L’associazione Utopia Rossa lavora e lotta per l’unità dei movimenti rivoluzionari di tutto il mondo in una nuova internazionale: la Quinta. Al suo interno convivono felicemente - con un progetto internazionalista e princìpi di etica politica - persone di provenienza marxista e libertaria, anarcocomunista, situazionista, femminista, trotskista, guevarista, leninista, credente e atea, oltre a liberi pensatori. Non succedeva dai tempi della Prima internazionale.

PER SAPERNE DI PIÙ CI SONO UNA COLLANA DI LIBRI E UN BLOG IN VARIE LINGUE…

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mercoledì 30 dicembre 2015

LA «QUESTIONE PALESTINESE», di Pier Francesco Zarcone

Yerushalayim, Gerusalemme, al-Quds
PREMESSA

Trattando il presente articolo di storia e di politica vale la pena ribadire - contro un ricorrente equivoco - che non vi si troverà quel che non esiste: l'obiettività. O meglio, di essa pontificano solo le illusioni dei «benpensanti» educati dal filisteismo borghese, oppure (peggio ancora) la propaganda dolosa di quanti intendono mistificare per «obiettiva» la propria versione/interpretazione delle cose. L'obiettività è un miraggio, non foss'altro perché ciascun essere umano nel corso della sua vita affronta i problemi e le situazioni in base alle esperienze via via pregresse e inclusive di ciò che il filosofo Hans-Georg Gadamer (1900-2002) chiamò «pregiudizi», argomentandone tuttavia la non aprioristica negatività1. D'altro canto,
«chi scrive di Storia ha naturalmente concetti di natura ideologica e teorica più o meno approfonditi. Concetti di classe che rendono inevitabile il differente apprezzamento degli eventi. È lecito che chi scrive di storia abbia già in partenza un apprezzamento generale […]. Non è lecito che si cerchi e si citi, senza verificarne la verità, elementi che comprovino i suoi anteriori apprezzamenti. Tanto meno è lecito omettere, rigettare e combattere elementi di verità incontestabile, di segno contrario»2.
Altrimenti si ha partigianeria, mistificazione ben poco favorevole alla comprensione (propria e degli altri). Tuttavia si può essere di parte senza diventare partigiani. Ovviamente anche l'autore del presente articolo è di parte, in quanto nettamente ostile al sionismo (l'Ebraismo è una religione rispettabile come tante altre), il che oggi comporta l'automatica accusa di antisemitismo. Pazienza, non si muore per questo. L'autore semmai spera di non essere incorso nella partigianeria, scusandosene in anticipo qualora non ci fosse riuscito.
«Questione palestinese» è il nome ormai correntemente dato a una delle maggiori e infinite tragedie collettive dell'età contemporanea. Inutile cercarvi i «buoni» e i «cattivi», convertendosi spesso gli uni negli altri, e viceversa; più facile, invece, trovarvi le ingiustizie e le loro vittime, oltretutto mistificate dalla propaganda partigiana e manichea di matrice sionista, recepita dai grandi media come politicamente corretta e veritiera. Vittime dotate di solide ragioni, ma ancora con la dimostrazione che aver ragione senza avere la forza (compresa quella finanziaria) non serve a nulla. Vale la pena specificare la differenza fra essere vittime ed essere «giusti»; e quindi nel prosieguo dell'esposizione non ci sarà spazio per essi, dei quali d'altronde non si trova traccia in giro, per quanto sopravviva la speranza che sussistano davvero i 36 giusti di cui parla la tradizione mistica ebraica, reggitori spirituali delle sorti del mondo per evitare che sprofondi ancor di più nel caos. Ma, ahimè, costoro sono e restano in stato di mistico occultamento.

giovedì 17 dicembre 2015

ARMANDO COSSUTTA: LA REALPOLITIK DELLA BANDIERA, di «Sergio»

«Cossutta o non Cossutta, l'Ulivo è alla frutta». Così suonavano le conclusioni di un vecchio articolo di Giampaolo Pansa, a commento del naufragio della prima esperienza nazionale della coalizione di centrosinistra, due decenni fa. Correva il movimentato ottobre del 1998, e la (unitarissima) Rifondazione Comunista a salda guida Bertinotti-Cossutta stava per spaccarsi in due come una mela sulla questione del rapporto con il governo Prodi, portato al successo delle urne un paio di anni prima proprio dall'allegra ammucchiata ulivista.
Armando Cossutta - allora presidente di Rifondazione - separandosi in quel momento da Bertinotti fu l'artefice, in buona compagnia di Cossiga e Mastella, del salvataggio in extremis del centrosinistra a trazione PDS. Da allora in avanti, la sua nuova creatura (il Partito dei Comunisti Italiani) continuò invariabilmente ad essere e a concepirsi come l'appendice organica sinistra dell'area politica di centrosinistra; il suo confine sinistro, responsabile e "di governo", che assicurava stabilità e affidabilità al "campo progressista", opposto alle destre.

Da quel periodo è passata molta acqua sotto i ponti, e ai soggetti politici in questione (PRC e PdCI) nulla rimane dei fasti di allora. La Rifondazione Comunista bertinottiana, che per un tratto sembrò incarnare le aspirazioni di molti ad una vera presenza comunista e antagonista, finalmente slegata dal cappio dell'alleanza con i partiti borghesi, fu ben presto risucchiata, o per meglio dire ricondotta nell'alveo del centrosinistra, e quindi dell'inumazione dei propri stessi principi di esistenza politica. Nelle intenzioni di tutti i gruppi dirigenti della sinistra riformista, di ieri e di oggi, l'Ulivo era ed è tutt'altro che alla frutta.
Dove abbia portato questa storia è, oggi, cosa fin troppo facile a vedersi. Ma i primordi di quella stagione, il suo senso politico, pur nell'archiviazione successiva più o meno definitiva dei suoi singoli momenti e delle sue figure di riferimento (lo stesso Armando Cossutta è oggi sconosciuto ai più, e certamente ai militanti più giovani), continuano a riprodursi immodificabili nelle vicende e nelle logiche di quel che resta della sinistra italiana, anche in ambiti apparentemente più distanti da quelli dei diretti eredi dei protagonisti di allora.

domenica 13 dicembre 2015

SCHWARZ : SURRÉALISME ET RÉVOLUTION, AUSSI…, par Roberto Massari

IN DUE LINGUE (Francese, Italiano)
EN DEUX LANGUES (Français, Italien)

«Le surréalisme s’est formé sur une conception révolutionnaire de l’homme et du monde, à une époque où les visions traditionnelles de leurs rapports étaient enlisées dans la [Grande] guerre… En suivant des modalités propres, les surréalistes devinrent marxistes et freudiens, mettant l’accent sur la double révolution à accomplir : «transformer le monde» et «changer la vie». Ils pensaient pouvoir y parvenir au moyen d’une activité globale de créativité partant de l’individu, considéré à son tour comme une totalité, et en utilisant un instrument, la poésie, confondue avec l’activité spécifique de l’esprit. Cette permanence créatrice devait s’exercer dans la liberté inconditionnelle de la pensée et de l’action, hors d’une vision compartimentée de la vie et de l’art, et en vue de redonner à l’individu son intégralité».
Skira, 2014
Ainsi s’exprime Maurice Nadeau dans l’ajout de 1957 à son œuvre classique de 1944 (Histoire du Surréalisme, Seuil, 1964, p.189 et 190), œuvre qu’on peut considérer pionnière et de grande longévité, surtout de la part d’un auteur qui est mort à 102 ans en 2013. Il m’apparut lucide et en pleine activité quand je le revis à l’époque de son centième anniversaire.
Cette synthèse est à la base d’une tradition de pensée dans laquelle nous pouvons rattacher les thèses de fond et quelques réflexions substantielles d’Arturo Schwarz exposées dans son récent et imposant travail sur Il surrealismo. Ieri e oggi [Le surréalisme. Hier et aujourd’hui] (sous-titre : Storia, filosofia, politica [Histoire, philosophie, politique], Skira, 2014, 540p - plus CD). La volonté analytique - et en même temps polémique envers d’habituelles et infondées généralisations - est formulée par Schwarz en introduction, quand il affirme que le surréalisme est avant tout un «état d’âme», une conception de la vie libérée de toute contrainte externe ou interne, un hymne à la liberté même : pure et changeante comme le flux d’un fleuve dans lequel ce qui a été ne sera plus, et dont le trajet parcouru ne pourra pas conditionner les futurs et imprévisibles virages et accélérations du courant. Ces concepts sont repris au début du 4° chapitre (p.99, et également p.107) où il affirme que «le surréalisme est une autre philosophie de l’existence, une manière de penser, d’agir et d’analyser - dans tous les sens - l’individu, l’histoire et l’art».
Mais comme pour les fleuves dont il est toujours difficile de retrouver la source, cachée parfois à l’intérieur d’une colline ou sous un enchevêtrement de roches, pour le surréalisme il est également difficile d’établir une date de naissance officielle, même si est grande l’opinion que sa vie débute entre 1914-1918 - particulièrement en 1916 - sous le tas de ruines provoqué durant la première grande boucherie mondiale. Cette incertitude donne naissance à la vieille diatribe (de l’œuf ou de la poule) pour savoir qui est né en premier, Dada (le Dadaïsme de Tristan Tzara) ou le Surréalisme (fondé par Breton).
Le terme, proposé par Apollinaire, ne sera utilisé dans le sens spécifiquement surréaliste - comme création artistique fondée sur l’automatisme psychique, le rêve, sur la dérive (ce que reprendra le milieu situationniste) - qu’à partir de 1920 avec la revue Littérature. Pourtant on pourrait difficilement imaginer deux courants de pensée esthétiques, artistiques ou philosophiques (ou les trois ensemble) plus imbriqués, plus génétiquement entrelacés. Ce sont au contraire leurs différents développements et destins ultérieurs qui peuvent expliquer les incertitudes théoriques par rapport à leur commune origine, et leurs incompréhensions en sens théorico-spirituel et non nécessairement pratico-éditorial. Entre diverses motivations possibles, ce fut sans doute le genre d’engagement politique dominant parmi le groupe autour de Breton qui marqua une des premières séparations entre les surréalistes et le mouvement fondé par Tzara.

