L’associazione Utopia rossa considera suo fondamento politico il principio secondo cui il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi si deve riflettere l’essenza del fine. Non ha programmi politici, come del resto non ne aveva la Prima internazionale. Nonostante le più diverse provenienze ideologiche dei suoi sostenitori, essa ritiene che l’anticapitalismo dilagato dopo l’inizio dell’Antirivoluzione russa (dicembre 1917) sia stato motivato fondamentalmente da idee precapitalistiche, cioè retrograde, e non da progetti di civiltà in grado di superare il capitalismo sviluppando ulteriormente i suoi modelli di democrazia. Ciò spiega anche il prevalere, nella storia della cosiddetta «sinistra», di simpatie per i regimi dittatoriali di ogni specie e colore. Utopia rossa si batte contro l’ulteriore diffusione di ideologie precapitalistiche vecchie e nuove (in campo politico, culturale, ecologico, religioso ecc.), come parte della sua battaglia per il superamento del capitalismo, se si vuole salvare la vita sulla Terra con la sua umanità. In questo senso la sua utopia continua ad essere rossa.

The Red Utopia association considers its political foundation to be the principle that the end does not justify the means, but that the means must reflect the essence of the end. It has no political program, just as the First International did not. Despite the diverse ideological backgrounds of its supporters, it believes that the anti-capitalism that spread after the start of the Russian Anti-Revolution (December 1917) was fundamentally motivated by pre-capitalist – that is, retrograde – ideas, and not by civilizational projects capable of overcoming capitalism and of further developing its democratic models. This also explains the prevalence, throughout the history of the so-called «left», of sympathies for dictatorial regimes of all kinds and colors. Red Utopia fights against the further spread of old and new pre-capitalist ideologies (in the political, cultural, ecological, religious, and other fields) as part of its battle to overcome capitalism, if life on Earth, including its humanity, is to be saved. In this sense, its utopia remains red.

PER SAPERNE DI PIÙ CI SONO UNA COLLANA DI LIBRI E UN BLOG IN VARIE LINGUE…

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giovedì 25 maggio 2023

PRESENTAZIONE DELLA 3ª EDIZIONE DI «GESÙ E I SUOI "CUGINI"»

Sabato 27 maggio il linguista-filologo Dario Giansanti presenterà la 3ª edizione del libro di Roberto Massari


Gesù e i suoi «cugini»

Alle origini del mito mariano (e non solo)


La nuova edizione, rivista e corretta, è stata aumentata di 7 pagine (472 pagine in tutto). Seguiranno altre presentazioni.



Nella diffusione e/o ripubblicazione di questo articolo si prega di citare la fonte: www.utopiarossa.blogspot.com

domenica 24 dicembre 2017

«CHESUCRISTO» DI DAVID KUNZLE, di don Ferdinando Sudati

Pubblichiamo per i lettori del nostro blog la recensione al volume di David Kunzle Chesucristo. La fusione in immagini e parole tra Guevara e Gesù, pubblicato nel 2016 dalla Massari editore di Bolsena come Quaderno nº 10 della Fondazione Ernesto Che Guevara (formato 17x24, 400 pp., 250 foto a colori, € 26,00). Il libro è stato tradotto dall’inglese e curato da Roberto Massari. [la Redazione]

L’Autore è nato a Birmingham (Inghilterra) nel 1936, si è laureato in storia dell’arte - con specializzazione sui pittori fiamminghi - e ha insegnato presso l’UCLA (University of California, Los Angeles), di cui dal 2010 è professore emerito. Risiede negli Stati Uniti ma è in realtà un cosmopolita, non solo per le ascendenze inglesi e svizzere: ha infatti viaggiato molto per motivi professionali, specie in America latina. Conosce bene anche l’Italia, che ha visitato varie volte; in una di queste, precisamente nel 2011, ebbi il piacere di conoscerlo di persona assieme al suo amico ed editore in Italia, Roberto Massari. Il dott. Kunzle ha al suo attivo oltre un centinaio di articoli e una dozzina di libri, e come si può immaginare (questa stessa opera lo dimostra a sufficienza) è il principale studioso al mondo dell’iconografia di Che Guevara.
Chesucristo è lo strano ma felice titolo che l’Autore ha coniato per il suo libro, a indicare la «fusione», o sovrapposizione e identificazione (come poi esplicita il sottotitolo), tra Gesù Cristo e Che Guevara - a partire dalla precoce e drammatica fine del secondo - dovuta in gran parte alle circostanze in cui il rivoluzionario argentino ha trovato la morte.
Può essere utile per il lettore avere davanti agli occhi l’indice dei capitoli che seguono prefazione e introduzione:

1. Un movimento rivoluzionario violento: Gesù e gli Zeloti
2. La Chiesa ricrocifissa. La Teologia della liberazione
3. Guevara e il Verbo cristiano in un mondo cristiano
4. Il vero rivoluzionario è guidato da grandi sentimenti d’amore
5. La matrice fotografica di Korda
6. Capitoli e versetti. Parallelismi in parole ed eventi dei Vangeli
7. Una simbologia condivisa
8. Miracoli
9. Cristificazione in poesia, teatro e narrativa. La forza divina della natura
10. Il Cristo/Che anglicano: «Mite. Dolce. Come se.»
11. Il Che nei film, nei video e multimediale
12. Il Che morto, in arte: Alborta/Berger, Belkin, Alonso
13. La Passione del Che: cattura, morte e scomparsa
14. L’Uomo nuovo, l’arte e la crescita spirituale

Il libro contiene una cronologia essenziale, una bibliografia, un indice dei nomi e una nota sull’Autore.
Da segnalare, in apertura all’opera, l’introduzione di Roberto Massari, una vera e propria guida interpretativa scritta da uno dei maggiori esperti delle vicissitudini guevariane e autore di diversi libri sull’argomento - nonché presidente della Fondazione internazionale Ernesto Che Guevara, che organizza ogni anno un convegno internazionale i cui atti vanno poi a costituire uno dei Quaderni della Fondazione stessa: una corposa pubblicazione di primario interesse storico-culturale, rivolta non soltanto agli appassionati della materia.
Dalla sua struttura si comprende già che il volume, pur essendo basato sulle immagini, è tutt’altro che un catalogo di una mostra. La parte teorica - di spiegazione e riflessione, contenuta specialmente nei quattro capitoli iniziali - si estende quanto quella grafica. Pur non avendo quest’intento, l’Autore è riuscito a ottenere, mettendo insieme i dati disseminati fra le pagine del libro, una biografia del Che che apre puntuali squarci non solo sulla sua vicenda politica, ma anche sugli affetti e la vita famigliare, e in special modo sulla sua tragica fine.
I primi due capitoli sono decisamente importanti per comprendere l’accostamento tra Gesù e Guevara nel contesto della Teologia della liberazione sorta in America latina, nonché nell’ambito di un aggiornamento della figura storica del Cristo alla luce del suo possibile - ma occultato - coinvolgimento «politico» nella lotta al dominio romano sull’allora Giudea. Il terzo capitolo rimane in tema, proiettando un po’ di luce su un aspetto poco noto ma non secondario nella vita del Che: la presenza di riferimenti religiosi provenienti soprattutto dall’infanzia, così come un basilare rispetto per i credenti con cui veniva a contatto e la non ostentazione del suo personale ateismo.

