L’associazione Utopia rossa considera suo fondamento politico il principio secondo cui il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi si deve riflettere l’essenza del fine. Non ha programmi politici, come del resto non ne aveva la Prima internazionale. Nonostante le più diverse provenienze ideologiche dei suoi sostenitori, essa ritiene che l’anticapitalismo dilagato dopo l’inizio dell’Antirivoluzione russa (dicembre 1917) sia stato motivato fondamentalmente da idee precapitalistiche, cioè retrograde, e non da progetti di civiltà in grado di superare il capitalismo sviluppando ulteriormente i suoi modelli di democrazia. Ciò spiega anche il prevalere, nella storia della cosiddetta «sinistra», di simpatie per i regimi dittatoriali di ogni specie e colore. Utopia rossa si batte contro l’ulteriore diffusione di ideologie precapitalistiche vecchie e nuove (in campo politico, culturale, ecologico, religioso ecc.), come parte della sua battaglia per il superamento del capitalismo, se si vuole salvare la vita sulla Terra con la sua umanità. In questo senso la sua utopia continua ad essere rossa.

The Red Utopia association considers its political foundation to be the principle that the end does not justify the means, but that the means must reflect the essence of the end. It has no political program, just as the First International did not. Despite the diverse ideological backgrounds of its supporters, it believes that the anti-capitalism that spread after the start of the Russian Anti-Revolution (December 1917) was fundamentally motivated by pre-capitalist – that is, retrograde – ideas, and not by civilizational projects capable of overcoming capitalism and of further developing its democratic models. This also explains the prevalence, throughout the history of the so-called «left», of sympathies for dictatorial regimes of all kinds and colors. Red Utopia fights against the further spread of old and new pre-capitalist ideologies (in the political, cultural, ecological, religious, and other fields) as part of its battle to overcome capitalism, if life on Earth, including its humanity, is to be saved. In this sense, its utopia remains red.

PER SAPERNE DI PIÙ CI SONO UNA COLLANA DI LIBRI E UN BLOG IN VARIE LINGUE…

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martedì 13 gennaio 2026

Il massacro del popolo insorto dell’Iran è un chiaro esempio di crimine contro l’umanità


ITALIANO - ENGLISH


Dichiarazione della Co-Presidenza del PJAK: 

L’insurrezione dei popoli dell’Iran contro la dittatura della Repubblica Islamica continua in tutto il Paese con una determinazione e una risolutezza esemplari. Le strade delle città del nord, sud, est e ovest dell’Iran si sono trasformate in arene di confronto diretto tra il popolo amante della libertà e le forze repressive del regime. La potente ondata di proteste popolari si espande di momento in momento, lasciando il regime disperato e disorientato. I leader della Repubblica Islamica sanno meglio di chiunque altro che ciò che stanno imponendo ai popoli di questa terra è una manifestazione totale di oppressione e dispotismo; tuttavia, non sono disposti a fare neppure un solo passo indietro da questo percorso distruttivo. Per questo motivo, i popoli dell’Iran, con rabbia crescente e una determinazione sempre più salda, continuano la loro insurrezione democratica e rivoluzionaria, spingendo il regime passo dopo passo verso la sua fine e il suo crollo. 

Le autorità al potere e Khamenei in persona, percependo che il loro regime si trova sull’orlo della distruzione, hanno fatto ricorso al massacro, attuando uccisioni di massa contro il popolo resistente dell’Iran. Cercano di farlo nel completo silenzio, senza che il mondo ne sia a conoscenza. Stanno inoltre tentando di interrompere i collegamenti tra le diverse città e regioni dell’Iran, affinché le forze repressive possano eseguire i loro ordini di uccidere senza alcun ostacolo. Per questo motivo hanno tagliato internet e le linee telefoniche, con l’obiettivo di ridurre a zero la possibilità di informare il mondo esterno. 

Nonostante il tentativo del regime di isolare l’Iran dal mondo, la voce dell’insurrezione e del popolo iraniano amante della libertà non può essere messa a tacere. Alcune notizie e informazioni giunte all’esterno indicano che le forze repressive del regime hanno compiuto massacri di persone in molte città e regioni dell’Iran, utilizzando ogni tipo di arma leggera e pesante per uccidere i cittadini che protestavano. Le poche immagini diffuse di questi massacri mostrano che gli agenti repressivi del regime hanno attaccato i manifestanti e le insurrezioni popolari con violenza estrema e in modo brutale. Il comportamento della Repubblica Islamica costituisce un chiaro esempio di crimine contro l’umanità, e la piena responsabilità ricade sui leader di questo regime. 

Le forze repressive del regime hanno aperto il fuoco direttamente contro la popolazione in tutto l’Iran, inclusi Teheran, Karaj, Isfahan, Khorasan, Lorestan e varie parti del Kurdistan come Ilam, Kermanshah, Shahabad, Gilan-e Gharb, Kamyaran, Salmas, Khoy e altre aree, uccidendo un gran numero di civili. L’Iran è ora completamente avvolto da fuoco, insurrezione e sangue. Considerata la natura di questo regime e ciò che sappiamo di esso, è evidente che potrebbe ampliare ulteriormente la portata di questi massacri. Condanniamo fermamente queste azioni brutali e disumane del regime della Repubblica Islamica e dichiariamo che adempiremo alla nostra responsabilità di sostenere il nostro popolo amante della libertà in tutto l’Iran. 

