L’associazione Utopia rossa considera suo fondamento politico il principio secondo cui il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi si deve riflettere l’essenza del fine. Non ha programmi politici, come del resto non ne aveva la Prima internazionale. Nonostante le più diverse provenienze ideologiche dei suoi sostenitori, essa ritiene che l’anticapitalismo dilagato dopo l’inizio dell’Antirivoluzione russa (dicembre 1917) sia stato motivato fondamentalmente da idee precapitalistiche, cioè retrograde, e non da progetti di civiltà in grado di superare il capitalismo sviluppando ulteriormente i suoi modelli di democrazia. Ciò spiega anche il prevalere, nella storia della cosiddetta «sinistra», di simpatie per i regimi dittatoriali di ogni specie e colore. Utopia rossa si batte contro l’ulteriore diffusione di ideologie precapitalistiche vecchie e nuove (in campo politico, culturale, ecologico, religioso ecc.), come parte della sua battaglia per il superamento del capitalismo, se si vuole salvare la vita sulla Terra con la sua umanità. In questo senso la sua utopia continua ad essere rossa.

The Red Utopia association considers its political foundation to be the principle that the end does not justify the means, but that the means must reflect the essence of the end. It has no political program, just as the First International did not. Despite the diverse ideological backgrounds of its supporters, it believes that the anti-capitalism that spread after the start of the Russian Anti-Revolution (December 1917) was fundamentally motivated by pre-capitalist – that is, retrograde – ideas, and not by civilizational projects capable of overcoming capitalism and of further developing its democratic models. This also explains the prevalence, throughout the history of the so-called «left», of sympathies for dictatorial regimes of all kinds and colors. Red Utopia fights against the further spread of old and new pre-capitalist ideologies (in the political, cultural, ecological, religious, and other fields) as part of its battle to overcome capitalism, if life on Earth, including its humanity, is to be saved. In this sense, its utopia remains red.

PER SAPERNE DI PIÙ CI SONO UNA COLLANA DI LIBRI E UN BLOG IN VARIE LINGUE…

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mercoledì 16 ottobre 2024

IMMAGINARE TINA

di Laris Massari


ITALIANO - ENGLISH


Tina Modotti è stata una donna fuori dal comune, capace di abbracciare una vita in cui arte, politica e amore s’intrecciavano in un equilibrio instabile ma affascinante. Il suo percorso si snoda attraverso i continenti, e tra rivoluzioni e passioni, lasciandosi dietro un’eredità profonda quanto difficile da decifrare. Nata nel 1896 a Udine, in una famiglia di umili origini, fin dalla giovane età dimostra una curiosità irrequieta per il mondo oltre i confini del Friuli. La terra in cui cresce è multilingue, multiculturale, e ciò plasma in lei un’apertura mentale che la porterà ben presto a lasciare l’Italia per cercare la propria strada all’estero.

È negli Stati Uniti, a San Francisco, che Tina inizia a scolpire la propria identità. Lavorando come operaia, vive la durezza della vita degli immigrati, ed è proprio tale contesto che l’avvicina ai circoli culturali e artistici della città. Nonostante le difficoltà economiche, sono il suo fascino e il suo talento innato che la portano presto a calcare i palcoscenici teatrali, e ben presto si apre davanti a lei il mondo del cinema muto, all’epoca in pieno sviluppo. Hollywood l’accoglie con favore e Tina potrebbe facilmente costruirsi una carriera luminosa, per la sua bellezza mediterranea e la capacità di adattarsi ai ruoli del nascente cinema statunitense. Il suo volto, pervaso da un’intensa malinconia, emerge nel panorama hollywoodiano, incarnando il tipo di bellezza enigmatica e misteriosa che il cinema muto sapeva esaltare. Ma la sua personalità complessa emerge fin da allora, provocando in lei insoddisfazione verso la superficialità del mondo dello spettacolo. Il suo spirito ribelle e la sua sete di conoscenza la spingono a esplorare nuovi orizzonti, sul piano artistico e sul piano umano.

Il suo incontro con il fotografo Edward Weston (1886-1958) segna una svolta fondamentale. La fotografia diventa per lei non solo un mezzo di espressione artistica, ma anche uno strumento per dare voce alle proprie convinzioni politiche e sociali. Weston è il suo maestro, il suo amante - era già sposata con «Robo», il pittore e poeta Roubaix de l’Abrie Richey (1890-1922) - senza che Tina rimanga mai nell’ombra: assorbe con intensità gli insegnamenti tecnici, sviluppando però un proprio stile fotografico, che riflette la sua visione profonda della vita e del mondo. L’intimità con Weston, pur intensa, non oscura la sua voglia d’indipendenza. È una donna che non teme di esporre la propria sensualità, né di rompere con le convenzioni dell’epoca. In un momento storico in cui la figura femminile era ancora strettamente legata a ruoli tradizionali, Tina sfida tali norme con audacia: lo fa nella vita privata così come nell’arte.

È in Messico, inizio degli anni ’20, che Tina trova la propria autentica dimensione. In una terra sconvolta dalle ferite ancora aperte della Rivoluzione, s’immerge totalmente nel fervore politico e sociale che pervade il Paese. La sua arte, fino a quel momento caratterizzata da una ricerca estetica di tipo formale, si trasforma in un potente strumento di lotta. Attraverso le sue fotografie Tina documenta la realtà delle classi più povere - operai, contadini e braccianti - diventando una testimone attiva di un cambiamento sociale in atto. Le sue immagini, intrise di umanità, sono al tempo stesso opere d’arte e manifesti politici, capaci di suscitare emozioni e riflessione.

Nel contesto messicano incontra Julio Antonio Mella (1903-1929), rivoluzionario cubano, con cui condivide una profonda passione amorosa, oltre al comune impegno politico. Mella rappresenta per Tina l’incarnazione dell’eroe rivoluzionario: giovane, carismatico, devoto alla causa socialista. La loro storia, breve e tragica, è un turbine in cui si fondono amore, passione e politica. La morte prematura di Mella, ucciso da mani sospette, lascia in lei una ferita che non si rimarginerà mai del tutto. Di lì in poi Tina s’immerge sempre più nel mondo della politica, avvicinandosi al movimento «comunista» d’obbedienza moscovita e diventando una figura di riferimento per il Soccorso rosso internazionale. 

Con la sua fede negli ideali rivoluzionari, Tina si ritrova a navigare nelle acque torbide del presunto comunismo staliniano, legata a personaggi ambigui e manovrata da forze più grandi di lei. La ex attrice ed ex fotografa cede al mito della Grande Madre sovietica, come tante altre tragiche figure animate originariamente da sincero spirito comunista. La relazione con Vittorio Vidali (1900-1983), altra figura enigmatica della sua vita, la trascina ancora più a fondo nel mondo del Comintern. Un uomo che lei forse un giorno scoprirà essere, con forti probabilità, uno dei complici nell’omicidio del suo amato Mella. La tragedia nella tragedia…

Parte per la Spagna, si unisce alla lotta contro il fascismo nella Guerra civile. Anche qui, fra le trincee e le macerie, l’ideale rivoluzionario sembra logorarsi sotto il peso del tradimento con cui le principali forze politiche repubblicane soffocano la Rivoluzione spagnola.

