L’associazione Utopia rossa considera suo fondamento politico il principio secondo cui il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi si deve riflettere l’essenza del fine. Non ha programmi politici, come del resto non ne aveva la Prima internazionale. Nonostante le più diverse provenienze ideologiche dei suoi sostenitori, essa ritiene che l’anticapitalismo dilagato dopo l’inizio dell’Antirivoluzione russa (dicembre 1917) sia stato motivato fondamentalmente da idee precapitalistiche, cioè retrograde, e non da progetti di civiltà in grado di superare il capitalismo sviluppando ulteriormente i suoi modelli di democrazia. Ciò spiega anche il prevalere, nella storia della cosiddetta «sinistra», di simpatie per i regimi dittatoriali di ogni specie e colore. Utopia rossa si batte contro l’ulteriore diffusione di ideologie precapitalistiche vecchie e nuove (in campo politico, culturale, ecologico, religioso ecc.), come parte della sua battaglia per il superamento del capitalismo, se si vuole salvare la vita sulla Terra con la sua umanità. In questo senso la sua utopia continua ad essere rossa.

The Red Utopia association considers its political foundation to be the principle that the end does not justify the means, but that the means must reflect the essence of the end. It has no political program, just as the First International did not. Despite the diverse ideological backgrounds of its supporters, it believes that the anti-capitalism that spread after the start of the Russian Anti-Revolution (December 1917) was fundamentally motivated by pre-capitalist – that is, retrograde – ideas, and not by civilizational projects capable of overcoming capitalism and of further developing its democratic models. This also explains the prevalence, throughout the history of the so-called «left», of sympathies for dictatorial regimes of all kinds and colors. Red Utopia fights against the further spread of old and new pre-capitalist ideologies (in the political, cultural, ecological, religious, and other fields) as part of its battle to overcome capitalism, if life on Earth, including its humanity, is to be saved. In this sense, its utopia remains red.

PER SAPERNE DI PIÙ CI SONO UNA COLLANA DI LIBRI E UN BLOG IN VARIE LINGUE…

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sabato 21 febbraio 2026

DEBORD: LO SPETTACOLO PROSSIMO PRESENTE

La società dello spettacolo nell'era digitale: profezia, diagnosi e attualità

di Pasquale Stanziale

ITALIANO - FRANÇAIS

Abstract: Il presente saggio esamina l'attualità del pensiero di Guy Debord attraverso un'analisi della trasformazione della società dello spettacolo nell'era digitale contemporanea. Partendo dalla pubblicazione de La société du spectacle (1967), si indaga come le tesi situazioniste abbiano non solo anticipato i meccanismi di spettacolarizzazione della vita quotidiana, ma offrano ancora oggi categorie critiche indispensabili per comprendere fenomeni quali i social media, l'economia dell'attenzione, la realtà virtuale e l'integrazione capitalistica dell'intera esperienza umana. L'analisi si concentra su quattro nuclei tematici: la metamorfosi dello spettacolo da concentrato e diffuso a integrato; la colonizzazione del tempo vissuto; la produzione del sé come merce; e le possibilità di resistenza critica nell'epoca dell'iperconnessione.

Parole chiave: Guy Debord, Situazionismo, Società dello spettacolo, Social media, Capitalismo digitale, Teoria critica

1. Introduzione: Il ritorno dello spettacolo

Quando Guy Debord pubblicò La société du spectacle nel 1967, il mondo era ancora ancorato alla televisione, al cinema, alla pubblicità cartacea. Eppure, le sue 221 tesi contenevano una profezia che ha superato ogni aspettativa: «Tout ce qui était directement vécu s'est éloigné dans une représentation» (Tesi 1). Tutto ciò che era direttamente vissuto si è allontanato in una rappresentazione.

Se nel 1967 questa affermazione poteva sembrare un'iperbole polemica, oggi – nel 2026 – appare come una sobria constatazione empirica. Viviamo in un'epoca in cui miliardi di esseri umani documentano ogni momento della loro esistenza attraverso schermi, in cui l'esperienza autentica viene sistematicamente differita, mediata, spettacolarizzata. L'immagine non è più semplicemente una rappresentazione del reale, ma è diventata il reale stesso, o meglio: ciò che non è rappresentato visivamente rischia di non essere considerato reale.

Il presente saggio si propone di rileggere Debord non come oggetto di archeologia intellettuale, ma come strumento diagnostico per il presente. Non si tratta di applicare meccanicamente categorie degli anni Sessanta a fenomeni del XXI secolo, bensì di verificare se e come l'analisi situazionista conservi una forza euristica capace di illuminare le zone più oscure del capitalismo contemporaneo. Come ha osservato Agamben, «la contemporaneità è una singolare relazione col proprio tempo, che aderisce a esso e, insieme, ne prende le distanze» (Agamben, 2008: 18). Debord rappresenta proprio questo: un pensatore che aderisce al suo tempo fino a poterne cogliere il movimento profondo, e che proprio per questo può ancora parlarci.

Questo studio si articola in quattro sezioni principali: un'analisi delle trasformazioni dello spettacolo dall'epoca di Debord a oggi; un'indagine sulla colonizzazione del tempo vissuto attraverso i dispositivi digitali; un esame della produzione del sé come merce nell'economia dell'attenzione; e una riflessione sulle possibilità di resistenza critica. La tesi che guida l'intero percorso è che Debord non solo ha anticipato molti aspetti della società digitale, ma ha fornito categorie analitiche che oggi risultano più necessarie che mai per comprendere – e contrastare – la totale integrazione spettacolare dell'esistenza.

2. Dallo spettacolo concentrato allo spettacolo integrato: genealogia di una mutazione

2.1. Le tre forme dello spettacolo

Nei Commentaires sur la société du spectacle (1988), Debord distingue tre forme storiche di spettacolo: concentrato, diffuso e integrato. Lo spettacolo concentrato è quello delle dittature totalitarie del XX secolo, dove un'unica immagine (il Leader, il Partito) domina l'intera società attraverso il controllo centralizzato dei mezzi di comunicazione. Lo spettacolo diffuso è quello delle democrazie occidentali del dopoguerra, caratterizzato dalla proliferazione delle merci e dalla moltiplicazione delle immagini che celano la loro sottomissione alla logica del capitale.

Ma è la terza forma – lo spettacolo integrato – quella che ci interessa maggiormente. Debord lo definisce come la sintesi delle due forme precedenti, realizzata attraverso «una combinazione generale» (Debord, 1988: 9). Nello spettacolo integrato, la concentrazione del potere spettacolare si fonde con la diffusione capillare delle immagini, producendo un sistema totalizzante ma apparentemente pluralista, autoritario ma che si maschera da libertario.

