L’associazione Utopia rossa considera suo fondamento politico il principio secondo cui il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi si deve riflettere l’essenza del fine. Non ha programmi politici, come del resto non ne aveva la Prima internazionale. Nonostante le più diverse provenienze ideologiche dei suoi sostenitori, essa ritiene che l’anticapitalismo dilagato dopo l’inizio dell’Antirivoluzione russa (dicembre 1917) sia stato motivato fondamentalmente da idee precapitalistiche, cioè retrograde, e non da progetti di civiltà in grado di superare il capitalismo sviluppando ulteriormente i suoi modelli di democrazia. Ciò spiega anche il prevalere, nella storia della cosiddetta «sinistra», di simpatie per i regimi dittatoriali di ogni specie e colore. Utopia rossa si batte contro l’ulteriore diffusione di ideologie precapitalistiche vecchie e nuove (in campo politico, culturale, ecologico, religioso ecc.), come parte della sua battaglia per il superamento del capitalismo, se si vuole salvare la vita sulla Terra con la sua umanità. In questo senso la sua utopia continua ad essere rossa.

The Red Utopia association considers its political foundation to be the principle that the end does not justify the means, but that the means must reflect the essence of the end. It has no political program, just as the First International did not. Despite the diverse ideological backgrounds of its supporters, it believes that the anti-capitalism that spread after the start of the Russian Anti-Revolution (December 1917) was fundamentally motivated by pre-capitalist – that is, retrograde – ideas, and not by civilizational projects capable of overcoming capitalism and of further developing its democratic models. This also explains the prevalence, throughout the history of the so-called «left», of sympathies for dictatorial regimes of all kinds and colors. Red Utopia fights against the further spread of old and new pre-capitalist ideologies (in the political, cultural, ecological, religious, and other fields) as part of its battle to overcome capitalism, if life on Earth, including its humanity, is to be saved. In this sense, its utopia remains red.

PER SAPERNE DI PIÙ CI SONO UNA COLLANA DI LIBRI E UN BLOG IN VARIE LINGUE…

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giovedì 20 giugno 2024

PRESENTAZIONE DI «LENIN E L’ANTIRIVOLUZIONE RUSSA»


Qui di seguito un nostro post del 2011, che il Circolo Matteotti di Sestri levante consiglia sul suo sito - https://circolo.noblogs.org - «per non arrivare “impreparati” al 22 Giugno!».

UTOPIA ROSSA E UN'IDEA NUOVA DI RIVOLUZIONE

di Roberto Massari

Il testo dell’intervista è comparso in appendice alla tesi di laurea di Michele Azzerri su Rivoluzione e internazionalismo discussa a luglio 2011 all’Università di Roma. Ringraziamo Azzerri per la gentile concessione e gli facciamo i nostri complimenti per l’impegno messo nella sua ricerca. [la Redazione]

Per iniziare, puoi presentarmi Utopia Rossa sotto il profilo nazionale e internazionale?

UR è un’associazione politica libertaria, di cui fanno parte al momento compagni e compagne di provenienza marxista, marxista libertaria, anarcocomunista, situazionista, trotskista, guevarista, leninista, femminista, sindacalista, cristiana e forse mi sfugge qualcosa. Ognuno è libero di mantenere la propria ideologia di provenienza e non è responsabile delle posizioni ideologiche altrui. Magari cerchiamo di fare in modo che ognuno si informi e si interessi agli aspetti positivi delle altre provenienze ideologiche. È quindi un’associazione non-ideologica (né tantomeno ideologizzata) nella quale non ci sono statuti, non ci sono congressi, dirigenti, gerarchie o apparati di sorta. Non c’è nemmeno obbligo di quote. A ben vedere non c’è obbligo di nulla, tranne il rispetto dei sei punti di principio rivoluzionari dei quali parleremo più avanti. In UR ci si sta perché si ha voglia di starci e ci si sta con i ritmi e nel modo in cui si ha voglia di starci, senza sacrifici, obblighi o complessi di colpa per «inattività».

lunedì 20 maggio 2024

UN FILOSOFO FASCISTA PER PUTIN

di Jurij Dunaev

(con questo articolo inizia la collaborazione del compagno Jurij Dunaev con Utopia Rossa) 


