L’associazione Utopia rossa considera suo fondamento politico il principio secondo cui il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi si deve riflettere l’essenza del fine. Non ha programmi politici, come del resto non ne aveva la Prima internazionale. Nonostante le più diverse provenienze ideologiche dei suoi sostenitori, essa ritiene che l’anticapitalismo dilagato dopo l’inizio dell’Antirivoluzione russa (dicembre 1917) sia stato motivato fondamentalmente da idee precapitalistiche, cioè retrograde, e non da progetti di civiltà in grado di superare il capitalismo sviluppando ulteriormente i suoi modelli di democrazia. Ciò spiega anche il prevalere, nella storia della cosiddetta «sinistra», di simpatie per i regimi dittatoriali di ogni specie e colore. Utopia rossa si batte contro l’ulteriore diffusione di ideologie precapitalistiche vecchie e nuove (in campo politico, culturale, ecologico, religioso ecc.), come parte della sua battaglia per il superamento del capitalismo, se si vuole salvare la vita sulla Terra con la sua umanità. In questo senso la sua utopia continua ad essere rossa.

The Red Utopia association considers its political foundation to be the principle that the end does not justify the means, but that the means must reflect the essence of the end. It has no political program, just as the First International did not. Despite the diverse ideological backgrounds of its supporters, it believes that the anti-capitalism that spread after the start of the Russian Anti-Revolution (December 1917) was fundamentally motivated by pre-capitalist – that is, retrograde – ideas, and not by civilizational projects capable of overcoming capitalism and of further developing its democratic models. This also explains the prevalence, throughout the history of the so-called «left», of sympathies for dictatorial regimes of all kinds and colors. Red Utopia fights against the further spread of old and new pre-capitalist ideologies (in the political, cultural, ecological, religious, and other fields) as part of its battle to overcome capitalism, if life on Earth, including its humanity, is to be saved. In this sense, its utopia remains red.

PER SAPERNE DI PIÙ CI SONO UNA COLLANA DI LIBRI E UN BLOG IN VARIE LINGUE…

Visualizzazione post con etichetta forchettoni rossi. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta forchettoni rossi. Mostra tutti i post

giovedì 16 luglio 2015

PER I GRECI: UNICA SOLUZIONE LA RIVOLUZIONE (OVVIAMENTE CONTRO LA PROPRIA BORGHESIA), di Roberto Massari

Atene, piazza Syntagma, 15 luglio 2015 © Reuters
Nei giorni precedenti il Referendum greco e nell'ebbrezza delle ore successive alla vittoria del no, sembrò avverarsi finalmente il noto verso di Orazio appreso sui banchi di scuola: Graecia capta ferum victorem cepit: «la Grecia conquistata ha conquistato il selvaggio vincitore» (purché si sostituisca «ferum victorem» con Italicum laevum suffragatorem, cioè l'italiano bravo elettore di sinistra di bontempelliana memoria). Rappresentati ai loro massimi livelli nella gerarchia di partito, si può dire che ad Atene erano presenti come entusiastici sostenitori di Syriza e soprattutto di Tsipras gli elettori di Sel, di Rifondazione, del Movimento 5Stelle, oltre a qualche scheggia del Pd. Insomma, quella che per una convenzione linguistica, poco fondata storicamente, viene ancora chiamata «la sinistra a sinistra del Pd». Escludendo per ora il movimento di Grillo (che vive ormai una schizofrenia quasi quotidiana, visto che qualche mese fa rifiutò di affiancarsi a Syriza nel gruppo parlamentare europeo, preferendo un gruppo inglese della destra razzista e sciovinista, mentre ora inneggia a Tsipras attribuendogli intenzioni antieuropeiste che il poveretto non ha mai avuto) possiamo dire che in piazza a gioire di una vittoria altrui - come già in Spagna con Podemos - erano presenti le correnti politiche che a suo tempo, guidate da Bertinotti, erano andate al governo con Prodi (i famigerati Forchettoni rossi), sostenendolo in ogni sua bisogna: dal proseguimento dell'attacco allo stato sociale in Italia fino alle missioni di guerra all'estero.
La svolta improvvisa di Tsipras (che ha fatto campagna per il No, ma ha scelto di realizzare le proposte del Sì) ha sconvolto la festa per tutti costoro e magari i più eruditi tra loro andranno a riscoprire i luoghi comuni antigreci diffusi da un'antica cultura mediterranea e latina (dal virgiliano appello a diffidare dei doni dei Danai alla vituperata Graeca fides, dal Graecus impostor all'invito a temere il fallacem Graeculum ecc.).

martedì 27 maggio 2014

L'ILLUSORIO SUCCESSO DI RENZI, di Michele Nobile

È incredibile e inaccettabile che, in presenza di un'astensione che raggiunge oramai il 30-40% del corpo elettorale, si continui a ragionare sui risultati elettorali calcolati solo sulla base dei voti validi. Con percentuali tanto elevate di rigetto della casta politica, qualsiasi ragionamento che si basi unicamente sui voti validi non potrà che distorcere gravemente il grado di consenso reale dei cittadini nei confronti dei partiti, con gravi effetti sul discorso politico. La tenacia con cui i commentatori restano abbarbicati a questa metodologia, scientificamente infondata e politicamente mistificante, è tanto più assurda quando praticata da chi pretende di andare contro la casta governante, se non contro il sistema.

In queste elezioni europee, in Italia non hanno votato 20,3 milioni di cittadini, nove milioni in più degli astenuti nelle politiche del 2013, un milione e mezzo di più che nelle europee del 2009. Sommando astensione e schede bianche e nulle, l’area complessiva del non-voto ammonta in queste europee al 44% del corpo elettorale (portando quindi il tasso dei voti validi al 56%: l'astensionismo è di gran lunga il maggior «partito» italiano. E se tradizionalmente nelle europee l’astensione è più alta che nelle politiche nazionali, è pur vero che nel 2013 l’area del non-voto era il 28% e ancor più alta fu nelle comunali.

martedì 9 aprile 2013

IL MOVIMENTO 5 STELLE. UNA RIVOLTA NELLA POSTDEMOCRAZIA E LE OSSESSIONI DELLA (EX) SINISTRA ITALIANA, di Michele Nobile

Demonizzazione e captatio benevolentiae verso il M5S

È da tempo che la crisi di legittimità della casta partitico-statale italiana si esprime nella crescita dell’astensionismo: che è il fenomeno politico maggiormente in crescita di cui poco si parla o se ne parla per liquidarlo come primitivismo antiparlamentare o «qualunquismo». Come forma di protesta politica l’astensionismo cresce perché ha profonde e diffuse motivazioni sociali, alle quali né il centrosinistra né il centrodestra sono in grado di rispondere in modo credibile e accettabile.
Con le recenti elezioni la crisi di legittimità si è trasferita anche all’interno dell’istituzione parlamentare, in conseguenza del successo elettorale del Movimento cinque stelle (M5S): piaccia o no, di fronte ai partiti che da vent’anni governano il paese è il M5S che costituisce il terzo polo, quello della protesta.
È questo che spiega l’ambivalenza dell’atteggiamento di politici e commentatori nei confronti del M5S, che oscilla tra la demonizzazione e la captatio benevolentiae: in questo secondo caso ci si aspetta che Grillo «il demagogo» e i parlamentari della cosiddetta «antipolitica» sappiano anche mostrarsi ragionevoli e costruttivi, consentendo in tal modo la formazione di un governo, possibilmente di centrosinistra.

