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giovedì 17 maggio 2018

POPULISMO E PSEUDOPOPULISMO IN ITALIA, di Michele Nobile

INDICE: Premessa - 1. La generalizzazione dello pseudopopulismo nella postdemocrazia italiana - 2. Trasformismo di gruppo, cooptazione e postdemocrazia, a iniziare dalla mutazione del Pci - 3. Le innovazioni di Silvio Berlusconi, i rapporti di forza tra le classi e la questione del bonapartismo - 4. La trasformazione delle subculture del Pci e della Dc e il nazionalismo della Lega Nord - 5. Regime berlusconiano o postdemocrazia bipolare? - 6. Lo sviluppo ineguale e combinato del capitalismo italiano e la postdemocrazia nazionale - 7. Sintesi parziale: senza «un’autocritica spietata, crudele, capace di penetrare fino al fondo delle cose», quel che rimane è uno pseudopopulismo impotente

Karl Dietz Verlag Berlin, 2018
Premessa
Fra 2011 e 2013 il sistema italiano dei partiti è entrato in una nuova fase. Non si tratta di una Terza Repubblica perché i guasti prodotti da centro-sinistra e centro-destra rimangono intatti, ma la fulminea ascesa del Movimento 5 Stelle ha cambiato la scena politica istituzionale.
Allo stesso tempo, la base elettorale di Rifondazione comunista, Comunisti italiani e Verdi si è quasi estinta: Potere al Popolo! ha raccolto soltanto lo 0,8% dei voti dell’intero corpo elettorale - vale a dire circa 200 mila voti in meno di quanti ne ebbe Democrazia proletaria nel 1976, oppure circa mezzo milione in meno di quelli per il Manifesto e il Psiup nel 1972. Dal punto di vista elettorale si è dunque verificato un arretramento di oltre quarant’anni. Sottolineo questo fatto perché si tratta della tomba definitiva per le prospettive elettorali e di stabile partecipazione al gioco politico nazionale dei partiti della sinistra post-Pci; non ci si può neanche consolare con il risultato di quella costola del Partito democratico che è Liberi e Uguali.
Ci troviamo di fronte a una catastrofe che deve indurre a un ripensamento profondo. Essa non può essere scaricata sulle circostanze esterne o sui rapporti di forza tra le classi sociali. La sinistra italiana non è stata sconfitta nella lotta e non è stata travolta insieme a un movimento di massa. Non si tratta di una sconfitta che, nonostante tutto, si possa onorare nella memoria. Tutto il contrario. Il crollo del consenso elettorale non è altro che la manifestazione di un fallimento complessivo, politico e ancor più ideale. È il risultato di un processo iniziato già prima che il M5S si presentasse nelle elezioni politiche e che si deve innanzitutto al «ministerialismo», il cui culmine - certo non l’inizio - fu la partecipazione al governo Prodi II (2006-2008). Retrospettivamente, quel che nel 2006 poteva apparire come un trionfo - 110 parlamentari eletti tra le fila del centro-sinistra - può ormai considerarsi un punto di non ritorno.
E adesso? Si potrebbe dire che siamo al punto zero, ma non è così. È molto peggio, perché la storia è irreversibile e i guasti profondissimi.
Quando si è raschiato il fondo ci si deve attenere a questo principio, formulato dopo ben altra e terribile catastrofe:
«L’autocritica, un’autocritica spietata, crudele, capace di penetrare fino al fondo delle cose, costituisce l’aria e la luce del movimento proletario» [Rosa Luxemburg, La crisi della socialdemocrazia (Juniusbrochure), 1915].
Non è sufficiente un’autocritica superficiale, una condanna del «rinnegato» Bertinotti - che in realtà non ha rinnegato nulla, mentre bertinottismo ed ex bertinottiani vanno avanti, seppur azzoppati - né cavarsela semplicemente appellandosi all’attivismo e al «rimbocchiamoci le maniche». Non è affatto sufficiente atteggiarsi a populisti e «movimentisti» e presentare volti nuovi. I fatti lo dimostrano in modo inoppugnabile. In questo modo si può continuare a vivacchiare tra alterne fortune, ma come nicchia elettorale marginale, entità dedite a una sorta di sindacalismo, circolo di reduci, una delle tribù della società postmoderna.
E non serve nemmeno l’appello all’unità. Unità con chi, e specialmente perché e per cosa? Perché la generosità dello sforzo attivistico individuale e collettivo dia frutti occorre ripensare tutta la cultura politica della sinistra italiana, che a cavaliere dei due secoli ha subìto un’ulteriore, fenomenale regressione. Bisogna avere il coraggio mentale - psicologico e intellettuale - di un’autocritica radicale, totale e crudele. Solo in questo modo si può sperare che il punto zero sia una partenza e non una fine.
Esistono barriere psicologiche e culturali che è molto doloroso abbattere. Realisticamente, sono anche convinto che queste barriere non saranno abbattute fino a quando la protesta sociale rimarrà confinata alle elezioni e a lotte parziali e difensive, pur indispensabili; e sono pure convinto che buona parte dell’attuale militanza di sinistra sia irrecuperabile, perché troppo incrostata da miti e atteggiamenti obsoleti. È per questo che vedo un grande rischio per il futuro: che, se e quando esploderà la protesta della società, le incrostazioni che impediscono la critica e l’autocritica del passato blocchino anche la formazione di quella minima massa critica che possa svolgere un ruolo positivo nel consolidare una sinistra anticapitalistica, internazionalista e libertaria in questo Paese.
Una condizione minima ma necessaria è mettere a punto le categorie analitiche indispensabili alla valutazione della storia dei partiti della Seconda Repubblica: non sulla cronaca, ma sui suoi presupposti e sulla sua evoluzione strutturale, traendone poi tutte le conseguenze politiche. Il testo che segue muove in questa direzione. È utile affiancarlo alla lettura di altri pezzi pubblicati sul blog di Utopia Rossa, troppo numerosi per poterli citare.

1. La generalizzazione dello pseudopopulismo nella postdemocrazia italiana
Tra la fine del XX e l’inizio del XXI secolo la politica italiana ha dimostrato una creatività veramente fuori dell’ordinario, realizzando nuovi primati nazionali ed europei: un processo trasformistico senza precedenti per estensione e qualità; l’invenzione di una pseudonazione - la «Padania» - ad opera della Lega Nord (LN); la creazione del modello esemplare del partito-azienda o partito personal-patrimoniale (Forza Italia - FI - poi Popolo della libertà - Pdl - poi di nuovo FI); la fusione tra un mutante del Partito comunista italiano (Pci) e un mutante della Democrazia cristiana (Dc), che ha generato il Partito democratico (Pd); la prima designazione in Europa del candidato premier mediante elezioni primarie (Prodi, nel 2005); l’utilizzo di elezioni primarie per la scelta del Segretario del partito (ancora il Pd); una serie di governi «tecnici» apartitici e liberisti, ma in effetti sostenuti stabilmente dal centro-sinistra e dovuti alla forte iniziativa del Presidente della Repubblica, tanto da far parlare di regime semipresidenziale di fatto.
Infine, è emerso come primo partito nazionale un «non-partito» originale cresciuto sul Web - e anche negli spettacoli in piazza - basato sul carisma di un bravissimo comico che ha destabilizzato l’assetto bipolare e postdemocratico cui ardentemente aspiravano entrambi i partiti maggiori: il Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo (M5S). Il paradosso del M5S è che si tratta di una rivolta elettorale pseudopopulista contro lo pseudopopulismo dei partiti maggiori.
Tralasciando le varianti minori, il punto è che non c’è più alcun importante partito italiano che non possa dirsi fortemente personalistico e pseudopopulista.
Tuttavia, con queste constatazioni il discorso sul populismo italiano è solo abbozzato. Si pongono diversi problemi. Cosa presuppone e cosa implica quanto sopra per la struttura e la dinamica del sistema politico, e per i rapporti fra lo Stato e le classi sociali? Che rapporto esiste fra le innovazioni della Seconda Repubblica e le caratteristiche di lungo periodo della società? Come si inserisce il caso italiano in un quadro comparativo internazionale? A confronto con i populismi storici, quanto è appropriato l’uso della categoria «populismo» per i partiti italiani? Ovvero, come si pone la particolarità italiana nel processo di trasformazione dei sistemi politici europei nella direzione della «postdemocrazia» (Colin Crouch) o della «democrazia populista» (Peter Mair) intesa come fatto sistemico, in cui cambiano identità e funzioni dei partiti? E quali lezioni si possono trarre dalle vicende italiane?