BILINGUE: ITALIANO - РУССКИЙ


Mosca - Nel grigiore del dibattito intellettuale in Russia di questi ultimi anni, ha destato un certo interesse nei giorni scorsi una polemica sulla figura del filosofo russo Ivan Il’in, sostenitore dei Bianchi durante la guerra civile russa, esule in Occidente in epoca sovietica e poi diventato negli anni 2000 “il pensatore più apprezzato” da Vladimir Putin. Fin qui nulla di male: non è un delitto essere stati anticomunisti, vieppiù in URSS. Tuttavia Il’in non fu solo acerrimo nemico di Lenin e di Stalin, ma anche un aperto simpatizzante prima di Hitler e Mussolini e poi, nel dopoguerra, dei dittatori della penisola iberica Franco e Salazar che glorificò più volte nei suoi scritti. 

Mostrò aperto sostegno anche al nazismo in Germania al momento della sua ascesa con un articolo pubblicato sulla rivista Vozraždenija il 17 maggio 1933, Il nazionalsocialismo, la via russa. In questo saggio il filosofo si lamentava che «l’Europa non capisce il movimento nazionalsocialista» e chiedeva agli ebrei di «farsi da parte»: «Mi rifiuto categoricamente di vedere gli eventi degli ultimi tre mesi in Germania dal punto di vista degli ebrei tedeschi, che hanno perso la loro posizione giuridica in pubblico, sofferto finanziariamente o addirittura sono fuggiti dal Paese». Il nazismo andava invece valutato come «un movimento di passione nazionale e politica, concentrata in dodici anni, che per anni, sì, anni, ha versato il sangue dei suoi aderenti nelle battaglie con i comunisti». Il nazismo non sarebbe stato altro che «una reazione agli anni del dopoguerra. di decadenza e sconforto, una reazione di dolore e rabbia... Che cosa ha fatto Hitler? Ha fermato il processo di bolscevizzazione in Germania e ha reso un grande servizio a tutta l’Europa».

Recentemente il governo russo ha deciso di dedicare a questa figura Il centro di formazione dell'Università statale russa per le discipline umanistiche, provocando l’irata reazione del Partito Comunista.

La polemica per tale discutibile decisione è apparsa patetica da una parte ma, da un altro punto di vista, paradigmatica. Patetica perché promossa dai comunisti di Gennady Zjuganov che non sapendo ormai come distinguersi da Putin, utilizzano argomenti di carattere culturale pur di far parlare di sé. Un partito che rivendica i gulag e il totalitarismo e ritiene giustificabile ancora oggi il patto Ribentropp-Molotov del 1939, dovrebbe avere ben pochi titoli per parlare di antifascismo. Anche perché più volte lo stesso Zjuganov ha sostenuto nei suoi scritti (pubblicati in Italia dalla casa editrice di estrema destra “All’insegna del Veltro”) “la necessità di un piano per unire le correnti storiche rosse e bianche nella lotta al Mondialismo”. 

La diatriba quindi avrebbe potuto essere lasciata, per dirla con Marx, alla “critica roditrice dei topi” se non avesse incontrato la reazione piccata delle massime autorità del Cremlino. Il Presidente della Duma Vjačeslav Volodin, ha affermato che “non è questo il momento di iniziare dispute di questo tipo quando i nazisti di Washington e Bruxelles hanno scatenato una guerra contro la Russia, prefiggendosi il compito di infliggere una sconfitta strategica al nostro Paese”. Ha citato a questo proposito lo stesso Il’in, affermando che "gli stranieri sosterranno e inciteranno ogni tipo di odio, mentre la Russia deve purificarsi e liberarsi da queste forze distruttive e spegnere, sradicare da sé questo spirito di guerra civile che la minaccia". 

Il portavoce di Putin, Dmitrij Peskov, ha sentito anche lui il bisogno di intervenire nella contesa, sottolineando che “il Presidente ha effettivamente citato ripetutamente Ilyin ed è inaccettabile che si attacchi in questo contesto anche Aleksander Dugin”, l’ideologo neofascista russo che più si impegna per far conoscere l’opera del filosofo cultore della “Russia sovrana”. 