lunedì 1 aprile 2013

LETTERE A BEPPE GRILLO (2007), di Roberto Massari

In un periodo in cui tende a crescere lo sciacallaggio verso il M5S (cioè l’avvicinamento al Movimento anche da parte di chi ne ha diffamato l’operato fino a tempi recenti), ci sembra utile mettere a disposizione del lettore queste lettere inviate nella seconda metà del 2007, vale a dire in tempi insospettabili, anzi insospettabilissimi... (La Redazione italiana del blog)

 Caro Beppe Grillo, ti scrivo come direttore della casa editrice Massari della quale potresti anche aver sentito parlare.
Ti informo che stiamo per chiudere un libro a sei voci (Marino Badiale, Massimo Bontempelli, Antonella Marazzi, Andrea Furlan, Michele Nobile e il sottoscritto) dal titolo: I Forchettoni rossi, sottotitolo La sottocasta della «sinistra radicale». È dedicato al Prc, il Pdci e i Verdi: è ovviamente politically molto scorretto,

lunedì 18 marzo 2013

DOPO LE SCIOCCHEZZE SUL POPULISMO E IL «REGIME» BERLUSCONIANO, ORA QUELLE SU BEPPE GRILLO E IL MOVIMENTO CINQUE STELLE, di Michele Nobile

Le recenti elezioni hanno dimostrato quanto fossero sbagliate e politicamente fuorvianti le analisi della situazione italiana che insistevano sulla formazione di un particolare «regime» berlusconiano, variamente aggettivato come populistico, bonapartistico, carismatico, patrimoniale, videocrazia ecc.
Queste analisi non coglievano la portata strutturale e irreversibile della trasformazione contemporanea nel senso della postdemocrazia; peggio ancora, rimuovevano o sottovalutavano, per l’interesse alla collaborazione subalterna, le decisive responsabilità del centrosinistra quale attore postdemocratico e protagonista dell’introduzione massiccia di norme «neoliberiste» in Italia negli anni Novanta del secolo scorso. In altri termini, le interpretazioni correnti del berlusconismo riducevano a fatto personale e di parte un fenomeno che coinvolgeva l’intero sistema dei partiti, ora compiutamente costituito in casta partitico-statale del regime postdemocratico.

martedì 26 febbraio 2013

I RISULTATI ELETTORALI CONFERMANO E ACCELERANO IL DISFACIMENTO DEL SISTEMA PARLAMENTARE ITALIANO, di Michele Nobile

In modo che può dirsi esplosivo, queste elezioni hanno confermato la tendenza emergente negli ultimi anni: quasi 12 milioni di cittadini si sono rifiutati di baciare la mano che li ha bastonati e che continuerà a farlo, se infine non sarà fermata.
Sulle politiche del 2008 gli astenuti sono aumentati di oltre un milione e mezzo. Ciò corrisponde a un aumento di sei punti di percentuale, un balzo enorme: i precedenti scatti dell’astensionismo, nel 1979 dopo il fallimento del berlingueriano «compromesso storico» e nel 1996 dopo il primo governo Prodi, furono di tre punti di percentuale.
Con le schede bianche e nulle il totale dei non-votanti dovrebbe salire a oltre 13 milioni, quasi un terzo dell’intero corpo elettorale.

Il minimo storico di partecipazione alle elezioni politiche
Quello del 2013 è il minimo storico di partecipazione alle elezioni politiche della Repubblica italiana: e se qualche decennio fa forse avrei potuto considerare questo dato ambiguo oggi, invece, in pieno regime postdemocratico, ritengo di dover gioire, come dovrebbe gioire chiunque abbia in odio il capitalismo e le sue istituzioni.
Astenendosi, una parte crescente della cittadinanza italiana ha consapevolmente rifiutato di partecipare al rito di legittimazione della casta partitico-statale. Questi cittadini hanno almeno intuito la natura postdemocratica del regime e ne hanno tratto la logica conseguenza: lo boicottano. Hanno rifiutato l’inganno della società dello spettacolo e del marketing politico, non si sono prestati a consolidare un determinato assetto del governo oligarchico dello Stato.
Astenersi è stato un atto minimo di dignità e di consapevolezza politica; ed è un passo avanti per riaffermare, contro la casta politica e l’istituzione che la rappresenta, che le vie per l’espansione della democrazia e per la difesa e l’allargamento dei diritti sociali non solo passa fuori del Parlamento ma, oramai, gli si contrappone.
Inoltre, sia pur in minor misura, anche nel voto per il Movimento 5 stelle si esprime il rifiuto netto della casta, se non anche dell’istituto parlamentare (in regime postdemocratico).
Ebbene, se all’astensione sommiamo il voto per il Movimento 5 stelle, si deve dire che quasi metà dei cittadini italiani si sono espressi in modo inequivocabile contro l’insieme dei partiti di governo o che hanno governato (inclusi verdi, sinistra post-Pci e ultimi arrivati della pseudo «società civile»).

La crisi di rappresentatività del sistema dei partiti
Occorre comprendere bene le implicazioni di questo fatto enorme: sulla base di queste elezioni la crisi di rappresentatività del sistema dei partiti, l’autentico sovrano politico, ha fatto un salto di qualità. Forse neanche ai tempi di Tangentopoli, che pure portò al crollo della Democrazia cristiana e del vecchio centrosinistra, la crisi di rappresentatività fu tanto grave. Allora lo sbocco della crisi di rappresentatività furono i referendum per modificare il sistema elettorale, che vinsero con percentuali del 95% e dell’82% dei voti validi. Venti anni fa la maggioranza dei cittadini cadde in una trappola: per come venne presentata, la (contro)riforma avrebbe dovuto «avvicinare» la politica ai cittadini, portare a un sistema bipartitico e più stabile, rafforzare la governabilità del paese. In realtà lo smantellamento del sistema elettorale proporzionale fu l’attacco più grave mai portato ai diritti politici in Italia: e la responsabilità del suo successo è da attribuirsi al Partito democratico della sinistra, erede del Pci e progenitore dell’attuale Pd.
Questa volta, invece, i cittadini si sono pronunciati non tanto contro questo o quel partito ma contro l’insieme dei partiti e delle politiche da essi perseguite da due decenni.
Il non-voto ha quindi obiettivamente acquisito una valenza progressista contro il conservatorismo politico, il cinismo e l’opera di distruzione dei diritti sociali portata avanti da due decenni sia dal centrodestra sia dal centrosinistra, quest’ultimo con l’aiuto di Rifondazione comunista, del Pdci e dei Verdi.