Invitiamo le istituzioni internazionali a non rimanere in silenzio di fronte a questi massacri selvaggi e alle uccisioni di massa, e ad adottare immediatamente misure pratiche per sostenere il popolo dell’Iran. Invitiamo tutti gli iraniani all’estero, le persone amanti della libertà e le coscienze vigili a essere la voce del popolo iraniano in tutto il mondo in questi difficili momenti storici e a sostenere l’insurrezione rivoluzionaria del popolo oppresso dell’Iran. Crediamo che le proteste democratiche del popolo iraniano, con la grande determinazione, volontà e sacrificio dimostrati da giovani e donne di fronte al governo repressivo, avranno infine successo e che il sole della libertà sorgerà su questa terra. 


Co-Presidenza del Partito per la Vita Libera del Kurdistan (PJAK)  

11 Gennaio 2026 

www.pjak.eu         X: @RojhelatInfo_En                                                                                  Email:    info@pjak.info , pjak.eu@gmail.com 


ENGLISH

The massacre of the uprising people of Iran is a clear example of a crime against humanity

Statement by the Co-Presidency of PJAK:

mercoledì 11 dicembre 2024

Annotazioni storiche in merito alla questione del Rojava - parte I

Dal ritiro delle forze governative alla promulgazione della Carta del Contratto Sociale


di Andrea Vento


I curdi del Rojava, il Kurdistan occidentale, da quando è stato disegnata la carta politica del Medio Oriente dalle potenze coloniali vincitrici della I Guerra mondiale, Regno Unito e Francia, senza concedere il diritto ad uno proprio stato alle popolazioni curde (carta 1), hanno sempre corso il rischio di scomparire, insieme ai connazionali degli altri stati limitrofi (Turchia, Iraq e Iran), soprattutto come soggettività etnica a causa delle politiche negazioniste, repressive e assimilazioniste di cui sono stati oggetto da un secolo a questa parte.

Carta 1: la definizione dei confini politici della penisola anatolica in base al Trattato di Losanna del 24 luglio 1923 che sancirono la nascita della Turchia moderna a discapito del promesso stato curdo e non solo (nota 1)


Nello specifico, la situazione dei curdi del Rojava ha registrato un profondo cambiamento a seguito della guerra civile siriana iniziata nel corso del 2011 e successivamente evolutasi in conflitto internazionalizzato. E' opportuno specificare che nel 2012, nel corso della guerra civile siriana, le forze governative siriane si sono ritirate dalle tre zone, confinanti con la Turchia, abitate dai curdi, lasciando il controllo militare alle Unità di autoprotezione del popolo (YPG), appositamente costituite l'anno precedente (2011) a scopo difensivo. L'Esercito Arabo Siriano, in difficoltà si è quindi ritirato a difesa della capitale e delle zone del Nord-ovest a maggioranza alawita (carta 2), una setta minoritaria dello sciismo che esprime il governo di Damasco compresa la dinastia degli  el-Assad, abbandonando al loro destino i territori curdi(2). 

Carta 2: composizione etnica e religiose della Siria e del Libano agli inizi della guerra civile


I curdi sono stati costretti ad organizzarsi, oltre che militarmente, anche politicamente e amministrativamente, istituendo nel  luglio del 2012, il Comitato Supremo curdo (Dbk) come organo di autogoverno della propria area. Istituzione composta in egual numero da membri del Partito dell'Unione Democratica (Pyd), principale partito curdo siriano legato al Pkk turco, il Partito de Lavoratori del Kurdistan d'ispirazione marxista, e del Consiglio Nazionale Curdo (Knc), politicamente vicino al Kurdistan iracheno(3).

Tuttavia, il Pyd dopo aver rotto con il Knc, nel novembre del 2013,  ha annunciato un governo ad interim nelle tre aree curde territorialmente non contigue, da ovest verso est, i cantoni di Afrin, Kobane e Jazira (Qamislo), dichiarando la piena autonomia e proposto un processo costituente denominato: Carta del Contratto sociale. I tre i cantoni sono stati (carta 3), quindi, dotati di assemblee popolari e di forze di autodifesa: le YPG (formazioni miste) e le YPJ (composte solo da donne). 

Carta 3: i 3 cantoni curdi del Rojava ad inizio 2014


Il modello politico-sociale del Confederalismo democratico

La Carta del Contratto Sociale, promulgata il 20 gennaio 2014, è divenuta la costituzione più democratica che la popolazione di questa regione abbia mai conosciuto. L'organizzazione politica e sociale del Rojava può essere considerata un modello di Confederalismo democratico del Medio Oriente nel quale ogni comunità, a prescindere dalle caratteristiche etniche e religiose, ha il diritto all'autodeterminazione e all'autogoverno. 

Un modello basato, appunto, sulla filosofia del "Confederalismo democratico" elaborata da Abdullah Öcalan(4) leader del Pkk che implica autosufficienza, localismo e pluralismo etnico fra «kurdi, arabi, assiri, caldei, turcomanni, armeni e ceceni», come riporta il preambolo dell'innovativa Carta della Rojava. Un testo che tratta di libertà, giustizia, dignità,  democrazia, uguaglianza e  «ricerca di un equilibrio ecologico». 