Ciò che Debord non poteva prevedere completamente – scrivendo nel 1988, prima dell'esplosione di Internet – era il grado di integrazione che sarebbe stato raggiunto. Lo spettacolo integrato contemporaneo non si limita più a circondare l'individuo: lo attraversa, lo costituisce dall'interno. Non è più qualcosa davanti a cui ci si pone come spettatori passivi, ma un ambiente totalizzante in cui siamo immersi e che portiamo letteralmente in tasca, sempre acceso, sempre connesso.

2.2. Social media: la perfetta integrazione

I social media rappresentano l'apice dello spettacolo integrato. Piattaforme come Facebook, Instagram, TikTok, X (ex Twitter) realizzano ciò che Debord aveva intuito: la fusione totale tra produzione e consumo dello spettacolo. Ogni utente è simultaneamente spettatore e attore, consumatore e produttore di contenuti, pubblico e performer.

Come ha osservato Shoshana Zuboff nel suo studio sul «capitalismo della sorveglianza» (Zuboff, 2019), le piattaforme digitali non si limitano a offrire uno spazio per la comunicazione: esse estraggono dati comportamentali che vengono trasformati in previsioni vendute sul mercato. Ma oltre a questa dimensione economica – già ampiamente analizzata – c'è una dimensione propriamente spettacolare che Debord aiuta a comprendere.

Nella Tesi 17, Debord scriveva: «La prima fase del dominio dell'economia sulla vita sociale aveva determinato nella definizione di ogni realizzazione umana un'evidente degradazione dell'essere in avere. La fase presente dell'occupazione totale della vita sociale da parte dei risultati accumulati dell'economia conduce a uno slittamento generalizzato dall'avere all'apparire» (Debord, 1967: Tesi 17).

Questo slittamento – essere avere apparire – trova nei social media la sua realizzazione perfetta. L'esistenza non vale più per ciò che è (dimensione ontologica), né solo per ciò che ha (dimensione economica), ma esclusivamente per come appare (dimensione spettacolare). Un viaggio, un pasto, un'esperienza acquisiscono realtà solo quando fotografati, filtrati, postati, liked. L'essere umano si trasforma in curatore della propria immagine, in regista della propria rappresentazione.

Ma c'è di più. Mentre nello spettacolo classico analizzato da Debord esisteva ancora una distinzione – per quanto labile – tra vita vissuta e rappresentazione, tra backstage e palcoscenico, oggi questa distinzione tende a collassare. Non esiste più un fuori dello spettacolo da cui osservare criticamente. Anche i momenti di presunta autenticità (il selfie "al naturale", la foto "senza filtri") sono già interamente spettacolarizzati, sono già performance calcolate per produrre un certo effetto.

3. La colonizzazione del tempo vissuto

3.1. Tempo spettacolare e tempo vissuto

lunedì 2 aprile 2018

CARI COMPAGNI DI UTOPIA ROSSA…, di Giorgio Amico

Cyril Lionel Robert James (1901–1989)
Caro Roberto [Massari] e cari compagni di Utopia Rossa,

colgo l’occasione per dare atto a quanto ci siamo detti qualche giorno fa. Da anni seguo Utopia Rossa e in particolare la vostra attività (a cui un pochino ho anche collaborato). Oggi credo sia venuto il momento di formalizzare questa collaborazione. Perché? E soprattutto, perché adesso? Perché mai come in questo momento è necessaria una radicale reinterpretazione dell’esperienza complessiva (teorica e politica) di quello che un tempo chiamavamo «movimento operaio». Un confronto con il passato, ma anche un tentativo di analisi del presente, di cosa sia oggi «la classe», come si rappresenti, come si autorganizzi in un vuoto di studi e di interessi (altro che Potere al Popolo!) che pare negarne l’esistenza stessa, relegandola in una zona grigia fra ceto medio impoverito e marginalità.
Ci vogliono coraggio, cuore e testa, e Utopia Rossa in questi anni ha dimostrato di possederli. C’è bisogno di comunità di studi e di esperienze di vita. Quella comunità che affascinò tanto il giovane Marx da trasformargli per sempre l’esistenza. Ricordi il passo dei Manoscritti sulle riunioni degli ouvriers comunisti francesi? Questo clima fraterno lo vedo in Utopia Rossa e l’ho ritrovato nelle giornate di Cosio d’Arroscia.
Come sai, sto lavorando ad una ricerca su C.L.R. James, che, quasi unico fra i marxisti rivoluzionari del Novecento, mise al centro del suo lavoro la capacità dei lavoratori (dagli schiavi delle piantagioni di Haiti ai colletti blu di Detroit) di elaborare forme di coscienza e pratiche di lotte dal forte contenuto libertario. Mi piacerebbe che questa mia ricerca diventasse parte del patrimonio comune di Utopia Rossa, che contro venti e maree, ostinatamente, continua a ricordare come l’emancipazione dei lavoratori non potrà che essere il prodotto dell’attività dei lavoratori stessi. Un robusto percorso libertario, senza «-ismi» ideologici e personalismi gruppettari, che sarei onorato e felice di fare insieme con te e gli altri compagni del comitato redazionale.
Un abbraccio fraterno,

Giorgio Amico
(28 marzo 2018)


Giorgio Amico (Imperia, 1949) vive a Savona, dove amministra il blog Vento Largo. Le sue opere in volume sono:
Operai e comunisti. La Resistenza a Savona (1943-1945) (2004)
Il rinnegato Korsch. Storia di un’eresia comunista (2004)
Un comunista senza rivoluzione. Arrigo Cervetto (con Yurii Colombo, 2005)
Le illusioni d’Itaca (2005)
Wifredo Lam. Il grande surrealista cubano (2006)
I fuochi di San Giovanni. Aspetti di una festa millenaria (2016)