2. Trasformismo di gruppo, cooptazione e postdemocrazia, a iniziare dalla mutazione del Pci
Il trasformismo è un fenomeno secolare e ricorrente della storia politica italiana. Già nel 1883 Giosuè Carducci lo caratterizzava così, con parole che ben si addicono alla situazione contemporanea:
«Trasformismo, brutta parola a cosa più brutta. Trasformarsi da sinistri a destri senza però diventare destri e non però rimanendo sinistri. Come nel cerchio dantesco de’ ladri, non essere più uomini e non essere ancora serpenti; ma rettili sì, e rettili mostruosi nei quali le due immagini si perdono, e che invece di parlare ragionando sputano mal digerendo»1.
Nel 1994 Massimo L. Salvadori2 descrisse le due principali forme assunte dalla politica italiana a partire dall’Unità: la prima è la delegittimazione a priori dell’opposizione politica in un clima di «guerra ideologica» permanente, con la conseguente negazione della possibilità di un’alternativa di governo; la seconda consiste nella messa in campo di operazioni trasformistiche o di cooptazione di parti dell’opposizione, come il «compromesso storico» di Moro e Berlinguer negli anni ‘70. In entrambi i casi, il risultato è un sistema politico che rimane bloccato fino alla traumatica crisi organica del regime. Le due forme non si escludono totalmente: all’inizio degli anni ‘60 la Democrazia cristiana fece entrare il Partito socialista nell’area di governo per ribadire l’emarginazione del Partito comunista. Nella Seconda Repubblica, partiti della sinistra italiana hanno a lungo perseguito l’obiettivo della cooptazione.
È straordinaria la quantità di eletti nelle istituzioni che durante la Seconda Repubblica hanno cambiato partito e coalizione. Tuttavia, il fenomeno va ben al di là del trasformismo «molecolare» di singoli individui. Quel che è veramente straordinario - e forse senza precedenti per dimensioni e qualità – è il trasformismo di interi gruppi: «di estrema che passano al campo moderato», scriveva Gramsci3. Nel nostro tempo, il trasformismo fu l’effetto della fine traumatica del sistema dei partiti della Prima Repubblica in seguito alle inchieste giudiziarie di «Mani pulite» nel 1992-1993, il cui senso fu ben compreso da Perry Anderson: «non fu un partito, o una classe, ma un intero ordine a convertirsi esattamente in quello a cui avrebbe dovuto porre fine»4.
Il principe dei trasformisti fu senza dubbio Silvio Berlusconi. Tuttavia, il primo e importantissimo caso di trasformismo di gruppo fu la mutazione del Pci in Partito democratico della sinistra (Pds), fra 1989 e 1991. Il crollo del Muro di Berlino fornì l’occasione propizia, ma il cambiamento della denominazione del partito, la cui esistenza tanto aveva contribuito a fare dell’Italia un caso anomalo nel panorama dei Paesi a capitalismo avanzato, era il risultato della professionalizzazione della politica e dell’integrazione sociale dell’apparato centrale e periferico del Pci in atto da lungo tempo. L’operazione di distanziamento dalla tradizione promossa da Achille Occhetto era anche il tentativo di uscire dal vuoto di prospettive conseguente al fallimento della strategia togliattiana che il partito aveva perseguito per trent’anni, culminata nel breve periodo dei governi di «unità nazionale» ma crollata con la fine del «compromesso storico» con la Dc e la nuova marginalizzazione del partito. Uno dei paradossi della recente storia italiana è che quello che era il più grande e culturalmente agguerrito partito comunista dell’Occidente sia saltato subito a destra, ben oltre la socialdemocrazia classica.
Ho definito fondamentale la mutazione del Pci perché con i nuovi partiti sorti dal suo tronco i salariati persero il tradizionale canale di rappresentazione - sia pur indiretta e distorta – dei loro interessi minimi in quanto classe sociale.
Inoltre, il Pds fu determinante per un fondamentale cambiamento della Costituzione materiale in senso postdemocratico che ha alimentato la personalizzazione e la spettacolarizzazione della politica, la promozione di capi e di partiti pseudopopulisti: il successo dei referendum di modifica della legge elettorale in senso maggioritario. E il paradosso finale è che attraverso diversi passaggi, dal Pds ai Democratici di sinistra (Ds) e dai Ds al Pd, sul tronco del vecchio Pci sono fioriti - fino a prevalere - personaggi provenienti dalla Dc come Matteo Renzi.
All’operazione trasformistica del Pci seguirono la trasformazione del neofascista Movimento sociale italiano nella moderata Alleanza nazionale; la confluenza di tanti politici e intellettuali dell’ex Pentapartito in Forza Italia ma anche nell’area di centro-sinistra, con la trasformazione in partiti indipendenti delle correnti o «anime» della Dc; la partecipazione ai governi o alle maggioranze locali e nazionali di centro-sinistra di Rifondazione comunista, Comunisti italiani e Verdi.
In astratto, Rifondazione comunista avrebbe potuto essere un surrogato del Pci, ma a questo ruolo si opponevano due fatti. Il primo è semplicemente che il nuovo partito non nasceva in un quadro di conflitto politico e sociale che fosse in qualche misura paragonabile a quello della Resistenza. L’aspettativa maggiore di Rifondazione comunista era ereditare parte del consenso elettorale del Pci per condizionare da sinistra il quadro politico, non per contrapporre ad esso una coerente prospettiva anticapitalistica. E questa è appunto la «tara ereditaria» di Rifondazione comunista: essa nacque incorporando la frazione più tradizionalista e obsoleta della burocrazia del Pci e, con ciò, gli elementi fondamentali della cultura politica togliattiana e ingraiana che in definitiva avevano portato al fallimento storico del partito. Nello stesso tempo, entrando in Rifondazione comunista, quel che residuava dei gruppi della «nuova sinistra» si lasciava confinare entro i giochi d’apparato del partito o perdeva definitivamente quel che un tempo ne aveva fatto qualcosa di relativamente nuovo rispetto al Pci.
Che la presunta «sinistra radicale» italiana non abbia compreso subito la natura del Pds, che non ne abbia fatto un proprio nemico di classe al pari del centro-destra e che per tutta la sua storia abbia avuto il centro-sinistra come stella polare – in nome della lotta al berlusconismo e del «meno peggio» - è la ragione della distruzione delle possibilità di costruire un movimento anticapitalistico in Italia e addirittura, infine, della sua scomparsa come forza elettorale.
Il sistema italiano dei partiti si presenta molto polarizzato, ma la polarizzazione può solo in parte spiegarsi con la dicotomia destra/sinistra; altrettanto se non più rilevante sono state la «mobilitazione drammatizzante»5 pro o contro la persona di Berlusconi e, dal 2013, la polarizzazione fra tutti i partiti e il M5S. La «mobilitazione drammatizzante» è una conseguenza della personalizzazione e spettacolarizzazione della scena politica centrata sull’immagine delle vedettes. Essa tende a prevenire la valutazione razionale delle proposte politiche e dell’azione di governo, ma non è affatto imputabile al solo Berlusconi: considerando l’eterogeneità dei partiti della coalizione di centro-sinistra e la sostanziale convergenza degli obiettivi programmatici fra le due coalizioni, probabilmente la «mobilitazione drammatizzante» è stata più importante per le decisioni di voto a favore del centro-sinistra. In particolare, fino alle elezioni del 2008 ha avuto grande importanza per il bacino elettorale dei partiti a sinistra del Pds-Ds: una trappola psicologica e politica alimentata dalle opportunistiche oscillazioni delle direzioni politiche di questi partiti - che hanno strumentalizzato a fini elettorali l’appoggio ai «movimenti» - puntualmente giustificate dalla logica del «meno peggio» e dall’illusione di poter condizionare la frazione di centro-sinistra dell’imperialismo italiano.
D’altra parte, fra le due coalizioni si sono verificati momenti importanti di «consociativismo», soprattutto – ma non solo - in tema di riforme costituzionali e di legge elettorale, secondo la logica del rafforzamento del potere esecutivo, della concentrazione del potere nelle mani dei vertici dei partiti e di «protezione» dall’ingresso di nuovi concorrenti. E in nome dell’accordo sulle riforme istituzionali il centro-sinistra ha sacrificato la possibilità di legiferare sul «conflitto d’interessi» di Berlusconi.

mercoledì 16 maggio 2018

FSLN ORA ZERO, di Pagayo Matacuras

IN DUE LINGUE (Italiano, Spagnolo)