Utopia Rossa: dalla critica ai Forchettoni all’Antiparlamento dei movimenti
Come Utopia Rossa fummo in sintonia con quella maggioranza di elettori che nel 2008 punirono i «comunisti» che, fino all’ultimo, avevano sostenuto con tutte le loro forze il governo imperialista e «social-liberista» di Prodi. Allora, prima delle nuove elezioni, pubblicammo I Forchettoni rossi, un libro in cui spiegavamo, in modo pacato ma rigoroso, in termini storici, sociologici e linguistici, le ragioni dell’opportunismo congenito di Rifondazione comunista, Pdci e Verdi. Con le nostre debolissime forze cercammo di rendere più solide e quindi più costruttive le ragioni della giusta disillusione.
Nel 2013 possiamo dire di essere in sintonia con i milioni di elettori che si sono astenuti. Abbiamo spiegato e continueremo a spiegare razionalmente i motivi del degrado politico e ideale dei partiti e dell’obsolescenza del parlamentarismo. E abbiamo proposto un obiettivo, quello dell’Antiparlamento dei movimenti sociali, che per quanto non realizzabile nell’immediato costituisce pur sempre un ponte tra l’indignazione e il disgusto nel presente e una prassi anticapitalistica e antistituzionale nel futuro. Ma la prospettiva strategica dell’Antiparlamento comporta immediatamente conseguenze nell’atteggiamento verso i partiti e lo Stato. Su questo tornerò in conclusione. Intanto, posso dire che la nostra microscopica e orgogliosamente nullatenente associazione si è conquistata un ideale posto d’onore in un fenomeno di massa denso di potenzialità liberatrici. Come minimo, siamo insieme a chi ha fatto una scelta di libertà e di dignità.
I lavoratori che hanno votato per il centrosinistra o per il centrodestra sono profondamente alienati, sul piano politico, dai propri interessi minimi di classe. I comunisti e i pacifisti che hanno votato per Rivoluzione civile sono rimasti ancora una volta vittime delle illusioni elettoralistiche inculcate da decenni di togliattismo e ingraismo (con Bertinotti ultimo interprete e Ferrero come becchino). Anch’essi sono in preda a una condizione di alienazione soggettiva, intrappolati da una retorica sinistrorsa sempre più vuota e dal mito della rappresentanza di una sinistra sempre più generica e smidollata, diretta da una sottocasta di professionisti della politica la cui ragione d’esistenza è lo scranno istituzionale e il finanziamento statale al partito. Infine, chi ha votato per il Pcl o il Pdac dimostra di non aver compreso la sostanza della lezione di Lenin sull’uso tattico della partecipazione alle elezioni, da valutare volta per volta secondo il quadro politico complessivo e, specialmente, in funzione del contributo della propaganda elettorale alla radicalizzazione politica di settori di lavoratori.
I lavoratori e le lavoratrici che si sono astenuti sono invece alieni nei confronti del sistema dei partiti dello Stato imperialista italiano ma padroni di se stessi. È questo fenomeno progressivo, che obiettivamente ha una potenzialità anti-istituzionale e di radicalizzazione politica, il bacino «elettorale» di Utopia Rossa.

Superiorità morale e politica dell’astensionismo
Come, si obietterà, l’astensionismo non è qualunquismo? Non è un modo per fare il gioco della destra? Non è rassegnazione? E l’elettore di Ingroia o di Ferrando non è politicamente più evoluto dell’astensionista?
No, non è così, o non più. L’equazione fra astensione e «qualunquismo», ammesso che nella sua genericità sia mai stata valida, e non lo è stata, risulta obsoleta e inutile quando i partiti diventano organi dello Stato e il Parlamento cessa di essere cassa di risonanza, per quanto imperfetta, del conflitto sociale. Per motivi strutturali l’organo legislativo ora non è altro che la cassa di registrazione di decisioni prese al vertice dei partiti e del governo.
Al contrario, a fronte dell’oligarchia bipartitica, del trasformismo dilagante, dell’ipocrita e ignobile ricatto del «votare il meno peggio», l’astensionismo è oggi un’elementare misura di difesa della propria autonomia di giudizio etico e politico. È una sana e progressiva reazione alla reale antipolitica, questa sì «qualunquistica», della politica parlamentare e istituzionale.

martedì 19 febbraio 2013

I FORCHETTONI ROSSI ALLA RISCOSSA, di Roberto Massari

Come per il testo di Pier Francesco Zarcone ANTIPARLAMENTARISMO: LA TRADIZIONE STORICA  e per gli stessi motivi, cioè la sua validità nel contesto politico attuale, riproponiamo questa intervista a Roberto Massari del 19-11-2007, fatta da Radio Radicale in occasione dell'uscita del libro I FORCHETTONI ROSSI - La sottocasta della «sinistra radicale» 

venerdì 4 gennaio 2013

ANTIPARLAMENTO DEI MOVIMENTI SOCIALI, di Michele Nobile


Sintesi della discussione svoltasi il 16 dicembre 2012 nella sede di Utopia rossa e introdotta da una relazione di Michele Nobile. Il testo che segue è stato arricchito dai contributi di altri compagni e compagne, e in quanto tale entra a far parte del patrimonio teorico di UR.
(La Redazione di www.utopiarossa.blogspot.com)

Per Antiparlamento dei movimenti sociali non si deve intendere l’ennesima conferenza o coordinamento di professionisti della politica, magari affiancati da associazioni di supporto; l’Antiparlamento non deve intendersi come qualcosa il cui compito sia elaborare soluzioni alternative alla crisi capitalistica o ai problemi sociali in vista delle elezioni, in definitiva contando su una nuova maggioranza parlamentare «amica» dei proponenti.
Al contrario, l’Antiparlamento dovrà essere espressione dell’auto-organizzazione di movimenti di massa in lotta non solo contro i loro determinati e specifici avversari, locali e/o settoriali, ma anche contro l’intera casta politica e lo stesso Parlamento in quanto organo di legittimazione della casta.
Alla lettera, intendiamo l’Antiparlamento quale forma di democrazia politica alternativa e contrapposta all’istituto parlamentare e al suo necessario complemento: le elezioni politiche.
Non basta più dire che la vittoria delle lotte specifiche e determinate non deve più passare attraverso burocrati partitici e sindacali e il parlamento. Occorre dire che la casta dei professionisti della politica e le loro istituzioni sono nemici dell’espansione dei diritti e delle libertà. Occorre rompere definitivamente con la strategia consistente nel far rifluire la propaganda politica e la mobilitazione sociale in una scadenza elettorale e nel sostegno a una determinata maggioranza parlamentare o ad una linea di pressione esterna e «critica» del governo pur sempre visto come «amico». In questa strategia è invischiata da decenni la sinistra italiana, compresi la ex estrema sinistra e i vari partiti post-Pci.