È un caso che l’entourage del Presidente russo si accalori così tanto per promuovere e difendere una figura così controversa? No di certo. Come a Roma i sostenitori più o meno aperti del regime di Putin utilizzano ogni genere di argomenti per la loro crociata antioccidentale, a Mosca si mettono insieme il diavolo di Stalin con l’acqua santa di Il’in pur di attaccare “le plutocrazie occidentali”.


РУССКИЙ

domenica 21 gennaio 2024

LENIN: FONDATORE DELLA ČEKA E PRIMO RESPONSABILE DELL’ANTIRIVOLUZIONE RUSSA (II parte)

di Roberto Massari


TRILINGUE: ITALIANO - ENGLISH - ESPAÑOL


Era il dicembre 1917…

La Čeka fu fondata il 7(20) dicembre 1917, meno di sei settimane dopo la conquista del potere da parte del soviet di Pietrogrado, avvenuta il 25 ottobre (7 novembre per il calendario gregoriano che la Russia adotterà a fine gennaio 1918). Era passato quindi solo un breve periodo da quel grande rivolgimento politico e sociale, eppure il gruppo dirigente bolscevico, con Lenin in prima fila, già pensava a come avocare unicamente a sé, con uno strumento classico di morte e segretezza, il potere politico conquistato dal proprio partito.

Ma di che partito si trattava a dicembre 1917?

Un partito di quadri, senza dubbi. E un partito di  combattimento, anche se ancora al di sotto su tale piano degli standard del principale partito concorrente (i socialisti-rivoluzionari). Nel complesso, marxista «di sinistra», con molto dogmatismo (stile Seconda internazionale), attenuato o arricchito dalle interpretazioni che del marxismo davano le sue principali teste pensanti (alcuni dei migliori intellettuali russi). Era però anche in balìa delle oscillazioni ideologico-filosofiche di Lenin (ormai giunto in privato e segretamente all’hegelismo, come si verrà a sapere non prima del 1929), ma senza che ciò si ripercuotesse sensibilmente sulle scelte immediate. Fondato su un forte senso di autodisciplina, rigidamente gerarchico e tutt’altro che democratico, il partito era ciononostante dotato di una vivace dialettica interna che a tratti si sarebbe potuta definire addirittura effervescente. 

Nel quindicennio di vita del Partito, le divergenze su questioni tattiche non erano di certo mancate, a cominciare dalla baraonda fondativa nel 1903. Ma il più delle volte esse si erano manifestate apertamente, salvo essere poi risolte con manovre, compromessi e qualche espulsione. Le divergenze si erano viste soprattutto dopo l’esperienza fallimentare del bolscevismo nel 1905 (Prima rivoluzione russa e primo Soviet della storia), nella questione del rapporto con i menscevichi, per gli espropri delle banche nel Caucaso e così via.

sabato 20 gennaio 2024

LENIN: FONDATORE DELLA ČEKA E PRIMO RESPONSABILE DELL’ANTIRIVOLUZIONE RUSSA (I parte)

di Roberto Massari


TRILINGUE: ITALIANO - ENGLISH - ESPAÑOL


Cento anni fa moriva Lenin, ormai prigioniero di Stalin e senza più rapporti con il mondo esterno. Nelle ultime settimane prima della conquista del potere era stato il dirigente di una Rivoluzione iniziata a febbraio e terminata tra dicembre 1917 e gennaio 1918. Insieme a Trotsky e al gruppo dirigente bolscevico, Lenin fu il principale responsabile per la trasformazione di quella grande conquista dell’umanità in una Antirivoluzione che avrebbe poi aperto la porta alla Controrivoluzione staliniana.

La vera personalità politica di Lenin è soffocata da oltre un secolo di falsità. Si parla di suoi grandi contributi teorici, ma la sua ideologia passò dal narodničestvo all’amore per Plechanov, per Kautsky, per Bogdanov e infine molto ingenuamente per Hegel. Mai per i contributi teorici di Trotsky e Rosa Luxemburg. Cambiò in continuazione le idee politiche sul partito, sullo Stato, sui soviet, sui comitati di fabbrica, sull’economia e sulla natura del socialismo affidandosi al più puro empirismo. Fu un vero centrista, maestro della tattica. Arrivato al potere creò subito segretamente la Čeka per combattere i socialisti-rivoluzionari che erano ancora maggioranza nei soviet. Per lo scioglimento dell’Assemblea costituente fu criticato in vita da Rosa Luxemburg. Ma in realtà Lenin liquidò subito anche i soviet e i comitati di fabbrica. A Kronštadt soffocò la Terza rivoluzione russa. Capì troppo tardi l’errore che aveva fatto nel concedere tanto potere a Stalin.

