faceva continuo riferimento a norme e a più vaghi standard internazionali validi anche per gli Usa; al contrario, la NSS 2017 si riferisce al diritto solo nei termini della law enforcement da parte del Governo nordamericano e del rispetto della rule of law all’interno degli altri Stati. Si dirà giustamente che la normalizzazione della guerra preventiva da parte delle amministrazioni di Bush Jr. e di Obama sia un colpo letale al diritto internazionale - non soltanto allo jus ad bellum, ma anche allo jus in bello - tuttavia la prospettiva apertamente nazionalistica dell’amministrazione Trump non solo rafforza il fatto esistente, ma lo estende ad altri campi della politica internazionale.
Nel bilancio presentato dall’Amministrazione al Congresso, ad inizio 2018, era chiaro l’intento di ridurre di circa un terzo i fondi per gli impegni internazionali di natura non militare. Particolarmente colpiti erano il finanziamento per United Nations Population Fund (Unfpa) e United Nations Children’s Fund (Unicef). Si tratta di agenzie la cui attività, per quanto complessivamente insufficiente, può fare comunque la differenza tra la vita e la morte: aiuti alimentari e sanitari, per i rifugiati, per i disastri, per l’istruzione, per il controllo delle nascite. In questo il Congresso non ha seguito l’Amministrazione, ma si sa che il problema si ripresenterà con il prossimo bilancio.
Consideriamo come esempio il bilancio dell’Unicef, che si occupa dell’assistenza umanitaria ai bambini. Nel 2016 le entrate totali furono di 4,8 miliardi di dollari, di cui 3,5 da interessi, servizi di approvvigionamento e altre fonti; il rimanente, classificato come «risorse regolari», conseguiva dal finanziamento da parte di governi e organizzazioni intergovernative e dalla raccolta di fondi da donatori privati e organizzazioni non governative. Nel complesso, 119 governi contribuirono al finanziamento dell’Unicef con 562 milioni di dollari, poco più del 10% delle entrate totali dell’agenzia e il 43% delle «risorse regolari»8. Il contributo più alto fu quello della Svezia con 132,5 milioni di dollari, seguita dagli Stati Uniti con 117. Per fare un paragone: il prezzo di un singolo caccia multiruolo F-35 varia a seconda della versione, del volume degli ordini e del momento, ma ora si aggira - più o meno - attorno ai cento milioni di dollari.
Ragioniamo ora sulla faccia militare delle Nazioni Unite: le missioni di mantenimento della pace (peacekeeping). Il costo complessivo di queste missioni è di 6,8 miliardi di dollari e l’amministrazione Trump intende ridurre il suo contributo finanziario dal 28 al 25% del totale: tuttavia, questo ammonta a circa lo 0,2% del bilancio del Dipartimento della Difesa. Si deve inoltre tener conto che, della forza complessiva di 104 mila persone (fra militari, agenti di polizia e civili) impegnate nel 2018 in 15 missioni, i contributi maggiori vengono dall’Etiopia (8.331), dal Bangladesh (7.007), dall’India (6.711) e dal Ruanda (6.548); dall’Italia 1.074, dalla Francia 835, dalla Germania 829 e dagli Stati Uniti 539. Di certo non sono i contributi ad agenzie e missioni sotto bandiera delle Nazioni Unite che alimentano il debito pubblico degli Usa, né quest’ultime comportano al momento che si versi il sangue di militari statunitensi più che di altri paesi.

3. La diplomazia competitiva nell’Organizzazione del Trattato dell’Atlantico del Nord (Nato)
Il candidato Trump suscitò un gran vespaio quando dichiarò:
«Penso che la Nato sia obsoleta. La Nato è stata fatta in un momento in cui c’era l’Unione Sovietica, che era ovviamente più grande, molto più grande della Russia odierna. Non sto dicendo che la Russia non sia una minaccia. Ma abbiamo altre minacce. Abbiamo la minaccia del terrorismo e la Nato non discute il terrorismo, la Nato non è destinata al terrorismo. La Nato non ha i Paesi giusti per combattere il terrorismo»10.
Nella National Security Strategy del presidente Trump si legge:
«Gli alleati e i partner sono una grande forza degli Stati Uniti. Ampliano direttamente le capacità politiche, economiche, militari, di intelligence e altre ancora degli Stati Uniti. Insieme, gli Stati Uniti, i nostri alleati e i nostri partner rappresentano oltre la metà del Pil globale. Nessuno dei nostri avversari ha coalizioni comparabili. Incoraggiamo coloro che vogliono unirsi alla nostra comunità di Stati democratici e migliorare le condizioni dei loro popoli»11.
Questa dichiarazione esprime l’ovvia ragione per cui le alleanze sono indispensabili alla maggiore potenza mondiale e dimostra l’assurdità di attribuire alla politica estera statunitense un carattere isolazionista. La NSS 2017, le dichiarazioni del presidente, del vicepresidente e del segretario della Difesa distruggono pure l’altrettanto assurdo timore - o la folle speranza - che gli Stati Uniti possano fare a meno della Nato: ribadiscono la fedeltà degli Usa all’Alleanza atlantica e all’articolo V del Trattato di Washington, secondo il quale l’aggressione a uno dei firmatari sarà considerata un attacco contro tutti gli altri e gli Stati Uniti si impegneranno a rispondere con tutti i mezzi necessari a contrastarlo; la NSS ricorda che il deterrente nucleare statunitense protegge oltre trenta fra alleati e partner. Dall’Europa all’Oceano Pacifico, le alleanze sono indispensabili per mantenere l’equilibrio del potere internazionale e promuovere la prosperità; ed è per questo motivo che nella NSS 2017 si dice che la Russia punta a dividere gli Stati Uniti dai suoi alleati, mentre l’Amministrazione intende invece lavorare con alleati e partner nei campi della sicurezza e dell’economia e rafforzare i vincoli reciproci12.
Le affermazioni del candidato Trump preoccuparono gli alleati e rallegrarono i «sinistri» con paraocchi putiniani e da nazionalista granderusso. A ben vedere, benché esprimendosi sopra le righe - alla fin fine era in campagna elettorale - il candidato Trump si riferiva alla particolare minaccia del terrorismo - e la Russia rimaneva tra le minacce - e al contributo finanziario degli alleati alla difesa comune. In ogni caso, Trump ha fatto esplicitamente autocritica nella conferenza stampa del 12 aprile 2017 con il segretario della Nato, Jens Stoltenberg: «ho detto che [la Nato] era obsoleta; non lo è più»13. Ha però continuato a insistere su quella che per lui è sempre stata la questione centrale: i soldi.
Nelle precedenti amministrazioni, la questione dei costi per le missioni militari non era affatto ignorata. Ad esempio, nella sezione della NSS clintoniana del luglio 1994 che descrive i criteri per decidere i modi e i livelli di partecipazione degli Stati Uniti a specifiche operazioni militari, in quarto luogo si specifica che «il nostro impegno deve soddisfare ragionevoli soglie di costo e di fattibilità. Saremo più inclini ad agire dove c’è ragione di credere che la nostra azione porterà un miglioramento duraturo. D’altra parte, il nostro coinvolgimento sarà più circoscritto quando altri attori regionali o multilaterali saranno in posizione migliore della nostra per agire»14. Nella NSS 2002, la stessa che consacrò la «guerra al terrore» dell’unilateralista Bush Jr., un intero capitolo è dedicato a «sviluppare agende per l’azione cooperativa con gli altri principali centri del potere globale», ovvero l’Unione europea - di cui si saluta lo sforzo di forgiare una propria politica estera e militare - il Giappone, la Russia, la Cina e l’India, «una delle due maggiori democrazie del mondo». Dal punto di vista strettamente economico, della Nato si diceva che avrebbe dovuto sviluppare nuove capacità e strutture - come una forza d’intervento rapida - e che occorreva far leva sulle «opportunità tecnologiche e le economie di scala nella nostra spesa per la difesa allo scopo di trasformare le forze militari della Nato in modo che possano dominare potenziali aggressori e diminuire le nostre vulnerabilità15. E quanto alla strategia di Obama, la NSS 2010 prevedeva la revisione e razionalizzazione dei programmi del Dipartimento della Difesa e la riduzione della spesa militare degli Usa, ma non richiedeva aumenti della spesa agli alleati europei - «la pietra angolare dell’impegno degli Stati Uniti con il mondo» - con i quali si doveva però potenziare la cooperazione economica complessiva. Il problema di Obama era che, «quando usiamo troppo la nostra forza militare, o non investiamo in o non impieghiamo strumenti complementari o agiamo senza i partner, allora le nostre Forze armate sono sovraccaricate (overstretched), gli americani sopportano un carico maggiore, e la nostra leadership in tutto il mondo è identificata in modo troppo ristretto con la forza militare»16. Di qui l’enfasi sulla divisione del lavoro fra le istituzioni locali, nazionali e globali, le diverse agenzie internazionali, i programmi «per rafforzare le capacità regionali per il mantenimento della pace e la gestione dei conflitti per migliorare l’impatto e condividere gli oneri»17, lo spostarsi del dialogo intorno al coordinamento delle politiche economiche, dal G8 al G20.