Rosario Murillo e Daniel Ortega © Oswaldo Rivas
«Un altro aspetto che dovrebbe essere evidenziato è quello che fa riferimento al numero insufficiente di quadri per partecipare a tutti i compiti richiesti per la preparazione del lavoro, non solo in città e in campagna ma anche al di fuori del Paese. La direzione del Frente Sandinista ha tollerato per troppo tempo il settarismo che ha impedito la promozione di un numero sufficiente di nuovi quadri provenienti dal settore operaio politicamente sviluppato e dal settore universitario. Volevamo raggiungere disperatamente obiettivi di dimensioni eccessive, senza trarre sempre vantaggio ogni giorno per l’esecuzione di compiti appropriati».
Queste parole furono scritte da Carlos Fonseca Amador esattamente cinquant’anni fa. Alla fine del 1969, stampato con il ciclostile, cominciò a circolare clandestinamente Nicaragua Hora Cero.
Perché ripetiamo oggi queste parole storiche? Una ragione molto semplice ci porta a farlo, dopo un mese di trambusto in Nicaragua, con molti morti, feriti e incarcerati. Il problema iniziale della riforma dell’Inss (Instituto Nicaragüense de Seguridad Social) fin dai primi giorni non esiste più. È stata la scintilla che ha incendiato il Paese, a partire dagli studenti fino ad arrivare ai cittadini di molte città e paesi, senza distinzione di opinioni politiche. Sino a giungere, negli ultimi giorni, nel quartiere indigeno di Monimbó (Masaya), vera culla dell’insurrezione popolare contro il somozismo.
Esiste una dittatura in Nicaragua? Forse un regime autoritario o dictablanda, come lo descrisse Herbert Marcuse nel suo L’uomo a una dimensione (1964). Fino allo scorso 19 aprile non c’era né un prigioniero politico né una persona scomparsa, la stampa dell’opposizione era libera (giornali e canali televisivi), c’erano proteste contro l’una o l’altra questione… Dalla reazione del Governo nei confronti dei cittadini che manifestavano pacificamente contro la riforma di cui sopra, con la Polizia che sparava per uccidere, l’autoritarismo si è mutato in spudorata dittatura. Senza il minimo travestimento.
«La storia si ripete sempre due volte: la prima come tragedia, la seconda come farsa», disse Karl Marx nel 1852 (Il 18 brumaio di Luigi Bonaparte). Ma la farsa dev’essere il più breve possibile, in modo da non ridiventare una seconda tragedia ancor peggiore della prima.
La domanda di base, la richiesta di migliaia e migliaia di persone, è perciò l’abbandono del potere da parte di Daniel Ortega e di sua moglie Rosario Chayo Murillo, non solo presidente e vicepresidente, ma anche segretario politico e segretaria di organizzazione dell’Fsln. Oltre ai loro sette figli, che occupano alte cariche di Stato. «Che il Nicaragua ritorni ad essere una Repubblica», gridano e scrivono sui cartelli che una folla immensa porta per strada, ripetendo un’idea di Pedro Joaquín Chamorro Cardenal, il Martire delle libertà pubbliche. Sembra che la coppia presidenziale non si renda conto di ciò… o non gli interessa un fico secco, in puro stile nazionale menefreghista.
Per oltre un decennio, l’occupazione delle istituzioni è stata rapida e completa da parte di entrambi, con un accordo di «non belligeranza» accettato nella pratica dagli imprenditori privati, che si sono arricchiti come non mai, e da parte della Conferenza episcopale, che controlla le coscienze della gente. La caratteristica fondamentale del potere autoritario che ha comandato fino alla metà di aprile è la tripartizione: Daniel e la Chayo, attraverso l’Fsln, comandano a livello politico, gli imprenditori del Cosep (Consejo Superior de la Empresa Privada) a livello economico e i vescovi sui cervelli.
Non esiste il socialismo in questo Paese, il governo non controlla nessuna «leva economica», ma soltanto le strutture istituzionali e il partito. Stato e partito sono la stessa cosa, proprio come accadeva nei Paesi dell’Europa orientale fino a un paio di decenni fa. In ogni ufficio pubblico la bandiera nazionale, il «glorioso vessillo bicolore» blu e bianco, è sempre accompagnata da quella dell’Fsln. Non stiamo parlando della storica bandiera rosso-nera del «Generale degli uomini liberi», Augusto Nicolás Calderón Sandino, ma di quella con le lettere cubitali del partito.
Ma anche questa è una bugia più che evidente. Di quale Frente Sandinista stiamo parlando? Dell’organizzazione di guerriglieri che ha combattuto valorosamente contro la dinastia somozista per quasi due decenni? Del partito politico-militare che ha affrontato una guerra «di bassa intensità» per quasi un decennio?
Né l’uno né l’altro, ovviamente. L’attuale Fsln è la stessa famiglia Ortega e i loro collaboratori più stretti. (E un altro lungo capitolo sarebbe quello delle imprese appartenenti alla coppia e ai loro figli, ma con prestanome come proprietari.)
Dopo la sconfitta elettorale del 25 febbraio 1990 e l’opposizione alla destra governativa, a partire dal 1995 iniziò una specie di «epurazione stalinista» nelle file dell’Fsln. La maggior parte degli ex comandanti della guerriglia lasciò il partito - con una posizione politica che potrebbe definirsi socialdemocratica - organizzandosi nel Movimiento Renovador Sandinista (Mrs). Molti altri sono stati espulsi dal partito a calci nel culo, a causa delle loro critiche più o meno forti. Altri si sono allontanati completamente, lasciando la militanza politica.
Il risultato attuale è che la maggior parte della «vecchia leadership» è lontana dal partito, gestito completamente, come detto, a livello famigliare. E lo stesso accade con lo Stato in tutte le sue strutture. Per fare un esempio lampante: esiste un altro paese al mondo in cui vi siano un ministro degli Esteri e un altro ministro per le Politiche e gli Affari Internazionali (ossia con l’incarico di mantenere i rapporti con i partiti e le organizzazioni amici)?
Per quarant’anni, a partire dal 1979, non c’è mai stata alcuna formazione politica di militanti e dirigenti. Se negli anni ‘80 si poteva giustificare con la guerra di aggressione, dal 1990 in poi era già una scelta. A poco a poco Daniel è andato monopolizzando il partito, nonostante fosse il meno preparato politicamente fra i nove comandanti storici. Pertanto, attualmente i quadri del partito sono «quadri» appesi al muro del bunker situato nel quartiere Bolonia - dove gli Ortega vivono protetti da posti di blocco della Polizia - semplici immagini sottovetro e con una cornice da cui non possono tirarsi fuori. Non devono oscurare il segretario-presidente, ma solo ripetere le parole della Chayo Murillo come fossero pappagalli: «¡Sí, señor! ¡A la orden!».
Tuttavia, dal 19 aprile il mondo non è più quello di prima. Forse può essere la data dell’«inizio della fine». Grazie alla repressione indiscriminata e brutale della Polizia, gli oppositori stanno crescendo di giorno in giorno in ogni angolo del Paese. Nessuno si aspettava qualcosa di così diffuso in tutti i settori della società: né il Cosep, né la Chiesa, né l’ambasciata statunitense… e nemmeno la coppia presidenziale, col suo sogno che si sta trasformando in un incubo.
Al momento non c’è nessun leader della protesta: ve ne sono anzi parecchi. Ogni «gruppo sociale», per così dire, ha il proprio leader. Tra i manifestanti si vedono magliette con il Che o con Sandino, e non sono poche. La destra non è ancora riuscita a egemonizzare il movimento nel suo complesso. Ciò è un vantaggio per la sinistra, ma fino a quando continuerà questa mancanza di controllo? Dall’oppositore 100% Noticias si opera con l’obiettivo di far continuare la lotta civica e gli scontri (e prima era un canale abbastanza equilibrato), come pure La Prensa. Dagli Stati Uniti arrivano già dollari in abbondanza per pagare banditi di strada armati che si infiltrino nelle file dell’opposizione per uccidere o incendiare uffici pubblici.
Attualmente il rischio maggiore è il rifiuto generale non solo della coppia presidenziale, che è già diffuso fino ai militanti sandinisti più coscienti, ma di un’intera storia che non merita di essere cancellata completamente. Quanto più a lungo Daniel e la Chayo rimangono sulle loro poltrone, tanto più è probabile che questo sia il futuro: la sepoltura della storia in un cimitero dove nessuno andrà a mettere fiori né a pregare, nella Chureca [la discarica di Managua (n.d.r.)]. E il sospetto è che sia stato accettato l’ingresso della Cidh (Corte Interamericana de los Derechos Humanos) per indagare in modo indipendente sugli eventi - così come il Diálogo Nacional - solo per «prendere tempo», come si suol dire, e ritardare all’infinito la resa dei conti.
In che modo sarebbe possibile evitare questo disastro? Come sarebbe possibile evitare questo assassinio annunciato dell’autorità morale acquisita negli anni della lotta antisomozista?
Per quello che si sa - ma molte sono voci in un Paese dove raccontare balle è lo sport nazionale - sin dai primi giorni degli scontri di strada, i vecchi capi dell’Esercito hanno parlato con quelli in carica. Iniziando da Humberto, fratello di Daniel, e seguendo con Joaquín Cuadra e Omar Halleslevens. Chiedendo loro di non sparare contro la gente, mantenendo una posizione istituzionale e apartitica. E l’Esercito non ha sparato un solo colpo.

FSLN HORA CERO, por Pagayo Matacuras

IN DUE LINGUE (Spagnolo, Italiano)
EN DOS IDIOMAS (Español, Italiano)