Su Lenin e la Rivoluzione russa ho scritto vari libri. Dall’ultimo - Se questi sono uomini… Dalla Čeka a Kronštadt al Gulag - ho tratto alcune pagine iniziali che propongo soprattutto per i giovani perché imparino a diffidare delle leggende che vengono ancora ripetute su Lenin e il bolscevismo, in genere con grande disonestà intellettuale.

(r.m.)  


Teoria leninista della Čeka

«...della Čeka!? Scusa, ma non era... del partito?!».

Sì lo era ed è sempre stata del partito, in ossequio a una leggenda immarcescibile che, sorta nei primissimi anni del Novecento e in una ben precisa circostanza storica (testo principe il famigerato Che fare?), si è poi tramandata in tutta la letteratura del e sul «comunismo». Tutta o pressoché tutta. Talmente radicata in passato nell’inconscio collettivo di massa - grazie all’opera infaticabile dell’intellighenzia di sinistra mondiale - da contagiare anche storici ed esegeti d’ogni provenienza (compresi intellettuali anticomunisti nelle loro più svariate accezioni). Tutti pronti a difendere o a esorcizzare una presunta «teoria leninista del partito» (bolscevico, ovviamente) che invece non è mai esistita.

Eppure non richiederebbe un grande sforzo intellettuale verificare 1) Che il Che fare? fu scritto nel 1901-1902 per una discussione sulla tattica (iskrista), nel quadro della polemica contro uno sparuto gruppo di economicisti (grosso modo «operaisti» d’epoca, al II Congresso del Posdr nel 1903, poi dissoltisi), come confermò lo stesso Lenin nella lettera a Ivan Ivanovič Radčenko (1874-1942) del 9(22) luglio 1902. 2) Che Lenin l’aveva in parte già contraddetto prima del Congresso con la «Lettera a un compagno» del settembre 1902. 3) Che lo stesso Lenin lo ripudiò esplicitamente nel 1907 (raccolta Dodici anni), e 4) che non si è mai concretizzato in una qualche organizzazione politica.

In breve: non è mai esistita una teoria leninista del partito e quindi nemmeno un Partito leninista nel senso proprio del termine. È esistita invece un’organizzazione leniniana, di cui Lenin fu sempre il capo, anche se un paio di volte dovette faticare per restarlo; ed essa cambiò nome e fisionomia a seconda delle necessità del momento. Basti solo pensare alla trasformazione epocale rappresentata dal passaggio dalla clandestinità alla situazione di dualismo di poteri del dopo Febbraio 1917 o dal partito di quadri di professione alle leve di massa del 1920-23, fino alla smisurata «leva Lenin» del 1924.

domenica 25 giugno 2023

PUTIN, IMPAURITO DAI MERCENARI DI PRIGOŽIN

rinnega la Rivoluzione del 1917 e di fatto s’identifica con lo zar Nicola II

di Piero Bernocchi

[Premessa di R. Massari: Quindi fu giustificata la campagna di stampa che nel 1917 accusò Lenin di aver preso i soldi dai tedeschi (il vagone piombato e tutto il resto) per far uscire la Russia dalla Grande guerra? Putin dice di sì e rilancia l’accusa: quello di Lenin e dei bolscevichi fu un vero e proprio «tradimento» e per giunta un disastro che portò al crollo dello Stato zarista (quello Stato zarista che Putin sta tentando disperatamente di ricostruire). Kerenskij e i suoi ministri, Kornilov e gli altri generali, lo zar e il suo seguito imperiale avevano ragione a voler proseguire la guerra contro la Germania, il grosso del popolo russo aveva torto a volerla fare finita. Purtroppo vinse il popolo… anche se solo temporaneamente.