Il Partito dei Lavoratori del Kurdistan turco (Pkk), con cui il PYD è in stretti rapporti, ha così descritto il Confederalismo democratico nel proprio manifesto fondativo: «Il Confederalismo democratico del Kurdistan non è un sistema di Stato, è il sistema democratico di un popolo senza Stato ... Prende il potere dal popolo e lo adotta per raggiungere l'autosufficienza in ogni campo compresa l'economia». 

Un modello economico basato sul municipalismo e sull'ecologia sociale che riprende l'elaborazione teorica del filosofo socialista libertario Murray Bookchin e che non contempla il processo di accumulazione capitalistica.

Il Confederalismo democratico è un paradigma sociale non statuale che si basa sulla partecipazione dal basso, i cui processi decisionali avvengono all’interno delle stesse comunità. E' un progetto anti nazionalista che, basandosi sulla convivenza pacifica fra elementi diversi, rigetta l'assolutismo etnico e il fondamentalismo religioso, peraltro in fase di espansione nell'intero Medio Oriente e non solo.

Altro cardine fondamentale è costituito dalla parità di genere che è concretamente rappresentata non solo dalle guerrigliere delle Ypj (immagine 1), ma anche nel principio della partecipazione paritaria a ogni istituzione di autogoverno, che, pur tra contraddizioni e in condizioni estremamente difficili,  esprime un reale principio di cooperazione, tra liberi e uguali, in una regione particolarmente frammentata dal punto di vista etnico e religioso.

Immagine 1: le guerrigliere delle Ypj, combattono armate di soli Kalashnikov


Andrea Vento 

7 dicembre 2024

Gruppo Insegnanti di Geografia Autorganizzati


Note:

 1.Il Trattato di Losanna ribaltò l'assetto territoriale previsto dal precedente Trattato di Sevres (1920), collaterale al Trattato di Versailles per la ridefinizione degli assetti mediorientali dopo la sconfitta dell'Impero Turco-ottomano, e che prevedeva la nascita di uno stato curdo nel sud-est della penisola anatolica, una Armenia più estesa di quella attuale,  l'assegnazione alla Grecia dei territori abitati dalla popolazione ellenica nella parte occidentale della penisola anatolica e il controllo internazionale sulla parte di territorio afferente agli stetti del Bosforo e dei Dardanelli.

2. Nell’estate 2012, sedici mesi dopo lo scoppio delle rivolte in Siria, il governo di Baššār al-Asad, sotto scacco ad Aleppo, ritirò l’esercito dalle aree a maggioranza curda del Nord e del Nord-Est del paese. 

Fonte: "I Curdi in Siria: il Rojava" https://storiaestorie.altervista.org/blog/i-curdi-in-siria-il-rojava/

3. https://www.cesi-italia.org/en/articles/crisi-siriana-e-prospettive-curde-la-partita-di-barzani

4. Il libro "Il Confederalismo democratico" di  Abdullah Öcalan è scaricabile al seguente link:

https://ocalanbooks.com/downloads/it-confederalismo-democratico.pdf



Nella diffusione e/o ripubblicazione di questo articolo si prega di citare la fonte: www.utopiarossa.blogspot.com

martedì 9 luglio 2024

I NOSTRI FRATELLI E SORELLE CURDI/E, FIGLI/E DI UN DIO MINORE?

di Piero Bernocchi


Sarebbe auspicabile che, sulla base del drammatico comunicato/appello del Congresso Nazionale del Kurdistan (KNK) che trovate di seguito, tutti/e coloro che sono in mobilitazione permanente per i palestinesi e in odio per Israele (certo, comprensibile a causa del criminale agire di Netanyahu, ma che buona parte di loro vorrebbe vedere spazzata via "dal fiume al mare", altro che "due popoli, due stati") dedicassero almeno un decimo del loro impegno a favore dei nostri fratelli e sorelle curdi/e, per i quali da sempre i COBAS si sono impegnati in tutte le forme e modi. 

Ma temo che non succederà, visto che il boia Erdogan e l'iper nazionalismo turco, che ha dietro di sè secoli e secoli di imperialismo feroce e bellicismo atavico, non suscita, pare, lo stesso sdegno del sionismo, che pure è l'espressione della volontà ebraica di avere una patria dopo quasi due millenni di persecuzioni e che, a differenza dell'ipernazionalismo turco, ha non più di un secolo di storia. Desiderio di avere una patria ove non essere perseguitati (esperienza che i turchi non hanno quasi mai provato in giro per il mondo) che per tanti israeliani/e e per tanti/e ebrei/e è però nel contempo ostile agli orrori di Netanyahu e dell'estrema destra israeliana i quali, senza i mostruosi crimini di Hamas il 7 ottobre, assai probabilmente sarebbero stati messi in condizioni di non nuocere per via democratica e istituzionale.