sabato 9 giugno 2018

LA PAIX COMME FORME DE VIE, par Tito Alvarado

© Pablo Picasso
De plus de six mille langues existantes dans le monde, trois mille ont peu de possibilités de continuer à être utilisées au cours du prochain siècle. Cette donnée tragique représente un constat terrible, nous perdrons trois mille façons d’approcher la vie et l’humanité à partir de la perspective des autres dans leur relation avec le milieu qui les entoure. Cependant, comme il s’agit d’un cas de mort pour les personnes qui utilisent ces langues, c’est perçu comme une donnée anecdotique, comme une sorte de fatalisme ; en réalité, on s’en lave les mains alors que nous incombe la responsabilité de travailler à la survie de la variété des cultures et des langues. Sauvegarder une langue, c’est sauver une manière d’entrer en relation avec le monde, un outil de culture. Mais il y a beaucoup d’autres thèmes aussi pertinents que les enjeux liés à la problématique des langues en voie d’extinction. La vie même est en danger ; les 25 prochaines années sont décisives quant à la poursuite sur la même lancée ou quant à un changement de mode de vie.
Je crois avoir lu quelque part dans un document dont j’ai perdu la trace qu’existent plus d’un million d’initiatives et d’organisations dont l’enjeu de leur action est la paix mondiale. Malheureusement, il ne semble pas y avoir de coordination entre elles. Est-ce en raison du « conditionnement » qui nous laisse croire que chaque individu est une île ? Est-ce la loi du moindre effort ? Ou, pire encore, à cause d’une morale éloignée de la réalité ? Certes, chaque entité est de bonne foi, mais cela ne suffit pas pour que cessent les guerres dans le monde. Ces guerres sont créées avec la volonté de contrôle des ressources en utilisant des arguties pour faire croître la peur de menaces factices. Nous sommes devant les portes d’un dilemme auquel l’espèce humaine n’a jamais eu à faire face : garantir la survie de tous et toutes ou périr.
On ne perçoit pas toujours bien l’ampleur de cette tragédie. Les préoccupations quotidiennes pour la survie ne nous permettent pas de nous projeter dans ce drame qu’est la vie, avec les jours comptés, et nous continuons à agir de la même manière. En outre, les pouvoirs manipulent notre capacité de réponse et nous amènent à penser et à agir selon des intérêts éloignés du bien-être de tous et toutes et de chaque individu. Même si des millions de personnes travaillent pour la vie, la balance penche vers la fin de la civilisation étant donné que beaucoup de gens agissent en fonction de leurs intérêts immédiats, toujours en contradiction avec le bien-être collectif.
La paix peut sembler seulement un thème facile à développer alors qu’il s’agit d’un objectif difficile à atteindre. Je ne pense pas la paix comme un fait immédiat quand je vois la quarantaine de conflits armés et les centaines d’interventions armées qui empêchent la convivialité pacifique des nations et des personnes. Il suffit de suivre un peu le fil des informations pour constater qu’on ne nous dit pas toujours la vérité ; la soi-disant vérité reflète les bénéfices immédiats et à venir de ceux qui exercent les pouvoirs avec toutes leurs tentacules incluant le recours aux crimes, aux scandales et à la corruption pour toujours maintenir les mêmes règles du jeu ; dans ce casse-tête, les bonnes actions ressemblent à des farces. Le commerce des « nouvelles » ne consiste pas à communiquer réellement ce qui arrive, mais à privilégier le morbide et les faits funestes jusqu’à satiété. On falsifie souvent la vérité en édulcorant les faits véritables ou en racontant carrément des mensonges. Nous évoluons dans un monde d’images, celles des pouvoirs derrière le pouvoir. Ainsi, nous n’atteindrons jamais la paix comme un moyen pour développer tout notre pouvoir de création. Cela doit et peut changer.
La paix comme thème en arrive à ressembler à un lieu commun, comme un mot vidé de sa signification. Si nous nous en remettons à l’histoire, nous constatons que la paix a toujours été la plus grande utopie jamais réalisée ; peu importe que plusieurs pays ne soient pas en état de guerre, malgré un calme relatif, chaque jour on peut noter les ravages d’une forme de vie construite par des coups de force. Nous en sommes réduits à un champ d’études techniques et scientifiques qui étouffent les personnes qui pensent et agissent d’une manière différente. Dans ce champ d’honneur, des personnages, perçus selon une éthique de la paix, présentent un visage d’assassins à l’état naturel. Maintenir les armées avec toute leur ferraille coûte les yeux de la tête et rapporte peu au pays qui paie pour des services… « virtuels ». Ce sont des dépenses inutiles alors que plusieurs catégories de travailleurs et de travailleuses se retrouvent mal payés (professeurs, ouvriers, artistes, artisans).
Les actions sont limitées devant la distance croissante entre la minorité qui possède beaucoup et les majorités qui ont peu, presque rien ou tout simplement rien devant les désastres multiples : changements climatiques, décroissante alarmante des ressources hydriques, amoncèlement scandaleux de plastiques sur toute la planète (particulièrement dans les mers), gaspillage de biens et produits alimentaires qui se retrouvent dans les ordures, pauvreté extrême de plus de deux milliards de personnes condamnées à la survie. Face à toutes ces catastrophes, des millions de personnes devraient agir sur plusieurs fronts avec héroïsme courage et détermination afin de limiter l’avancée de l’humanité vers l’abîme.
Nous pouvons continuer à lever la bannière de la paix et de la sécurité, mais nous n’y verrons aucune différence si nous ne créons pas une brèche profonde entre la nécessité et le possible. Aujourd’hui, bien que nous fassions face à des catastrophes imminentes, la conscience collective critique semble avoir perdu ses repères.
Si nous cherchons une définition qui valorise le mot « paix », nous allons découvrir avec surprise que le terme est défini à la lumière d’une idéologie exprimée selon les codes du langage et de la vision de la classe dominante. On perd de vue la signification que lui accordent les personnes qui croient à un nouvel ordre social possible et nécessaire.
N’importe quel expert des questions sémantiques nous dira que le mot paix réfère à un état de bien-être, de tranquillité, de stabilité et de sécurité. On réfère aussi à un état d’harmonie libre de guerres, de conflits et de contre-temps. Cette définition reste dans les limbes de l’ambiguïté même si elle se voulait catégorique. Dans toute l’histoire de l’humanité, jamais on n’a pu être témoin de cet état de bien-être, de tranquillité, de stabilité et de sécurité. Regardons chaque dimension en détail. Atteindre un certain bien-être réfère à un niveau de richesse valable ; actuellement, la pauvreté touche plus de monde que la richesse. Actuellement, le pic est absolu : 1% de la population mondiale contrôle 50% des ressources mondiales. La tranquillité fait référence à la certitude que nous ne pouvons pas prétendre, si l’on se observe les catastrophes majeures causées par des facteurs mineurs, que notre vie est comme les vagues qui se brisent sur les rochers. La stabilité est quelque chose de très relatif ; en réalité, il s’agit de vagues contradictoires, car à certains moments arrivent diverses stratégies « gagnantes », mais par la suite le système économique replonge dans une période d’instabilité. La sécurité est une blague… cruelle. Elle n’existe pas vraiment. Il suffit d’observer ce que doivent subir les passagers dans un aéroport pour s’en rendre compte. Par ailleurs, la prolifération des compagnies de sécurité est phénoménale. Et que dire des arsenaux impressionnants, sophistiqués et de plus en plus dangereux que l’on retrouve dans les services policiers.
La définition de la paix déjà mentionnée est simplement un euphémisme qui nous ramène à la dimension superficielle. Penser la paix dans sa profondeur est impossible étant donné l’essence même de l’ordre social dans lequel nous vivons, car tout est basé sur le fait qu’une minorité cherche constamment à augmenter ses profits en luttant constamment contre les autres. La compétition est le mot-clé le plus en vogue ; c’est la source de tous les conflits. On vit pour gagner et vivre avec les gains. Ce semble un jeu de mots, mais il s’agit bel et bien d’une vérité consacrée comme une morale. Les banques, les compagnies d’assurances, les compagnies de construction, par définition, s’avèrent des voleurs de grands chemins. Leurs profits montent en proportion plus grande que le coût de la vie pendant que les salaires des gens qui vivent de leur travail restent stables ou augmentent très peu ; ainsi, on perd des acquis et le salaire se dilue dangereusement.
Nous vivons le cauchemar à savoir les ressources de la planète arrivent à subvenir aux besoins des êtres humains pour qu’ils puissent profiter pleinement de leurs possibilités, cependant cette situation augmente la brèche entre ceux qui possèdent beaucoup et ceux qui ont peu. Ce terrible constat ne semble pas perçu comme une injustice. La science et la technique fournissent des réponses à la majorité des problèmes humains, mais le manque de ressources, les intérêts des sociétés transnationales, l’« éthique » du marché empêche que l’humanité puisse implanter ces solutions parce que les règles du marché imposent leurs conditions comme une immoralité absolue ; des milliers de tonnes de produits non vendus se perdent dans des lieux secrets.
Paix restera un mot de bonnes intentions et rarement implanté dans la vie quotidienne en attendant que nous rencontrions une solution radicale qui irait au fond des choses. Il s’agit d’éliminer les règles du jeu qui facilite le vécu en des guerres constantes qui entretiennent l’appauvrissement et le traitement inacceptable des personnes. D’une manière urgente, un changement radical de culture s’impose c’est-à-dire une révolution culturelle qui placerait le bien-être de tous les êtres humains, sans distinction de races, de croyances religieuses, d’origine ethnique et/ou nationale ou de toutes les autres barrières qui divisent l’humanité. Le drame d’aujourd’hui est la vie ; poursuivre sans changements profonds signifie aller de mal en pis et atteindre un point de non-retour. Si nous en arrivons là, le dommage sera irrécupérable. Les changements nécessaires s’imposent aujourd’hui même et doivent suivre deux lignes directrices centrales : changer les modèles de relation entre nous et de nous avec la nature. Tout d’abord, rappelons que la cause principale de la détérioration de la vie sur la planète terre est unique et fondamentale : la recherche constante du profit. Au contraire, les relations entre nous et avec la nature devraient reposer sur la solidarité, se sentiment fraternel qui nous humanise et nous élève en tant que personne.
Un nouvel ordre n’est pas seulement possible, il est extrêmement nécessaire, car les ressources de la planète peuvent parfaitement satisfaire les besoins de tous les êtres humains. En ce sens, il faut considérer douze fondements de la paix qui s’avèrent à la fois des motifs de changements culturels, c’est-à-dire une nouvelle façon de voir le monde et de nous voir dans cet univers en assumant notre part de responsabilité sur le plan de la conscience, de la participation, de l’information et de la prise de décision :