Il libro di Kunzle, davvero unico nel suo genere, testimonia in particolare il movimento di «cristificazione» cui la figura di Che Guevara è andata incontro - o, meglio, che ha suscitato - consistente nella sua assimilazione al più celebre personaggio del Nazareno, cui fa capo la religione tuttora maggioritaria sulla Terra.
In realtà si tratta di un fenomeno noto nel cristianesimo, una fede (e pure una scelta di vita) che spinge spontaneamente i propri aderenti alla Imitatio Christi. Gesù è stato sempre visto come un modello inarrivabile, ma in qualche modo imitabile: seguirlo è da sempre l’ideale del cristiano, ed è ciò che a partire dai martiri dei primi secoli ha prodotto i «santi». Questa tendenza risale alle origini del cristianesimo, essendo già presente nelle sacre scritture che siamo soliti chiamare «Nuovo Testamento» - specie in Paolo di Tarso, che affermava: «…non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me» (Gal 2,20); «Fatevi miei imitatori, come io lo sono di Cristo» (1Cor 11,1). Camminare sulle orme di Cristo - spesso riproducendo molto da vicino la sua morte - quel dare la vita per la sua stessa causa, per il suo ideale altruistico, è qualcosa che accompagna diacronicamente la storia del cristianesimo.
Più raramente la cristificazione è stata riconosciuta - non da parte della Chiesa istituzione, ovviamente - a personaggi che si sono trovati fuori dell’ortodossia o del corpo ecclesiastico, e qualche volta è stata applicata perfino a figure esplicitamente condannate dalle Chiese (a eretici, per intenderci). Nessuno ha potuto porre un freno alla spinta popolare nel procedere a queste irrituali canonizzazioni: valga per tutte quella di Davide Lazzaretti (1834-1878), mistico e visionario toscano, la cui vita - a suo modo eroica - finita tragicamente gli è valsa la denominazione, coniata dal popolo, di «Cristo dell’Amiata», il monte fra Grosseto e Siena dove svolse la sua attività.
Naturalmente il caso di Guevara è singolare, poiché la sua massiccia cristificazione e «quasi canonizzazione» è dovuta a una più o meno spontanea e convergente iniziativa popolare che prescinde da canoni religiosi o regole ecclesiastiche, mantenendo unicamente l’ispirazione e il collegamento alla figura del Nazareno.
Che Jesus, 1999 © Churches Advertising Network
Va registrato anche un secondo movimento, presente in forma più attenuata nella vicenda post mortem di Guevara: quello della «guevarizzazione» di Gesù, ossia del Cristo che assume i tratti del Che. Si vedano a questo proposito le figg. 10.1 (p. 304) e 10.3 (p. 307), due manifesti inglesi per pubblica affissione del 1999 dovuti a un network di comunicatori cristiani di confessione anglicana. È forse un aspetto non del tutto assente nemmeno nel cattolicesimo, sebbene sia raro incontrarlo a motivo del grande rispetto e della venerazione attribuita al Gesù della fede. Qualcosa del genere è avvenuto fra il Nazareno e un santo di fama ed estimazione mondiali come san Francesco d’Assisi, per cui il primo è stato «rivestito» con i panni del secondo: il discepolo è equiparato al maestro e gli trasmette qualcosa dei suoi tratti. Questa osmosi o intercambio rimane però un fenomeno minore, assolutamente non comparabile a quello dell’assimilazione al Cristo.

giovedì 4 agosto 2016

BERGOGLIO E LA GUERRA DI RELIGIONE, di Pier Francesco Zarcone

Di recente - dopo le ultime sanguinose gesta dei jihadisti in Europa - l'attuale Papa ha detto e ripetuto che non è in atto una guerra di religione, perché
«tutte le religioni vogliono la pace. La guerra la vogliono gli altri».
Ovviamente si è subito levato un coro di plauso a queste parole, eccezion fatta per i media di destra o centro-destra. Analogo entusiasmo ha salutato la partecipazione, la scorsa domenica, di imam e di talune migliaia di musulmani a messe cattoliche in paesi europei, tanto da far dire che siamo a una svolta nei rapporti col mondo islamico.
Cominciamo dalle parole papali.
Che tutte le religioni vogliano la pace implica per lo meno l'esistenza di tre elementi: a) che sotto il nome di "religioni" siano individuabili realtà strutturate efficacemente e capillarmente, alla maniera delle sette per intenderci, talché le azioni dei membri non sfuggano al controllo e non ci siano iniziative di segno difforme, individuali o di gruppo; b) che nel corpus teologico-ideologico delle religioni - cioè nei loro libri sacri - non esistano passaggi suscettibili di essere utilizzati dai violenti per imporsi all'interno come all'esterno; c) che nella storia delle religioni non ci siano mai stati episodi, o periodi, in cui il massacro degli "infedeli" fosse presentato come altamente meritorio agli occhi di Dio e che quindi il vessillo della "fede" non abbia mai costituito la giustificazione per il disfrenarsi dei peggiori istinti.
Sul punto c) la smentita della Storia è radicale. Nei parametri del punto a) non rientrano né le Chiese cristiane né il mondo islamico nel suo complesso. Riguardo al punto b), solo il Nuovo Testamento non contiene alcunché del genere dianzi detto, ma negli altri sacri testi delle religioni monoteistiche abbondano eccome i passi suscettibili di venir utilizzati per incitare al massacro di chi la pensa diversamente. Ne sono immuni i testi buddhisti, ma i massacri di segno buddhista in Birmania a danno della minoranza musulmana attestano che tutto sommato è indifferente quanto nei sacri libri ci sia o non ci sia scritto.

venerdì 16 gennaio 2015

GENS UNA SUMUS: GLI SCACCHI OLTRE LE DIFFERENZE ETNICHE E RELIGIOSE, di Riccardo Vinciguerra e Paolo Moisello

Su proposta del nostro compagno alessandrino - e sommo scacchista - Riccardo Vinciguerra (Mongo), pubblichiamo questa vignetta di Paolo Moisello, in accordo con un clima di ottimismo rivoluzionario che continuiamo a propugnare, nonostante i tragici atti di terrorismo di stampo jihadista succedutisi a Parigi la scorsa settimana (nella redazione di Charlie Hebdo e in un supermercato kosher).
Il disegno è apparso per la prima volta sul sito SoloScacchi.org, gestito con passione da Riccardo assieme ad un 'collettivo' di amici e dedicato al nobile gioco in tutte le sue declinazioni. [la Redazione]

lunedì 23 dicembre 2013

AUGURI AI LETTORI E AGLI OPERATORI DI UTOPIA ROSSA, di don Ferdinando Sudati

Presepe di Villa di Chiavenna
Con la citazione qui riportata - sincera testimonianza di John Shelby Spong, ex vescovo episcopaliano negli Usa - che forse è poco natalizia in apparenza, sebbene lo sia molto nella sostanza, vorrei accompagnare il mio augurio per tutti gli operatori, gli scrittori e i lettori del blog di Utopia Rossa, nel ricordo del giorno natale di Gesù di Nazareth.
Possiate iniziare e proseguire serenamente anche il nuovo Anno, nonostante le calamità e nefandezze presenti sulla faccia della Terra, alle quali possiamo almeno in parte far fronte adottando qualcuno degli insegnamenti «sociali» del Rabbi di Nazareth:
«[…] “Chi di questi tre ti sembra sia stato prossimo di colui che è caduto nelle mani dei briganti?”. Quello rispose: “Chi ha avuto compassione di lui”. Gesù gli disse: “Va’ e anche tu fa’ così”» (Lc 10,36-37).
E magari facendo nostro il sano «ateismo» del rabbi chassidico Moshe Lev di Sosov, che diceva: «Se un uomo viene a chiederti aiuto e assistenza, non dirgli: “Abbi fede in Dio”. Fa’ come se Dio non esistesse e come se, sulla terra, ci fossi soltanto tu a poterlo aiutare».
Cari auguri,
don Ferdinando Sudati