E questa incomprensibile differenza di impegno e di passione si verifica malgrado i curdi/e siano l'espressione più luminosa di una rivoluzione politica, civile, sociale, morale e culturale,  che li rende la punta mondiale più avanzata di un'idea completa e ricca di democrazia, multiculturalismo, tolleranza, femminismo ed ecologismo, e un riferimento ideologico, politico e culturale senza eguali nel mondo, mentre i palestinesi si sono dati (o sopportano) una leadership orrenda, ultrareazionaria, ultrasessista, omofoba, dittatoriale e repressiva di qualsiasi cosa fuoriesca dall'islamismo jihadista. Quell'Hamas a cui si inneggia in tanti cortei e università, nonostante usi i palestinesi come carne da macello pur di far avanzare la propria "guerra santa" contro Israele, ebrei e "infedeli vari". Avendo Hamas peraltro alle spalle, come finanziatore e sponsor, l'orripilante Iran dei boia iraniani, satrapi e dittatori simil-Erdogan.

E ciò malgrado, temo che per i curdi non verranno "nel movimento" spese energie manco pari a un decimo di quelle viste finora per la Palestina di Hamas, non verrà occupata nessuna università in loro nome e difesa, nè ci si batterà per imporre l'interruzione dei rapporti economici o culturali con la Turchia e l'Iran, o il boicottaggio dei loro prodotti come si fa per Israele. Però, che questa mia lettura risulti, come spero, troppo pessimistica o che fotografi purtroppo la realtà, almeno il nostro impegno come COBAS dovrà essere fin da subito ancor più intenso e diffuso di quanto già fatto da noi negli ultimi anni. 

(p.b.)

 

 La guerra della Turchia contro i curdi nel Nord Iraq

(Comunicato-stampa del Congresso Nazionale del Kurdistan)

Mentre i pogrom contro i rifugiati siriani in Turchia e l'esibizione di saluti fascisti del lupo da parte del giocatore della nazionale turca Demiral e di migliaia di tifosi turchi durante i Campionati europei di calcio - sostenuti dall'esercito turco e dai suoi mercenari - hanno fatto notizia in tutto il mondo, l'occupazione della Turchia della regione del Kurdistan in Iraq continua costantemente.Dal 15 giugno, la Turchia ha iniziato una nuova operazione militare di terra nella Regione del Kurdistan dell'Iraq (KRI). Da allora centinaia di veicoli blindati, carri armati e truppe turche sono stati dispiegati, istituendo posti di blocco, effettuando controlli sull'identità dei cittadini curdi e tentando di evacuare i villaggi nella regione del Kurdistan iracheno. A causa dei bombardamenti in corso sono scoppiati incendi in vaste aree. L'invasione segue la visita del presidente Recep Tayyip Erdoğan a Baghdad ed Erbil nell'aprile 2024. Erdoğan ha ottenuto il via libera all'invasione, in cambio di lucrose concessioni su petrolio, infrastrutture e acqua date al governo federale iracheno e al KRG.

Negli ultimi giorni, l'afflusso di soldati e veicoli blindati nelle città di Duhok ed Erbil, in collaborazione con il Partito Democratico del Kurdistan (KDP), indica una significativa presenza militare in luoghi strategici. Questo aumenta il timore di un'occupazione strisciante e permanente della regione da parte della Turchia, che porterà a una guerra regionale a lungo termine, con conseguenze globali.Le recenti azioni militari turche nel Kurdistan iracheno, comprese le operazioni di terra e l'istituzione di posti di blocco e basi militari, sono state monitorate da vicino dai Community Peacemaker Teams (CPT) con sede negli Stati Uniti. Le operazioni hanno provocato lo sfollamento di civili, la distruzione di terreni agricoli e il danneggiamento di infrastrutture civili, tra cui una scuola e un monastero cristiano.Secondo il CPT, tra gennaio e luglio del 2024, la Turchia ha condotto 1076 attacchi nel Kurdistan iracheno. Dall'inizio della nuova campagna militare, solo 238 bombardamenti, principalmente nel governatorato di Duhok.

Il CPT è profondamente preoccupato per l'escalation delle operazioni militari turche nel Kurdistan iracheno e per l'impatto sui civili. L'organizzazione mette in guardia da un potenziale sfollamento di massa se le operazioni dovessero persistere. Venerdì sono scoppiati intensi scontri tra la guerriglia del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK) e le Forze Armate turche (Türk Silahli Kuvvetleri -TSK) nel distretto di Amedi, a Duhok nella Regione del Kurdistan in Iraq (KRI), come riportato dall'agenzia indipendente curda Peregraf. Le forze turche hanno condotto attacchi aerei sul villaggio di Guherzê, causando danni significativi a numerose case e veicoli, secondo Roj News.Nel frattempo, Vedant Patel, portavoce del Dipartimento di Stato americano, ha indirettamente segnalato l'approvazione degli Stati Uniti per l'occupazione turca di parti del KRI. Mucaşeh Tamimi, un osservatore politico che ha parlato con Roj News, ha sottolineato la vulnerabilità della difesa irachena contro gli assalti della Turchia, ha evidenziato l'influenza della Turchia sull'approvvigionamento idrico dell'Iraq, che causa siccità, e ha discusso l'impatto economico dei prodotti turchi in Iraq, minando gli sforzi di controllo delle frontiere.