Rosario Murillo y Daniel Ortega © Oswaldo Rivas
“Otro aspecto que debe ponerse de relieve es el que se refiere a la insuficiente cantidad de cuadros para atender todas las tareas que exigía la preparación del trabajo, no solamente en la ciudad y el campo sino aún fuera del país. La dirección del Frente Sandinista toleró por demasiado tiempo el sectarismo que impidió promover la cantidad suficiente de nuevos cuadros, procedentes del sector obrero desarrollado políticamente y del sector universitario. Se deseaba alcanzar con desesperación metas excesivamente grandes, sin que se aprovechara siempre cada día para la realización de tareas adecuadas”.
Estas palabras las escribió Carlos Fonseca Amador hace cincuenta años exactamente. Al final de 1969, editado en mimeógrafo, comenzó a circular de forma clandestina Nicaragua Hora Cero.
¿Por qué repetimos hoy estas palabras históricas? Una razón muy sencilla nos lleva a eso, después de un mes de bochinche [alboroto (n.d.r.)] en Nicaragua, con muchos muertos, heridos y presos. La cuestión de la reforma del INSS (Instituto Nicaragüense de Seguridad Social) ya desde los primeros días no existe. Fue la chispa que incendió al país, a comenzar con los estudiantes hasta llegar a los ciudadanos de muchas ciudades y pueblos, sin distinción de opinión política. Hasta, en esos últimos días, con el barrio indígena de Monimbó (Masaya), verdadera cuna de la insurrección popular en contra del somocismo.
¿Existe en Nicaragua una dictadura? Tal vez sí un régimen autoritario o dictablanda, tal como lo dibujó Herbert Marcuse en su El hombre unidimensional (1964). Hasta el 19 de abril recién pasado no había ni un preso político ni un desaparecido, la prensa opositora era libre (diarios y canales televisivos), habían protestas en contra de la una o la otra cuestión… Desde la reacción del Gobierno en contra de los ciudadadanos que se manifestaban pacíficamente en contra de la susodicha reforma, con la Policía que disparaba para matar, el autoritarismo se mudó en descarada dictadura. Sin el menor disfraz.
“La historia se repite siempre dos veces: la primera como tragedia, la segunda como farsa”, afirmó Carlos Marx en 1852 (El 18 de brumaio de Luis Bonaparte). Pero la farsa tiene que ser lo más corta posible, para no volver a ser una segunda tragedia peor aún que la primera.
La cuestión básica, el pedido de miles y miles, por lo tanto es la salida del poder por parte de Daniel Ortega y su esposa Rosario Chayo Murillo, no sólo presidente y vicepresidente, sino también secretario político y secretaria de organización del FSLN. Además de los siete hijos de ellos, que ocupan altos cargos del Estado. “Que Nicaragua vuelva a ser República”, gritan y escriben en las pancartas que un cachimb’e pipol [montón de gente (n.d.r.)] lleva en las calles, repitiendo una idea de Pedro Joaquín Chamorro Cardenal, el Mártir de las Libertades Públicas. Parece que la pareja presidencial no se dé cuenta de eso… o no le interesa un pito, en puro estilo nacional valeverguista.
A lo largo de más de una década, la ocupación de las instituciones fue rápida y completa por parte de los dos, con un acuerdo de “no beligerancia” en la práctica aceptado por los empresarios privados, enriqueciéndose como nunca lograron hacer, y por parte de la Conferencia Episcopal, controlando las conciencias de la gente. La característica fundamental del poder autoritario que mandó hace la mitad de abril es la tripartición: Daniel y la Chayo, a través del FSLN, mandan a nivel político, los empresarios del COSEP (Consejo Superior de la Empresa Privada) a nivel económico y los obispos sobre los cerebros.
No existe nada de socialismo en este país, el gobierno no controla ni una de las “palancas económicas”, sino sólo las estructuras institucionales y el partido. Estado y partido son la misma cosa, al igual de lo que ocurría en los países del Este europeo hace un par de decenios. En cada oficina pública siempre la bandera nacional, el “glorioso pendón bicolor” azul y blanco, está acompañada por la del FSLN. No decimos la histórica bandera rojinegra del “General de Hombres Libres”, Augusto Nicolás Calderón Sandino, sino la con las letras grandes del partido.
Pero esta también es una mentira más que descarada. ¿De qué Frente Sandinista estamos hablando? ¿De la organización guerrillera que combatió valiosamente en contra de la dinastía somocista a lo largo de casi dos décadas? ¿Del partido político-militar que enfrentó una guerra “de baja intensidad” a lo largo de casi una década?
Ni el uno ni el otro, por supuesto. Este FSLN de hoy en día es la misma familia Ortega y sus allegados más cercanos. (Y otro largo capítulo sería lo de las empresas pertenecientes a la pareja y sus hijos, pero con testaferros como ejecutivos.)
Después de la derrota electoral del 25 de febrero de 1990 y la oposición a la derecha gubernamental, a partir de 1995 comenzó una especie de “purga estalinista” en las filas del FSLN. La mayoría de l@s ex comandantes guerriller@s salieron del partido –con una postura política decimos socialdemócrata–, organizándose en el Movimiento Renovador Sandinista (MRS). Much@s otr@s fueron echad@s del partido a patadas en el trasero, porque hacían críticas más o menos fuertes. Otr@s se alejaron del todo, dejando la militancia política.
El resultado hoy en día es que la mayoría de la “vieja cúpula” está alejada del partido, gestionado por completo, como decimos, a nivel familiar. E igual ocurre con el Estado en todas sus estructuras. Para hacer un ejemplo contundente: ¿existe otro país en el mundo en que se haya un Canciller (Ministro de Asuntos Exteriores) y otro Ministro para las Políticas y Asuntos Internacionales (es decir para mantener los lazos con los partidos y organizaciones amig@s)?
A lo largo de cuarenta años, comenzando desde 1979, nunca existió algo que se parezca a una formación política de los militantes y dirigentes. Si en los años 80 eso se podía justificar con la guerra de agresión, desde 1990 en adelante ya fue una opción. Poco a poco Daniel se vino monopolizando al partido, a pesar de ser el menos preparado políticamente entre los históricos nueves comandantes. Por lo tanto, en la actualidad los cuadros del partido son “cuadros” guindados en la pared del búnker ubicado en el barrio Bolonia –donde viven los Ortega protegidos por retenes de Policía–, meras imágenes bajo vidrio y con su marco del cual no pueden salirse. No deben hacer sombra al secretario-presidente, sólo tienen que repetir las palabras de la Chayo Murillo como si fueran loras: “¡Sí, señor! ¡A la orden!”.
Sin embargo, desde el 19 de abril el mundo ya no es lo de antes. Tal vez puede ser la fecha del “principio del fin”. Gracias a la represión indiscriminada y brutal de la Policía, los opositores van creciendo día a día en cada rincón del país. Nadie esperaba algo tan generalizado en todos los sectores de la sociedad: ni el COSEP, ni la Iglesia, ni la embajada gringa… y tampoco la pareja presidencial, con su sueño que se está volviendo a ser pesadilla.
Por el momento no hay ningún líder de la protesta: más bien hay varios. Cada “gremio”, para decirlo así, tiene a su propio líder. Entre los manifestantes se miran camisetas con el Che o con Sandino, y no son pocas. La derecha todavía no logró hegemonizar al movimiento en su conjunto. Esa es una ventaja para la izquierda, pero ¿hasta cuándo va a seguir esta falta de control? Desde el opositor 100% Noticias se opera con el objetivo de que sigan la pelea callejera y los enfrentamientos (antes era un canal bastante equilibrado), al igual que La Prensa. De los Yunais [Estados Unidos (n.d.r.)] ya salen dólares en cantidad para pagar a pandilleros armados que se metan en las filas de los opositores con el fin de matar gente o pegar fuego a oficinas públicas.
En la actualidad el riesgo más grande es el rechazo general no solamente a la pareja presidencial, que ya es difundido hasta los militantes sandinistas más consientes, sino a toda una historia que no merece ser borrada por completo. Con mucho más tiempo permanezcan Daniel y la Chayo en las curules, con más eso podría ser el futuro: el entierro de la historia en un panteón adonde nadie irá a poner flores ni a rezar, en la Chureca [el basurero de Managua (n.d.r.)]. Y la sospecha es que se aceptó por fin la entrada de la CIDH (Corte Interamericana de los Derechos Humanos) para que investigue de manera independiente los acontecimientos –como también el Diálogo Nacional– solamente para “tomar tiempo”, como se dice, y dilatar [postergar (n.d.r.)] hacia el infinito el ajuste de cuentas.
¿De cuál forma sería posible evitar este desastre? ¿De cuál forma sería posible evitar este asesinato anunciado de la autoridad moral adquirida en los años de la lucha antisomocista?
Por lo que se sabe –pero muchos son rumores en un país donde regar bolas es el deporte nacional–, desde los primeros días de los choques callejeros, los viejos jefes del Ejército hablaron con los actuales. A comenzar de Humberto, hermano de Daniel, y a seguir Joaquín Cuadra y Omar Halleslevens. Pidiéndoles no disparar en contra del pueblo, manteniendo una postura institucional y no partidaria. Y el Ejército no disparó un solo tiro.

sabato 12 maggio 2018

NUESTRAS DIFERENCIAS CON LA “DECLARACIÓN FINAL DE LA CUMBRE DE LOS PUEBLOS POR LA ARTICULACIÓN SOCIAL DE NUESTRA AMÉRICA”, por Hugo Blanco

La Declaración menciona: “organizaciones indígenas que resisten el embate del capitalismo salvaje”. Salvaje es no domesticado. El cóndor es un animal salvaje, la gallina es un animal doméstico. Hay compañeros amazónicos salvajes que no quieren contacto con la “civilización”. Defendemos su derecho a mantenerse aislados. El capitalismo es lo menos salvaje que hay, es producto de la “civilización”. Llamarle “salvaje” es un apelativo lisonjero que no merece.
Nuestra principal diferencia es que habla en forma positiva de los gobiernos capitalistas que se denominaron “progresistas”. Nosotros denunciamos que continuaron manteniendo el sistema capitalista neoliberal. Como el mundo está gobernado por las grandes empresas transnacionales, éstas decidieron tener sirvientes más consecuentes. Ninguno de esos progresistas nacionalizó empresas del gran capital.

Brasil.– La Declaración dice: “Hoy somos Lula y Brasil”. Rolando Astarita señala: “Sostengo que los gobiernos de Lula da Silva y Dilma Rousseff no se distinguieron, en lo esencial, de lo que hicieron o hacen los gobiernos habitualmente considerados ‘de centro’, o incluso ‘neoliberales’. En particular, porque no alteraron en ningún sentido profundo las características del capitalismo dependiente brasileño. Por eso, cuando se agotó el ‘viento de cola’ de la suba de los términos de intercambio, la economía de Brasil entró en la pendiente que desembocó en la profunda recesión de 2014-2016. Y en continuación con la política aplicada hasta entonces, el gobierno de Rousseff respondió a esa crisis con las mismas recetas de la tan denostada ‘derecha neoliberal’”.

Bolivia.– La Declaración señala: “el proceso revolucionario boliviano encabezado por nuestro compañero Evo Morales”.
Recordamos el tema del TIPNIS: Evo Morales retira la protección a un territorio indígena para construir una carretera. Diputados del partido oficialista boliviano suspenden la ley de protección especial al Territorio Indígena y Parque Nacional Isiboro Sécure (TIPNIS). En el proceso de legislación quizá más rápido de la historia del país, la mayoría de los parlamentarios oficialistas anuló la protección de que gozaba el TIPNIS, situado en el centro del país y habitado por varios grupos étnicos originarios, que la “reconquistaron” con una marcha que se sobrepuso a la represión policial y arribó a La Paz; Morales se vio obligado a recibirlos en el Palacio de Gobierno.
Recordamos que mediante un plebiscito convocado por Evo Morales, el pueblo boliviano decidió que estaba en contra de que Evo (“nuestro compañero”) volviera a presentarse como candidato. A pesar de eso, él insiste.

Ecuador.– La Declaración señala: “La Revolución Ciudadana liderada por el compañero Rafael Correa demostró al mundo que los procesos progresistas pueden hacer transformaciones que pongan al ser humano por sobre el capital, demostró que la redistribución de la riqueza, la defensa de la soberanía y el respeto y protección de los derechos humanos son fundamentales para conseguir la sociedad del buen vivir. Desde la Cumbre de los Pueblos manifestamos nuestra preocupación de cualquier retroceso en las conquistas alcanzadas en Ecuador”.
La preocupación de la Declaración es contraria a la preocupación de la Confederación de Nacionalidades Indígenas del Ecuador (CONAIE): ésta ha manifestado al actual presidente del Ecuador, Lenín Moreno, su inquietud porque hay algunos “funcionarios correístas” que se mantienen en sus cargos.

Tenemos muchas más diferencias de este tipo: por falta de espacio, baste con las mencionadas.

mercoledì 9 maggio 2018

ITALIA: UN ‘68 QUE DURÓ DIEZ AÑOS, por Claudio Albertani

Para Valentina y Marcello, mis hijos

¿Qué queremos?
¡Lo queremos todo!
(Pancarta en la barricada de
corso Traiano, Turín, 1969)

Quien habla de revolución
sin referirse a la vida cotidiana
tiene un cadáver en la boca.
(Graffiti, Milán, 1971)

Una precisión necesaria: nací en Milán en 1952 y viví el año de 1968 en el liceo. Como decenas de miles de mis coetáneos, participé en el movimiento estudiantil a partir de finales de 1967, en calidad de activista de a pie. Viví con pasión la temporada de las luchas obreras y me incorporé al colectivo libertario de mi escuela. Después vinieron los años 70, las comunas, las drogas psicodélicas y la lucha armada (en la cual nunca creí). Y cuando el movimiento se agotó, agarré la mochila para conocer el mundo. Como dijera Amin Maalouf, “soy hijo del camino, la caravana es mi patria y mi vida la más inesperada travesía”.

