1. Un radicale cambiamento nell’approccio ai fenomeni detti populisti
Populista! è ingiuria assai frequente, direi quanto il prezzemolo in cucina, tanto che fra le battute del teatro politico ha preso il posto di un’altra, che pare obsoleta: comunista!
Tuttavia, gli epiteti populismo e populista sono straordinariamente versatili.
Populisti sarebbero Marine Le Pen e l’olandese Geert Wilders, Beppe Grillo e Matteo Salvini, il turco Recep Tayyip Erdoğan e i britannici Nigel Farage e Boris Johnson; ma alla lista possono aggiungersi anche Alexīs Tsipras e Syriza prima maniera, Jeremy Corbyn e Bernie Sanders. Se poi lasciamo vagare l’etichetta del populismo nel tempo e nello spazio, vedremo che essa si appiccica a Gandhi e Nasser, a Frantz Fanon, Julius Nyerere e Thomas Sankara e, ovviamente, ai tanti populisti latinoamericani: Víctor Raúl Haya de la Torre, Lázaro Cárdenas, Juan Domingo Perón e sua moglie Evita, Víctor Paz Estenssoro e Fidel Castro, fino ai più recenti neopopulismi: il subcomandante Marcos, Hugo Chávez, Evo Morales e Rafael Correa. Sul lato destro abbiamo invece Alberto Fujimori, presidente del Perù dal 1990 al 2000, e Abdalá Bucaram, presidente dell’Ecuador per sei mesi fino alla destituzione - nel febbraio 1996 - per motivi che si possono intuire dal soprannome: el loco. Non sarebbe giusto trascurare come populisti la coppia genitoriale del neoliberismo, Margaret Thatcher e Ronald Reagan, oppure i padrini della «terza via» social-liberista, Bill Clinton e Tony Blair. E che dire di Barack Obama, il messia nero della redenzione, sicuramente la vedette (pseudo)populista di maggior successo da diversi anni a questa parte?
Dimenticavo: proprio l’Italia ha avuto due grandi esempi di partiti popolari e diversamente populisti, il Partito comunista e la Democrazia cristiana - l’uno all’opposizione l’altro al potere - il cui breve e ultimo abbraccio fu il «compromesso storico» moroteo e berlingueriano.
Dal combattente contro il colonialismo al Presidente della prima potenza imperialista, da una parte o dall’altra tutti i personaggi elencati sono stati tacciati di populismo. La lista può allungarsi ancora, secondo il gusto personale.
E allora, cosa vuol dire populismo? Il concetto è sempre stato oggetto di discussione, ma nell’ultimo quarto di secolo il suo uso si è dilatato in modo da risultare incomprensibile. Dal punto di vista teorico, il motivo di questo fenomeno è uno stravolgimento radicale del metodo prevalente con cui si definisce il populismo. Tuttavia, ciò è la conseguenza del prevalente uso politico strumentale dell’etichetta.
Pur non trascurandone l’ideologia e la psicologia, le migliori analisi del populismo tra gli anni ‘50 e ‘70 del secolo scorso vertevano sulle condizioni strutturali del fenomeno e sulla dinamica del conflitto politico, sia interno che internazionale. Si trattava, allora, del grado più o meno avanzato di modernizzazione del paese, degli effetti delle migrazioni interne, dell’urbanizzazione, della stratificazione sociale e del mercato del lavoro, di sostituzione delle importazioni, di scambio ineguale, della collocazione del paese nell’economia mondiale. Di qui poi l’analisi della forza relativa e della dinamica del conflitto tra le classi sociali, della crisi di rappresentanza dei partiti tradizionali e di legittimità delle istituzioni, del rapporto dei partiti o dei governi populisti con le organizzazioni sindacali e i movimenti contadini, del come le vicende nazionali incidevano sulla scena politica internazionale e di quale fosse la linea delle grandi potenze a questo proposito. Si consideravano gli obiettivi e i metodi della trasformazione istituzionale, della riforma sociale e della politica economica, industriale e monetaria dei partiti populisti.
Vero è che l’epoca d’oro del populismo e dei regimi nazional-popolari si sovrapponeva grosso modo a quella della teoria della modernizzazione attraverso successivi stadi di sviluppo. Viceversa, l’epoca del declino dei regimi populisti iniziò all’incirca con il trionfo della Rivoluzione cubana e continuò con lo sviluppo delle guerriglie di liberazione sociale e nazionale - non solo in America latina - la critica della teoria della modernizzazione e dei partiti comunisti legati all’Unione Sovietica, la discussione intorno alla dialettica di sviluppo e sottosviluppo o dello sviluppo ineguale e combinato nell’economia mondiale capitalistica1.