SCHWARZ: SURREALISMO E RIVOLUZIONE, ANCHE, di Roberto Massari

IN DUE LINGUE (Italiano, Francese)

«Il surrealismo si è formato su una concezione rivoluzionaria dell'uomo e del mondo, in un'epoca in cui le visioni tradizionali dei loro rapporti erano sprofondate nella [Grande] Guerra… Seguendo modalità particolari, i surrealisti diventarono marxisti e freudiani, portando l'accento sulla duplice rivoluzione da compiere: "trasformare il mondo", "cambiare la vita". Pensavano di poterci arrivare con un'attività globale di creatività a partire dall'individuo, considerato a sua volta come una totalità, e per mezzo di uno strumento, la poesia, che si confondeva con l'attività propria dello spirito. Questa permanenza creatrice doveva esercitarsi nella libertà incondizionata del sentire e dell'agire, fuori dai compartimenti della vita e dell'arte, e col desiderio di recuperare integralmente l'individuo».
Skira, 2014
Così Maurice Nadeau nell'aggiunta del 1957 alla sua opera classica del 1944 (Histoire du Surréalisme, Seuil, 1964, pp. 189 e 190), che si può considerare pionieristica e longeva ancor più dell'autore, morto a 102 anni nel 2013 - lucido e in piena attività come ci apparve quando lo incontrammo nei giorni del suo centesimo compleanno.
La sintesi sopra riportata è alla base della tradizione di pensiero in cui possiamo collocare anche le tesi di fondo o alcune riflessioni sostanziali che Arturo Schwarz espone nel suo nuovo imponente lavoro su Il surrealismo. Ieri e oggi (sottotitolo: Storia, filosofia, politica, Skira, 2014, pp. 540 - con CD allegato). L'intento analitico - e allo stesso tempo polemico verso usuali e infondate generalizzazioni - viene formulato da Schwarz in apertura, quando afferma che il surrealismo è fondamentalmente uno «stato d'animo», una concezione della vita libera da qualsiasi costrizione esterna o interiore, un inno alla libertà stessa: pura e cangiante come il flusso di un fiume in cui ciò che è stato non sarà più e il tragitto percorso non potrà condizionare le future imprevedibili svolte o accelerazioni della corrente. Concetti ripresi all'inizio del cap. 4 (p. 99, ma si veda anche p. 107), dove si afferma che «il surrealismo è un'altra filosofia dell'esistenza, un modo di pensare, di agire e di riflettere - in entrambi i sensi - l'individuo, la storia e l'arte».
Ma come per i fiumi non è sempre possibile ritrovare la sorgente, perché essa a volte si nasconde all'interno di un monte o sotto un cumulo di rocce, così per il surrealismo non si può stabilire una data di nascita ufficiale, anche se diffusa è l'opinione che esso abbia cominciato a vivere di vita propria tra il 1914 e il 1918 - con particolare visibilità nel 1916 - sotto il cumulo delle rovine provocate dalla prima grande carneficina mondiale. Di qui la vecchia diatriba (del tipo l'uovo o la gallina) se sia nato prima Dada (il Dadaismo di Tristan Tzara) o il Surrealismo (fondatore Breton).
Il termine fu coniato da Apollinaire, ma sarà usato in senso specificamente «surrealista» - cioè riferito a una creazione artistica fondata sull'automatismo psichico, sul sogno, sulla derive (quale verrà ripresa in àmbito situazionista) - solo a partire dal 1920 nella rivista Littérature. Ma difficilmente si potrebbero immaginare altre due correnti di pensiero estetiche, artistiche o filosofiche o le tre cose insieme, più vicendevolmente condizionantesi, più geneticamente intrecciate. Sono invece i loro diversi sviluppi e destini che possono spiegare le incertezze teoriche riguardo alla loro comune origine, da intendersi in senso teorico-spirituale e non necessariamente pratico-editoriale. E fra le varie possibili motivazioni fu certamente il tipo di impegno politico prevalente tra i collaboratori raccolti intorno a Breton, a segnare in primo luogo una divaricazione dei surrealisti dal movimento fondato da Tzara.

sabato 12 dicembre 2015

ECOCIDIO EN CURSO, por Marcelo Colussi

La actividad productiva del ser humano, imprescindible para su sobrevivencia, modifica el medio ambiente. Esa es una característica distintiva básica que nos diferencia de todo el reino animal: nuestro trabajo va creando un mundo nuevo, “artificial” podría decirse: desde la primera piedra afilada por el Homo Habilis hace dos millones y medio de años hasta las estaciones espaciales que circundan el planeta, ese proceso nunca se ha detenido, y no se ven motivos para que suceda.
La productividad humana crece; eso siempre ha sido así, y sumado a los cambios que experimenta el clima a lo largo de los años, de los siglos o de los milenios, el medio ambiente en que nos movemos como especie sufre modificaciones a las que debemos ir adecuándonos.
Pero algo está sucediendo desde hace un par de siglos, que no puede explicarse solo por razones naturales. En estos últimos 200 años los cambios en el clima han sido abrumadoramente dramáticos. Todas las evidencias científicas así lo atestiguan.
Catástrofes derivadas de la obtención de recursos necesarios para la vida no son nuevas en nuestra historia; el agotamiento de selvas o de tierras cultivables por la sobre-explotación marcan el paso del Ser Humano por el planeta (pensemos en el agotamiento de la gran cultura maya en nuestras tierras, por ejemplo). Sin embargo, desde que entra en escena el capitalismo con su Revolución Industrial, la producción cambió radicalmente: se empezó a producir no sólo para satisfacer necesidades sino, ante todo, para vender, para obtener lucro económico. En otros términos: se comenzaron a “inventar” necesidades, pues todo pasó a ser mercancía. Todo, absolutamente todo se comienza a hacer para el mercado: la salud, la educación, la espiritualidad, el sexo, la diversión, etc.
Debe quedar claro que el cambio climático por efecto del calentamiento global es un proceso natural que comenzó hace 12,000 años atrás a partir del retiro de la última glaciación, luego de lo cual se pudo llegar a la agricultura y a la domesticación de los primeros animales, transformándose el Ser Humano de nómada en sedentario. Surgió ahí el establecimiento fijo de sociedades agrarias con una producción excedente, a partir de lo que nacen las aglomeraciones humanas basadas en la propiedad privada con clases antagónicas. Desde ese entonces ya conocemos la historia: las clases poseedoras defienden a muerte (¡a muerte!) su propiedad, y la “violencia” se ha transformado en la “partera de la historia” (ningún cambio en las relaciones de poder ha sido –ni parece que pudiera ser– pacífico). Quien tiene, quien se siente poseedor, se resiste a ceder lo que considera propio (propietario de los medios de producción, el varón de las mujeres, etc.)

