L’associazione Utopia rossa considera suo fondamento politico il principio secondo cui il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi si deve riflettere l’essenza del fine. Non ha programmi politici, come del resto non ne aveva la Prima internazionale. Nonostante le più diverse provenienze ideologiche dei suoi sostenitori, essa ritiene che l’anticapitalismo dilagato dopo l’inizio dell’Antirivoluzione russa (dicembre 1917) sia stato motivato fondamentalmente da idee precapitalistiche, cioè retrograde, e non da progetti di civiltà in grado di superare il capitalismo sviluppando ulteriormente i suoi modelli di democrazia. Ciò spiega anche il prevalere, nella storia della cosiddetta «sinistra», di simpatie per i regimi dittatoriali di ogni specie e colore. Utopia rossa si batte contro l’ulteriore diffusione di ideologie precapitalistiche vecchie e nuove (in campo politico, culturale, ecologico, religioso ecc.), come parte della sua battaglia per il superamento del capitalismo, se si vuole salvare la vita sulla Terra con la sua umanità. In questo senso la sua utopia continua ad essere rossa.

The Red Utopia association considers its political foundation to be the principle that the end does not justify the means, but that the means must reflect the essence of the end. It has no political program, just as the First International did not. Despite the diverse ideological backgrounds of its supporters, it believes that the anti-capitalism that spread after the start of the Russian Anti-Revolution (December 1917) was fundamentally motivated by pre-capitalist – that is, retrograde – ideas, and not by civilizational projects capable of overcoming capitalism and of further developing its democratic models. This also explains the prevalence, throughout the history of the so-called «left», of sympathies for dictatorial regimes of all kinds and colors. Red Utopia fights against the further spread of old and new pre-capitalist ideologies (in the political, cultural, ecological, religious, and other fields) as part of its battle to overcome capitalism, if life on Earth, including its humanity, is to be saved. In this sense, its utopia remains red.

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lunedì 12 marzo 2018

RIFLESSIONI SULLA POLITICA TURCA, di Pier Francesco Zarcone

IN DUE LINGUE (Italiano, Inglese)

© Shlomo Cohen
È cambiata la Turchia sotto Erdoğan? La domanda può apparire assurda solo per l’abitudine di considerare la Turchia, prima che Erdoğan salisse al potere, un Paese laico e occidentalizzato.
Tuttavia, quest’immagine consolidata si rivela falsa. Il cambiamento c’è stato, ma non nella sostanza: a cambiare è stata l’esteriorità. Infatti, pur col periodico ricorso alle elezioni, il Paese è sempre stato governato in modo autoritario, e oggi questa caratteristica è soltanto più evidente e maggiore è la sua qualità.
Mustafa Kemal e i suoi successori hanno compiuto sforzi immensi per occidentalizzare la Turchia in tempi brevi - troppo brevi - e apparentemente avevano avuto successo. La laicità kemalista non ha mai fatto proprio, per esempio, il modello francese, ma si è limitata a mettere sotto controllo politico e statale il mondo religioso turco e vietare le sue manifestazioni pubbliche.
Alla fine una plurisecolare storia nazionale, che con troppa fretta era stata destinata al museo delle cose passate, è riemersa con forza culturale, spirituale e politica.
D’altronde tutta la storia dei Turchi, dalla loro uscita dalle steppe dell’Asia centrale, si era sviluppata sotto il segno dell’Islam, e la rivoluzione kemalista - imposta anche sanguinosamente - aveva per vari aspetti violentato l’identità di quella che potremmo chiamare “anima turca”.
Se vogliamo lo stesso Atatürk, senza baffi e vestito all’occidentale, dava una certa sensazione di artificiosità. Questo non significa che non esista più un settore occidentalizzato e laico nella società turca, ma solo che esso ha perduto l’egemonia politica e culturale, rivelandosi per giunta minoritario.
Nel 2002 l’islamico Partito per la Giustizia e lo Sviluppo (Akp) vinse le elezioni e in pochi anni riuscì a penetrare nelle roccaforti laiche dell’amministrazione pubblica e della giustizia che in precedenza sembravano impossibili da conquistare. Il loro potere fu neutralizzato e la stessa sorte toccò alle Forze armate, anch’esse in teoria solido pilastro e guardiane della svolta kemalista.
In definitiva, Erdoğan e l’Akp hanno liberato il sentimento profondo della Turchia popolare e islamica, il cui islamismo - prima confinato nella sfera privata - è diventato libero e di rilevanza pubblica.
Il successo risulta tale che il ritratto di Atatürk, ancora appeso alle pareti degli uffici pubblici, ormai non fa più danni e può restare dove si trova - in fondo rappresenta un momento di vittoria nazionale per i Turchi.
La vittoria dell’Akp non ha portato a un nuovo corso di democrazia, si è semplicemente affermato un nuovo culto della personalità: quella di Erdoğan invece di quella di Mustafa Kemal. Qualcuno afferma che in definitiva la svolta islamica non è stata fine a se stessa, bensì lo strumento per l’affermazione dell’erdoğanismo.
Ormai eletto direttamente dal popolo, Erdoğan si comporta come se fosse l’incarnazione della volonté générale della nazione turca. Il suo potere è pienamente consolidato: l’Akp ha la maggioranza in Parlamento, le Forze armate sono state domate, la magistratura e la Corte costituzionale sono obbedienti, i mass media sono per lo più controllati e infine (e non da ultimo) i nuovi padroni del Paese possono distribuire in tutta tranquillità gli appalti pubblici - piccoli e grandi - fra i loro clienti.
Uno strumento in particolare ha manifestato una singolare efficacia: l’ampio uso di una retorica che fonde vittimismo, arroganza neo-ottomana, sindrome da complotto interno-esterno e caccia ai traditori.
Si tratta di uno strumento efficace, perché corrisponde a un atteggiamento diffuso soprattutto fra gli strati più popolari, specialmente anatolici, e considerato da molti osservatori esterni un residuo psicologico della travagliata storia del declino imperiale ottomano.
Ormai il tradimento è percepito come presente in chiunque e in qualsiasi settore non conforme all’Akp. Si tratta di un bacino molto eterogeneo: sinistra turca, kemalisti, liberali, Curdi e filo-curdi, minoranze religiose come gli Aleviti, i pochi Sciiti esistenti, qualche superstite Armeno e/o Greco ortodosso.
Fra i traditori sono state incluse personalità che un tempo furono autorevoli esponenti dell’Akp, poi incorse nell’imperdonabile colpa della dissidenza politica - seppur minima: Abdullah Gül, tra i fondatori dell’Akp ed ex presidente della Repubblica; Bülent Arınç, anch’egli cofondatore ed ex speaker del Parlamento; e infine Ahmet Davutoğlu, ex ministro degli Esteri e presidente del Consiglio.
Fethullah Gülen è un nemico arcinoto, ma non è inutile ricordare che senza il suo appoggio (per la vasta rete di collegamenti di cui disponeva) Erdoğan forse non sarebbe riuscito a vincere la burocrazia laica e le Forze armate nel cruciale periodo 2011-12.
In aggiunta c’è la crescente nostalgia per il periodo ottomano - cioè imperiale islamico - fonte di ispirazione della variabile e contraddittoria politica estera di Erdoğan, grazie alla quale la Turchia resta nella Nato, ma compie disinvolti “giri di valzer” con la Russia.
Infine vi sono le velleità d’espansione, oggi rivolte alla Siria prendendo a pretesto l’ossessione curda di Erdoğan.

OSCILLANDO FRA MOSCA E WASHINGTON

Sul problema curdo le iniziali “aperture” del Presidente turco sono durate poco, ed egli è tornato al più ottuso nazionalismo turco e alla sua menzogna di base: i Curdi non esistono, sono semplicemente “Turchi di montagna”.
Adesso, grazie anche alle precedenti complicità di Erdoğan con i jihadisti in Siria, si è creata una situazione per cui i Curdi siriani - collegati col Pkk di Turchia - non sono visti come nemici né dal Cremlino né da Washington; di qui l’altalena di Erdoğan fra Russia e Stati Uniti, accolta dai suoi interlocutori in modo opportunista quando conveniente, ma sempre con diffidenza.
Per inciso, il problema curdo-siriano non è l’unico ad inquinare le relazioni tra Ankara e Washington: sembra che gli investigatori del Fbi stiano lavorando a un dossier su Erdoğan, la sua famiglia e i membri del relativo entourage per una truffa che coinvolge la Banca di Stato turca in materia di commercio con l’Iran, suscettibile dell’accusa di violare le sanzioni e le leggi bancarie degli Usa.
Il problema diventerà concreto se vi saranno incriminazioni contro gli indagati, col rischio di sanzioni statunitensi alla Turchia. In tal caso la questione potrebbe anche riflettersi - teoricamente - sull’appartenenza turca alla Nato. Se questo avvenisse, un ulteriore avvicinamento turco alla Russia non dovrebbe stupire, ferma restando l’incognita della disponibilità (e possibilità) russa ad accogliere le pretese turche sui Curdi di Siria.

