L’associazione Utopia rossa considera suo fondamento politico il principio secondo cui il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi si deve riflettere l’essenza del fine. Non ha programmi politici, come del resto non ne aveva la Prima internazionale. Nonostante le più diverse provenienze ideologiche dei suoi sostenitori, essa ritiene che l’anticapitalismo dilagato dopo l’inizio dell’Antirivoluzione russa (dicembre 1917) sia stato motivato fondamentalmente da idee precapitalistiche, cioè retrograde, e non da progetti di civiltà in grado di superare il capitalismo sviluppando ulteriormente i suoi modelli di democrazia. Ciò spiega anche il prevalere, nella storia della cosiddetta «sinistra», di simpatie per i regimi dittatoriali di ogni specie e colore. Utopia rossa si batte contro l’ulteriore diffusione di ideologie precapitalistiche vecchie e nuove (in campo politico, culturale, ecologico, religioso ecc.), come parte della sua battaglia per il superamento del capitalismo, se si vuole salvare la vita sulla Terra con la sua umanità. In questo senso la sua utopia continua ad essere rossa.

The Red Utopia association considers its political foundation to be the principle that the end does not justify the means, but that the means must reflect the essence of the end. It has no political program, just as the First International did not. Despite the diverse ideological backgrounds of its supporters, it believes that the anti-capitalism that spread after the start of the Russian Anti-Revolution (December 1917) was fundamentally motivated by pre-capitalist – that is, retrograde – ideas, and not by civilizational projects capable of overcoming capitalism and of further developing its democratic models. This also explains the prevalence, throughout the history of the so-called «left», of sympathies for dictatorial regimes of all kinds and colors. Red Utopia fights against the further spread of old and new pre-capitalist ideologies (in the political, cultural, ecological, religious, and other fields) as part of its battle to overcome capitalism, if life on Earth, including its humanity, is to be saved. In this sense, its utopia remains red.

PER SAPERNE DI PIÙ CI SONO UNA COLLANA DI LIBRI E UN BLOG IN VARIE LINGUE…

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martedì 2 gennaio 2024

DISCUSSION ON ISRAEL


Answer to Albertani
by Roberto Massari
 
ENGLISH - ESPAÑOL - FRANÇAIS - DEUTSCH - РУССКИЙ

Dear Claudio, 
as you well know, in recent times and before your article, Red Utopia [Utopia Rossa] had already published some texts openly talking about a single, multi-ethnic, democratic, secular and if necessary even federal state. And I am pleased that you favorably quote similar positions from anti-Zionist, leftist or simply democratic Israelis or Jews (moreover, positions that are not new but have always existed), which coincide so with ours. You recall that Martin Buber also had an analogous or similar position – a binational democratic state – but, so far as I know, he never denied the legitimacy of existence of the State of Israel, however critical he may have been on UN Resolution 181.
Let us come to your article, starting with the question of the legitimacy of existence of the State of Israel.
This state, which came into being in 1947-48, in a legal sense has a more than legitimateexistence, because this legitimacy came to it by the highest supranational body that exists in the world: the United Nations (be it good or bad, and good or bad that decision was). It was not an act of military occupation or territorial conquest by force. Nor was it a compromise of colonial powers, as it was for Iraq, Syria and Jordan, whose borders were largely decided at the table (primarily by Britain) by drawing lines on the map. The birth of Israel (Resolution No. 181) was voted on Nov. 24, 1947 by a majority of the countries then members of the UN: 33 in favor (including the USSR, and this is crucial that we do not forget, and certainly not out of my sympathy for an anti-Semite like Stalin), 13 against (mostly Arab or Muslim states) and 10 abstained. The resolution also included the establishment of a Palestinian state and other clauses that were disregarded (by Israel, but not only, including the UN).

domenica 24 dicembre 2023

DISCUSSIONE SU ISRAELE (Parte 1ª di 3)

di C. Albertani, M. Nobile, R. Massari

Contro il sionismo, contro l'antisemitismo, per l'umanità*
di Claudio Albertani
BILINGUE: ITALIANO - ESPAÑOL
L'antisemitismo è il socialismo degli idioti
Auguste Bebel

Qualche giorno fa, durante una protesta davanti all'ambasciata israeliana di Città del Messico, qualcuno ha gridato degli slogan antisemiti. Era un provocatore ed è stato subito isolato. Tuttavia, la questione è delicata perché lo Stato sionista sta sfruttando l'innegabile recrudescenza dell'antisemitismo dopo l'invasione di Gaza per giustificare i propri crimini. Tale narrazione è legittimata da un fatto storico: gli ebrei sono stati vittime di uno dei più grandi massacri della storia, l'Olocausto (Shoah in ebraico), compiuto dai nazisti nel corso della Seconda guerra mondiale. Ciò giustificherebbe il fatto che i sopravvissuti si siano rifugiati in Palestina, una regione che in teoria apparterrebbe loro per ragioni storiche e teologiche.
È qui che inizia il groviglio, perché il problema di Israele è duplice: non solo il suo attuale governo è impresentabile, ma anche la sua legittimità storica è discutibile. Secondo Netanyahu, i palestinesi sarebbero un gruppetto di persone senza storia che perseguitano gli ebrei proprio come facevano i nazisti. In queste condizioni, Israele non avrebbe altra scelta che difendersi, se necessario, con una forza spropositata. E naturalmente tutti noi che ci opponiamo saremmo antisemiti o, per essere più precisi, antiebraici.
Eppure, a quanto pare, tra gli antisionisti ci sono anche molti ebrei. Nella stessa Israele, la nuova scuola di storici ha smontato i miti fondanti del sionismo. Uno di questi è la cosiddetta diaspora, il presunto esilio degli ebrei dopo la distruzione del Secondo Tempio di Gerusalemme (70 d.C.), quando sarebbero stati dispersi in tutto il Mediterraneo. In The Invention of the Jewish People (2008) e The Invention of the Land of Israel (2012), Shlomo Sand dell'Università di Tel Aviv dimostra che questa dispersione non è mai avvenuta e che i Romani non li hanno mai espulsi.
Sulla base dei documenti lo storico israeliano dimostra che le comunità ebraiche che esistevano ed esistono tuttora in molte parti del mondo sono il prodotto di diverse ondate di conversioni avvenute a partire dal IV secolo d.C. e non di flussi migratori  provenienti dalla Palestina. È vero che c'erano e ci sono ebrei sparsi per il mondo; è vero che sono stati vittime dell'antisemitismo, che è una terribile macchia nella storia dell'umanità, ma sostenere che il popolo ebraico abbia dei diritti ancestrali sulla Palestina è così assurdo come sostenere che i buddisti abbiano dei diritti ancestrali sulla terra di Siddharta Gautama.