Recuerdos
Medio siglo después, 1968 me sigue pareciendo un año axial, la rara circunstancia en que el instante se enlaza con el tiempo y la coyuntura con la larga duración. No había crisis, más bien la economía marchaba viento en popa y, sin embargo, ocurrió un ataque, tan masivo como inesperado, contra el conjunto de las condiciones de vida bajo la dominación capitalista. En París, el movimiento estudiantil se convirtió en una gran revuelta que provocó la mayor huelga general en la historia de Francia. Otras grandes metrópolis –Ámsterdam, Tokio, Milán, Londres, Nueva York y la Ciudad de México– fueron teatros de luchas que tenían como objetivo nada menos que la creación de un mundo nuevo. Junto al sentimiento de que nada podría ser como antes, nuestra generación descubrió la pasión por la vida colectiva y la posibilidad de transformarla. “Rápido”, decían elocuentemente los muros, y todos sabíamos de qué se trataba.
Así como las epidemias medioevales no respetaban fronteras ni jerarquías sociales, la rebelión anuló clasificaciones políticas, geográficas e ideológicas. A pesar de que el mundo se hallaba dividido en dos bloques contrapuestos: el capitalista y el falsamente llamado “socialista”, la rebelión se contagió a Checoslovaquia y a Polonia revelando el carácter burocrático e imperialista del sistema soviético. En Gdansk, Stettin y Praga, las explosiones de cólera se parecían peligrosamente a las de Detroit y Watts.
En el sur del mundo, se oía la voz sorda y amenazante de los condenados de la tierra. En África, la descolonización despertaba insólitos apetitos de libertad; en América Latina, la Revolución cubana motivaba a una nueva generación de activistas, y en Vietnam la ofensiva del Tet ponía en jaque al país más poderoso del mundo. En este contexto, el caso de Italia se presenta como la expresión local de un movimiento de alcance planetario. En la península, sin embargo, el movimiento comenzó antes y terminó después, alcanzando un nivel de radicalidad desconocido en otras latitudes. Para comprender sus rasgos esenciales es necesario dar unos pasos atrás.

Antecedentes
Al concluirse el segundo conflicto mundial, Italia seguía siendo un país atrasado con una estructura prevalentemente agraria. Caso único en Europa occidental, el fascismo había sido derrotado por fuerzas populares que habían consolidado islotes de poder en las fábricas del norte, en el centro y en las regiones rurales del sur. El movimiento obrero contaba con una central única, la Confederación General Italiana del Trabajo (CGIL, por sus siglas en italiano), de tendencia comunista, mutilada hacia 1950 de las tendencias cristiana y socialdemócrata.
A un breve paréntesis de gobiernos unitarios que contaban con la participación del Partido Comunista Italiano (PCI) y del Partido Socialista (PSI), siguió el largo reinado de la Democracia Cristiana (DC) que, en alianza con la mafia, ganó las elecciones de abril de 1948 instaurando un régimen corrupto y aparentemente inamovible que tenía mucho parecido con el PRI de México. Por entonces, la vida política del país se encontraba enmarañada en la Guerra Fría: si los democristianos respondían a Washington, el PC obedecía a Moscú. Sin embargo, contrario a lo que afirmaba la propaganda, los soviéticos no tenían la menor intención de alterar el orden geopolítico surgido de los acuerdos de Yalta (1945), ni favorecían un cambio de gobierno en el país.
La prueba general llegó el 14 de julio de 1948 cuando Antonio Pallante, un estudiante anticomunista, hirió de cuatro balazos al secretario del PC, Palmiro Togliatti, sin matarlo. En todo el país se desencadenaron demostraciones violentas y una huelga general. Mientras los obreros comunistas se alistaban para la insurrección general, el día 15 Togliatti les ordenó volver al trabajo haciendo saber que la vía italiana al socialismo pasaba por la defensa de las instituciones del Estado burgués.
Se originó así una situación paradójica de la que el PC era al mismo tiempo víctima y beneficiario. Víctima, porque los preceptos de la Guerra Fría le impedían acceder al gobierno central, pero también beneficiario porque controlaba parte de la industria cultural, algunas alcaldías de las regiones centrales (Bolonia, por ejemplo) y el jugoso intercambio comercial con el bloque soviético. Se convirtió así en un partido conservador, garante del orden público, que ensanchó su base electoral gracias al transformismo, esa tradición típicamente italiana de cambiar de casaca en el momento oportuno.
Aun así, los comunistas fueron satanizados por la DC, sus paleros y la Iglesia católica, que amenazaba con descomulgar a quienes los votaban. Fincada en los valores del antifascismo y la resistencia, la innegable popularidad del PC, el partido pro-soviético más poderoso de Occidente, preocupaba a la OTAN y a los norteamericanos, que consideraban a Italia un país “en riesgo”. Como respuesta nació Gladio, una red paramilitar clandestina de alcance europeo en la que participaban la CIA y los servicios secretos italianos con el objetivo de desacreditar a los comunistas y mantenerlos alejados del gobierno.

El regreso de la revolución social
Los años 60 se abrieron con una oleada de luchas sociales en Génova, Reggio Emilia (1960) y Turín. Los protagonistas eran obreros jóvenes, emigrados del sur que proporcionaban mano de obra barata a las grandes fábricas del norte (Fiat, Pirelli, Alfa Romeo, Olivetti, Montedison, etc.). Ajenos a la tradición comunista, estos obreros organizaban huelgas salvajes, es decir no controladas por los sindicatos oficiales, que ponían en riesgo la paz social y el tránsito del país a la llamada “modernidad”. Frente al sobrecalentamiento del termómetro social, la Democracia Cristiana optó por incluir a los socialistas en el gobierno esperando frenar al movimiento vía la construcción del Estado social.
Sirvió de poco. Las protestas siguieron más fuertes y amenazantes. Surgieron revistas como Quaderni Rossi, Quaderni Piacentini y Classe Operaia, que expresaban las ideas de una nueva izquierda obrerista, y se formaron núcleos de jóvenes militantes que rechazaban la política conservadora del PC y de los sindicatos. En el centro del conflicto estaba la Fiat de Turín –por entonces una de las fábricas de coches más grandes de Europa– y su antagonista inevitable: el trabajador de línea, no calificado, sobreexplotado y discriminado por ser migrante.
Hacia mediados de la década, llegaron al país los fermentos de la revuelta juvenil internacional, la música de protesta, los cabellos largos y las minifaldas. Fue un severo golpe para la cultura católica y/o comunista de nuestros padres. En 1966, bajo la influencia de los provos holandeses y los hippies norteamericanos, apareció en Milán Mondo Beat, el primer ejemplo de prensa alternativa en Italia. Empezaron las manifestaciones contra la guerra de Vietnam, la toma de edificios y las batallas con la policía. A finales de 1967, fueron ocupadas las universidades de Génova, Nápoles, Milán y Turín. La reivindicación principal era el derecho a estudiar para todos.
A principios de 1968, las experiencias de obreros, estudiantes y contracultura convergieron de manera espontánea. En febrero, los estudiantes ocuparon la universidad de Roma. El 1 de marzo, tuvo lugar la “batalla de Valle Giulia” en la cual, por primera vez, fueron los estudiantes que atacaron la policía, liberando así la Facultad de Arquitectura. Era el principio efectivo de la revuelta juvenil. El mismo mes estalló una huelga en la Fiat por la supresión del sábado de trabajo y por mejores jubilaciones, y se formó el Comité Unitario de Base en la Pirelli de Milán (CUB Pirelli, que tendría una larga trayectoria), expresión de la autonomía de clase frente a la bancarrota de los sindicatos oficiales. En la primavera, la agitación estudiantil siguió en Milán y Turín; estalló la huelga de Valdagno (en el Véneto) contra el textilero Marzotto y se incorporaron a la lucha las fábricas Montedison de Puerto Marghera y Ansaldo de Génova. El norte, es decir la región más productiva del país, estaba en llamas.
En mayo y junio, jóvenes anti-artistas impugnaron la exposición de arte Trienal de Milán y después la Bienal de Venecia. En junio, después del atentado contra el líder estudiantil alemán Rudi Dutschke, cientos de estudiantes asaltamos la sede del Corriere della Sera de Milán, el diario principal del país, símbolo de la prensa al servicio del poder. En otoño, en ocasión de la inauguración de la temporada de ópera en el Teatro alla Scala, recibimos a tomatazos a la buena sociedad milanesa causando un escándalo nacional. Mientras tanto, el sur campesino se incorporaba al movimiento con luchas en torno a la supresión de las enormes diferencias salariales con el norte. En diciembre, la policía disparó en Avola (Sicilia) contra braceros que ocupaban una vía de tránsito, causando una ola de manifestaciones de solidaridad en toda la península.
De Francia nos llegaban las ideas sobre la autonomía de Cornelius Castoriadis (a quien conocíamos únicamente por sus pseudónimos de Pierre Chaulieu y Paul Cardan en la revista Socialisme ou Barbarie) y de los situacionistas sobre la subversión de la vida cotidiana. Leíamos el panfleto vitriólico Sobre la miseria en el medio estudiantil, que despedazaba el militantismo tradicional y defendía la acción política orientada a la realización del placer. Y nos pasábamos de mano en mano dos libros que se hicieron famosos después: el Tratado del saber vivir para uso de las jóvenes generaciones de Raoul Vaneigem y La sociedad del espectáculo de Guy Debord, ambos publicados por primera vez en 1967.

El año que vivimos en peligro
En lo sucesivo, el movimiento se fragmentó en una miríada de conflictos que arremetían contra todos los aspectos de la sociedad: el trabajo asalariado, la explotación, el arte, la cultura, la religión, las costumbres sexuales, la familia y la condición de la mujer. Los integrantes del movimiento éramos ajenos a los partidos y a la izquierda oficial, que nos miraba con recelo pues no nos podía controlar. La mayoría éramos muy jóvenes y no teníamos experiencia política. Pero sabíamos lo que hacíamos.
Cuando, en la primavera de 1969, tomamos mi escuela, el Liceo Scientifico Vittorio Veneto de Milán, juntamos los crucifijos que se encontraban colgados en cada salón, los amontonamos en el patio central y les prendimos fuego. Fue nuestra manera de cuestionar los Pactos de Letrán firmados en 1929 entre la Iglesia católica y el gobierno fascista de Mussolini. Dichos pactos, todavía vigentes, aseguraban a la Iglesia católica el estatus de iglesia oficial del Estado, establecían la enseñanza de la religión católica en el sistema educativo italiano y obligaban la presencia de símbolos religiosos en las aulas.
Surgió un nuevo feminismo –muy diferente, hay que decirlo, a buena parte de la ideología ramplona hoy en boga–, que se nutría de las reflexiones de Mariarosa Dalla Costa y Selma James (compañera del legendario militante negro Cyril Lionel Robert James). Ambas detectaban un aspecto oculto de la acumulación capitalista: la división sexual del trabajo. La mujer llevaba a cabo un trabajo doméstico gratuito, lo cual era la clave de la producción y reproducción de la fuerza de trabajo. A partir de estos planteamientos, el colectivo Lotta Femminista de Padua impulsó la lucha por el salario doméstico y la reducción del horario de trabajo a 20 horas semanales para que todos, hombres y mujeres, pudieran disfrutar de la vida y llevar a cabo juntos los quehaceres del hogar.

lunedì 7 maggio 2018

LES LIBERTAIRES SONT ILS LES RARES FOURIÉRISTES CONSÉQUENTS DANS LE DOMAINE DE LA SENSUALITÉ ET DE L’AMOUR LIBRE ?, par Michel Antony

Portrait de Charles Fourier (1772-1837) © Auteur inconnu
0. QUELQUES PRÉDÉCESSEURS liant libération sexuelle et libération individuelle et/ou sociale sont revendiqués par des libertaires (peut-être par des fouriéristes ?)