venerdì 17 novembre 2017

FINO A BONN IN BICICLETTA PER LA COP23 SUL CLIMA: INTERVISTA AD ANTONIO MARCHI, di Donatello Baldo

Il sindaco di Bonn riceve Antonio Marchi e gli altri «reduci», 10 novembre 2017
È tornato oggi [il 12 novembre (n.d.r.)], il ritorno l’ha fatto con FlixBus, ma l’andata Venezia-Bonn se l’è pedalata tutta: dieci tappe, 1.200 chilometri oltrepassando il passo del Brennero (fortunatamente senza neve). Sono partiti in cento, fino a Borgo Valsugana erano in settanta, a Monaco di Baviera ventisei e all’arrivo sono rimasti in quattordici.
«Alcuni ci hanno voluto accompagnare per qualche centinaio di chilometri, in maniera simbolica - racconta Antonio Marchi - fino a Bassano del Grappa c’era anche Moreno Argentin». Sono andati a Bonn in occasione della COP23, la Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici che affronta anche il tema del riscaldamento globale.
«Siamo stati accolti dal sindaco con tanto di fascia tricolore - continua - i soliti ricevimenti, che però oltre la formalità fanno trasparire anche tanta umanità. Il nostro intento era quello di dare un segnale, di partecipare, di prender parte su un tema enorme che avrà a che fare con la vita delle future generazioni».
«La questione è una - chiarisce - curare il clima finché siamo in tempo. Ma tutti parlano e nessuno fa mai niente. Poi arriva il Trump di turno e quel poco che si sta facendo rischia di andare a rotoli. Ma anche gli Americani si accorgeranno che così non si può andare avanti, la questione è anche economica: l’economia è alla base di tutto».
«L’idea è partita dal Pedale Veneziano, non nuovo a imprese del genere. Questo gruppo di ciclisti è andato anche Parigi - aggiunge - sempre per la Conferenza sul clima [del 2015 (n.d.r.)], ma negli anni scorsi è arrivato fino a Pechino: 12 mila chilometri». Marchi era l’unico trentino del plotone, «anche se a dire il vero sono trentino solo di adozione; io sono trevigiano, di Villorba».
Appassionato di bici ma anche di politica, non è uno che pedala per fare le gite fuori porta. «Scherzi? Io sulla bicicletta ci sono nato e cresciuto, per tre anni ho svolto un percorso da professionista, prima fra gli Esordienti e poi fra gli Allievi. Senza enfasi - dice modestamente - ma ero una speranza del ciclismo trevigiano: i risultati c’erano, la passione anche».
Quelli che al tempo gareggiavano con lui hanno fatto carriera. «Giovanni Battaglin, Claudio Bortolotto - cita alcuni nomi - ma anche Francesco Moser, che ha la mia stessa età. Ma poi c’è stato l’incidente: nel 1969 ad Asolo, mentre correvo, in seguito a uno scontro con un’auto ho avuto la paralisi del braccio sinistro».
«Grazie a un gruppo di amici, di compagni - sottolinea - sono uscito dalla disperazione che ne è seguita ed è partita la mia battaglia politica». Con loro fondò un Centro di cultura proletaria, che diverrà poi l’embrione dell’esperienza politica che più lo ha segnato, quella di Lotta Continua.
Aveva anche ripreso la bicicletta. «Il fisico c’era (anche senza un braccio), ma mi era passata l’ossessione per il risultato». La politica prevaleva sull’agonismo. «Con Lc siamo andati avanti fino agli anni ‘80 - spiega - ben oltre lo scioglimento del 1976. Ma con la strage di Bologna abbiamo chiuso i battenti: avevamo capito che in Italia sarebbe stato impossibile fare la rivoluzione».
Tuttavia la determinazione del combattente non l’ha mai persa, anche di fronte alle sconfitte politiche. Da cane sciolto (si sarebbe detto un tempo) ha partecipato a mille iniziative: per la pace, per la difesa dei beni comuni, per i diritti; aggregandosi a chi organizzava le piazze della protesta o partendo in solitaria, in sella alla sua bici.
Epico, da inserire tra i guinness dell’impegno politico, il viaggio attraverso l’Italia di qualche anno fa. «Ho fatto 3.950 chilometri per ricordare i miei amici e compagni caduti, Alex Langer e Mauro Rostagno. Tutti e due avevano frequentato sociologia [a Trento (n.d.r.)], tutti e due di Lotta Continua».
Antonio Marchi ha collegato i due cimiteri: quello di Vipiteno, dove riposa Langer, e quello siciliano di Ragosia, dov’è sepolto Rostagno. «Il ritorno l’ho fatto sul litorale adriatico, mentre l’andata su quello tirrenico. A Pisa mi sono fermato per incontrare Adriano Sofri, che era stato da poco incarcerato perché ritenuto implicato nella morte del commissario Calabresi».
Ma torniamo all’oggi, all’ultima impresa. «In fondo tutto è collegato - rimarca - da anni lottiamo per un mondo migliore, da anni manifestiamo contro le guerre, e questa è un’altra guerra, perché tra le conseguenze dei cambiamenti climatici c’è la mancanza d’acqua, che genera scontri già ora: guarda quanto succede fra Israele e Palestina».
«La nostra generazione passerà il guado, ma la prossima si troverà di fronte a un problema enorme che determinerà ancora una volta la divisione del mondo tra chi ha le risorse e chi invece no, di nuovo la sopraffazione del ricco sul povero». Ancora guerre, dunque. «L’obiettivo qui è la salvezza dell’umanità intera; se viene messa in pericolo si pone a rischio il bene comune: lo scontro è inevitabile».
Marchi non si considera però un pacifista. «Davanti a questa parola un po’ mi irrigidisco - chiosa - perché sono pacifista fino a quando il rapporto è basato sul dialogo, ma poi depongo la bandiera della pace e sono pronto allo scontro: si deve tener conto che se c’è chi non ragiona, allora bisogna lottare».

lunedì 7 agosto 2017

A COSIO D’ARROSCIA PER L’INTERNAZIONALE SITUAZIONISTA: UN 60º ANNIVERSARIO CHE POSSA ESSERE UN RILANCIO, di Antonio Saccoccio e Roberto Massari