Dal nostro punto di vista la posizione antiparlamentare si motiva con il processo d’involuzione storica della cosiddetta democrazia rappresentativa nei paesi a capitalismo avanzato e, in particolare, in Italia.
Si tratta di un processo di lungo periodo, il cui motore fu proprio la crescita delle funzioni economiche e sociali dello Stato capitalistico, con i suoi effetti sui rapporti tra burocrazia amministrativa e partitica, tra governo e parlamento e sulle funzioni e le caratteristiche dei partiti.
Risultati finali delle trasformazioni accennate, apparentemente democratiche e nostalgicamente rimpiante da tanta parte della sinistra, sono stati la statizzazione dei partiti, la loro convergenza programmatica, la costituzione del sistema dei partiti in casta. 
Nei decenni di fine secolo si è consumata definitivamente la parabola d’integrazione nello Stato dei partiti della sinistra, socialdemocratici e comunisti. Il processo degenerativo, in termini politici, ideali e personali è molto avanzato e grave in Italia. Esso ha coinvolto anche i partiti post-Pci che, con il sostegno e la partecipazione diretta ai governi nazionali e locali del centrosinistra, hanno ampiamente dimostrato e continuano a dimostrare di rimanere subalterni al centrosinistra o a una sua componente: le differenze, a questo proposito, riguardano più i modi e i tempi che la sostanza. Il processo è stato ampiamente trattato nei libri di Utopia rossa (da La sinistra rivelata a I forchettoni rossi a Le false sinistre fino al recente Capitalismo e postdemocrazia) e negli articoli pubblicati nel blog.
Quando il finanziamento dell’attività di partito dipende per l’80-90% e oltre dai fondi statali i partiti cessano di essere organi di mediazione tra Stato e società civile e diventano a tutti gli effetti organi statali. La dipendenza dal finanziamento pubblico dei partiti «alternativi», verdi e a denominazione «comunista» è alla pari o superiore di quella dei partiti di governo. Ovviamente per essi la partecipazione alle elezioni è una necessità vitale; e necessità vitale è trovare forme di collaborazione con il centrosinistra.
La statizzazione dei partiti comporta l’assoluta prevalenza della funzione di governo rispetto a quella della rappresentanza, sia pur limitata e distorta, di alcuni interessi dei comuni cittadini. Per i partiti e le coalizioni che si spartiscono il mercato dei voti il processo di statizzazione è parallelo alla sostanziale convergenza politica intorno agli interessi immediati del padronato.

 Pur rimanendo un organo dello Stato capitalistico, negli anni ’60 e ‘70 il Parlamento riusciva ancora a rispondere alle lotte e ai problemi sociali con leggi che costituivano un progresso, sia pur parziale. Ma da oltre trent’anni a questa parte, mentre il sistema dei partiti si fa autoreferenziale, la stessa istituzione parlamentare cessa di avere qualsiasi possibilità progressiva. Le leggi più importanti adottate in Parlamento sono sempre contrarie ai lavoratori ed ai bisogni sociali dei comuni cittadini.
Questo è un dato strutturale e non reversibile. Ne consegue che i richiami al dettato costituzionale e alla «sovranità popolare» entro il quadro di questo Stato, la retorica circa la partecipazione politica e la pretesa dei partiti post-Pci di far da ponte tra Piazza e Palazzo appaiono, nel migliore dei casi, illusioni condannate dalla storia o, nel peggiore e più probabile dei casi, come ideologia strumentale alla riproduzione di apparati partitici. 

 Per queste ragioni riteniamo che la lotta per la difesa e l’espansione della democrazia e dei diritti sociali nel senso più ampio non possa più passare attraverso il Parlamento, le elezioni e la rappresentanza partitica. Al contrario, per difendere ed espandere la democrazia e i diritti occorre assumere il sistema dei partiti e l’istituzione parlamentare come nemici da abbattere, senza nessun compromesso.

Questa posizione antielettorale e antiparlamentare è da intendersi come relativa all’Italia e da verificare negli altri paesi a capitalismo avanzato; non vale necessariamente in paesi nei quali l’esperienza della democrazia parlamentare nell’ambito dello Stato capitalistico è stata limitata e la conquista della libertà politica è un fatto relativamente recente.

Siamo perfettamente consapevoli che l’Antiparlamento è un’indicazione ancora propagandistica, perché essa potrà prendere vita solo in presenza di forti movimenti sociali decisi a perseguire fino in fondo i propri obiettivi di lotta in aperta rottura con la casta politica e le sue istituzioni pseudorappresentative.
Nondimeno, non vediamo altra possibilità di iniziare a costruire subito e nel presente una prospettiva che sia nello stesso tempo globale, democratica e anticapitalistica se non partendo dalla visione di un organismo nazionale che sia spazio di raccordo e di discussione di movimenti di lotta, che di questi esprima la volontà unitaria e di sintesi politica al di fuori e contro le istituzioni che rappresentano il potere della casta politica.

Concretamente e nell’immediato, condividere questa visione significa rifiutarsi di legittimare col voto la casta dei professionisti della politica (o degli aspiranti tali), nelle sue componenti di destra e sinistra, e l’istituzione parlamentare.
Assumere consapevolmente la prospettiva dell’Antiparlamento comporta il consapevole rifiuto della retorica pseudomovimentista o incoerentemente anticasta che finisce con il fare delle elezioni e delle alleanze elettorali e istituzionali l’approdo dell’azione politica.

Prendere seriamente in considerazione la prospettiva dell’Antiparlamento è innanzitutto l’inizio di un processo di liberazione dalla dipendenza psicologica da apparati che sopravvivono solo grazie al finanziamento statale e alla loro capacità di far da parassiti dell’impegno altruistico e sincero di militanti e volontari.
Riteniamo che prendere posizione per l’Antiparlamento e contro la delega alla casta partitica (ivi compresa la sottocasta subalterna dei Forchettoni rossi) comporti anche un processo di liberazione culturale nel senso più ampio, di impulso alla creatività volta a cambiare la vita e a cambiare il mondo senza compromissioni e autocensure.

Infine, nell’assumere la prospettiva dell’Antiparlamento ci sentiamo materialmente confortati da quelle decine di milioni di cittadini, in Italia e nel resto d’Europa che, astenendosi dal voto, hanno voluto esprimere e continueranno ad esprimere il loro disgusto per le caste politiche. Ci sentiamo, in questo vicini a coloro che hanno espresso la loro indignazione e la loro nausea nei confronti dei governi e dei parlamenti che fanno pagare la crisi capitalistica ai lavoratori, ai comuni cittadini, ai pensionati, ai giovani, alle donne. Ci sentiamo vicini a coloro che hanno assediato i parlamenti, sedi formali del potere delle caste che pretendono di rappresentare il popolo.
Riteniamo che l’Antiparlamento possa essere una risposta coerente, di lotta, costruttiva ed eticamente sana, al bisogno di democrazia da affermare contro la casta politica.

Nella diffusione e/o ripubblicazione di questo articolo si prega di citare la fonte: www.utopiarossa.blogspot.com

ANTIPARLAMENTO DE LOS MOVIMIENTOS SOCIALES, por Michele Nobile


Síntesis de la discusión que se desarrollara el 16 de diciembre del 2012 en la sede de Utopía roja e introducida por una relación de Michele Nobile. El texto que sigue ha sido enriquecido por las contribuciones de otros compañeros y, en cuanto tal, entra a formar parte del patrimonio teórico de UR.
(La Redacción de www.utopiarossa.blogspot.com)
Por Antiparlamento de los movimientos sociales no se debe entender la enésima conferencia o coordinación de profesionales de la política, acompañados tal vez por asociaciones de apoyo; el Antiparlamento no debe ser entendido como algo cuya tarea sea elaborar soluciones alternativas a la crisis capitalista o a los problemas sociales en vista de las elecciones, contando en definitiva con una nueva mayoría parlamentaria “amiga” de los proponentes.