• Taoïsme -Vº
• ARISTOPHANE -Vº-IVº L’Assemblée des femmes
• ÉPICURE -IVº-IIIº
KamaSutra VIº-VIIº
• RABELAIS Thélème XVIº Fais ce que vouldras.
• Premier âge de la culture islamique : Omar KAYYAM (1048-1131) éloge du vin et de l’amour
• Quelques libertins et utopistes surtout au XVIIIº : DIDEROT Le Supplément, MORELLY Basiliade, LACLOS Des femmes et leur éducation, CASANOVA Icosaméron et les Mégamicres androgynes, Mikhaïl XERASKOV Polydore
• SADE et l’ambivalence ?
• Olympe de GOUGES (1748-1793) en faveur du divorce et de la liberté sexuelle, etc.
Énorme héritage et fortes influences. Qu’en connaissait FOURIER ?

I. FOURIER, un des rares penseurs sociaux à faire de la question sensuelle, passionnelle et sexuelle, un AXE PRIMORDIAL

CENTRALITÉ des passions et des désirs. « Le mobile de toute construction (de toute combinaison) fouriériste n’est pas la justice, l’égalité, la liberté… C’est le plaisir. Le fouriérisme est un eudémonisme radical » affirme Roland BARTHES1.
Valorisation de ceux-ci, reconnaissance de leur côté NATUREL, et curieuse justification religieuse (puisque Dieu les a créés…)
LIBERTÉ : Reconnaissance de la validité du PLURALISME des partenaires, des pratiques et manies, et surtout pas de survalorisation négative de la chair puisque l’amour platonique est lui aussi valorisé. FOURIER ouvre les portes « à tout rapport et tout type de rapport, hétérophile, homophile, hétéro et homophile à la fois, orgiaque, maniaque… » note l’italien Arrigo COLOMBO2. FOURIER peintre de la DIVERSITÉ et de L’ÉPHÉMÈRE ?
ÉGALITARISME surtout homme-femme, mais également prise en compte de la spécificité de la jeunesse, de la vieillesse, du handicap…
PRÉ-FREUDISME : engorgement - refoulement… sont évités si on libère et si on assume les passions.

II. Mais avec lui-aussi des LIMITES, par tactique plus que par stratégie ?

Les restrictions à cette liberté amoureuse, ont sans doute pour raison principale la PRUDENCE d’un auteur qui ne veut pas être condamné, ni censuré, ni mal-compris, et qui préfère s’autocensurer en faisant quelques CONCESSIONS pour faire passer l’essentiel.
• La première grande limitation est que cette liberté ne sera acquise que PROGRESSIVEMENT ; elle est donc DIFFÉRÉE. La liberté féminine ne sera totale qu’en 7º période. FOURIER préconise que « le libre exercice de cette passion (l’amour) sera renvoyé à un demi-siècle »3, voire à une « soixantaine d’années »4. Il reconnaît pourtant que cette interdiction de « l’amour libre et de la paternité libre » produira « d’énormes lacunes dans le mécanisme d’harmonie » du fait de « l’engorgement » occasionné5.
• La seconde est que les ENFANTS de moins de 15 ans ne sont pas concernés, et doivent avant tout être protégés.
• Il en est de même pour les FEMMES puisqu’en 1808 il écrit que la liberté sexuelle féminine complète ne s’exercerait seulement qu’à partir de 18 ans6. De 15 à 20 ans les jeunes évolueront entre vestels et vestales (conservant leur virginité et limitant leur sexualité) et damoiseaux et damoiselles qui pourront exercer leur sexualité, mais sans pression ni dérive. La sexualité devant au moins jusqu’à 20 ans s’exercer de manière progressive et plutôt dans le registre de la fidélité7.
• Une quatrième limitation est plus insidieuse, autoritaire et hiérarchique, et donc paradoxale pour un auteur qui passe pour féministe : la totale liberté ne s’opérera qu’après « un vote à l’unanimité par les pères et les maris »8.

III. Hormis les libertaires, rares sont les courants du socialisme ou du radicalisme proches du sensualisme fouriériste au XIXº et début XXº

Quelques révolutionnaires français, britanniques et allemands appartiennent à une sorte de PREMIER ANARCHISME au début du XIXº : les pré-anarchistes britanniques sont les plus intéressants William GODWIN, Mary WOLLSTONECRAFT, Mary GODWIN-SHELLEY, Percy B. SHELLEY voire George G. BYRON… Communautarisme libre et égalitaire.
Quelques saint-simoniens dont le Père ENFANTIN et son concept d’« amour mobile » et surtout Charles DUVEYRIER évoqué par Thomas BOUCHET.
Entre saint-simonisme et d’autres courants, LES FEMMES TIENNENT UNE BELLE PLACE : Claire DEMAR (1799-1833), en s’opposant à la propriété et à la domination, tant sociale que physique, peut apparaître comme une proto-libertaire. Elle fait l’apologie de la chair et de la polyandrie9. Toutes vivent librement comme Flora TRISTÁN (1803-1844), Jeanne DEROIN (1805-1894) et son mariage civil, Suzanne VOILQUIN (1801-1876) et La Femme libre, Aurore DUPIN dite George SAND (1804-1876) et ses nombreux amants…
Entre CABET et PROUDHON, une des premières grandes féministes françaises est Jenny D’HÉRICOURT (1809-1875) qui dénonce PROUDHON dès 1856.
Le premier SOCIALISME AUTOCHTONE ÉTATSUNIEN, PRÉ-ANARCHISTE, est partiellement axé sur le Free Love Movement. Surtout Josiah WARREN (moins concerné par la liberté amoureuse) et Stephen ANDREWS. Ils évoluent entre coopération mutualiste, individualisme et expérimentations communautaires : Utopia, Modern Times.
Curiosité religieuse étatsunienne : le perfectionniste John Humphrey NOYES (1811-1886) : MARIAGE COMPLEXE et stirpiculture à Oneida vers 1869-1879.
• Les avancées d’Alexandra KOLLONTAÏ dans la jeune Russie soviétique.
• Les recherches sur l’orgasme et la révolution sexuelle de Wilhelm REICH.

IV. C’est surtout au sein des ANARCHISMES qu’émergent préoccupations et propositions semblables à celles émises par FOURIER, soit en le suivant, soit de manière autonome

1- Mais avec des LIMITES à apporter :
Acceptation de règles ou traditions par de nombreux libertaires : mariages civils, voire religieux, fréquents ; éducation séparée des filles… par quelques anarchistes. Diverses causes : force du conformisme ? volonté de ne pas heurter ses proches ou de les respecter ? dissimulation nécessaire par précaution et volonté de se fondre dans la masse ?…
• Existence certes TRÈS MINORITAIRE d’un anarchisme misogyne (le français PROUDHON) ou macho et anti-homosexualité (l’espagnol José PEIRATS) ou puritain (l’amant d’Emma, l’allemand-étatsunien Johann MOST) ou traditionnaliste (l’italien Carlo MOLASCHI). La femme n’a pas forcément à gagner de passer du mariage bourgeois à l’union libre, car le machisme persiste en terre anarchiste. Terrible inconséquence.
• L’amour libre, le néo-malthusianisme, les communautés pratiquant ou non l’amour libre, la totale indépendance féminine ou homosexuelle… dérangent parfois, et provoquent DES REJETS, PLUS SOUVENT DE MANIÈRE TACTIQUE (dispersion, front secondaire, marginalisation… si on suit par exemple Errico MALATESTA) QU’ÉTHIQUE.
• Existence d’un ANARCHISME MORALISATEUR, PURITAIN, RIGORISTE, ABSTINENT, pour une vie simple et donc des plaisirs uniquement naturels et sans dérèglements : les anarchistes épicuriens et amour-libristes sont donc parfois durement critiqués. L’adultère et la vie sexuelle libre sont même condamnés pour immoralisme par bien des anarchistes qui se posent eux comme les seuls êtres éthiquement irréprochables face à une société dégénérée. C’est la bourgeoisie qui incarne l’immoralisme et la sexualité indécente… On ne doit pas la copier. Terrible méprise souvent ouvriériste.
Positionnements parfois dangereux dans le mouvement EUGÉNISTE : si l’objectif est bien un esprit sain dans un corps sain et libéré et dans une société harmonieuse, certaines formules sont problématiques maladroites ou inquiétantes, comme par exemple la volonté de « stérilisation des dégénérés »10. Certes la plupart datent d’avant le nazisme…

2- Et des PRÉCISIONS terminologiques essentielles :
Quasiment tous LES ANARCHISMES SONT POUR L’UNION LIBRE MAIS PAS TOUS POUR L’AMOUR LIBRE alors que l’inverse est vrai. L’amour libre n’est pas un concept figé (fixed concept) et univoque, et il varie selon les lieux, les périodes, les groupes11. En plus, au XIXº s. dans un milieu globalement hostile et rétrograde, « plus qu’une pratique, le slogan était une provocation théorique de difficile réalisation, y compris pour les anarchistes » comme le note Elena BIGNAMI pour le cas italien12. Ils utilisent diverses notions qui ne se recoupent pas forcément et qui évoluent ou sont simultanément employés comme pour E. ARMAND et ses divers concepts « liberté d’aimer », « amour en liberté », « liberté sexuelle », « amour plural ». Les anarchistes récents proposent une vision sexuelle égalitaire et libertaire, et profondément ouverte et respectueuse des choix de chacune et de chacun. Il faut donc distinguer ce qui touche à la liberté sexuelle ou libre sexualité, et ce qui touche aux formes d’unions entre des êtres amoureux.