mercoledì 9 maggio 2018

ITALIA: UN ‘68 QUE DURÓ DIEZ AÑOS, por Claudio Albertani

Para Valentina y Marcello, mis hijos

¿Qué queremos?
¡Lo queremos todo!
(Pancarta en la barricada de
corso Traiano, Turín, 1969)

Quien habla de revolución
sin referirse a la vida cotidiana
tiene un cadáver en la boca.
(Graffiti, Milán, 1971)

Una precisión necesaria: nací en Milán en 1952 y viví el año de 1968 en el liceo. Como decenas de miles de mis coetáneos, participé en el movimiento estudiantil a partir de finales de 1967, en calidad de activista de a pie. Viví con pasión la temporada de las luchas obreras y me incorporé al colectivo libertario de mi escuela. Después vinieron los años 70, las comunas, las drogas psicodélicas y la lucha armada (en la cual nunca creí). Y cuando el movimiento se agotó, agarré la mochila para conocer el mundo. Como dijera Amin Maalouf, “soy hijo del camino, la caravana es mi patria y mi vida la más inesperada travesía”.

Recuerdos
Medio siglo después, 1968 me sigue pareciendo un año axial, la rara circunstancia en que el instante se enlaza con el tiempo y la coyuntura con la larga duración. No había crisis, más bien la economía marchaba viento en popa y, sin embargo, ocurrió un ataque, tan masivo como inesperado, contra el conjunto de las condiciones de vida bajo la dominación capitalista. En París, el movimiento estudiantil se convirtió en una gran revuelta que provocó la mayor huelga general en la historia de Francia. Otras grandes metrópolis –Ámsterdam, Tokio, Milán, Londres, Nueva York y la Ciudad de México– fueron teatros de luchas que tenían como objetivo nada menos que la creación de un mundo nuevo. Junto al sentimiento de que nada podría ser como antes, nuestra generación descubrió la pasión por la vida colectiva y la posibilidad de transformarla. “Rápido”, decían elocuentemente los muros, y todos sabíamos de qué se trataba.
Así como las epidemias medioevales no respetaban fronteras ni jerarquías sociales, la rebelión anuló clasificaciones políticas, geográficas e ideológicas. A pesar de que el mundo se hallaba dividido en dos bloques contrapuestos: el capitalista y el falsamente llamado “socialista”, la rebelión se contagió a Checoslovaquia y a Polonia revelando el carácter burocrático e imperialista del sistema soviético. En Gdansk, Stettin y Praga, las explosiones de cólera se parecían peligrosamente a las de Detroit y Watts.
En el sur del mundo, se oía la voz sorda y amenazante de los condenados de la tierra. En África, la descolonización despertaba insólitos apetitos de libertad; en América Latina, la Revolución cubana motivaba a una nueva generación de activistas, y en Vietnam la ofensiva del Tet ponía en jaque al país más poderoso del mundo. En este contexto, el caso de Italia se presenta como la expresión local de un movimiento de alcance planetario. En la península, sin embargo, el movimiento comenzó antes y terminó después, alcanzando un nivel de radicalidad desconocido en otras latitudes. Para comprender sus rasgos esenciales es necesario dar unos pasos atrás.

Antecedentes
Al concluirse el segundo conflicto mundial, Italia seguía siendo un país atrasado con una estructura prevalentemente agraria. Caso único en Europa occidental, el fascismo había sido derrotado por fuerzas populares que habían consolidado islotes de poder en las fábricas del norte, en el centro y en las regiones rurales del sur. El movimiento obrero contaba con una central única, la Confederación General Italiana del Trabajo (CGIL, por sus siglas en italiano), de tendencia comunista, mutilada hacia 1950 de las tendencias cristiana y socialdemócrata.
A un breve paréntesis de gobiernos unitarios que contaban con la participación del Partido Comunista Italiano (PCI) y del Partido Socialista (PSI), siguió el largo reinado de la Democracia Cristiana (DC) que, en alianza con la mafia, ganó las elecciones de abril de 1948 instaurando un régimen corrupto y aparentemente inamovible que tenía mucho parecido con el PRI de México. Por entonces, la vida política del país se encontraba enmarañada en la Guerra Fría: si los democristianos respondían a Washington, el PC obedecía a Moscú. Sin embargo, contrario a lo que afirmaba la propaganda, los soviéticos no tenían la menor intención de alterar el orden geopolítico surgido de los acuerdos de Yalta (1945), ni favorecían un cambio de gobierno en el país.
La prueba general llegó el 14 de julio de 1948 cuando Antonio Pallante, un estudiante anticomunista, hirió de cuatro balazos al secretario del PC, Palmiro Togliatti, sin matarlo. En todo el país se desencadenaron demostraciones violentas y una huelga general. Mientras los obreros comunistas se alistaban para la insurrección general, el día 15 Togliatti les ordenó volver al trabajo haciendo saber que la vía italiana al socialismo pasaba por la defensa de las instituciones del Estado burgués.
Se originó así una situación paradójica de la que el PC era al mismo tiempo víctima y beneficiario. Víctima, porque los preceptos de la Guerra Fría le impedían acceder al gobierno central, pero también beneficiario porque controlaba parte de la industria cultural, algunas alcaldías de las regiones centrales (Bolonia, por ejemplo) y el jugoso intercambio comercial con el bloque soviético. Se convirtió así en un partido conservador, garante del orden público, que ensanchó su base electoral gracias al transformismo, esa tradición típicamente italiana de cambiar de casaca en el momento oportuno.
Aun así, los comunistas fueron satanizados por la DC, sus paleros y la Iglesia católica, que amenazaba con descomulgar a quienes los votaban. Fincada en los valores del antifascismo y la resistencia, la innegable popularidad del PC, el partido pro-soviético más poderoso de Occidente, preocupaba a la OTAN y a los norteamericanos, que consideraban a Italia un país “en riesgo”. Como respuesta nació Gladio, una red paramilitar clandestina de alcance europeo en la que participaban la CIA y los servicios secretos italianos con el objetivo de desacreditar a los comunistas y mantenerlos alejados del gobierno.

