L’associazione Utopia rossa considera suo fondamento politico il principio secondo cui il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi si deve riflettere l’essenza del fine. Non ha programmi politici, come del resto non ne aveva la Prima internazionale. Nonostante le più diverse provenienze ideologiche dei suoi sostenitori, essa ritiene che l’anticapitalismo dilagato dopo l’inizio dell’Antirivoluzione russa (dicembre 1917) sia stato motivato fondamentalmente da idee precapitalistiche, cioè retrograde, e non da progetti di civiltà in grado di superare il capitalismo sviluppando ulteriormente i suoi modelli di democrazia. Ciò spiega anche il prevalere, nella storia della cosiddetta «sinistra», di simpatie per i regimi dittatoriali di ogni specie e colore. Utopia rossa si batte contro l’ulteriore diffusione di ideologie precapitalistiche vecchie e nuove (in campo politico, culturale, ecologico, religioso ecc.), come parte della sua battaglia per il superamento del capitalismo, se si vuole salvare la vita sulla Terra con la sua umanità. In questo senso la sua utopia continua ad essere rossa.

The Red Utopia association considers its political foundation to be the principle that the end does not justify the means, but that the means must reflect the essence of the end. It has no political program, just as the First International did not. Despite the diverse ideological backgrounds of its supporters, it believes that the anti-capitalism that spread after the start of the Russian Anti-Revolution (December 1917) was fundamentally motivated by pre-capitalist – that is, retrograde – ideas, and not by civilizational projects capable of overcoming capitalism and of further developing its democratic models. This also explains the prevalence, throughout the history of the so-called «left», of sympathies for dictatorial regimes of all kinds and colors. Red Utopia fights against the further spread of old and new pre-capitalist ideologies (in the political, cultural, ecological, religious, and other fields) as part of its battle to overcome capitalism, if life on Earth, including its humanity, is to be saved. In this sense, its utopia remains red.

PER SAPERNE DI PIÙ CI SONO UNA COLLANA DI LIBRI E UN BLOG IN VARIE LINGUE…

Visualizzazione post con etichetta patto Molotov-Ribbentrop. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta patto Molotov-Ribbentrop. Mostra tutti i post

lunedì 20 maggio 2024

UN FILOSOFO FASCISTA PER PUTIN

di Jurij Dunaev

(con questo articolo inizia la collaborazione del compagno Jurij Dunaev con Utopia Rossa) 


BILINGUE: ITALIANO - РУССКИЙ


Mosca - Nel grigiore del dibattito intellettuale in Russia di questi ultimi anni, ha destato un certo interesse nei giorni scorsi una polemica sulla figura del filosofo russo Ivan Il’in, sostenitore dei Bianchi durante la guerra civile russa, esule in Occidente in epoca sovietica e poi diventato negli anni 2000 “il pensatore più apprezzato” da Vladimir Putin. Fin qui nulla di male: non è un delitto essere stati anticomunisti, vieppiù in URSS. Tuttavia Il’in non fu solo acerrimo nemico di Lenin e di Stalin, ma anche un aperto simpatizzante prima di Hitler e Mussolini e poi, nel dopoguerra, dei dittatori della penisola iberica Franco e Salazar che glorificò più volte nei suoi scritti. 

Mostrò aperto sostegno anche al nazismo in Germania al momento della sua ascesa con un articolo pubblicato sulla rivista Vozraždenija il 17 maggio 1933, Il nazionalsocialismo, la via russa. In questo saggio il filosofo si lamentava che «l’Europa non capisce il movimento nazionalsocialista» e chiedeva agli ebrei di «farsi da parte»: «Mi rifiuto categoricamente di vedere gli eventi degli ultimi tre mesi in Germania dal punto di vista degli ebrei tedeschi, che hanno perso la loro posizione giuridica in pubblico, sofferto finanziariamente o addirittura sono fuggiti dal Paese». Il nazismo andava invece valutato come «un movimento di passione nazionale e politica, concentrata in dodici anni, che per anni, sì, anni, ha versato il sangue dei suoi aderenti nelle battaglie con i comunisti». Il nazismo non sarebbe stato altro che «una reazione agli anni del dopoguerra. di decadenza e sconforto, una reazione di dolore e rabbia... Che cosa ha fatto Hitler? Ha fermato il processo di bolscevizzazione in Germania e ha reso un grande servizio a tutta l’Europa».

Recentemente il governo russo ha deciso di dedicare a questa figura Il centro di formazione dell'Università statale russa per le discipline umanistiche, provocando l’irata reazione del Partito Comunista.

La polemica per tale discutibile decisione è apparsa patetica da una parte ma, da un altro punto di vista, paradigmatica. Patetica perché promossa dai comunisti di Gennady Zjuganov che non sapendo ormai come distinguersi da Putin, utilizzano argomenti di carattere culturale pur di far parlare di sé. Un partito che rivendica i gulag e il totalitarismo e ritiene giustificabile ancora oggi il patto Ribentropp-Molotov del 1939, dovrebbe avere ben pochi titoli per parlare di antifascismo. Anche perché più volte lo stesso Zjuganov ha sostenuto nei suoi scritti (pubblicati in Italia dalla casa editrice di estrema destra “All’insegna del Veltro”) “la necessità di un piano per unire le correnti storiche rosse e bianche nella lotta al Mondialismo”. 

La diatriba quindi avrebbe potuto essere lasciata, per dirla con Marx, alla “critica roditrice dei topi” se non avesse incontrato la reazione piccata delle massime autorità del Cremlino. Il Presidente della Duma Vjačeslav Volodin, ha affermato che “non è questo il momento di iniziare dispute di questo tipo quando i nazisti di Washington e Bruxelles hanno scatenato una guerra contro la Russia, prefiggendosi il compito di infliggere una sconfitta strategica al nostro Paese”. Ha citato a questo proposito lo stesso Il’in, affermando che "gli stranieri sosterranno e inciteranno ogni tipo di odio, mentre la Russia deve purificarsi e liberarsi da queste forze distruttive e spegnere, sradicare da sé questo spirito di guerra civile che la minaccia". 