LA QUESTIONE AFRIN

Intanto ad Afrin le cose non vanno benissimo per le truppe di Ankara, alle prese con una resistenza accanita e difficoltà tecniche nella protezione dei propri mezzi corazzati, che difatti hanno subito perdite ingenti. Se si arrivasse alla battaglia finale, i Turchi con tutta probabilità la vincerebbero, ma a prezzo di fortissime perdite non solo in termini di mezzi materiali, ma anche di proprie vite umane.
Sulla possibilità o meno di accoglimento russo delle pretese turche in Siria bisogna fare una riflessione. In Siria, Mosca ha stipulato accordi col governo di Damasco per i propri interessi geostrategici. La presenza militare della Russia richiede che il Paese sia stabilizzato e rimanga amico; a questo fine non ci sono alternative serie ad Assad, il cui governo deve essere definitivamente rafforzato e recuperare il controllo dell’intero territorio siriano. Cosa non facile, ma nemmeno impossibile.
Alla luce di ciò, la Russia non ha alcun interesse ad appoggiare le pretese turche, poiché andrebbe ad urtare col governo damasceno per disporre unicamente di un’eventualità piuttosto aleatoria: vale a dire che Ankara, spingendosi all’estremo, finisca col rompere con la Nato. Allo stato delle cose, uno stratega accorto può soltanto attendere che il frutto, in caso di maturazione, cada da sé nella metaforica cesta.
È chiaro che l’operazione Afrin ha una duplice funzione: annientare i Curdi nelle zone di frontiera e realizzare una zona di controllo turco nella Siria settentrionale, da usare come base per i jihadisti anti-Assad sostenuti da Ankara - magari dando alla Turchia l’egemonia su quel che resta del jihadismo in Siria.
Ciò significherebbe prolungare il conflitto siriano e vanificare le vittorie governative appoggiate dai Russi. Ne consegue che l’operazione Afrin va contro gli interessi della Russia: è quanto basta per smentire certe dicerie riguardo un preventivo accordo fra Erdoğan e Putin.
Sembra che il regime di Assad abbia facilitato il trasferimento di combattenti curdi nella zona di Afrin, e la logica di tale iniziativa è palese: al momento le velleità curde non minacciano Damasco, mentre lo stesso non può dirsi per il caso di una vittoria turca.
Nel frattempo pare che i Curdi abbiano ceduto al controllo dei governativi alcuni territori nell’area di Aleppo. E se, come sostiene l’agenzia al-Masdar, i Curdi prossimamente consegneranno ai governativi la città di Manbij - un chiaro obiettivo turco - allora vorrebbe dire che per proseguire la Turchia dovrebbe mettersi contro anche la Russia.

IL DILEMMA DELLA RUSSIA

Qui le cose si fanno complicate per la politica russa, che si trova a muoversi su una specie di filo del rasoio. Da un lato, senza cooperazione turca la stabilità della Siria resta a rischio, dall’altro, le iniziative di Ankara sono in contrasto con tale cooperazione.
In più, Mosca dovrà evitare lo scontro diretto fra truppe siriane e turche, e non solo perché i Siriani avrebbero la peggio: oltre al grave deterioramento dei rapporti fra Russia e Turchia (con tanti saluti alla stabilizzazione siriana), Mosca riceverebbe da Damasco e Teheran non resistibili pressioni per un suo intervento, con possibili e pericolose contromosse statunitensi.
Ma anche la Turchia ha interesse a non deteriorare i suoi rapporti con la Russia. Sembra esservi una situazione di stallo, tuttavia Mosca disporrebbe di almeno una possibilità di trattativa - soprattutto se la resistenza curda causasse ai Turchi perdite molto pesanti.
Si tratterebbe di far leva su due fattori: il fatto che Ankara avrebbe comunque conseguito l’obiettivo di mettere in sicurezza il confine siriano bloccando i rifornimenti fra Curdi di Siria e Pkk, nonché i costi - e i pericoli - che lo spingersi oltre implicherebbe.
Parallelamente, Mosca potrebbe agire sui Curdi di Siria sottolineando la convenienza ad abbandonare le iniziative azzardate sollecitate dagli Stati Uniti - che poi con disinvoltura li abbandonerebbero al loro destino - e convincendoli, inoltre, ad ammorbidire l’atteggiamento verso il governo di Damasco, poiché un accordo con esso potrebbe avere effetti tranquillizzanti sulla Turchia.
Come corollario ci sarebbe da persuadere Damasco ad accettare al momento (e sotto protezione russa) sia una presenza turca nel nord che la concessione ai Curdi di una qualche autonomia che non risulti pericolosa per gli interessi di Ankara.

domenica 11 giugno 2017

L’IRAN E IL VIRUS JIHADISTA, di Pier Francesco Zarcone

IN DUE LINGUE (Italiano, Inglese)

© US Central Intelligence Agency
Le azioni terroristiche jihadiste (cioè sunnite) del 7 giugno a Teheran hanno suscitato un po’ di sconcerto in alcuni media occidentali, che consideravano l’Iran una specie di fortezza impenetrabile per il terrorismo sunnita. Si trattava di un’impenetrabilità non reale, che poteva apparire tale solo per la mancata attenzione alle notizie diffuse in Iran, dove l’attività dell’Isis è precedente agli attentati predetti.
In Iran l’Isis è fonte di problemi per la sua capacità di saldarsi con i fermenti che esistono fra le minoranze sunnite esistenti nel paese. In esse potrebbe agire anche l’Arabia Saudita, e in proposito si ricordi che a maggio il principe Mohammad bin Salman, ministro della Difesa saudita, aveva formulato esplicite minacce all’Iran, sostenendo: «Non aspetteremo che la battaglia sia in Arabia Saudita. Invece, lavoreremo in modo che la battaglia sia in Iran».
Quindi, se gli Stati Uniti sono il grande nemico dell’Iran dal tempo della Rivoluzione islamica, oggi in campo ce ne sono altri due: l’Isis e Riyad.
L’Iran - cuore e roccaforte sciita nel mondo musulmano - non è omogeneo dal punto di vista etnico e religioso. Non si dispone di stime ufficiali, per cui ci si deve basare sui dati forniti dalla Cia (!): i Persiani sarebbero il 61-65% della popolazione, seguirebbero gli Azeri al 16%, i Curdi al 10%, i Luristani al 6%, un 2% di Arabi, Beluci e Turchi, più un restante 1% da ripartire fra altre etnie minori.
In merito a questa composizione vanno rilevati due aspetti: da un lato il livello di integrazione fra tali etnie è abbastanza alto, tant’è che i vertici politici e sociali non sono tutti persiani; dall’altro però ci sono stati conflitti con movimenti indipendentisti in Khuzestan, Kurdistan e Belucistan (regioni a forte presenza sunnita), dove il fuoco cova sotto la cenere oppure è acceso.
L’integrazione riguarda meno le differenze religiose. La religione ufficiale in Iran è lo Sciismo duodecimano, a cui appartiene circa il 90% della popolazione, l’8% è sunnita (per lo più Khuzestani, Curdi, Beluci e Turkmeni) e il restante 2% va ripartito fra le minoranze non musulmane (Zoroastriani, Bahá’í, Ebrei, Cristiani orientali, Yezidi, Induisti ecc.).
Per l’Iran la minaccia jihadista sunnita ha cominciato a concretizzarsi con la presa di Mosul da parte dell’Isis. Al che gli Iraniani procedettero a una sorta di “blindatura” della frontiera con l’Iraq.
All’inizio dell’estate del 2014 il portavoce del ministero dell’Interno di Teheran comunicò che in quella frontiera non esistevano “vuoti di sicurezza”, e il comandante delle Forze terrestri, generale Kiumars Heidari, riaffermò il concetto e negò che i terroristi operanti in Iraq fossero una minaccia per l’Iran. A luglio il capo della Polizia, generale Ismail Ahmadi Moqaddam, comunicò che nessun gruppo armato dell’Isis aveva potuto varcare la frontiera.
Comunque a maggio del 2016 l’Iran stabilì una “fascia di dissuasione” larga 40 km in territorio iracheno, a ridosso della frontiera fra i due paesi: ogni violazione avrebbe comportato una risposta militare iraniana. Fra 2014 e 2015 l’Isis si avvicinò di 12 km a quella fascia, e cinque brigate dell’esercito iraniano furono allertate. Tuttavia la zona di sicurezza non venne massicciamente violata, all’epoca.

giovedì 8 giugno 2017

DOHA, ANKARA, RIYAD, TEHERAN: LA CRISI SI FA INTRICATA, di Pier Francesco Zarcone

Oggi più che mai nel Vicino Oriente il già variabile gioco delle alleanze risponde alle contingenze del momento, con giri di valzer improvvisi mediante cui “verso sera” ci si trova sullo stesso fronte di chi “fino alla mattina” era nemico. Ne deriva una confusione pericolosa anche per i disinvolti attori locali, che rischiano di perdere l’orientamento e di indebolirsi sul piano interno, poiché lì nessuno di loro è privo di grossi problemi.