El regreso de la revolución social
Los años 60 se abrieron con una oleada de luchas sociales en Génova, Reggio Emilia (1960) y Turín. Los protagonistas eran obreros jóvenes, emigrados del sur que proporcionaban mano de obra barata a las grandes fábricas del norte (Fiat, Pirelli, Alfa Romeo, Olivetti, Montedison, etc.). Ajenos a la tradición comunista, estos obreros organizaban huelgas salvajes, es decir no controladas por los sindicatos oficiales, que ponían en riesgo la paz social y el tránsito del país a la llamada “modernidad”. Frente al sobrecalentamiento del termómetro social, la Democracia Cristiana optó por incluir a los socialistas en el gobierno esperando frenar al movimiento vía la construcción del Estado social.
Sirvió de poco. Las protestas siguieron más fuertes y amenazantes. Surgieron revistas como Quaderni Rossi, Quaderni Piacentini y Classe Operaia, que expresaban las ideas de una nueva izquierda obrerista, y se formaron núcleos de jóvenes militantes que rechazaban la política conservadora del PC y de los sindicatos. En el centro del conflicto estaba la Fiat de Turín –por entonces una de las fábricas de coches más grandes de Europa– y su antagonista inevitable: el trabajador de línea, no calificado, sobreexplotado y discriminado por ser migrante.
Hacia mediados de la década, llegaron al país los fermentos de la revuelta juvenil internacional, la música de protesta, los cabellos largos y las minifaldas. Fue un severo golpe para la cultura católica y/o comunista de nuestros padres. En 1966, bajo la influencia de los provos holandeses y los hippies norteamericanos, apareció en Milán Mondo Beat, el primer ejemplo de prensa alternativa en Italia. Empezaron las manifestaciones contra la guerra de Vietnam, la toma de edificios y las batallas con la policía. A finales de 1967, fueron ocupadas las universidades de Génova, Nápoles, Milán y Turín. La reivindicación principal era el derecho a estudiar para todos.
A principios de 1968, las experiencias de obreros, estudiantes y contracultura convergieron de manera espontánea. En febrero, los estudiantes ocuparon la universidad de Roma. El 1 de marzo, tuvo lugar la “batalla de Valle Giulia” en la cual, por primera vez, fueron los estudiantes que atacaron la policía, liberando así la Facultad de Arquitectura. Era el principio efectivo de la revuelta juvenil. El mismo mes estalló una huelga en la Fiat por la supresión del sábado de trabajo y por mejores jubilaciones, y se formó el Comité Unitario de Base en la Pirelli de Milán (CUB Pirelli, que tendría una larga trayectoria), expresión de la autonomía de clase frente a la bancarrota de los sindicatos oficiales. En la primavera, la agitación estudiantil siguió en Milán y Turín; estalló la huelga de Valdagno (en el Véneto) contra el textilero Marzotto y se incorporaron a la lucha las fábricas Montedison de Puerto Marghera y Ansaldo de Génova. El norte, es decir la región más productiva del país, estaba en llamas.
En mayo y junio, jóvenes anti-artistas impugnaron la exposición de arte Trienal de Milán y después la Bienal de Venecia. En junio, después del atentado contra el líder estudiantil alemán Rudi Dutschke, cientos de estudiantes asaltamos la sede del Corriere della Sera de Milán, el diario principal del país, símbolo de la prensa al servicio del poder. En otoño, en ocasión de la inauguración de la temporada de ópera en el Teatro alla Scala, recibimos a tomatazos a la buena sociedad milanesa causando un escándalo nacional. Mientras tanto, el sur campesino se incorporaba al movimiento con luchas en torno a la supresión de las enormes diferencias salariales con el norte. En diciembre, la policía disparó en Avola (Sicilia) contra braceros que ocupaban una vía de tránsito, causando una ola de manifestaciones de solidaridad en toda la península.
De Francia nos llegaban las ideas sobre la autonomía de Cornelius Castoriadis (a quien conocíamos únicamente por sus pseudónimos de Pierre Chaulieu y Paul Cardan en la revista Socialisme ou Barbarie) y de los situacionistas sobre la subversión de la vida cotidiana. Leíamos el panfleto vitriólico Sobre la miseria en el medio estudiantil, que despedazaba el militantismo tradicional y defendía la acción política orientada a la realización del placer. Y nos pasábamos de mano en mano dos libros que se hicieron famosos después: el Tratado del saber vivir para uso de las jóvenes generaciones de Raoul Vaneigem y La sociedad del espectáculo de Guy Debord, ambos publicados por primera vez en 1967.

El año que vivimos en peligro
En lo sucesivo, el movimiento se fragmentó en una miríada de conflictos que arremetían contra todos los aspectos de la sociedad: el trabajo asalariado, la explotación, el arte, la cultura, la religión, las costumbres sexuales, la familia y la condición de la mujer. Los integrantes del movimiento éramos ajenos a los partidos y a la izquierda oficial, que nos miraba con recelo pues no nos podía controlar. La mayoría éramos muy jóvenes y no teníamos experiencia política. Pero sabíamos lo que hacíamos.
Cuando, en la primavera de 1969, tomamos mi escuela, el Liceo Scientifico Vittorio Veneto de Milán, juntamos los crucifijos que se encontraban colgados en cada salón, los amontonamos en el patio central y les prendimos fuego. Fue nuestra manera de cuestionar los Pactos de Letrán firmados en 1929 entre la Iglesia católica y el gobierno fascista de Mussolini. Dichos pactos, todavía vigentes, aseguraban a la Iglesia católica el estatus de iglesia oficial del Estado, establecían la enseñanza de la religión católica en el sistema educativo italiano y obligaban la presencia de símbolos religiosos en las aulas.
Surgió un nuevo feminismo –muy diferente, hay que decirlo, a buena parte de la ideología ramplona hoy en boga–, que se nutría de las reflexiones de Mariarosa Dalla Costa y Selma James (compañera del legendario militante negro Cyril Lionel Robert James). Ambas detectaban un aspecto oculto de la acumulación capitalista: la división sexual del trabajo. La mujer llevaba a cabo un trabajo doméstico gratuito, lo cual era la clave de la producción y reproducción de la fuerza de trabajo. A partir de estos planteamientos, el colectivo Lotta Femminista de Padua impulsó la lucha por el salario doméstico y la reducción del horario de trabajo a 20 horas semanales para que todos, hombres y mujeres, pudieran disfrutar de la vida y llevar a cabo juntos los quehaceres del hogar.