Il portavoce di Putin, Dmitrij Peskov, ha sentito anche lui il bisogno di intervenire nella contesa, sottolineando che “il Presidente ha effettivamente citato ripetutamente Ilyin ed è inaccettabile che si attacchi in questo contesto anche Aleksander Dugin”, l’ideologo neofascista russo che più si impegna per far conoscere l’opera del filosofo cultore della “Russia sovrana”. 

È un caso che l’entourage del Presidente russo si accalori così tanto per promuovere e difendere una figura così controversa? No di certo. Come a Roma i sostenitori più o meno aperti del regime di Putin utilizzano ogni genere di argomenti per la loro crociata antioccidentale, a Mosca si mettono insieme il diavolo di Stalin con l’acqua santa di Il’in pur di attaccare “le plutocrazie occidentali”.


РУССКИЙ

domenica 14 gennaio 2024

LA RUSSIA COME IMPERIALISMO AGGRESSIVO

UN CONFRONTO COL TERZO REICH E L’UNIONE SOVIETICA 1939-40

di Michele Nobile

 

Questo articolo riprende il discorso del precedente «Gli obiettivi di guerra di Putin e la Grande guerra patriottica 1941-5», http://utopiarossa.blogspot.com/2023/08/gli-obiettivi-di-guerra-di-putin-e-la.html 

 

1. È giustificabile il confronto fra la politica estera nazista e quella di Putin?

2. Estendere il confronto: il Patto Hitler-Stalin come base delle aspirazioni geopolitiche sovietiche.

3. Hitler, Stalin, Putin: catastrofi geopolitiche e genocidio.

4. L’utilizzo strumentale dei «compatrioti» e la colpevolizzazione delle vittime. 

 

1. È giustificabile il confronto fra la politica estera nazista e quella di Putin?

Dopo l’invasione russa, nel 2022 il socialista ucraino Taras Bilous scrisse che,

                                                 

«Piaccia o no, la Russia oggi ha più cose in comune con il Terzo Reich che con l’Unione Sovietica. Non considero fascista il regime di Putin, ma in questo caso è davvero difficile evitare parallelismi. In entrambi i casi abbiamo un impero che perse il confronto globale, con il quale, dopo la vittoria, il nemico si comportò in modo arrogante e in cui si radicarono sentimenti revanscisti. Una società che non accettò le perdite territoriali e sostenne l’uso della forza militare bruta per riconquistare territorio.

Nonostante il suo autoritarismo, le deportazioni e i massacri, l’Unione Sovietica offrì al mondo un preciso progetto progressista. Il regime di Putin promuove solo il conservatorismo, il nazionalismo aggressivo e la divisione del mondo in sfere di influenza delle “grandi potenze”. In questo senso, nonostante tutte le differenze, il Terzo Reich è l’analogia più vicina alla Russia di Putin»1

 

Ovviamente, accostare la politica di Putin a quella di Hitler ha un immediato valore polemico. Ad esempio, per caratterizzare il regime russo, in Ucraina hanno coniato il termine rašizm (раши́зм) che combina la pronuncia inglese di Russia con fascismo (фашизм), evocando così non solo il fascismo russo (російський фашизм) ma anche il razzismo. Il che è pure ironico, considerando che l’aggressione all’Ucraina iniziò con l’invasione e l’occupazione della Crimea nel 2014, in risposta a quello che il Cremlino definiva un «colpo di Stato» messo in atto da «neonazisti». Tuttavia, al di là della rabbia e della polemica, esistono motivi reali per cui possa essere utile mettere a confronto Russia e Terzo Reich? 

Oltre che nella propaganda bellica russa contro l’Ucraina, l’uso strumentale degli epiteti «fascista» e «nazista» è assai frequente nella propaganda di giustificazione degli interventi militari occidentali del dopo-guerra fredda. Tuttavia, per caratterizzare come fascista o nazista un regime o un partito non bastano militarismo, nazionalismo e autoritarismo, altrimenti le categorie fascismo e nazismo perdono significato e si degradano a meri insulti. 

giovedì 10 agosto 2023

Ucraina 25: GLI OBIETTIVI DI GUERRA DI PUTIN E LA GRANDE GUERRA PATRIOTTICA 1941-5


di Michele Nobile

 

«E se tutti gli altri accettavano la menzogna che il Partito imponeva - se tutti i documenti ripetevano la stessa narrazione -, allora la menzogna entrava nella storia e diventava verità. “Chi controlla il passato,” recitava lo slogan del Partito, “controlla il futuro: chi controlla il presente controlla il passato.” Eppure il passato, benché per sua natura alterabile, non era mai stato alterato. Qualunque cosa fosse vera adesso era vera da sempre e per sempre. Era molto semplice. Era necessaria solo una infinita serie di vittorie sulla memoria. “Controllo della realtà,” lo chiamavano: in parlanuovo, “bipensare”».

George Orwell, 1984.

 

Putin e la retorica nazional-imperiale della Grande guerra patriottica 1941-5

Per giustificare l’aggressione al popolo d’Ucraina, Putin ha delineato un quadro storico e ideale di «scontro di civiltà» che in Russia ha radici profonde. Innanzitutto, ha utilizzato una sorta di presupposto «teologico» d’antica data, che fonda l’identità nazionalista-imperiale russa: l’idea che, come la santa Trinità, la nazionalità russa sarebbe una nella sua natura e trina nelle sue persone che, in questo caso, sarebbero quelle dei grandi-russi, dei piccoli-russi (gli ucraini) e dei russi bianchi (i bielorussi). Tuttavia, nella realtà storica questo ha sempre significato la subordinazione di piccoli-russi e russi bianchi alla signoria grande-russa e l’assimilazione alla cultura russa. Sicché si può dire che, in pratica, essendo il «Padre» grande-russo la superiore verità delle altre «persone» trinitarie, la concezione «cristologica» della nazionalità russa è più vicina all’eresia dell’arianesimo che al credo niceno-costantinopolitano.