© Pino Bertelli
Venerdì 28 e sabato 29 luglio 2017 alcuni situazionisti, postsituazionisti, ribelli e attivisti non allineati di vario genere si sono incontrati a Cosio d’Arroscia in occasione del 60º anniversario della fondazione dell’Internazionale Situazionista. È stato il quarto Punto della Situazione, dopo quelli di Sesta Godano (2014), Livorno (2015) e Parigi (2016), e ancora una volta è stato immortalato dalle belle foto di Pino Bertelli (l’unico dei presenti, insieme a Sandro Ricaldone - anch’egli partecipante al non-convegno - che abbia conosciuto personalmente Guy Debord). E citando Debord, diciamo subito che tra la cena sociale e il pranzo ancor più sociale, il vino ha avuto una sua qualificata presenza «ideologica» insieme all’ottima cucina di due diverse trattorie del luogo.
Quindi vino, cibo, bellezze dei luoghi e ovviamente il non-convegno con la presentazione di quattro libri freschi di stampa: Debord e la società spettacolare di massa (di Giorgio Amico); DéRive gauche (a cura di Valentin Schaepelynck), contenente i materiali prodotti dopo il Punto della Situazione n. 3 di Parigi; Un’imprevedibile situazione (di Donatella Alfonso) e Dal Lettrismo alla Creatica (di Alessandro Scuro). Era presente anche la casa editrice storica del Situazionismo in Italia - Nautilus - che è intervenuta nella discussione e ha portato una mostra dei titoli più legati alla tematica del non-convegno. La fisarmonica di Salvatore Panu ha fatto da cornice ideale sia la sera della commemorazione vera e propria, sia intercalando gli interventi con canti sardi, anarchici e altro del suo ricco repertorio.
Il non-convegno si è svolto sabato mattina nella sala del consiglio comunale di Cosio d’Arroscia (provincia di Imperia). Dopo il saluto del sindaco Danilo Antonio Gravagno - che è poi rimasto con noi per il resto della riunione - Roberto Massari ha ricordato l’importanza del 60º anniversario della fondazione dell’IS e ha letto un testo molto vivace inviato da Oreste Scalzone, assente a Cosio ma presente nel 2016 al precedente Punto della Situazione n. 3 di Parigi.
A seguire Giorgio Amico ha svolto di fatto la «non-relazione introduttiva» presentando il suo libro Debord e la società spettacolare di massa (Massari editore), in cui ha ricostruito il percorso intellettuale del filosofo francese, dagli anni ‘40 alla fondazione dell’IS a Cosio e al Maggio francese per giungere al periodo post-situazionista e al suicidio del 1994. Amico ha sottolineato l’attualità delle teorie situazioniste di Debord, dal superamento dell’arte alla critica a tutte le separazioni e all’alienazione contemporanea.
A seguire è intervenuta Helena Velena, rivendicando la centralità della vita quotidiana, della gioia di vivere, la necessità di operare azioni in grado di liberare il nostro vissuto dalle catene di tempi e spazi meccanizzati e totalmente controllati. Helena ha portato l’attenzione sull’importanza di tradurre le teorie situazioniste in pratiche sovversive, a partire dal détournement e dalla deriva.
Sempre sulle pratiche è intervenuto Giorgio Degasperi, spiegando la natura del suo «teatro comunitario», basato sul rifiuto dei meccanismi spettacolari del teatro tradizionale: assenza del palco, abolizione dell’applauso e della rigida separazione fra attori e spettatori ecc. L’applauso in particolare è una pratica solo nociva, che va contrastata con convinzione.
Stefano Balice ha ribadito l’importanza di una battaglia che egli conduce in prima persona: contro la Siae e contro il diritto d’autore. Balice, che indossava per l’occasione una t-shirt con un provocatorio logo «Siae», ha spiegato che oggi la migliore tecnica per contrastarla è il plagio. Ricordiamo che i situazionisti pubblicarono i loro scritti con l’indicazione: «Tous les textes publiés peuvent être librement reproduits, traduits ou adaptés même sans indication d’origine».

mercoledì 26 aprile 2017

INTERVISTA A PINO BERTELLI SUL PENSIERO FILOSOFICO-POLITICO DELL'INTERNAZIONALE SITUAZIONISTA, di Vanna Bertoncelli

Guy Debord, 1954
V.B. Come, perché e a chi deve il suo interesse per il neo-Situazionismo?

P.B. «È stato nel '68 che ho conosciuto le opere dell'Internazionale Situazionista, un gruppo di artisti e filosofi che hanno occupato l'università di Nanterre e della Sorbona e dato inizio alla rivoluzione della gioia… il '68, appunto… i loro testi erano in francese e abbiamo contribuito a tradurli e diffonderli.
Ho conosciuto uno dei fondatori dell'Internazionale Situazionista… Guy Debord, nel 1977… nei giorni in cui fu espulso dall'Italia perché "persona indesiderata"… Debord è considerato uno dei più grandi filosofi del '900… ha scritto La società dello spettacolo, uno dei libri più rubati del '68. Vorrei ricordare che nel '68 anche i vini e le marmellate vennero più buoni!».

V.B. Se potessimo definirlo come una corrente di pensiero, quale sarebbe la sua specificità?

P.B. «La filosofia sovversiva non sospetta dei situazionisti… hanno disvelato le menzogne della politica istituzionale, dell'arte mercantile e della servitù della stampa a ogni potere… lavoravano per una società più giusta e più umana. I situazionisti sostenevano che trovare un rivoluzionario autentico è difficile quanto scovare un uomo onesto in parlamento».

V.B. Quali sono le finalità di questo pensiero?

P.B. «Le finalità del pensiero situazionista sono di assaltare il cielo del conformismo e restituire dignità agli ultimi, agli esclusi, agli oppressi, e per realizzare questo tutti i mezzi sono buoni. I situazionisti passavano dalla critica radicale dell'arte all'arte radicale di ogni politica e la notte giravano intorno al fuoco della ragione, pensavano che con la caduta degli idoli sarebbero crollati anche i pregiudizi… mi pare un buon debutto».

V.B. Chi sono i maggiori esponenti, e chi i destinatari?

P.B. «I cattivi maestri dell'Internazionale Situazionista, alcuni dei quali ho ben conosciuto e frequentato, sono Debord, Vaneigem, Jorn, Sanguinetti… tanto per fare qualche nome. I destinatari del loro pensiero sovversivo sono tutti quelli che dicono a ogni forma di potere: la mia parola è NO!».

V.B. In quali zone della nostra Penisola il neo-Situazionismo è presente? E all'estero come stanno le cose?

P.B. «Il pensiero ereticale dell'Internazionale Situazionista è disperso ovunque ci siano uomini e donne che pensano con la propria testa… e lavorano principalmente alla destituzione dell'ipocrisia istituzionale. I situazionisti dicevano che tutti quelli che erano belli e intelligenti potevano entrare nell'Internazionale Situazionista… e dare inizio allo smantellamento del pensiero dominante. Va detto: l'IS si è autosciolta nel 1972, ma la seminagione libertaria di critica radicale della società mercantile dell'IS non è mai morta».

V.B. Con quali modalità viene comunicato e diffuso questo pensiero? E con quali finanziamenti?