UNION LIBRE est le sens principal de l’amour libre au XIXº-début XXº. Il rejoint toutes les théories libertaires sur le CONTRAT entre pairs et prend parfois l’appellation de PACTE LIBRE (Vicente BALLESTER TINOCO tué en 1936). Il correspond au libre choix du ou de la partenaire, et se veut AMOUR EN LIBERTÉ (Sébastien FAURE) donc éventuellement rompu si l’un ou l’autre change d’idée ou de penchant. Il valorise souvent de fait comme de pensée une certaine forme de fidélité et se trouve ici en butte à toutes les positions libertaires pour le droit à l’infidélité et sa décriminalisation (Jan MARESTAN dans l’Encyclopédie anarchiste). Ainsi bien des amours libres entre libertaires produisent des couples restreints choisis et égalitaires, qui durent parfois très longtemps.
MAIS de plus en plus l’union libre anarchiste dépasse ces conventions : BAKOUNINE évoque le MARIAGE LIBRE (Catéchisme révolutionnaire 1865) dans un sens ouvert. Cela rejoint Leopoldo BONAFULLA (Joan Baptista ESTEVE) avec sa FAMILLE LIBRE en 1910 ou Vicente NEBOT [Ateneo racionalista catalano (début XXº siècle) et ses COMMUNAUTÉS AMOUREUSES13]. DURRUTI valide les COUPLES LIBRES dans sa colonne et le chilien Alejandro JODOROWSKY propose aujourd’hui un CONTRATO DE PAREJA PARA UN AMOR LIBRE. Lionel LABOSSE souhaite un CONTRAT UNIVERSEL et pour le côté changeant et éphémère on peut évoquer les TAZ d’Hakim BEY.

ATTENTION : la CONVIVANCE vécue est loin d’être toujours une forme d’activisme politique ; dans le 1/3 des ménages ouvriers parisiens des années 1860 qui vivent en union libre (reconnue par le Journal officiel du 11/04/187114) très rares sont sans doute celles et ceux qui le font de manière idéologiquement marquée, sauf sans doute en Espagne où sont nombreux les PAREJAS DE HECHO. Ces MATRIMONIOS CIVILES furent légalisés par un ministre anarchiste en 1936 : Juan GARCÍA OLIVER.

lunedì 30 aprile 2018

DERECHOS HUMANOS: UNA PERSPECTIVA CULTURAL, por Tito Alvarado

© Quino
En el año 1948, exactamente el 10 de diciembre, se firmó la Declaración Universal de los Derechos Humanos. Documento que con el tiempo ha demostrado estar redactado más de buenas intenciones que de realidades sostenibles. Tanto las dictaduras como los gobiernos “democráticos” se han ocupado de violar sistemáticamente estos derechos.
Lo paradójico es que se ha debido redactar una Declaración Universal que consagre lo que se ha de entender por Derechos de los seres humanos, lo cual nos señala que antes de esa declaración estos supuestos derechos, es decir, ese algo sagrado a respetar por todos los que convienen humanamente, no existían o no había suficiente respeto hacia ellos. Sin embargo, la consagración de los Derechos Humanos que hace la Declaración Universal no ha pasado de ser una simple ilusión, pues antes y después de dicha fecha no hubo ni ha habido mucho respeto por los derechos del ser humano, pues en esencia la civilización actual se sostiene sobre la base del no respeto por el ser humano. Visto de este modo el asunto, podemos concluir que nos enfrentamos a dos dilemas: el de determinar las razones de este no respeto, enfrentamiento que ha de conducirnos al cambio; y el de entender que ante todo son los hechos los que tienen valor, no las palabras o buenas intenciones.
Se da el caso que ahora, a fuerza de ser transgredidos por ellos (los que tienen posiciones de poder) estos Derechos Humanos consagrados en la Declaración Universal, debemos nosotros, los desposeídos del poder, levantar organización y hacer conciencia sobre la necesidad de respetar estos derechos teóricos y castigar a quienes no los respetan. Lo terrible es que hacemos esto dentro de ciertas reglas y cierta moral, que no son nuestras reglas ni nuestra moral sino las reglas y la moral de quienes dominan, transgrediendo y corrompiendo todo lo que tocan.
Si nos atenemos al contenido de la Declaración Universal de los Derechos Humanos, veremos que son de una justicia que supone un ser humano mucho más desarrollado moralmente y suponen un orden de cosas y un sistema económico social cuya misión fundamental sea el ser humano. La cruda realidad en que se mueve lo humano actualmente es que unos son enemigos consagrados de otros; que unos tienen poder y son los menos, que otros no tienen nada y son los más. En la esencia misma del sistema está la raíz del no respeto de unos seres humanos contra otros y allí también están los fundamentos ideológicos que justifican la deshumanización del ser humano y convierten en moral todo aquello atentatorio contra la dignidad humana.
Sin cambiar de raíz el actual sistema socioeconómico, por uno cuyo centro y motor sea todo lo humano no habrá lucha por el respeto a los derechos humanos que sea de verdad una lucha fructífera.
Nos movemos en un círculo vicioso: de un lado, nos ocupamos de defender unos derechos que no se respetan dentro de los marcos de una sociedad que tiene por fundamento no respetar al ser humano; y de otro, no podemos no luchar porque se respeten. Esto nos sitúa entre la espada y la pared: cómplices del sistema por ingenuidad, al creer o esperar que dentro del sistema se pueda obtener justicia; o cómplices por inacción, y obtener como resultado la permanente violación de los derechos humanos.
La falsa solución de este problema puede dar como resultado que muchos se muevan en lo estrictamente urgente, sin atender lo verdaderamente importante. Lo que se necesita hoy es incorporar a toda lucha social: la lucha por el cambio social, la lucha por el respeto de los derechos humanos, la lucha por el respeto a la diferencia cultural, así como incorporar a cada una de estas luchas –las otras, que falten–. Se trata de romper los esquemas neoliberales que lentamente se han enquistado en nuestros movimientos, bajo la forma de que lo nuestro es lo único o lo más importante, esperar que los otros se agreguen a nuestro movimiento o luchar acomodando nuestra visión de la realidad a las necesidades de nuestros fines.
Que estas palabras iniciales sirvan de preámbulo para insertarnos en los aspectos del tema que ahora queremos desarrollar.

A) Un examen breve
Se entiende por derechos humanos el contenido de la Declaración Universal de los Derechos Humanos del Hombre, aprobada por las Naciones Unidas poco después de la Segunda Guerra Mundial. Si nos remitimos al Manifiesto Comunista de 1848, veremos que en su primera parte este nos dice que la violencia ha sido la partera de la humanidad. Con esto se nos está señalando que la violencia obedece a unas leyes internas, no en su expresión sino en su origen y contenido, en esencia para imponer la “razón” de las fuerzas emergentes o de las que resulten vencedoras en el proceso de la lucha de clases. Es la constatación del fatalismo que la humanidad avanza a las trompadas.
¿Cuál podría ser el objetivo de unas normas para regir el respeto entre los seres humanos, como en esencia es la Declaración Universal de los Derechos Humanos? ¿Regular las miserias de los pueblos o intentar hacernos creer que basta un simple código escrito para que la convivencia humana sea diametralmente distinta? Los porfiados hechos se han encargado de entregarnos una respuesta que anula todo propósito altruista de dicha declaración, pues la violencia de quienes tienen el poder, contra todo intento de revertir el orden establecido por ellos, no obedece a otras normas que no sean sus propios y únicos intereses.
Veamos que nos dicen algunos artículos y evaluemos:

  • Artículo 1 – Todos los seres humanos nacen libres e iguales en dignidad y derechos y, dotados como están de razón y conciencia, deben comportarse fraternalmente los unos con los otros.
Aquí se establece una norma ideal, se nos enuncia algo que debiera ocurrir, pero que no ocurre.
De momento que nacemos bajo el paso de la deuda externa, bajo el peso o confort de la situación económica y social de nuestros padres, hay unas terribles diferencias que nos marcan como libres a los menos y como esclavos modernos a los más. Lo de dotados de razón y conciencia, más parece un eufemismo que un enunciado de posible lógica. La razón, es decir el razonamiento, se alimenta de educación, de cierta capacidad para pensar y sobre todo de información veraz; de otra parte, el comportamiento fraternal supone tener con que hacerlo. Nadie puede invitar a compartir lo que no se tiene.

  • Artículo 3 – Todo individuo tiene derecho a la vida, a la libertad y a la seguridad de su persona.
Cada día que pasa, las grandes ciudades se vuelven más y más inseguras. Ya nadie puede pasearse a altas horas sin temor de ser asaltado y despojado de las pocas cosas de valor que pueda tener. Esto mismo hace que no seamos libres en nuestros movimientos ni sentimientos. El derecho a la vida ha de suponer una seguridad de contar con un respaldo social contra todo acontecimiento anti-vida: un accidente, una enfermedad o un acto criminal. Ya sabemos cuán lejos estamos de este derecho. Si entendemos la vida no simplemente como el acto de respirar sino como todo lo que acompaña la respiración y el latir de un corazón en un cuerpo humano, deberíamos entender que estamos hablando de educación, de trabajo, de esparcimiento, de reconocimiento. Todas cosas presentes en la vida humana, pero acomodadas al grado de riqueza que cada cual disponga. Es como si a más riqueza material, más vida; a menos riqueza, menos vida.

  • Artículo 5 – Nadie será sometido a torturas ni a penas o tratos crueles, inhumanos o degradantes.
Ninguna dictadura ha respetado jamás este derecho. Casi todos los gobiernos “democráticos” se valen de alguna de estas formas de coerción aquí condenadas. Tratos crueles son el trato preferencial de muchos gobiernos, a través de su policía o ejército, de reprimir violentamente manifestaciones públicas de rechazo a algunas de sus políticas. Inhumano es el paro de millones y millones de trabajadores, inhumano es los miles y miles de niños en la calle. Degradante es la falta de auténticas oportunidades para todos.