mercoledì 16 settembre 2015

LA NOCHE DE IGUALA, por Manuel Aguilar Mora y Claudio Albertani

Introducción –escrita por los dos coordinadores del libro– al volumen colectivo La noche de Iguala y el despertar de México: Textos, imágenes y poemas contra la barbarie, Juan Pablos Editor, México D.F., 2015, 384 páginas.

Dedicado a los estudiantes de Ayotzinapa
y de todas la normales rurales del país.
A los exterminados y a los desaparecidos,
pero también a los que
siguen vivos y resisten.

Este no es un libro académico. Tampoco es únicamente una denuncia inflamada de los hechos que han conmovido a México desde la noche del 26 de septiembre de 2014. Es, en primer lugar, un esfuerzo colectivo y plural para entender qué sucedió, más allá de la indignación inicial. ¿Por qué Ayotzinapa? ¿Por qué esa furia criminal contra los estudiantes normalistas? ¿Qué intereses están en juego? Y por otro lado: ¿qué futuro tiene el movimiento social que ha surgido en respuesta a la noche de Iguala? ¿Cuáles son sus fortalezas y debilidades? Estudiar, analizar y comprender los planes del poder; actuar en consecuencia: he aquí el horizonte en el que se inscribe nuestro esfuerzo.
Los dos coordinadores provenimos de tradiciones políticas distintas. Manuel Aguilar Mora es actualmente miembro de la organización marxista revolucionaria Liga de Unidad Socialista (LUS) y Claudio Albertani es un escritor y militante que reivindica la teoría y práctica política anarquista. Ambos nos respetamos mutuamente y aceptamos nuestras diferencias porque hemos coincididos en diferentes momentos y nos une la lucha contra la opresión y la explotación de los trabajadores. Ambos compartimos una convicción: México se encuentra en un parteaguas y no habrá solución en el marco de las instituciones políticas actuales.
El ensayo “La noche de Iguala y el despertar de México” fija nuestras posiciones comunes y pretende ser una suerte de introducción general a los tres diferentes bloques que integran el libro.
En el primero, “El crimen”, Carlos Fazio analiza los hechos que nos ocupan en el contexto más amplio de las políticas terroristas del Estado mexicano y Román Munguía Huato aborda sus antecedentes históricos. Hemos considerado pertinente añadir dos artículos de Luis Hernández Navarro, aparecidos originalmente en el periódico La Jornada, por tener un valor histórico ya que se encuentran entre los primeros que denuncian sin tapujos el papel del Ejército en el crimen de Iguala. Agradecemos a Luis habernos permitido incluirlos. En el segundo bloque, “El contexto”, el ensayo de Flor Goche trata el tema de la normal rural de Ayotzinapa desde la óptica del periodismo de investigación, mientras que Ramón Espinosa Contreras ofrece su testimonio como ex alumno de la escuela. En “Guerrero entre la violencia y la pobreza”, el mismo autor analiza la estructura socio-económica de la entidad y Flaviano Bianchini investiga la relación estructural que existe entre las compañías mineras -muy activas en Guerrero- y la violencia, tema muy poco abordado, que nos parece de enorme relevancia.
Más político, el tercer bloque aborda la situación actual del movimiento social desde la óptica personal de cada uno de los autores y el lector sabrá diferenciar las diferentes posturas. Manuel Aguilar Mora analiza el estruendoso colapso de la izquierda institucional antes y después de la noche de Iguala. Luis Hernández Navarro (en un texto importante, también originalmente publicado en La Jornada) y Claudio Albertani discuten el tema candente de la violencia supuestamente anarquista; el poeta y escritor Enrique González Rojo nos comparte sus cápsulas en las cuales, con el estilo sobrio y lapidario que le es propio, señala los grandes desafíos políticos del momento. Y por último, Rafael Miranda examina el movimiento a la luz de algunas experiencias del pasado, particularmente el 68 y los movimientos autónomos europeos.
La edición cuenta, asimismo, con dos estupendos poemas, escritos ex profeso a raíz de los hechos de Iguala: “Ayotzinapa” de David Huerta y “Vivos los queremos” de Enrique González Rojo. En anexo, hemos añadido las cronologías recopiladas por Claudio Albertani: una sobre el regreso de la guerra sucia en México, otra sobre la historia de las normales rurales y otra más sobre los hechos que han sacudido al país entre el 26 de septiembre de 2014 y el 26 de marzo de 2015. Las fotos son de Mario Marlo, del colectivo Somos el medio, y las ilustraciones están a cargo de dos jóvenes artistas: el caricaturista Omar Reséndiz, Chirín, y el pintor muralista Norberto Hernández.

mercoledì 19 novembre 2014

I «CARNETS» DI VICTOR SERGE, di Roberto Massari

Prefazione alla prima edizione integrale dei Carnets di Victor Serge [Carnets (1936-1947), a cura di Claudio Albertani e Claude Rioux, Massari editore, Bolsena 2014, pp. 384, € 24,00], tradotta da Antonella Marazzi e curata per l'italiano da Roberto Massari.