P.B. «Modalità? Finanziamenti, MI CHIEDI? I situazionisti non hanno codici né regole da rispettare… ogni cosa va bene quando si tratta di abolire i partiti politici e fondare una società di liberi e uguali… il diritto della forza va combattuto con la forza del diritto. Grazie, e che sia lode ora a uomini di fama».

sabato 16 luglio 2016

PUNTI DI ARRIVO E DI RIPARTENZA: DA TRENTO A PARIGI IN BICICLETTA, di Antonio Marchi

Sono tornato domenica notte a Trento dopo giorni e giorni di pedalate alpine e transalpine che mi hanno portato a Parigi in un intenso incontro sul "Situazionismo" (Punto della Situazione n. 3) in compagnia di compagni/e di varia nazionalità (non solo italiani e francesi) all'Università 8 di Saint-Denis e poi, traslocato in Italia fino a Genova, ripartito alla volta di Senigallia, al CaterRaduno di Radio2, attraversando l'Appennino tosco-umbro-marchigiano, tra i luoghi più belli d'Italia. Quattordici giorni in bicicletta e 2000 km percorsi in compagnia del sole, della pioggia e del vento e di tanta simpatia e amicizia spontanea raccolta strada facendo a partire dalla Facoltà di Sociologia fino al CaterRaduno.
Il giorno dopo il rientro, l'ultima cosa che avevo voglia di fare era aprire il computer. Sapevo cosa mi aspettava… dopo ventun giorni di assenza totale sentivo che avevo riconquistato una nuova consapevolezza della libertà… però non potevo resistere oltre… 195 e-mail mi aspettavano.

martedì 7 giugno 2016

MIROSLAV TICHÝ: ELOGIO DELL'IMPERFEZIONE NELLA FOTOGRAFIA RANDAGIA DI UN FLÂNEUR, di Pino Bertelli

Il tempo di una mia passeggiata determina quello che voglio fotografare…
Io sono un profeta della decadenza e un pioniere del caos,
perché solo dal caos è possibile che emerga qualcosa di nuovo…
Il tuo pensiero è troppo astratto! La fotografia è qualcosa di concreto.
La fotografia è percezione, sono gli occhi che intravedi, e succede così velocemente che potresti non vedere
proprio nulla! Per raggiungere questo, ti serve innanzitutto una pessima macchina fotografica!…
Prima di tutto è necessario avere una macchina fotografica scadente…
Se vuoi essere famoso, è necessario fare qualcosa peggio di chiunque altro al mondo…
Tutti i disegni sono già stati disegnati, tutti i dipinti sono già stati dipinti, cos'era rimasto per me?
(Miroslav Tichý)

I. SULLA FOTOGRAFIA RANDAGIA DI UN FLÂNEUR

Bisogna amarla molto la fotografia, per volerla distruggere… la coscienza della fotografia dominante è coscienza del mito che ne consegue… la creatività liberata dai cenacoli dello spettacolo è per essenza rivoluzionaria. «La funzione dello spettacolo ideologico, artistico, culturale, consiste nel trasformare i lupi della spontaneità in pastori del sapere e della bellezza»1 (Raoul Vaneigem) condannati a morte. Di fotografi del consenso sono lastricati gli annali e le antologie della fotografia insegnata, galleristica o museale… la storia li conserva così perfettamente nella gelateria della loro durata che si dimentica di leggere o intendere, meglio ancora, di comprendere la messe di banalità sulle quali ogni fotografo (non importa che sia di successo, anche un fotoamatore con la spocchia imprenditoriale fa lo stesso) ha diritto a un posto nel confortorio dell'imbecillità. Ogni apocalisse fotografica è bella di una bellezza uccisa o del suo contrario! Ogni storia va rifatta al rovescio… i ribelli non hanno bisogno di conoscersi per pensare la stessa cosa! la liquidazione della civiltà parassitaria (finanziaria, ideologica, religiosa, sapienziale) non merita di essere in alcun modo difesa, ma va aiutata a cadere. La fotografia, tutta la fotografia, o attende alla libertà dell'uomo o è il boia che lo impicca.
Sulla fotografia dell'imperfezione. Le immagini dell'imperfezione esprimono una fare-fotografia che smaschera le ipocrisie della fotografia come apologia del bello e toglie i veli all'avvenimento, alla maschera, al ruolo… risveglia l'estraniamento brechtiano della presenza che lo obbliga a prendere decisioni e comunicare conoscenze e argomentazioni… la fotografia dell'imperfezione è l'immagine rovesciata della realtà prostituita alle codificazioni del mercato dell'arte e della politica. «La pretesa di fare arte è sempre stata la prerogativa dei mercanti di fotografie» (Gisèle Freund). Ora tocca ai fotografi dell'imperfezione fare della fotografia millantata la cloaca di tutte le stupidità fantasmate come successo artistico. La fotografia non pensa quello che sa, può pensare soltanto quello che ignora. L'ignoranza del sapere è immensa! Il divenire degli spiriti liberi è nella fotografia dell'indignazione! Sotto il sole della fotografia paludata trionfa una primavera di carogne.
Da qualche parte abbiamo scritto: «La Bellezza non può entrare nell'arte se lo spirito dell'individuo non è ancorato alla sua opera e non riflette la decostruzione del sacro. La Bellezza ha a che fare con la nuda anarchia dell'immaginazione… la via alla Bellezza comincia nell'incontro d'amore tra le genti… camminare insieme alla Bellezza significa opporsi a tutto quanto si mostra come negazione del piacere o rituale del puritanesimo mercantile delle idee». La bellezza dell'imperfezione (in fotografia e dappertutto) si schiude alla veridicità del suo dolore e fa della fierezza il luogo di pubblico passaggio, come possiamo vedere e restare abbagliati nella poetica libertaria e libertina delle fotografie di Miroslav Tichý. La fotografia dell'imperfezione sboccia nel mondo con il bene dei giusti e combatte - con tutti i mezzi necessari - l'origine del male.

mercoledì 10 febbraio 2016

COBRA: LA SPIRALE DI UN'AVANGUARDIA, di Roberto Massari

La mostra dedicata a CoBrA. Una grande avanguardia europea (1948-1951) - organizzata dalla Fondazione Roma Museo (Pal. Cipolla: 4/12/15-3/4/16) - e le pagine introduttive del Catalogo che l'accompagna (a cura di Damiano Femfert e Francesco Poli, Skira, 2015, bilingue) possono indurre tre riflessioni preliminari o, meglio, tre constatazioni che ci sembra di poter riferire al contesto artistico italiano di quegli anni.