P.S. Per i più giovani: Attenzione. Qualche intellettuale hitlerocomunista (ce ne sarà pure rimasto qualcuno che incarni questo ossimoro) cercherà d’imbrogliarvi dicendo che invece il popolo russo voleva proseguire la guerra, come si vide nella discussione su Brest-Litovsk. Ma per farlo dovrà nasconderevi che la discussione su Brest-Litovsk avvenne nel 1918 (cioè dopo il crollo dell’Impero zarista) e che quei boslcevichi (tra i quali Trotsky in una prima fase), socialrivoluzionari o anarchici che non volevano firmare la pace, pensavano a una guerra rivoluzionaria, cioè un’estensione della Rivoluzione russa e non certo a una guerra nazionalistica in difesa del capitalismo russo.  Poi anche questi capirono che le avrebbero prese sonoramente dai tedeschi e ripiegarono sulla posizione di Lenin che, per quell’occasione, fu la più sensata storicamente. Ora però sorge il dubbio, dopo le parole di Putin, che Lenin e i bolscevichi continuassero a prendere i soldi dai tedeschi…  (r.m.)]

Incredibile ma vero: Putin nel panico rinnega la rivoluzione russa del '17 (quella dell'Ottobre) e di fatto s'identifica con lo zar Nicola II. Dice, infatti, non solo che la ribellione armata messa in atto dai gruppi paramilitari Wagner di Prigožin contro l’esercito regolare rappresenta una minaccia mortale per la Russia, ma va ben oltre, paragonandola con “la pugnalata alle spalle del 1917 che ha consegnato la vittoria al nemico comune nella Prima guerra mondiale". Come già fatto dal suo illustre predecessore e modello Iosif Vissarionovič Džugašvili, detto Stalin ("uomo d'acciaio"), nel momento del massimo pericolo se ne fotte di storia, princìpi, ideologia e fa appello alla Grande Madre Russia. Che, aggiunge, sta subendo un tradimento analogo a quello del '17 ("Quello che stiamo affrontando non è altro che un tradimento causato dalle eccessive ambizioni”). Come allora, secondo Putin, "il tradimento potrebbe avere conseguenze catastrofiche"; e come allora, “intrighi, litigi, politica alle spalle dell'esercito e del popolo si sono trasformati nel più grande shock, la distruzione dell'esercito e il crollo dello Stato, la perdita di vasti territori”. Dunque, questo fu il risultato della Rivoluzione russa dell'Ottobre, secondo Putin: distruzione dell'esercito e crollo dello Stato, perdita di vasti territori.  E il tutto provocato non dalla volontà di chiudere con lo zarismo e con un regime feudale, ma, miserabilmente, da intrighi, litigi, politica alle spalle dell'esercito e del popolo. Alla fin fine questo, e non altri motivi "nobili", avrebbe spinto i bolscevichi a fare la rivoluzione, con gli effetti "catastrofici" sottolineati da Putin.
 Sbalorditivo, no? Certo, tra tutti i possibili sviluppi dell'invasione russa dell'Ucraina, questo era davvero il meno prevedibile, di sicuro quello che Putin, autistico e solipsista come tutti gli autocrati dal comportamento e dalle pratiche       dittatoriali, non aveva manco preso in considerazione. L'imperialismo sovietico, nel corso di una settantina di anni, di infamie e imprese ignobili ne ha compiute una infinità, ma la follia di mettersi nelle mani di eserciti mercenari, per giunta in un'impresa ad altissimo rischio come  l'invasione dell'Ucraina, non l'aveva mai fatto. E invece il neoimperialismo russo, rilanciato da Putin nell'ultimo ventennio, è riuscito a dare a decine di migliaia di feroci professionisti della guerra e a un losco figuro come Prigožin un potere inaudito, cancellando il fatto che i mercenari si chiamano così perchè guerreggiano per denaro, non hanno ideali nè bandiere o princìpi, e vanno con chi paga di più e meglio.
    Poi Prigožin si accontenterà delle sinecure che Putin sembra disposto a concedergli in extremis, con la Wagner a 200 km da Mosca, e della dimostrazione data al mondo che Putin non era e non sarebbe in grado di fermarlo: e magari anche i suoi mercenari se la caveranno in qualche modo. Ma il colpo al prestigio e alla credibilità putiniana è di quelli mortali, e inciderà ulteriormente sul morale, già bassissimo, delle truppe russe, regolari o mercenarie, sul fronte ucraino, con possibili conseguenze assai rilevanti sull'andamento della guerra e sui tempi della sua auspicabile fine. E dire che ancora fino a pochi mesi fa, per il 99% dei pacifisti italiani (veri o finti, "storici" o dell'ultimissima ora) l'unica possibilità di fine della guerra non poteva che essere la resa incondizionata dell'Ucraina: "tanto non hanno alcuna possibilità di vittoria, così prolungano solo distruzioni e massacri", era il leitmotiv ripetuto ossessivamente, di fatto incolpando non Putin e la Russia, ma gli ucraini del prolungamento delle atrocità in atto. E invece...