Era il 17 aprile 2013… Esattamente 797 mesi da quel 17 novembre 1947 (quanti 7!) in cui Serge morì - a mio avviso, probabilmente ucciso da agenti staliniani, come egli si aspettava da tempo che prima o poi accadesse. Lo aveva scritto nei Carnets, in pagine che ora possiamo finalmente leggere. Per es. quando annota (18 gennaio 1942, qui pp. 92-3): «il mio assassinio è stato deciso a breve scadenza». O quando poco avanti, tra le probabili vie per eliminarlo, indica «soprattutto la misteriosa crisi "cardiaca"» - come poi effettivamente si verificherà. Basterebbero a) questa lucida consapevolezza, che siamo in grado ora di ricostruire giorno per giorno, anno dopo anno, e b) questa relativamente serena convivenza con la prospettiva d'essere assassinato da un nemico cinico e spietato - affiancate entrambe alla capacità di continuare ugualmente a godersi la vita, la natura, l'arte, la bellezza femminile, lo studio, la riflessione storica, le culture precolombiane… - per giustificare la lettura attenta di questi diari.
Chi si accinge a leggere Serge per la prima volta, avrà qui l'occasione per innamorarsene perdutamente. Chi con la sua opera è già familiare, ravviverà la fiamma della passione e forse concorderà con noi, in mente et pectore, che questa nuova lettura conferma le precedenti. Essa ci consente di viaggiare in termini letterari nel mondo psicologico della figura emblematicamente più significativa prodotta dall'intero Novecento (e non solo dalla prima metà): del più lucido, più profondo e culturalmente più ricco rappresentante della specie sapiens fiorita all'ombra delle grandi passioni rivoluzionarie di quello stesso Novecento… tutte ferocemente soffocate nel sangue, tutte inesorabilmente sconfitte. E infatti, il Kibal'čič di cui qui penetriamo l'intimità mentale, è il Serge delle grandi sconfitte storiche. Si vedano le funeste date d'inizio e fine nel frontespizio - 1936-1947 - che racchiudono anche la più bestiale carneficina della storia umana, avviata dai due grandi totalitarismi alleati (il nazista e lo stalinista), con la compiaciuta connivenza delle principali nazioni capitalistiche.

sabato 15 novembre 2014

TODOS SOMOS AYOTZINAPA, por Claudio Albertani

“Es el momento de enfrentarse al gobierno”Las palabras de don Roberto caen como piedras. Todos permanecemos en silencio, un silencio ensordecedor que cala en lo más hondo de nuestros corazones. Don Roberto -así le llamaré- no es un agitador profesional. Es un campesino de Ayotzinapa, Guerrero, que habla de manera pausada, midiendo sus palabras y sin levantar la voz. No es arrogante, no nos quiere impresionar; sólo transmitir su dolor, un dolor indecible. Don Roberto es el padre de uno de los 43 muchachos desaparecidos en Iguala hace 45 días.
Hoy ofreció su testimonio ante estudiantes y profesores de la Universidad Autónoma de la Ciudad de México, plantel San Lorenzo Tezonco. Doscientas personas nos apretamos en el domo Ricardo Flores Magón, símbolo de nuestra luchas en años pasados. Don Roberto no ve a su hijo de 19 años desde el 24 de septiembre, dos días antes de la tragedia. No se explica por qué desapareció, pero sabe que se lo llevó “la autoridad” y exige que la autoridad se lo devuelva. “Aunque sea la última cosa que hago en mi vida, aunque después me manden a matar”.

mercoledì 29 ottobre 2014

EL CRIMEN DE IGUALA Y LA INSURRECCIÓN QUE VIENE, por Claudio Albertani

De todas maneras considero ineludible que nosotros a todos aquellos que tienen el poder y nos amenazan, los asustemos. No nos queda otro camino que contestar a sus amenazas con amenazas y hacer inefectivos a todos aquellos políticos que con toda irresponsabilidad y por intereses egoístas llevan al mundo a la muerte.
Günther Anders


El 26 de septiembre pasado, 43 estudiantes de la Escuela Normal Rural “Raúl Isidro Burgos” de Ayotzinapa, Guerrero, fueron desaparecidos, seis ciudadanos fueron asesinados -entre ellos cinco normalistas, uno de los cuales fue horrendamente desollado- y 25 más fueron lesionados en la ciudad de Iguala. Ante un crimen de este tamaño, lo primero que experimentamos es indignación, estremecimiento e impotencia. Enseguida surgen las preguntas.
¿Quiénes son los responsables?
¿El ex alcalde de Iguala, José Luis Abarca y su esposa, María de los Ángeles Pineda, presuntos autores intelectuales del crimen, hoy prófugos?
¿Los policías municipales de Iguala que detuvieron a los estudiantes?   
¿Los policías municipales de Cocula que los ayudaron?
¿El ejército federal que, estando presente, no intervino?
¿El grupo delictivo Guerreros Unidos, relacionado con Abarca, que presuntamente desapareció a los estudiantes, después de que les fueron entregados por los policías?
Se habla de una red de complicidades. ¿Hasta dónde llega?

domenica 28 settembre 2014

A 150 AÑOS DE LA FUNDACIÓN DE LA PRIMERA INTERNACIONAL, por Claudio Albertani

Un día como hoy de hace 150 años en Saint Martin’s Hall, Londres, un grupo de trabajadores de diferentes países fundaron la Asociación Internacional de los Trabajadores, también conocida como Primera Internacional. Era un conglomerado heterogéneo de sindicalistas ingleses, mutualistas franceses, nacionalistas italianos y comunistas alemanes. Entre los presentes se encontraban algunos conocidos exilados: el sastre Georg Eccarius, el relojero Hermann Jung, Adolfo Wolff, agente de Mazzini y Carlos Marx, “obrero del pensamiento”. Los participantes acordaron luchar juntos por la emancipación del proletariado y celebrar congresos periódicos, bajo la coordinación de un Consejo General, con sede en Londres. Presente en el estrado, Marx no habló, pero fue nombrado secretario para Alemania e incluido en una subcomisión encargada de redactar un manifiesto y los estatutos. El acontecimiento pasó en gran parte desapercibido. El propio Marx no sospechó que la AIT habría de convertirse en la primera organización mundial del proletariado militante, ya que se tardó más de un mes para informar a Engels sobre el tema. Tampoco imaginó que daría origen a las principales corrientes del movimiento obrero: la que lleva su propio nombre, la socialdemocracia, el anarquismo y el sindicalismo. Sabemos, por otra parte, que Miguel Bakunin -el padre del movimiento libertario organizado- no participó en esta fase inicial, a pesar de que por los mismos días se encontraba en Londres, en donde tuvo un encuentro sumamente cordial con Marx. Lo cierto es que ninguno de los dos personajes desempeño un papel significativo en la creación de la AIT, misma que, como señalan ambos, se debe al proceso de auto-organización de la clase obrera europea y no al genio iluminado de algún dirigente. Tomo nota de que 150 años después, el acontecimiento sigue pasando desapercibido. Nadie entre los encumbrados intelectuales izquierdistas de nuestro país ha gastado siquiera una palabra para conmemorar el acontecimiento.