La mistica idea «teologica» della nazionalità russa è un presupposto necessario ma tuttavia non sufficiente a legittimare la guerra all’Ucraina. A questo scopo Putin utilizza l’eredità ideologica e psicologica staliniana e post-staliniana circa la Grande guerra patriottica (in russo: Великая отечественная войнаcontro l’invasore durante la Seconda guerra mondiale, tedesco ancor prima che nazista. 

Il richiamo alla Grande guerra patriottica è esplicito negli obiettivi di guerra dichiarati dal Presidente russo nel febbraio 2022. In effetti, il riferimento all’invasione subita nel 1941 costituisce la motivazione dell’aggressione su vasta scala (dopo quella iniziata nel 2014) all’Ucraina nel 2022: si tratta di un attacco preventivo per conseguire gli obiettivi della smilitarizzazione e della «denazificazione» dell’Ucraina, uno Stato in cui «i neonazisti di oggi che hanno preso il potere», gli eredi delle «bande dei nazionalisti ucraini, i complici di Hitler, che uccisero persone indifese durante la Grande Guerra Patriottica», costituiscono un pericolo esistenziale per la Russia. 

Inoltre questi obiettivi bellici, che potremmo definire locali, sono da Putin posti in un contesto più ampio: innanzitutto di polemica contro «i principali Paesi della Nato [che], al fine di raggiungere i propri obiettivi, sostengono in tutto i nazionalisti estremisti e i neonazisti in Ucraina» e hanno voluto l’espansione della Nato in Europa orientale, addirittura colonizzando i «territori a noi adiacenti, nei nostri stessi territori storici», così minacciando «l’esistenza stessa del nostro Stato, la sua sovranità». La polemica si completa con l’affermazione che «i risultati della Seconda guerra mondiale, così come i sacrifici fatti dal nostro popolo sull’altare della vittoria sul nazismo, sono sacri»1. In questi passaggi Putin implicitamente rievoca anche l’accusa sovietica a Francia e Regno Unito di non aver voluto allearsi con l’Unione Sovietica nel 1939 e di aver invece inteso spingere Hitler ad attaccare l’URSS, argomento portato come giustificazione del Patto di non-aggressione fra Hitler-Stalin dell’agosto 1939, in effetti il detonatore dell’esplosione della Seconda guerra mondiale. 


Al tempo dell’Unione Sovietica, la celebrazione della vittoria sull’invasore tedesco saldava la legittimazione interna del potere del Partito unico alla fondazione del dominio sovietico nell’Europa centrale ed orientale e, quindi, allo status di grande potenza mondiale dell’Unione Sovietica, consacrato dal seggio permanente nel Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Mentre la rivoluzione del 1917 arretrava gloriosamente nel passato remoto, nel dopoguerra crebbe progressivamente l’importanza della mitografia e della ritualità commemorativa della Grande guerra patriottica, con apogeo nei decenni tra il 1964 e il 1982, quando al potere era Leonid Brežnjev2. Specialmente quando declinata come lotta per l’esistenza nazionale e guerra in difesa della civiltà contro la barbarie, del socialismo sovietico come forma più alta di umanismo, era fondamento attuale ed efficace, in quanto più ampiamente vissuto e condivisibile, della legittimità interna ed internazionale del potere della burocrazia sovietica e dei partiti comunisti dei Paesi satelliti.  

La mitografia della Grande guerra patriottica era per l’imperialismo sovietico l’equivalente funzionale di quel che negli Stati Uniti del XIX secolo si diceva il «Destino manifesto» - la missione civilizzatrice dell’espansione continentale - e di quel che divenne la dottrina Monroe (il cui significato originario era tutt’altro3): la pretesa di una legittima sfera d’influenza nel Mediterraneo americano, tra il bacino caraibico e l’America centrale, considerato come il «cortile di casa» degli Stati Uniti. L’Ucraina è la parte più importante del «cortile di casa» dell’imperialismo russo. 

Tuttavia, esiste una basilare differenza politico-ideologica tra l’imperialismo sovietico e il nuovo imperialismo russo, coerente con le differenti matrici sociali, in un caso basate sull’integrale statalizzazione dell’economia, nell’altro sul capitalismo oligarchico. La dottrina Brežnjev della sovranità limitata dei Paesi dell’Europa centrale-orientale (in realtà già operante prima di Brežnjev) presupponeva i risultati geopolitici della Seconda guerra mondiale ma fondava la pretesa d’intervento armato sovietico nei membri Paesi del Patto di Varsavia e del Comecon sulla difesa della «democrazia popolare» dalle (presunte) forze della controrivoluzione (per l’invasione dell’Ungheria nel 1956), o sul contrasto delle deviazioni dalle (presunte) «leggi generali dello sviluppo socialista» - cioè dalla riforma del sistema, sgradita a Mosca – che, così sostenevano, avrebbero portato a restaurare il capitalismo (per l’invasione della Cecoslovacchia nel 1968)4.        

Dopo il crollo dello pseudosocialismo sovietico e della sua religione di Stato marxista-leninista, per giustificare l’interventismo negli affari interni dei nuovi Stati ex-sovietici la nuova Russia del capitalismo oligarchico non può più ricorrere ad argomenti che, in qualche modo, possano dirsi universalisti e orientati verso il futuro, come le suddette deviazioni dalle «leggi generali dello sviluppo socialista». Al contrario, le risorse da valorizzare sono quelle etnico-culturali evocative della passata grandezza statale, militare e geopolitica degli imperi russo e sovietico: del cosiddetto «mondo russo», coincidente con le aree della colonizzazione russa e della russofonia, a suo tempo imposta ai popoli colonizzati; della pretesa speciale missione geopolitica della civiltà della Russia, a cavallo tra Europa ed Asia; della mistica «trinitaria» della nazionalità russa, che nega l’indipendenza delle nazionalità bielorussa e ucraina. 