• partager la planète comme le seul foyer commun de tous les habitants de la Terre ;
• distribuer les biens en proportion des besoins ;
• investir dans l’éducation, la recherche scientifique et technologique et le développement d’une conscience sociale critique ;
• garantir un salaire minimum unique éthique et un salaire maximum qui ne soit pas supérieur à cinq fois le salaire minimum ;
• développer des pratiques transparentes par rapport aux salaires, aux profits et aux bénéfices ;
• légaliser la terre, l’eau, l’air comme des biens sociaux non commercialisables ;
• démobiliser les armées ;
• instaurer une monnaie d’échange équitable ;
• favoriser la libre circulation des personnes ;
• interdire que la santé, l’éducation, le logement et les pensions soient des biens objets de commerce ;
• rendre gratuit le transport collectif dans toutes les villes qui peuvent compter sur des transports collectifs ;
• considérer l’impact écologique de tout projet de développement.

sabato 2 giugno 2018

LA INDUSTRIA AUDIOVISUAL DEL PORNO, por Marcelo Colussi

Los usuarios de la pornografía sólo observan un video bien editado. Ellos no ven lo que pasa detrás de escenas, las chicas que están llorando y son enviadas para afuera del estudio de grabación porque no pueden aguantar los actos sexuales violentos en los que les piden participar.
(Shelley Lubben, ex actriz porno)

La sexualidad es el Talón de Aquiles de los seres humanos. No hay sexualidad “normal”; ella es siempre problemática. ¿Por qué tendríamos que esconder los órganos genitales externos si no? ¿Por qué la prohibición del incesto? Es por demás de evidente que la sexualidad, distintamente a lo que sucede en el orden animal, no se corresponde con la reproducción. Hay un plus más allá de lo biológico-instintivo que inaugura un nuevo orden. Como dijera Jean Laplanche: “El instinto está «pervertido» por lo social”. De ahí que en psicoanálisis, para designar estos complejos y erráticos entramados, se habla de pulsión (Trieb), en tanto fuerza, energía, deseo que busca un objeto por siempre evanescente, irremediablemente perdido.
La sexualidad no es nunca “inocente”; nos hace poner colorados, nos hace sonreír o avergonzar, es tema tabú, no es de “buen gusto” hablar de ella en público… pero jamás es neutra. La sexualidad no se agota en el conocimiento anatómico-fisiológico del aparato génito-urinario, ni mucho menos. Es algo más. Ese es el “plus” al que nos referimos; de ahí que nos pasamos la vida hablando de ella, haciendo chistes, juegos de palabras con doble sentido, escribiendo “groserías sexuales” en los baños públicos, venerándola en definitiva. No hay posibilidad alguna de ser asexuado, se utilicen o no los órganos genitales (voto de castidad, soltería crónica). Porque, en definitiva, todo lo humano es sexual, en tanto la sexualidad –al igual que la muerte– es el recordatorio inapelable de nuestros límites: todos nos vamos a morir (límite infranqueable), y todos somos o “machos” o “hembras” de la especie, socializados luego como caballeros o damas, con todas las combinaciones intermedias posibles que se nos ocurran: LGBTIQ (y algún etcétera, por lo que pudiera aparecer). Es decir: partimos de una diferencia anatómica insalvable de la que no queremos saber nada, la que nos aterra (por eso la cubrimos) y que nos recuerda, inapelablemente, que hay límites, que no somos “completos” (siempre falta algo, por eso nos pasamos la vida deseando ese objeto que nos complete. Búsqueda por siempre fallida, por cierto).
La pornografía (“presentación abierta y cruda del sexo que busca producir excitación”) es eminentemente humana (ningún animal la ha desarrollado). Y tan vieja como el mundo. Pero sucede algo especial: el capitalismo, que todo transforma en negocio redituable, también ha hecho de ella una fabulosa industria. En estas últimas décadas, con el primado de la cultura audiovisual que ha inundado todo, y ni decir del ámbito del Internet, la pornografía alcanzó cotas como nunca antes en toda la historia.
De hecho, en tanto industria audiovisual, la pornografía es hoy una gran actividad económica, produciendo cantidades fabulosas de dinero. La producción de películas y videos porno viene creciendo a ritmo vertiginoso en estas últimas décadas. El Internet ha venido a disparar tanto esa producción como ese consumo. Pero en concreto, dado que la pornografía, al igual que todo lo ligado al campo de la sexualidad, comporta un cierto halo de “prohibido”, algo estigmatizado, no hay datos totalmente confiables en su ámbito. Nadie habla abiertamente de esto, como sí sucede en otros rubros comerciales. Muy poca gente reconoce abiertamente ser usuaria de estos materiales, pero evidentemente si es un negocio en crecimiento (igual que las drogas ilegales) es porque existe una enorme masa de consumidores –en las sombras, en la mayoría de los casos. ¿Quiénes de los que están leyendo el presente opúsculo reconocen abiertamente ver películas/videos porno?–.
No existen registros oficiales fiables del negocio, habiendo, en todo caso, algunas aproximaciones socio-estadísticas. A partir de ellas, se puede calcular que todo el rubro comercial de la pornografía en los medios audiovisuales actualmente mueve unos 50,000 millones de dólares anuales, colocándola entre los grandes negocios (armas, petróleo, drogas ilegales, farmacéuticas). Estados Unidos es el principal productor de material audiovisual porno, básicamente en el estado de California (“el otro Hollywood”, según la coloquial denominación). De todos modos, a partir del 2014 en Los Ángeles existe un regulación legal que hace obligatorio el uso de preservativos por parte de los actores porno; ello generó rechazo entre los productores, que en muchos casos decidieron mudar la producción a Las Vegas y a Miami, dado que en esos estados (Nevada y Florida) no rige este tipo de normativas legales.