domenica 31 agosto 2014

ADHESIÓN DE CLAUDIO ALBERTANI (México)



Querido Roberto,
te agradezco y agradezco a las y los compañeros de Utopía Roja la atenta invitación que me hacen a colaborar con su importante revista (el blog «Red Utopia Roja»). Acepto con gusto pues la leo prácticamente desde sus inicios y conozco la calidad de sus textos, así como de su compromiso humano y político.
Un abrazo a todos,

Claudio Albertani
(Ciudad de México) 


Caro Roberto,
ti ringrazio e ringrazio le compagne e i compagni di Utopia Rossa per l'invito a collaborare con la redazione della vostra rivista (il blog «Red Utopia Roja»). Accetto con piacere perché la leggo praticamente da quando è nata e conosco la qualità dei vostri testi e del vostro impegno umano, nonché politico.
Un abbraccio a tutti,

Claudio Albertani
(Città del Messico) 

* * *

Enterado de lo de Claudio y contento por ese gran paso...   lo importante es colaborar con Utopía Roja y mover esa pagina en todos los frentes…
Saludos hermanos, siempre queridos.
Yuri Zambrano (miembro mexicano de la Redacción de este blog)

Ricevuta la comunicazione di Claudio e felice per questo grande passo... l'importante é collaborare con Utopia Rossa e muovere questo blog su tutti i fronti...
Saluti fraterni, sempre cari
Yuri Zambrano (membro messicano della Redazione di questo blog)


Nella diffusione e/o ripubblicazione di questo articolo si prega di citare la fonte: www.utopiarossa.blogspot.com

martedì 12 agosto 2014

EL HOMBRE DE HIERRO NO VENCERÁ[1], por Claudio Albertani

El capitalismo es malo para la salud: a veces te adelgaza hasta los huesos y a veces 
te engorda hasta la obesidad, pero siempre te mata; rápido o despacio, pero te mata.
Armando Bartra

Armando Bartra es un autor prolífico. Ha publicado unos treinta libros, ha coordinado un sinnúmero de obras colectivas y ha escrito cientos de artículos, siempre vinculados a la urgencia apremiante de “suprimir el estado de cosas presente”. Detecto en esta obra extensa y generosa, por lo menos, tres grandes vetas, cuyo eje común es un insaciable apetito de conocimiento aunado a una inquebrantable pasión de transformación social. Está, en primer lugar, un filón histórico en el que caben sus estudios sobre el magonismo, los zapatismos con y sin “vista al mar”, las monterías, el café, el carnaval y las historietas; luego hay una serie de textos de actualidad sobre el movimiento social en México, las organizaciones campesinas, el neozapatismo, el desarrollo rural y la izquierda dentro y fuera de los partidos políticos.
Hay, por último, un tercer filón, más bien teórico, en el que podemos situar sus estudios sobre la cuestión agraria y el capitalismo moderno. Es aquí donde se ubica El hombre de hierro. Los límites sociales y naturales del capital, para mi gusto la aportación más profunda de nuestro autor. Publicado por primera vez en 2008 -pero redactado en 2006-2007- El hombre de hierro es una denuncia rigurosa y vehemente de la catástrofe capitalista en México y en el mundo entero. Es, entre otras cosas, un libro profético pues a las pocas semanas de publicarse, estalló la crisis financiera más destructiva desde 1929, misma que todavía no ha concluido su ciclo mortífero.

venerdì 8 febbraio 2013

VLADY EN LA ANTESALA DEL GULAG (1933-36), por Claudio Albertani

Agentes de la GPU, 1935
La mañana del 8 de marzo de 1933, después de cinco años de semi-cautiverio, Victor Serge fue interceptado en Leningrado, mientras cruzaba la calle 25 de Octubre, y trasladado a la sede local de la GPU.1 “Los detalles de esta detención se mezclan, en mis recuerdos, con la anterior [que tuvo lugar en 1929]; aunque puedo decir que ambas fueron bastante dramáticas”, cuenta Vlady. “Conservo, clarísima, la imagen de un desbarajuste en el estudio de mi padre, de costumbre tan ordenado: los cajones estaban abiertos; los cuadros, papeles, libros y fotos tirados en el piso; mis abuelos, mi mamá y mis tías gritaban y lloraban. De repente uno de los militares pisó con desprecio una foto que teníamos de Trotsky y mi tía Esther susurró que la recogiera. Yo, sin pensarlo, corrí a buscarla y la limpié con afecto en la cara de los esbirros, lo cual quedaría como gran hazaña en la memoria de la familia. Creo que esto pasó en la primera detención, porque yo era muy pequeño; de la segunda tengo recuerdos un poco más precisos. Teníamos, por entonces, a tres agentes de la GPU viviendo de planta en la casa: abrían cartas, registraban las visitas y las conversaciones telefónicas, y maquinaban en contra de nosotros con los otros inquilinos del inmueble. Yo sabía qué hacer porque mi padre me había adiestrado desde chiquito a enfrentar situaciones de este tipo”.
Aquella mañana del 8 de marzo, Vlady estaba, como todos los días, en la escuela. Cuando regresó encontró a Liuba, su madre, hundida en una de sus crisis psicóticas y a sus tías que, sin éxito, intentaban calmarla. El adolescente no tardó en entender lo que estaba pasando. Horas después sonó el teléfono: era Serge quien, desde la GPU, había obtenido permiso de hablar, y deseaba comunicarse con su hijo. Le explicó lo que estaba pasando, le rogó no olvidarlo (sabía que podía pasarle lo peor), le pidió que fuera valiente, que siguiera dibujando y que se hiciera cargo de su mamá que ahora lo necesitaba más que nunca. No había mucho que hacer: Liuba fue internada pocas horas después en un hospital para enfermos mentales. Vlady pasó una de las noches más difíciles de su vida y el día siguiente no tuvo el valor de ir a la escuela. Salió a caminar sin meta machacando su rencor. Atraído por la música de un coro sacro, se metió a una iglesia pero, en lugar de calmarse, tuvo un ataque de rabia.
“En mi familia nunca escuché una palabra contra la religión, pero aquel día estaba yo tan desesperado que me pregunté cómo puede la gente seguir engañándose”. El muchacho había heredado algo de la calma proverbial de su padre, quien, incluso en las situaciones más difíciles, raramente perdía el control de sí mismo. Vlady tenía, entonces, casi trece años y sabía perfectamente bien quién era y en qué andaba metido Serge. Aunque estaba consciente del peligro, había desarrollado una especie de orgullo, el sentimiento de pertenecer al reducido grupo de personas que conocía la verdad.
“Nosotros sabíamos quién era Stalin y quién era Trotsky. Éramos los verdaderos revolucionarios, y teníamos que ser fieles a nosotros mismos, sin importar los costos”.