Con il tempo, tuttavia, Tina inizia a intuire e poi forse a comprendere le ombre del mondo stalinista cui si è legata. Nonostante la sua adesione sincera agli ideali comunisti, le brutalità e i compromessi che osserva dall’interno del sistema la turbano profondamente. L’illusione di una rivoluzione pura, in grado di cambiare radicalmente le sorti dell’umanità, inizia a sgretolarsi di fronte all’azione reale del movimento, del quale lei riesce finalmente a vedere anche gli aspetti criminali. Nonostante ciò, non cessa di lottare, e alcuni elementi della sua biografia dimostrano che negli ultimi anni di vita il suo impegno assume una forma più consapevole, critica, anche se non è dato sapere fino a che punto lo sia.

Il Patto Hitler-Stalin (agosto 1939) è il colpo finale. La donna che aveva dedicato la vita alla lotta per la libertà e per gli ideali di una società socialista, comincia a rendersi conto che il sistema in cui aveva creduto sta tradendo gli stessi ideali che le erano stati cari. Raro esempio nel mondo del comunismo staliniano (rarissimo tra i comunisti italiani, come mostra più avanti il testo di R. Massari), Tina non approva il Patto scellerato da cui ebbe inizio la Seconda guerra mondiale. È un atto di profonda coerenza morale, un rifiuto di piegarsi alla logica spietata della politica. E proprio qui, nel suo ultimo atto di ribellione, Tina ritrova se stessa. Intuisce la portata devastante di un’ideologia che sacrifica l’individuo in nome di un’astrazione: non più l’artista manipolata, non più la rivoluzionaria sacrificata sull’altare di una causa che si è trasformata in tirannia, bensì una donna che ha scelto di restare fedele alla propria umanità, sino alla fine.

In tale contesto essa si riscatta, recuperando la grandezza del suo essere artista e rivoluzionaria, ma anche donna capace di vedere oltre le illusioni politiche del proprio tempo. Forse anche per questo la sua morte improvvisa a 45 anni - in circostanze molto simili a quelle in cui morirà Victor Serge (1890-1947) nella stessa Città del Messico, pochi anni dopo di lei - ha lasciato molto più di un semplice sospetto sulle circostanze in cui avvenne. E cioè che i sicari staliniani si siano voluti liberare di una donna che sapeva troppo, una testimone scomoda soprattutto dei molti assassinî di antifranchisti compiuti nella Spagna repubblicana. 

Tina è stata, e rimane, un simbolo di coerenza, passione e lotta. È stata una fotografa talentuosa, una musa, una militante politica, una donna libera (anche sessualmente) in un’epoca che non perdonava tale libertà soprattutto alle donne. Non è stata indenne dalle colpe e miserie della sua epoca, e soprattutto del suo movimento di appartenenza: ha amato, ha sbagliato, è stata certamente complice più o meno consapevole dei crimini del Soccorso rosso internazionale, senza mai perdere la fede, però, nella possibilità di un mondo migliore. È stata disposta sino in fondo a confrontarsi con i propri limiti e le proprie contraddizioni: in queste imperfezioni risiede la sua grandezza.

Tina è una figura viva, che ci parla ancora della lotta per rimanere coerenti con se stessi, in un mondo che spesso ci chiede di essere altro. Oggi, guardando alla sua vita, non possiamo fare a meno di chiederci cosa significhi essere donne e uomini in una realtà in continuo cambiamento, una realtà che a volte ci tradisce, ma che ci offre sempre la possibilità di riscatto.


Cosa c’insegna, allora, la sua storia? Che vivere con integrità e coerenza gli ideali dai quali si è animati, non è mai facile, che la purezza ideale è fragile. Con la sua breve e tormentata esistenza - donna, artista e ribelle - Tina ha dimostrato che non c’è nulla di più rivoluzionario dell’essere sino in fondo, pienamente e ostinatamente, umani.

Che dire di Tina come artista? La si può valorizzare anche in un contesto contemporaneo? Oppure il suo lascito è inesorabilmente segnato dal tempo in cui visse e dai contesti politici in cui operò (fondamentalmente il Messico postrivoluzionario)?

Il concetto di arte va espandendosi. All’artista del nostro tempo non è necessariamente richiesto di mettere in atto un talento per ottenere il successo. La capacità espressiva si trasforma in un’interpretazione preconfezionata e veicolata per lo spettatore. Il messaggio dell’opera è divenuto fondamentale, più della sua forma espressiva, affinché essa possa definirsi «arte».

Ebbene, Tina non si considerava e non voleva che la si considerasse un’artista, né riteneva che la sua fotografia fosse arte, essendo fondamentalmente interessata al messaggio che le immagini ritratte dalle sue foto trasmettevano. Le sue opere grondano di messaggi ed è evidente che questo intento era prevalente per lei: era anche un suo limite, allo stesso tempo.

Eppure, ai miei occhi  - sicuramente condizionati dall’artificialità degli sviluppi che la fotografia odierna sta vivendo - il suo modo di raffigurare la realtà meriterebbe il titolo di «artistico», o perlomeno di pionieristico avvio di un percorso artistico (quello del realismo fotografico, antisala dell’iperrealismo). Nel non considerarsi un’artista lei stava forse eccedendo in modestia (dote rara per i tempi correnti), ma io sarei portato a pensare che in fondo non avesse ragione.

E questo perché Tina esercitava l’arte della fotografia, nel senso che sapeva replicare la realtà con grande maestria, utilizzando i procedimenti più avanzati della tecnica fotografica dell’epoca sua: una delle più grandi fotografe dell’inizio del XX secolo, com’è spesso considerata. Basti osservare la differenza tra le sue fotografie e quelle di Edward Weston per capire che c’è modo e modo di catturare un momento del reale.

Quest’antologia rappresenta un omaggio a una figura complessa e affascinante, il cui nome è rimasto a lungo avvolto dal silenzio. A partire dagli anni ’70 e ’80 del Novecento, ricerche pionieristiche di studiosi italiani - come Riccardo Toffoletti e Pino Cacucci - hanno contribuito alla sua riscoperta, ciascuno a suo modo: Toffoletti con la ricostruzione del suo itinerario fotografico, Cacucci con la ricostruzione della vita di Tina esposta con la sua prosa avvincente. È grazie a loro, e ad altri studiosi e artisti, che l’opera e la vita di Tina hanno trovato nuovo spazio nel panorama editoriale e culturale. Un fenomeno che ha portato alla realizzazione di numerose mostre in tutto il mondo.