Al contrario, el Antiparlamento deberá ser expresión de la autorganización de movimientos de masa en lucha no solo contra sus adversarios determinados y específicos, locales y\o sectoriales, sino también contra toda la casta política y el propio Parlamento en cuanto órgano de legitimación de la casta.
Literalmente, entendemos el Antiparlamento como forma de democracia política alternativa y contrapuesta al estatuto parlamentario y a su complemento necesario: las elecciones políticas.  
Ya no basta con decir que la victoria de las luchas específicas y determinadas ya no debe pasar a través de burócratas de partido y sindicales y el parlamento. Es preciso decir que la casta de los profesionales de la política y sus instituciones son enemigos de la expansión de los derechos y de las libertades. Es preciso romper definitivamente con la estrategia consistente en hacer refluir la propaganda política y la movilización social según límites electorales y para sostener una determinada mayoría parlamentaria o una línea de presión externa y  “crítica” del gobierno visto siempre, y sin embargo, como “amigo”.  En esta estrategia ha quedado atrapada la izquierda italiana, incluyendo la extrema izquierda y los varios partidos post- PCI.

Desde nuestro punto de vista, la posición antiparlamentaria se motiva con el proceso de involución histórica de la llamada democracia representativa en los países de capitalismo avanzado y, en particular, en Italia.
Se trata de un proceso de larga duración, cuyo motor fue justamente el crecimiento de las funciones económicas y sociales del Estado capitalista, con sus efectos sobre las relaciones entre burocracia administrativa y partidista, entre gobierno y parlamento y sobre las funciones y características de los partidos.
Como resultados finales de las transformaciones señaladas, aparentemente democráticas y añoradas por buena parte de la izquierda, han aparecido la estatalización de los partidos, su convergencia programática, la constitución del sistema de partidos en casta.
En los decenios del fin de siglo se consumó definitivamente la parábola de la integración al Estado de los partidos de izquierda, socialdemócratas y comunistas. El proceso degenerativo, en términos políticos, ideales y personales ha avanzado mucho, y de manera grave, en Italia. Este ha involucrado también a los partidos post-PCI que, con el apoyo y la participación directa en los gobiernos nacionales y locales de centro-izquierda, han demostrado ampliamente, y lo siguen demostrando que son subalternos del centro-izquierda o de algunos de sus componentes: las diferencias, en este sentido, conciernen más a los modos y tiempos que a la sustancia. El proceso ha sido ampliamente tratado en los libros de Utopía Roja (de La sinistra rivelata a I forchettoni rossi a Le false sinistre hasta el reciente Capitalismo e postdemocrazia) y en los artículos publicados en el blog.

Cuando el financiamiento de la actividad de partido depende de los fondos estatales en un 80-90% y más aún, los partidos dejan de ser órganos de mediación entre Estado y sociedad y devienen a todos los efectos órganos estatales. La dependencia del financiamiento público de los partidos “alternativos”, verdes y de denominación “comunista” es similar o superior a la de los partidos gubernamentales. Obviamente, para ellos la participación en las elecciones es una necesidad vital; y necesidad vital es hallar formas de colaboración con el centro-izquierda.
La estatalización de los partidos comporta la prevalencia absoluta de la función de gobierno respecto a la de representar, aunque sea de modo limitado y torcido, algunos intereses de los ciudadanos comunes. Para los partidos y las coaliciones que se reparten el mercado de los votos, el proceso de estatización es paralelo a la sustancial convergencia política alrededor de los intereses intermediarios del patronato.

Aun siendo un órgano del Estado capitalista, en los años ’60 y ‘70 el Parlamento lograba responder a las luchas y a los problemas sociales con leyes que constituían un progreso, aunque fuera parcial. Pero desde hace más de treinta años, mientras el sistema de partidos se vuelve autoreferencial, la misma institución parlamentaria deja de tener cualquier posibilidad progresista. Las leyes más importantes adoptadas en Parlamento son siempre contrarias a los trabajadores y a las necesidades sociales de los ciudadanos comunes.
Este es un dato estructural no reversible. De ello se desprende que los llamados al dictado constitucional y a la “soberanía popular” dentro del cuadro de este Estado, la retórica acerca de la participación política y la pretensión de los partidos post-PCI de servir de puente entre la Plaza y el Palacio aparecen, en le mejor de los casos, como ilusiones condenadas por la historia o, en el peor y más probable de los casos, como ideología instrumental para la reproducción de los aparatos partidistas.

Por estas razones consideramos que la lucha por la defensa y la expansión de la democracia y de los derechos sociales, en el sentido más amplio, ya no pueda pasar a través del Parlamento, las elecciones y la representación partidista.  Al contrario, para defender y expandir la democracia y los derechos es preciso asumir el sistema de los partidos y las instituciones parlamentarias como enemigos a abatir, sin ningún compromiso.

Esta posición antielectoral y antiparlamentaria debe entenderse como relativa a Italia y a verificar en otros países de capitalismo desarrollado; no es necesariamente válida en países en los cuales la experiencia de la democracia parlamentaria en el ámbito del Estado capitalista ha estado limitada y la conquista de la libertad política es un hecho relativamente reciente.

Estamos perfectamente conscientes de que el Antiparlamento es una indicación todavía propagandística, porque ella solo podrá tomar vida en presencia de fuertes movimientos sociales decididos a perseguir hasta el fin sus propios objetivos de lucha en abierta ruptura con la casta política y sus instituciones pseudorepresentativas. Sin embargo, no vemos otra posibilidad de iniciar a construir ahora mismo una perspectiva que sea, al mismo tiempo, global, democrática y anticapitalista que partir de la visión de un organismo nacional que sea espacio de encuentro y discusión de los movimientos de lucha, expresando su voluntad unitaria y síntesis política fuera de y contra las instituciones que representan el poder de la casta política.

Concretamente y en lo inmediato, compartir esta visión significa negarse a legitimar con el voto la casta de profesionales de la política (o de los aspirantes a serlo), en sus componentes de derecha e izquierda, y la institución parlamentaria. Asumir de modo consciente la perspectiva del Antiparlamento comporta el rechazo consciente de la retórica pseudomovimentista o incoherentemente anticasta que termina por hacer de las elecciones y las alianzas electorales e institucionales el objetivo de la  acción política.

Tomar en consideración seriamente la perspectiva del Antiparlamento es, ante todo, el inicio de un proceso de liberación de la dependencia sicológica de los aparatos que sobreviven solo gracias al financiamiento estatal y a su capacidad de fungir de parásitos del empeño altruista y sincero de militantes y voluntarios.
Consideramos que tomar posición por el Antiparlamento y contra la delegación a la casta de los partidos (incluida la subcasta subalterna de los Forchettoni rossi) comporte además un proceso de liberación cultural en el más amplio sentido, de impulso a la creatividad resuelta a cambiar la vida y a cambiar el mundo sin compromisos ni autocensuras.