DOHA E ANKARA

Due notizie riguardo alla crisi qatariota sono importanti, in quanto ne attestano la potenziale pericolosità. La prima è che il Qatar ha mobilitato le sue Forze armate: in sé la cosa sarebbe risibile poiché si tratta di truppe essenzialmente mercenarie, come mostrano le foto delle sfilate militari in cui abbondano i soldati di pelle nera, e quindi tutt’altro che arabi. Inoltre un comunicato ufficiale del Qatar mostra la “faccia feroce” annunciando che navi e aerei dei Sauditi o di loro alleati che violassero cieli e acque qatarioti sarebbero colpiti. Vero è che l’esercito saudita (in Yemen lo sta dimostrando) è da barzelletta, tuttavia è sempre meglio star sicuri; e qui interviene la seconda notizia, meno comica della prima: il Parlamento turco ha approvato uno schieramento di truppe - fino a 3.000 uomini - in Qatar.
In quel paese la Turchia, a seguito di un accordo del 2014, ha cominciato la costruzione di una base militare capace di ospitare fino a 5.000 soldati. Oggi ce ne sono 150. L’iniziativa di Ankara fa alzare potenzialmente il livello di un possibile scontro e attesta che la Fratellanza Musulmana (appoggiata dal Qatar) può contare ancora sull’alleanza con la Turchia di Erdoğan. Si tenga presente, infine, che fra Turchia e Qatar esiste un accordo difensivo in base al quale Ankara si impegna a intervenire in caso di attacco a Doha.
A navigare senza bussola è proprio il presidente turco. Lo “stato degli atti” che lo riguarda è il seguente: da un’iniziale (e non breve) benevolenza verso il regime di Assad è passato all’ostilità attiva, rischiando pure di urtarsi con la Russia; poi le mutevoli circostanze del Vicino Oriente l’hanno portato a cercare un accordo con Mosca, e quindi si è in parte defilato dal fronte anti-Assad, assumendo posizioni concilianti verso Damasco e anche verso Teheran; le polemiche sull’appoggio statunitense al fallito golpe imputato a Fethullah Gülen e il sostegno militare di Washington alle milizie curde in Siria (sicuramente legate al Pkk di Turchia) non hanno certo contribuito ai buoni rapporti con gli Stati Uniti. È probabilissimo che alla fine gli Usa scarichino i Curdi come tanti altri loro “alleati” del passato, ma allo stato delle cose sono proprio i Curdi ad attaccare Raqqa con armi statunitensi.
Oggi - poiché è assai difficile che la rottura delle petromonarchie arabe col Qatar sia avvenuta senza il placet di Washington - la Turchia di Erdoğan è più schierata di ieri al lato di Teheran, cioè di quello che Trump considera il vero nemico, ben più dell’Isis. Mosca non può che esserne contenta.

RIYAD

I Sauditi sembrano più determinati che mai, ma sotto sotto la situazione non è delle migliori.
Nella Penisola arabica non c’è un compatto fronte saudita, giacché Kuwait e Oman non sembrano intenzionati a seguire Riyad nella “crociata” contro il Qatar. Inoltre l’Iran ha cominciato a fornire generi alimentari al Qatar per via aerea.

martedì 6 giugno 2017

PERCHÉ IL QATAR?, di Pier Francesco Zarcone

IN DUE LINGUE (Italiano, Inglese)

Donald Trump in Arabia Saudita, 21 maggio 2017 © Jonathan Ernst
L’improvvisa rottura dei rapporti diplomatici col Qatar annunciata il 5 giugno da Arabia Saudita, Bahrein, Emirati Arabi Uniti e Yemen innesca una crisi dagli esiti non facilmente prevedibili e rischia di essere un gran pasticcio tanto per chi l’ha voluta quanto per il più che probabile coprotagonista dietro le quinte: gli Stati Uniti.
Non è azzardato sostenere che questa situazione, esplosa a breve distanza dalla visita di Trump in Arabia Saudita, vada collegata proprio con questo viaggio. In tale occasione il presidente Usa ha assunto due posizioni solo formalmente contraddittorie, ma che nella sostanza rivelano l’esistenza di un preciso disegno di ulteriore destabilizzazione nell’area.
Da un lato egli si è prodotto in esternazioni contro il terrorismo jihadista, ma da un altro ha indicato nell’Iran il suo grande nemico. Quindi per un verso si è schierato con quella Arabia Saudita che ha diffuso nel mondo e alimentato il vero brodo di coltura di quel terrorismo, cioè il radicalismo islamico wahhabita, e per un altro se la prende con l’Iran che di quel terrorismo non è diffusore, non foss’altro perché il jihadismo è sunnita mentre lo Stato iraniano è sciita. L’Iran c’entra eccome nella crisi qatariota, ma non come unico fattore.
La questione è complessa e va in qualche modo inquadrata.
Nell’ottica di Trump si deve porre rimedio a due “errori” commessi dagli Stati Uniti nel Vicino Oriente: il primo consiste nell’abbattimento del regime di Saddam Husayn, con la conseguenza di aver permesso di acquisire potere alla maggioranza sciita irachena, estendendosì così l’influenza iraniana nella regione, ampliatasi poi con la crisi siriana; il secondo sta nello “sdoganamento” dell’Iran compiuto dall’amministrazione Obama con il raggiungimento di un accordo con Teheran sulla questione del nucleare. Il logico esito di ciò sta per Trump nel rafforzamento dei legami con Israele e l’Arabia Saudita.
Da questo punto di vista il Qatar diventava un obiettivo a motivo della sua politica ambigua e opportunista. Al vertice di Riyad del 20 e 21 maggio il governo di questo piccolo Stato non ha manifestato adesione ai programmi dei Sauditi - condivisi da Trump - e in più i media qatarioti hanno diffuso le infiammate dichiarazioni dell’emiro Tamim bin Hamad al-Thani contro le decisioni di quella riunione: vale a dire le linee contrarie all’Iran, alla Fratellanza Musulmana e al movimento palestinese Hamas, due organizzazioni che il Qatar sostiene e finanzia. A ciò si aggiunga che il Qatar mantiene ottimi rapporti politici e commerciali con l’Iran.
La mancanza di omogeneità religiosa e ideologica tra Doha e Teheran è del tutto irrilevante, sia perché le politiche orientali hanno logiche particolari - e infatti il Qatar è, non da ieri, notorio sostegno del jihadismo in Siria e Libia - sia perché gli interessi economici hanno il loro peso, e infatti il Qatar condivide con l’Iran anche lo sfruttamento di un ricchissimo giacimento di gas offshore, il South Pars/North Dome.
Già questo è sufficiente perché il Qatar non possa rompere le sue relazioni con Teheran: i due paesi traggono da quel giacimento oltre i due terzi della rispettiva produzione di gas.

lunedì 10 aprile 2017

TRUMP MOSTRA I MUSCOLI, di Pier Francesco Zarcone

IN DUE LINGUE (Italiano, Inglese)