Una dichiarazione dell'Unione delle comunità del Kurdistan e un portavoce dell'Unione patriottica del Kurdistan suggeriscono che la Turchia ha arruolato combattenti di Al Nusra e di altri gruppi jihadisti per sostenere le sue operazioni.Il dispiegamento dell'esercito turco nel Kurdistan meridionale continua, con recenti invii ad Amadiya nella notte di sabato. Gli abitanti della regione hanno espresso il loro disagio per i continui attacchi e hanno criticato la mancanza di risposte da parte dei partiti politici e del governo.In conclusione, il Congresso nazionale del Kurdistan esorta la comunità internazionale ad affrontare l'aggressione della Turchia contro i curdi e il suo disprezzo per il diritto internazionale e la sovranità della Regione del Kurdistan e dell'Iraq. La mancanza di risposta da parte dei media e delle istituzioni globali alle azioni militari e alle violazioni dei diritti umani della Turchia è preoccupante.

È fondamentale un intervento immediato da parte del governo iracheno, degli Stati Uniti, dell'UE, delle Nazioni Unite e del Consiglio d'Europa per fermare l'escalation di violenza. Per ulteriori informazioni e supporto per la copertura dal campo, contattateci:

press@knk-kurdistan.com


Congresso Nazionale del Kurdistan (KNK)


08.07.2024



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domenica 29 maggio 2022

MOBILITAZIONE PER IL KURDISTAN

Appello per una mobilitazione nazionale il 4 giugno 2022 a Roma contro la guerra e l’invasione turca del Kurdistan

Il 17 aprile lo Stato turco ha lanciato una nuova campagna militare volta ad occupare le aree di Şikefta Birîndara, Kurêjaro (Kurazhar) e Çiyayê Reş nella regione dello Zap nel Kurdistan meridionale. In questa campagna transfrontaliera illegale le forze armate turche hanno utilizzato artiglieria pesante, aerei da guerra, droni ed elicotteri e il trasporto aereo di forze di terra in elicottero nella regione come parte di un’offensiva di terra parallela. Anche nel Rojava e nella Siria settentrionale e orientale si sono intensificati gli attacchi aerei turchi contro i curdi.

Parallelamente all'invasione turca nel Kurdistan del Sud (Nord Iraq) e gli attacchi continui della Turchia al Rojava, l'esercito iracheno ha aumentato massicciamente la sua presenza militare nell'area di insediamento degli yazidi e sta attaccando gli yazidi sopravvissuti nel 2014 al genocidio dello Stato Islamico per smantellare la loro amministrazione autonoma e le proprie strutture di autodifesa. Un sistema organizzativo per dare alla gente la possibilità di non dover lasciare la propria patria e di essere in grado di difendersi. Lo stesso esercito iracheno che ha abbandonato gli yazidi al massacro, oggi tenta di imporre un nuovo ordine sugli yazidi senza una soluzione discussa con l'amministrazione localedi Sinjar. Tutto ciò avviene con la complicità del partito di Barzani il KDP ed il governo centrale iracheno di Mustafa al-Kadhimi

Il portavoce del Partito per la giustizia e lo sviluppo (AKP) Ömer Çelik ha citato l’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite, che definisce il “diritto all’autodifesa” il che significherebbe che l’integrità nazionale e territoriale della Turchia è minacciata. Viene oscurato all’opinione pubblica mondiale che non ci siano notizie riguardanti attacchi reali o provocazioni militari contro la Turchia.

domenica 22 ottobre 2017

VICINO ORIENTE SENZA PACE, di Pier Francesco Zarcone

«Quando si chiude una porta si apre un portone»: questo proverbio vale anche per il Vicino Oriente, solo che spesso e volentieri il portone è negativo come la porta, se non peggio. Così, sostanzialmente sconfitto l’Isis - per ora - sui campi di battaglia (specificazione da sottolineare), si è subito aperta (o riaperta) - e nel peggiore dei modi - la questione curda. I punti focali sono il Kurdistan iracheno e la città siriana di Raqqa. L’utile premessa è che, mentre in Occidente i Curdi godono di ottima stampa, nel Vicino Oriente invece non ne godono alcuna, anzi! Verso di loro ostilità e diffidenza sono al massimo grado: farebbe ottimi affari un ipotetico bookmaker che volesse raccogliere scommesse sul fatto che le indipendenze regionali curde, o la creazione di uno Stato curdo unitario, aprirebbe la via a un massiccio scannamento fra le attuali fazioni curde, cosa peraltro in linea con la loro storia.
Nel Kurdistan iracheno il referendum indipendentista voluto e vinto da Masʿūd Barzani ha dato il via all’offensiva del governo di Baghdad per la ripresa di Kirkuk e dei suoi pozzi petroliferi, che milizie curde avevano occupato in funzione anti-Isis dopo il 2014 (chi in loco pensa male sostiene invece che ciò sia avvenuto con la connivenza dell’Isis). Gli organi di “informazione” occidentali non hanno dato importanza al fatto che le forze irachene che hanno rioccupato Kirkuk e dintorni sono state accolte da manifestazioni popolari di giubilo: in pratica come liberatrici.
Il referendum di Barzani ha rivelato una spaccatura politica di non piccola importanza all’interno del Kurdistan iracheno. Il partito Gorran - «Cambiamento» - di ʿUmar Said Ali si era opposto alla consultazione independentista: si tratta di un gruppo che nel Parlamento regionale curdo dispone di quasi un quarto dei seggi (24), cioè più dell’Upk [Unione Patriottica del Kurdistan] del clan dei Talabani (18) - tradizionale avversario di quello dei Barzani - e un po’ meno del partito di Barzani (38); infatti il Gorran vuole l’autonomia curda nell’ambito dell’unità irachena.
Qualcuno si è meravigliato per la caduta di questa città in mani irachene praticamente senza combattimenti, ma forse non sa che l’Upk aveva il controllo di circa metà del totale dei Peshmerga, i quali erano in maggioranza proprio a Kirkuk; e ora il nuovo governatore della zona è Rizgar Ali, dirigente dell’Upk. Ora ci sarà da vedere se le truppe di Baghdad procederanno o no contro il Kurdistan iracheno, e queste truppe sono per lo più milizie sciite che rispondono ai loro capi in Iraq e all’Iran, che nella lotta ai Curdi sta operando alla luce del sole. Il timore della loro “mano pesante” è alla base della fuga in massa della popolazione curda da Kirkuk (dove peraltro non era maggioritaria).
L’offensiva irachena su Kirkuk è stata accompagnata da un brutto segnale politico per i Curdi: gli Stati Uniti, che li avevano coccolati e illusi, si sono affrettati a mostrarsi neutrali nella contesa con Baghdad.
L’ombra di questa “disinvoltura” potrebbe proiettarsi anche sui Curdi siriani. Essi hanno espugnato Raqqa, o meglio, le sue macerie, giacché (altro particolare su cui in Occidente si tace) non riuscendo a superare la resistenza dell’Isis le milizie curde hanno chiesto aiuto all’aviazione statunitense, che come d’uso ha saturato di bombe la città. Di qui verranno ulteriori guai, non riducibili ai soli miliziani del “califfato” riusciti a fuggire e che inevitabilmente ritroveremo in azione nei paesi di provenienza.