Nella diffusione e/o ripubblicazione di questo articolo si prega di citare la fonte: www.utopiarossa.blogspot.com

domenica 13 dicembre 2015

SCHWARZ: SURREALISMO E RIVOLUZIONE, ANCHE, di Roberto Massari

IN DUE LINGUE (Italiano, Francese)

«Il surrealismo si è formato su una concezione rivoluzionaria dell'uomo e del mondo, in un'epoca in cui le visioni tradizionali dei loro rapporti erano sprofondate nella [Grande] Guerra… Seguendo modalità particolari, i surrealisti diventarono marxisti e freudiani, portando l'accento sulla duplice rivoluzione da compiere: "trasformare il mondo", "cambiare la vita". Pensavano di poterci arrivare con un'attività globale di creatività a partire dall'individuo, considerato a sua volta come una totalità, e per mezzo di uno strumento, la poesia, che si confondeva con l'attività propria dello spirito. Questa permanenza creatrice doveva esercitarsi nella libertà incondizionata del sentire e dell'agire, fuori dai compartimenti della vita e dell'arte, e col desiderio di recuperare integralmente l'individuo».
Skira, 2014
Così Maurice Nadeau nell'aggiunta del 1957 alla sua opera classica del 1944 (Histoire du Surréalisme, Seuil, 1964, pp. 189 e 190), che si può considerare pionieristica e longeva ancor più dell'autore, morto a 102 anni nel 2013 - lucido e in piena attività come ci apparve quando lo incontrammo nei giorni del suo centesimo compleanno.
La sintesi sopra riportata è alla base della tradizione di pensiero in cui possiamo collocare anche le tesi di fondo o alcune riflessioni sostanziali che Arturo Schwarz espone nel suo nuovo imponente lavoro su Il surrealismo. Ieri e oggi (sottotitolo: Storia, filosofia, politica, Skira, 2014, pp. 540 - con CD allegato). L'intento analitico - e allo stesso tempo polemico verso usuali e infondate generalizzazioni - viene formulato da Schwarz in apertura, quando afferma che il surrealismo è fondamentalmente uno «stato d'animo», una concezione della vita libera da qualsiasi costrizione esterna o interiore, un inno alla libertà stessa: pura e cangiante come il flusso di un fiume in cui ciò che è stato non sarà più e il tragitto percorso non potrà condizionare le future imprevedibili svolte o accelerazioni della corrente. Concetti ripresi all'inizio del cap. 4 (p. 99, ma si veda anche p. 107), dove si afferma che «il surrealismo è un'altra filosofia dell'esistenza, un modo di pensare, di agire e di riflettere - in entrambi i sensi - l'individuo, la storia e l'arte».
Ma come per i fiumi non è sempre possibile ritrovare la sorgente, perché essa a volte si nasconde all'interno di un monte o sotto un cumulo di rocce, così per il surrealismo non si può stabilire una data di nascita ufficiale, anche se diffusa è l'opinione che esso abbia cominciato a vivere di vita propria tra il 1914 e il 1918 - con particolare visibilità nel 1916 - sotto il cumulo delle rovine provocate dalla prima grande carneficina mondiale. Di qui la vecchia diatriba (del tipo l'uovo o la gallina) se sia nato prima Dada (il Dadaismo di Tristan Tzara) o il Surrealismo (fondatore Breton).
Il termine fu coniato da Apollinaire, ma sarà usato in senso specificamente «surrealista» - cioè riferito a una creazione artistica fondata sull'automatismo psichico, sul sogno, sulla derive (quale verrà ripresa in àmbito situazionista) - solo a partire dal 1920 nella rivista Littérature. Ma difficilmente si potrebbero immaginare altre due correnti di pensiero estetiche, artistiche o filosofiche o le tre cose insieme, più vicendevolmente condizionantesi, più geneticamente intrecciate. Sono invece i loro diversi sviluppi e destini che possono spiegare le incertezze teoriche riguardo alla loro comune origine, da intendersi in senso teorico-spirituale e non necessariamente pratico-editoriale. E fra le varie possibili motivazioni fu certamente il tipo di impegno politico prevalente tra i collaboratori raccolti intorno a Breton, a segnare in primo luogo una divaricazione dei surrealisti dal movimento fondato da Tzara.