Commentare a caldo il bombardamento missilistico statunitense sulla base aerea di Shayrat della notte del 7 aprile è azzardato - non sapendo cosa accadrà in seguito - ma non inutile, quantomeno per cercare di capirci un po' di più rispetto alle "lezioncine" preconfezionate che i corifei degli Stati Uniti, in Italia e fuori, si sono affrettati a recitare.
Per combinazione l'esibizione muscolare di Trump avviene poco dopo la pubblicazione su Utopia Rossa di un nostro articolo il cui nocciolo era la sostanziale inutilità del diritto internazionale, visto che le grandi potenze lo violano di continuo.
Ebbene, ancora una volta gli Stati Uniti hanno agito in applicazione del "loro" diritto internazionale, composto da un solo articolo, animato da una chiara logica imperialista unipolare: facciamo quel che ci pare, e quel che facciamo è giusto e legale e i nostri massacri sono semplici "danni collaterali".
Ancora una volta è emersa la totale inutilità delle Nazioni Unite, anche se a dirlo espressamente sono ancora in pochi; tuttavia è innegabilmente ridicolo (seppur tragico) il fatto che mentre al Consiglio di Sicurezza si perdeva tempo con le bozze di risoluzione, dal canto loro gli Stati Uniti lanciavano missili con la scusa di un'asserita responsabilità del governo di Damasco per il gas nervino a Idlib.
Certo è che se l'Onu chiudesse i battenti nessuno se ne accorgerebbe, a parte i risparmi monetari degli Stati membri.
E tanto per cambiare si è sostenuta un'accusa assolutamente senza prove, in base al principio dixit Washington, et de hoc satis.
Ha tutta l'aria di un bis delle asserite "armi di distruzione di massa" di Saddam.
Per inciso, chi sia abituato a pensar male non si stupisce della contemporaneità fra l'attacco missilistico e un'offensiva dell'Isis sulla strada Palmira (Tadmor)-Homs, per fortuna rapidamente respinta dalle truppe siriane.
Poiché le prove non esistono, si può intanto riflettere in modo generico sull'uso del gas a Idlib.
Secondo l'Onu i depositi di armi chimiche di Damasco erano stati distrutti; ma pur ammettendo e non concedendo che il governo siriano abbia ancora armi del genere, considerato che qualche anno fa la questione sembrava far precipitare le cose nel senso di un attacco statunitense - sventato solo dall'intervento russo in favore dello smantellamento dei depositi chimici - allora il consolidato (anche se non infallibile) criterio del cui prodest porterebbe a escludere la responsabilità di Damasco, salvo considerare Assad & C., ma anche lo Stato maggiore russo, una manica di idioti.
Infatti era ovvio che - protezione russa o no - se costoro avessero usato armi chimiche, un fumantino come Trump (oltretutto alle prese con irrisolti problemi di Russiagate e tenuto sotto scacco dall'establishment "neocon") avrebbe dovuto prendere una qualche iniziativa bellicista.

mercoledì 31 agosto 2016

UN PRIMO BILANCIO SULL'INTERVENTO TURCO IN SIRIA, di Pier Francesco Zarcone

LE ESIGENZE MILITARI DI ANKARA

Fino al maldestro golpe dello scorso luglio gli Stati Uniti (su cui continuano a gravare sospetti di appoggio almeno indiretto) si erano sempre opposti in modo fermissimo a interventi armati della Turchia in Siria. Giorni fa il ribaltamento di questa posizione e il tradimento ai Curdi dell'Ypg, che sul terreno si erano dimostrati un efficace strumento nella lotta contro l'Isis, perché sui campi di battaglia siriani tanto le truppe di Assad quanto l'Isis avevano concentrato la loro azione essenzialmente sulle altre formazioni jihadiste, privilegiando l'obiettivo della loro eliminazione prima di arrivare allo scontro decisivo tra Damasco e lo pseudocaliffato.
Alla notevole espansione curda nel nord siriano ha fatto seguito l'inizio degli scontri con l'esercito di Damasco nella città di Hasakah, interpretati da alcuni analisi internazionali come un segnale alla Turchia sul fatto che anche il governo siriano considerasse ormai i Curdi una minaccia. In quell'occasione l'intervento dell'aviazione siriana aveva tuttavia provocato una minacciosa reazione statunitense, considerata da molti il segno della solida alleanza instauratasi tra Washington e l'Ypg curdo. Invece gli statunitensi hanno poi dato mano libera alla Turchia proprio contro i Curdi.
La dura reazione turca alla conquista curda di Manbij inizialmente ha forse sorpreso più del dovuto, poiché risulta che lo scorso anno gli Stati Uniti effettuarono un accordo di scambio con la Turchia: un maggiore impegno di Ankara contro l'Isis, superando quelle che sono state definite eufemisticamente "ambiguità" turche, a fronte dell'impedimento dell'espansione curda a ovest dell'Eufrate.
Facciamo riferimento alla mappa allegata: le zone in verde chiaro sono occupate dai Curdi di Siria, in quali prima di Manbij occupavano solo la parte orientale dell'Eufrate e alcuni territori nel nord-ovest. L'interesse turco consiste nell'impedire che i Curdi uniscano le zone verde chiaro occupando territori controllati dall'Isis (in grigio scuro) e da quel che resta dell'Esercito Libero Siriano (verde di media gradazione), mediante i quali potrebbero formare una propria entità ai confini con la Turchia, onde poi meglio collegarsi con il Pkk. Caduta Manbij, non solo l'Ypg non si è ritirata a est dell'Eufrate, come invece i loro tutori statunitensi avevano concordato con Ankara, ma si sono abbandonati a baldanzose dichiarazioni progettuali sull'assetto dei territori occupati e sull'intenzione di conquistarne altri nella stessa zona. Il voltafaccia statunitense è stato immediato, letteralmente "mollando" i Curdi.

CHE CI PUÒ GUADAGNARE WASHINGTON

Si potrebbe dire che ancora una volta Washington ha dimostrato di essere in balia degli eventi nel conflitto siriano, e di non riuscire a realizzare in modo coerente ed efficace iniziative proprie. Senza confutare il merito di questo assunto, non si può tuttavia negare che l'iniziativa turca apre per gli Usa alcune possibilità insperate. Di recente il New York Times ha commentato che gli Stati Uniti hanno effettuato la scelta di sacrificare qualcosa nell'alleanza con i Curdi pur di recuperare i rapporti con la Turchia, importante membro della Nato e (si spera) funzionale alla guerra contro l'Isis. Difficile che così non sia stato.

lunedì 29 agosto 2016

LA MINI-INVASIONE TURCA NEL NORD DELLA SIRIA, di Pier Francesco Zarcone

L'iniziativa turca di invadere una piccola parte del nord siriano e occupare Jarablus induce a forti preoccupazioni politiche e militari, poiché in una situazione come quella siriana l'ingresso di nuovi soggetti - in particolare se "di peso" - complica e incancrenisce, rendendo meno probabile o vicina una soluzione e aumentando invece le probabilità di balcanizzazione o somalizzazione dell'area, nonché l'indebolimento della lotta all'Isis. Tra chi se ne rende conto benissimo c'è sicuramente lo stesso Erdoğan, che tuttavia è mosso da suoi obiettivi specifici.
Lo si può arguire dalla ridicola dichiarazione ufficiale turca secondo cui lo scopo dell'iniziativa militare starebbe nella chiusura del confine con la Siria in funzione anti-Isis. Il ridicolo nasce dal fatto che Ankara avrebbe potuto tranquillamente ordinare alle proprie Forze armate di effettuare tale chiusura dal lato turco, giacché in termini di sicurezza acquisire il controllo di alcuni chilometri quadrati di territorio siriano non serve proprio a nulla.
È palese - e non vi è serio osservatore internazionale a negarlo - che obiettivo del governo turco sono i Curdi dell'Ypg, legati al Pkk, e in particolare impedire loro di completare - mediante la conquista di Jarablus - l'occupazione territoriale necessaria per la definizione di un'entità curda confinante con la Turchia. La successione dei fatti è chiarificatrice. Dopo l'occupazione curda di Manbij, sottratta all'Isis, a Jarablus i Curdi proclamavano la creazione di un nuovo consiglio militare; dopo tre ore da quell'annuncio il capo di tale organismo veniva assassinato e il mandante era additato nel governo turco. Poi, l'occupazione turca di Jarablus e la pretesa di Ankara di avere anche Manbij e l'immediato ritiro curdo a est dell'Eufrate. Ritirata peraltro avvenuta con tempestività. Cioè a dire, gli Stati Uniti, che l'Ypg considera suo alleato, "come da copione" hanno tradito gli ingenui e ambiziosi Curdi, preferendo non creare con la Turchia ulteriori frizioni delle quali potrebbe avvantaggiarsi la Russia.
Non si dimentichi che in Oriente i simboli - e le date simboliche - hanno una grande importanza, ormai scomparsa e incomprensibile in Occidente, e quindi mantengono intatta la loro capacita di espressione: ebbene, gli stessi giornali turchi hanno tenuto a sottolineare che l'ingresso in Siria delle truppe avveniva nel 500º anniversario della battaglia di Marj Dabiq (a nord di Aleppo), che durante la guerra fra Ottomani e Mamelucchi sirio-egiziani (1516-1517) aprì ai primi la strada per la conquista del Vicino Oriente e iniziò la fine dell'Impero mamelucco. Alla sottolineatura commemorativa fatta dalla stampa turca si potrebbe aggiungere che dopo la Grande Guerra la perdita della Siria settentrionale (e di Mosul) fu molto "mal digerita" dalla Repubblica di Turchia - forse nient'affatto metabolizzata - e oggi probabilmente Erdoğan pensa di avere la possibilità di recuperare (almeno parzialmente) quanto non riuscì a Kemal Atatürk. A questo punto si pone il problema se le ambizioni di Erdoğan si fermino qui, o al contrario se non riguardino anche Aleppo (il che sarebbe storicamente naturale) e magari - in prospettiva - Mosul.

sabato 27 agosto 2016

IZZAT IBRAHIM AD-DURI: MISTICO SUFI, SOCIALISTA ARABO E LAICO, MEMBRO DELL'ISIS, di Pier Francesco Zarcone

In uno degli ultimi articoli sulla Turchia si è accennato alla confraternita della Naqshbandiyya (una delle tante riemerse dalla clandestinità dopo l'allentamento delle maglie repressive kemaliste) e a un noto membro di essa, collaboratore di Saddam Husayn e traghettatore di ex baathisti all'Isis, che risponde al nome di Izzat Ibrahim ad-Duri. La storia di questo personaggio è interessante per gli squarci che consente di aprire sulle vicende del Vicino Oriente, sulla multiformità delle orientamenti politici e delle ideologie religiose, su quanto siano erronee e pericolose le generalizzazioni in senso "buonista" verso il mondo dei Sufi, e infine su possibili proiezioni in ordine alla Turchia di Erdoğan. Prima di affrontare la vita del nostro personaggio è utile dire qualcosa sulla Naqshbandiyya e sulle confraternite sufi in genere, ai fini di un miglior inquadramento.

