L’associazione Utopia rossa considera suo fondamento politico il principio secondo cui il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi si deve riflettere l’essenza del fine. Non ha programmi politici, come del resto non ne aveva la Prima internazionale. Nonostante le più diverse provenienze ideologiche dei suoi sostenitori, essa ritiene che l’anticapitalismo dilagato dopo l’inizio dell’Antirivoluzione russa (dicembre 1917) sia stato motivato fondamentalmente da idee precapitalistiche, cioè retrograde, e non da progetti di civiltà in grado di superare il capitalismo sviluppando ulteriormente i suoi modelli di democrazia. Ciò spiega anche il prevalere, nella storia della cosiddetta «sinistra», di simpatie per i regimi dittatoriali di ogni specie e colore. Utopia rossa si batte contro l’ulteriore diffusione di ideologie precapitalistiche vecchie e nuove (in campo politico, culturale, ecologico, religioso ecc.), come parte della sua battaglia per il superamento del capitalismo, se si vuole salvare la vita sulla Terra con la sua umanità. In questo senso la sua utopia continua ad essere rossa.

The Red Utopia association considers its political foundation to be the principle that the end does not justify the means, but that the means must reflect the essence of the end. It has no political program, just as the First International did not. Despite the diverse ideological backgrounds of its supporters, it believes that the anti-capitalism that spread after the start of the Russian Anti-Revolution (December 1917) was fundamentally motivated by pre-capitalist – that is, retrograde – ideas, and not by civilizational projects capable of overcoming capitalism and of further developing its democratic models. This also explains the prevalence, throughout the history of the so-called «left», of sympathies for dictatorial regimes of all kinds and colors. Red Utopia fights against the further spread of old and new pre-capitalist ideologies (in the political, cultural, ecological, religious, and other fields) as part of its battle to overcome capitalism, if life on Earth, including its humanity, is to be saved. In this sense, its utopia remains red.

PER SAPERNE DI PIÙ CI SONO UNA COLLANA DI LIBRI E UN BLOG IN VARIE LINGUE…

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giovedì 7 dicembre 2023

SCAMBIO DI IDEE SUL NUCLEARE

di Roberto Massari e Michele Nobile

 

Una cosa d’altri tempi: A scrive una lettera a B. B risponde facendo notare gli errori di A. A si rende conto che B ha ragione e passa sulle sue posizioni. Ma decide anche di rendere pubblico lo scambio di idee, visto che contiene ben due autocritiche (in realtà una e mezza). Ve lo immaginate se facessero o facessimo tutti così? (r.m.) 

 

Caro Michele,

dopo la nostra chiacchierata telefonica riguardo all’incontro di Dubai, mi sono andato a documentare un po’ meglio sullo stato della produzione di energia elettrica da nucleare nel mondo.

Tale produzione cresce molto (ma non tanto come sarebbe necessario) e si amplia molto anche il numero dei paesi che in un modo o in un altro vi fanno ricorso. In https://it.wikipedia.org/wiki/Energia_nucleare_nel_mondo c’è una bella cartina a colori che chiarisce visivamente la situazione. A parte l’intera Africa e una fetta occidentale dell’America latina, quasi tutto il mondo sta usando o progettando di usare il nucleare. In nero sono invece raffigurate l’Italia, la Germania, l’Austria, la Danimarca e l’Irlanda che il nucleare lo hanno abbandonato per scelta politica e in qualche caso referendaria.

Inutile dire che prima o poi anche questi paesi dovranno tornare al nucleare per ovvie ragioni economiche, di concorrenza ecc. E nell’attesa che l’umanità trovi altre fonti non fossili produttrici di energia (a parte le rinnovabili già in uso), questa rimane la principale misura che può rallentare significativamente il riscaldamento della terra.

Quindi contrariamente a posizioni del passato che ho condiviso con la ex estrema sinistra, io spero ormai da qualche tempo che la produzione nucleare cresca rapidamente, si estenga anche ai Paesi poveri, e ovviamente abbia caratteristiche sempre più sicure in modo che non si ripetano i tre disastri (quello degli Usa 1979, dell’Ucraina sovietica 1986 e del Giappone 2011). Per il futuro si parla di fusione invece che di fissione, ma purtroppo non ho la competenza scientifica per capire veramente di cosa si tratti, ma capisco abbastanza che gli impianti di nuova generazione offrono garanzie di sicurezza sempre maggiori.