Según los datos disponibles hoy, el 12% de los sitios web ofrecidos en la Red de redes son pornográficos. De acuerdo a un estudio de la española Universidad de Navarra del año 2015, “en la actualidad existen más de 500 millones de páginas web de acceso a material pornográfico”. A partir de las estimaciones realizadas, el 25% de todas las solicitudes de motores de búsqueda están relacionadas con la pornografía. Cada segundo, hay 30 millones de personas viendo porno en Internet. El consumo está más inclinado hacia los varones, pero también las mujeres acceden a él: entre un 25 y 30% son visitas de mujeres a las páginas porno. Esos accesos se dan en los hogares, pero también en los centros de trabajo: el 20% de varones admite que ven algo de porno en sus ámbitos laborales. Hoy día, los teléfonos celulares inteligentes son el medio más utilizado para acceder a materiales de esta índole.
Hay producción porno para todos los gustos, presentando las combinaciones más audaces, esotéricas, simpáticas o bizarras. En realidad, ninguna de esas producciones muestra nada que en la realidad efectiva no suceda; o, en todo caso, ponen en acción fantasías que todos los seres humanos (varones y mujeres) parecen tener en mayor o menor medida. Puede incluirse en esa diversísima producción la pornografía que entra en el ámbito de lo delictivo: torturas, violaciones, utilización de menores de edad. Pero dejando de lado esas prácticas a todas luces ilegales y delictivas (de las que la industria capitalista hace negocio, como lo hace con cualquier esfera humana), todo lo que se ofrece a los ojos son cosas que pueden suceder en la intimidad, aquellas de las que no se habla… ¡pero se hacen! (parafernalia de juguetes eróticos, posiciones insólitas, prácticas sado-masoquistas, prácticas bisexuales, “cochinadas” varias y un largo, interminable etcétera. Nos preguntamos una vez más: ¿cuál es la sexualidad normal? ¿Dónde podrá leérsela: en un libro de psiquiatría, en algún documento del Vaticano?). El goce no tiene forma “normal”, enseña el psicoanálisis.
Los principales consumidores de pornografía son Estados Unidos, Gran Bretaña, Canadá, India, Japón, Francia, Alemania, Australia, Italia y Brasil. Su consumo está difundido por todos lados, en todos los estamentos socioeconómicos, incluso en los países que aún se proclaman “socialistas”: en Cuba, por ejemplo, aunque no es legal la pornografía, la población –joven fundamentalmente– tiene acceso a ella en buena medida a través de videos caseros realizados en la isla, los llamados “videos de la UCI”, realizados por estudiantes de la Universidad de Ciencias Informáticas. En China, el consumo de material audiovisual porno está castigado con cárcel, pero de todos modos la población se las ingenia para conseguirlo. Y otro tanto sucede en Corea del Norte, donde el consumo está castigado con pena de muerte, pero pese a ello se burlan las prohibiciones y hay acceso a materiales audiovisuales de este tipo. De igual manera sucede en los países islámicos, donde la sexualidad es un tema altamente tabú, y por tanto la producción y consumo de pornografía; pero “hecha la ley, hecha la trampa”, pues también allí hay un desarrollado ámbito del porno. De hecho, algunos países musulmanes producen este tipo de películas y/o videos.
No hay dudas que la sexualidad, y su correspondiente “presentación abierta y cruda que busca producir excitación”, es una constante por doquier. No hay prohibición explícita que la detenga. Ello algo indica: que el tema, obviamente, atrae, atrapa, ¿hipnotiza?
Para cierta visión moralista del asunto, la pornografía constituye una “entronización de la lujuria, envileciendo a quienes la practican”. En esa línea, puede llegar a decirse que “quienes están expuestos a la pornografía tienen más probabilidades de desarrollar tendencias sexuales anormales”. Un catedrático de la Universidad de Utah, Victor Cline, podía decir, por ejemplo: “Si uno vuelve vez tras vez a exponerse a material de naturaleza pornográfica, poco a poco llegará a tener una biblioteca pornográfica en su mente, de la que no podrá librarse. Estará ahí, lista para recordarse, aun cuando no lo quiera. Existe gran cantidad de evidencia que sugiere que los comienzos u orígenes de muchas desviaciones y perversiones sexuales son aprendidas, y una de las formas de aprendizaje es el exponerse a material pornográfico”.
Sin dudas, los mitos y prejuicios prevalecen, están muy arraigados (“Es más fácil desintegrar un átomo que un prejuicio”, decía Einstein). Se sigue pensando –y por tanto, pontificando, dando directivas y regañando– en nombre de una pretendida sexualidad normal (¿cuál sería?). Si la pornografía existe, ello debería abrir un análisis exhaustivo no moralizante de por qué se repite y tiende a ampliarse. Entiéndase que pornografía no es sinónimo de delito sexual. Esto último está claramente tipificado en las distintas constituciones nacionales, existiendo un cierto consenso generalizado de cuáles serían sus notas distintivas. La violación, las prácticas que dañan la integridad del otro, el ejercicio sexual con menores de edad están normados como delitos. De ahí en más, es imposible reglar lo que se hace (o fantasea).
¿Cómo considerar la pornografía? ¿Degeneración? ¿Enfermedad mental? ¿Fenomenal negocio? ¿Picardía de la esfera privada? De hecho, hoy día hay una tendencia en psicopatología que habla de una “adicción a la pornografía”, en tanto consumo insaciable de materiales audiovisuales. ¿Se puede mantener esa aseveración? La idea de base en esa visión es que la pornografía es “dañina”: “quienes están expuestos a la pornografía tienen más probabilidades de desarrollar tendencias sexuales anormales”. Para contraponerse a esa concepción, el criminólogo de la Universidad de Copenhague Berl Kutchinsky afirmó que, en realidad, la pornografía “cumple una función positiva al actuar como una «válvula de escape» para los potenciales agresores sexuales”. En 1970 fundamentó su aseveración diciendo que “cuando el gobierno danés levantó las restricciones sobre la pornografía, la cantidad de crímenes sexuales disminuyó”.
Como sea, parece que los prejuicios siguen rondando en torno a una pretendida sexualidad “normal”. Ahora bien: si las poblaciones, varones y mujeres (y todas las combinaciones intermedias que se quieran establecer), en todos los contextos, con o sin capacidad económica, incluso desde muy tempranas edades –a partir del despertar genital puberal–, acceden a la pornografía (¡que no es exactamente un crimen sexual!), habrá que estudiar críticamente el fenómeno. ¿Hay algo cuestionable en ella? En tal caso: ¿qué es?