giovedì 10 dicembre 2015

DESAPARECIDOS, CHIAMATEMI BERGOGLIO, di Roberto Massari

Da vari decenni i desaparecidos argentini chiamano Jorge Bergoglio (Provinciale dell'ordine dei Gesuiti al momento della loro morte), ma lui continua a non rispondere. E ora, anche da papa, Francesco non sembra intenzionato a chiedere perdono per il comportamento suo e dell'alta gerarchia cattolica negli anni di maggior ferocia dei militari al potere (1976-79, nel quadro di una dittatura durata dal 1976 al 1983). Quelli furono anche gli anni più propizi per la sua carriera ecclesiastica: fu infatti Provinciale - la massima autorità nazionale dei gesuiti - proprio dal 1973 al 1979, l'anno in cui al vertice della Celam a Puebla si batté in prima linea nella condanna della teologia della liberazione. A partire da quell'anno fatidico, la sua carriera fu tutta in salita, fino ad arrivare dove sappiamo.
In questi giorni è in uscita un film - Chiamatemi Francesco, diretto da Daniele Luchetti e prodotto da Taodue, di proprietà del gruppo berlusconiano Mediaset - che torna su quelle tragiche vicende, col preciso impegno di assolvere papa Francesco proprio in relazione a ciò che fece (e soprattutto non fece) negli anni peggiori della dittatura. Non trascura nemmeno le accuse specifiche riguardo al sequestro di due suoi confratelli (Jalics e Yorio) che furono subito rivolte contro di lui dai diretti interessati e poi riprese agli inizi di questo millennio in due libri del celebre giornalista Horacio Verbitsky (entrambi tradotti in italiano dalla Fandango, anche se ben pochi lo sanno, visto che su questi due libri vige la più ferrea congiura del silenzio).
Si tratta di un'operazione cinematografica un po' maldestra di camuffamento delle responsabilità di Bergoglio, anche se il film non esita a mostrare una parte della colpa che ebbe la gerarchia cattolica per i massacri di quegli anni terribili. Il film, infatti, compie un'operazione politica molto precisa: mentre abbandona l'alta gerarchia cattolica argentina al giudizio della Storia (visto che le sue colpe sono indifendibili e comunque appartenenti a un sempre più lontano passato), allo stesso tempo tenta disperatamente di salvare il soldato Bergoglio (in fondo era pur sempre un subordinato, un gesuita sottoposto a disciplina quasi militare nei confronti del suo Superiore, Pedro Arrupe, Preposito Generale della Compagnia di Gesù dal 1965 al 1983).
Va però detto che anche la denuncia delle responsabilità della Chiesa nel film è tendenziosamente insufficiente, visto che non compare mai il nome del numero uno della gerarchia cattolica che fu il maggior complice dei militari: Pio Laghi, nunzio apostolico in Argentina dal 1974 al 1980. Per avere un'idea del suo ruolo (oggetto di polemiche anche in ambienti cattolici), basti dire che con il generale piduista Massera giocava a tennis, mentre nel Paese scomparivano ad opera dei militari circa 30.000 persone, molte dopo indicibili torture e trattamenti disumani d'ogni genere.

mercoledì 9 dicembre 2015

“AQUÍ SE ENTREGA LA SOBERANÍA”: ENTREVISTA A DOUGLAS BRAVO, por Víctor Amaya

Presentamos a nuestros lectores dos textos que contienen puntos de vista contrapuestos sobre la naturaleza del gobierno de Maduro.
La entrevista a Douglas Bravo es anterior a las elecciones, mientras que el artículo de Marcelo Colussi (argentino radicado en Guatemala) es posterior. Ambos textos han sido precedidos en estos últimos años por análisis y artículos de sus respectivos autores, que reflejaban las actuales consideraciones. No son por lo tanto dos artículos improvisados. Y ya tanto Douglas como Marcelo son miembros de la Redacción internacional de Utopía Roja.
Estamos orgullosos de poder dar este ejemplo de pluralidad, es decir de la posibilidad de expresar divergencias (inclusive muy fuertes, como en este caso) entre compañeros que comparten una misma perspectiva revolucionaria, aún teniendo formaciones políticas e ideológicas diferentes. Este ejemplo es dado cada día solamente por Utopía Roja, pero debería ser la norma para todos aquellos que aún consideran posible combatir para abatir al capitalismo y al imperialismo a nivel mundial. [Roberto Massari por la Redacción italiana de UR]

Octogenario y aún esperanzado en ver un nuevo orden político en el mundo, Douglas Bravo hace de su apartamento en Parque Central un búnker para las ideas. Rodeado de libros, prensa, documentos y archivos, observa a Venezuela ya no en sí misma sino como parte de la dinámica global. De espíritu aún guerrillero -el más famoso de la historia local y el último en desmovilizarse- asegura haber documentado buena parte de la historia no contada de las luchas políticas venezolanas.
Recuerda a Hugo Chávez como un amigo, a pesar de que su paso por el Partido de la Revolución Venezolana (PRV) fue fugaz, de haber traicionado ideologías, de haberse adelantado el 4 de Febrero y quitarle el carácter civil a la rebelión, de haberse convertido en un mandamás explotador de petróleo contaminante, y de haberlo hecho preso en 2009. “Pero tengo carácter coriano”, dice. La amistad va por encima de las confrontaciones políticas. Lo sabe porque acumula amigos de todos los signos políticos, antes y ahora. Mientras, sigue leyendo y escribiendo, y asegura que es posible un Tercer Camino, como denomina a su propuesta. Tiene ganas de revolución.

En febrero 2009 habló de un “sacudimiento popular”. En abril de este año habló de “la rebelión de la muchedumbre”. ¿Eso llegará?
Esas declaraciones se corresponden con un momento estelar grandioso que vive Venezuela y el planeta. No se trata de una revuelta para producir cambios solo de un gobierno, sino de crear una nueva civilización. Esa revuelta que viene es una ruptura con todo lo establecido.
¿Qué tanta influencia tendrá el venezolano en un proceso así?
Aquí gobernó el Pacto de Punto Fijo por 40 años y fracasó la concepción del llamado “mundo occidental” dirigido por Estados Unidos. Chávez es producto de muchas cosas, impulsado por las emociones del 27 de Febrero, que se capitalizaron negativamente con otro pacto: el del marxismo estalinismo. Han fracasado dos modelos mundiales, el de Estados Unidos y el del marxismo capitalizado por Rusia. La gente se da cuenta por la miseria. Los dos modelos del capitalismo occidental y oriental han fracasado en Venezuela.
¿Entonces a dónde vamos?
A una nueva civilización. Vendrán movimientos, contra este gobierno, habrá sacudimientos sociales. Venezuela está en posibilidad, por esas fracturas de modelos, de producir un tercer camino, una tercera fuerza.

DERROTA ELECTORAL EN VENEZUELA. ¿Y AHORA?, por Marcelo Colussi

Presentamos a nuestros lectores dos textos que contienen puntos de vista contrapuestos sobre la naturaleza del gobierno de Maduro.
La entrevista a Douglas Bravo es anterior a las elecciones, mientras que el artículo de Marcelo Colussi (argentino radicado en Guatemala) es posterior. Ambos textos han sido precedidos en estos últimos años por análisis y artículos de sus respectivos autores, que reflejaban las actuales consideraciones. No son por lo tanto dos artículos improvisados. Y ya sea Douglas que Marcelo son miembros de la Redacción internacional de Utopía Roja.
Estamos orgullosos de poder dar este ejemplo de pluralidad, es decir de la posibilidad de expresar divergencias (inclusive muy fuertes, como en este caso) entre compañeros que comparten una misma perspectiva revolucionaria, aún teniendo formaciones políticas e ideológicas diferentes. Este ejemplo es dado cada día solamente por Utopía Roja, pero debería ser la norma para todos aquellos que aún consideran posible combatir para abatir al capitalismo y al imperialismo a nivel mundial. [Roberto Massari por la Redacción italiana de UR]

El hecho de titular el presente texto como “derrota” ya marca la posición ideológica desde donde lo hacemos. Para mucha gente, en Venezuela y en el resto del mundo, esto es un “triunfo”. Pero, ¿qué triunfó en las elecciones parlamentarias del domingo 6 diciembre? Para esa lógica –que no es la nuestra, que quede claro– triunfó un discurso conservador, que se resiste a los cambios, que ve en el pobrerío en la calle y con cuotas crecientes de poder un verdadero problema. Un discurso, en definitiva, que transpira un profundo odio de clase, no importa si viene de la alta oligarquía, de la Embajada de Estados Unidos o de la clase media, eternamente confundida.
Decir que triunfó “la democracia”, que ganó “el país” o que fue un triunfo “de todos los venezolanos”, no pasa de un barato juego de palabras insulso, hasta frívolo si se quiere. Quizá a un presidente en funciones, al menos cuando se mueve en la lógica de elecciones dentro de esquemas capitalistas como es el caso de Nicolás Maduro, no le queda más alternativa que repetir esas vacías frases hechas. Lo cual ya da una pista de lo que queremos decir: las elecciones del domingo no se salieron un milímetro de un marco capitalista. ¿Y el socialismo del siglo XXI?
No hay dudas que la derecha puede estar de fiesta, más aún después del triunfo del conservador Mauricio Macri en las elecciones presidenciales recién pasadas en Argentina. La idea es que “se comienza a restaurar” la tranquilidad perdida estos años, en los que fuerzas progresistas con talantes reformistas marcaron parte del ritmo político de muchos países en Latinoamérica.
La Revolución Bolivariana no fue derrotada en Venezuela; pero definitivamente sufrió un revés grande, pues pierde la mayoría en el Parlamento, con lo que se abre un nuevo escenario político. Está claro que el discurso de derecha avanzó. Es evidente con los resultados electorales: si no, dos tercios de los legisladores antichavistas no hubieran sido elegidos para esta Asamblea.

sabato 5 dicembre 2015

«POET OF THE WORLD» ASHRAF FAYAD CONDENADO A MUERTE POR APOSTASÍA

Alla Redazione di Utopia Rossa.