lunedì 4 febbraio 2013

¿QUIEN ES VLADY? (Y POR QUÉ ES IMPORTANTE SABER), por Claudio Albertani

Sin lugar a dudas, lo sublime en el arte existe. Pero: ¿podemos quedarnos ahí? Podríamos en épocas todavía desconocidas, cuando el hombre no tendrá la posibilidad de reducir a su vecino a la miseria, ni tampoco de enviarlo a la muerte. En épocas así, cada quien será libre de nadar en lo sublime. En cuanto a nosotros: ¿cómo tener la conciencia tranquila, cómo gargarizarse con el arte puro cuando en las calles la sangre coagulada sube hasta nuestras rodillas?
(Panaït Istrati)

Vlady en 2000
Hijo de Victor Serge, el gran escritor que nos narró las revoluciones traicionadas, Vlady es uno de los mayores pintores contemporáneos de México y, me atrevo a decir, del mundo. Formidable muralista, consumado dibujante, finísimo grabador, magnífico pintor de caballete, su vida y obra responden de manera genial y creativa a los retos del arte contemporáneo y ofrecen una respuesta a su crisis.
Vlady vivió en carne propia los traumas no solamente artísticos, sino históricos, filosóficos y políticos del siglo XX, pero no era lo que comúnmente se define un “artista comprometido”, pues rechazaba el arte que reivindica sus cualidades en función de virtudes políticas.
Se ha dicho que fue el producto de tres tradiciones, la rusa, la europea y la mexicana. Es verdad, pero hay mucho más. Lo primordial, escribió el poeta Jorge Hernández Campos, es su relación carnal con la historia. “Para Vlady, la historia ha sido, es, el corazón, la saliva, la pupila del ojo, la asfixia, el éxtasis, y la huida perpetua de un Sísifo que quiere escapar de su matriz”.1

1. Torbellinos
Vladimir Kibalchich Rusakov nació en Petrogrado (después Leningrado, hoy San Petersburgo), el 15 de junio de 1920, por así decirlo, en el vientre de la revolución, y murió en Cuernavaca, Morelos, el 21 de julio de 2005.
La madre, Liuba Rusakova, procedía de una familia de anarquistas judíos emigrados a Francia y había conocido a Victor Serge -alias Victor Lvovich Kibalchich, de origen ruso-belga, también militante libertario- en el barco que los llevaba a la Unión Soviética, el país de la revolución. Bien recibidos como lo fueron entonces muchos anarquistas, Victor y Liuba se establecieron en el Astoria, el famoso hotel convertido en residencia de revolucionarios. Ahí nació Vlady, a quien le gustaba contar que se había orinado en Lenin, porque el jefe bolchevique lo había cargado de bebé…

mercoledì 9 maggio 2012

VICTOR SERGE: MEMORIA DI MONDI PERDUTI, di Claudio Albertani

In ricordo di Vladimir Kibal'čič (1920-2005),
meglio conosciuto come Vlady,
che dipinse le ossessioni di suo padre,
Viktor Kibal'čič (1890-1947),
meglio conosciuto come Victor Serge.

Victor Serge nei primi anni '20
A oltre sessant'anni dalla prima edizione, pubblicata a Parigi nel 1951, le Mémoires d'un révolutionnaire hanno superato la prova del tempo. Ecco un testo indispensabile per capire la tragedia delle rivoluzioni sconfitte che è, al tempo stesso, un classico della letteratura e una commovente testimonianza umana. Fin dalle prime pagine, quando emerge quel «mondo senza evasione possibile, dove l'unico rimedio era lottare per un'evasione impossibile», le tappe del dramma si succedono in un ordine implacabile. Il finale era implicito nel principio? Serge crede di no e non accetta il ruolo di vittima: «Una necessità che assomiglia alla complicità - annota - lega frequentemente la vittima al torturatore, il martire al carnefice». Come Nietzsche, sua passione di gioventù, e come Benjamin, che conobbe di sfuggita, l'Autore esprime la necessità di tornare al passato per raccoglierne l'eredità e le speranze perdute. La parola «destino», da lui spesso usata, non implica la fatalità, né esclude la volontà. Quando parla di «noi» non annulla l'individuo, ma si riferisce a un «io» molteplice e collettivo che riassume le passioni e le speranze della sua generazione, oltre ogni espressione di parte. Il risultato è una scrittura polifonica, volta a riscattare la «memoria di mondi perduti», come recitava il titolo originale pensato da Serge, troppo modesto per arrogarsi l'attributo di «rivoluzionario». Alla fine il libro fu pubblicato postumo con il titolo scelto da suo figlio Vlady, autore del magnifico quadro che figura in copertina dell'edizione curata dal mio vecchio amico Roberto Massari.