«Mi sono confrontato con la fede cristiana per 82 anni, e mi trovo in questo momento - con grande sorpresa dei miei critici tradizionalisti, ne sono sicuro - più che mai profondamente dedito al mio Cristo e alla mia fede. Il mio impegno è comunque verso una nuova comprensione sia del Cristo sia del cristianesimo. Sono sempre più attratto da un cristianesimo che non abbia barriere divisorie e che non mi vincoli alle credenze dell’antichità. Un cristianesimo che non possa essere confinato da, o espresso tramite forme liturgiche tradizionali. Non ho alcun desiderio di trovare certezze o di adagiarmi nella sicurezza di una religione. Ho scelto invece di vivere nella gioia sconfinata dell’insicurezza radicale propria della natura della vita umana e, così facendo, di scoprire che sto seguendo il percorso di Cristo. Non ho neppure alcun desiderio di seguire un altro percorso di fede. Ho tuttavia scoperto che se percorro il sentiero di Cristo con sufficiente profondità e perseveranza, mi porterà al di là di tutto ciò che ora conosco del cristianesimo. Non vedo questo in termini negativi, al contrario. Gesù ha camminato oltre i confini della sua religione verso una nuova visione di Dio. Credo che questo sia ciò che ho fatto anch’io, e questo è ciò che voglio celebrare. Dio è la realtà ultima, non il cristianesimo. Tuttavia, l’unico modo che conosco per camminare verso la realtà ultima di Dio è attraverso il cristianesimo. Non sostengo che il cammino cristiano sia l’unico possibile, ma è l’unico che io conosco e quindi l’unico che possa percorrere. Mi proclamo senza equivoci “cristiano”. Definisco la vita umana attraverso la lente dell’esperienza di Cristo, e questo mi soddisfa. Posso onestamente sostenere con profonda convinzione che io sono quel che sono grazie al mio rapporto con qualcuno chiamato Gesù di Nazareth e che è attraverso di lui che ho compreso il significato di ciò che chiamo Dio». (da J.S. Spong, Il quarto Vangelo. Racconti di un mistico ebreo, 2013)

Nella diffusione e/o ripubblicazione di questo articolo si prega di citare la fonte: www.utopiarossa.blogspot.com

venerdì 24 maggio 2013

LETTERA AD ANDREA GALLO, COMPAGNO, AMICO E FRATELLO DI STRADA, di Antonio Marchi


Caro Andrea ci hai lasciati come un fulmine a ciel sereno.
In questa primavera del nord che non scalda né i cuori né i cervelli mi confondo nella moltitudine di gente che ti vuole dare l’ultimo saluto. Sono triste, come tutti intorno a me. Fiori, incenso, folla, profumo di acqua santa e tante persone che piangono ti dimostrano quanto sei amato.
Rivedo i tanti incontri, le dediche frettolosamente a te rubate che mi costavano sempre la penna prestata, la sosta nella tua Comunità a Genova al termine del mio viaggio in bicicletta, le mie domande senza risposta: gli uomini, le donne, la lotta continua, la terra da salvare, le mie rabbie, la mia insistenza nel capire… la tua calma appassionata ti faceva tuonare e come per incanto mi calmavi e tutto cominciava a vivere come in una grande famiglia…”Prossima è l’ora della mezzanotte del mondo, minata è la specie, minata la stessa creazione…la terra si fa sempre più orrenda, le speranze non hanno più voce, i morti doppiamente morti…David, perennemente in guerra con te stesso e con Dio, ma io vedo la tenebra splendere…”.  Guardo il tuo viso per l’ultima volta, la pelle tirata sopra le ossa, sacerdote senza chiesa, uomo di altri tempi, maestro di vita, partigiano di “bella ciao”, prete angelicamente anarchico…

mercoledì 22 maggio 2013

LETTERA IN PUNTA D’AMORE A DON ANDREA GALLO, MIO AMICO E MAESTRO DI VITA ANGELICAMENTE ANARCHICO, di Pino Bertelli


Fai di ogni lacrima una stella

“Lontano da me la saggezza che non piange,
la filosofia che non ride e la dignità che non abbassa la testa
di fronte a un bambino che sorride e chiede di spezzare il pane con lui”...
(Dal taccuino di un fotografo di strada).

Fotografia di Pino Bertelli
Mi ricordo sì, mi ricordo di Don Andrea Gallo, mio amico e maestro di vita... partigiano, prete angelicamente anarchico. Quand’anche io avessi tutti i tesori della terra e parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, se non ho l’amore non sono nulla... quand’ero bambino, parlavo da bambino, sognavo da bambino. Ma, divenuto uomo, ciò che era da bambino non l’ho mai abbandonato... l’amore per l’amore, per l’amicizia, per la fraternità è gioioso... non è invidioso, non si vanta né si offende, non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non va in collera né tiene conto del male ricevuto, non conosce l’ingiustizia ma libera gli abbracci in tramonti improbabili nella verità... e la verità, come l’amore, non conosce catene.

venerdì 22 marzo 2013

CRISTIANESIMI IX, di Pier Francesco Zarcone


I PRIMI CONCILI ECUMENICI: UNA STORIA BEN POCO FRATERNA

Parte I

Introduzione

Nel mondo cristiano si è sempre fatto uso e abuso di concetti come “fraternità”, “amore fraterno”, “perdono” ecc., e la distinzione filantropica fra “errore” ed “errante” non è stata certo inventata da Giovanni XXIII. Pur tuttavia nella storia del Cristianesimo di gran lunga prevalgono i comportamenti di segno opposto, da cui sono stati e sono tutt’altro che immuni proprio membri del clero. Un certo spirito “da Caino” si è manifestato fin dalle origini con tanti saluti a reiterati messaggi e raccomandazioni, di grande chiarezza, proprio di Gesù il Cristo. Non ne sono stati immuni nemmeno i primi Concili ecumenici. In questa sede parleremo di tre fra i più importanti di questi Concili che – indipendentemente dalle ragioni teologiche in campo – sono paradigmatici per il loro essere stati poco edificanti sul piano dei rapporti interni alla stessa “grande Chiesa” uscita dal periodo delle persecuzioni. A seguito delle controversie di quel tempo il corpo formalmente unitario della Chiesa si è diviso in varie confessioni religiose organizzate in altrettante Chiese.