Nei primi decenni del XXI secolo la precedente problematica pare del tutto evaporata dall’uso del termine e dalla discussione intorno al populismo, forse perché al tempo della società dello spettacolo e del postmoderno tutto ciò appare irrimediabilmente «moderno» e sorpassato, se non deprecabile. Sicché il populismo è diventato uno stile politico, una mentalità, un atteggiamento, una «categoria dello Spirito», una strategia discorsiva, un «significante vuoto» aperto a qualsiasi contenuto, un epiteto. Il populismo è diventato molte cose, tranne che un concetto operativo risultante da un’analisi che possa dirsi fondata sulla determinazione storica e sociale del fenomeno considerato. Nella polemica politica, nei commenti giornalistici e nell’attuale letteratura più o meno accademica, il denominatore comune peculiare dei fenomeni populisti è per lo più individuato nello stile comunicativo di un leader carismatico centrato sulla costruzione discorsiva della contrapposizione tra un noi virtuoso - il popolo - e un loro corrotto - l’élite. La definizione di cosa sia popolo per il populismo può così coprire un amplissimo spettro politico e di società perché, col medesimo stile o con la medesima logica discorsiva, da una parte si possono porre gli oppressi, i lavoratori, i produttori, i poveri, gli uomini e le donne semplici, gli sfruttati, i nazionali, la razza; dall’altra i potenti e l’élite, le «banche» e/o la finanza, i ricchi, gli intellettuali, «i burocrati di Bruxelles» e i fautori dell’euro, i capitalisti, gli imperialisti, gli stranieri e i migranti invasori, gli ebrei. Che il lettore disponga pure i termini in coppie di opposti noi-loro secondo le sue preferenze.
Il concetto di populismo è sempre stato controverso, ma l’approccio alla questione ora prevalente appare assai povero e formalistico, un regresso intellettuale e un’arma per la polemica politica spicciola invece che uno strumento d’analisi di una situazione determinata su cui, eventualmente, fondare una strategia politica.
L’uso corrente dell’attributo populista non solo violenta la realtà storica - non differenziando movimenti sociali e regimi politici, confondendo in una notte buia situazioni di grande complessità, ambiguità, contraddizioni e potenzialità, in effetti diseducando alla riflessione storica e politica - ma blocca e distorce la riflessione sulle più significative trasformazioni e contraddizioni dei sistemi politici contemporanei.
Eppure, la posta in gioco intorno al concetto di populismo è grande.
2. L’iperinflazione del termine populismo
Nel miglior saggio che mi sia capitato di leggere sul significato dell’antipopulismo odierno, Marco D’Eramo riporta una statistica che mostra la crescita esponenziale dell’uso del termine populismo nella saggistica fra il 1920 e il 2013 (comprendendovi articoli in riviste): su 6.370 titoli (con duplicati), ben 5.183 (l’85%) sono stati pubblicati a partire dagli anni ‘90 del XX secolo, di cui 2.801 nel primo decennio del nuovo secolo; dal database risultano invece solo 53 titoli pubblicati fra il 1920 e il 1940 e 1.134 nei quattro decenni successivi2. Significativa perché nuova è anche l’associazione fra populismo e fascismo: 4 titoli (in effetti due duplicati) fra il 1920 e il 1950; 29 fra anni ‘60 e ‘80; 177 (l’84%) fra l’ultimo decennio del XX secolo e il 2013. È palese lo slittamento della connotazione del termine, presumibilmente perché impiegato con diversa metodologia e applicato a fenomeni diversi dai precedenti. Questa statistica non è che la conferma di una tendenza che avevo già percepito nel corso del tempo. Ho fatto anch’io una piccola ricerca, sul catalogo del Servizio bibliotecario nazionale italiano. Ho rintracciato 301 titoli contenenti la parola populismo, compresi articoli su riviste. Escludendo volumi in lingue diverse dall’italiano e diverse edizioni della stessa opera, i risultati sono questi: 4 titoli fra il 1938 e gli anni ‘50; 8 negli anni ‘60; 17 negli anni ‘70; 21 negli anni ‘80; 17 negli anni ‘90; 121 dal 2000 in avanti. È evidente il balzo quantitativo nell’impiego del termine, ma anche la qualità degli argomenti è interessante. Fino all’ultimo decennio del secolo scorso predominavano i titoli sul populismo russo, statunitense e latinoamericano: la grande opera di Franco Venturi sul populismo russo, e titoli come «Classe, generazione e popolo nel pensiero di José Carlos Mariátegui» (Antonio Melis, 1967); Diderot: un letterato dall'assolutismo illuminato al populismo democratico (Paolo Alatri, 1972); Momenti dell’esperienza politica latino-americana. Tre saggi su populismo e militari in America latina (a cura di Ludovico Garruccio, 1974); Rivoluzione permanente e populismo. Ipotesi su Trockij (Marisa Forcina, 1976); Il populismo americano. Movimenti radicali di protesta agraria nella seconda metà dell’800 (Valeria Gennaro Lerda, 1980); Marxismo e populismo, 1861-1921. Attualità del più importante dibattito teorico-politico del secolo scorso (Franco Battistrada, 1982); Vasilij Pavlovič Voroncov e la cultura economica del populismo russo, 1868-1918 (Alberto Masoero, 1988). Dagli anni ‘90 in avanti la grande maggioranza dei titoli riguarda invece l’Italia e l’Europa, con un taglio prevalentemente politologico e di preoccupazione per il pericolo costituito dal populismo per la democrazia. Nessuna pretesa di esaustività e scientificità in questa mia ricerca, ma la tendenza è chiara.
Evidentemente la fortuna del termine populismo è radicalmente cambiata. Non solo l’uso del termine è proliferato esponenzialmente, uscendo dalla discussione in circoli politici abbastanza ristretti e dagli studi accademici, ma ha mutato natura. Da strumento d’analisi di movimenti, partiti e regimi specifici - certo, per nulla univoco - esso è diventato essenzialmente un’arma di polemica e, direi, di esorcismo politico. A nulla valgono le recenti escursioni per i rami della storia: quel che domina è l’approssimazione. Non mi riferisco tanto al contenuto dei testi, che va valutato nel merito, ma proprio al concetto a cui fanno riferimento: il populismo, che è diventato uno spettro.