CoBrA e l'Italia
1) Nella ricchezza di presenze culturali all'interno o alla periferia del movimento CoBrA (acronimo che com'è noto sta a indicare la provenienza dei suoi fondatori da Copenhagen, Bruxelles e Amsterdam) appaiono assenti poeti o pittori italiani (con un paio di successive eccezioni).
Per un Paese che nel dopoguerra doveva riprendersi dai disastri culturali del ventennio fascista, costretto a inventarsi presunte avanguardie «nazionali» per recuperare parte del tempo perduto, intimidito o succube del miraggio neorealistico sovietico-zdanoviano e sotto l'influenza dilagante del pensiero estetico di Lukács (che aveva fatto un sol fascio del surrealismo e delle avanguardie europee, condannandone l'irrazionalità e la presunta decadenza), non c'è molto da stupirsi.
2) Ma se è vero che gli artisti italiani sono assenti dalla fase fondativa e di sviluppo di CoBrA, non lo sono del tutto rispetto al suo lascito teorico, vale a dire rispetto alla tradizione che si snoda lungo l'arco degli anni '50 e che permea di sé varie altre esperienze di avanguardia artistica. E ciò grazie in primo luogo a due coraggiosi pionieri presituazionistici attivi in campo figurativo.
E infatti, due anni dopo la fine di CoBrA - quindi nel 1953 - l'albese Pinot Gallizio (1902-1964) e il milanese Enrico Baj (1924-2003) saranno all'origine del Movimento internazionale per un Bauhaus immaginista, mentre lo stesso Gallizio sarà tra i fondatori dell'Internazionale situazionista (a Cosio d'Arroscia, tra Imperia e Cuneo, 28 luglio 1957).
L'Is, come è noto e come il Catalogo di cui sopra non manca di sottolineare, si considerò erede diretta anche dell'esperienza CoBrA, grazie soprattutto all'impegno multiforme di uno dei suoi principali esponenti - il danese Asger Jorn (Jørgensen, 1914-1973) - che s'impegnò in tutti e tre i movimenti citati. Jorn sarà anche a Cosio, immortalato nella storica foto dei «magnifici sette», con l'ottavo impegnato a scattarla.
3) Eppure, nonostante l'assenza da un momento di snodo così importante per la crescita di un discorso alternativo, anticonformistico e necessariamente antagonistico rispetto alle «accademie» culturali delle due «Chiese» dominanti (quella cattolica e quella togliattiana), col tempo un settore della cultura italiana arrivò ad assolvere un qualche ruolo d'avanguardia.

venerdì 4 settembre 2015

VANEIGEM: PREMESSE DI UNA TEORIA POLITICA DEL SITUAZIONISMO, di Roberto Massari

È la rielaborazione dell'intervento preparato per il Punto della Situazione n. 2 presso la Galleria Peccolo di Livorno (13 giugno 2015). Va considerato come il seguito di «Complicanze "spettacolari"», intervento per il Punto della Situazione n. 1 a Sesta Godano (19 settembre 2014), che a sua volta si poteva considerare come il seguito di «Debord: da La società dello spettacolo ai Commentari. Note di lettura», intervento al convegno dell'Aquila dedicato a Debord (21 giugno 2008). [r.m.]

Guy Debord e Raoul Vaneigem, novembre 1962 © Leo Dohmen
Dire che rispetto all'itinerario debordiano il contributo teorico di Raoul Vaneigem è politicamente più incisivo (scava più in profondità, oltre che in estensione) e ideologicamente più definito, può sembrare una banalità. Anzi, in un certo senso lo è, visto che le prime riflessioni politiche significative del Vaneigem situazionista si trovano in due corposi articoli apparsi sull'Internationale Situationniste ad aprile 1962 e a gennaio 1963, che erano per l'appunto intitolati: «Banalités de base I» e «II»1.

Urbanismo unitario vs. geologia della menzogna

La sua critica al sistema - in particolare ai meccanismi fondamentali alimentatori della dilagante alienazione capitalistica - era stata elaborata in precedenza soprattutto partendo dalla dissezione dell'urbanismo a lui contemporaneo. Questo era da lui inteso sia come disciplina pianificatrice, sia come mistificazione spettacolare di realizzazioni pratiche (cioè architettoniche, distributive degli spazi, costrittive e costruttive di uniformità ambientali).
In un testo pubblicato sull'IS dell'agosto 1961 («Programme élémentaire du bureau d'urbanisme unitaire») - scritto a quattro mani con l'architetto-urbanista ungherese Attila Kotányi (aderente all'IS e poi uno dei vari espulsi da Debord) - Vaneigem aveva contrapposto l'esistenza reale dell'architettura contemporanea alla non-esistenza dell'urbanismo, ridotto a semplice ideologia nel senso marxiano del termine. Anticipando temi e metodi che saranno propri della debordiana Société du spectacle, Vaneigem e Kotányi equiparavano le due forme a loro avviso fondanti della mistificazione capitalistica - l'URBANISMO e lo SPETTACOLO - denunciandone la funzione omologante, adeguatrice dell'individuo alle esigenze del sistema. Lo facevano con termini classici (come reificazione e alienazione) e un po' meno classici (come ricatto utilitaristico, induzione alla partecipazione tramite la pubblicità-propaganda, organizzazione dell'isolamento, identificazione con l'ambiente circostante senza possibilità di scelta, manipolazione dell'habitat ecc.).

giovedì 13 agosto 2015

MIA MADRE (Nanni Moretti, 2015), di Pino Bertelli

Siamo abbastanza chiaroveggenti da essere tentati di deporre le armi; nondimeno il riflesso della ribellione trionfa sui nostri dubbi; e benché potremmo diventare degli stoici perfetti, l'anarchico rimane desto in noi e si oppone alla nostra rassegnazione.
(E.M. Cioran)