Emozioni, miti e riti della Grande guerra patriottica sono ancora oggi l’ancoramento più forte per definire un senso generale dell’esistenza individuale e di un’identità russa, tuttavia nella sua versione più nazionalista ed etnico-culturale, svuotata di contenuto sociale e universale, che nella tradizione sovietica era la dimostrazione della superiorità del socialismo e del leninismo, respinto da Putin come causa delle tendenze nazionaliste che portarono alla disgregazione dell’Unione Sovietica. Combinando la legittimazione dei «sacri risultati» geopolitici della Grande guerra patriottica mediante il sangue versato nella guerra contro l’invasore (nazista ma anche germanico e «occidentale») con la mistica «trinitaria» della nazionalità, il risultato è un pasticcio ideologico tra simbologia militarista sovietica e qualcosa che ricorda il motto nazista Blut und Boden. E, benché durante la Seconda guerra mondiale gli ucraini abbiano versato più sangue (das Blut) dei russi, è un pasticcio che si presta alla giustificazione della riconquista delle presunte «terre ancestrali» (der Boden) della Russiae che può riscuotere consenso tanto tra i nostalgici dello zarismo e tra i fascistoidi quanto tra gli antiamericanisti nostalgici dell’Unione Sovietica di Stalin e Brežnjev. 

Fanatici e imbecilli a parte, il fatto veramente importante è che la Grande guerra patriottica e i suoi «sacri risultati» sono ora il fondamento ideologico del tentativo di ricostruire una identità nazionale russa di tipo imperiale, di un «centrismo conservatore»5 di massa che si è fatto progressivamente più ambizioso e aggressivo, ideologicamente reazionario e politicamente repressivo, il campo ideologico in cui si fondono politica interna e internazionale, legittimazione interna del potere dell’odierna oligarchia statale ed economica russa e interessi espansionistici dell’imperialismo russo.      

Il modo in cui Putin ha formulato i suoi obiettivi di guerra non è mera retorica. Va preso molto sul serio perché ha conseguenze molto concrete per la condotta della guerra, per definire le condizioni della pace dal punto di vista russo, per la politica interna della Federazione Russa.  

 

 

lunedì 26 dicembre 2016

IL DISCORSO DI MOLOTOV DEL 31 OTTOBRE 1939 CHE PROCLAMA LA VOLONTÀ DI PACE DI HITLER, di Michele Nobile

Molotov tracciò un quadro organico della politica estera sovietica il 31 ottobre 1939, durante la quinta sessione (straordinaria) del Soviet supremo1. L'analisi di questo discorso è utile per chiarire una questione di grande rilievo storiografico e teorico: e cioè se la politica estera dell'Urss dell'epoca staliniana fosse ideologicamente dettata da una prospettiva politica leniniana oppure da criteri diversi. Il primo caso rimanda all'interpretazione liberale del Patto d'agosto fra Hitler e Stalin come convergenza fra i totalitarismi, motivata dalla condivisa ostilità alla democrazia e, più in particolare, dall'intento staliniano di trar profitto dalla guerra imperialista per estendere il sistema sovietico al resto d'Europa. Un'alternativa è l'interpretazione per cui la politica estera sovietica non differiva qualitativamente dalla Realpolitik delle grandi potenze e che nel 1939-41 avrebbe avuto l'obiettivo di rimanere fuori del conflitto. Questa grande corrente interpretativa assume la sostanziale dicotomia fra politica interna ed esterna e una logica geopolitica in cui lo spazio socio-politico è una sorta di dato naturale nel quale gli attori fondamentali sono gli Stati, nelle versioni più semplici intesi come blocchi internamente omogenei. Nonostante la sua apparente naturalità e astoricità - in quanto indifferente alle peculiarità sociali e ideologiche dei paesi in questione - anche questa classe di interpretazioni è figlia della modernità westfaliana e capitalistica. Trovo entrambi gli approcci insoddisfacenti in quanto entrambi, sia pur per opposti motivi, sottovalutano la specificità sociale della dittatura burocratica staliniana e le sue implicazioni circa i metodi e gli obiettivi di politica estera. Occorre spiegare la strategia discorsiva di Molotov e i suoi argomenti nel quadro di un'interpretazione che leghi le decisioni di politica estera all'ordine sociale e politico interno dell'Unione Sovietica.

Il discorso di Molotov si presenta strutturato in tre parti: nella prima Molotov trattò i grandi cambiamenti nella politica internazionale intervenuti nei due mesi seguiti alla quarta sessione del Soviet supremo, presentò un'interpretazione della guerra in corso fra le potenze liberali e la Germania nazista e delineò l'atteggiamento internazionale dell'Unione Sovietica nel contesto della guerra europea; nella seconda motivò in modo più specifico l'intervento in Polonia; nella terza fornì un quadro dei rapporti tra l'Urss e alcuni Stati per essa di particolare rilievo strategico: gli Stati baltici, la Finlandia, la Turchia, il Giappone.
È molto significativo che il primo dei grandi cambiamenti nella scena internazionale indicati da Molotov fosse il Patto d'agosto con la Germania nazista, «che ha posto fine alle anormali relazioni fra Germania e Unione Sovietica», seguito dal trattato di amicizia firmato il 28 settembre; nei documenti sovietici e del Comintern dell'epoca scomparvero l'antifascismo e la differenziazione fra i regimi politici delle potenze capitalistiche. Questo cambiamento precedeva nell'elenco il «collasso dello Stato polacco» e la «grande guerra divampata in Europa»: forse un errore perché, per una volta, la dirigenza staliniana diceva la verità. Infatti, con questo lapsus nell'ordinamento degli eventi recenti, Molotov ammise involontariamente il Patto che aveva firmato con Ribbentrop quale necessaria condizione strategica della detonazione della guerra da parte della Germania nazista, in quanto la liberava dal pericolo di dover condurre simultaneamente una guerra su due fronti con potenze industriali e bene armate. Si può inoltre notare come Molotov presentasse come fatto normale che «la patria del socialismo» intrattenesse buoni rapporti con il più bestiale nemico del movimento operaio, del socialismo e di tutto ciò che può dirsi civile e umano. Traspare così una visione del mondo gretta, statalista e nazionalista che dava il tono a tutto il discorso. Assumere come dato positivo la normalizzazione dei rapporti con il Terzo Reich era necessario per giustificare il brusco rovesciamento della linea della sicurezza collettiva e dei fronti popolari antifascisti. Si tratta di un argomento che si colloca nella secolare tradizione, risalente alla pace di Westfalia del 1648, al termine della Guerra dei Trent'anni, secondo la quale i corretti rapporti fra gli Stati europei escludono l'ingerenza negli affari interni.