En fin, al asumir la perspectiva del Antiparlamento nos sentimos materialmente estimulados por esas decenas de millones de ciudadanos, en Italia y en el resto de Europa que, absteniéndose del voto, han querido expresar y continuarán expresando su disgusto por las castas políticas. Nos sentimos en esto próximos a aquellos que han expresado su indignación y su repugnancia con respecto a gobiernos y parlamentos que hacen pagar por la crisis capitalista a los trabajadores, a los ciudadanos comunes, a los pensionados, a los jóvenes, a las mujeres. Nos sentimos próximos a aquellos que han asediado los parlamentos, las sedes formales del poder de las castas que pretenden representar al pueblo.  
Consideramos que el Antiparlamento pueda ser una respuesta coherente, de lucha constructiva y éticamente sana, a la necesidad de democracia que ha de ser afirmada en contra de la casta política.

(Traducción de Omar Pérez)


Nella diffusione e/o ripubblicazione di questo articolo si prega di citare la fonte:
www.utopiarossa.blogspot.com

domenica 6 novembre 2011

ANCORA UN REFERENDUM?, di Michele Nobile

No, basta. Il referendum sulle politiche del governo lo facciamo con la lotta di massa e l'antiparlamento dei movimenti sociali

La sinistra italiana ci ha da lungo tempo abituato a campagne per referendum suicidi, per lo più in funzione della costituzione di un bacino d’opinione per le prossime elezioni. C’è però qualcosa di comico nel fatto che, appena un abile rappresentante della borghesia come George Papandreou avanza in modo del tutto demagogico la possibilità di un referendum sulle misure di politica economica, subito l’idea venga rilanciata in Italia.

lunedì 1 agosto 2011

MASSIMO BONTEMPELLI, UNO DEI NOSTRI, di Roberto Massari (a nome dei compagni e delle compagne di Utopia Rossa)

Massari editore, 2007
Domenica 31 luglio, in un ospedale di Pisa, è morto Massimo Bontempelli. È uno dei più gravi lutti della cultura italiana, non solo di quella di «sinistra» - concetto al quale Massimo non riconosceva più da tempo alcun valore storico e oggettivo - ma della cultura storico-politico-filosofica in generale. Non so se in queste ore la stampa di queste false sinistre, che lo hanno sistematicamente ignorato in vita, lo ricorderanno (ipocritamente) almeno al momento dei necrologi; ma so con certezza che Massimo lascia un’impronta nella provincialissima produzione culturale di questo paese-Italia che il tempo non riuscirà a cancellare.
Nato a Pisa il 26 gennaio 1946, ivi si è laureato in filosofia del diritto, è vissuto e ha insegnato storia e filosofia al Liceo classico «G. Galilei». Come insegnante era membro (polemico) dei Cobas della scuola. La sua principale esperienza politica si era compiuta nel gruppo del Manifesto.
Per informazione di chi ci legge, fornisco un elenco sommario dei titoli principali della sua enorme produzione teorica perché se ne abbia almeno un’idea generale e tutti coloro cui è stato negato in vita di conoscere la sua opera, possano avere per un istante la misura del furto di idee che il sistema, la ex sinistra e la società dello spettacolo politicante hanno perpetrato ai loro danni:
Il senso dell’essere nelle culture occidentali (con F. Bentivoglio), 3 vv., 1992/ Storia e coscienza storica, 3 vv., 1993/ Antiche strutture sociali mediterranee, 2 vv., 1994/ Percorsi di verità della dialettica antica (con F. Bentivoglio), 1996/ Nichilismo, Verità, Storia (con C. Preve), 1997/ Gesù. Uomo nella storia. Dio nel pensiero (con C. Preve), 1997/ La conoscenza del bene e del male, 1998/ Tempo e memoria, 1999/ Filosofia e realtà, 2000/ L’agonia della scuola italiana, 2000/ Un nuovo asse culturale per la scuola italiana, 2001/ La disgregazione futura del capitalismo mondializzato, 1998/ Le sinistre nel capitalismo mondializzato, 2001/ Il respiro del Novecento, 2002/ Il Sessantotto. Un anno ancora da capire, 2008/ Civiltà occidentale (con M. Badiale), 2009/ Marx e la decrescita (con M. Badiale), 2010.
Ma di due libri voglio parlare in modo particolare, perché prodotti in collaborazione con chi scrive nel periodo in cui Massimo ha fatto parte della redazione dei Quaderni di Utopia Rossa, collaborando fraternamente con il nucleo di compagni che hanno dato vita a questo progetto e che ora lo ricordano con affetto nel loro blog (www.utopiarossa.blogspot.it), grati del contributo pionieristico da lui dato. Mi riferisco a La sinistra rivelata. Il Buon Elettore di Sinistra nell’epoca del capitalismo assoluto (con Marino Badiale), Quaderni di Utopia Rossa .2, 2007, e al suo saggio «I cattivi maestri», in I Forchettoni rossi. La sottocasta della «sinistra radicale» (a cura del sottoscritto), Quaderni di Utopia Rossa .3, 2007.

venerdì 25 marzo 2011

Dichiarazione di Giorgio Cremaschi e precisazione di Roberto Massari

La Redazione di questo blog ritiene utile che questa precisazione rivolta fraternamente a Giorgio Cremaschi (presidente del Comitato centrale della Fiom) sia resa pubblica, con preghiera di farla circolare affinché essa rimanga impressa nella memoria collettiva.

Un giorno triste per la democrazia italiana
di Giorgio Cremaschi (24 marzo 2011)

Oggi è un giorno tristissimo per la democrazia italiana. Per la prima volta nella storia della Repubblica il Parlamento decide all’unanimità la partecipazione dell’Italia a una guerra. Non era mai avvenuto. Sempre il dissenso pacifista, che sicuramente anima milioni di persone, aveva trovato una sua espressione parlamentare. Oggi non è più così, abbiamo un Parlamento che è estraneo a una parte importante del paese, che viene così posta fuori dal sistema istituzionale. Per questo è un giorno nero della democrazia e dovrebbe essere lo stesso Presidente della Repubblica a rilevare questa drammatica chiusura delle istituzioni alla società civile.