I. LE CARNEVALATE DEI FESTIVAL DEL CINEMA E GLI ORSETTI LAVATORI DELLA CRITICA IN FRAC

L'amore per la verità, la gioia o la rivolta pura e semplice dell'ordine costituito non alberga nelle anime morte del cinema italiano. Di lodi sperticate su film non sempre pregevoli sono lastricate le platee (le storie) della macchina/cinema… la civiltà dello spettacolo, come sappiamo, poggia i propri deliri di onnipotenza non solo sulle guerre, sugli indici della Borsa o sul consenso generalizzato dei mercati globali, ma anche e soprattutto sulla dittatura mediatica (cinema, fotografia, internet, televisione, pubblicità, carta stampata…). Lo spettacolo è il compendio di tutte le forme alienate della merce, della politica, dei saperi, e determina i rapporti sociali. La società spettacolare riproduce la schizofrenia delle coscienze addomesticate e l'organizzazione dominante del caos trova il proprio statuto nel controllo dei cittadini, con il rafforzamento di apparati di polizia sempre più sofisticati. I sovversivi del desiderio devono saper tracciare sentieri dell'indignazione o alzare il conflitto a uno stadio più elevato, dove la rivoluzione o la critica radicale di tutti gli aspetti della vita quotidiana diventa un momento creativo, e dove la libertà dell'immaginario si trasforma nell'immaginario della libertà.
Il film di Nanni Moretti, Mia madre, tratta di cose serie, come gli ultimi giorni di vita di una madre, e l'impegno del regista che aderisce al racconto (con venature autobiografiche) è davvero encomiabile… il film però è brutto. A momenti anche di una banalità da fine del mondo, che farebbe pensare che non bisogna mai vedere per forza un film fino in fondo. Meglio una passeggiata sul mare con la pioggia sulla faccia, che affondare nell'intimità cine-televisiva del dolore. Naturalmente, la critica in frac e il pubblico dello spettacolare integrato (nella cultura da centri commerciali, che è la medesima delle buffonate elettorali) sono di diverso avviso. L'apprezzamento manierato della critica è quasi sgradevole… si cerca e si scrive del film di Moretti quello che non c'è… gli incassi vanno in cordata con gli elogi e i premi arriveranno dopo le carnevalate di Cannes e altri tappeti rossi… che bello! una manica di idioti parla di cinema! di vestiti griffati! di scarpe con i tacchi alti! di puttane rifatte! gli applausi si sprecano… e il cinema? Il cinema è morto nella noia come percezione dell'esistente. Pura merda.

giovedì 30 luglio 2015

L'ANTISPETTACOLO NELLA SOCIETÀ DELLO SPETTACOLO: UN INCONTRO A LIVORNO, FRA TEORIA E SITUAZIONI URBANE, di Antonio Saccoccio

[Le foto sono di Pino Bertelli]

Il 13 giugno la galleria Peccolo e la centralissima piazza della Repubblica di Livorno hanno ospitato il "Punto della Situazione n. 2". Al centro dell'incontro, intitolato significativamente "L'antispettacolo nella società dello spettacolo", sono state le differenti strategie per contrastare la pervasività dello spettacolare nel mondo contemporaneo.
In apertura, spazio alla presentazione del libro Debord e il Situazionismo revisited (a cura di A. Saccoccio, Massari editore) con gli interventi di studiosi e attivisti nel campo delle avanguardie: i critici Sandro Ricaldone e Luca M. Venturi; il fotografo Pino Bertelli; l'editore Roberto Massari; il gallerista Roberto Peccolo; Pasquale Stanziale, già autore di diversi saggi sull'Internazionale Situazionista; Stefano Taccone, curatore del recente Contro l'infelicità. L'Internazionale Situazionista e la sua attualità (ed. Ombre Corte). A questi si sono aggiunte le riflessioni/azioni di Helena Velena, guerrigliera punk-anarco-situazionista; Benedetto Fanna, Giuseppe Savino e Marco Olivieri, musicisti estemporanei dell'Orchestra Noè; Stefano Balice e Joshua Pettinicchio, oltre-artisti rumoristi del MAV; Antonio Marchi, ciclosituazionista.
Su un piano strettamente teorico, Stanziale ha centrato il suo intervento sulla "realizzazione della filosofia", e cioè l'idea situazionista per cui la filosofia dovrebbe giungere al suo compimento e alla sua fine trasformandosi in azione rivoluzionaria. Un'idea a cui si affianca quella del "superamento dell'arte", ripresa più volte nel libro sopracitato. A questo proposito Fanna e Balice hanno illustrato sinteticamente la natura e gli obiettivi delle pratiche performative portate avanti dai gruppi Noè (Nostra Orchestra Estemporanea) e MAV (Movimento Arte Vaporizzata). È stata proprio l'idea dell'estemporaneità al centro della riflessione/azione del pomeriggio. L'estemporaneità come momento intensamente vissuto e donato che rifiuta i meccanismi della contemplazione, della merce/spettacolo, perché si offre senza calcoli e mediazioni. E così la discussione teorica è stata ripetutamente interrotta da "perturbazioni acustiche" create dai numerosi musicisti e rumoristi presenti in sala.

domenica 31 maggio 2015

BIRDMAN (Alejandro González Iñárritu, 2014), di Pino Bertelli

[…] Nella macchina/cinema ci sono autori di un certo livello estetico, avvezzi a riconoscimenti, premi, considerazioni di genialità, anche quando fanno un film brutto, inutile e, al meglio della comprensione mercenaria, imbecille. Alejandro González Iñárritu, messicano di talento, affabulatore di film caratterizzati da una notevole forza figurativa (Amores perros, 2000; 21 grammi, 2003; Biutiful, 2010), pluripremiato in molti festival del cinema, con Birdman (2014) si è portato a casa quattro Oscar (film, regia, sceneggiatura originale, fotografia)… è costato circa 16,5 milioni di dollari e in poco tempo ne ha già incassati 102 milioni di dollari [dei quali 42 in patria, tenendo conto che negli States la visione nelle sale è stata vietata ai minori di diciassette anni se non accompagnati da un adulto, per la presenza di contenuto sessuale, linguaggio scurrile e violenza (?!)]. Vero niente. Il film è un pacco-regalo e un salvacondotto per quanti vanno al cinema (con il pop corn e la Coca-Cola) affascinati dalla struttura delle nuove tecnologie. Il linguaggio della seduzione, quando è veicolo dello spettacolare-integrato, è il linguaggio della vendita, cioè della prostituzione.
Dopo il debutto di Birdman a Venezia, nel 2014, la critica velinara è esplosa in lodi sperticate e sermoni biblici… ad una lettura non viziata dal "comune sentire", è difficile arrivare alla fine del film senza addormentarsi o ridere di tanta vaghezza espressiva. I situazionisti ci ricordano che lo spettacolo è il capitale giunto a un tale grado di accumulazione da divenire immagine, e la mercificazione dell'esistente è l'alienazione della vita umana sotto forma di merce. Non disprezziamo il fascio di cineasti per quello che dicono, ma per ciò che sono: merdre! (Ubu roi!, diceva Alfred Jarry). Il destarsi del genio esonda da un'opera che nulla ha a che fare con l'utilitarismo… l'uomo di genio è sempre in contrasto con il proprio tempo.