lunedì 24 agosto 2015

COMITATI DI FABBRICA E SOVIET NELLA RIVOLUZIONE RUSSA, di Roberto Massari

Riunione del soviet di Pietrogrado, 1917
1. La nascita dei comitati di fabbrica

John Reed assistette entuasiasta agli inizi della rivoluzione russa del 1917. Morì nel 1920, in tempo per intuire qualcosa del processo degenerativo in corso, ma senza immaginare quale mostruosità politica stesse prendendo forma storica nella fase declinante di quella grande rivoluzione. Con la sua celebre cronaca egli è entrato a far parte, a sua volta, di quella vicenda; il suo nome ha assunto una rinomanza quasi leggendaria nella tradizione del «giornalismo rivoluzionario» e, grazie al giudizio favorevole che ne diede Lenin, il suo libro ha continuato a circolare nel movimento operaio internazionale anche durante i decenni bui dello stalinismo.
Ebbene, dal momento che la scarsa documentazione sul ruolo e l'importanza dei comitati di fabbrica1 [cdf] è tutta successiva agli eventi del biennio 1917-18 - e quindi inevitabilmente intrisa di deformazioni, sia per l'entusiasmo delle correnti a favore, sia per la malafede di chi contribuì a liquidare quella grande esperienza di democrazia operaia - la testimonianza di John Reed può avere un valore emblematico per iniziare la nostra riflessione.
Nel primo capitolo di Dieci giorni che sconvolsero il mondo, parlando delle premesse della rivoluzione d'Ottobre, quando - per usare le sue suggestive parole - «la grande Russia partoriva, nel dolore, un mondo nuovo», Reed tratteggia i caratteri e gli strumenti delle forze sociali in movimento: i soviet, le cooperative, i sindacati, gli zemstvo, i congressi delle nazionalità, i contadini, i partiti politici, i giornali finalmente senza bavaglio, le case editrici libere, i camerieri che rifiutavano le mance ecc.: tutto ciò mentre
«dal fronte continuavano la loro lotta contro gli ufficiali e nei comitati imparavano ad autogovernarsi. Nelle fabbriche quelle incomparabili organizzazioni russe, che sono i consigli di fabbrica, acquistavano esperienza e forza e prendevano coscienza della propria missione storica di lotta contro l'antico ordine di cose»2.
Spesso confusi con i soviet o con gli organismi sindacali, i cdf avevano invece avuto una dinamica propria, non sempre realmente distinguibile con nettezza da quella dei soviet, soprattutto nella fase più avanzata della rivoluzione. Vediamo qualcuna di queste differenze.
Si può cominciare dalla data di nascita. Il primo soviet della storia era nato a Pietroburgo, nel corso della rivoluzione del 1905, spontaneamente e come sostituto di organismi di rappresentanza politica che la repressione zarista non aveva mai permesso. Nel soviet erano poi confluite le istanze economiche dei lavoratori, esigenze di democrazia ecc., ma la sua natura era stata essenzialmente politica, così come politica era stata la sua direzione (Trotsky come presidente, il partito menscevico ampiamente presente, i bolscevichi e altre formazioni presenti a loro volta, anche se in netta minoranza). La storia di quel primo «parlamento» popolare3 affondava nel fermento antizarista (vivace sin dalla fine del secolo precedente), nella svolta verso le fabbriche di una parte del vecchio terrorismo narodniko, nei vari tentativi compiuti per costruire organismi di rappresentanza più o meno ufficiali sui luoghi di lavoro.