martedì 29 maggio 2018

UBU RE IN NICARAGUA, di Pagayo Matacuras

IN DUE LINGUE (Italiano, Spagnolo)

© Alfred Jarry
Chi è il re Ubu? È un tipo che uccide il tiranno per trasformarsi in tiranno e poi fa fuori i nobili e tutti coloro che lo hanno appoggiato; spreca ricchezze e ne accumula altre; distribuisce ai poveri e toglie ai ricchi; ma segnatamente elimina tutti, poveri compresi, per diventare più ricco. Manda i suoi soldati alla carica, ma è il primo a nascondersi. Con lui tutti possono cadere nella botola - nel pozzo - o sprofondare nella sua tasca, inghiottiti da una spirale senza fondo.
Ubu Re è una commedia scritta dal francese Alfred Jarry e rappresentata per la prima volta il 10 dicembre 1896 al Théâtre de l’Œuvre di Parigi. A quest’opera ne seguono altre, e l’ultima è Ubu incatenato (1900), in cui il protagonista è condannato al carcere a vita.
Il re Ubu dichiara che la libertà non è che un semplice gioco in cui io cammino sopra il fuoco e tu non puoi perché chiedi l’elemosina. La libertà è la caratteristica massima dell’alienazione di una piuma su una pietra. Non c’è libertà se non c’è potere di schiacciare, in caso contrario il suo significato diviene nullo. Non c’è libertà senza oppressione.
Nel frattempo gli uomini liberi cantano: «Viva la libertà, la libertà, la libertà! Noi siamo liberi. […] Disubbidiamo di concerto […] Inventiamo ciascuno un tempo diverso, benché sia faticoso. Disubbidiamo individualmente» (Ubu incatenato, Atto I, Scena II).
Naturalmente si tratta di una pura fantasia che non potrà mai verificarsi nella realtà, immaginazione di un creatore forse già pronto per il chilometro cinque [al km 5 della Carretera Sur di Managua c’è l’Ospedale psichiatrico (n.d.r.)]. A pochi passi da dove si riunisce il Diálogo Nacional - con i rappresentanti del Governo e della società civile - con l’obiettivo di uscire dalla difficile crisi che il Nicaragua sta vivendo da oltre un mese, quando è iniziata la cosiddetta «rivoluzione etica» degli studenti universitari, autentica ribellione contro l’ordine costituito. Un processo politico che si concretizza con la partecipazione loro e di altre forze sociali.
Dalla sessione inaugurale del 16 maggio, il re Ubu-Daniel non si è più visto e non ha parlato. Sua moglie, la regina Ubu-Rosario, che ogni giorno recita la sua Messa quotidiana mescolando misticismo e cristianesimo pentecostale nel programma «Multinoticias» di Canal 4, dal 17 maggio è rimasta in silenzio per quattro giorni. Né sono apparsi a Niquinohomo il 18 maggio, data di nascita di Sandino. E neppure il giorno successivo, durante la manifestazione che ha avuto luogo nell’Avenida Bolívar per celebrare il compleanno del «Generale degli uomini liberi».
Scomparsi? Inghiottiti dalla terra di laghi e vulcani?
No, per il momento. La coppia-Ubu ha ancora il potere, seppur non più completo come prima. La forte mobilitazione della società civile le impedisce di ristabilire il controllo totale. Inoltre, ciò che non ha più è la legittimità, fortemente contestata nell’agenda che l’Alianza Cívica por la Justicia y la Democracia ha posto sul tavolo del dialogo il 23 maggio. Un’agenda globale per una reale democratizzazione delle istituzioni politiche e giudiziarie a tutti i livelli. Vengono proposte riforme parziali della Costituzione - con il divieto di rielezione in qualsiasi carica elettiva - e della legge elettorale, così da anticipare le elezioni all’anno prossimo. La delegazione governativa ha dichiarato che questo programma è «la via per un colpo di Stato». Naturale che sia così, perché se messo in pratica distruggerà completamente il castello di carte costruito in questi dieci anni, con il partito al Governo che controlla tutti i poteri dello Stato. Un golpe senz’armi che realizzerà un cambiamento profondo e radicale nella gestione delle istituzioni dello Stato, completamente libere da qualsiasi influenza partitica. Indipendenti e libere da qualunque limitazione.
La richiesta di rinuncia della coppia-Ubu non figura con chiarezza all’ordine del giorno. Ciò appare contraddittorio, essendo ovviamente la prima tappa per realizzare gli altri punti. In realtà si richiede anche l’approvazione di una legge quadro per la transizione e la governabilità democratica, la formazione di un nuovo Consejo Supremo Electoral (Cse) composto da magistrati onesti e di riconosciuta esperienza, e la riduzione del numero di deputati dell’Asamblea Nacional. Queste profonde riforme, che tracciano la via della democratizzazione in modo pacifico e costituzionale, avrebbero come risultato inevitabile l’uscita di scena dalla coppia-Ubu. E dei suoi cortigiani.
I rappresentanti della delegazione governativa, come condizione preliminare alla discussione, hanno chiesto in maniera intransigente la rimozione delle barricate stradali che sono state installate in tutto il Paese, una misura di pressione che rimane in vigore contro il Governo. Unico argomento che ribadiscono: «Non possiamo occuparci di altre questioni». Tutti capiscono che è una scusa per non parlare di nessun altro argomento; il ministro degli Esteri Moncada, capo della delegazione, l’ha affermato categoricamente: «Non accettiamo l’ordine del giorno».
Sono due idee di dialogo che assai difficilmente possono trovare un punto di accordo, due intransigenze che dipendono da due visioni diverse e opposte di ciò che è una società democratica. Non è da tutti fischiare e bere pinol [bevanda di mais bianco tostato e macinato (n.d.r.)], diciamo noi nicaraguensi. Pertanto i vescovi, che fungono da mediatori, hanno sospeso il dialogo a tempo indeterminato, proponendo la formazione di una commissione mista per cercare consenso sulle proposte che sono state presentate, in modo che i negoziati possano essere riattivati. Questa commissione dovrebbe essere composta da sei persone: tre delegati del Governo e tre rappresentanti di studenti universitari, società civile e imprenditori.
Nel frattempo, gli oppositori hanno dichiarato il fallimento del dialogo e nel pomeriggio del 23 maggio sono scesi in strada in tutto il Paese. Allo stesso tempo hanno rinforzato i blocchi stradali, principalmente nelle zone produttive del nord e del sud. D’altra parte la Juventud Sandinista (JS), gestita direttamente dalla sacerdotessa Ubu-Chayo, ha dato l’assalto in misura massiccia ad alcune barricate. All’ingresso di León, lungo la strada che la collega a Managua, uno studente è stato ucciso da un proiettile di AK-47 [kalashnikov (n.d.r.)], la JS ha preso in ostaggio 17 ragazzi e li ha tenuti prigionieri per alcune ore nella sede regionale del Frente Sandinista a León. Qualcuno afferma che all’interno c’erano pure tre poliziotti antisommossa. Fino a che sono intervenuti dei sacerdoti e hanno ottenuto la loro liberazione. Un’azione del genere dev’essere non solo ben pianificata, ma devono essere state perlomeno una cinquantina le persone del gruppo che ha sequestrato i ragazzi. In pratica si sono autodenunciati come mandanti delle forze paramilitari che non vogliono dialogare.
Gli stessi fatti accadono più o meno in tutto il Paese, con uomini incappucciati armati di mortai artigianali e di pistole che viaggiano in Suv a doppia cabina e in moto, soprattutto di notte. La stessa Uca (Universidad Centroamericana) è stata oggetto di un attacco di mortaio contro il suo edificio principale, a Managua, all’alba del 27 maggio. Una totale e assoluta idiozia, che dimostra pienamente l’atteggiamento della coppia-Ubu, l’uso e l’abuso di queste forze paramilitari (o parapoliziesche) che sostituiscono la Polizia a causa del pesante discredito che ha colpito quest’ultima durante le proteste, in seguito alla violenza irrazionale con cui ha agito e di fronte al rifiuto ufficiale dell’Esercito di scendere in strada. Fino ad oggi, nessuna di queste persone è stata indagata o arrestata (alcuni dicono che molti di loro sono poliziotti in borghese).
Chiaramente, sebbene sia iniziata come protesta civica nonviolenta e l’idea della maggioranza continui ad essere tale, ci sono anche gruppi di oppositori che perseguono l’obiettivo del caos per il caos, con l’incendio di pick-up e autobus della JS, ferendo gravemente alcuni militanti sandinisti. Che siano fannulloni pagati con pochi dollari dalla destra o dall’Ambasciata statunitense, oppure provocatori, il risultato non cambia: rendono il gioco facile alla coppia-Ubu nel criminalizzare l’intero movimento.
In tal modo, la possibilità di una soluzione pacifica alla crisi che questo Paese soffre da circa quaranta giorni si allontana. Nonostante questa contingenza, pare che la gente svolga le proprie attività quotidiane come se nulla fosse, lamentandosi soltanto per l’aumento dei prezzi del cibo e dei servizi di base.
E mentre la coppia-Ubu tenta di rimanere al potere inviando un messaggio di forza per zittire la pressione popolare - che continua con pacifiche marce nella capitale e in altre città, Ubu-Daniel rimane in silenzio e Ubu-Chayo continua con le sue omelie di pace a cui nessuno può ormai credere: «La nostra Fede è la nostra Forza! Sappiamo di essere un Popolo credente, devoto, un Popolo semplice, un Popolo laborioso, che ha rafforzato i Percorsi della Fede, i Valori della Famiglia e della Comunità, i Valori cristiani» (24 maggio).
Forse la coppia-Ubu pensa che in questa maniera possano reintegrarsi nuovamente i militanti sandinisti che nelle settimane precedenti si sono allontanati, fino a partecipare alle marce della società civile che il 27 maggio si sono tenute in una decina di città. Ecco perché stanno utilizzando tattiche dilatorie per stancare il popolo e cercare di ricomporre le proprie forze, contro la massiccia lotta civica che chiamano «piaga criminale». Ma questa tattica sta portando nella direzione opposta: il rifiuto del partito che l’ha portata al potere. Il Paese è diviso in due. Poco a poco, la gente si rende conto che questo non è l’Fsln che ha combattuto contro la dittatura somozista, ma è un’altra cosa, del tutto differente.
Un altro rischio dev’essere tenuto presente ed è molto reale: la tentazione di isolare gli studenti dalle altre forze della cosiddetta «società civile», dato che continuano a dichiarare che nel loro movimento (Movimiento 19 de Abril) non ci saranno ingerenze da parte di nessuna forza politica. Innanzitutto gli imprenditori riuniti in varie associazioni non possono tollerare una forza che vuole un profondo cambiamento nella società - incluse le questioni economiche, in un Paese che è il secondo più povero del continente. Inoltre il movimento campesino, nato in opposizione alla costruzione del Gran Canal Interocéanico che avrebbe trasformato l’ecosistema del Paese, mantiene senza dubbio legami con i partiti di destra che aspirano a una rivincita. Infine la stessa Chiesa cattolica - che agisce da mediatrice - non può accettare seriamente uno Stato laico e democratico.
E finora, a partire dalla sessione inaugurale del dialogo, pur non avendo una leadership gerarchica (e forse, per fortuna), solo gli studenti hanno affrontato con parole aspre e chiare l’onnipotente potere politico della coppia-Ubu: «Questo non è un tavolo di dialogo, piuttosto un tavolo per negoziare la sua uscita di scena, perché questo è il sentimento del popolo». Lasciando nuda la coppia-Ubu, come nel famoso racconto di Andersen.

UBÚ REY EN NICARAGUA, por Pagayo Matacuras

IN DUE LINGUE (Spagnolo, Italiano)
EN DOS IDIOMAS (Español, Italiano)