Cari compagni e compagne,
ricevo la notizia di un altro attentato alla libertà di coscienza da parte del fanatismo religioso. In questo caso il fanatismo è islamico, ma non mancano esempi recenti di fanatismo cattolico, ebraico, protestante e addirittura di culti tribali africani (che essendo più vicini alla natura dovrebbero anche avere maggiore rispetto per gli esseri umani). Oltre a colpire la libertà di coscienza, qui si colpisce la libertà artistica che è parte importante della libertà di coscienza e a volte (rare volte) la trascende.
Personalmente non vedo utilità a firmare appelli, di qualsiasi natura e per quanto giusti essi siano. Preferisco impegnarmi direttamente per la causa rivoluzionaria, cioè per l'autodifesa della specie a fronte dell'incapacità del capitalismo a farvi fronte. Sono però favorevole ad aiutare la circolazione di questo appello.
Potrei aggiungere che sono membro del World Poetry Movement (Movimiento Poetas del Mundo) da vari anni e che quindi ho una ragione in più per esprimere la mia solidarietà a chi lotta per la salvezza di Ashraf Fayad. Non lo conosco personalmente, ma a lui mi sento vicino per quel tramite meraviglioso e utopico rappresentato dalla poesia.
Domani, a Ostia Antica, durante il Festival della Rocca dei Poeti (affiliato al World Poetry Movement), leggeremo alcune poesie del nostro collega minacciato di morte e qualcuna gli dedicheremo. Non è così che lo salveremo, ma contribuiremo nel piccolo a far circolare il suo messaggio poetico, prolungando così di una goccia la sua esistenza all'interno del grande oceano dell'umanità.
Roberto Massari

ARABIA SAUDÍ ORDENA LA EJECUCIÓN DEL POETA PALESTINO ASHRAF FAYAD POR RENEGAR DEL ISLAM

Fayad ha sido condenado a muerte por un tribunal de Arabia Saudí por apostasía -es decir, negación del Islam-, cargo que el autor ha desmentido de manera categórica.
La verdadera causa parece ser la crítica que encierra su libro Instrucciones en el interior (2008), su influyente posición en la renovación del arte saudí y, también, que grabó imágenes de torturas por parte de la policía religiosa del régimen. Durante el proceso, se ignoró su derecho a disponer de un abogado, y el juez ni siquiera habló con él. Las discriminaciones y el maltrato procesal son habituales en Arabia Saudí con los refugiados palestinos como Fayad.
Riad ha aplicado la pena capital a más de 151 personas este año, la mayoría por decapitación, convirtiéndose en uno de los mayores ejecutores a nivel mundial. Esta cifra supera ya el total de ejecuciones registradas en un solo año en el reino árabe en 1995.
Bajo la ley saudí, los delitos como violación, asesinato, apostasía, robo a mano armada y tráfico de drogas pueden ser castigados con pena de muerte, y varias personas han sido ejecutadas también por acusaciones de brujería.
El Movimiento Poetas del Mundo ha lanzado una campaña para salvar a nuestro poeta, miembro honorífico de nuestra organización que cuenta en sus filas con 46 poetas palestinos y con más de nueve mil poetas a nivel mundial.

LLAMAMOS A TODOS NUESTROS MIEMBROS A FIRMAR LAS PETICIONES QUE CIRCULAN PARA SALVAR LA VIDA DE NUESTRO COMPAÑERO

mercoledì 2 dicembre 2015

FESTIVAL DELLA POESIA NEL BORGO DI OSTIA ANTICA (affiliato al World Poetry Movement)

LE LETTURE POETICHE SARANNO SVOLTE DA L. Argentino, E. Benigni, M. Bernini, S. Congiu, P. Cordaro, D. Giancaspero, R. Massari, G. Massaroni, M. Massaroni, G. Napolitano, A. Ottomana, A. Pantoni, S. Pasquali, D. Ricco, B. Sabatini, E. Serafini, T. Teixeira de Siqueira, E. Venditti

martedì 1 dicembre 2015

ENCONTRO COM ROBERTO MASSARI (FUNDAÇÃO INTERNACIONAL ERNESTO CHE GUEVARA), por Carlos Pronzato

Dvd de 20 minutos / 2015

Roberto Massari é editor e escritor italiano, fundador e presidente de la Fundação Ernesto Che Guevara (em Acquapendente, província de Viterbo, Itália). É considerado o principal estudioso do Che na Itália. Da Fundação fazem parte alguns dos principais estudiosos do Che no mundo. Nesta entrevista realizada em Acquapendente em outubro de 2014, Roberto Massari fala da importância da Fundação e do Che Guevara.

Carlos Pronzato é escritor e cineasta/documentarista independente argentino radicado no Brasil. Nos seus filmes retrata os conflitos sócio-políticos latino-americanos e as insurgências populares atuais, além de se debruçar sobre aspectos históricos e culturais fundamentais do continente. Alguns de seus filmes são: “Carabina M2, uma arma americana, Che na Bolívia”, “O Panelaço, a rebelião argentina”, “Bolívia, a guerra da água”, “Buscando a Salvador Allende”, “Madres de Plaza de Mayo, memória, verdade, justiça”, “La Rebelión Pinguina, estudiantes secundaristas chilenos contra el sistema”, “Mapuches, un Pueblo contra el Estado”, “Carlos Marighella, quem samba fica, quem não samba vai embora”; “A Partir de Agora, as Jornadas de Junho no Brasil”, entre muitos outros realizados no Brasil e no exterior.
Catálogo: www.lamestizaaudiovisual.blogspot.it

R.M.: Vamos visitar o local da Fundação Che Guevara que fica em Acquapendente e ali você verá tudo o que temos.
Estamos entrando em Acquapendente que fica na província de Viterbo e é também a última grande cidade de Lazio antes de entrar na região da Toscana.
Decidimos colocar a Fundação aqui em Acquapendente porque na época havia um prefeito cujo nome é Tolmino que ainda hoje é membro da Fundação e na época pertencia ao Partido Comunista Italiano. Era um prefeito muito popular escolhido pela maioria da população e que tinha simpatia por Che Guevara. Então conseguimos um local gratuitamente num parque de Jogos Infantis onde chegaremos em breve.
A Fundação foi criada em 1998 aqui em Acquapendente num ato público. No início eram todos italianos, agora não. A Fundação conta com personagens bolivianas, cubanas, polonesas, francesas… Da França temos o Michael Löwy que os latino-americanos o chamam de “Maichel” Löwy. Michael Löwy é fundamental porque o primeiro livro no mundo que foi escrito sobre o pensamento de Che Guevara foi escrito por ele que apareceu na França em 1970, “O Pensamento de Che Guevara”. Então Michael Löwy é membro do Comitê Internacional assim como Carlos Soria Galvarro que é o principal estudioso boliviano do Che junto a Humberto Vázquez Viaña, que infelizmente morreu há pouco tempo. Humberto Vázquez e Carlos Soria representam a totalidade do conhecimento que temos sobre o Che Guevara na Bolívia.

lunedì 30 novembre 2015

SALUD MENTAL EN JÓVENES EMBARAZADAS COMO PRODUCTO DE VIOLACIONES: UN PROBLEMA NACIONAL, por Marcelo Colussi

Síntesis
El machismo patriarcal sigue siendo una cruda realidad en nuestro país. Cambiar esos patrones es un arduo trabajo donde deben coincidir diversos esfuerzos: políticas públicas bien definidas, educación, acciones para romper mitos y prejuicios. El abuso y la violación sexual son prácticas aún consideradas como parte de una historia cultural tolerada. En ese marco de cosas, los embarazos de mujeres jóvenes están normalizados. E incluso los embarazos producto de violaciones no son todo lo castigado que deberían. Por ancestrales tabúes que pueblan la sociedad, el embarazo a temprana edad no se ve como un problema. Es allí donde debe empezarse a trabajar, y la Academia juega un muy importante papel al respecto: se necesita investigar a fondo la temática y proponer alternativas claras, superadoras de la actual situación. El embarazo no deseado de una mujer joven es un trauma que deja secuelas psicosociales importantes, tanto en quien lo sufre como en el reforzamiento socio-cultural del patriarcado al que indirectamente contribuye.

Palabras clave
Violación, machismo, patriarcado, violencia, prejuicios.
___________

158 niñas quedan embarazadas todos los días y no tienen ningún mecanismo alternativo de educación.
(Justo Solórzano / UNICEF)

Situando el problema

Así como la salud no es sólo la ausencia de enfermedad, de la misma manera la vida no es sólo la ausencia de la muerte. Esto, que pudiera parecer un juego de palabras, intenta mostrar que la calidad de vida es mucho más que permanecer vivo en términos biológicos. Si tomamos al pie de la letra la ya clásica definición de la salud como estado de bienestar en las esferas física, psicológica y social, vemos que la calidad de vida se liga con fuerza determinante a los factores psicosociales, que son los que, en definitiva, ayudan/permiten el mantenimiento de la vida como hecho físico-químico.
Si pese al monumental desarrollo científico-técnico actual el hambre sigue siendo uno de los principales flagelos de la Humanidad, no caben dudas que los factores no-biológicos tienen una importancia decisiva en todo esto, en la calidad de vida, en el bienestar. Si por instinto comemos, y si hay un 40% más de comida disponible en el mundo, no hay nada natural que explique el flagelo del hambre, a no ser cuestiones netamente socio-políticas. La salud, por tanto, no puede reducirse a un hecho meramente biológico: también es política.
De la misma manera, reproducir la especie no es sólo procrear hijos. Eso último es un hecho eminentemente biológico-natural, de orden “animal” podría decirse. El cómo hacerlo (planificando, teniendo perspectiva de futuro, decidiendo en forma conjunta varón y mujer, por medio de inseminación artificial, haciéndose cargo de la crianza de los nuevos seres la pareja parental en forma responsable, las modalidades culturales en que se enmarca todo ello, etc.) es también una cuestión eminentemente psicosocial. Se presentifican ahí las ideologías dominantes, los prejuicios, los juegos de poder, los valores éticos de una sociedad, las variables personales de cada sujeto.