In particolare, va segnalata la bella esposizione al Palazzo Roverella di Rovigo (sett. 2023-genn. 2024), curata da Riccardo Costantini (n. 1981). Ho avuto il piacere di visitarla ed è lì che è nata l’idea di questo libro. Davanti a quelle immagini ho provato un forte senso di coinvolgimento nel mondo ideale di Tina, trovandomi immerso in un percorso di forte valenza emotiva, che intreccia la sua arte, la sua lotta e il suo destino.

L’antologia qui presentata è costruita seguendo criteri vòlti a esplorare soprattutto l’epopea politica di Tina Modotti, vale a dire un aspetto centrale troppo spesso trascurato nelle analisi a lei dedicate. Sono stati inclusi materiali in gran parte sconosciuti, e la scelta degli autori ha mirato a dar voce a figure che, come Dante Corneli, Pino Cacucci, Pino Bertelli e Roberto Massari, condividono una prospettiva fortemente antistalinista, contribuendo a una riflessione più completa e critica della sua esperienza di vita. L’aver dato voce, poi, a vari eminenti studiosi non italiani, è stata una scelta mirata a contestualizzare la vicenda di Tina in un quadro internazionale. Una tale selezione mira a far emergere oltre all’artista e alla fotografa di talento, anche la donna che ha vissuto intensamente e in modo contraddittorio le grandi trasformazioni del suo tempo.

L’antologia, con i suoi contributi inediti e l’approfondimento della dimensione politica, vuole dunque essere un tributo alla scoperta o riscoperta di una donna straordinaria, il cui lascito ci parla sicuramente del passato, in gran misura del presente e, perché no?, fors’anche del nostro futuro…

(settembre 2024)



ENGLISH

sabato 17 giugno 2023

ESTEBAN VOLKOV, EL NIETO DE TROTSKY (1926-2023)

por Claudio Albertani

 


A los 97 años, partió Esteban Volkov, nieto de Trotsky, uno de los últimos sobrevivientes de las purgas de Stalin. Nacido en Moscú en 1926, Sieva -como le decíamos quienes lo quisimos- vivió el estalinismo en carne propia. Su madre, Zinaida Bronstein, conocida como Zina, era hija de la primera compañera de Trotsky, Aleksandra Sokolovskaya, prominente revolucionaria por cuenta propia. Su padre, Platón Volkov, miembro del sindicato de docentes, fue fusilado en 1937. Nina, hermana de Zina, murió de tuberculosis en 1928. La hija de aquella, Volina, entonces de 3 años, quedó a cargo de la abuela Aleksandra, quien dirigía la Oposición de Izquierda en Leningrado. 

En enero de 1931, Zinaida obtuvo una visa para iniciar un tratamiento en el extranjero y llegó a Prinkipo, Turquía, donde Trotsky se encontraba exiliado. Tenía consigo al pequeño Sieva, pero dejaba atrás a Platón y a su otra hija, Aleksandra. Abrumada por la muerte de su hermana Nina, a quien había atendido estando ella misma enferma, Zinaida viajó a Berlín, para curarse. Sieva se quedó con Trotsky y Natalia Sedova, su segunda esposa, de manera que no pudo alcanzar a su madre sino hasta finales de 1932. Aterrada por el nazismo y carcomida por la enfermedad, Zina se quitó la vida con el gas el 5 de enero de 1933. 

Entonces, Sieva, de siete años, quedó a cargo de Lev Sedov -nacido en 1905, hijo de Trotsky y de Natalia- quien lo llevó a París donde vivía y dirigía el movimiento trotskista. Sin embargo, en 1938, Sedov perdió la vida a raíz de una operación de apendicitis, aunque con toda seguridad fue envenenado por agentes de Stalin.

Detenida en 1935 por la policía secreta (GPU), la abuela Aleksandra fue vista por última vez en un campo de trabajo de Kolymá en 1937. De Volina se perdieron los rastros en las purgas, así como de Alexandra Volkov, la hermana de Sieva. Platón fue fusilado en 1938.

La odisea de Sieva no terminaba aún. Según él mismo me contó, vivió algún tiempo en París a cargo de Dina Vierny (Dina Aïbinder, 1919-2009), coleccionista, galerista y musa del escultor Aristide Maillol, además de militante trotskista y en algún momento amante de Vlady, el hijo de Victor Serge. 

En 1939, Marguerite Thevenet  y Alfred Rosmer, viejos militantes obreros y amigos de Trotsky, llevaron a Sieva a México, al término de una larga batalla judicial entre Trotsky y Jeanne Martin des Pallières, la viuda de Sedov, para la obtención de su custodia. Sieva tenía entonces trece años. En mayo de 1940 fue herido durante el atentado de Siqueiros a Trotsky; conoció al que sería, finalmente, el asesino, creyéndolo «un camarada» y en agosto vio cómo mataron a su abuelo. 

Los siguientes 83 años, Sieva los vivió en México de manera relativamente tranquila cuidando la memoria del abuelo y creando instituciones como el Museo Casa León Trotsky, consagrado a la memoria del revolucionario ruso. Emprendió, asimismo, una carrera científica, se casó y procreó a cuatro hijas, todas mujeres brillantes. Y lo más importante: nunca perdió la esperanza en la posibilidad de construir un mundo mejor. 

La vida de Sieva que hoy termina simboliza la tragedia de una revolución que se devora a sí misma. Se podría decir que con él muere -ahora sí- el siglo XX con sus utopías y sus pesadillas; pero al mismo tiempo, con su personalidad suave y también con su terquedad, Sieva simboliza el humanismo revolucionario que nunca muere. Nunca olvidaré sus ojos azules, su camaradería y el honor que me hacía al invitarme a mí, anarquista de toda la vida, a sus cumpleaños que celebrábamos en un restaurante ruso del sur de la Ciudad de México.  

Sobre la vida de Sieva hay que señalar el documental de Adolfo García Videla, “Mis memorias con Trotsky. Entrevista a Esteban Volkov” que se presentó en el plantel Centro Histórico de la Universidad Autónoma de la Ciudad de México (UACM), el 20 de agosto de 2013. Fiel a sí mismo, Volkov señaló en esta ocasión que “el capitalismo ha llegado a un nivel de explotación, de destrucción del planeta; el marxismo es una de las opciones que existen. Ojalá hubiera otras ideologías, otros métodos que nos pudieran dar una solución para salir de este infierno en el que está viviendo gran parte de la población…”


Nella diffusione e/o ripubblicazione di questo articolo si prega di citare la fonte: www.utopiarossa.blogspot.com

domenica 21 maggio 2017

ON THE ROAD/EN LA RUTA, di Roberto Massari

Pubblichiamo in versione «ampliata» lo scritto di Massari che fa da prefazione al libro fotografico - scritto e curato da Sandro Lusini e Cesare Moroni - Ernesto Che Guevara: la Ruta del Che - Argentina e Bolivia (pp. 160, € 16,00). [la Redazione]