Le radici libertarie
Scrittore francese di sangue e russo di spirito, romanziere, poeta, storico, giornalista e traduttore, Viktor-Napoléon L'vovič Kibal'čič - alias Victor Serge, Le Rétif, Le Masque, Ralph, R. Albert, Victor Stern, Viktor Klein, Aleksej Berlowskij, Sergo, Siegfried, Gottlieb, V. Poderewskij e qualche altro pseudonimo - nacque in esilio, a Bruxelles, il 30 dicembre 1890, e morì, sempre in esilio, a Città del Messico, il 17 novembre 1947. Visse il mondo ipocrita della Belle Époque, l'esaltazione comunista degli anni Venti e l'incubo totalitario della «mezzanotte del secolo». Attraversò le correnti più importanti del movimento operaio: il socialismo riformista, il comunismo anarchico, l'individualismo, l'anarcosindacalismo, il bolscevismo e il trotskismo, senza mai abbandonare una spiccata sensibilità libertaria. Trascorse una decina d'anni di prigionia in diversi paesi, partecipò a tre rivoluzioni - la spagnola (1917), la russa (1919-20) e la tedesca (1923) - e fu attivo anche in Belgio, Francia, Austria e Messico. Sopravvisse al Gulag e alla barbarie nazista, e fu tra i primi a qualificare l'Urss come un regime totalitario.
Autore di culto, benché quasi sconosciuto al grande pubblico, non sviluppò un sistema dottrinale né lasciò una scuola di pensiero. Non fu neppure un intellettuale nel senso tradizionale; in ogni tappa critica cercò di dare alle esigenze dello spirito uno sbocco nell'azione. La sua attualità risiede nella riflessione traboccante, letteraria e poetica ancor più che teorica sulla tragedia di una rivoluzione che divora se stessa. Nelle centinaia di pagine che dedicò a questo tema mantenne la freddezza dell'analista distaccato conservando, al contempo, la passione militante e la certezza di un avvenire migliore.

RED UTOPIA ROJA – Principles / Principios / Princìpi / Principes / Princípios

a) The end does not justify the means, but the means which we use must reflect the essence of the end.

b) Support for the struggle of all peoples against imperialism and/or for their self determination, independently of their political leaderships.

c) For the autonomy and total independence from the political projects of capitalism.

d) The unity of the workers of the world - intellectual and physical workers, without ideological discrimination of any kind (apart from the basics of anti-capitalism, anti-imperialism and of socialism).

e) Fight against political bureaucracies, for direct and councils democracy.

f) Save all life on the Planet, save humanity.

g) For a Red Utopist, cultural work and artistic creation in particular, represent the noblest revolutionary attempt to fight against fear and death. Each creation is an act of love for life, and at the same time a proposal for humanization.

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a) El fin no justifica los medios, y en los medios que empleamos debe estar reflejada la esencia del fin.

b) Apoyo a las luchas de todos los pueblos contra el imperialismo y/o por su autodeterminación, independientemente de sus direcciones políticas.

c) Por la autonomía y la independencia total respecto a los proyectos políticos del capitalismo.

d) Unidad del mundo del trabajo intelectual y físico, sin discriminaciones ideológicas de ningún tipo, fuera de la identidad “anticapitalista, antiimperialista y por el socialismo”.

e) Lucha contra las burocracias políticas, por la democracia directa y consejista.

f) Salvar la vida sobre la Tierra, salvar a la humanidad.

g) Para un Utopista Rojo el trabajo cultural y la creación artística en particular son el más noble intento revolucionario de lucha contra los miedos y la muerte. Toda creación es un acto de amor a la vida, por lo mismo es una propuesta de humanización.

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a) Il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi che impieghiamo dev’essere riflessa l’essenza del fine.

b) Sostegno alle lotte di tutti i popoli contro l’imperialismo e/o per la loro autodeterminazione, indipendentemente dalle loro direzioni politiche.

c) Per l’autonomia e l’indipendenza totale dai progetti politici del capitalismo.

d) Unità del mondo del lavoro mentale e materiale, senza discriminazioni ideologiche di alcun tipo (a parte le «basi anticapitaliste, antimperialiste e per il socialismo».

e) Lotta contro le burocrazie politiche, per la democrazia diretta e consigliare.

f) Salvare la vita sulla Terra, salvare l’umanità.

g) Per un Utopista Rosso il lavoro culturale e la creazione artistica in particolare rappresentano il più nobile tentativo rivoluzionario per lottare contro le paure e la morte. Ogni creazione è un atto d’amore per la vita, e allo stesso tempo una proposta di umanizzazione.

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a) La fin ne justifie pas les moyens, et dans les moyens que nous utilisons doit apparaître l'essence de la fin projetée.

b) Appui aux luttes de tous les peuples menées contre l'impérialisme et/ou pour leur autodétermination, indépendamment de leurs directions politiques.

c) Pour l'autonomie et la totale indépendance par rapport aux projets politiques du capitalisme.

d) Unité du monde du travail intellectuel et manuel, sans discriminations idéologiques d'aucun type, en dehors de l'identité "anticapitaliste, anti-impérialiste et pour le socialisme".

e) Lutte contre les bureaucraties politiques, et pour la démocratie directe et conseilliste.

f) Sauver la vie sur Terre, sauver l'Humanité.

g) Pour un Utopiste Rouge, le travail culturel, et plus particulièrement la création artistique, représentent la plus noble tentative révolutionnaire pour lutter contre la peur et contre la mort. Toute création est un acte d'amour pour la vie, et en même temps une proposition d'humanisation.

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a) O fim não justifica os médios, e os médios utilizados devem reflectir a essência do fim.

b) Apoio às lutas de todos os povos contra o imperialismo e/ou pela auto-determinação, independentemente das direcções políticas deles.

c) Pela autonomia e a independência respeito total para com os projectos políticos do capitalismo.

d) Unidade do mundo do trabalho intelectual e físico, sem discriminações ideológicas de nenhum tipo, fora da identidade “anti-capitalista, anti-imperialista e pelo socialismo”.

e) Luta contra as burocracias políticas, pela democracia directa e dos conselhos.

f) Salvar a vida na Terra, salvar a humanidade.

g) Para um Utopista Vermelho o trabalho cultural e a criação artística em particular representam os mais nobres tentativos revolucionários por lutar contra os medos e a morte. Cada criação é um ato de amor para com a vida e, no mesmo tempo, uma proposta de humanização.