© Alfred Jarry
¿Quién es el rey Ubú? Es un maje [una persona (n.d.r.)] que mata al tirano para ser un tirano y luego mata a los nobles y a todos los que lo apoyaron; desperdicia riquezas y acumula otras; distribuye a los pobres y quita a los ricos; pero quita especialmente a todos, pobres incluidos, para hacerse más rico. Él envía a sus soldados a la carga, pero es el primero en esconderse. Con él todo el mundo puede caer en la trampilla –en el agujero– o hundirse en su bolsillo, tragado por una espiral sin fondo.
Ubú Rey es una pieza de teatro escrita por el francés Alfred Jarry y estrenada el 10 de diciembre de 1896 al Théâtre de l’Œuvre de París. A esta obra van a seguir otras, y la última es Ubú encadenado (1900), donde el protagonista es puesto en la bartolina [cárcel (n.d.r.)] con cadena perpetua.
El rey Ubú declara que la libertad no es sino un simple juego del yo camino sobre el fuego y del tú no puedes porque pedirás limosna. La libertad es la característica máxima de la alienación de una pluma a una piedra. No hay libertad si no hay poder que aplaste, de lo contrario su significado se anula. No hay libertad sin opresión.
Mientras tanto los hombres libres corean: “¡Viva la libertad, la libertad, la libertad! ¡Libres, somos libres! (…) ¡Desobedezcamos a la vez! (…) Cada uno se inventa una manera y, aunque resulte más fatigante, desobedece individualmente” (Ubú encadenado, Acto I, Escena II).
Claro está que es una pura fantasía que nunca puede ocurrir en la realidad, imaginación de un creador tal vez ya listo para el kilómetro cinco [en el km 5 de la Carretera Sur de Managua está el Hospital Psiquiátrico (n.d.r.)]. A unas pocas varas [unidad de medida inferior al metro (n.d.r.)] de donde se reúne el Diálogo Nacional –con los representantes del Gobierno y la sociedad civil–, con el fin de salir de la difícil crisis que vive Nicaragua ya desde más de un mes, cuando comenzó la llamada “revolución ética” de los estudiantes universitarios, verdadera rebelión en contra del orden constituido. Un proceso político que se da con la participación de ellos y otras fuerzas sociales.
Desde la sesión inaugural del 16 de mayo, el rey Ubú-Daniel no se vió ni habló. Su esposa, la reyna Ubú-Rosario, que todos los días reza a su Misa cotidiana mezclando misticismo y cristianismo pentecostal en el programa “Multinoticias” de Canal 4, desde el 17 de mayo se calló por cuatro días. Ni aparecieron en Niquinohomo el 18 de mayo, fecha de nacimiento de Sandino. Y ni al día siguiente, en el acto que se dio en la Avenida Bolívar para festejar el cumpleaños del “General de Hombres Libres”.
¿Desaparecidos? ¿Tragados por la tierra de lagos y volcanes?
No, por cierto, hasta el momento. Todavía la Ubú-pareja tiene el poder, aunque ya no por completo como antes. La fuerte movilización de la sociedad civil le impide restablecer el control completo. Además, lo que ya no tiene es la legitimidad, cuestionada con fuerza en la agenda que la Alianza Cívica por la Justicia y la Democracia puso en la mesa del diálogo el 23 de mayo. Una agenda completa para una verdadera democratización de las instituciones políticas y judiciales a todos los niveles. Se plantean reformas parciales a la Constitución –con la prohibición de la reelección en cualquier cargo electivo– y de la ley electoral, para adelantar las elecciones al próximo año. La delegación gubernamental afirmó que ese programa es “la ruta para un golpe de Estado”. Por supuesto que sí, porque si se cumple va a desbaratar por completo el castillo de naipes construido en esos diez años, con el partido de Gobierno que controla todos los poderes del Estado. Un golpe sin armas que va a dar un cambio profundo y radical en el manejo de las instituciones del Estado, alejadas por completo de cualquier influencia partidaria. Independientes y libres de cualquier sujeción.
En la agenda no aparece con claridad el pedido de la salida de la Ubú-pareja. Eso parece contradictorio, siendo por supuesto la primera etapa para realizar los demás puntos. En realidad se piden también la aprobación de una Ley Marco para la transición y gobernabilidad democrática, la formación de un nuevo Consejo Supremo Electoral (CSE) integrado por magistrados honestos y de reconocida experiencia, y la reducción del número de diputados de la Asamblea Nacional. Esas profundas reformas, que trazan la ruta de la democratización de manera pacífica y constitucional, inevitablemente terminarían en una salida de la Ubú-pareja. Y de sus cortesanos.
Los representantes de la delegación gubernamental, como condición preliminar a la discusión, de manera intransigente pidieron el levantamiento de los tranques [bloques de carreteras (n.d.r.)] que se instalaron en todo el país, medida de presión que queda en vigencia ante el Gobierno. Único tema que reiteran: “No podemos entrar en otras materias”. Todo el mundo entiende que es una excusa para no hablar de cualquier otro argumento; el Canciller Moncada, jefe de la delegación, lo afirmó rotundamente: “Nosotros no aceptamos la agenda”.
Son dos ideas de diálogo que es muy raro puedan encontrarse, dos intransigencias que dependen de dos visiones distintas y opuestas de lo que es una sociedad democrática. No es para todos chiflar y tomar pinol [bebida de maíz blanco tostado y molido (n.d.r.)], decimos los nicas. De tal manera, los obispos, que actúan como mediadores, suspendieron de forma indefinida el diálogo, orientando la formación de una comisión mixta para buscar consenso a las propuestas que han sido presentadas, para que luego se reactiven las negociaciones. Esta comisión debería ser conformada por seis personas: tres delegados por el Gobierno y tres en representación de estudiantes universitarios, sociedad civil y empresarios.
Mientras tanto, los opositores dieron por fracasado el diálogo y en la tarde del 23 de mayo salieron a las calles en todo el país. Al mismo tiempo, reforzaron los bloqueos callejeros, principalmente en las zonas productivas del norte y el sur. Por otro lado, la Juventud Sandinista (JS), manejada directamente por la sacerdotisa Ubú-Chayo, asaltó masivamente unos tranques. En la entrada a León, en la vía que la conecta con Managua, un estudiante murió por una bala de AK-47 [kalashnikov (n.d.r.)], la JS se llevó a 17 muchachos como rehenes y los mantuvo prisioneros unas horas en el departamental del Frente Sandinista de León. Alguien dice que adentro estaban también tres antimotines. Hasta que intervinieron unos curas y lograron su liberación. No sólo tiene que estar bien planificado un semejante hecho, sino que deben haber sido por lo menos unas cincuenta personas los integrantes del grupo que secuestró a los muchachos. En la práctica es una autodenuncia de ser los mandatarios de las fuerzas paramilitares que no quieren dialogar.
Iguales cosas ocurren más o menos en todo el país, con hombres encapuchados y armados con morteros caseros y pistolas que viajan en SUV de doble cabina y motocicletas, principalmente en las noches. La misma UCA (Universidad Centroamericana) padeció de un ataque con morteros en contra de su edificio principal, en Managua, la madrugada del 27 de mayo. Una rotunda y completa idiotez, demostrando a todas luces la actitud de la Ubú-pareja, el uso y abuso de estas fuerzas paramilitares (o parapoliciales) que sustituyan a la Policía debido a su fuerte descrédito ante las protestas, después de la violencia irracional con la cual actuó y ante la negativa oficial del Ejército de salir a las calles. Hasta hoy en día, ni una de esas personas fue investigada o detenida (unos dicen que muchos de ellos son policías en traje civil).
Por supuesto, a pesar de que comenzó siendo una protesta cívica no violenta y en la idea de la mayoría sigue siéndola, también hay unos grupos de opositores persiguiendo el objetivo del caos por el caos, con quema de camionetas [pick-up (n.d.r.)] y buses de la JS, heriendo de gravedad a militantes sandinistas. Sean unos vagos pagados con unos pocos dólares por la derecha o la Embajada gringa, o sean provocadores, el resultado no cambia: le dan juego fácil a la Ubú-pareja para criminalizar a todo el movimiento.
De tal manera, la posibilidad de una salida pacífica a la crisis que sufre este país desde unos cuarenta días se aleja. Muy a pesar de esa contingencia, parece que las personas realicen sus tareas cotidianas como si nada fuera, sólo quejándose por el alza de los precios de la comida y los servicios básicos.
Y mientras la Ubú-pareja intenta mantenerse en el poder enviando un mensaje de fuerza para acallar la presión popular –que sigue con marchas pacíficas en la capital y en otras ciudades–, Ubú-Daniel se mantiene callado y Ubú-Chayo sigue con sus homilías pacificadoras en las que nadie ya puede creer: “¡Nuestra Fe es nuestra Fortaleza! Nosotr@s sabemos que somos un Pueblo creyente, devoto, un Pueblo sencillo, un Pueblo laborioso, que ha venido fortaleciendo las Rutas de Fe, Familia y Comunidad, los Valores de Familia y de Comunidad, los Valores Cristianos” (24 de mayo).
Tal vez la Ubú-pareja va pensando que de esta forma puedan reintegrarse de nuevo los militantes sandinistas que en las semanas anteriores se alejaron, hasta participar en las marchas de la sociedad civil que el 27 de mayo se realizaron en una decena de ciudades. Por eso van utilizando tácticas dilatorias para cansar al pueblo y tratando de recomponer sus fuerzas, en contra de la lucha cívica masiva que ellos llaman “plaga delincuencial”. Pero esta táctica está conduciendo por el rumbo opuesto: el rechazo del partido que la llevó al poder. El país está dividido en dos. Poco a poco, la gente se da cuenta que este no es el FSLN que combatió en contra de la dictadura somocista, sino es otra cosa, por completo diferente.
Un riesgo más hay que haber bien presente y es muy real: la tentación de aislar a los estudiantes por parte de las otras fuerzas de la llamada “sociedad civil”, puesto que siguen declarando que en su movimiento (Movimiento 19 de Abril) no va a haber injerencias de ninguna fuerza política. En primer lugar, los empresarios reunidos en varios gremios no pueden tolerar a una fuerza que quiere un cambio en lo más hondo de la sociedad –incluyendo a las cuestiones económicas, en un país que es el segundo más pobre del continente–. En segundo lugar, el movimiento campesino, nacido en oposición a la construcción del Gran Canal Interocéanico que iba a transformar el ecosistema del país, por cierto tiene lazos con los partidos de la derecha que aspiran a una revancha. Al final, la misma Iglesia católica –que está actuando como mediadora– no puede aceptar de veras un Estado laico y democrático.
Y hasta el momento, comenzando por la sesión inaugural del diálogo, a pesar de no tener un liderazgo jerárquico (y quizás, por suerte), solamente los estudiantes se enfrentaron con palabras duras y claras al poder político todopoderoso de la Ubú-pareja: “Esta no es una mesa de diálogo, sino una mesa para negociar su salida, porque este es el sentir del pueblo”. Dejando desnuda a la Ubú-pareja, como en el conocido cuento de Andersen.

giovedì 17 maggio 2018

POPULISMO E PSEUDOPOPULISMO IN ITALIA, di Michele Nobile

INDICE: Premessa - 1. La generalizzazione dello pseudopopulismo nella postdemocrazia italiana - 2. Trasformismo di gruppo, cooptazione e postdemocrazia, a iniziare dalla mutazione del Pci - 3. Le innovazioni di Silvio Berlusconi, i rapporti di forza tra le classi e la questione del bonapartismo - 4. La trasformazione delle subculture del Pci e della Dc e il nazionalismo della Lega Nord - 5. Regime berlusconiano o postdemocrazia bipolare? - 6. Lo sviluppo ineguale e combinato del capitalismo italiano e la postdemocrazia nazionale - 7. Sintesi parziale: senza «un’autocritica spietata, crudele, capace di penetrare fino al fondo delle cose», quel che rimane è uno pseudopopulismo impotente