Moroni editore, 2017
En la ruta… On the road… En route… Auf den Weg… Sulla strada… L’espressione è antica, è comune a molte lingue e continua ad evocare sensazioni che nell’epoca di Facebook in Rete o di Fast and Furious (8!) al cinema riescono a sopravvivere solo come creazioni mentali (perifrasi storico-concettuali), desideri immaginifici, impulsi emotivi alla rottura della routine quotidiana. Immortalata da libri come il classico di Kerouac (1957), assunta come motto dallo scoutismo degli adulti in auge nell’Italia degli anni ‘60, sussurrata dagli impavidi autostoppisti che affollavano gli Auberges de jeunesse di mezza Europa, quell’espressione ha nondimeno caratterizzato un’epoca, che si può identificare con discreta approssimazione negli anni ‘50 e ‘60, fino all’esplosione semiplanetaria del Sessantotto.
Nel ‘68 Guevara era già morto, da pochi mesi: lui che di quel grande moto giovanile aveva anticipato quasi ogni ambizione utopica, ogni movente iperattivistico, ogni urlo di sfida perentoria e radicale contro il sistema. E aveva anticipato tutto ciò… mettendosi in cammino: in cammino lungo i sentieri tortuosi, selvatici o falsamente civilizzati della sua Grande America, la Pacha Mama violentata degli antichi popoli nativi, meticcia nella sofferenza di nuove immigrazioni e tradizioni imbastardite.
Ma non si pensi che per il giovane Ernesto la formula del viaggio vada intesa in senso allegorico. No: prima imbarcato su navi di lungo corso come apprendista infermiere; poi i quasi 5.000 km andini in bicicletta; a seguire, il periplo con Granado compiuto in moto, camion, zattera, a piedi e in un aereo per il trasporto cavalli; infine il terzo viaggio cominciato in treno alla stazione di Belgrano (1953) e terminato nel groviglio di mangrovie de Las Coloradas (1956), in mezzo alla prima di una lunga serie di stragi dei compagni di lotta.
La trasformazione rivoluzionaria di Ernesto nel Che era stata preparata dall’epopea giovanile del viaggio. Ora questa è storia arcinota, grazie ai libri e al cinema. Quando, però, queste informazioni me le dava Hilda Gadea (la peruviana sua prima moglie e madre di Hildita), nei mesi in cui visse con me a Roma (1969 e 1970), nessun altro al mondo ancora le aveva scritte, teorizzate e forse neanche pensate (con l’esclusione della madre Celia, il fratello Roberto che me ne parlò quando fui suo ospite a Buenos Aires, l’amica Tita Infante e pochi altri suoi intimi). Ma Hilda era la testimone più attendibile, perché da lei Ernesto aveva ricevuto la prima formazione politica (sartriana e marxista) che doveva spingerlo a diventare un autentico ribelle nella mente oltre che nel cuore.
Se i viaggi che ho citato possono considerarsi l’anabasi di Ernesto dall’Argentina a Cuba (attraverso Bolivia, Perù, Guatemala e Messico), i luoghi della guerriglia boliviana costituiscono certamente la catabasi (da Cuba a La Higuera, passando per Congo, Tanzania, Praga). È tantissimo da raffigurare per immagini fisse e quindi ben venga questa sintesi editoriale che ci offre anabasi e catabasi guevariane con l’immediatezza del mezzo fotografico: un bel mezzo… vista la qualità cromatica di preziose inquadrature.

martedì 6 dicembre 2016

GINO DONÉ A TUXPAN: missione compiuta!/ GINO DONÉ EN TUXPAN: ¡misión cumplida!/ GINO DONÉ IN TUXPAN: mission accomplished!

[Foto Davaa]
ITALIANO
Sabato 26 novembre la statua di Gino Doné - opera dello scultore veneziano Carlo Pecorelli - è stata inaugurata nella casa museo del Granma di Tuxpan (stato di Veracruz).
È stata una bella vittoria della Fondazione Guevara che per due anni si è battuta contro ogni tipo di difficoltà, raccogliendo il denaro necessario a realizzare il progetto e vincendo odiosi ostacoli burocratici della dogana messicana. Ora il volto di Gino Doné guarda il fiume Tuxpan e di lì l'Oceano Atlantico, accanto agli altri tre non-cubani (il messicano, il dominicano e l'argentino Che Guevara) della spedizione di 82 combattenti che di lì partì 60 anni fa (il 25 novembre 1956).
La cerimonia per il 60° anniversario del Granma e di inaugurazione del busto ha coinciso nelle stesse ore con la notizia della morte di Fidel Castro, al quale è stato dedicato un minuto di silenzio.
La manifestazione si è svolta davanti a un folto pubblico e con partecipazione molto sentita. Hanno parlato Emilio Zilli De Bernardi (console italiano a Veracruz), Víctor Caricabel (console cubano a Veracruz), Roberto Massari (presidente della Fondazione Guevara internazionale), Carlo Pecorelli (scultore dell'opera), una dirigente dell'Associazione di amicizia México-Cuba. Sono stati letti i messaggi inviati da Barack Obama e dalla Presidenza della Repubblica italiana (Sergio Mattarella). Ha concluso la manifestazione la professoressa Diana González de Ruiz, in rappresentanza del sindaco di Tuxpan e di altre autorità municipali in parte presenti.
Un tenore messicano ha cantato brani del compositore cubano Ernesto Lecuona e uno spettacolo di danza ha concluso una giornata memorabile.
Colgo l'occasione per ringraziare tutti coloro (singole persone, l'Anpi, Utopia Rossa e ovviamente la Fondazione Guevara in Italia) che con il loro aiuto hanno reso possibile questo atto dovuto alla memoria del nostro amato Gino.
(r.m.)

ESPAÑOL
El sábado 26 noviembre la estatua di Gino Doné - obra del escultor veneciano Carlo Pecorelli - ha sido inaugurada en la casa museo del Granma de Tuxpan (estado de Veracruz).
Se trata de una maravillosa victoria de la Fundación Guevara que por dos años sé batió contra todo tipo de dificultades, recogiendo el dinero necesario para la realización de este proyecto y venciendo tediosos obstáculos burocráticos de la aduana mexicana. Ahora el rostro de Gino Doné mira hacia el río Tuxpan y desde allí al Océano Atlántico, junto a los otros tres héroes no cubanos (el mexicano, el dominicano y el argentino Che Guevara) de la expedición de 82 combatientes que de allí partió hace 60 años (el 25 de noviembre de 1956).
La ceremonia para el 60° aniversario de la expedición del Granma y de la inauguración del busto coincidió con la noticia de la muerte de Fidel Castro, a quien le fue dedicado un minuto de silencio.
El evento tuvo lugar ante un nutrido público y con una participación muy sentida. Hicieron uso de la palabra Emilio Zilli De Bernardi (Cónsul italiano en Veracruz), Víctor Caribel (Cónsul cubano en Veracruz), Roberto Massari (presidente de la Fundación Guevara internacional), Carlo Pecorelli (autor de la obra) y una dirigente de la Asociación de amistad México-Cuba. Fueron leídos los mensajes enviados por Barack Obama y por la Presidencia de la República Italiana (Sergio Mattarella). Concluyó la manifestación la profesora Diana González de Ruiz, en representación del Alcalde de Tuxpan y de otras autoridades municipales en parte presentes.
Un tenor mexicano cantó piezas del compositor cubano Ernesto Lecuona y un espectáculo de danza cerró una jornada memorable.
Aprovecho la ocasión para agradecer a todos aquellos (varias personas, la Asociación nacional de los partisanos italianos [Anpi], la asociación Utopía Roja y desde luego la Fundación Guevara en Italia) que con su ayuda han hecho posible este ineludible acto a la memoria de nuestro queridísimo Gino.
(r.m.)