  • Artículo 9 – Nadie podrá ser arbitrariamente detenido, preso ni desterrado.
Este derecho contradice lo establecido en las leyes antiterroristas que casi todos los países han adoptado imitando al imperio. Ahí tenemos los millones de condenados al exilio (destierro) para salvar sus vidas y también para tener una simple oportunidad. Poco importa que sea una medida de estricto carácter político o económico; lo cierto es que de más en más, por medio del auto destierro, la gente busca desesperadamente una salida a su situación de constantes postergaciones.

domenica 29 aprile 2018

MONSANTO & CO. ALLA CONQUISTA DELLA TERRA, di Maurizio Fratta

Vandana Shiva
Sono decine di migliaia i contadini indiani che nei primi giorni di marzo si sono mossi alla volta di Mumbai, capitale del Maharashtra, uno degli stati più prosperi dell’Unione indiana, ma anche quello dove si registra il maggior numero di suicidi fra gli agricoltori.
Una protesta pacifica organizzata dal Partito comunista indiano, che ha avuto il merito di riportare l’attenzione sulla gravissima crisi agraria che da quattro anni attanaglia l’immenso Paese. Manifestazione che muove dall’insostenibilità della condizione di milioni di piccoli coltivatori, stretti fra la morsa della caduta di prezzi e redditi e gli indebitamenti contratti con le banche per poter continuare a lavorare la terra.
Dal subcontinente indiano, ancora una volta, si leva un grido di denuncia contro le grandi società dell’agrobusiness, che distruggono la biodiversità, avvelenano milioni di persone e sottraggono terra e lavoro ai contadini, cercando così di controllare globalmente la vita sul pianeta.
A fine gennaio Vandana Shiva, attivista e scienziata indiana, era a Firenze per parlare dell’alternativa alla concezione del mondo portata avanti dalla Monsanto. L’abbiamo incontrata presso lo Spazio InKiostro, durante una conferenza stampa organizzata dall’Associazione perUnaltracittà. Ecco le sue parole:
«Come tutti sapete, stiamo vivendo tempi molto tumultuosi. Non c’è nulla di inevitabile e di naturale in ciò che accade. Negli ultimi vent’anni molteplici regole imposte dalle multinazionali, definite come “libero scambio”, hanno preso il sopravvento sulle nostre norme nazionali.
Noi - Navdanya International ed io - siamo in guerra fin dal primo momento, da quando sono stati promulgati i trattati Gatt e Wto, che hanno avuto un impatto sull’India, quasi una seconda colonizzazione, e soprattutto sulla sua agricoltura.
È dagli anni ‘90 che continuo a dire che i semi non sono un’invenzione delle multinazionali. I semi sono una nostra eredità, sono il nostro patrimonio e sono decisivi per il nostro futuro. Ed è per questo motivo che abbiamo lanciato il Seed Freedom Movement, per salvaguardare a livello internazionale il diritto dei coltivatori a conservare, coltivare e scambiare i semi per permettere ai consumatori di cucinare e mangiare cibo sano e nutriente. I semi non sono proprietà di un’azienda. Le royalties che ricavano dai loro brevetti sono da considerarsi un crimine.
In India ci sono tantissimi casi che coinvolgono la Monsanto ed è per questo che l’abbiamo portata davanti al Tribunale dell’Aia, davanti ai giudici competenti. Ora anche i governi locali si stanno impegnando per far fronte a una situazione che ha caratteristiche emergenziali, con i contadini che si suicidano proprio per le condizioni imposte e con tantissimi altri che si ammalano a causa dei pesticidi venduti nei kit insieme ai semi. Da noi si comincia a parlare di omicidio colposo per quanto riguarda queste pratiche.
Un’altra emergenza è la fusione tra la Bayer e la Monsanto. Il settore agroindustriale e quello farmaceutico si stanno fondendo e insieme costituiscono una minaccia ancor più grande. Una fusione che dovrebbe essere rigettata ma che viene riproposta: stiamo combattendo per smascherare tutte le bugie che vengono propinate per ottenerne l’approvazione.
Ogni singola compagnia ha violato i diritti legali dei cittadini di ogni stato. Ne sono esempi ciò che è successo con il glifosato e quanto la Monsanto sta facendo con il Roundup, l’erbicida che si basa sul principio attivo del glifosato. Non appena la Monsanto è stata indagata per il monopolio sui semi, essa stessa ha subito denunciato l’antitrust indiano. Come fa la Bayer con i neonicotinoidi, i pesticidi che stanno decimando la popolazione delle api: quando l’Unione europea ha confermato i rischi connessi, è passata immediatamente alle vie legali.
Prima della globalizzazione il monopolio era un oligopolio ed era visto nel contesto dei diritti delle persone e del Bene Comune. Dopo la globalizzazione siamo passati all’aritmetica dei numeri: se si ha una quota di mercato inferiore al 50% - si afferma - non se ne possiede il monopolio. Ma poi la Monsanto, tramite i suoi impiegati, ha messo su con duemila dollari una società a essa collegata proprio per aggirare le norme antitrust sul monopolio.
Voglio lanciare un appello tramite la stampa ai cittadini italiani, ai cittadini europei, per ribadire che qui non si tratta di numeri o di quote, ma che ne va della nostra libertà. Libertà di poter scegliere come coltivare, ma anche libertà dei popoli a vivere e ad avere accesso alle risorse naturali.
Di fronte alla manipolazione della post-verità, con una mobilitazione di centinaia di migliaia di contadini noi affermiamo che il cibo e l’agricoltura sono cose troppo importanti per lasciarle nelle mani di multinazionali che promuovono un regime di libero mercato con poche regole - anzi, spesso privo di regole - regole sempre condizionate dagli interessi delle stesse grandi compagnie.
Penso in questo momento al mercato del grano e al controllo esercitato dalla Cargill. I prezzi dei prodotti del lavoro dei contadini non sono mai reali. Prendiamo il caso delle patate, comprate ai contadini a dieci rupie per 50 chili e poi rivendute dalla Pepsi, che le commercializza, in confezioni da 50 grammi al costo di venti rupie. I contadini non guadagnano abbastanza perché c’è chi guadagna troppo. E nel contempo i consumatori che comprano questo cibo trasformato, questo cibo spazzatura, si ammalano.
Questo stato di cose ha causato la distruzione del 75% del suolo, della biodiversità e dell’ambiente in generale, ed è anche responsabile al 50% dei problemi relativi ai cambiamenti climatici. Anche il 75% delle malattie croniche possono essere messe in relazione al cibo industriale.
E ricordiamo poi che il modello di agricoltura industriale è un modello di agricoltura senza agricoltori. Si inizia a parlare di fine dell’era del cibo. Sul mercato si propongono già latte, olio e fagioli sintetici. Immaginano costantemente un mondo con meno lavoro e più profitti, un modello di società in cui il 99% della popolazione non serve. Noi invece continuiamo a pensare che l’economia non possa valere soltanto per l’1% che ha deciso di avvelenarci.
Questo manifesto rappresenta il cartello dei veleni: Monsanto, Bayer, Syngenta, Dupont, Dow e Basf, riunitesi per essere sempre più potenti. Accanto al nome della società abbiamo scritto quello del proprietario. Industria alimentare e farmaceutica in un disegno di dominio globale. Miliardari che mettono i loro soldi nei fondi di investimento privati che a loro volta controllano le grandi corporations. Più ci rinchiudono nel recinto di questa dittatura legata al cibo e ai semi, più fanno profitti.
È venuto il momento per noi tutti di reclamare i nostri diritti. Se non lo facciamo ora, non ci sarà possibile farlo nel futuro. Anzi: non ci sarà nemmeno più futuro».

RED UTOPIA ROJA – Principles / Principios / Princìpi / Principes / Princípios

a) The end does not justify the means, but the means which we use must reflect the essence of the end.

b) Support for the struggle of all peoples against imperialism and/or for their self determination, independently of their political leaderships.

c) For the autonomy and total independence from the political projects of capitalism.

d) The unity of the workers of the world - intellectual and physical workers, without ideological discrimination of any kind (apart from the basics of anti-capitalism, anti-imperialism and of socialism).

e) Fight against political bureaucracies, for direct and councils democracy.

f) Save all life on the Planet, save humanity.

(January 2010)

* * *

a) El fin no justifica los medios, y en los medios que empleamos debe estar reflejada la esencia del fin.

b) Apoyo a las luchas de todos los pueblos contra el imperialismo y/o por su autodeterminación, independientemente de sus direcciones políticas.

c) Por la autonomía y la independencia total respecto a los proyectos políticos del capitalismo.

d) Unidad del mundo del trabajo intelectual y físico, sin discriminaciones ideológicas de ningún tipo, fuera de la identidad “anticapitalista, antiimperialista y por el socialismo”.

e) Lucha contra las burocracias políticas, por la democracia directa y consejista.

f) Salvar la vida sobre la Tierra, salvar a la humanidad.

(Enero de 2010)

* * *

a) Il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi che impieghiamo dev’essere riflessa l’essenza del fine.

b) Sostegno alle lotte di tutti i popoli contro l’imperialismo e/o per la loro autodeterminazione, indipendentemente dalle loro direzioni politiche.

c) Per l’autonomia e l’indipendenza totale dai progetti politici del capitalismo.

d) Unità del mondo del lavoro mentale e materiale, senza discriminazioni ideologiche di alcun tipo (a parte le «basi anticapitaliste, antimperialiste e per il socialismo.

e) Lotta contro le burocrazie politiche, per la democrazia diretta e consigliare.

f) Salvare la vita sulla Terra, salvare l’umanità.

(Gennaio 2010)

* * *

a) La fin ne justifie pas les moyens, et dans les moyens que nous utilisons doit apparaître l'essence de la fin projetée.

b) Appui aux luttes de tous les peuples menées contre l'impérialisme et/ou pour leur autodétermination, indépendamment de leurs directions politiques.

c) Pour l'autonomie et la totale indépendance par rapport aux projets politiques du capitalisme.

d) Unité du monde du travail intellectuel et manuel, sans discriminations idéologiques d'aucun type, en dehors de l'identité "anticapitaliste, anti-impérialiste et pour le socialisme".

e) Lutte contre les bureaucraties politiques, et pour la démocratie directe et conseilliste.

f) Sauver la vie sur Terre, sauver l'Humanité.

(Janvier 2010)

* * *

a) O fim não justifica os médios, e os médios utilizados devem reflectir a essência do fim.

b) Apoio às lutas de todos os povos contra o imperialismo e/ou pela auto-determinação, independentemente das direcções políticas deles.

c) Pela autonomia e a independência respeito total para com os projectos políticos do capitalismo.

d) Unidade do mundo do trabalho intelectual e físico, sem discriminações ideológicas de nenhum tipo, fora da identidade “anti-capitalista, anti-imperialista e pelo socialismo”.

e) Luta contra as burocracias políticas, pela democracia directa e dos conselhos.

f) Salvar a vida na Terra, salvar a humanidade.

(Janeiro de 2010)