lunedì 31 ottobre 2016

SETTEMBRE 1939: CONQUISTA E SPARTIZIONE DELLA POLONIA FRA TERZO REICH E UNIONE SOVIETICA. ALL'ORIGINE DELLA SECONDA GUERRA MONDIALE, di Michele Nobile

A Stalin, Mosca
La prego di accettare i miei più sinceri complimenti per il suo sessantesimo compleanno. Colgo l'occasione per farle i miei migliori auguri. Le auguro personalmente buona salute e un futuro felice per i popoli dell'amica Unione Sovietica.
(Adolf Hitler, 21 dicembre 1939)

A Stalin, Mosca
Ricordando le storiche ore al Cremlino, che hanno inaugurato la svolta decisiva nei rapporti tra i nostri due grandi popoli, così creando le basi per una duratura amicizia, vi prego di accettare le mie più vive felicitazioni per il suo compleanno.
(Joachim von Ribbentrop, ministro degli Affari esteri del Reich)

A Ribbentrop, Berlino
Grazie, Signor Ministro, per i suoi auguri. L'amicizia di sangue sigillata tra i popoli della Germania e dell'Unione Sovietica mostra tutti i segni di essere forte e duratura.
[Iosif Stalin (Pravda, 25 dicembre 1939)]

Camuffata sotto forma di trattato di non aggressione (con annesso protocollo segreto), l'alleanza di fatto fra l'Unione Sovietica di Stalin e il Terzo Reich di Hitler stipulata il 23 agosto 1939 risolse il fondamentale problema strategico della Germania: evitare la guerra su due fronti.
Il Patto d'agosto fu quindi la condizione politica e militare per l'invasione nazista della Polonia, perché ne rendeva impossibile la difesa mediante la costituzione di un forte fronte orientale contro la Wehrmacht1, e per questa stessa ragione fu anche la necessaria condizione strategica della sconfitta degli Alleati nel 1940 e dei successi politici e militari del nazismo in Europa fino al 1941. Che fra Hitler e Stalin si fosse stabilita un'alleanza di fatto è confermato dagli eventi successivi.
Nel settembre 1939 non fu solo la Wehrmacht ad aggredire la Polonia: all'attacco nazista del 1° settembre fece seguito l'invasione dell'Armata rossa da oriente, il 17 dello stesso mese. Nel secondo articolo del Protocollo segreto allegato al Patto di non aggressione era stato stabilito, fra l'altro, che «nel caso di una nuova sistemazione politico-territoriale nell'area dello Stato polacco, le sfere d'influenza della Germania e dell'Urss saranno definite all'incirca dalla linea dei fiumi Narew, Vistola e San». Inoltre, la decisione circa il «mantenimento di uno Stato polacco indipendente» venne rimandata al corso «degli ulteriori sviluppi politici»2. È quindi indubbio che ad agosto Hitler e Stalin concordarono la divisione delle sfere d'influenza in Polonia e nell'area baltica. Il Patto d'agosto venne rafforzato il 28 settembre da un Trattato di amicizia fra Germania e Urss che ridefinì le frontiere fra i due Stati nella conquistata Polonia, e accompagnato da un altro Protocollo segreto con cui le due potenze si impegnarono a scambiarsi popolazioni e prigionieri di guerra e a collaborare nella repressione della resistenza polacca; iniziarono anche i negoziati per la crescita degli scambi commerciali e la collaborazione militare, con la messa a disposizione del porto di Murmansk per le navi tedesche e della «Base nord» per i sommergibili, nella grande base navale di Zapadnaya Litsa, non lontana da Murmansk.
Tuttavia, una corretta e completa valutazione della duplice invasione e della spartizione della Polonia richiede che si risponda a diverse domande. Innanzitutto a queste: se il Protocollo allegato al Patto d'agosto definiva le sfere d'influenza, da questo scaturivano necessariamente oppure no anche l'invasione sovietica e la spartizione della Polonia? E poi: come si combinarono le prospettive di lungo periodo e l'improvvisazione tattica nelle decisioni sovietiche di invadere la Polonia, di annettere i Paesi baltici e di dichiarare guerra alla Finlandia? Quali erano e che valore avevano le giustificazioni sovietiche dell'invasione della Polonia? Corrisponde al vero che l'entrata dell'Armata rossa in Polonia aveva lo scopo di proteggere i bielorussi e gli ucraini, sui quali «incombeva il pericolo di cadere sotto il dominio tedesco», e che essa fu una «campagna di liberazione, per proteggere la vita e i beni della popolazione della parte occidentale della Bielorussia e dell'Ucraina occidentale», come sostenuto dalla pubblicistica e dalla propaganda sovietica3? È vero che senza l'intervento sovietico «l'Ucraina occidentale e la Bielorussia sarebbero diventate teste di ponte per aggredire l'Unione Sovietica»? Corrisponde al vero che «il governo polacco non era in grado di difendere il paese, abbandonò il popolo polacco al suo destino e fuggì all'estero»4? Per quale ragione e in che modo Stalin e Hitler decisero di cancellare del tutto la Polonia dalla mappa politica d'Europa, non concedendo neanche uno Stato polacco residuale? Quali erano i rapporti tra Mosca e le cancellerie degli Stati liberali in guerra con la Germania nazista? Quale significato politico e militare reale assunse la posizione di formale neutralità dell'Unione Sovietica nella guerra continentale? E quindi: qual era la situazione nel teatro di guerra al momento dell'invasione sovietica e quali furono per l'esercito polacco le conseguenze dell'attacco dell'Armata rossa? Come interagirono nel teatro polacco l'Armata rossa e la Wehrmacht? Come forze tra loro potenzialmente ostili o come alleate di fatto? E ancora: corrisponde o no a verità l'immagine della Wehrmacht tanto potente ed efficace, per armamento e per dottrina operativa, da risultare una macchina da guerra invincibile? È vero o no che con i Patti d'agosto e di settembre l'Unione Sovietica guadagnò tempo e spazio per prepararsi adeguatamente alla guerra con il Terzo Reich? A prescindere dalla valutazione politica ed etico-politica e considerando la questione in base ai criteri dell'approccio «realistico» alla politica internazionale, il calcolo strategico di Stalin nell'estate 1939 era ben fondato? Considerando i rapporti di forza, non sarebbe forse stato preferibile per l'Unione Sovietica battersi nel 1939 invece che subire l'attacco nel 1941?