mercoledì 25 novembre 2015

NON ESSERE CATTIVO (Claudio Caligari, 2015), di Pino Bertelli

La formula per rovesciare il mondo non l'abbiamo cercata nei libri, ma girando. Era una deriva a grandi giornate, in cui niente somigliava al giorno prima; e che non si fermava mai… non ritengo che tutti i mediatici siano degli imbecilli; anche se possiamo presumere che questo sistema abbia fatto molto per aumentare la parte di imbecilli nella società che già non era indifferente.
(Guy Debord)

Il cinema, qualche volta, esprime una cartografia autentica del quotidiano e riesce a mostrare un ambiente, a fissare sullo schermo un dolore inconfessabile o un modo di vita, quale che sia, in maniera incomparabile. I buoni film, come si dice, possono avere come sfondo e come scaturigine solo storie appassionanti ed esprimono l'universalità di una geografia umana come critica tagliente della civiltà mercantile che non elabora lo spettacolo del rifiuto, bensì il rifiuto dello spettacolo (i situazionisti, dicevano). Un cinema dunque che costruisce le situazioni e attraverso derive del margine (ma non marginali) esprime il dissidio contro gli specialisti (servi & padroni) della domesticazione sociale.
Claudio Caligari è un autore "maledetto" del cinema italiano e austero facitore di storie delle periferie invisibili… dopo una lunga malattia, che non gli impedisce di finire Non essere cattivo, muore il 25 maggio 2015, a 67 anni. Caligari è stato un sorta di maestro del cinema degli esclusi e si è sempre mosso in direzione ostinata e contraria. Tutta la crema avariata del cinema industriale (che l'aveva ignorato, bollato come "appestato" ed escluso da sempre) sembra affranta, molti ne parlano, pochi amici lo piangono (come Valerio Mastandrea). Lascia in eredità un pugno di documentari e tre film… alcuni "specialisti" si sono accorti del suo valore poetico quando è andato a far compagnia ai ragazzi di strada che ha incontrato, con i quali ha discusso e filmato il tragico delle loro esistenze ferite o spezzate.
Caligari debutta (con la collaborazione di Daniele Segre) nel documentario Droga che fare (1976), poi seguono Lotte nel Belice (1977) e La follia della rivoluzione (1978). Chiude la sua cinevita con Task Force 45 - Fuoco amico (serie TV, 2015). In mezzo ci sono Amore tossico (1983), il film che raccoglie la realtà emarginata pasoliniana e il dolore di una generazione sfigurata dall'eroina, L'odore della notte (1998), la storia di una banda di rapinatori che semina il terrore nelle case dei ricchi (e fa conoscere loro la paura che hanno sempre esercitato sui poveri) e Non essere cattivo (2015), il suo testamento sull'amicizia stellare e la fine dell'innocenza.

sabato 21 novembre 2015

ISIS E JIHADISMO: DOPO IL 13 NOVEMBRE, di Pier Francesco Zarcone

LA TRAGICITÀ DEL PRESENTE MOMENTO STORICO

Dopo i recenti attentati jihadisti a Parigi - un ulteriore episodio (e nemmeno dei più rilevanti in termini quantitativi) di una lunghissima catena di orrori di cui non si vede la fine - è difficile restare in silenzio. Ma c'è il problema di cosa dire, tanto più che commentatori di professione e tuttologi di varia tendenza stanno intervenendo in massa, in una profusione di banalità e di pseudoricette sul cosa fare.
L'Isis appare ormai come il nemico numero uno non solo per gli occidentali o i non musulmani, ma anche e soprattutto per gli stessi musulmani che, in definitiva, ne sono le prime vittime: non si dimentichi che a combattere sul campo i jihadisti ci sono proprio dei musulmani di ben diverso orientamento. E qui sta un primo problema.
Non da oggi va registrata l'assenza di protagonisti del passato da cui - in qualche modo, e pur con tutti i noti limiti - ci si poteva aspettare una produzione di anticorpi rispetto al radicalismo omicida degli islamisti. Ci si riferisce alle sinistre dei paesi islamici, al "progressismo" laico - per quanto militar-borghese - al nazionalismo arabo e al ruolo teoricamente esercitabile da élite musulmane non reazionarie. Tutto questo non c'è più, e nemmeno ci si può illudere che vi siano elementi "in sonno", nascosti da qualche parte per motivi tattici. Al riguardo è sintomatica la situazione turca, in fase pesantemente involutiva rispetto al periodo del repubblicanesimo kemalista, laicizzante alla sua maniera. Molti sono gli osservatori che indicano, tra i principali fattori che favoriscono la crescita dell'Isis, l'assenza di una vera sinistra: si tratta di una mera e irrilevante constatazione, non potendo indicare alcun effettivo rimedio terapeutico a breve termine che non sia l'ipotetica ricostruzione di una tale sinistra.
L'assenza dei protagonisti del passato fa sì che la partita oggi si giochi (sulla pelle delle vittime) tra imperialismi e jihadismo, peraltro a sua volta e a modo suo intenzionato a svolgere un ruolo imperialistico o subimperialistico. E quindi (riprendendo una considerazione di Roberto Massari che condivido pienamente) la necessaria azione militare capace di portare alla massiccia eliminazione fisica dei militanti dell'Isis può essere realizzata solo da eserciti e polizie dei principali paesi imperialistici (Russia inclusa, ovviamente). E questo rivela l'impotenza storica a cui l'umanità è approdata, poiché gli assassini (dell'Isis) possono essere eliminati solo da altri assassini (imperialisti), sicuramente in grado di farlo, qualora lo volessero realmente. La tragedia della realtà attuale è anche questa.

martedì 17 novembre 2015

CHE, DE STEVEN SODERBERGH, por Luiz Bernardo Pericás

Antes mesmo de ser lançado oficialmente, o filme Che, de Steven Soderbergh, já causava polêmica. Dividido em duas partes, El argentino e El guerrillero, a obra completa, com quatro horas e meia de duração e que custou em torno de US$ 60 milhões, conseguiu provocar um intenso debate, não só sobre a forma como era retratado um dos principais líderes da revolução cubana como também em relação à própria qualidade artística da película. Desde o grande público norte-americano, especialmente o da Flórida, até os críticos cubanos, pôde-se perceber em alguns momentos um tom ácido nos comentários (certamente com diferentes matizes e motivações) sobre a transposição mais recente para as telas da vida do comandante Che Guevara.
Estrelada por Benicio del Toro, esta superprodução, que contou com 360 figurantes, foi apresentada com grande expectativa no 61º Festival de Cannes e na Mostra Internacional do 30º Festival del Nuevo Cine de Cuba, mas recebeu, de forma geral, avaliações moderadas. O fato é que El argentino (a fita que discutiremos aqui) é bastante problemática em diversos aspectos. Soderbergh tentou se escorar em especialistas para assessorá-lo, como o jornalista Jon Lee Anderson e o Centro de Estudos Che Guevara em Havana, para garantir o máximo de fidelidade na condução da narrativa, o que é, sem dúvida, um mérito, mas mesmo assim, não conseguiu criar uma obra transcendente, “definitiva”, sobre o “guerrilheiro heroico”.
Os personagens não têm o carisma nem a profundidade humana necessários para aproximar o público de suas histórias. Del Toro (que nasceu em 1967, mesmo ano do assassinato de Guevara) é competente ao interpretar o Che, certamente, mas lhe falta o brilho natural do argentino e as possíveis dúvidas e reflexões existenciais de um homem que abandona por completo sua vida pregressa, seu passado, para se reconstruir completamente e se engajar em um novo caminho, sem volta. A solidão, as angústias, a distância da esposa e da filha, sua família na Argentina, seus amigos, tudo isso não é mostrado com a devida clareza ou dramaticidade no filme.
Os demais guerrilheiros, por seu lado, se parecem mais como autômatos do que com seres humanos reais. O diretor, neste caso, não desenvolve ou aprofunda outros personagens daquela epopeia.

lunedì 2 novembre 2015

PIER PAOLO PASOLINI: SUL CINEMA CORSARO DI UN POETA DELL'ERESIA, di Pino Bertelli

A Pa', maestro e amico

Colui che arde non ha freddo, e colui che annega non ha sete. Queste anime ardono talmente nella fornace del fuoco d'amore, che sono divenute propriamente fuoco, e così non sentono il fuoco, essendo fuoco in se stesse, per virtù d'Amore che le ha trasformate in fuoco d'amore.
(Margherita Porete, eretica, arsa sul rogo a Parigi nel 1310)

La verità non sta in un solo sogno, ma in molti sogni… La società - ogni società - divora sia i figli disobbedienti che i figli né disobbedienti né obbedienti: i figli devono essere obbedienti e basta… È il potere che rende porci (pigs) gli uomini… Io mi considero un rivoluzionario, non un contestatore.
(Pier Paolo Pasolini)