giovedì 11 ottobre 2012

CRISTIANESIMI VIII, di Pier Francesco Zarcone


LA “ISPIRAZIONE” DEI TESTI BIBLICI: UN PROBLEMA NON DA POCO

L’origine dei Sacri Testi: divina “ispirazione” o dettatura?
I sacri testi del Cristianesimo, cioè il Vecchio e Nuovo Testamento – la Bibbia –  sono tali perché - si assume - contengono la Rivelazione di Dio all’umanità. Questo ai nostri fini si traduce nel problema di cosa porre a oggetto del verbo “contenere”. Poiché non gli è stata data una risposta univoca, ecco che i canoni biblici nelle singole Chiese cristiane sono differenti, e in più si discute se la Bibbia debba essere interpretata alla lettera (posizione detta fondamentalista, oggi molto diffusa negli Stati Uniti) oppure se esistano vari livelli - come l’allegoria e la narrazione mitica - suscettibili di interpretazioni differenziate. Sul dibattito inevitabilmente influiscono i risultati dei progressi delle scienze (storiche, linguistiche, fisiche, ecc.). Soprattutto in ordine alla seconda maniera di intendere la Bibbia si pone la questione della sua divina “ispirazione”, poiché la tesi del fondamentalismo risulta affine al concetto di “dettatura” divina; alla maniera, per intenderci, del Corano dei Musulmani.
Nel Vecchio Testamento esistono passaggi il cui contenuto è in qualche modo apparentabile al concetto generalmente espresso nelle lingue moderne con “ispirazione”, concetto reso esplicito nelle traduzioni correnti, benché l’ebraico biblico ricorra a definizioni più poetiche, magari meno precise ma ricche di significati. Per certe profetizzazioni si dice che “Dio era sui” Profeti (Esdra, 5, 1); oppure che c’era stato un “soffio” di Dio nell’uomo (Giobbe, 32, 8); o che una certa iniziativa era stata presa perché Dio l’aveva “posta nel cuore” di taluno (Neemia, 7, 5); o che certe cose “sono o non sono da Dio” (Isaia, 30, 1).
Nel Nuovo Testamento si parla anche di “soffio” di Dio (II Epistola a Timoteo, 3, 14-16), o di persone mosse dallo Spirito Santo a parlare da parte di Dio”(II Pietro 1, 20-21). C’è posto, quindi, per varie speculazioni teologiche, fermo però restando il ruolo di una intermediazione umana seppure non meglio specificata. Resta comunque il fatto che biblicamente non risulta affatto dominante il concetto di “dettatura”. C’è un solo caso, nel Vecchio Testamento, in cui si dice trattarsi di cosa “scritta da Dio”: si tratta del Decalogo (Esodo, 24, 12; 31, 18; 32, 16; 31, 18; 34, 28; Deuteronomio 5, 22 e10, 4).
Nel Cattolicesimo Dio è stato definito “autore” della Bibbia da Agostino di Ippona, dal Concilio di Ferrara/Firenze, dal Concilio di Trento e dal Vaticano I. Anticamente era stato introdotto il concetto della dictatio della Bibbia: termine non pienamente coincidente con l’italiana “dettatura”, tuttavia potenzialmente in grado di fare unire questi due significati, come accadde con il domenicano spagnolo Domingo Báñez (1528-1604), che presentò l’agiografo come un puro e semplice operatore su dettatura.
Con Pio XII nell’enciclica Divino Afflante Spiritu (1943) all’agiografo è stato visto riconosciuto un ruolo attivo nella redazione dei testi biblici, ma come “strumento” di Dio. Quest’ultimo concetto è sparito dalla Costituzione Dei Verbum del Concilio Vaticano II, che ha effettuato una leggera correzione facendo degli agiografi dei coautori, in quanto anch’essi definiti “veri autori”, ma senza contribuire, in definitiva, a una maggiore chiarezza sul tema.

Bibbia e Tradizione in Occidente: Cattolicesimo e Protestantesimo
Nella Cristianità occidentale con la Riforma protestante è stato posto il problema della dicotomia tra Bibbia e Tradizione, come era ovvio avendo la Riforma formulato il principio sola Scriptura, facendo della Bibbia la sola base della fede e rigettando tutto ciò che fosse privo di espresso fondamento biblico. Di segno opposto la posizione cattolica, conforme a quella di Agostino di Ippona, che nel suo Contro la lettera di un manicheo (5, 6) aveva scritto:

«Non crederei al vangelo, se non mi spingesse a questo l’autorità della Chiesa cattolica»,

assumendo quindi la Tradizione base di autorità della Bibbia. Nel 1546 il Concilio di Trento formulò la dottrina delle “due fonti”, per la quale la Bibbia non può essere considerata fonte unica della Rivelazione, essendo non meno importante la Tradizione.
Si tratta di una dottrina in sé tutt’altro che identica a quella protestante, ma non ci si può fermare alla dissomiglianza. Tra le due concezioni esiste infatti un tratto comune: in entrambe resta la distinzione fra Bibbia e Tradizione, quand’anche risolta in modo diverso.

lunedì 7 maggio 2012

CRISTIANESIMI VII, di Pier Francesco Zarcone

IL TEATRO DELL’ECUMENISMO: RECITE VACUE SENZA UN FINALE

Introduzione

Ogni epoca ha le sue mode, dal vestiario all’ideologia, di incidenza e durata variabili. Oggi - per quanto interessati gruppi di potere facciano soffiare i venti dell’intolleranza religiosa in nome del conflitto di civiltà - fra Cristiani è ancora “politicamente corretto”, anzi correttissimo, dichiararsi “ecumenici”. I non-ecumenici vengono visti come reazionari e passatisti, nemici della fraternità e della pace. Strano che nessun credente li abbia tacciati di essere animati dal Diavolo (simbolo massimo di divisione, dal greco dhiavallo, divido). Innanzi tutto vediamo di cosa stiamo parlando.

Il movimento ecumenico e le sue strutture

Paolo VI e Atenagora patriarca di Costantinopoli
Si autodefinisce “ecumenico” (dal greco ikuméne, mondo abitato) il movimento interecclesiale che si propone di operare per il riavvicinamento fra i Cristiani della differenti Chiese e confessioni con l’obiettivo della loro unità a partire dalla comune fede trinitaria. L’impulso operativo venne, a partire dal secolo XIX essenzialmente dalla Chiesa Anglicana, con una fitta serie di iniziative culminate nel 1948 con la costituzione del “Consiglio Mondiale delle Chiese” (Wcc), detto anche “Consiglio Ecumenico delle Chiese” (Coe). Con sede a Ginevra, riunisce 349 Chiese: quelle della Comunione Anglicana, la maggior parte delle Chiese ortodosse, parecchie Chiese protestanti, alcune Chiese battiste, varie Chiese luterane, metodiste e comunque riformate, alcune pentecostali, Vetero-cattoliche e una serie di Chiese indipendenti. Non ne fanno parte la Chiesa avventista, l’Esercito della Salvezza e la Chiesa cattolica. Quest’ultima, però, è attualmente membra di Commissioni del Wcc,tra cui l’importante Commissione teologica “Fede e costituzione”.
Nel 1960 fu istituito il “Segretariato per l'Unità dei Cristiani” (nel 1988 trasformato in “Pontificio Consiglio per l'Unità dei Cristiani” e oggi denominato “Pontificio Consiglio per la Promozione dell'Unità dei Cristiani”), e poi la netta chiusura della Chiesa cattolica verso il movimento ecumenico fu superato dal Concilio Vaticano II. La Chiesa di Roma non ha aderito nemmeno alla “Conferenza delle Chiese Europee” (CEC) creata nel 1959 e di cui fanno parte 125 tra le maggiori Chiese protestanti d’Europa, Ortodosse, Anglicane e Vetero-cattoliche., ma nel 1971 essa ha costituito il “Consiglio delle Conferenze Episcopali Europee” (Ccee) che collabora con la Cec in un Comitato Congiunto. Su questa scia in alcuni paesi sono nati i “Consigli nazionali delle Chiese”.
Questo è in sintesi il quadro istituzionale del movimento ecumenico.