NAQSHBANDIYYA E CONFRATERNITE SUFI

La Naqshbandiyya - dedita alla difesa dell'identità islamica - è una confraternita antichissima, fondata vicino a Bukhara nel XIV secolo da Baha ad-Din Naqshband, poi diffusasi in India e nell'Impero ottomano. I sultani di Costantinopoli in genere ne furono membri. Tutte le confraternite turche, essendo considerate reazionarie culturalmente e politicamente nonché ostacolo alla modernizzazione, vennero sciolte da Kemal Atatürk nel 1925, spogliate dei beni e perseguitate. Tutte sopravvissero in attesa di tempi migliori occultandosi, e anche la Naqshbandiyya, che però non poté evitare l'eliminazione fisica di uno dei suoi più noti sceicchi, Mehmet Esad (1847-1931), da parte dei kemalisti.
La Naqshbandiyya è un potente soggetto attivo nell'attuale islamizzazione della società turca, e questo getta ombre preoccupanti sullo scontro che si va profilando fra Turchia laica e Turchia islamica. Gli oscuri rapporti tra questa confraternita e le peggiori componenti del radicalismo islamista, come pure la maggiore contiguità di Erdoğan con la Naqshbandiyya rispetto agli stessi Fratelli Musulmani, portano a inquadrare con maggiore precisione le scelte della politica estera di Ankara nel Vicino Oriente fino al fallito golpe di giorni fa; come pure a meglio dimensionare l'errore dell'Occidente a voler considerare l'Akp di Erdoğan alla stregua di un'innocua similcopia della nostra Democrazia Cristiana in salsa islamica.

giovedì 4 agosto 2016

BERGOGLIO E LA GUERRA DI RELIGIONE, di Pier Francesco Zarcone

Di recente - dopo le ultime sanguinose gesta dei jihadisti in Europa - l'attuale Papa ha detto e ripetuto che non è in atto una guerra di religione, perché
«tutte le religioni vogliono la pace. La guerra la vogliono gli altri».
Ovviamente si è subito levato un coro di plauso a queste parole, eccezion fatta per i media di destra o centro-destra. Analogo entusiasmo ha salutato la partecipazione, la scorsa domenica, di imam e di talune migliaia di musulmani a messe cattoliche in paesi europei, tanto da far dire che siamo a una svolta nei rapporti col mondo islamico.
Cominciamo dalle parole papali.
Che tutte le religioni vogliano la pace implica per lo meno l'esistenza di tre elementi: a) che sotto il nome di "religioni" siano individuabili realtà strutturate efficacemente e capillarmente, alla maniera delle sette per intenderci, talché le azioni dei membri non sfuggano al controllo e non ci siano iniziative di segno difforme, individuali o di gruppo; b) che nel corpus teologico-ideologico delle religioni - cioè nei loro libri sacri - non esistano passaggi suscettibili di essere utilizzati dai violenti per imporsi all'interno come all'esterno; c) che nella storia delle religioni non ci siano mai stati episodi, o periodi, in cui il massacro degli "infedeli" fosse presentato come altamente meritorio agli occhi di Dio e che quindi il vessillo della "fede" non abbia mai costituito la giustificazione per il disfrenarsi dei peggiori istinti.
Sul punto c) la smentita della Storia è radicale. Nei parametri del punto a) non rientrano né le Chiese cristiane né il mondo islamico nel suo complesso. Riguardo al punto b), solo il Nuovo Testamento non contiene alcunché del genere dianzi detto, ma negli altri sacri testi delle religioni monoteistiche abbondano eccome i passi suscettibili di venir utilizzati per incitare al massacro di chi la pensa diversamente. Ne sono immuni i testi buddhisti, ma i massacri di segno buddhista in Birmania a danno della minoranza musulmana attestano che tutto sommato è indifferente quanto nei sacri libri ci sia o non ci sia scritto.

domenica 12 giugno 2016

TERRORISMO SPETTACOLARE DI MASSA, di Roberto Massari

IN DUE LINGUE (Italiano, Portoghese)

La società portatrice di spettacolo non domina solo mediante l'egemonia economica le regioni sottosviluppate. Le domina in quanto società dello spettacolo… parte dello spettacolo totale… del funzionamento globale del sistema, in una divisione mondiale di compiti spettacolari…
(Guy Debord, La società dello spettacolo, 1967)

Martedì 11 settembre 2001, ore 8,45: le Torri Gemelle di Manhattan esplodono e crollano al suolo colpite da due aerei di linea guidati da piloti suicidi della rete di al-Qaeda.
Il mondo non dimenticherà facilmente quella data, anche perché da allora le numerose foto che ritraggono le Torri avvolte dal fuoco si sono irreversibilmente trasformate in «foto-simbolo» della nostra epoca. In quanto tali vengono utilizzate in continuazione - e sempre di più lo saranno nel futuro - su una scala industriale e di massa. Continueranno ad essere sottoposte a serie infinite di riproduzioni, a variazioni grafiche d'ogni genere che non possiamo nemmeno lontanamente immaginare. Tali manipolazioni grafiche dipendono infatti dall'innovazione nel campo della tecnologia informatica e postcomputeristica, con le sue ricadute nel campo dell'internautica (la navigazione in Internet).
È un fenomeno che già da tempo si verificava col procedere così rassicurante dei lavoratori nel quadro del Quarto Stato di Pellizza da Volpedo (1901), con il fungo atomico di Hiroshima, con la maliziosa foto di Marilyn a gonne levate o con l'indimenticabile foto di Guevara ripresa da Korda. Stiamo parlando di «foto simbolo della nostra epoca» e non di foto soltanto celebri: vale a dire, foto che hanno uno straordinario potere evocativo; che comunicano direttamente con l'immaginario individuale e di massa; che sintetizzano nella frazione di un istante ottico-percettivo miriadi di parametri culturali e di coordinate spazio-temporali, per lo più remote e irriconoscibili (di fatto superflue); che alludono a «un prima» e a «un dopo» totalmente distaccati dall'oggetto occasionale dell'immagine (che rimane quindi arbitrario e disponibile per ogni possibile manipolazione).
È infatti la serialità - vale a dire la possibilità di riproduzione tecnica e di variazione grafica infinite (in presenza di condizioni di comprensibilità universale e generalizzata) - che in ultima analisi rende tali immagini foto-simbolo della nostra epoca.
E che simbolo, nel crollo delle Torri Gemelle!
Chi fosse stato in cerca di un logo con cui raffigurare agli occhi delle future generazioni il passaggio dal «secolo breve», ultimo del secondo millennio - il Novecento delle grandi colpe storico-sociali (nazifascismo, stalinismo, colonialismo, guerre mondiali) - alle angosce collettive per le incognite del terzo millennio, non potrà che dirsi soddisfatto. La più scatenata evocazione filmica di Armageddon potrà apparire solo acqua fresca in rapporto a quei filmati, a quelle immagini.
Dopo la tragedia, i giornali fecero a gara nello stabilire quali record fossero stati battuti: il record del maggior numero di vittime in un solo giorno (guerre e calamità naturali escluse); il primo attacco agli Usa, sul loro territorio, dal 1812; l'evento sanguinoso più intensamente coperto dai mass media, in rapporto alla sua breve durata; il maggior danno economico con una sola azione (perdite per 40 miliardi di dollari circa); l'estrema rappresentatività architettonico-urbanistica degli obiettivi prescelti; ma anche l'attentato più interetnico, con vittime di 87 paesi diversi (e più interclassista in rapporto al numero delle vittime - aggiungiamo noi, ponendoci in coda a questa macabra hit parade) e così via.