mercoledì 15 aprile 2015

COMPLICANZE «SPETTACOLARI», di Roberto Massari

[l'immagine di copertina è di Pino Bertelli]
Produrre ancor oggi qualcosa di originale su ciò che Debord ha scritto o fatto, è un'impresa molto ardua. Apparentemente tutto su di lui è stato detto, tutto di lui è stato letto e visto, mentre il suo nome si conferma sempre più come un contrassegno simbolico di un'epoca: gli anni delle avanguardie e del ribellismo presessantottesco.
Il nome di Debord è oggi più noto di quanto non lo fosse vent'anni fa e spesso, nella cronaca giornalistica, rimpiazza ingiustamente il nome del movimento di cui egli fu controverso alfiere: il Situazionismo. Resta il fatto, però, che il ritmo storicamente sempre più vorace con cui si consumano mode e riti letterari, ha reso impossibile un'assimilazione reale dei contenuti della sua battaglia. Quasi nulla del suo messaggio affiora nel mondo della politica istituzionale (anche della più radicale, contestatrice o alternativista), ma nulla o quasi anche nel mondo che viene ipocritamente definito «dell'antipolitica», benché sarebbe più corretto parlare di mondo dell'antiparlamentarismo e dell'antipartitocrazia.
La verità è che ben poco è stato assimilato persino negli ambienti che operano con buone intenzioni anticapitalistiche o antisistemiche, travolti ingenuamente dal crollo delle ideologie tradizionali e ancora incapaci di elaborare il lutto.
Attende Debord un destino simile a quello di altre icone eversive novecentesche: la società dello spettacolo (quella reale e non quella letteraria) si sta impadronendo della sua opera, della sua vita e del suo messaggio - peraltro così «spettacolarmente» conclusi col suicidio del 1994. In lingue e traduzioni varie fioriscono libri su libri, articoli su articoli, via via ingarbugliando intuizioni che sarebbero invece fondamentali per una comprensione critica della nostra epoca.

RED UTOPIA ROJA – Principles / Principios / Princìpi / Principes / Princípios

a) The end does not justify the means, but the means which we use must reflect the essence of the end.

b) Support for the struggle of all peoples against imperialism and/or for their self determination, independently of their political leaderships.

c) For the autonomy and total independence from the political projects of capitalism.

d) The unity of the workers of the world - intellectual and physical workers, without ideological discrimination of any kind (apart from the basics of anti-capitalism, anti-imperialism and of socialism).

e) Fight against political bureaucracies, for direct and councils democracy.

f) Save all life on the Planet, save humanity.

g) For a Red Utopist, cultural work and artistic creation in particular, represent the noblest revolutionary attempt to fight against fear and death. Each creation is an act of love for life, and at the same time a proposal for humanization.

* * *

a) El fin no justifica los medios, y en los medios que empleamos debe estar reflejada la esencia del fin.

b) Apoyo a las luchas de todos los pueblos contra el imperialismo y/o por su autodeterminación, independientemente de sus direcciones políticas.

c) Por la autonomía y la independencia total respecto a los proyectos políticos del capitalismo.

d) Unidad del mundo del trabajo intelectual y físico, sin discriminaciones ideológicas de ningún tipo, fuera de la identidad “anticapitalista, antiimperialista y por el socialismo”.

e) Lucha contra las burocracias políticas, por la democracia directa y consejista.

f) Salvar la vida sobre la Tierra, salvar a la humanidad.

g) Para un Utopista Rojo el trabajo cultural y la creación artística en particular son el más noble intento revolucionario de lucha contra los miedos y la muerte. Toda creación es un acto de amor a la vida, por lo mismo es una propuesta de humanización.

* * *

a) Il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi che impieghiamo dev’essere riflessa l’essenza del fine.

b) Sostegno alle lotte di tutti i popoli contro l’imperialismo e/o per la loro autodeterminazione, indipendentemente dalle loro direzioni politiche.

c) Per l’autonomia e l’indipendenza totale dai progetti politici del capitalismo.

d) Unità del mondo del lavoro mentale e materiale, senza discriminazioni ideologiche di alcun tipo (a parte le «basi anticapitaliste, antimperialiste e per il socialismo».

e) Lotta contro le burocrazie politiche, per la democrazia diretta e consigliare.

f) Salvare la vita sulla Terra, salvare l’umanità.

g) Per un Utopista Rosso il lavoro culturale e la creazione artistica in particolare rappresentano il più nobile tentativo rivoluzionario per lottare contro le paure e la morte. Ogni creazione è un atto d’amore per la vita, e allo stesso tempo una proposta di umanizzazione.

* * *

a) La fin ne justifie pas les moyens, et dans les moyens que nous utilisons doit apparaître l'essence de la fin projetée.

b) Appui aux luttes de tous les peuples menées contre l'impérialisme et/ou pour leur autodétermination, indépendamment de leurs directions politiques.

c) Pour l'autonomie et la totale indépendance par rapport aux projets politiques du capitalisme.

d) Unité du monde du travail intellectuel et manuel, sans discriminations idéologiques d'aucun type, en dehors de l'identité "anticapitaliste, anti-impérialiste et pour le socialisme".

e) Lutte contre les bureaucraties politiques, et pour la démocratie directe et conseilliste.

f) Sauver la vie sur Terre, sauver l'Humanité.

g) Pour un Utopiste Rouge, le travail culturel, et plus particulièrement la création artistique, représentent la plus noble tentative révolutionnaire pour lutter contre la peur et contre la mort. Toute création est un acte d'amour pour la vie, et en même temps une proposition d'humanisation.

* * *

a) O fim não justifica os médios, e os médios utilizados devem reflectir a essência do fim.

b) Apoio às lutas de todos os povos contra o imperialismo e/ou pela auto-determinação, independentemente das direcções políticas deles.

c) Pela autonomia e a independência respeito total para com os projectos políticos do capitalismo.

d) Unidade do mundo do trabalho intelectual e físico, sem discriminações ideológicas de nenhum tipo, fora da identidade “anti-capitalista, anti-imperialista e pelo socialismo”.

e) Luta contra as burocracias políticas, pela democracia directa e dos conselhos.

f) Salvar a vida na Terra, salvar a humanidade.

g) Para um Utopista Vermelho o trabalho cultural e a criação artística em particular representam os mais nobres tentativos revolucionários por lutar contra os medos e a morte. Cada criação é um ato de amor para com a vida e, no mesmo tempo, uma proposta de humanização.