Problemi generali del dialogo ecumenico

Il riavvicinamento fra le Chiese presenta una genericità di contenuto che poi necessariamente gli interessati tendono a specificare, e non sempre in modo univoco. Al riguardo sono individuabili almeno due tendenze, se limitiamo il discorso all’ambito cristiano; cosa che in questa sede è meglio fare sia per problemi di spazio sia per non complicare il discorso.
Una prima tendenza, tutto sommato maggioritaria, punta a realizzare attraverso il dialogo e il confronto obiettivi apparentemente modesti, ma in realtà non sempre di facile concretizzazione: maggiore conoscenza reciproca il più possibile depurata da pregiudizi, maggior rispetto reciproco e forme di collaborazione pratica in ordine a tutta una serie di problemi - spirituali e non - da cui l’umanità è attualmente travagliata, sì da poter essere le Chiese punti di orientamento e riferimento. La seconda tendenza ufficialmente è della Chiesa cattolica: andare al di là del miglioramento relazionale e puntare verso una unità ecclesiale piena e organica. Ovviamente sotto il manto del Papa. Si tratta di un particolare che resta sempre sullo sfondo, quand’anche i riflettori dell’ecumenismo non lo mettano al centro della loro luce.
Indipendentemente dall’una o dall’altra delle citate tendenze, sta di fatto che esse implicano lo svolgimento di un dialogo teologico che effettivamente esiste e continua, seppure teologi delle varie parti (non tutti) vi lavorino senza grandi risultati visibili, al di là di conferenze congiunte, documenti comuni che lasciano le cose come stanno. Semmai - il che non è certo di troppo - si è instaurata una maggiore buona educazione reciproca, quanto meno sul versante della forma e quand’anche ciò non escluda in assoluto i colpi bassi. Tuttavia le difficoltà persistono.

giovedì 12 aprile 2012

CRISTIANESIMI VI, di Pier Francesco Zarcone

IL CONTRASTO TRA CHIESA CATTOLICA E ORTODOSSA

La questione del contrasto fra Chiesa di Roma e Chiesa ortodossa è tutt’altro che conosciuta, e al riguardo i mass-media italiani ancora una volta sono impegnati più in un’opera di banalizzazione che d’informazione. Rassicuriamo subito: non parleremo delle differenze teologiche fra queste Chiese, ma di vicende storiche. Molte di esse sono antiche, altre sono contemporanee. L’antichità nei Balcani, nel Levante, nell’Est, nella Mezzaluna Fertile ecc. non è un problema: può essere un “ieri” se ancora perdurano gli effetti di accadimenti in sé lontani nel tempo. Ma c’è un accadimento-base che non è mai cessato e che, per quanto mimetizzato sotto pelli d’agnello, ancora lo si vede bene: è la volontà di comando del Vescovo di Roma sul mondo cristiano (primato di giurisdizione), e soprattutto su una Chiesa che per certi aspetti il Vaticano ritiene più vicina delle Chiese nate dalla Riforma.

La frattura fra le due Chiese
Dopo le traumatiche separazioni ecclesiali e gli anatemi causati dalle controversie cristologiche nell’VIII secolo, il quadro di quel che restava della vecchia Chiesa unita non era dei migliori: per le mutilazioni subìte e per il fatto che i Patriarcati orientali e il Patriarcato di Roma - in linea di massima alleati durante i conflitti teologici - finiti gli avversari interni si trovarono a fare i conti con una disunione latente, in parte nascosta dalle crisi precedenti e che veniva progressivamente alla luce. Emergevano tutte le divaricazioni spirituali, teologiche, ecclesiologiche e organizzative sviluppatesi nel frattempo, determinanti per la successiva scissione tra la Chiesa romana e Chiesa ortodossa bizantina.

Naturalmente esplicarono un ruolo di rilevo anche elementi di natura politica, ma la loro importanza viene esagerata dalla pubblicistica cattolica (ma anche da una certa stampa laica), che a tutt’oggi non vuole ammettere che le cause non contingenti del conflitto erano (e sono) di natura spirituale, teologica ed ecclesiologica, e minimizza quel che divide. Tant’è che - pur essendo mutato da vari secoli il quadro politico - il contrasto religioso rimane, e rimane la separazione. Detto in sintesi per evitare dolori di testa ai lettori, i Cattolici non condividono fondamentali posizioni teologiche degli Ortodossi, e viceversa. Due mondi diversi, quindi: uno metafisicamente orientale, l’altro di matrice europea occidentale. Per una ipotetica riunificazione ciascuna delle parti dovrebbe rimettere in discussione componenti essenziali del proprio patrimonio culturale.

martedì 3 aprile 2012

CRISTIANESIMI V, di Pier Francesco Zarcone

GESÙ NELL’ISLAM

Questa volta non trattiamo, in termini di rivisitazione critica, aspetti dei Cristianesimi, bensì quell’argomento assai poco conosciuto in Occidente fra i non-specialisti che è il ruolo di Gesù nella religione islamica. Lo stereotipo corrente lo ha occultato, e non sarà male contribuire alla sua confutazione. D’altro canto si tratta pur sempre di una religione semita che ha palesemente alle spalle sia l’Ebraismo sia il Cristianesimo.
Minareto di Gesù della moschea Omayade di Damasco
Nel Corano a Gesù (Īsā ibn Maryam; Gesù figlio di Maria) viene attribuito un ruolo di assoluta rilevanza: egli non è un semplice profeta (nabī), bensì un inviato di Dio (rasūl Allāh)[1], l’ultimo prima di Muhāmmad, e faceva parte della sua missione per l’appunto preannunciarne la venuta. La menzione di Gesù da parte dei musulmani è sempre accompagnata dall’espressione “Su di lui la pace [di Allāh]” (alayhi as-salām), affine a quella usata per il profeta Mohammed (salla Allahu ‘alayhi wa-sallama: “Dio lo benedica e lo salvi”). Egli è parola di Dio (kalima min Allāh)[2] e suo spirito (rūh min Allāh)[3]; Messia (al-masīh) e servo di Dio (‘abd Allāh). Ma, per quanto esaltato, viene considerato soltanto un essere umano, quand’anche vicino a Dio, e