RED UTOPIA ROJA – Principles / Principios / Princìpi / Principes / Princípios

a) The end does not justify the means, but the means which we use must reflect the essence of the end.

b) Support for the struggle of all peoples against imperialism and/or for their self determination, independently of their political leaderships.

c) For the autonomy and total independence from the political projects of capitalism.

d) The unity of the workers of the world - intellectual and physical workers, without ideological discrimination of any kind (apart from the basics of anti-capitalism, anti-imperialism and of socialism).

e) Fight against political bureaucracies, for direct and councils democracy.

f) Save all life on the Planet, save humanity.

g) For a Red Utopist, cultural work and artistic creation in particular, represent the noblest revolutionary attempt to fight against fear and death. Each creation is an act of love for life, and at the same time a proposal for humanization.

* * *

a) El fin no justifica los medios, y en los medios que empleamos debe estar reflejada la esencia del fin.

b) Apoyo a las luchas de todos los pueblos contra el imperialismo y/o por su autodeterminación, independientemente de sus direcciones políticas.

c) Por la autonomía y la independencia total respecto a los proyectos políticos del capitalismo.

d) Unidad del mundo del trabajo intelectual y físico, sin discriminaciones ideológicas de ningún tipo, fuera de la identidad “anticapitalista, antiimperialista y por el socialismo”.

e) Lucha contra las burocracias políticas, por la democracia directa y consejista.

f) Salvar la vida sobre la Tierra, salvar a la humanidad.

g) Para un Utopista Rojo el trabajo cultural y la creación artística en particular son el más noble intento revolucionario de lucha contra los miedos y la muerte. Toda creación es un acto de amor a la vida, por lo mismo es una propuesta de humanización.

* * *

a) Il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi che impieghiamo dev’essere riflessa l’essenza del fine.

b) Sostegno alle lotte di tutti i popoli contro l’imperialismo e/o per la loro autodeterminazione, indipendentemente dalle loro direzioni politiche.

c) Per l’autonomia e l’indipendenza totale dai progetti politici del capitalismo.

d) Unità del mondo del lavoro mentale e materiale, senza discriminazioni ideologiche di alcun tipo (a parte le «basi anticapitaliste, antimperialiste e per il socialismo».

e) Lotta contro le burocrazie politiche, per la democrazia diretta e consigliare.

f) Salvare la vita sulla Terra, salvare l’umanità.

g) Per un Utopista Rosso il lavoro culturale e la creazione artistica in particolare rappresentano il più nobile tentativo rivoluzionario per lottare contro le paure e la morte. Ogni creazione è un atto d’amore per la vita, e allo stesso tempo una proposta di umanizzazione.

* * *

a) La fin ne justifie pas les moyens, et dans les moyens que nous utilisons doit apparaître l'essence de la fin projetée.

b) Appui aux luttes de tous les peuples menées contre l'impérialisme et/ou pour leur autodétermination, indépendamment de leurs directions politiques.

c) Pour l'autonomie et la totale indépendance par rapport aux projets politiques du capitalisme.

d) Unité du monde du travail intellectuel et manuel, sans discriminations idéologiques d'aucun type, en dehors de l'identité "anticapitaliste, anti-impérialiste et pour le socialisme".

e) Lutte contre les bureaucraties politiques, et pour la démocratie directe et conseilliste.

f) Sauver la vie sur Terre, sauver l'Humanité.

g) Pour un Utopiste Rouge, le travail culturel, et plus particulièrement la création artistique, représentent la plus noble tentative révolutionnaire pour lutter contre la peur et contre la mort. Toute création est un acte d'amour pour la vie, et en même temps une proposition d'humanisation.

* * *

a) O fim não justifica os médios, e os médios utilizados devem reflectir a essência do fim.

b) Apoio às lutas de todos os povos contra o imperialismo e/ou pela auto-determinação, independentemente das direcções políticas deles.

c) Pela autonomia e a independência respeito total para com os projectos políticos do capitalismo.

d) Unidade do mundo do trabalho intelectual e físico, sem discriminações ideológicas de nenhum tipo, fora da identidade “anti-capitalista, anti-imperialista e pelo socialismo”.

e) Luta contra as burocracias políticas, pela democracia directa e dos conselhos.

f) Salvar a vida na Terra, salvar a humanidade.

g) Para um Utopista Vermelho o trabalho cultural e a criação artística em particular representam os mais nobres tentativos revolucionários por lutar contra os medos e a morte. Cada criação é um ato de amor para com a vida e, no mesmo tempo, uma proposta de humanização.