mercoledì 7 settembre 2016

STATO E NAZIONE NEL VICINO ORIENTE, di Pier Francesco Zarcone

L'IMPERIALISMO FRANCO-BRITANNICO E IL CAOS ODIERNO

Per capire in qualche modo l'attuale caos nel Vicino Oriente bisogna risalire ai primi degli anni '20 del secolo scorso, quando dopo la Grande Guerra alcuni politici occidentali (Lloyd George, Clemenceau, Churchill) ridisegnarono la mappa di quella parte di mondo. Giustamente si dice che crearono degli Stati artificiali; tuttavia questa caratteristica viene meglio espressa dal concetto di "comunità immaginate", cioè carenti di storia nella loro forma attuale (con una certa eccezione per la Siria): per esempio, la storia della Mesopotamia non è la stessa cosa della storia dell'Iraq.
In relazione a questo non è casuale che oggi nel Vicino Oriente non manchino quanti collocano la cosiddetta "rivolta araba" dello Sharif hashimita della Mecca, Husayn, dei suoi figli Faysal e Abd Allah e di T.E. Lawrence, tra le cause prime delle attuali disgrazie. Infatti la proposta ricevuta da Gran Bretagna e Francia per appoggiare una rivolta araba contro gli Ottomani e poi costituire uno Stato arabo indipendente fece intendere agli Alleati che esistesse un nazionalismo arabo da loro sfruttabile. È nota la successiva sequenza di illusioni e tradimenti imputabili a Londra e Parigi, ma quel convincimento rimase, al di là dei differenti modi di procedere di ciascuna delle due potenze: la Gran Bretagna in qualche modo cercò di "salvare capra e cavoli", cioè di realizzare i propri interessi imperialistici mediante la creazione di entità statuali arabe, sottoposte al suo controllo indiretto; mentre la Francia preferì il controllo diretto sulla Siria, frantumandola nella Siria attuale e nel Libano. L'obiettivo di entrambe le due potenze rimase quello di condurre all'indipendenza formale entità statuali adeguatamente plasmate e ammorbidite.
Per quanto riguarda l'intervento della Gran Bretagna, avendo come presupposto - errato - l'esistenza di un diffuso nazionalismo arabo, la sua azione imperialistica fu accompagnata dall'illusione che fosse sufficiente aver costituito tre nuovi Stati arabi dalla disgregazione ottomana: Higiaz, Transgiordania, Iraq (il primo sarebbe stato ben presto annesso ai domini di Abd al-Aziz ibn Saud, cioè all'odierna Arabia Saudita). La situazione nel Vicino Oriente e le sue dinamiche - in realtà ignorate dai britannici - erano assai più complesse, e le difficoltà cominciarono subito.
Nonostante le illusioni britanniche, il nazionalismo arabo era l'ideologia di una minoranza di intellettuali urbani non radicati nelle masse, con una non secondaria presenza di Arabi cristiani: non averlo capito fece ritenere (sbagliando) che la Nazione potesse prevalere - per sua forza unificante - sulle religioni, sulle etnie, sulle tribù. La storia avrebbe dimostrato il contrario. In realtà l'unica componente del Vicino Oriente in cui sulla religione possa prevalere il dato linguistico (insieme a quello etnico) è la popolazione curda.
Eppure avrebbe dovuto costituire un campanello d'allarme il dato quantitativo (molto scarso e a pagamento) della partecipazione araba alla ribellione antiottomana (significativa diserzione di truppe non ve ne fu, e solo alcuni ufficiali arabi prigionieri aderirono alla rivolta) e la sua effettiva incidenza militare che, pur includendovi la presa di Aqaba, si ridusse a qualche azione di guerriglia e di sabotaggio, tutto sommato ininfluente sullo sforzo bellico alleato nel fronte del Sinai. (Se si sfugge alle rodomontate di T.E. Lawrence, salta all'occhio che i ribelli arabi nemmeno riuscirono a prendere Medina - tenuta dalle truppe ottomane fin dopo la cessazione delle ostilità - e che il loro ingresso a Damasco prima delle truppe alleate fu dovuto solo alla sensibilità politica del generale Allenby, che scelse di inebriare gli irregolari hashimiti col solo fumo di un "arrosto" che non arrivarono a mangiare.) In definitiva, tenuto conto delle proporzioni, sarebbe meglio parlare di "rivolta hashimita", e basta.