Non sono venuto a portare la pace ma la spada…
(Matteo 10,34)

© Mario Dondero
Il cinema corsaro di Pier Paolo Pasolini trascende il reale, disvelandolo. I vecchi, le puttane, gli accattoni, le baracche della periferia romana o i corpi nudi di giovani amanti emersi dal Boccaccio, nei fiori delle Mille e una notte o nella barbarie quotidiana del fascismo… emergono sulle rive del Tevere, nei deserti del Marocco o nelle ville della borghesia mussoliniana… e nel ritrovamento dell'ethos (carattere) originario del popolo si ri/conoscono come depositari di una cultura profanata, svenduta, calpestata sin dalle origini… fino a dire che siamo tutti complici della lingua che parliamo, dello Stato che sosteniamo, degli dèi e dei miti che consumiamo.
ACCATTONE (1961), MAMMA ROMA (1962), LA RICOTTA (episodio di Ro.Go.Pa.G. - Laviamoci il cervello, 1963), LA RABBIA (1963), COMIZI D'AMORE (1963-64), SOPRALLUOGHI IN PALESTINA (1963-64), IL VANGELO SECONDO MATTEO (1964), UCCELLACCI E UCCELLINI (1966), LA TERRA VISTA DALLA LUNA (episodio di Capriccio all'italiana, 1967)… figurano i percorsi accidentati/libertari del cinema pasoliniano. Una specie di ritorno alla preistoria dell'umanità; «… mentre il mondo borghese - scrive Pasolini - è evidentemente il mondo della storia… i miei sottoproletari vivono ancora nell'antica preistoria, nella vera preistoria, mentre il mondo borghese, il mondo della tecnologia, il mondo neocapitalistico va verso una nuova preistoria e la somiglianza fra le due preistorie è puramente casuale…»1. L'omologazione culturale/politica è dunque un'espropriazione della fantasia, un'impiccagione del desiderio di vivere tra liberi e uguali che si configura nella degenerazione della storiografia al potere. Pasolini aveva capito che l'aroma malefico di ogni autorità è una farsa e ogni consenso (elettorale, dottrinario, culturale…) si regge sull'inclinazione volontaria a servire dell'uomo… I fanatici senza sogni e gli idolatri delle certezze hanno sempre trovato le risposte alle loro miserie nei deserti della s/ragione amministrata. In LA RICOTTA, Stracci doveva morire per accorgersi di vivere… poi, con UCCELLACCI E UCCELLINI, Pasolini celebra (in anticipo di un quarto di secolo) l'elogio funebre del marxismo al potere. La stupidità del comunismo è stata pari alla sua menzogna e i suoi funesti demiurghi continuano a rovistare come ratti affamati di potere nell'immondezzaio della storia.

lunedì 26 ottobre 2015

ELECCIONES EN GUATEMALA, por Marcelo Colussi

De los golpes de Estado a la lucha contra la corrupción. Nueva estrategia imperial

Como era previsible y ya lo venían indicando las encuestas previas, el candidato Jimmy Morales se alzó con la victoria en las elecciones presidenciales de Guatemala este 25 de octubre. Lo primero que podría indicarse es: “¡más de lo mismo!”.
“Más de lo mismo” en varios sentidos: Morales no representa el más mínimo cambio, ni siquiera cosmético, en relación a la situación estructural de fondo en el país: pobreza extrema –79% de la población pobre, según los nuevos patrones de medición del Banco Mundial–, país dependiente y marcado por un salvaje y depredador capitalismo extractivo, violencia e impunidad como constante en todas las relaciones sociales, racismo contra los pueblos originarios en grado sumo. Nada, absolutamente de esto nada cambia con el nuevo presidente. Su propuesta, en realidad, es una falta de propuesta. Y aunque parezca paradójico, dadas las condiciones generales imperantes, eso es lo que le permitió ganar las elecciones (sobre lo cual ahondaremos más adelante).
Es “más de lo mismo” también, porque tras de su figura (mediáticamente bien posicionada, dado que es un actor profesional, un comunicador en el más cabal sentido de la palabra) se encuentran sectores de los más reaccionarios del ejército que viven aún en la lógica de la Guerra Fría, algunos de ellos ligados a los llamados “poderes ocultos” (léase: estructuras mafiosas que persisten en la administración del Estado, como la recientemente denunciada de La Línea). O sea que la tan preconizada “lucha contra la corrupción”, que pareció barrer el país estos últimos meses, se descubre como un espectáculo mediático sin consecuencias reales en las verdaderas estructuras de poder. Dicho de otro modo: con Jimmy Morales en la presidencia las mafias enquistadas y los poderes paralelos no terminarán. Es decir: sigue todo más o menos igual (su vicepresidente, por ejemplo, es el artífice del más grande robo en el Seguro Social de la Universidad de San Carlos, de la que fue rector). Todo sigue igual, parece.
Y “más de lo mismo” igualmente porque Washington, y la ideología dominante en forma global, se salen con la suya, pues el mensaje de entronización a esta glorificada “democracia” se sigue imponiendo. La realización de elecciones “limpias y transparentes” pareciera el camino obligado para todo el mundo; no transitarlo –según esa ideología hegemónica– es continuar en el atraso, en el oscurantismo. Democracia representativa (libre mercado mediante), según ese paradigma, es la solución frente al autoritarismo estatizante, frente al populismo y a las ofertas de “retorno al pasado filo-comunista”.

domenica 25 ottobre 2015

OS ÚLTIMOS PASSOS DE HÉCTOR OESTERHELD, por Luiz Bernardo Pericás

Héctor Germán Oesterheld e exemplares de seu Hora Cero
Por alguns minutos lhe foi permitido ficar sem o capuz que cobrira sua cabeça, pouco tempo antes. Só então percebeu que estava na companhia de vários homens, tão machucados quanto ele. Era noite de Natal. Cumprimentou os prisioneiros, um a um. E ainda cantou “Fiesta”, de Joan Manuel Serrat. Depois disso, nunca mais seria visto.
As garotas nasceram todas nos anos cinquenta: Estela Inés, Diana Irene, Beatriz Marta e Marina. Suas filhas, quatro meninas lindas, sorridentes, amorosas. As fotos não mentem: aquele era um lar feliz.
Os militares argentinos não perdoavam quem levantava a voz contra a ditadura. Em 1977, o general Ibérico Saint Jean, então governador da Província de Buenos Aires, diria:
“Primero mataremos a todos los subversivos; luego mataremos a sus colaboradores; después, a sus simpatizantes; enseguida, a aquellos que permanecen indiferentes y, finalmente, mataremos a los tímidos”.
Inspirados pelas técnicas de tortura usadas pelos franceses na Argélia, pela Escola das Américas e até mesmo pelo que fazia o exército brasileiro nos anos de chumbo, eles não poupariam quem entrasse em sua frente. Em torno de trinta mil pessoas seriam eliminadas…
Beatriz foi a primeira a desaparecer, em meados de 1976. Tinha apenas 19 anos. A única que teve o corpo recuperado… Em seguida, Diana, grávida de quatro meses (e mãe de um menino, Fernando), sequestrada, junto com o parceiro, Raúl, em San Miguel de Tucumán. Marina, também gestante, seria a próxima, em novembro daquele ano. E, finalmente, Estela. Casada, tinha um filho de três anos de idade. Foi levada por agentes do Estado no final de 1977. Todas, militantes dos montoneros.

El viejo. Assim o chamavam na prisão. Havia sido sequestrado em 27 de abril de 1977. Os problemas na pele eram visíveis: perebas e espinhas surgiam no rosto e na cabeça. Estava estraçalhado, arrebentado pela ação dos verdugos. Suas costas doíam: dormia no duro piso de madeira. Antes, gostava de jogar tênis, assistir a jogos de futebol e fazer longas caminhadas, solitário. Agora, só andava a passos curtos, dentro de sua cela apertada. Arrastava-se. Mas o pior de tudo não foi a tortura. Foi quando seus captores mostraram fotos de suas filhas executadas. Sua vida, naquele momento, também havia acabado.

mercoledì 21 ottobre 2015

«SYRIANA», di Pier Francesco Zarcone

L'intervento russo in Siria ha scombinato e di molto l'assetto della scacchiera del Vicino e Medio Oriente, e le conseguenze militari e politiche già si vedono. Sul piano militare si assiste ad azioni di bombardamento ben più massicce di quelle finora effettuate dalla scombiccherata "coalizione" messa su da Obama; nella guerra delle opposte propagande si registrano informazioni russe che danno nel mirino tutto il fronte della ribellione, Isis inclusa, mentre gli Stati Uniti accusano la Russia di colpire soprattutto (se non esclusivamente) i cosiddetti ribelli "moderati", cioè la fazione finora sponsorizzata e rifornita da Washington e la cui "moderazione" è solo asserita dal governo statunitense. Probabilmente anche in tale polemica la verità sta nel mezzo, e d'altro canto è ovvio che l'aviazione russa colpisca pure l'Esercito Libero Siriano, altrimenti quale intervento in favore di Assad sarebbe mai? Intanto va preso atto del deciso incremento dell'azione terrestre sviluppata dall'Esercito Arabo Siriano del governo di Damasco col sostegno aereo russo - ne riparleremo in seguito. Comunque non pare che in Iraq l'aviazione occidentale sostenga allo stesso modo l'esercito di Baghdad. Ma poiché la situazione bellica si va evolvendo, se ne devono solo attendere gli sviluppi.