«eminente in questo mondo e nell'altro e uno dei più vicini a Dio (Sura 3, 45). (...) Rifiutano la fede a Dio quelli che dicono: “il Cristo, figlio di Maria, è Dio”. Rispondi loro: “Chi potrebbe impedirlo a Dio, se Egli volesse annientare il Cristo figlio di Maria, e sua madre e tutti coloro che sono sulla terra?”» (Sura 5, 17)

Secondo una tradizione messianica sunnita Gesù tornerà sulla Terra alla fine dei tempi, annunciando lo yawm al-dīn, ovvero il Giorno del Giudizio ultimo, e si crede che egli apparirà dove oggi sorge il “minareto di Gesù” (manār ‘Īsā), che fa parte della moschea degli Omayyadi di Damasco. 
Dicevamo che per il Corano Gesù non è né figlio di Dio né a Dio assimilabile. E questo viene formulato a chiare lettere:

«Rifiutano la fede a Dio quelli che dicono: “il Cristo, figlio di Maria, è Dio”. Rispondi loro: “Chi potrebbe impedirlo a Dio, se Egli volesse, di annientare il Cristo figlio di Maria, e sua madre e tutti coloro che sono sulla terra?» (5, 17).

Pur tuttavia il Corano ripropone la sua nascita miracolosa da una vergine:

«E quando gli angeli dissero a Maria: “O Maria! In verità Dio t'ha prescelta e t'ha purificata e t'ha eletta su tutte le donne del creato... O Maria, Iddio t'annunzia la buona novella di una Parola che viene da Lui, e il cui nome sarà il Cristo, Gesù, figlio di Maria, eminente in questo mondo e nell'altro e uno dei più vicini a Dio”... O mio Signore! rispose Maria, “Come avrò mai un figlio se non m'ha toccata alcun uomo?", rispose l'angelo: “Eppure Dio crea ciò che Egli vuole: allorché ha deciso una cosa non ha che da dire: Sia! ed essa è”» (4, 157-58).

Un non-musulmano potrebbe obiettare che, affermandosi la concezione di Gesù per intervento dello Spirito di Dio, dovrebbe trovare spazio nell’Islam, almeno sul piano formale, un concetto similare a quello di “Figlio di Dio”. In astratto e potenzialmente è vero, ma questo passo ulteriore la teologia islamica non l’ha mai fatto. Anzi, l’Islam ha nettamente separato la concezione da parte di Maria per intervento divino da una possibile divinizzazione di suo figlio. Il Corano, ferma restando l’esaltazione della grandezza di Gesù - a differenza di Muhāmmad, infatti, egli col permesso di Dio ha compiuto miracoli (Sura 5, 110) – nel quadro del rigido monoteismo ha anche effettuato una chiara e formale presa di distanza dal trinitarismo cristiano:

«O Gente del Libro! non siate stravaganti nella vostra religione e non dite di Dio altro che la verità! Che il Cristo Gesù figlio di Maria non è che il Messaggero di Dio, il suo Verbo che egli depose in Maria, uno Spirito da lui esalato. Credete dunque in Dio e nei suoi messaggeri e non dite: Tre! Basta! E sarà meglio per voi! perché Dio è un Dio solo, troppo glorioso e alto per avere un figlio! A lui appartiene tutto quel ch'è nei cieli e quel ch'è sulla terra, Lui solo basta a proteggerci!» (Sura 4, 171).

giovedì 29 marzo 2012

CRISTIANESIMI IV - IL «PECCATO ORIGINALE»: UN PROBLEMA TEOLOGICO CHE DALLA BIBBIA NON RISULTA, di Pier Francesco Zarcone

Un dogma funzionale

Il primo libro della Bibbia - la Genesi - contiene la narrazione in forma mitica di quello che poi le Chiese cristiane, sulla scia di Paolo di Tarso, hanno chiamato “peccato originale” facendone - sia pure con sfumature diverse - la causa dell’imperfezione morale degli esseri umani. Vista in questi termini la cosa risulta del tutto assente nella religiosità israelita, tant’è che in seguito la Bibbia ebraica (cioè quello che per i Cristiani è il Vecchio testamento) non riprende più l’argomento e il discorso sulle problematiche morali dell’umanità viene svolto indipendentemente dalla cosiddetta “caduta primordiale”. Inoltre questo tema non ha mai fatto parte della predicazione di Gesù di Nazareth. Invece, soprattutto nel Cattolicesimo e nel Protestantesimo esso occupa un posto fondamentale, grazie al quale Agostino di Ippona poté definire l’umanità in sé una “massa dannata”, che senza la Chiesa e i Sacramenti non si salva e che è attesa dal rovente calduccio dell’Inferno.
Questo mito - oltre a essere teologicamente significativo - ha svolto un’importante funzione nella creazione di una stretta rete di controllo ecclesiastico sulle società occidentali, proprio a motivo della situazione di insopprimibile peccaminosità in cui, grazie a tale mito, è stata vista l’umanità. E per salvarla le Chiese, soprattutto quelle di origine latina, dovevano sapere, controllare, indirizzare e punire.

«In generale si può dire che, a differenza della tradizione teologica occidentale, la quale si occupò con particolare insistenza del peccato dei progenitori, delle sue conseguenze e della sua trasmissone, quella orientale tratta dell’argomento solo incidentalmente e in modo per niente uniforme. Così non si può presentare la dottrina “ufficiale” della Chiesa orientale riguardante il peccato originale, perché, nell’ambito di questa tradizione, non vi è stato mai un dibattito in proposito e molto meno vi fu un tentativo di sistematizzare questa dottrina in modo obbligatorio per tutti, in quanto nessun concilio ecumenico o sinodo locale, tenuto in Oriente, ebbe occasione di ocuparsene»[1].

Forse è stato Paolo di Tarso il grande inventore del peccato originale, che si sarebbe trasmesso con la procreazione a tutto il genere umano posteriore all’umanità primordiale; il “forse” - cioè la mancanza di sicurezza per tale attribuzione - viene motivato più avanti. Tuttavia è ad Agostino di Ippona - mai liberatosi dai condizionamenti del suo passato da libertino e della sua precedente (e intensa) esperienza religiosa manichea, altresì afflitto da vari problemi psicologici e frustrazioni - che si deve la costruzione di un vero e proprio apparato teologico centrato sul tema in questione.

sabato 17 marzo 2012

LA IEROCRAZIA ATEA DEL «COMPAGNO» STALIN, di Pier Francesco Zarcone

Alla ricerca di analogie
Non è difficile individuare analogie, o tratti similari, fra il sistema di potere realizzato da Stalin (utilizzando anche presupposti e materiali frutto dell’azione di Lenin, come la mitologizzazione del partito bolscevico) e le teorizzazioni di matrice religiosa che furono parte dell’ideologia a sostegno dell’assolutismo zarista. L’influsso dell’esperienza fatta durante gli anni giovanili nel seminario ortodosso di Tiflis è importante dal punto di vista della genesi formale, poiché in quel periodo Stalin fece la conoscenza di certi moduli linguistici ecclesiastici, poi utilizzati nel culto della sua personalità. Tuttavia non si trattò solo di influsso formale, giacché anche taluni moduli strutturali finirono assimilati dal nostro personaggio.
Le analogie di cui parliamo rivelano il rovesciamento di simboli e strutture del precedente contesto religioso/politico in funzione di un nuovo assetto di segno contrario sì, ma speculare, per realizzare come punto di arrivo un maggiore potere di controllo sulla società. 
Un rovesciamento che, prima ancora di essere considerato arbitrario, è semplicemente possibile, e non rappresenta una novità. Si pensi a ciò che accade in simbologia con la famosa stella a cinque punte: con un solo vertice in alto, rappresenta l’Uomo Universale; ma rovesciata è simbolo demoniaco del caprone.