giovedì 1 settembre 2016

77 ANNI DA QUANDO HITLER E STALIN ALLEATI DIEDERO INIZIO ALLA SECONDA GUERRA MONDIALE: ATTUALITÀ POLITICA E PROBLEMI STORIOGRAFICI E TEORICI DEL PATTO NAZI-SOVIETICO, di Michele Nobile

Nella notte del 23 agosto 1939 la Germania nazista e l'Unione Sovietica firmarono un Patto di non aggressione con il quale
«Le due parti contraenti s'impegnano ad astenersi da ogni atto di violenza, da ogni atteggiamento aggressivo e da ogni attacco contro l'altra parte, e questo sia da sole sia assieme ad altre potenze»1.
Così, nell'imminenza dell'aggressione nazista alla Polonia, Stalin si impegnò per dieci anni a intrattenere relazioni pacifiche e amichevoli con il Terzo Reich. Noto come patto Molotov-Ribbentrop, preferisco indicare il trattato del 23 agosto 1939 fra Germania e Unione Sovietica come patto fra Hitler e Stalin, perché questa denominazione rende meglio la sostanza dell'accordo e ben altra è la risonanza emotiva e politica suscitata dall'associazione di quei due nomi.
Al patto era allegato un Protocollo segreto. Nel poscritto alla bozza di trattato di non aggressione trasmessa il 19 agosto da Vjačeslav Michajlovič Molotov - presidente del governo sovietico, il Sovnarkom, e ministro degli Esteri – all'ambasciatore tedesco Friedrich-Werner von der Schulenburg, si specificava che il trattato sarebbe entrato in vigore «soltanto con la firma simultanea di un Protocollo speciale, includente i punti d'interesse delle parti contraenti nell'ambito della politica estera. Il Protocollo sarà parte integrante del Patto»2.
Il poscritto di Molotov fornisce l'interpretazione autentica dell'accordo con Hitler: Protocollo e Patto sono inseparabili. È importantissimo prendere nota di questo fatto perché quella della separabilità o meno del Patto e del Protocollo è ancora oggi questione politicamente scottante. L'affermazione di Molotov è pure indispensabile per comprendere il motivo che spinse Stalin ad accordarsi con Hitler e per stabilire quando venne presa questa decisione a Mosca.
Il Protocollo è inseparabile dal Patto perché ne fu la condizione e la sostanza: fu la disponibilità nazista a concordare con la dirigenza sovietica le sfere d'interesse tra Polonia e Baltico e fino al Mar Nero che convinse Stalin a firmare un patto di non-aggressione con Hitler. Il primo articolo del Protocollo segreto recita infatti che
«Nel caso di una nuova sistemazione politico-territoriale nell'area degli Stati baltici (Finlandia, Estonia, Lettonia, Lituania), il confine settentrionale della Lituania segnerà il limite tra la sfera d'influenza della Germania e quella dell'Urss; col che le due parti riconosceranno che il territorio di Vilna rientra nella sfera d'interesse della Lituania».
Il secondo articolo stabilì che «nel caso di una nuova sistemazione politico-territoriale nell'area dello Stato polacco, le sfere d'influenza della Germania e dell'Urss saranno definite all'incirca dalla linea dei fiumi Narew, Vistola e San». Le parti contraenti decisero di rimandare al corso «degli ulteriori sviluppi politici» il problema del «mantenimento di uno Stato polacco indipendente». Infine, l'Unione Sovietica faceva presente di avere interessi in Bessarabia e la Germania dichiarava di non avere alcun interesse politico in questa zona»3.