CONSEGUENZE POLITICHE E OBIETTIVI DIVERGENTI DELLE PARTI IN CAUSA

Si tratta di conseguenze multiple. In primo luogo si deve evidenziare l'oggettivo rafforzamento (anche militare) dell'asse sciita nella regione (Iran, Siria di Damasco, Iraq di Baghdad, Hezbollāh libanese, Houthi yemeniti), in parallelo con l'altrettanto palese fallimento della politica di Obama. In relazione a essa la recente dichiarazione del presidente della Repubblica Ceca, Miloš Zeman, sulla mancanza di vere alternative ad Assad è frutto di semplice buon senso, in quanto l'Isis - che sarebbe l'unica alternativa reale - non può essere considerato tale. Interessante notare che in relazione a questo problema le posizioni cominciano a non essere più rigide come ieri: è del 20 ottobre la notizia che addirittura l'Arabia Saudita potrebbe "tollerare" la permanenza di Assad in una fase di transizione, almeno secondo quanto ha detto il ministro degli Esteri saudita, Adel al-Jubayr, all'emittente satellitare Al Arabiya.
In merito all'attuale asse Mosca-Teheran, va rimarcato un particolare non molto conosciuto: il piano d'azione russo in Siria è stato elaborato da un generale iraniano (Qassem Soleimani, comandante della forza d'élite Quds, addestrata a operare fuori dall'Iran e direttamente sottoposta ad Ali Khamenei), e Putin l'ha accettato dopo una riunione a Mosca nello scorso luglio.

lunedì 19 ottobre 2015

NIÑOS DE LA CALLE: ENTRE VICTIMARIOS Y VÍCTIMAS, por Marcelo Colussi

En el Primer Mundo se discute sobre la calidad de vida;
en el Tercer Mundo sobre su posibilidad.

Situando el problema

Desde la década de los 50 en los países latinoamericanos se vive un proceso de acelerado despoblamiento del campo y crecimiento desmedido y desorganizado de sus ciudades principales. Muchas de sus capitales, de hecho, están entre las ciudades más pobladas del mundo. Pero pobladas por gente desesperada, que llega a estas enormes urbes para instalarse muchas veces en condiciones infrahumanas. Se calcula que una cuarta parte de la gente que habita ciudades de la región lo hace en asentamientos precarios: favelas, villas miseria, tugurios.
La población escapa a la pobreza, y en muchos casos también a las guerras crónicas, de las áreas rurales. El resultado de todo esto son megápolis desproporcionadas sin planificación urbanística, plagadas de barrios mal llamados “marginales”.
Sumado a este proceso de éxodo interno tenemos las políticas neoliberales que desde los años ‘80 (“la década perdida”, según la CEPAL) empobrecieron más las ya estructuralmente pobres economías de la región. Hoy cada niño que nace en Latinoamérica ya sufre la condena de tener sobre sí una deuda de 2.500 dólares con los organismos financieros internacionales (Banco Mundial y Fondo Monetario Internacional). Deuda, obviamente, que repercute en una falta crónica de servicios básicos, en falta de oportunidades, en un futuro ya bastante trazado (y no de los más promisorios precisamente).
Como consecuencia de estas políticas de “ajuste estructural”, como dicen los tecnócratas, se dio un aumento de la miseria de los siempre pobres sectores agrarios y un aumento de la migración hacia las ya saturadas capitales. Ningún país de la región, aunque a veces se muestren números promisorios en la macroeconomía, resolvió los problemas crónicos de las grandes mayorías. La pobreza real ha aumentado estos últimos años, haciendo más grande la distancia entre ricos y pobres. Los asentamientos precarios van albergando cada vez más gente, casi tanta gente como los barrios formales. Pareciera que hay un proceso de exclusión donde el sistema expulsa, hace “sobrar” población. Pero si la “gente sobra”, esto sólo puede darse en la lógica económico-social dominante, nunca en términos humanos concretos. La gente está allí y tiene derecho a vivir (junto a otros derechos que le aseguran una vida digna y con calidad). Uno de cada dos nacimientos en el mundo tiene lugar en un barrio “marginal” (¿o marginalizado?) del antes llamado Tercer Mundo. Y, por lo pronto, hay cuatro nacimientos por segundo.
El problema, valga aclararlo, no está en el aumento constante de bocas a alimentar. Alimentos hay, y de sobra. Se calcula que la humanidad dispone entre un 40 a 50% más de los alimentos necesarios para nutrirse. Si hay hambre, ello obedece a razones enteramente modificables. No hay designios naturales ni divinos en eso.

lunedì 12 ottobre 2015

12 DE OCTUBRE: UNA HERIDA ABIERTA, por Marcelo Colussi

En el aniversario 523 del “descubrimiento” de América

Hemos venido aquí a servir a Dios y al Rey, y también a hacernos ricos.
(Bernal Díaz del Castillo, Guatemala, siglo XVI)

¿Lograremos exterminar a los indios? Por los salvajes de América siento una invencible repugnancia sin poderlo remediar. Esa canalla no son más que unos indios asquerosos a quienes mandaría colgar ahora si reapareciesen. (…) Se los debe exterminar sin ni siquiera perdonar al pequeño, que tiene ya el odio instintivo al hombre civilizado.
(Domingo Faustino Sarmiento. Argentina, Diario El Nacional del 25/11/1876)

Los pueblos indios además de nuestros problemas específicos tenemos problemas en común con otras clases y sectores populares tales como la pobreza, la marginación, la discriminación, la opresión y explotación, todo ello producto del dominio neocolonial del imperialismo y de las clases dominantes de cada país.
(Declaración de Quito, 1992)

Hace 523 años el grito proferido por Rodrigo de Triana la madrugada de un 12 de octubre desde su puesto de vigía en el palo mayor de la Pinta informando de la tierra avistada, cambiaría dramáticamente el curso de la historia. Sus repercusiones siguen estando presentes: son, sin más, el cimiento de nuestro mundo actual. Puede decirse sin temor a equivocarnos que el amanecer de ese día comenzó el verdadero proceso de globalización, completado hace unas décadas con la caída del campo socialista con su grito triunfal de “terminó la historia”, siendo al mismo tiempo el ocaso de las civilizaciones americanas originarias.
Más de cinco siglos han pasado desde aquel entonces, y la deuda pendiente no parece llegar a su fin. En un sentido, esa deuda es impagable. ¿Por qué?
El “descubrimiento” de América –eufemísticamente llamado “encuentro de dos mundos” (lo que, más que encuentro, fue “encontronazo”)–, o lo que con más precisión podemos llamar “el inicio del mundo moderno capitalista”, es un hecho de una trascendencia sin par en la historia de la Humanidad: inaugura un escenario novedoso que sienta las bases para la universalización de la cultura del imperio dominante, ya a escala planetaria en aquel entonces, mucho más solidificado en la actualidad, cinco siglos después, con la entrada triunfal de las tecnologías de la comunicación e información que vuelven al planeta una verdadera aldea global. El imperio dominante del siglo XVI era el incipiente –pero ya avasallador– capitalismo europeo (representado en ese momento por la España imperial y la Gran Bretaña que se empezaba a industrializar). “Modo de vida occidental”, podría llamarse ahora, o libre empresa, o economía de mercado. La llegada de los europeos a tierra americana y su posterior conquista fue la savia vital que alimentó la expansión del capitalismo.

sabato 10 ottobre 2015

UN HOMBRE, UN PARTIDO, UNA GENERACIÓN: PABLO RIEZNIK (1949-2015), por Osvaldo Coggiola