mercoledì 18 giugno 2014

LA CATASTROFE IRACHENA: GRAZIE WASHINGTON!, di Pier Francesco Zarcone

Indipendentemente da come si evolveranno le cose sul piano militare, è possibile un primo bilancio sull’enorme crisi che sta sconvolgendo l’Iraq. Qui emergono in tutta la loro tragicità le catastrofiche conseguenze della dissennata politica statunitense, capace di  produrre costi umani di immane portata, ma incapace di realizzare altresì i propri interessi imperialistici, creando un mare di guai per gli Iracheni e per il mondo intero. Lo squagliamento del nuovo esercito di Baghdad addestrato dagli Stati Uniti (quello di Saddam Husayn fu sciolto dagli Usa subito dopo la conquista dell’Iraq) tratteggia quanto accadrà domani in Afghanistan, col suo logico seguito. In più vanno contati fin d’ora le sanguinose conseguenze del ritorno nei paesi di origine delle migliaia di combattenti jihadisti con passaporti europei. Il massacro al Museo ebraico di Bruxelles è stato, con tutta probabilità, solo un anticipo.

Una polveriera in  fiamme
Tuttavia il vero nucleo del problema sta nel fatto che la sconclusionata azione di Washington, di cui l’attuale insipienza di Obama è il punto di arrivo attuale, provoca la progressiva esplosione dei settori più a rischio della polveriera araba, dall’Africa settentrionale al Vicino e Medio Oriente, e porterà a una terribile deflagrazione finale. Non si dimentichi che solo pochi mesi fa gli Stati Uniti avevano tutta l’intenzione di bombardare la Siria: senza l’escamotage di Putin essi avrebbero consegnato quel paese proprio ai jihadisti che oggi marciano su Baghdad. Sull’irresistibilità di questa marcia ci sarebbe molto da dire, se sono vere le voci che li valutano in circa 30.000 miliziani per lo più armati alla leggera. Tuttavia dai depositi militari abbandonati di corsa dai soldati iracheni sicuramente i jihadisti hanno ricavato materiali qualitativamente consistenti e utilizzabili sia in Iraq sia in Siria.
Per quanto sia stata una sorpresa la rapidissima disintegrazione dell’esercito iracheno, i segnali premonitori di un’azione dei jihadisti c’erano eccome, ma il governo centrale se ne è infischiato, a parte inascoltate richieste di aiuto agli Stati Uniti. A questo punto le male lingue arabe attribuiscono quest’inerzia a un machiavellico gioco del premier sciita Nuri al-Maliki, il quale avrebbe lasciato precipitare la situazione per potersi poi fare attribuire poteri straordinari a tempo indeterminato. Fantapolitica? Gioco rischioso? Non si sa, ma da quelle parti tutto è possibile. Sta di fatto che forse una politica di al-Maliki un po’ meno settariamente antisunnita avrebbe contribuito a migliorare le cose. Invece anche lui ha puntato alla resa dei conti.  
Circa l’estrema gravità della situazione la carta geografica è assai eloquente e rivelatrice.

giovedì 25 aprile 2013

LA QUESTIONE CURDA IN 5 PAESI ORIENTALI, di Pier Francesco Zarcone


I Curdi oggi
I Curdi: un popolo che numericamente si aggira fra i 35 e i 40 milioni di persone senza Stato proprio, diviso fra più Stati, perseguitato in vario modo a seconda dei paesi e costretto a una forte emigrazione (riguarda almeno un milione di persone stanziatesi in Germania, Scandinavia e Stati Uniti; esistono piccole comunità curde anche in Libano, Giordania, Georgia, Azerbaigian, Afghanistan e Pakistan). Probabilmente sono i discendenti degli antichi Medi, etnicamente affini alle popolazioni dell’altopiano iranico, e appartengono al ceppo linguistico indoeuropeo ma non hanno una lingua unitaria: la cosiddetta lingua curda è la mera sommatoria di vari linguaggi (i principali sono il Kurmanji in Turchia e il Sorani in Iraq, ma ne esistono altri ancora) fra loro imparentati. Sul piano religioso sono in maggioranza musulmani sunniti, ma esistono anche minoranze sciite, cristiane e anche israelite. In Turchia sono il 18-20 % della popolazione; in Iraq circa il 12%; in Siria più del 5%; in Iran il 4% e in Armenia l’1,3%.
Oltre alla divisione territoriale i Curdi hanno al loro passivo storico anche una forte e radicata disunione all’interno delle stesse singole realtà regionali, con faide politiche e non. Si pensi - ne parleremo in seguito - al fenomeno del collaborazionismo armato col governo turco da parte di miliziani curdi organizzati nelle guardie di villaggio, oppure alle sanguinose contese che contrapposero in Iraq il clan Barzani al clan Talabani, nonché ai non facili rapporti fra Kurdistan iracheno e Pkk. Non è detto, comunque, che un’eventuale unità curda (ipotetica, al momento) faciliterebbe la lotta per la formazione di uno Stato curdo unitario, giacché darebbe luogo a una poderosa coalizione anticurda, facilitata dalla geografia politica. 