L’ideologia religiosa e politica dello zarismo: modello “moscovita” e modello “pietrista”
Dovendo qui fare un discorso comparativo, è utile illustrare - sia pure in sintesi - l’ideologia dello zarismo russo, giacché esso non fu una qualunque monarchia assoluta, non riscontrandosi nulla di simile nell’Europa occidentale. Le connotazioni particolari presentate dallo zarismo erano dovute a un mix di elementi bizantini (l’ideologia del monarca - Βασιλέυς - sacralizzato, una sorta di vescovo laico pari agli Apostoli) e orientali (desunti dai khanati tartaro/mongoli dell’Orda d’Oro costituitisi in terra russa dal XIII secolo): la risultante di ciò fece dello zar un autocrate a sé stante nell’insieme delle monarchie di diritto divino, quanto meno per la maggiore pregnanza qualitativa.

lunedì 5 marzo 2012

CRISTIANESIMI III, di Pier Francesco Zarcone


TRIONFALISMI E PREOCCUPAZIONI IN SANTI “IDEOLOGI”:  ESEMPI  DA OCCIDENTE E ORIENTE

Introduzione

Un discorso critico sulla santità non può prescindere dal fenomeno di quelli che possiamo considerare “Santi ideologi”, e non solo teologi. Ci rendiamo conto della sottigliezza della distinzione qui introdotta, e forse della discutibile precisione del termine “ideologo”; tuttavia non ne abbiamo trovati di migliori per indicare quanti abbiano elaborato sistemi di pensiero la cui portata vada al di là della sfera speculativo/teologica, in quanto finiscono con l’incidere sul modo di essere e sull’agire della Chiesa di appartenenza, tra le insidie e le lusinghe del mondo, cosicché hanno una rilevanza “politica”, in senso ampio.
Iosif Volokolamskij
Siamo pure consapevoli della possibilità di raggruppare  i Santi di questo tipo secondo classificazioni ispirate a più criteri, ma in questa sede abbiamo scelto quello del trionfalismo contrapposto alla preoccupazione spirituale per i cosiddetti “andazzi correnti”.
Poiché in questa ottica non c’è la necessità di soverchi chiarimenti sui “Cristianesimi sconosciuti” da chi proviene da ambienti di matrice cattolica, questa volta possiamo parlare anche di Santi ortodossi, cioè dell’Oriente cristiano che ha fatto propria la teologia bizantina (che storicamente precede quella della Chiesa di Roma) e l’ha ulteriormente sviluppata: nella specie si tratta della Chiesa russa. Naturalmente, sull’opposto e conflittuale versante, si è dovuto collocare il Santo cattolico considerabile il principe degli ideologi trionfalisti: Tommaso d’Aquino. Per comodità cominciamo da lui.
Il nobile Tommaso, non a caso membro dell’ordine dei Domenicani, è noto come autore della monumentale Summa Theologiae. L’essere poco o per niente conosciuta dalla gran massa dei laici (cattolici, agnostici, atei o di altre religioni) è solo segno di una grave colpa culturale, in quanto si tratta - oltre che di opera filosofica di rilievo - di uno strumento fondamentale per la comprensione della fenomenologia religiosa del Cattolicesimo, insieme ai maggiori scritti di Agostino di Ippona (qui l’autore del testo confessa un atto di ribellione in quanto, secondo le regole redazionali, avrebbe dovuto premettere “San” a questo nome, ma la ripugnanza è tale che ha preferito la dissidenza).

martedì 3 gennaio 2012

CRISTIANESIMI II, di Pier Francesco Zarcone

Premessa
Riprendiamo il discorso sulla santità istituzionale, ma stavolta centrando l’interesse sul fenomeno della santificazione e dopo aver effettuato un doveroso chiarimento sul modo di procedere di chi scrive. Vero è che i testi in genere fanno trapelare l’orientamento dei loro autori; tuttavia è sempre meglio evitare il possibile fraintendimento dei lettori, in buona o cattiva fede che siano.
Innanzi tutto va messa in chiaro l’inesistenza di qualunque intento offensivo verso il sentimento religioso, e ciò per un duplice ordine di motivi. Cominciamo col primo, che è di carattere generale. Non si tratta solo di buona creanza in quanto – alla fin fine – né i “credenti” né gli atei e/o agnostici possono dimostrare more geometrico la fondatezza inconfutabile delle loro rispettive posizioni filosofiche di base. In più c’è da dire che muovere dall’esterno all’attacco di un sistema di pensiero e di vita equivale a parlare col muro, sia per le reazioni che suscita sia a motivo della diversità (di presupposti e ottica) fra i sistemi in gioco. Il secondo motivo – di natura soggettiva – consiste nel fatto che l’autore di queste pagine non è per nulla ateo, bensì è filosoficamente teista.

lunedì 14 novembre 2011

UNA PRECISAZIONE, di don Ferdinando Sudati

(sull'articolo CRISTIANESIMI (I) - Martiri del libero pensiero e della scienza. Presunti "santi" e canonizzazioni ad hoc, di Pier Francesco Zarcone)

Caro Roberto,
seguirò con interesse la serie di Zarcone “Cristianesimi” - è sempre un brillante scrittore - sebbene mi pare dica cose già molto visitate e forse scontate anche per la “massa”, però repetita iuvant e qualcosa di nuovo c’è sempre. Aspetto in ogni caso le altre puntate.
Su un punto avrei qualche dubbio, laddove scrive: «A questo genere appartiene lo “scandalo” dei manoscritti del Mar Morto, scoperti per caso da alcuni beduini a Wadi Qumrān. La Chiesa ci mise le mani sopra e ne tenne nascosti i risultati fino a quando non ebbe appurato che non contenevano nulla di idoneo a confutare la narrazione cattolica sulle origini del Cristianesimo». Non conoscevo questa versione, che mi stupisce perché detto materiale è stato trattato e pubblicato da un gruppo internazionale e interconfessionale di studiosi e oltretutto mi pare che i primi e forse maggiori studiosi dei manoscritti di Qumrān siano protestanti. Indubbiamente Luigi Moraldi, uno più ragguardevoli studiosi italiani di Qumrān, è cattolico e prete, però uscito dal clero e dall’organizzazione accademica ecclesiastica, quindi più libero da vincoli.
Forse c’era qualche paura ma non al punto da consigliare e consentire  un veto. Anche il libro dal titolo un po’ intrigante Manoscritti segreti di Qumran. I 50 documenti che fanno discutere l’esegesi biblica mondiale, di R.H.Eisenman-M. Wise (Piemme, Casale Monferrato 1999, 10 ed.) accenna a motivi spesso “banali” che hanno fatto ritardare la pubblicazione dei manoscritti (p. XIII). Parlo però da non competente in materia e sempre salvo meliori iudicio.
Buona giornata.
don Ferdinando Sudati
P.S. Volevo solo precisare che Moraldi è più famoso come studioso degli apocrifi del Nuovo Testamento, però è stato anche editore in Italia dei manoscritti di Qumran (noti all’epoca).