* * * 

Caro Giorgio, condivido il lutto per questo grave evento, che avviene tra l'altro proprio nel giorno anniversario delle Fosse Ardeatine (dove tra gli altri fu ucciso mio nonno materno in quanto comunista).
Ma devo purtroppo correggerti sull'affermazione che sia stata la prima volta nella storia della Repubblica. Come puoi dimenticare quel 19 luglio del 2006, quando fu approvata con voto plebiscitario la missione italiana in Afghanistan, prima alla Camera e poi al Senato?
Oltre a tutti i partiti della destra e del centrosinistra, votarono a favore Rifondazione, Comunisti italiani e Verdi. Al Senato l'unanimità fu completa (votarono a favore anche Turigliatto e Malabarba, membri della Quarta internazionale). Alla Camera ci furono 5 voti non a favore (con la motivazione che alla Camera quel dissenso non aveva effetti sul voto, a differenza del Senato): ma si tratta di un dettaglio numerico insignificante rispetto alla somma complessiva dei parlamentari di Rifondazione, Pdci e Verdi (i famigerati 110 Forchettoni rossi come li definimmo in un celebre libro). Quei 110 (meno i 5 alla Camera) votarono plebiscitariamente perché riprendesse l'aggressione italiana all'Afghanistan. E la gravità di quel fatto è veramente senza precedenti.
Per i criteri etici ai quali ispiro la mia azione politica, fu molto più tragica quella unanimità del Parlamento italiano includente le tre formazioni della ex sinistra, che non l'attuale che mi sembra quasi logica e di routine, non avendo il Pd caratteristiche "di sinistra" ormai da molto tempo e avendo votato a favore di tutte le missioni militari all'estero, quando non le ha condotte in prima persona.
No, quel 19 luglio del 2006 ti invito a non dimenticarlo mai, se vogliamo aprire delle speranze di liberazione alle nuove generazioni e capire la realtà presente.
Un mesto saluto
Roberto Massari

Si consiglia anche la lettura di E' nato il nuovo blocco centrista, di Roberto Massari, sul sito Sotto le bandiere del marxismo e, naturalmente, I FORCHETTONI ROSSI. La sottocasta della “sinistra radicale”

sabato 19 febbraio 2011

DAL PRC A UTOPIA ROSSA: BIGLIETTO DI SOLA ANDATA, di Alessandro Gigli

Il seguente intervento di Alessandro Gigli è stato pubblicato nel libro Le false sinistre, Massari editore (2008), nella collana Utopia Rossa, dove compariva nella sezione "Con utopia rossa, variamente". Ci è sembrato utile pubblicarlo oggi qui.


Posso definirmi il compagno meno politicizzato di Utopia Rossa, ma non per questo meno determinato.
Ho iniziato molto tardi a interessarmi di politica, proprio nel momento in cui un imprenditore piduista aveva in pochissimi mesi costruito un partito e vinto le elezioni.
Fino a quel momento ero stato un ribelle, una scheggia impazzita della società dello spettacolo, che rifiutavo in ogni sua componente, in ogni suo dettaglio - dalla famiglia patriarcale autoritaria, al lavoro che non nobilitava nessuno, alla divisione in classi sociali distinte spesso inamovibili, alle gerarchie ecclesiastiche che dettavano legge, al consumismo compulsivo da cui eravamo attratti, alle guerre fatte per motivi economici e geopolitici, all’istruzione nozionistica e priva di pensiero critico, ai rapporti umani basati sul profitto, al denaro come mediatore universale, ecc.ecc.
Ma da qui ad essere un soggetto politico ce ne passava, anche se ero predisposto a intraprendere un certo percorso, certe letture e certe frequentazioni che, un bel giorno, mi avrebbero fatto decidere d’intraprendere un nuovo viaggio per me fino ad allora sconosciuto e di cui non mi fidavo neanche tanto:  la militanza in un partito politico.
L’unico partito che all’epoca poteva fare per me e per la mia voglia di rovesciare l’esistente era Rifondazione comunista. Non conoscevo altre realtà essendo, stato al di fuori di certe logiche per 40 anni - età in cui iniziò questo breve, ma intensissimo viaggio - diretto alla costruzione di una nuova coscienza sociale e di classe, di letture interessantissime, ma anche di tormenti interiori, rapporti umani falsi e ipocriti, cambiamenti di rotta politica del partito ogni semestre e distruzione di tutti  gli ideali che la falce e il martello storicamente hanno sempre rappresentato.
Dopo circa un paio di anni di militanza politica, discussioni riunioni e direttivi, iniziai a capire che molti di coloro che stavano nel partito lo faceva con l’unica motivazione di ritagliarsi un posticino di potere e fare carriera passando sopra i «cadaveri» dei compagni più meritevoli e più capaci.
Cominciai a farmi mille domande e a chiedermi che cosa volesse realmente il Prc, che tipo di società, quale comunismo, quale sorte per i lavoratori, gli immigrati, i pensionati, le donne e tutta la gente comune che riponeva ancora in questo partito la speranza per un mondo migliore.
Per non parlare poi della conversione alla teoria della non-violenza che per mesi ha intasato Liberazione e il manifesto, con articoli in cui tutti, chi più chi meno, difendevano a spada tratta questo cambiamento improvviso che aveva però come unica motivazione quella di liberarsi dalla storia del ‘900, dalle sue grandi rivoluzioni e dallo spirito rivoluzionario delle masse oppresse in ogni parte del mondo. Era un segnale forte che Bertinotti e il suo partito stavano dando all’establishment politico italiano (e d’oltreoceano) per spiegare la ormai sopraggiunta mutazione genetica in senso filocapitalistico di tutto un partito pronto ad entrare nella stanza dei bottoni per diventare casta come tutti gli altri.

mercoledì 19 gennaio 2011

LA BREVE ESTATE DEI FORCHETTONI ROSSI, di Dino Erba

[Recensione de I Forchettoni rossi, Quaderni di Utopia Rossa, Massari editore]

LETTURE DI CLASSE

ROBERTO MASSARI (a cura di), I Forchettoni rossi, testi di Massimo Bontempelli, Michele Nobile, Marino Badiale, Antonella Marazzi, Andrea Furlan, Massari editore, Bolsena 2006.