O ESPETÁCULO DO TERRORISMO DE GRANDES PROPORÇÕES, por Roberto Massari

IN DUE LINGUE (Italiano, Portoghese)
EM DUAS LÍNGUAS (Italiano, Português)

Não é somente pela sua hegemonia econômica que a sociedade portadora do espetáculo domina as regiões subdesenvolvidas. Domina-as enquanto sociedade do espetáculo ao nível do funcionamento global do sistema, numa divisão mundial das tarefas espetaculares.
(Guy Debord, A sociedade do espetáculo, 1967)

Terça-feira, 11 de setembro de 2001, 8h45: as Torres Gêmeas em Manhattan explodem e caem no chão após o impacto de duas aeronaves guiadas por pilotos suicidas da rede al-Qaeda.
O mundo não vai esquecer facilmente essa data, porque, desde então, inúmeras fotos que retratam as torres envoltas pelo fogo transformaram-se em "imagens-símbolo" da nossa época. Como tal, elas são utilizadas de forma contínua - e serão cada vez mais no futuro - em escala industrial e de massa. Continuar a ser submetido a uma série infindável de reproduções, em variações gráficas de todo o tipo que não podemos imaginar, mesmo remotamente. Tais manipulações gráficas dependem das inovações no campo da tecnologia e informática pós era da computação, com suas repercussões ao navegar pela Internet.
É um fenômeno que há muito se verifica com o progresso tão reconfortante dos trabalhadores no âmbito do Quarto Estado de Pellizza da Volpedo (1901), com a bomba atômica de Hiroshima, com a maliciosa foto de Marilyn com a saia do vestido voando ou com as inesquecíveis fotos de Guevara tiradas por Korda. Estamos falando de "imagens-símbolo de nossa época" e não apenas de imagens famosas: ou seja, fotos que têm um tremendo poder evocador; que se comunicam diretamente com a imaginação dos indivíduos e da coletividade; que em uma fração de segundos sintetizam os parâmetros culturais e coordenam o espaço-tempo, por mais remotas e irreconhecíveis (na verdade supérfluas); que aludimos "antes" e "depois" totalmente separados da imagem ocasional do objeto (que permanece arbitrária e, portanto, disponível para qualquer tipo de manipulação).
Na verdade, é a sequência - ou seja, a possibilidade de reprodução técnica de variações gráficas infinitas (na presença de condições de compreensão universal e generalizada) - que em última análise fazem dessas imagens símbolo da nossa época.
E que símbolo é a queda das Torres Gêmeas!
Como se estivesse à procura de uma marca que retratasse os olhos das gerações futuras para a transição do "século breve", o último do segundo milênio - o século XX dos grandes pecados históricos e sociais (nazifascismo, stalinismo, colonialismo, guerras mundiais) - as ansiedades coletivas para as dúvidas do terceiro milênio, não poderão ser respondidas. A mais bela evocação cinematográfica de Armageddon poderá parecer apenas algo banal para aqueles que filmaram tais imagens.
Depois da tragédia, os jornais competiram para determinar quais recordes foram batidos: o maior número de vítimas em um único dia (guerra e desastres naturais excluídos); o primeiro ataque contra os EUA, no seu próprio território, desde 1812; o evento mais sangrento e intensamente coberto pela mídia; o maior dano econômico em uma única ação (perda de 40 bilhões de dólares aproximadamente); a extrema representatividade arquitetônica-urbanística do alvo; mas também o ataque mais inter-étnico, com as vítimas originárias de 87 diferentes países (e o mais interclassista em relação ao número de vítimas - estamos nos incluindo nesta relação macabra).

venerdì 27 maggio 2016

CHE COS'È LA SHARIA?, di Pier Francesco Zarcone

Dall'inizio dell'irruzione del radicalismo islamista e del jihadismo sui media si parla frequentemente di Sharia, ma con estrema approssimazione e varie deformazioni, col risultato di non far intendere le reali caratteristiche del fenomeno. Questa parola araba significa "via", "cammino verso la fonte", "strada battuta", "sentiero", e indica altresì il diritto religioso contenuto nel Corano e da esso derivato. Parlare di "legge" islamica è impreciso se teniamo conto della tipicità assunta in Occidente dal concetto di legge. La Sharia non è una "legge codificata" né codificabile, per quanto anche le rivendicazioni del radicalismo musulmano - e a volte anche di movimenti islamici qualificati dagli occidentali come "moderati" - occultino questo aspetto: essi infatti parlano di reintroduzione della Sharia quale disciplina giuridica religiosa della società e dei singoli, al che c'è da chiedersi di quale Sharia si tratti. Infatti essa non s'identifica per nulla con un insieme normativo bell'e fatto, e se qualcuno si recasse in una libreria islamica con l'idea di comprare il volume contenente la Sharia non lo troverebbe, o nella migliore delle ipotesi il libraio gli presenterebbe il Corano, una raccolta completa dei detti e fatti del Profeta (se è sunnita) e dei commentari della scuola giuridico-religiosa più influente nel paese.
Innanzitutto deve essere "ricavata" dal Corano e poi dalle altre fonti di cui diremo. Tutto sommato sarebbe meglio parlare di "sistema giuridico", piuttosto che di legge, e infatti fino al sec. XIX (cioè fino alla grande irruzione del colonialismo europeo nel mondo musulmano) l'espressione "legge islamica" era ignota ai Musulmani.
Per quanto possa sembrare un'eresia ai più, esistono forti similitudini con la common law britannica, particolarmente riguardo all'importanza dei precedenti e all'uso dell'analogia. In entrambi tali sistemi giuridici non c'è legge scritta, e se la common law è un diritto formato dai giudici, la Sharia è formata essenzialmente dai giuristi. Gli storici del diritto discutono su un altro punto inaspettato: cioè se la common law abbia tra le sue ascendenze proprio il diritto musulmano. Chi risponde positivamente al quesito sostiene che istituti fondamentali del diritto britannico derivano o sono stati adattati dal diritto islamico a seguito della conquista normanna dell'Inghilterra in base a conoscenze acquisite dal regno normanno di Sicilia, in cui forte era ancora la presenza musulmana. Ciò ovviamente non vuol dire negare il ruolo della tradizione anglo-sassone nella formazione della common law.
Nella tradizione islamica classica il potere politico non poteva intervenire in alcun modo nell'elaborazione normativa, riservata ai soli giuristi attraverso l'elaborazione dalle fonti religiose. Questo dà luogo a una sorta di tensione (per così dire) tra tendenza etico-spirituale e tendenza "istituzionale", in cui prevale l'aspetto normativo. Altro aspetto da considerare (e che i radicali islamisti e i jihadisti trascurano) è che, proprio per la sacralità di base della Sharia il fine primario della rivelazione coranica non è la regolazione dei rapporti fra gli esseri umani, bensì il rapporto tra il singolo e Dio.

venerdì 12 febbraio 2016

LA SITUAZIONE MILITARE IN SIRIA, di Pier Francesco Zarcone

Si tratta di un argomento praticamente non trattato dai grandi media. Al massimo ogni tanto si comunica il numero di vittime civili a seguito di scontri e bombardamenti, e si dà notizia di successi militari dell'Isis e di altre formazioni jihadiste, magari dilatandone la portata suscitando il classico effetto di Hannibal ante portas, ma senza inquadrarli nelle oggettive proporzioni tattiche e strategiche. Cosa accada davvero sui campi di battaglia resta sconosciuto ai più, e nella presente fase, alquanto negativa per i cosiddetti takfiri (sinonimo dei jihadisti per il loro tacciare di apostasia i musulmani di orientamento diverso), il silenzio è pressoché totale. Eppure in questi circa quattro anni di guerra in Siria sul piano militare (e politico) ci sono stati sviluppi interessanti.