Karl Dietz Verlag Berlin, 2018
Premessa
Fra 2011 e 2013 il sistema italiano dei partiti è entrato in una nuova fase. Non si tratta di una Terza Repubblica perché i guasti prodotti da centro-sinistra e centro-destra rimangono intatti, ma la fulminea ascesa del Movimento 5 Stelle ha cambiato la scena politica istituzionale.
Allo stesso tempo, la base elettorale di Rifondazione comunista, Comunisti italiani e Verdi si è quasi estinta: Potere al Popolo! ha raccolto soltanto lo 0,8% dei voti dell’intero corpo elettorale - vale a dire circa 200 mila voti in meno di quanti ne ebbe Democrazia proletaria nel 1976, oppure circa mezzo milione in meno di quelli per il Manifesto e il Psiup nel 1972. Dal punto di vista elettorale si è dunque verificato un arretramento di oltre quarant’anni. Sottolineo questo fatto perché si tratta della tomba definitiva per le prospettive elettorali e di stabile partecipazione al gioco politico nazionale dei partiti della sinistra post-Pci; non ci si può neanche consolare con il risultato di quella costola del Partito democratico che è Liberi e Uguali.
Ci troviamo di fronte a una catastrofe che deve indurre a un ripensamento profondo. Essa non può essere scaricata sulle circostanze esterne o sui rapporti di forza tra le classi sociali. La sinistra italiana non è stata sconfitta nella lotta e non è stata travolta insieme a un movimento di massa. Non si tratta di una sconfitta che, nonostante tutto, si possa onorare nella memoria. Tutto il contrario. Il crollo del consenso elettorale non è altro che la manifestazione di un fallimento complessivo, politico e ancor più ideale. È il risultato di un processo iniziato già prima che il M5S si presentasse nelle elezioni politiche e che si deve innanzitutto al «ministerialismo», il cui culmine - certo non l’inizio - fu la partecipazione al governo Prodi II (2006-2008). Retrospettivamente, quel che nel 2006 poteva apparire come un trionfo - 110 parlamentari eletti tra le fila del centro-sinistra - può ormai considerarsi un punto di non ritorno.
E adesso? Si potrebbe dire che siamo al punto zero, ma non è così. È molto peggio, perché la storia è irreversibile e i guasti profondissimi.
Quando si è raschiato il fondo ci si deve attenere a questo principio, formulato dopo ben altra e terribile catastrofe:
«L’autocritica, un’autocritica spietata, crudele, capace di penetrare fino al fondo delle cose, costituisce l’aria e la luce del movimento proletario» [Rosa Luxemburg, La crisi della socialdemocrazia (Juniusbrochure), 1915].
Non è sufficiente un’autocritica superficiale, una condanna del «rinnegato» Bertinotti - che in realtà non ha rinnegato nulla, mentre bertinottismo ed ex bertinottiani vanno avanti, seppur azzoppati - né cavarsela semplicemente appellandosi all’attivismo e al «rimbocchiamoci le maniche». Non è affatto sufficiente atteggiarsi a populisti e «movimentisti» e presentare volti nuovi. I fatti lo dimostrano in modo inoppugnabile. In questo modo si può continuare a vivacchiare tra alterne fortune, ma come nicchia elettorale marginale, entità dedite a una sorta di sindacalismo, circolo di reduci, una delle tribù della società postmoderna.
E non serve nemmeno l’appello all’unità. Unità con chi, e specialmente perché e per cosa? Perché la generosità dello sforzo attivistico individuale e collettivo dia frutti occorre ripensare tutta la cultura politica della sinistra italiana, che a cavaliere dei due secoli ha subìto un’ulteriore, fenomenale regressione. Bisogna avere il coraggio mentale - psicologico e intellettuale - di un’autocritica radicale, totale e crudele. Solo in questo modo si può sperare che il punto zero sia una partenza e non una fine.
Esistono barriere psicologiche e culturali che è molto doloroso abbattere. Realisticamente, sono anche convinto che queste barriere non saranno abbattute fino a quando la protesta sociale rimarrà confinata alle elezioni e a lotte parziali e difensive, pur indispensabili; e sono pure convinto che buona parte dell’attuale militanza di sinistra sia irrecuperabile, perché troppo incrostata da miti e atteggiamenti obsoleti. È per questo che vedo un grande rischio per il futuro: che, se e quando esploderà la protesta della società, le incrostazioni che impediscono la critica e l’autocritica del passato blocchino anche la formazione di quella minima massa critica che possa svolgere un ruolo positivo nel consolidare una sinistra anticapitalistica, internazionalista e libertaria in questo Paese.
Una condizione minima ma necessaria è mettere a punto le categorie analitiche indispensabili alla valutazione della storia dei partiti della Seconda Repubblica: non sulla cronaca, ma sui suoi presupposti e sulla sua evoluzione strutturale, traendone poi tutte le conseguenze politiche. Il testo che segue muove in questa direzione. È utile affiancarlo alla lettura di altri pezzi pubblicati sul blog di Utopia Rossa, troppo numerosi per poterli citare.

1. La generalizzazione dello pseudopopulismo nella postdemocrazia italiana
Tra la fine del XX e l’inizio del XXI secolo la politica italiana ha dimostrato una creatività veramente fuori dell’ordinario, realizzando nuovi primati nazionali ed europei: un processo trasformistico senza precedenti per estensione e qualità; l’invenzione di una pseudonazione - la «Padania» - ad opera della Lega Nord (LN); la creazione del modello esemplare del partito-azienda o partito personal-patrimoniale (Forza Italia - FI - poi Popolo della libertà - Pdl - poi di nuovo FI); la fusione tra un mutante del Partito comunista italiano (Pci) e un mutante della Democrazia cristiana (Dc), che ha generato il Partito democratico (Pd); la prima designazione in Europa del candidato premier mediante elezioni primarie (Prodi, nel 2005); l’utilizzo di elezioni primarie per la scelta del Segretario del partito (ancora il Pd); una serie di governi «tecnici» apartitici e liberisti, ma in effetti sostenuti stabilmente dal centro-sinistra e dovuti alla forte iniziativa del Presidente della Repubblica, tanto da far parlare di regime semipresidenziale di fatto.
Infine, è emerso come primo partito nazionale un «non-partito» originale cresciuto sul Web - e anche negli spettacoli in piazza - basato sul carisma di un bravissimo comico che ha destabilizzato l’assetto bipolare e postdemocratico cui ardentemente aspiravano entrambi i partiti maggiori: il Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo (M5S). Il paradosso del M5S è che si tratta di una rivolta elettorale pseudopopulista contro lo pseudopopulismo dei partiti maggiori.
Tralasciando le varianti minori, il punto è che non c’è più alcun importante partito italiano che non possa dirsi fortemente personalistico e pseudopopulista.
Tuttavia, con queste constatazioni il discorso sul populismo italiano è solo abbozzato. Si pongono diversi problemi. Cosa presuppone e cosa implica quanto sopra per la struttura e la dinamica del sistema politico, e per i rapporti fra lo Stato e le classi sociali? Che rapporto esiste fra le innovazioni della Seconda Repubblica e le caratteristiche di lungo periodo della società? Come si inserisce il caso italiano in un quadro comparativo internazionale? A confronto con i populismi storici, quanto è appropriato l’uso della categoria «populismo» per i partiti italiani? Ovvero, come si pone la particolarità italiana nel processo di trasformazione dei sistemi politici europei nella direzione della «postdemocrazia» (Colin Crouch) o della «democrazia populista» (Peter Mair) intesa come fatto sistemico, in cui cambiano identità e funzioni dei partiti? E quali lezioni si possono trarre dalle vicende italiane?