mercoledì 19 settembre 2012

«STALIN» DI BORIS SOUVARINE, di Andrea Furlan

Consideriamo importante la biografia di Stalin di Boris Souvarine perché è un'analisi dello stalinismo contestualizzata nella dinamica del processo rivoluzionario dell'Ottobre. Souvarine analizza ogni aspetto dello svolgimento involutivo del processo rivoluzionario, che descrive attraverso le sue grandi capacità di narratore degli eventi che visse da contemporaneo. L'analisi del processo controrivoluzionario viene svolta in uno sviluppo storico-politico di ampio respiro, che inizia dalla fondazione della socialdemocrazia russa per concludersi con il patto Hitler-Stalin e l'inizio del secondo conflitto mondiale.
Come tanti suoi contemporanei, Souvarine pagò il prezzo delle proprie idee e delle proprie scelte di oppositore allo stalinismo.
L'opera di Souvarine non è solo una biografia basata sulla personalità di Stalin e volta a far conoscere al mondo intero i crimini dello stalinismo ma, collocando le sue analisi critiche nella disamina storica del bolscevismo, fornisce gli strumenti essenziali che rafforzano un concetto fondamentale, che con il tempo è divenuto patrimonio comune tra gli storici di stampo marxista, e cioè la convinzione che lo stalinismo non nacque con l'avvento di Stalin al potere ma fu il frutto di un processo storico, politico e sociale determinatosi in Russia all'indomani dell'Ottobre.
Malgrado si tratti di un'opera monumentale di 983 pagine, pubblicata in Italia dalla casa editrice Adelphi, la lettura del testo risulta estremamente agevole e facilmente comprensibile per il lettore. Souvarine fu uno dei fondatori del Partito comunista francese e membro nel 1921 della segreteria della Terza internazionale. Venne espulso da entrambi gli organismi nel 1924 quando, dopo la morte di Lenin, si schierò con Trotsky nella battaglia contro Stalin. In Francia lavorò con Simone Weil nelle lotte del sindacalismo rivoluzionario francese. Il suo rapporto con Trotsky si interruppe invece nel 1939 sul dibattito sulla teoria della rivoluzione permanente, che Souvarine considerava, in aperta polemica con il «Vecchio», «una nozione verbosa e astratta».
Il ricordo della rivoluzione del 1917 risulta nitido malgrado dalla rivoluzione alla redazione e pubblicazione del libro, apparso per la prima volta nel 1935, fossero trascorsi diciotto anni. Il libro di Souvarine è stato la prima opera biografica che ha rivelato le nefandezze dello stalinismo, smascherando la costruzione artefatta delle leggende e dei miti sulla figura di Stalin. Souvarine si caratterizza sul piano storico-politico come un autentico pioniere, essendo stato tra i primi a denunciare apertamente lo stalinismo in un'epoca in cui nel mondo socialista lo stalinismo aveva trionfato nella Terza internazionale e in tutti i partiti comunisti presenti nei singoli stati nazionali e nella quale chi dissentiva apertamente da Stalin rischiava la vita.
Il libro fu pubblicato prima negli Stati Uniti e successivamente nello stesso anno anche in Francia, malgrado vari tentativi di boicottaggio orditi dagli ambienti staliniani con la compiacenza della borghesia mondiale che, in virtù dell'alleanza antinazista durante la guerra con la Russia di Stalin, agì di concerto con lo stalinismo per non far conoscere al mondo l'opera antistaliniana di Souvarine. Questa vicenda getta luce sulle tremende responsabilità della borghesia mondiale nell'aver contribuito a costruire il mito di Stalin in chiave antinazista, coprendo le responsabilità dello stalinismo nei massacri compiuti sia prima che durante la guerra, da Stalin e i suoi seguaci. Eminenti personalità politiche del mondo borghese come Roosevelt, Churchill e Truman diedero credito a Stalin, lo aiutarono in tutto e per tutto e lo foraggiarono durante il conflitto, alimentando l'idea propagandistica che Stalin fosse cambiato, divenendo veramente un uomo di pace devoto alla democrazia. Accrebbero così a dismisura la sua personalità a livello mondiale, facendolo passare non come uno dei principali responsabili dello scoppio del conflitto mondiale, ma come uno degli artefici della sconfitta di Hitler e vincitore della guerra.
Souvarine pone in risalto la figura di Stalin analizzando tutti i passaggi storico-politici che contrassegnarono l'ascesa al potere del dittatore. Nell'analisi dello stalinismo Souvarine non ha tralasciato nulla. Inizia con il fornire uno spaccato del quadro storico nel quale il dittatore georgiano si formò sia caratterialmente che politicamente, dai suoi trascorsi giovanili nel seminario di Tiflis fino alla sua adesione al movimento socialista, per poi passare ad analizzare criticamente le scelte compiute dai bolscevichi avvenute prima della nomina di Stalin alla carica di Segretario generale del Partito bolscevico (Partito comunista russo).
Souvarine rimase un marxista sino alla fine dei suoi giorni. Questa sua incrollabile certezza della necessità di costruire una società fondata sul socialismo non lo limitò sul piano della critica politica nel formulare precise accuse al bolscevismo. Inoltre la sua opera ha avuto il merito di aver ispirato i saggi di Hélène Carrère d'Encausse su Lenin e i numerosi lavori di Roj Medvedev su Stalin. Insieme a Memorie di un rivoluzionario di Victor Serge, con il quale ha collaborato in più occasioni durante la sua vita, l'opera di Souvarine si colloca in quell'esigua schiera di antistalinisti che non hanno accettato l'idea che la controrivoluzione burocratica sia avvenuta solo a partire dalla sconfitta di Trotsky in seno all'apparato del Partito bolscevico, bensì fosse cominciata prima, con le prime scelte del leninismo al potere.
In merito alla politica dei bolscevichi, che Souvarine analizza da cima a fondo - dalla presa del potere alla guerra civile e allo scontro tra Trotsky e Stalin all'indomani della morte di Lenin - l'autore esprime critiche al bolscevismo attribuendo a Trotsky e a Lenin la responsabilità di aver spianato la strada alla controrivoluzione burocratica che avrà in Stalin il suo principale interprete. Le scelte di trasformare la parola d'ordine «tutto il potere ai soviet» - nella quale tutte le forze politiche di opposizione allo zarismo e al kerenskismo si erano riconosciute - in «tutto il potere al Partito bolscevico» e di considerare la linea del Partito bolscevico come un dogma infallibile, fu per Souvarine l'inizio del processo degenerativo postrivoluzionario, durante il quale la democrazia tanto teorizzata da Lenin in Stato e rivoluzione non trovò mai attuazione nelle scelte compiute dai bolscevichi.