giovedì 13 ottobre 2016

LIBRO SU TINA MODOTTI di Pino Bertelli

DOPO ALCUNI ANNI DI ASSENZA, DAL 13 OTTOBRE TORNA IN LIBRERIA, IN NUOVA EDIZIONE ECONOMICA ILLUSTRATA, RIVISTA E CORRETTA, UN PICCOLO CLASSICO DELLA CONTROCULTURA, UN FONDAMENTALE DEL CATALOGO NdA PRESS (PREZZO DI COPERTINA 10,00 €; ISBN 9788889035962; ACQUISTABILE QUI).

sabato 13 agosto 2016

STATUA DI DONÉ E LETTERA DI OBAMA, di Roberto Massari

Martedì 9 agosto, nello studio dello scultore Carlo Pecorelli, si è svolta a Jesolo l'inaugurazione «italiana» della statua di Gino Doné, alla presenza del Vicesindaco (Roberto Rugolotto, assessore alla Cultura) e alcuni organi di stampa (La Nuova Venezia, Il Gazzettino e il Corriere della Sera). Ben presto la statua sarà imballata e spedita a Tuxpan, in Messico, dove avverrà l'inaugurazione ufficiale il 26 novembre 2016 (60° anniversario della partenza del Granma), alla presenza del Sindaco e altre autorità municipali della città, di rappresentanti dello Stato di Vera Cruz e del noto biografo del Che, Paco Ignacio Taibo II.
La Fondazione Guevara Internazionale che ha fortemente voluto e organizzato tutto ciò, sarà rappresentata a Tuxpan da un gruppo di compagni/e (provenienti da Messico, Germania, Italia e Stati Uniti), compreso il sottoscritto che tutta questa vicenda ha vissuto come un sogno, a partire dall'aprile 2013, quando cominciò questa avventura sulle rive del fiume Tuxpan.
Pecorelli è un artista informale, ma per l'occasione ha realizzato (gratuitamente e con energica passione) una statua molto somigliante a Gino (si veda il suo sorriso), in armonia con le altre statue già presenti a Tuxpan nella Casa Museo del Granma. Esse raffigurano gli altri tre non-cubani presenti nella spedizione da cui doveva nascere la Rivoluzione cubana: un messicano, un domenicano e un… argentino (sì, proprio lui). L'assenza di Gino Doné, unico europeo presente sul Granma, non aveva più alcuna giustificazione dopo la sua morte (avvenuta a marzo del 2008), e così la Fondazione Guevara ha deciso di raccogliere l'invito da parte messicana a riempire quel vuoto. Grazie a Pecorelli e ai (pochi, pochissimi) compagni che si sono impegnati nell'operazione, il vuoto storicamente ingiustificato che vi è a Tuxpan verrà colmato. Cronista infaticabile di tutta questa vicenda (così come della precedente storia di Gino) è stato Giovanni Cagnassi, giornalista de La Nuova Venezia.
La campagna finanziaria è andata più male che bene a causa del disimpegno delle associazioni e delle persone che eppure del «mito» di Gino si erano fatte araldi nel corso degli ultimi anni. Ma questo è un segno dei tempi e forse occorreva mettere in bilancio fin dall'inizio una simile insensibilità. Tuttavia, grazie ad alcune sezioni locali dell'Anpi e al contributo personale di singoli compagni, siamo intanto riusciti a pagare le spese del calco e della fusione (in polvere di marmo), mentre cerchiamo ancora i soldi per il trasporto della statua (che per ovvie ragioni è molto costoso). [Approfitto quindi dell'occasione per lanciare un nuovo accorato appello alla sottoscrizione.]

giovedì 10 settembre 2015

LA STATUA PER GINO DONÉ

Il 6 settembre 2015, in una trattoria di San Donà di Piave, ha avuto inizio l'operazione che dovrà concludersi con l'installazione di una statua di Gino Doné a Tuxpan, in Messico: è il luogo da cui partì il Granma e dove ci sono già le statue degli altri 3 non-cubani membri della spedizione (il messicano Zelaya Alger, il dominicano Mejías del Castillo, l'argentino Che Guevara).
Manca Gino solo perché era ancora in vita quando furono fatte le tre statue. Nel 2016 sarà il 60º anniversario dell'impresa e si prevedono iniziative di commemorazione a Tuxpan e a Cuba.
L'appello per la statua - lanciato da Massari dopo una visita a Tuxpan (2013) - è stato raccolto da Carlo Pecorelli di Jesolo, pittore e scultore di professione (www.carlopecorelli.eu/biografia.htm). Egli eseguirà gratuitamente il busto di Doné per Tuxpan e uno uguale da collocare a San Donà di Piave o a S. Biagio di Callalta (dove Gino nacque). Il tutto coinvolgendo il più possibile associazioni di base, istituzioni locali, simpatizzanti d'ogni genere, da un lato e l'altro dell'Atlantico.

martedì 27 gennaio 2015

ANTE LA MUERTE DE CANEK SÁNCHEZ GUEVARA, por Ricardo Gadea

México/ 20/enero/2015

Roberto, he recibido tu mensaje sobre Canek y lo hemos enviado a diversas amistades. Te agradezco muchísimo los términos elogiosos sobre Canek. Te adjunto también un pequeño texto que difundí apenas producido su deceso.

Ricardo
[Ricardo Gadea - tío de Canek - desde Lima]







Querido Canek, acabo de enterarme de que no pudiste despertar de la operación al corazón. Es increíble que te hayas ido de improviso, sin dar señales, sin decir adiós. Y tan pronto, porque apenas habías sobrepasado los 39 años de tu madre, Hildita, la rebelde, cuando murió en La Habana, y tu abuelo, que tenía la misma edad, cuando cayó en la guerrilla boliviana. Es como el sino familiar, una vida fulgurante, acelerada.

mercoledì 19 novembre 2014

I «CARNETS» DI VICTOR SERGE, di Roberto Massari

Prefazione alla prima edizione integrale dei Carnets di Victor Serge [Carnets (1936-1947), a cura di Claudio Albertani e Claude Rioux, Massari editore, Bolsena 2014, pp. 384, € 24,00], tradotta da Antonella Marazzi e curata per l'italiano da Roberto Massari.