LE PREMESSE TATTICO-STRATEGICHE

In primo luogo va rimarcata l'opportunità della scelta fin dall'inizio effettuata dal governo di Damasco di fronte a una massiccia e capillare invasione di combattenti stranieri sostenuti (militarmente ed economicamente) dall'esterno. Le opzioni possibili erano due: a) cercare di difendere subito tutto il territorio siriano, con prevedibili esiti disastrosi sul terreno, oppure b) attestarsi nella difesa della capitale e della zona costiera (cioè dell'area con la maggiore concentrazione alawita e sciita in genere). Questa seconda ipotesi implicava il temporaneo abbandono al nemico dei territori orientali – che, seppure in buona parte desertici, presentano risorse energetiche importanti - e poi manovrare da quello "zoccolo duro" territoriale per un'auspicata azione di riconquista. La scelta è caduta sulla seconda opzione.
Al riguardo i grandi media l'hanno generalmente interpretata come segnale o della prossima sconfitta militare dei governativi o di una precisa exit strategy, nel senso che Assad avrebbe fatto della zona costiera il ridotto in cui rifugiarsi e concentrarvi la resistenza dopo il disastro sul campo, dato come inevitabile. La prospettiva strategica alla base di quella decisione era diversa e si basava - in ragione della globale situazione siriana, più complessa e comunque diversa rispetto a quelle di Egitto e Tunisia - sulla vera carta giocabile dal governo damasceno: l'appoggio pratico e concreto da parte di Russia, Iran e Hezbollāh libanese. Era quindi essenziale mantenere aperti i canali aerei, terrestri e marittimi con questi alleati, fornitori di aiuti non solo diplomatici, ma anche militari ed economici. Come infatti è avvenuto.

sabato 21 novembre 2015

ISIS E JIHADISMO: DOPO IL 13 NOVEMBRE, di Pier Francesco Zarcone

LA TRAGICITÀ DEL PRESENTE MOMENTO STORICO

Dopo i recenti attentati jihadisti a Parigi - un ulteriore episodio (e nemmeno dei più rilevanti in termini quantitativi) di una lunghissima catena di orrori di cui non si vede la fine - è difficile restare in silenzio. Ma c'è il problema di cosa dire, tanto più che commentatori di professione e tuttologi di varia tendenza stanno intervenendo in massa, in una profusione di banalità e di pseudoricette sul cosa fare.
L'Isis appare ormai come il nemico numero uno non solo per gli occidentali o i non musulmani, ma anche e soprattutto per gli stessi musulmani che, in definitiva, ne sono le prime vittime: non si dimentichi che a combattere sul campo i jihadisti ci sono proprio dei musulmani di ben diverso orientamento. E qui sta un primo problema.
Non da oggi va registrata l'assenza di protagonisti del passato da cui - in qualche modo, e pur con tutti i noti limiti - ci si poteva aspettare una produzione di anticorpi rispetto al radicalismo omicida degli islamisti. Ci si riferisce alle sinistre dei paesi islamici, al "progressismo" laico - per quanto militar-borghese - al nazionalismo arabo e al ruolo teoricamente esercitabile da élite musulmane non reazionarie. Tutto questo non c'è più, e nemmeno ci si può illudere che vi siano elementi "in sonno", nascosti da qualche parte per motivi tattici. Al riguardo è sintomatica la situazione turca, in fase pesantemente involutiva rispetto al periodo del repubblicanesimo kemalista, laicizzante alla sua maniera. Molti sono gli osservatori che indicano, tra i principali fattori che favoriscono la crescita dell'Isis, l'assenza di una vera sinistra: si tratta di una mera e irrilevante constatazione, non potendo indicare alcun effettivo rimedio terapeutico a breve termine che non sia l'ipotetica ricostruzione di una tale sinistra.
L'assenza dei protagonisti del passato fa sì che la partita oggi si giochi (sulla pelle delle vittime) tra imperialismi e jihadismo, peraltro a sua volta e a modo suo intenzionato a svolgere un ruolo imperialistico o subimperialistico. E quindi (riprendendo una considerazione di Roberto Massari che condivido pienamente) la necessaria azione militare capace di portare alla massiccia eliminazione fisica dei militanti dell'Isis può essere realizzata solo da eserciti e polizie dei principali paesi imperialistici (Russia inclusa, ovviamente). E questo rivela l'impotenza storica a cui l'umanità è approdata, poiché gli assassini (dell'Isis) possono essere eliminati solo da altri assassini (imperialisti), sicuramente in grado di farlo, qualora lo volessero realmente. La tragedia della realtà attuale è anche questa.

mercoledì 21 ottobre 2015

«SYRIANA», di Pier Francesco Zarcone

L'intervento russo in Siria ha scombinato e di molto l'assetto della scacchiera del Vicino e Medio Oriente, e le conseguenze militari e politiche già si vedono. Sul piano militare si assiste ad azioni di bombardamento ben più massicce di quelle finora effettuate dalla scombiccherata "coalizione" messa su da Obama; nella guerra delle opposte propagande si registrano informazioni russe che danno nel mirino tutto il fronte della ribellione, Isis inclusa, mentre gli Stati Uniti accusano la Russia di colpire soprattutto (se non esclusivamente) i cosiddetti ribelli "moderati", cioè la fazione finora sponsorizzata e rifornita da Washington e la cui "moderazione" è solo asserita dal governo statunitense. Probabilmente anche in tale polemica la verità sta nel mezzo, e d'altro canto è ovvio che l'aviazione russa colpisca pure l'Esercito Libero Siriano, altrimenti quale intervento in favore di Assad sarebbe mai? Intanto va preso atto del deciso incremento dell'azione terrestre sviluppata dall'Esercito Arabo Siriano del governo di Damasco col sostegno aereo russo - ne riparleremo in seguito. Comunque non pare che in Iraq l'aviazione occidentale sostenga allo stesso modo l'esercito di Baghdad. Ma poiché la situazione bellica si va evolvendo, se ne devono solo attendere gli sviluppi.

CONSEGUENZE POLITICHE E OBIETTIVI DIVERGENTI DELLE PARTI IN CAUSA

Si tratta di conseguenze multiple. In primo luogo si deve evidenziare l'oggettivo rafforzamento (anche militare) dell'asse sciita nella regione (Iran, Siria di Damasco, Iraq di Baghdad, Hezbollāh libanese, Houthi yemeniti), in parallelo con l'altrettanto palese fallimento della politica di Obama. In relazione a essa la recente dichiarazione del presidente della Repubblica Ceca, Miloš Zeman, sulla mancanza di vere alternative ad Assad è frutto di semplice buon senso, in quanto l'Isis - che sarebbe l'unica alternativa reale - non può essere considerato tale. Interessante notare che in relazione a questo problema le posizioni cominciano a non essere più rigide come ieri: è del 20 ottobre la notizia che addirittura l'Arabia Saudita potrebbe "tollerare" la permanenza di Assad in una fase di transizione, almeno secondo quanto ha detto il ministro degli Esteri saudita, Adel al-Jubayr, all'emittente satellitare Al Arabiya.
In merito all'attuale asse Mosca-Teheran, va rimarcato un particolare non molto conosciuto: il piano d'azione russo in Siria è stato elaborato da un generale iraniano (Qassem Soleimani, comandante della forza d'élite Quds, addestrata a operare fuori dall'Iran e direttamente sottoposta ad Ali Khamenei), e Putin l'ha accettato dopo una riunione a Mosca nello scorso luglio.

martedì 16 giugno 2015

LA CRISI YEMENITA, di Pier Francesco Zarcone

LA GUERRA SAUDITA: FORZA O DEBOLEZZA?

In un articolo del 1º aprile scorso - «Yemen: cominciamo a capirci qualcosa», un primo approccio alla questione yemenita - avevamo ipotizzato l'intervento di una coalizione sunnita, sbagliando tuttavia sullo scenario in cui sarebbe avvenuta: cioè a dire, la ipotizzavamo col fittizio ruolo di peace keeping nel caso di mancata capacità di reazione dei ribelli Houthi contro l'attacco saudita. Invece, la coalizione sunnita si è formata ed è intervenuta in diretto appoggio all'azione militare di Riyad. Ma si è realizzata la prima delle previsioni fatte in quella sede, vale a dire la capacità Houthi di far fronte all'attacco saudita e magari di contrattaccare, dimostrando il carattere di "esercito da operetta" delle forze nemiche, a prescindere dalla tragedia delle vittime civili dei loro bombardamenti.
Gli Stati Uniti solo in apparenza stanno a guardare, poiché nei fatti aiutano l'azione saudita fornendo informazioni ricavate dai satelliti e collaborando sul piano logistico mediante la base aerea di Gibuti. Quindi Washington continua ad appoggiare il suo pericoloso alleato nella Penisola arabica in un'impresa priva di nessi con la strombazzata "lotta senza quartiere" all'Isis, e oltretutto suscettibile di farne estendere l'influenza a sud dei fronti siriano e iracheno.

lunedì 19 gennaio 2015

NOSTRA BAMBINA DELLE LACRIME, foto di Pino Bertelli

La guerra è il terrorismo dei ricchi, il terrorismo è la guerra dei poveri, diceva… ma non è più così… maledette tutte le guerre e le carogne che le fanno!

venerdì 16 gennaio 2015

GENS UNA SUMUS: GLI SCACCHI OLTRE LE DIFFERENZE ETNICHE E RELIGIOSE, di Riccardo Vinciguerra e Paolo Moisello

Su proposta del nostro compagno alessandrino - e sommo scacchista - Riccardo Vinciguerra (Mongo), pubblichiamo questa vignetta di Paolo Moisello, in accordo con un clima di ottimismo rivoluzionario che continuiamo a propugnare, nonostante i tragici atti di terrorismo di stampo jihadista succedutisi a Parigi la scorsa settimana (nella redazione di Charlie Hebdo e in un supermercato kosher).
Il disegno è apparso per la prima volta sul sito SoloScacchi.org, gestito con passione da Riccardo assieme ad un 'collettivo' di amici e dedicato al nobile gioco in tutte le sue declinazioni. [la Redazione]

lunedì 22 settembre 2014

OBAMA CONTRO L'ISIS: NE SONO CONVINTI IN POCHI, di Pier Francesco Zarcone

Isis: che fare?