La muerte de Pablo Rieznik nos priva de mucho más de lo que se imagina, de más de lo que ha sido dicho hasta el momento, sin restar ningún mérito a lo que se dijo. Lo conocí como “Aníbal” en 1971, en Córdoba sin duda, donde yo vivía y militaba, aunque no recuerde en que exacta circunstancia. Charlamos por última vez hace poco tiempo. En el medio, 45 años de relación política y personal, feliz o borrascosa, apuntando hacia un objetivo político e histórico común. Una infinidad de anécdotas. La certeza de haber conocido y querido a un ser humano singular, irrepetible e insubstituible. Quiero apuntar aquí algunas cosas básicas, a partir de mis recuerdos y experiencia. A finales de 1971, con 22 años, Pablo fue uno de los coordinadores del Congreso Nacional de la TERS (Tendencia Estudiantil Revolucionaria Socialista), hacia la formación de la ORJ (Organización Revolucionaria de la Juventud, como la llamábamos entonces), proceso que concluyó, a finales del año siguiente, con la creación de la UJS (Unión de Juventudes por el Socialismo) en un congreso realizado en la Facultad de Arquitectura de Buenos Aires, al que concurrieron más de mil jóvenes, de Buenos Aires, Mar del Plata, Bahía Blanca, Rosario y Córdoba, que era el “radio de acción” de Política Obrera, la organización trotskista creada en 1964. Pablo, estudiante de economía en la UBA, ya era un dirigente nacional de esa juventud, si no el principal, el más conocido públicamente. En 1971, yo era un recluta reciente, estudiante de historia y economía en la UNC (Universidad de Córdoba), incorporado a la TERS (y a PO) dentro de un grupo originado en la “izquierda nacional” (llamada entonces PSIN), corriente que había conquistado la dirección de la FUA (Federación Universitaria Argentina), en alianza con un sector de Franja Morada, en el congreso realizado en la Facultad de Ingeniería de Córdoba, a finales de 1970.
Dos años de edad nos separaban (sólo bastante después, las conversaciones “personales” no eran muy frecuentes entonces, caímos en la cuenta que habíamos frecuentado la misma escuela secundaria, el Colegio Nacional de Buenos Aires, en los años 60), pero ambos éramos miembros de lo que después se llamó “generación del Cordobazo”, referencia a la gesta de obrero-estudiantil de 1969, que en esa época no tenía ningún nombre, y mucho menos cualquier imagen mítico-romántica (“setentista”, o como se la llame). Pablo se había incorporado a Política Obrera en 1969, en la Facultad de Economía de Buenos Aires.

venerdì 9 ottobre 2015

RENÉ RAMOS LATOUR, COMBATTENTE DEL «LLANO» E DELLA SIERRA, di Marco De Martin

In occasione del 48° anniversario della morte di Ernesto Guevara, pubblichiamo un breve saggio dedicato al Comandante «Daniel», con cui il Che ebbe modo di polemizzare durante la vicenda insurrezionale cubana: auspichiamo così di dare il nostro piccolo «colpo di scalpello» alla leggenda, ancora tanto diffusa, di un Guevara dalle idee granitiche e marmorizzate, che mai sarebbero cambiate nel corso della sua vita di rivoluzionario - alla stregua di un burocrate brezneviano. Tante esperienze, prese di coscienza, delusioni politiche e letture rivelatrici dividono infatti il Che del 1957 dal «Fernando» boliviano ejecutado dieci anni più tardi a La Higuera… segno di un'onestà intellettuale che in pochi possono vantare.
Il seguente scritto, già apparso nel Quaderno della Fondazione n. 8/2010, pp. 74-8, viene qui riproposto con qualche modifica e l'aggiunta, in appendice, del testo integrale delle due lettere che costituiscono la chiave di questa storica polemica, assieme a un'altra spedita da Guevara a Fidel Castro nello stesso periodo, utile a meglio inquadrare la situazione di quel fatidico dicembre 1957.
Le foto del Che che accompagnano l'articolo sono pressoché inedite. [la Redazione]

Daniel sulla Sierra Maestra, 1958 © OAH*
Entrato a far parte ormai da tempo del ristretto pantheon degli «Eroi della Rivoluzione» di Cuba, René Ramos Latour rimane ancor oggi una delle figure meno note fra i dirigenti del processo insurrezionale, pur avendo tutti i requisiti per essere ricordato come tale: protagonista dapprima della lotta clandestina contro il regime di Batista nelle città come vice di Frank País, integrato in seguito nella guerriglia sulla Sierra - di cui fu sempre strenuo sostenitore, pur mantenendo una propria autonomia di giudizio su alcune importanti scelte - «Daniel» morirà giovanissimo in combattimento, pochi mesi prima del trionfo della Rivoluzione, senza aver potuto raggiungere la piena maturità politica e teorica1.
Come è già accaduto dopo la morte a molti altri rivoluzionari di varie epoche e luoghi (fra i quali l'esempio del Che Guerrillero heroico è senza dubbio il più celebre), anche il combattente Ramos Latour - pur essendo stato insieme uomo d'azione e di pensiero - è stato ridotto al solo primo ambito, sublimandolo fino alla «mitizzazione». Le sue riflessioni politico-teoriche - ampie e profonde, come si ricava in particolare dalla polemica epistolare con Guevara - sono state invece trascurate (e in parte censurate), in quanto espressione di quelle profonde divergenze politiche che insorsero tra il llano e la Sierra, e che si trascinarono anche oltre il trionfo del 1959, quando però il Comandante Daniel non poteva più prendervi parte.
Lo scontro «Sierra-llano» verificatosi durante la guerra rivoluzionaria è divenuto nel tempo uno dei principali temi tabù nella storiografia cubana, in una forma radicale pari soltanto alle reticenze e ai silenzi che avvolgono la posizione politica ambigua mantenuta dal vecchio Partito comunista cubano (il Psp, stalinista) verso la guerriglia, in particolare nella fase di avvio e rafforzamento.
La lettera che Daniel inviò a Guevara il 18 dicembre 1957 è un documento umano e politico fra i più lucidi che siano mai stati prodotti in seno al gruppo dirigente cubano, rivelatore della ricca personalità dell'autore. Con questo testo - scritto come replica a una lettera del Che del 14 dicembre2, molto dura nei contenuti - Ramos Latour risponde all'ingenua dichiarazione di fede filosovietica da parte di Guevara ponendo in risalto la necessità per il popolo cubano di una rivoluzione sociale che sia radicale, ma mantenga la propria indipendenza economica e politica di fronte a qualunque Stato del mondo (riecheggiando in questo anche la riflessione di José Martí). Il riferimento riguarda senza alcun dubbio gli Stati Uniti - con cui Daniel sembra già intravedere, al pari del Che, l'inevitabile scontro - ma anche l'Unione Sovietica: in questo divergendo nettamente dal Guevara filosovietico di quel periodo, ma in inconsapevole sintonia col futuro ex ministro dell'Industria cubana, cui spetterà il merito di descrivere (nel 1966) i primi passi della marcia dell'Urss verso il capitalismo.

RED UTOPIA ROJA - Principles / Principios / Princìpi / Principes / Princípios

a) The end does not justify the means, but the means which we use must reflect the essence of the end.

b) Support for the struggle of all peoples against imperialism and/or for their self determination, independently of their political leaderships.

c) For the autonomy and total independence from the political projects of capitalism.

d) The unity of the workers of the world - intellectual and physical workers, without ideological discrimination of any kind (apart from the basics of anti-capitalism, anti-imperialism and of socialism).

e) Fight against political bureaucracies, for direct and councils democracy.

f) Save all life on the Planet, save humanity.

(January 2010)

* * *

a) El fin no justifica los medios, y en los medios que empleamos debe estar reflejada la esencia del fin.

b) Apoyo a las luchas de todos los pueblos contra el imperialismo y/o por su autodeterminación, independientemente de sus direcciones políticas.

c) Por la autonomía y la independencia total respecto a los proyectos políticos del capitalismo.

d) Unidad del mundo del trabajo intelectual y físico, sin discriminaciones ideológicas de ningún tipo, fuera de la identidad “anticapitalista, antiimperialista y por el socialismo”.

e) Lucha contra las burocracias políticas, por la democracia directa y consejista.

f) Salvar la vida sobre la Tierra, salvar a la humanidad

(Enero de 2010)

* * *

a) Il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi che impieghiamo dev’essere riflessa l’essenza del fine.

b) Sostegno alle lotte di tutti i popoli contro l’imperialismo e/o per la loro autodeterminazione, indipendentemente dalle loro direzioni politiche.

c) Per l’autonomia e l’indipendenza totale dai progetti politici del capitalismo.

d) Unità del mondo del lavoro mentale e materiale, senza discriminazioni ideologiche di alcun tipo (a parte le «basi anticapitaliste, antimperialiste e per il socialismo.

e) Lotta contro le burocrazie politiche, per la democrazia diretta e consigliare.

f) Salvare la vita sulla Terra, salvare l’umanità.

(Gennaio 2010)

* * *

a) La fin ne justifie pas les moyens, et dans les moyens que nous utilisons doit apparaître l'essence de la fin projetée.

b) Appui aux luttes de tous les peuples menées contre l'impérialisme et/ou pour leur autodétermination, indépendamment de leurs directions politiques.

c) Pour l'autonomie et la totale indépendance par rapport aux projets politiques du capitalisme.

d) Unité du monde du travail intellectuel et manuel, sans discriminations idéologiques d'aucun type, en dehors de l'identité "anticapitaliste, anti-impérialiste et pour le socialisme".

e) Lutte contre les bureaucraties politiques, et pour la démocratie directe et conseilliste.

f) Sauver la vie sur Terre, sauver l'Humanité.

(Janvier 2010)

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a) O fim não justifica os médios, e os médios utilizados devem reflectir a essência do fim.

b) Apoio às lutas de todos os povos contra o imperialismo e/ou pela auto-determinação, independentemente das direcções políticas deles.

c) Pela autonomia e a independência respeito total para com os projectos políticos do capitalismo.

d) Unidade do mundo do trabalho intelectual e físico, sem discriminações ideológicas de nenhum tipo, fora da identidade “anti-capitalista, anti-imperialista e pelo socialismo”.

e) Luta contra as burocracias políticas, pela democracia directa e dos conselhos.

f) Salvar a vida na Terra, salvar a humanidade.

(Janeiro de 2010)