RED UTOPIA ROJA – Principles / Principios / Princìpi / Principes / Princípios

a) The end does not justify the means, but the means which we use must reflect the essence of the end.

b) Support for the struggle of all peoples against imperialism and/or for their self determination, independently of their political leaderships.

c) For the autonomy and total independence from the political projects of capitalism.

d) The unity of the workers of the world - intellectual and physical workers, without ideological discrimination of any kind (apart from the basics of anti-capitalism, anti-imperialism and of socialism).

e) Fight against political bureaucracies, for direct and councils democracy.

f) Save all life on the Planet, save humanity.

g) For a Red Utopist, cultural work and artistic creation in particular, represent the noblest revolutionary attempt to fight against fear and death. Each creation is an act of love for life, and at the same time a proposal for humanization.

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a) El fin no justifica los medios, y en los medios que empleamos debe estar reflejada la esencia del fin.

b) Apoyo a las luchas de todos los pueblos contra el imperialismo y/o por su autodeterminación, independientemente de sus direcciones políticas.

c) Por la autonomía y la independencia total respecto a los proyectos políticos del capitalismo.

d) Unidad del mundo del trabajo intelectual y físico, sin discriminaciones ideológicas de ningún tipo, fuera de la identidad “anticapitalista, antiimperialista y por el socialismo”.

e) Lucha contra las burocracias políticas, por la democracia directa y consejista.

f) Salvar la vida sobre la Tierra, salvar a la humanidad.

g) Para un Utopista Rojo el trabajo cultural y la creación artística en particular son el más noble intento revolucionario de lucha contra los miedos y la muerte. Toda creación es un acto de amor a la vida, por lo mismo es una propuesta de humanización.

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a) Il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi che impieghiamo dev’essere riflessa l’essenza del fine.

b) Sostegno alle lotte di tutti i popoli contro l’imperialismo e/o per la loro autodeterminazione, indipendentemente dalle loro direzioni politiche.

c) Per l’autonomia e l’indipendenza totale dai progetti politici del capitalismo.

d) Unità del mondo del lavoro mentale e materiale, senza discriminazioni ideologiche di alcun tipo (a parte le «basi anticapitaliste, antimperialiste e per il socialismo».

e) Lotta contro le burocrazie politiche, per la democrazia diretta e consigliare.

f) Salvare la vita sulla Terra, salvare l’umanità.

g) Per un Utopista Rosso il lavoro culturale e la creazione artistica in particolare rappresentano il più nobile tentativo rivoluzionario per lottare contro le paure e la morte. Ogni creazione è un atto d’amore per la vita, e allo stesso tempo una proposta di umanizzazione.

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a) La fin ne justifie pas les moyens, et dans les moyens que nous utilisons doit apparaître l'essence de la fin projetée.

b) Appui aux luttes de tous les peuples menées contre l'impérialisme et/ou pour leur autodétermination, indépendamment de leurs directions politiques.

c) Pour l'autonomie et la totale indépendance par rapport aux projets politiques du capitalisme.

d) Unité du monde du travail intellectuel et manuel, sans discriminations idéologiques d'aucun type, en dehors de l'identité "anticapitaliste, anti-impérialiste et pour le socialisme".

e) Lutte contre les bureaucraties politiques, et pour la démocratie directe et conseilliste.

f) Sauver la vie sur Terre, sauver l'Humanité.

g) Pour un Utopiste Rouge, le travail culturel, et plus particulièrement la création artistique, représentent la plus noble tentative révolutionnaire pour lutter contre la peur et contre la mort. Toute création est un acte d'amour pour la vie, et en même temps une proposition d'humanisation.

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a) O fim não justifica os médios, e os médios utilizados devem reflectir a essência do fim.

b) Apoio às lutas de todos os povos contra o imperialismo e/ou pela auto-determinação, independentemente das direcções políticas deles.

c) Pela autonomia e a independência respeito total para com os projectos políticos do capitalismo.

d) Unidade do mundo do trabalho intelectual e físico, sem discriminações ideológicas de nenhum tipo, fora da identidade “anti-capitalista, anti-imperialista e pelo socialismo”.

e) Luta contra as burocracias políticas, pela democracia directa e dos conselhos.

f) Salvar a vida na Terra, salvar a humanidade.

g) Para um Utopista Vermelho o trabalho cultural e a criação artística em particular representam os mais nobres tentativos revolucionários por lutar contra os medos e a morte. Cada criação é um ato de amor para com a vida e, no mesmo tempo, uma proposta de humanização.