2. Trasformismo di gruppo, cooptazione e postdemocrazia, a iniziare dalla mutazione del Pci
Il trasformismo è un fenomeno secolare e ricorrente della storia politica italiana. Già nel 1883 Giosuè Carducci lo caratterizzava così, con parole che ben si addicono alla situazione contemporanea:
«Trasformismo, brutta parola a cosa più brutta. Trasformarsi da sinistri a destri senza però diventare destri e non però rimanendo sinistri. Come nel cerchio dantesco de’ ladri, non essere più uomini e non essere ancora serpenti; ma rettili sì, e rettili mostruosi nei quali le due immagini si perdono, e che invece di parlare ragionando sputano mal digerendo»1.
Nel 1994 Massimo L. Salvadori2 descrisse le due principali forme assunte dalla politica italiana a partire dall’Unità: la prima è la delegittimazione a priori dell’opposizione politica in un clima di «guerra ideologica» permanente, con la conseguente negazione della possibilità di un’alternativa di governo; la seconda consiste nella messa in campo di operazioni trasformistiche o di cooptazione di parti dell’opposizione, come il «compromesso storico» di Moro e Berlinguer negli anni ‘70. In entrambi i casi, il risultato è un sistema politico che rimane bloccato fino alla traumatica crisi organica del regime. Le due forme non si escludono totalmente: all’inizio degli anni ‘60 la Democrazia cristiana fece entrare il Partito socialista nell’area di governo per ribadire l’emarginazione del Partito comunista. Nella Seconda Repubblica, partiti della sinistra italiana hanno a lungo perseguito l’obiettivo della cooptazione.
È straordinaria la quantità di eletti nelle istituzioni che durante la Seconda Repubblica hanno cambiato partito e coalizione. Tuttavia, il fenomeno va ben al di là del trasformismo «molecolare» di singoli individui. Quel che è veramente straordinario - e forse senza precedenti per dimensioni e qualità – è il trasformismo di interi gruppi: «di estrema che passano al campo moderato», scriveva Gramsci3. Nel nostro tempo, il trasformismo fu l’effetto della fine traumatica del sistema dei partiti della Prima Repubblica in seguito alle inchieste giudiziarie di «Mani pulite» nel 1992-1993, il cui senso fu ben compreso da Perry Anderson: «non fu un partito, o una classe, ma un intero ordine a convertirsi esattamente in quello a cui avrebbe dovuto porre fine»4.
Il principe dei trasformisti fu senza dubbio Silvio Berlusconi. Tuttavia, il primo e importantissimo caso di trasformismo di gruppo fu la mutazione del Pci in Partito democratico della sinistra (Pds), fra 1989 e 1991. Il crollo del Muro di Berlino fornì l’occasione propizia, ma il cambiamento della denominazione del partito, la cui esistenza tanto aveva contribuito a fare dell’Italia un caso anomalo nel panorama dei Paesi a capitalismo avanzato, era il risultato della professionalizzazione della politica e dell’integrazione sociale dell’apparato centrale e periferico del Pci in atto da lungo tempo. L’operazione di distanziamento dalla tradizione promossa da Achille Occhetto era anche il tentativo di uscire dal vuoto di prospettive conseguente al fallimento della strategia togliattiana che il partito aveva perseguito per trent’anni, culminata nel breve periodo dei governi di «unità nazionale» ma crollata con la fine del «compromesso storico» con la Dc e la nuova marginalizzazione del partito. Uno dei paradossi della recente storia italiana è che quello che era il più grande e culturalmente agguerrito partito comunista dell’Occidente sia saltato subito a destra, ben oltre la socialdemocrazia classica.
Ho definito fondamentale la mutazione del Pci perché con i nuovi partiti sorti dal suo tronco i salariati persero il tradizionale canale di rappresentazione - sia pur indiretta e distorta – dei loro interessi minimi in quanto classe sociale.
Inoltre, il Pds fu determinante per un fondamentale cambiamento della Costituzione materiale in senso postdemocratico che ha alimentato la personalizzazione e la spettacolarizzazione della politica, la promozione di capi e di partiti pseudopopulisti: il successo dei referendum di modifica della legge elettorale in senso maggioritario. E il paradosso finale è che attraverso diversi passaggi, dal Pds ai Democratici di sinistra (Ds) e dai Ds al Pd, sul tronco del vecchio Pci sono fioriti - fino a prevalere - personaggi provenienti dalla Dc come Matteo Renzi.
All’operazione trasformistica del Pci seguirono la trasformazione del neofascista Movimento sociale italiano nella moderata Alleanza nazionale; la confluenza di tanti politici e intellettuali dell’ex Pentapartito in Forza Italia ma anche nell’area di centro-sinistra, con la trasformazione in partiti indipendenti delle correnti o «anime» della Dc; la partecipazione ai governi o alle maggioranze locali e nazionali di centro-sinistra di Rifondazione comunista, Comunisti italiani e Verdi.
In astratto, Rifondazione comunista avrebbe potuto essere un surrogato del Pci, ma a questo ruolo si opponevano due fatti. Il primo è semplicemente che il nuovo partito non nasceva in un quadro di conflitto politico e sociale che fosse in qualche misura paragonabile a quello della Resistenza. L’aspettativa maggiore di Rifondazione comunista era ereditare parte del consenso elettorale del Pci per condizionare da sinistra il quadro politico, non per contrapporre ad esso una coerente prospettiva anticapitalistica. E questa è appunto la «tara ereditaria» di Rifondazione comunista: essa nacque incorporando la frazione più tradizionalista e obsoleta della burocrazia del Pci e, con ciò, gli elementi fondamentali della cultura politica togliattiana e ingraiana che in definitiva avevano portato al fallimento storico del partito. Nello stesso tempo, entrando in Rifondazione comunista, quel che residuava dei gruppi della «nuova sinistra» si lasciava confinare entro i giochi d’apparato del partito o perdeva definitivamente quel che un tempo ne aveva fatto qualcosa di relativamente nuovo rispetto al Pci.
Che la presunta «sinistra radicale» italiana non abbia compreso subito la natura del Pds, che non ne abbia fatto un proprio nemico di classe al pari del centro-destra e che per tutta la sua storia abbia avuto il centro-sinistra come stella polare – in nome della lotta al berlusconismo e del «meno peggio» - è la ragione della distruzione delle possibilità di costruire un movimento anticapitalistico in Italia e addirittura, infine, della sua scomparsa come forza elettorale.
Il sistema italiano dei partiti si presenta molto polarizzato, ma la polarizzazione può solo in parte spiegarsi con la dicotomia destra/sinistra; altrettanto se non più rilevante sono state la «mobilitazione drammatizzante»5 pro o contro la persona di Berlusconi e, dal 2013, la polarizzazione fra tutti i partiti e il M5S. La «mobilitazione drammatizzante» è una conseguenza della personalizzazione e spettacolarizzazione della scena politica centrata sull’immagine delle vedettes. Essa tende a prevenire la valutazione razionale delle proposte politiche e dell’azione di governo, ma non è affatto imputabile al solo Berlusconi: considerando l’eterogeneità dei partiti della coalizione di centro-sinistra e la sostanziale convergenza degli obiettivi programmatici fra le due coalizioni, probabilmente la «mobilitazione drammatizzante» è stata più importante per le decisioni di voto a favore del centro-sinistra. In particolare, fino alle elezioni del 2008 ha avuto grande importanza per il bacino elettorale dei partiti a sinistra del Pds-Ds: una trappola psicologica e politica alimentata dalle opportunistiche oscillazioni delle direzioni politiche di questi partiti - che hanno strumentalizzato a fini elettorali l’appoggio ai «movimenti» - puntualmente giustificate dalla logica del «meno peggio» e dall’illusione di poter condizionare la frazione di centro-sinistra dell’imperialismo italiano.
D’altra parte, fra le due coalizioni si sono verificati momenti importanti di «consociativismo», soprattutto – ma non solo - in tema di riforme costituzionali e di legge elettorale, secondo la logica del rafforzamento del potere esecutivo, della concentrazione del potere nelle mani dei vertici dei partiti e di «protezione» dall’ingresso di nuovi concorrenti. E in nome dell’accordo sulle riforme istituzionali il centro-sinistra ha sacrificato la possibilità di legiferare sul «conflitto d’interessi» di Berlusconi.

RED UTOPIA ROJA – Principles / Principios / Princìpi / Principes / Princípios

a) The end does not justify the means, but the means which we use must reflect the essence of the end.

b) Support for the struggle of all peoples against imperialism and/or for their self determination, independently of their political leaderships.

c) For the autonomy and total independence from the political projects of capitalism.

d) The unity of the workers of the world - intellectual and physical workers, without ideological discrimination of any kind (apart from the basics of anti-capitalism, anti-imperialism and of socialism).

e) Fight against political bureaucracies, for direct and councils democracy.

f) Save all life on the Planet, save humanity.

(January 2010)

* * *

a) El fin no justifica los medios, y en los medios que empleamos debe estar reflejada la esencia del fin.

b) Apoyo a las luchas de todos los pueblos contra el imperialismo y/o por su autodeterminación, independientemente de sus direcciones políticas.

c) Por la autonomía y la independencia total respecto a los proyectos políticos del capitalismo.

d) Unidad del mundo del trabajo intelectual y físico, sin discriminaciones ideológicas de ningún tipo, fuera de la identidad “anticapitalista, antiimperialista y por el socialismo”.

e) Lucha contra las burocracias políticas, por la democracia directa y consejista.

f) Salvar la vida sobre la Tierra, salvar a la humanidad.

(Enero de 2010)

* * *

a) Il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi che impieghiamo dev’essere riflessa l’essenza del fine.

b) Sostegno alle lotte di tutti i popoli contro l’imperialismo e/o per la loro autodeterminazione, indipendentemente dalle loro direzioni politiche.

c) Per l’autonomia e l’indipendenza totale dai progetti politici del capitalismo.

d) Unità del mondo del lavoro mentale e materiale, senza discriminazioni ideologiche di alcun tipo (a parte le «basi anticapitaliste, antimperialiste e per il socialismo.

e) Lotta contro le burocrazie politiche, per la democrazia diretta e consigliare.

f) Salvare la vita sulla Terra, salvare l’umanità.

(Gennaio 2010)

* * *

a) La fin ne justifie pas les moyens, et dans les moyens que nous utilisons doit apparaître l'essence de la fin projetée.

b) Appui aux luttes de tous les peuples menées contre l'impérialisme et/ou pour leur autodétermination, indépendamment de leurs directions politiques.

c) Pour l'autonomie et la totale indépendance par rapport aux projets politiques du capitalisme.

d) Unité du monde du travail intellectuel et manuel, sans discriminations idéologiques d'aucun type, en dehors de l'identité "anticapitaliste, anti-impérialiste et pour le socialisme".

e) Lutte contre les bureaucraties politiques, et pour la démocratie directe et conseilliste.

f) Sauver la vie sur Terre, sauver l'Humanité.

(Janvier 2010)

* * *

a) O fim não justifica os médios, e os médios utilizados devem reflectir a essência do fim.

b) Apoio às lutas de todos os povos contra o imperialismo e/ou pela auto-determinação, independentemente das direcções políticas deles.

c) Pela autonomia e a independência respeito total para com os projectos políticos do capitalismo.

d) Unidade do mundo do trabalho intelectual e físico, sem discriminações ideológicas de nenhum tipo, fora da identidade “anti-capitalista, anti-imperialista e pelo socialismo”.

e) Luta contra as burocracias políticas, pela democracia directa e dos conselhos.

f) Salvar a vida na Terra, salvar a humanidade.

(Janeiro de 2010)