lunedì 25 aprile 2011

«PULIZIA DI CLASSE: IL MASSACRO DI KATYN» DI VICTOR ZASLAVSKY, di Andrea Furlan

Il 23 agosto 1939 fu firmato il Patto di collaborazione fra Germania nazista e Unione Sovietica (accompagnato dai protocolli segreti sulla spartizione della Polonia e altri territori) che determinerà un cambiamento dei rapporti di forza all'interno dell'Europa a favore della Germania, consentendo a Hitler di invadere la "sua" parte di Polonia e a Stalin la "sua", dando avvio in tal modo al più grande massacro della storia, cioè la Seconda guerra mondiale.
Il Patto, meglio conosciuto con il nome dei ministri degli Esteri Molotov e Ribbentrop, stabiliva la spartizione della Polonia e delle Repubbliche Baltiche in zone d'influenza tra la Germania di Hitler, che invaderà la Polonia il 1º settembre 1939, e l'Unione Sovietica di Stalin, che occuperà il 52% del territorio polacco assegnatole dal Patto due settimane più tardi, esattamente il 17 settembre 1939. A causa di questo accordo scellerato, il popolo polacco conoscerà sulla propria pelle, pagando prezzi altissimi in perdite di vite umane, l'occupazione militare da parte delle due dittature più feroci che la storia dell'umanità abbia mai prodotto.
Nel contesto delle vicende militari che accompagnarono la duplice invasione della Polonia, nella foresta di Katyn - località situata presso la città di Smolensk, nell'estrema Russia occidentale - si consumò nel marzo 1940 l'eccidio di 21.847 persone, fra militari e civili polacchi, per mano dell'Nkvd, la famigerata polizia politica sovietica. L'eccidio è stato documentato in varie pubblicazioni, ma qui ci limitiamo a presentare un libro prodotto in Italia da un grande storico di origini russe, in cui si descrive in modo documentato quanto accadde a Katyn e si chiarisce quali siano state le responsabilità politiche, etiche e morali di quell'orrendo massacro: è un libro edito da il Mulino nel 2006 - Pulizia di classe: Il massacro di Katyn (pp. 144, € 11,00) - scritto dallo storico e sociologo Victor Zaslavsky.
L'autore, nato a San Pietroburgo il 26 settembre 1937, è uno storico russo naturalizzato canadese che si è specializzato nello studio dei rapporti tra Italia e Unione Sovietica, e in particolare tra Pci e Pcus, dal 1945 al 1989. Laureato in Storia presso l'Università di San Pietroburgo, ha insegnato Sociologia politica alla Luiss di Roma, è autore di numerosi libri storici riguardanti l'Urss e una delle sue ricerche principali è contenuta nel libro Togliatti e Stalin. Il Pci e la politica estera staliniana negli archivi di Mosca, edito sempre da il Mulino nel 1997 e scritto in collaborazione con la moglie Elena Aga Rossi. Zaslavsky si è spento a Roma il 26 novembre 2009, all'età di 72 anni.
La vicenda narrata nel libro di Zaslavsky è stata descritta recentemente molto bene anche dal film del celebre regista polacco Andrzej Wajda - Katyn - distribuito in Italia nel 2009.

RED UTOPIA ROJA – Principles / Principios / Princìpi / Principes / Princípios

a) The end does not justify the means, but the means which we use must reflect the essence of the end.

b) Support for the struggle of all peoples against imperialism and/or for their self determination, independently of their political leaderships.

c) For the autonomy and total independence from the political projects of capitalism.

d) The unity of the workers of the world - intellectual and physical workers, without ideological discrimination of any kind (apart from the basics of anti-capitalism, anti-imperialism and of socialism).

e) Fight against political bureaucracies, for direct and councils democracy.

f) Save all life on the Planet, save humanity.

g) For a Red Utopist, cultural work and artistic creation in particular, represent the noblest revolutionary attempt to fight against fear and death. Each creation is an act of love for life, and at the same time a proposal for humanization.

* * *

a) El fin no justifica los medios, y en los medios que empleamos debe estar reflejada la esencia del fin.

b) Apoyo a las luchas de todos los pueblos contra el imperialismo y/o por su autodeterminación, independientemente de sus direcciones políticas.

c) Por la autonomía y la independencia total respecto a los proyectos políticos del capitalismo.

d) Unidad del mundo del trabajo intelectual y físico, sin discriminaciones ideológicas de ningún tipo, fuera de la identidad “anticapitalista, antiimperialista y por el socialismo”.

e) Lucha contra las burocracias políticas, por la democracia directa y consejista.

f) Salvar la vida sobre la Tierra, salvar a la humanidad.

g) Para un Utopista Rojo el trabajo cultural y la creación artística en particular son el más noble intento revolucionario de lucha contra los miedos y la muerte. Toda creación es un acto de amor a la vida, por lo mismo es una propuesta de humanización.

* * *

a) Il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi che impieghiamo dev’essere riflessa l’essenza del fine.

b) Sostegno alle lotte di tutti i popoli contro l’imperialismo e/o per la loro autodeterminazione, indipendentemente dalle loro direzioni politiche.

c) Per l’autonomia e l’indipendenza totale dai progetti politici del capitalismo.

d) Unità del mondo del lavoro mentale e materiale, senza discriminazioni ideologiche di alcun tipo (a parte le «basi anticapitaliste, antimperialiste e per il socialismo».

e) Lotta contro le burocrazie politiche, per la democrazia diretta e consigliare.

f) Salvare la vita sulla Terra, salvare l’umanità.

g) Per un Utopista Rosso il lavoro culturale e la creazione artistica in particolare rappresentano il più nobile tentativo rivoluzionario per lottare contro le paure e la morte. Ogni creazione è un atto d’amore per la vita, e allo stesso tempo una proposta di umanizzazione.

* * *

a) La fin ne justifie pas les moyens, et dans les moyens que nous utilisons doit apparaître l'essence de la fin projetée.

b) Appui aux luttes de tous les peuples menées contre l'impérialisme et/ou pour leur autodétermination, indépendamment de leurs directions politiques.

c) Pour l'autonomie et la totale indépendance par rapport aux projets politiques du capitalisme.

d) Unité du monde du travail intellectuel et manuel, sans discriminations idéologiques d'aucun type, en dehors de l'identité "anticapitaliste, anti-impérialiste et pour le socialisme".

e) Lutte contre les bureaucraties politiques, et pour la démocratie directe et conseilliste.

f) Sauver la vie sur Terre, sauver l'Humanité.

g) Pour un Utopiste Rouge, le travail culturel, et plus particulièrement la création artistique, représentent la plus noble tentative révolutionnaire pour lutter contre la peur et contre la mort. Toute création est un acte d'amour pour la vie, et en même temps une proposition d'humanisation.

* * *

a) O fim não justifica os médios, e os médios utilizados devem reflectir a essência do fim.

b) Apoio às lutas de todos os povos contra o imperialismo e/ou pela auto-determinação, independentemente das direcções políticas deles.

c) Pela autonomia e a independência respeito total para com os projectos políticos do capitalismo.

d) Unidade do mundo do trabalho intelectual e físico, sem discriminações ideológicas de nenhum tipo, fora da identidade “anti-capitalista, anti-imperialista e pelo socialismo”.

e) Luta contra as burocracias políticas, pela democracia directa e dos conselhos.

f) Salvar a vida na Terra, salvar a humanidade.

g) Para um Utopista Vermelho o trabalho cultural e a criação artística em particular representam os mais nobres tentativos revolucionários por lutar contra os medos e a morte. Cada criação é um ato de amor para com a vida e, no mesmo tempo, uma proposta de humanização.