Nella diffusione e/o ripubblicazione di questo articolo si prega di citare la fonte: www.utopiarossa.blogspot.com

giovedì 10 novembre 2011

CRISTIANESIMI I, di Pier Francesco Zarcone

MARTIRI DEL LIBERO PENSIERO E DELLA SCIENZA, PRESUNTI “SANTI” E CANONIZZAZIONI AD HOC

Il tormentato rapporto fra Chiesa cattolica e società civile, fra clero dogmatico e libero sviluppo della cultura si è sempre svolto “a tutto campo”. Oggi - a motivo della considerevole perdita di potere del Cattolicesimo in contesti in cui aveva davvero dominato, e con durezza – non è mutata la qualità del rapporto, bensì giocoforza le inerenti forme e modalità. La sfera delle canonizzazioni ha sempre rispecchiato tale situazione ed è illuminante per smascherare l’aspetto “buonista” di cui questa Chiesa ama ammantarsi.
In questa sede vengono presi in esame due sintomatici casi di canonizzazioni fra loro uniti dall’essere stati il coronamento formale di altrettanti successi del clero nella sua lotta contro la libertà di pensiero e la libera ricerca scientifica. Premettiamo a ciò, per completezza descrittiva, una valutazione critica sulla classificabilità delle persone proclamate “Sante” in rapporto alla loro degnità.
  
Santi e santità: non sempre c’è coincidenza
Nell’universo delle religioni umane l’importanza della santità e delle figure dei Santi è generale, insieme al fiorire attorno alle loro figure di ambienti in cui la spiritualità si mescola alla superstizione e agli interessi economici e commerciali, sovente determinandosi un intreccio inestricabile. In un documento dell’8 marzo 2000 (“La Chiesa e le colpe del passato”, par. 3, 4) la Commissione Teologica redattrice ha scritto trionfalisticamente che
«La Chiesa si riconosce esistenzialmente santa nei suoi Santi».
È una frase dalla forma tanto assertiva quanto infondata, poiché a motivo della realtà delle cose sarebbe stato meglio esprimere solo un auspicio. Ma che sarebbe la propaganda cattolica senza un po’ di trionfalismo? D’altro canto per i “fedeli” ciò funziona grazie alla diffusa ignoranza storica unita alla tendenza a non pensare con la propria testa.

RED UTOPIA ROJA – Principles / Principios / Princìpi / Principes / Princípios

a) The end does not justify the means, but the means which we use must reflect the essence of the end.

b) Support for the struggle of all peoples against imperialism and/or for their self determination, independently of their political leaderships.

c) For the autonomy and total independence from the political projects of capitalism.

d) The unity of the workers of the world - intellectual and physical workers, without ideological discrimination of any kind (apart from the basics of anti-capitalism, anti-imperialism and of socialism).

e) Fight against political bureaucracies, for direct and councils democracy.

f) Save all life on the Planet, save humanity.

g) For a Red Utopist, cultural work and artistic creation in particular, represent the noblest revolutionary attempt to fight against fear and death. Each creation is an act of love for life, and at the same time a proposal for humanization.

* * *

a) El fin no justifica los medios, y en los medios que empleamos debe estar reflejada la esencia del fin.

b) Apoyo a las luchas de todos los pueblos contra el imperialismo y/o por su autodeterminación, independientemente de sus direcciones políticas.

c) Por la autonomía y la independencia total respecto a los proyectos políticos del capitalismo.

d) Unidad del mundo del trabajo intelectual y físico, sin discriminaciones ideológicas de ningún tipo, fuera de la identidad “anticapitalista, antiimperialista y por el socialismo”.

e) Lucha contra las burocracias políticas, por la democracia directa y consejista.

f) Salvar la vida sobre la Tierra, salvar a la humanidad.

g) Para un Utopista Rojo el trabajo cultural y la creación artística en particular son el más noble intento revolucionario de lucha contra los miedos y la muerte. Toda creación es un acto de amor a la vida, por lo mismo es una propuesta de humanización.

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a) Il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi che impieghiamo dev’essere riflessa l’essenza del fine.

b) Sostegno alle lotte di tutti i popoli contro l’imperialismo e/o per la loro autodeterminazione, indipendentemente dalle loro direzioni politiche.

c) Per l’autonomia e l’indipendenza totale dai progetti politici del capitalismo.

d) Unità del mondo del lavoro mentale e materiale, senza discriminazioni ideologiche di alcun tipo (a parte le «basi anticapitaliste, antimperialiste e per il socialismo».

e) Lotta contro le burocrazie politiche, per la democrazia diretta e consigliare.

f) Salvare la vita sulla Terra, salvare l’umanità.

g) Per un Utopista Rosso il lavoro culturale e la creazione artistica in particolare rappresentano il più nobile tentativo rivoluzionario per lottare contro le paure e la morte. Ogni creazione è un atto d’amore per la vita, e allo stesso tempo una proposta di umanizzazione.

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a) La fin ne justifie pas les moyens, et dans les moyens que nous utilisons doit apparaître l'essence de la fin projetée.

b) Appui aux luttes de tous les peuples menées contre l'impérialisme et/ou pour leur autodétermination, indépendamment de leurs directions politiques.

c) Pour l'autonomie et la totale indépendance par rapport aux projets politiques du capitalisme.

d) Unité du monde du travail intellectuel et manuel, sans discriminations idéologiques d'aucun type, en dehors de l'identité "anticapitaliste, anti-impérialiste et pour le socialisme".

e) Lutte contre les bureaucraties politiques, et pour la démocratie directe et conseilliste.

f) Sauver la vie sur Terre, sauver l'Humanité.

g) Pour un Utopiste Rouge, le travail culturel, et plus particulièrement la création artistique, représentent la plus noble tentative révolutionnaire pour lutter contre la peur et contre la mort. Toute création est un acte d'amour pour la vie, et en même temps une proposition d'humanisation.

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a) O fim não justifica os médios, e os médios utilizados devem reflectir a essência do fim.

b) Apoio às lutas de todos os povos contra o imperialismo e/ou pela auto-determinação, independentemente das direcções políticas deles.

c) Pela autonomia e a independência respeito total para com os projectos políticos do capitalismo.

d) Unidade do mundo do trabalho intelectual e físico, sem discriminações ideológicas de nenhum tipo, fora da identidade “anti-capitalista, anti-imperialista e pelo socialismo”.

e) Luta contra as burocracias políticas, pela democracia directa e dos conselhos.

f) Salvar a vida na Terra, salvar a humanidade.

g) Para um Utopista Vermelho o trabalho cultural e a criação artística em particular representam os mais nobres tentativos revolucionários por lutar contra os medos e a morte. Cada criação é um ato de amor para com a vida e, no mesmo tempo, uma proposta de humanização.