Era il 17 aprile 2013… Esattamente 797 mesi da quel 17 novembre 1947 (quanti 7!) in cui Serge morì - a mio avviso, probabilmente ucciso da agenti staliniani, come egli si aspettava da tempo che prima o poi accadesse. Lo aveva scritto nei Carnets, in pagine che ora possiamo finalmente leggere. Per es. quando annota (18 gennaio 1942, qui pp. 92-3): «il mio assassinio è stato deciso a breve scadenza». O quando poco avanti, tra le probabili vie per eliminarlo, indica «soprattutto la misteriosa crisi "cardiaca"» - come poi effettivamente si verificherà. Basterebbero a) questa lucida consapevolezza, che siamo in grado ora di ricostruire giorno per giorno, anno dopo anno, e b) questa relativamente serena convivenza con la prospettiva d'essere assassinato da un nemico cinico e spietato - affiancate entrambe alla capacità di continuare ugualmente a godersi la vita, la natura, l'arte, la bellezza femminile, lo studio, la riflessione storica, le culture precolombiane… - per giustificare la lettura attenta di questi diari.
Chi si accinge a leggere Serge per la prima volta, avrà qui l'occasione per innamorarsene perdutamente. Chi con la sua opera è già familiare, ravviverà la fiamma della passione e forse concorderà con noi, in mente et pectore, che questa nuova lettura conferma le precedenti. Essa ci consente di viaggiare in termini letterari nel mondo psicologico della figura emblematicamente più significativa prodotta dall'intero Novecento (e non solo dalla prima metà): del più lucido, più profondo e culturalmente più ricco rappresentante della specie sapiens fiorita all'ombra delle grandi passioni rivoluzionarie di quello stesso Novecento… tutte ferocemente soffocate nel sangue, tutte inesorabilmente sconfitte. E infatti, il Kibal'čič di cui qui penetriamo l'intimità mentale, è il Serge delle grandi sconfitte storiche. Si vedano le funeste date d'inizio e fine nel frontespizio - 1936-1947 - che racchiudono anche la più bestiale carneficina della storia umana, avviata dai due grandi totalitarismi alleati (il nazista e lo stalinista), con la compiaciuta connivenza delle principali nazioni capitalistiche.

domenica 31 agosto 2014

ADHESIÓN DE CLAUDIO ALBERTANI (México)



Querido Roberto,
te agradezco y agradezco a las y los compañeros de Utopía Roja la atenta invitación que me hacen a colaborar con su importante revista (el blog «Red Utopia Roja»). Acepto con gusto pues la leo prácticamente desde sus inicios y conozco la calidad de sus textos, así como de su compromiso humano y político.
Un abrazo a todos,

Claudio Albertani
(Ciudad de México) 


Caro Roberto,
ti ringrazio e ringrazio le compagne e i compagni di Utopia Rossa per l'invito a collaborare con la redazione della vostra rivista (il blog «Red Utopia Roja»). Accetto con piacere perché la leggo praticamente da quando è nata e conosco la qualità dei vostri testi e del vostro impegno umano, nonché politico.
Un abbraccio a tutti,

Claudio Albertani
(Città del Messico) 

* * *

Enterado de lo de Claudio y contento por ese gran paso...   lo importante es colaborar con Utopía Roja y mover esa pagina en todos los frentes…
Saludos hermanos, siempre queridos.
Yuri Zambrano (miembro mexicano de la Redacción de este blog)

Ricevuta la comunicazione di Claudio e felice per questo grande passo... l'importante é collaborare con Utopia Rossa e muovere questo blog su tutti i fronti...
Saluti fraterni, sempre cari
Yuri Zambrano (membro messicano della Redazione di questo blog)


Nella diffusione e/o ripubblicazione di questo articolo si prega di citare la fonte: www.utopiarossa.blogspot.com

sabato 14 luglio 2012

GIUSEPPE FERRARA: 80 ANNI DI UN UTOPISTA ROSSO NEL CINEMA, di Roberto Massari

Tutto cominciò il 15 luglio del 1932 a Castelfiorentino. Il resto è storia umana (fatta di simpatia, calore e dignità), ma soprattutto è storia del cinema e di cinema italiano... quello grande. Il regista di tanti film «antisistemici» (da Il sasso in bocca a I banchieri di Dio, passando per Panagulis vive e Il caso Moro), l'infaticabile docente di regia, il cinematografaro artigiano-factotum-quasi-rinascimentale si accinge a festeggiare il suo ottantesimo compleanno nella Casa del Cinema a Roma (domenica 15).

Rivendico la mia lunga e fraterna amicizia con lui; non dimentico le divergenze che ci hanno accomunato invece che dividerci; non posso che condividere il suo stato d'animo verso un sistema culturale che mira a schiacciare e soffocare ogni tentativo anticonformista di denunciare il presente per spalancare le porte al futuro; e gli sono grato per la modestia e l'attenzione con cui cominciò a frequentare Utopia rossa, fin dagli inizi, cioè quando più difficile era cogliere la novità del discorso rivoluzionario che stiamo tentando di sviluppare in campo politico, sì, ma anche culturale, artistico, umano.
Beppe, grazie di tutto e auguri per il proseguimento dei tanti lavori che stai realizzando.

Per le compagne e i compagni di Utopia Rossa in Italia e in Europa, in Bolivia, Argentina, Venezuela, Cuba, Messico, Cile e Canada
ti abbraccio
Roberto Massari 

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venerdì 22 giugno 2012

UNA NUEVA ADHESIÓN A UTOPÍA ROJA DESDE LA CIUDAD DE MÉXICO, por Roberto Massari y Yuri Zambrano


Es con gran alegría que presento a las compañeras y compañeros la adhesión a Utopía roja de Yuri Zambrano, de ciudad de México. Neurocirujano de profesión, escritor, uno de los principales animadores del Festival Mundial de los Poetas, intelectual creativo en muchos campos, anticonformista radical, utopista revolucionario, compañero de ideas y de esperanzas, gran amigo personal y todo un mundo interior por descubrir.
Me hace muy feliz que también Yuri entre a formar parte de esta linda familia de Utopistas rojos (es decir aquellos que, en espera de revolucionar el mundo, se revolucionan mientras tanto a sí mismos) y pienso que también nuestro comité de redacción internacional está por enriquecerse con una nueva pluma (perdón, computadora…) importante.
En general los compañeros que adhieren al proyecto internacional de UR se expresan en su propio idioma o en idiomas “internacionales” de fácil acceso, que luego, a veces, traducimos al castellano, al italiano, etc. Yuri ha querido darnos una sorpresa, escribiendo éste su primer mensaje rojoutópico en italiano y un poco de español - el famoso itañol. Sería un crimen traducir un texto tan sincero y por lo tanto lo dejo como Yuri lo escribió, agradeciéndole en nombre de Dante Alighieri y sus sucesores por el esfuerzo realizado.
¡Bienvenido Yuri!
Un abrazo.
Roberto Massari