Il Partito della Rifondazione Comunista, nato in opposizione alla svolta liberista e filoatlantica del Partito Comunista Italiano (Bolognina, 1989), in un breve volger di tempo, ne ha replicato la parabola, traendone pochi vantaggi (tutti per i dirigenti) e molti danni (tutti per i militanti).
L’approdo capitalistico del PCI fu lungo e travagliato. Fu un viaggio che, iniziato nel 1926, al congresso di Lione, raggiunse la meta nei primi anni ‘90, quando, nei frangenti di Tangentopoli, gli eredi del partito «di lotta e di governo» abbandonarono la lotta e divennero partito «di governo», sposando in toto le ragioni del capitalismo: coprirono la DC, sommersa dagli scandali (in primis il grande privatizzatore Prodi), si legarono ad alcune grandi banche, sostennero le privatizzazioni, aderirono alla NATO e bombardarono i Serbi.
Fu un essenziale salto di qualità, che pochi colsero in tutta la sua importanza, anche perché, da anni, il PCI aveva abbandonato ogni velleità rivoluzionaria, se mai ne ebbe; dagli anni ‘70, l’opinione pubblica considerava il PCI un partito riformista di stampo socialdemocratico; le uniche riserve riguardavano i suoi legami con Mosca, che si troncarono negli anni ‘80. Come altri partiti operai, il PCI aveva dato vita a una solida struttura economica, basata soprattutto sulle cooperative; un «modello» che, pur non essendo antagonista, si configurava come alternativo al dominante sistema capitalistico, alimentando molte illusioni su una gestione diversa dell’economia. Ma alimentava soprattutto quel solido ceto di funzionari, decritto all’inizio del Novecento, da Robert Michels, che ha impresso l’impronta riformista ai partiti socialisti.
Nel corso degli anni ‘90 avvenne il salto di qualità, che portò gli ex PCI alla piena fusione/assimilazione con il capitale, sfilacciando gli ormai tenui legami con la classe operaia e con i lavoratori in genere. In seno al capitale, i PDS-PD sono divenuti un ceto politico (una «casta», secondo l’attuale lessico politologico), che si autoriproduce, secondo logiche puramente amministrative, o meglio di potere, nella gestione della cosa pubblica, senza dar spazio ad alcuna prospettiva di riforme, se non a quelle volute dal capitale, che l’esperienza ci mostra essere delle controriforme. Non per nulla, per questo ceto politico, l’obiettivo primario è la conquista e il mantenimento del seggio in Parlamento, fonte di vantaggi, in termini di quattrini, carriera e affari.
Consequenziale all’evoluzione dei PDS-PD, è stata la rapida metamorfosi del PRC, che gli autori de I Forchettoni rossi descrivono con grande puntiglio. Essi ripercorrono le acrobazie ideologiche, e le vere e proprie menzogne, grazie alle quali, alle soglie del nuovo millennio (vedi il Comitato Politico Nazionale del 3-4 luglio 1999), il PRC ha via via accettato TUTTO il programma dell’Unione (privatizzazioni, missioni militari, concessioni alla Chiesa ecc.), ha partecipato al governo Prodi e infine ha votato i crediti per la guerra contro l’Afghanistan (19 luglio 2006). Secondo gli autori, tutte queste scelte, per lo meno contraddittorie, hanno la loro spiegazione nella rete di interessi che avvolge il gruppo dirigente del PRC, o meglio il gruppo parlamentare; il bandolo della matassa sta nei vantaggi, di natura squisitamente borghese, offerti dal seggio, che ha fatto degli occupanti una «sottocasta», subalterna a quelle più stagionate, di PD e PDL, e relative appendici. «Sottocasta» anche perché, a differenza di PD e PDL (inseriti appieno nella logica del capitale), i «forchettoni rossi» dovettero mantenere un margine di ambiguità, che gli consentisse di ingabbiare le spinte sociali antagoniste, nelle fabbriche e nelle piazze. Tuttavia, questa operazione di contenimento avrebbe presto mostrato la corda; le prime avvisaglie si ebbero in occasione della manifestazione contro la guerra del 9 giugno 2007, che vide fallire miseramente l’azione diversiva del PRC, per smorzarne i toni antigovernativi.

RED UTOPIA ROJA – Principles / Principios / Princìpi / Principes / Princípios

a) The end does not justify the means, but the means which we use must reflect the essence of the end.

b) Support for the struggle of all peoples against imperialism and/or for their self determination, independently of their political leaderships.

c) For the autonomy and total independence from the political projects of capitalism.

d) The unity of the workers of the world - intellectual and physical workers, without ideological discrimination of any kind (apart from the basics of anti-capitalism, anti-imperialism and of socialism).

e) Fight against political bureaucracies, for direct and councils democracy.

f) Save all life on the Planet, save humanity.

g) For a Red Utopist, cultural work and artistic creation in particular, represent the noblest revolutionary attempt to fight against fear and death. Each creation is an act of love for life, and at the same time a proposal for humanization.

* * *

a) El fin no justifica los medios, y en los medios que empleamos debe estar reflejada la esencia del fin.

b) Apoyo a las luchas de todos los pueblos contra el imperialismo y/o por su autodeterminación, independientemente de sus direcciones políticas.

c) Por la autonomía y la independencia total respecto a los proyectos políticos del capitalismo.

d) Unidad del mundo del trabajo intelectual y físico, sin discriminaciones ideológicas de ningún tipo, fuera de la identidad “anticapitalista, antiimperialista y por el socialismo”.

e) Lucha contra las burocracias políticas, por la democracia directa y consejista.

f) Salvar la vida sobre la Tierra, salvar a la humanidad.

g) Para un Utopista Rojo el trabajo cultural y la creación artística en particular son el más noble intento revolucionario de lucha contra los miedos y la muerte. Toda creación es un acto de amor a la vida, por lo mismo es una propuesta de humanización.

* * *

a) Il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi che impieghiamo dev’essere riflessa l’essenza del fine.

b) Sostegno alle lotte di tutti i popoli contro l’imperialismo e/o per la loro autodeterminazione, indipendentemente dalle loro direzioni politiche.

c) Per l’autonomia e l’indipendenza totale dai progetti politici del capitalismo.

d) Unità del mondo del lavoro mentale e materiale, senza discriminazioni ideologiche di alcun tipo (a parte le «basi anticapitaliste, antimperialiste e per il socialismo».

e) Lotta contro le burocrazie politiche, per la democrazia diretta e consigliare.

f) Salvare la vita sulla Terra, salvare l’umanità.

g) Per un Utopista Rosso il lavoro culturale e la creazione artistica in particolare rappresentano il più nobile tentativo rivoluzionario per lottare contro le paure e la morte. Ogni creazione è un atto d’amore per la vita, e allo stesso tempo una proposta di umanizzazione.

* * *

a) La fin ne justifie pas les moyens, et dans les moyens que nous utilisons doit apparaître l'essence de la fin projetée.

b) Appui aux luttes de tous les peuples menées contre l'impérialisme et/ou pour leur autodétermination, indépendamment de leurs directions politiques.

c) Pour l'autonomie et la totale indépendance par rapport aux projets politiques du capitalisme.

d) Unité du monde du travail intellectuel et manuel, sans discriminations idéologiques d'aucun type, en dehors de l'identité "anticapitaliste, anti-impérialiste et pour le socialisme".

e) Lutte contre les bureaucraties politiques, et pour la démocratie directe et conseilliste.

f) Sauver la vie sur Terre, sauver l'Humanité.

g) Pour un Utopiste Rouge, le travail culturel, et plus particulièrement la création artistique, représentent la plus noble tentative révolutionnaire pour lutter contre la peur et contre la mort. Toute création est un acte d'amour pour la vie, et en même temps une proposition d'humanisation.

* * *

a) O fim não justifica os médios, e os médios utilizados devem reflectir a essência do fim.

b) Apoio às lutas de todos os povos contra o imperialismo e/ou pela auto-determinação, independentemente das direcções políticas deles.

c) Pela autonomia e a independência respeito total para com os projectos políticos do capitalismo.

d) Unidade do mundo do trabalho intelectual e físico, sem discriminações ideológicas de nenhum tipo, fora da identidade “anti-capitalista, anti-imperialista e pelo socialismo”.

e) Luta contra as burocracias políticas, pela democracia directa e dos conselhos.

f) Salvar a vida na Terra, salvar a humanidade.

g) Para um Utopista Vermelho o trabalho cultural e a criação artística em particular representam os mais nobres tentativos revolucionários por lutar contra os medos e a morte. Cada criação é um ato de amor para com a vida e, no mesmo tempo, uma proposta de humanização.