L’improvvisa irruzione dei jihadisti di al-Baghdadi ha dato corso a una diffusa prassi di massacro delle minoranze religiose, di barbare esecuzioni, di vendita di schiave non-musulmane o sciite sulla pubblica piazza, di stupri e matrimoni forzati, nonché di cancellazione dei più elementari diritti della persona. Il tutto con la abominevole scusa della religione (vecchio motivo del fanatismo “religioso” sotto tutti i cieli), quand’anche nulla di ciò abbia a che fare con i precetti coranici riguardanti il piccolo jihad (quello grande, e di maggior valore, è lo sforzo umano per essere spiritualmente graditi a Dio). Il “califfo” e i suoi tagliagole sono portatori di una sanguinaria religione dell’odio fatta di crudeltà e sadismi pianificati, a cui si deve contrapporre un’indignazione - senza se e ma - che si concretizzi in reazioni effettive e idonee a eliminare questo fenomeno, perché qui rientra in ballo con tutta la sua drammaticità il vecchio dilemma “civiltà o barbarie”.
Purtroppo, ad avere la maggior risonanza mediatica, più dei massacri di massa, sono state le rozze - e quindi atroci - decapitazioni filmate di tre ostaggi occidentali (due statunitensi e uno britannico); due episodi orrendi che già da soli basterebbero a invocare la distruzione dell’Isis. Comunque ancora una volta emerge il latente razzismo bianco, in quanto la vita di tre appartenenti al Primo Mondo mantiene una valenza maggiore rispetto alle vite di migliaia e migliaia di esseri umani un po’ più abbronzati. Questo lapsus etico non muta di certo i termini del problema centrale: l’Isis - in fase di strutturazione addirittura come Stato – è una maxi-organizzazione criminale che le pratiche abituali di uccisione massiccia di esseri umani indifesi, utilizzate come strumento di terrore, privano di ogni dignità politica e morale, rendendone la distruzione un’esigenza di igiene mondiale. Sono in gioco ulteriori vite di innocenti su cui incombe un massacro ben lungi dall’essere concluso; e questo - checché ne possano pensare gli “immacolati” di una certa sinistra residuale – richiede il ricorso a ogni mezzo possibile, anche in nome di un grande dimenticato: l’umanesimo rivoluzionario.

sabato 9 agosto 2014

EQUIVOCI DA DISSIPARE SU VICINO E MEDIO ORIENTE, di Pier Francesco Zarcone

A ingarbugliare ancor di più l’immagine della già complicata situazione nel Vicino e Medio Oriente contribuiscono certe superficiali generalizzazioni, diffuse dai grandi mezzi di comunicazione in modo martellante e quindi ormai diventate luoghi comuni. Sostanzialmente esse causano due equivoci di base: la riduzione delle vicende siriane, irachene, libanesi ecc. a un “conflitto settario” tra Sunniti e Sciiti; e la presentazione dell’Islam in quanto tale come irrimediabilmente inconciliabile con la distinzione tra sfera politica e sfera religiosa.


Il conflitto settario c’è, ma non basta
Intendiamoci: non si nega l’esistenza di questo conflitto, e nemmeno si mette in dubbio lo sviluppo di un processo di riscossa sciita iniziato in Libano anche prima della rivoluzione iraniana. Il problema, invece, è che si tratta di un fenomeno inidoneo da solo a esaurire l’intreccio d’insieme. In genere di questo non si parla, o se ne parla troppo poco; e del pari – almeno fino a pochi giorni fa – sono state scarsamente rivelate la dimensione e l’efferatezza delle imprese del settarismo jihadista e la barbarie della sua propaganda, a motivo di una perdurante ambiguità occidentale verso di esso. L’azione propagandistica di fanatici predicatori e le fatawa di rozzi ulema contro gli “infedeli” (termine inclusivo di Sunniti di diverso orientamento, degli Sciiti e ovviamente dei non-musulmani), e addirittura le loro “legittimazioni” dello stupro a danno di donne sciite, cristiane e laiche, in linea di massima interessavano poco, nonostante il sottostante livello di abiezione.

RED UTOPIA ROJA – Principles / Principios / Princìpi / Principes / Princípios

a) The end does not justify the means, but the means which we use must reflect the essence of the end.

b) Support for the struggle of all peoples against imperialism and/or for their self determination, independently of their political leaderships.

c) For the autonomy and total independence from the political projects of capitalism.

d) The unity of the workers of the world - intellectual and physical workers, without ideological discrimination of any kind (apart from the basics of anti-capitalism, anti-imperialism and of socialism).

e) Fight against political bureaucracies, for direct and councils democracy.

f) Save all life on the Planet, save humanity.

g) For a Red Utopist, cultural work and artistic creation in particular, represent the noblest revolutionary attempt to fight against fear and death. Each creation is an act of love for life, and at the same time a proposal for humanization.

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a) El fin no justifica los medios, y en los medios que empleamos debe estar reflejada la esencia del fin.

b) Apoyo a las luchas de todos los pueblos contra el imperialismo y/o por su autodeterminación, independientemente de sus direcciones políticas.

c) Por la autonomía y la independencia total respecto a los proyectos políticos del capitalismo.

d) Unidad del mundo del trabajo intelectual y físico, sin discriminaciones ideológicas de ningún tipo, fuera de la identidad “anticapitalista, antiimperialista y por el socialismo”.

e) Lucha contra las burocracias políticas, por la democracia directa y consejista.

f) Salvar la vida sobre la Tierra, salvar a la humanidad.

g) Para un Utopista Rojo el trabajo cultural y la creación artística en particular son el más noble intento revolucionario de lucha contra los miedos y la muerte. Toda creación es un acto de amor a la vida, por lo mismo es una propuesta de humanización.

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a) Il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi che impieghiamo dev’essere riflessa l’essenza del fine.

b) Sostegno alle lotte di tutti i popoli contro l’imperialismo e/o per la loro autodeterminazione, indipendentemente dalle loro direzioni politiche.

c) Per l’autonomia e l’indipendenza totale dai progetti politici del capitalismo.

d) Unità del mondo del lavoro mentale e materiale, senza discriminazioni ideologiche di alcun tipo (a parte le «basi anticapitaliste, antimperialiste e per il socialismo».

e) Lotta contro le burocrazie politiche, per la democrazia diretta e consigliare.

f) Salvare la vita sulla Terra, salvare l’umanità.

g) Per un Utopista Rosso il lavoro culturale e la creazione artistica in particolare rappresentano il più nobile tentativo rivoluzionario per lottare contro le paure e la morte. Ogni creazione è un atto d’amore per la vita, e allo stesso tempo una proposta di umanizzazione.

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a) La fin ne justifie pas les moyens, et dans les moyens que nous utilisons doit apparaître l'essence de la fin projetée.

b) Appui aux luttes de tous les peuples menées contre l'impérialisme et/ou pour leur autodétermination, indépendamment de leurs directions politiques.

c) Pour l'autonomie et la totale indépendance par rapport aux projets politiques du capitalisme.

d) Unité du monde du travail intellectuel et manuel, sans discriminations idéologiques d'aucun type, en dehors de l'identité "anticapitaliste, anti-impérialiste et pour le socialisme".

e) Lutte contre les bureaucraties politiques, et pour la démocratie directe et conseilliste.

f) Sauver la vie sur Terre, sauver l'Humanité.

g) Pour un Utopiste Rouge, le travail culturel, et plus particulièrement la création artistique, représentent la plus noble tentative révolutionnaire pour lutter contre la peur et contre la mort. Toute création est un acte d'amour pour la vie, et en même temps une proposition d'humanisation.

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a) O fim não justifica os médios, e os médios utilizados devem reflectir a essência do fim.

b) Apoio às lutas de todos os povos contra o imperialismo e/ou pela auto-determinação, independentemente das direcções políticas deles.

c) Pela autonomia e a independência respeito total para com os projectos políticos do capitalismo.

d) Unidade do mundo do trabalho intelectual e físico, sem discriminações ideológicas de nenhum tipo, fora da identidade “anti-capitalista, anti-imperialista e pelo socialismo”.

e) Luta contra as burocracias políticas, pela democracia directa e dos conselhos.

f) Salvar a vida na Terra, salvar a humanidade.

g) Para um Utopista Vermelho o trabalho cultural e a criação artística em particular representam os mais nobres tentativos revolucionários por lutar contra os medos e a morte. Cada criação é um ato de amor para com a vida e, no mesmo tempo, uma proposta de humanização.