UNA NUOVA ADESIONE A UTOPIA ROSSA/ROJA DA CITTÀ DEL MESSICO
È con grande gioia che presento alle compagne e ai compagni l'adesione a Utopia rossa di Yuri Zambrano, di Città del Messico. Neurochirurgo di professione, scrittore, uno dei principali animatori del Festival Mondiale dei Poeti, intellettuale creativo in molti campi, anticonformista radicale, utopista rivoluzionario, compagno di idee e di speranze, grande amico personale e tutto un mondo interiore da scoprire.
Sono felice che anche Yuri entri a far parte di questa bella famiglia di Utopisti rossi (vale a dire di coloro che, in attesa di rivoluzionare il mondo, rivoluzionano intanto se stessi) e penso che anche il nostro comitato di redazione internazionale stia per arricchirsi di una penna (pardon, computer...) importante.
In genere i compagni che aderiscono al progetto internazionale di UR si esprimono nella propria lingua o in lingue "internazionali" di facile accesso, che poi a volte traduciamo in castellano, in italiano ecc.
Yuri ha voluto farci una sorpresa, scrivendo questo suo primo messaggio rossoutopico in italiano e un po' in spagnolo - il famigerato itañol. Mi sembrerebbe un crimine tradurre un testo così sincero e quindi lo lascio come Yuri l'ha scritto, ringraziandolo a nome di Dante Alighieri e i suoi successori per lo sforzo che ha compiuto.
Benvenuto Yuri!
Un abbraccio
Roberto Massari

Roberto Massari y Yuri Zambrano
Gracias por la invitación [a ser parte del comité de redacción internacional].  Como ya he contestado a Enzo, me siento completamente rosso e utópicamente comprometido.  Mi sento più rosso che mai.
Quindi, tutto rosso, disposto a combattere per la libertà e la fratellanza tra i popoli, le ingiustizie e ciò che resta a venire, 
En efecto, y siguiendo las preguntas de Roberto, il mio impegno politico come scrittore non ha confini, come non li ha il mio cuore. Così, mi dà orgoglio, un privilegio, una grande soddisfazione sapere che siamo nella stessa corsia, tenendo lo stesso treno e soprattutto allo stesso tempo.
Utopia Rossa farà parte del mio pensiero costante e, naturalmente, sto accettando formalmente d'essere corrispondente dal Messico, che significa impegno serio, lavoro e rilancio del movimento con tutti i mezzi possibili.   Acepto, pues, la corresponsalía desde Mex.
La nostra bandiera sventola senza pietà nei prossimi anni!!!!!
Abrazos fratelli.
Yuri

DECLARACION UNIVERSAL
Hacia una Fraternidad Más Humana y Solidaria
(Leído y adoptado en La Habana, durante el Festival Internacional de Poesía, mayo de 2012)

Yuri en La Habana durante la lectura de esta Declaración
La esencia del ser en toda la extensión de la palabra es la poesía.
De hecho, la concepción del ser humano es una poesía que radica en el amor y la empatía entre dos almas naturalmente poéticas.
Hoy, los aquí reunidos, nos inclinamos con corazón y mente profundamente sensible por una nueva civilización poética en pro de la paz y la equidad fraterna entre los pueblos.
Por eso, en la contingencia de ese espacio-tiempo, estamos aquí “En Defensa De La Humanidad” para desbordar el tsunami interno que nos hace gritar a cada momento, Vivamos la Poesía, démonos la mano, es tan fácil el abrazo…
Hoy la poesía navega a cuatro vientos y a toda velocidad en el etéreo espacio de las piedras, donde debajo de cada lito, encontramos un poema.  Hoy la poesía busca que esas piedras, trasieguen el alma y profundicen en una paz inagotable.  Todos los humanos aquí presentes y que nos siguen en otras latitudes, saben de nuestro constante deseo de transformar ese espíritu en, aún más poesía, en un delirante gesto de hermandad.
Romper, barrer, hacer poesía. Amar, --hacer el amor con la palabra y con el acto, es hacer poesía--, quebrar los diques y las cadenas es parte inmanente del constante quehacer poético y en cada actitud poética, en cada implosión nuestra, tenemos un santuario para resembrar en el poema que está a nuestro lado, en el humano que nos ve y al que tenemos que develarle la poesía y re-sembrársela como parte de ese único universo globalmente poético que tanto añoramos.
 El antecedente inmediato a este esfuerzo mundial y colectivo entre todos los aquí presentes, quienes en incansable lucha demostramos una vez más, hoy, que NO estamos solos, es la declaración de paz y fraternidad universal “WFP- Festival Mundial de la Palabra”  – ‘Poetas en Resistencia’, llevada a cabo al finalizar 2011, en el Santuario Poético de Ixchel, Diosa Maya de la Luna y la Fertilidad, Señora de las Mareas  y Madre de todos los dioses, Patrona del tejer poético y del Arte de curar el alma.
 Por tanto fecundar santuarios poéticos en el mundo, es una forma emblemática, el símbolo perenne y viviente del sembradío de la poesía a través del transcurso espaciotemporal del universo.
Allí vamos, en tránsito e incansables. Con la alegría que nos vio nacer en el primer verso hermanable, creando el ambiente idóneo que sabemos, cuesta trabajo, pero que no nos doblamos.  En lo santuarios se siembra esa luz y todo se vuelve pragmatismo poético, acciones poéticas con fines netamente humanos, lejos de la demagogia y la antipatía natural del ser humano.  
¡ Debemos sembrar, sembrar y resembrar, y cuando estemos cansados de sembrar, que no nos quede otra… que volver a sembrar!
La civilización contempo esta condenada y va inequívocamente  dirigida y sin frenos hacia esa perpetua "destrucción-evolución" del individuo, debida a ese motorcito interno con el que genéticamente deviene la condición humana. Para enfrentar esa infección letal y altamente virulenta, nosotros los poetas en defensa de la humanidad, contamos con la absoluta certidumbre, todos y sin excepción, los que trabajamos en esto con alma corazón y vida, que lo único que puede cambiar ese predestino, casi post-destino, es la poesía. 
La fuerza de la palabra es ese post-destino y nosotros somos la herramienta para lograrlo.  Tenemos el ímpetu y la poderosa, la poderosa fuerza para martillar a cincel tal hecatombe de cambio que significa la transformación mutua.
Hagámosle caso a esta convocatoria “EN DEFENSA DE LA HUMANIDAD”, nuestra conciencia poética es más que un grano de arena, es esa mariposa que vemos pasar rumbo a Varadero y ocasiona el tsunami que todos añoramos en las placas tectónicas más profundas de nuestras conciencias.  Incluyamos nuestra energía en ese pensamiento, vivamos una nueva dimensión poética.
Nuestro verso, nuestras letras, nuestro empuje no inmovilizará los negocios fraudulentos solventando fratricidas guerras del “civilismo natural”, ni extirpará del mundo aquellas mentes obscenas que convierten en jirones de poesía las imágenes de niños y sociedades completas en hambrunas con olor a muerte y devastación.  Un poema no le dirá a quienes mueven al mundo con el fantasma utópico del dinero, desuniendo familias en los Balcanes o promoviendo guerras en Centroáfrica y Asia Central,  alimentando el dolor humano de quienes aun vivimos en las tierras que nos vieron nacer; que detengan el himno de su gloria.  
¡NO! Un poema, una acción poética constante, simplemente nos alimentará en esa resistencia. Un poema da frutos a la velocidad de la luz en esa resistencia ancestral del monje tibetano antes de arder como tea humana manifestando su desacuerdo contra la represión arbitraria al que su pueblo es sometido durante ya tres generaciones. Un poema tengo fe, hará creer en el contagio de que aun estamos vivos. Y la resistencia poética, al final del túnel nos hermanará para enfrentar esos temores que nos avasallan, pero que insisto, no nos vencerán, mientras exista la palabra hecha verso.
Ese verso que camina, que besa el sol y acaricia la luna, que nos mueve al amor y a la fraternidad universal. Preparemos nuestro espíritu, démosle más alas de las que ya le hemos previsto.
Creemos en la quasi-infinita creatividad del poeta, en su pericia, en su preclara estimación por un mundo mejor, en su belleza interior inextinguible, en su solidaridad de lucha constante en busca de un mundo más ético, pletórico de equidad y de abrazos como lluvia proverbial.
La inexpugnable santidad del poeta hará mella pronto en el vulnerable muro de quienes nos agraden en nuestros derechos de expresión, en nuestro afán de libertad, que a gritos despega vuelos extraoceánicos y etéreos muy por arriba del plomo, el TNT, los neutrinos radiactivos y las amenazas nucleares que tratan de rompernos el alma, pero que insisto, quedan inermes ante nuestras fuerzas.
Vamos en busca de esos santuarios que se encuentran en cada uno de nosotros y re-sembrémoslos en cada congénere, abramos el camino con el amable corazón poético. NO es un sueño. DESPERTEMOS CUANTO ANTES, y entre más antes, mejor! La realidad, fraternos poetas, está al lado de nosotros.  En el abrazo, en la actitud de sembrar poesía a ultranza, con la lanza de nuestras plumas, de nuestra palabra. Encontremos el santuario interno, la nueva dimensión del Homus Poeticus, en defensa de la humanidad !!!


          YURI  ZAMBRANO
                      WFP -  FESTIVAL MUNDIAL DE LA PALABRA








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RED UTOPIA ROJA – Principles / Principios / Princìpi / Principes / Princípios

a) The end does not justify the means, but the means which we use must reflect the essence of the end.

b) Support for the struggle of all peoples against imperialism and/or for their self determination, independently of their political leaderships.

c) For the autonomy and total independence from the political projects of capitalism.

d) The unity of the workers of the world - intellectual and physical workers, without ideological discrimination of any kind (apart from the basics of anti-capitalism, anti-imperialism and of socialism).

e) Fight against political bureaucracies, for direct and councils democracy.

f) Save all life on the Planet, save humanity.

g) For a Red Utopist, cultural work and artistic creation in particular, represent the noblest revolutionary attempt to fight against fear and death. Each creation is an act of love for life, and at the same time a proposal for humanization.

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a) El fin no justifica los medios, y en los medios que empleamos debe estar reflejada la esencia del fin.

b) Apoyo a las luchas de todos los pueblos contra el imperialismo y/o por su autodeterminación, independientemente de sus direcciones políticas.

c) Por la autonomía y la independencia total respecto a los proyectos políticos del capitalismo.

d) Unidad del mundo del trabajo intelectual y físico, sin discriminaciones ideológicas de ningún tipo, fuera de la identidad “anticapitalista, antiimperialista y por el socialismo”.

e) Lucha contra las burocracias políticas, por la democracia directa y consejista.

f) Salvar la vida sobre la Tierra, salvar a la humanidad.

g) Para un Utopista Rojo el trabajo cultural y la creación artística en particular son el más noble intento revolucionario de lucha contra los miedos y la muerte. Toda creación es un acto de amor a la vida, por lo mismo es una propuesta de humanización.

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a) Il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi che impieghiamo dev’essere riflessa l’essenza del fine.

b) Sostegno alle lotte di tutti i popoli contro l’imperialismo e/o per la loro autodeterminazione, indipendentemente dalle loro direzioni politiche.

c) Per l’autonomia e l’indipendenza totale dai progetti politici del capitalismo.

d) Unità del mondo del lavoro mentale e materiale, senza discriminazioni ideologiche di alcun tipo (a parte le «basi anticapitaliste, antimperialiste e per il socialismo».

e) Lotta contro le burocrazie politiche, per la democrazia diretta e consigliare.

f) Salvare la vita sulla Terra, salvare l’umanità.

g) Per un Utopista Rosso il lavoro culturale e la creazione artistica in particolare rappresentano il più nobile tentativo rivoluzionario per lottare contro le paure e la morte. Ogni creazione è un atto d’amore per la vita, e allo stesso tempo una proposta di umanizzazione.

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a) La fin ne justifie pas les moyens, et dans les moyens que nous utilisons doit apparaître l'essence de la fin projetée.

b) Appui aux luttes de tous les peuples menées contre l'impérialisme et/ou pour leur autodétermination, indépendamment de leurs directions politiques.

c) Pour l'autonomie et la totale indépendance par rapport aux projets politiques du capitalisme.

d) Unité du monde du travail intellectuel et manuel, sans discriminations idéologiques d'aucun type, en dehors de l'identité "anticapitaliste, anti-impérialiste et pour le socialisme".

e) Lutte contre les bureaucraties politiques, et pour la démocratie directe et conseilliste.

f) Sauver la vie sur Terre, sauver l'Humanité.

g) Pour un Utopiste Rouge, le travail culturel, et plus particulièrement la création artistique, représentent la plus noble tentative révolutionnaire pour lutter contre la peur et contre la mort. Toute création est un acte d'amour pour la vie, et en même temps une proposition d'humanisation.

* * *

a) O fim não justifica os médios, e os médios utilizados devem reflectir a essência do fim.

b) Apoio às lutas de todos os povos contra o imperialismo e/ou pela auto-determinação, independentemente das direcções políticas deles.

c) Pela autonomia e a independência respeito total para com os projectos políticos do capitalismo.

d) Unidade do mundo do trabalho intelectual e físico, sem discriminações ideológicas de nenhum tipo, fora da identidade “anti-capitalista, anti-imperialista e pelo socialismo”.

e) Luta contra as burocracias políticas, pela democracia directa e dos conselhos.

f) Salvar a vida na Terra, salvar a humanidade.

g) Para um Utopista Vermelho o trabalho cultural e a criação artística em particular representam os mais nobres tentativos revolucionários por lutar contra os medos e a morte. Cada criação é um ato de amor para com a vida e, no mesmo tempo, uma proposta de humanização.