A fronte della grande diffusione di centrali nucleari funzionanti da decenni nel mondo (Usa, Francia, Russia, Cina ecc.) direi che il bilancio del passato (quei tre soli disastri) è tutto sommato accettabile visto che le previsioni per il 2050 sono che circa 21 milioni di persone dovranno morire in conseguenza del cambio climatico. Quante esplosioni delle centrali nucleari previste a Dubai per il 2050 (dove si è parlato di triplicare la produzione) equivalgono in vittime a questi 21 milioni?

Domanda scema.

Ma se nessuna delle centinaia di centrali in funzione o previste dovesse subire disastri?

Domanda un po’ meno scema, anche perché si combina col mio inguaribile ottimismo nei confronti del progresso scientifico. E qui tu ed io possiamo risparmiarci tutte le fesserie scritte nel passato, non da noi ma da altri, sulla presunta scienza «borghese» distinta da quella «proletaria»: pazzie marxologiche che qualcuno non mancherà di ripetere. 

Il fatto che in misura crescente ci si libererà dalla dipendenza petrolifera - quindi dal ricatto di paesi megaproduttori come la Russia e alcuni Paesi arabi (Venezuela a parte perché politicamente non tocca l'Italia) - avrà delle forti conseguenze politiche, comprese quelle cui accennavi tu.

Ed è qui che la mia mente si è imbarcata in un altro tipo di ragionamento che mi fa piacere comunicare a te e, per ora, a pochissimi altri.

Ed ecco l’altro ragionamento.

Noi della ex estrema sinistra italiana le battaglie le abbiamo perse praticamente tutte. Ciò non ha mai avuto una grande importanza perché la società dello spettacolo esige solo che l’estrema sinistra conduca le battaglie, ma che le vinca o le perda le è indifferente. E del resto le carriere politiche degli esponenti della ex estrema sinistra si sono costruite tutte sulle battaglie condotte a perdere, e mai su delle vittorie. Qualcuno ci prova ancora.

Ma è vero che le abbiamo perse proprio tutte?

No. La nuova generazione contestatrice e antisistemica nacque proprio con una vittoria, la prima e l’ultima veramente sua: abolimmo nel 1968 la legge 2314 del ministro della Pubblica istruzione Luigi Gui. Quella fu l’unica vittoria «nostra», fatta cioè dall’estrema sinistra (all’epoca non ancora corrotta e veramente di massa). I risultati di quella vittoria, però, non si videro mai e la scuola è diventata il mercimonio «aziendalistico» che sappiamo: simbolicamente vincemmo, ma materialmente perdemmo anche nel nostro mondo specifico, cioè la scuola e l’università.

In tempi più recenti abbiamo vinto il referendum sull’acqua (non da soli), ma la cosa non ha cambiato veramente nulla. La «vendita» privata dell’acqua continua ad essere quasi come prima. Ed io, forte di quel referendum vinto, dopo aver rifiutato di pagare la ditta Talete per ben 11 anni, alla fine mi sono dovuto arrendere quando mi hanno tagliato l’acqua, e ho dovuto pagare tutti gli arretrati (ma senza interessi e quindi un po’ ci ho anche guadagnato…)

La terza vittoria che mi viene in mente è quella del movimento contro la centrale nucleare di Montalto di Castro che è poi confluita nella vittoria al referendum del 1987 per la fine dell’energia nucleare in Italia.

Ebbene, delle tre «nostre» vittorie, questa è stata l’unica effettiva, reale. Di centrali nucleare non se ne sono più costruite e si sono spente quelle in funzione.

Perché solo questa vittoria è stata risparmiata dall’avversario? E poi, concretamente, chi era l’avversario?

Queste non sono domande sceme, perché prima o poi (spero prima che poi) in Italia si porrà nuovamente il bisogno di tornare al nucleare, come del resto fanno allegramente e da decenni nostri vicini importanti (come la Francia) e meno importanti (come la Slovenia; la Svizzera non ho capito bene come si stia muovendo). Sorgerà quindi un possente movimento di massa intenzionato a impedire che ciò accada, diretto da persone che sapranno benissimo di dover perdere, ma comunque faranno la loro carriera: gli Ermete Realacci e i Chicco Testa del futuro.

Probabilmente ci sarà una saldatura con gli eredi degli attuali sostenitori del traffico degli esseri umani, della distruzione di Israele e della sconfitta dell’Ucraina, oltre ai vari no Vax, no Tav, no Ponte, no Mose (a quando «no Tax»?), no a questo e no a quell’altro. Probabilmente perderanno, ma a me farebbe piacere sapere perché è stata rispettata la precedente vittoria.

Il no al nucleare ci ha rafforzati nella nostra dipendenza dalla Russia e dai Paesi arabi. C’era forse lo zampino di qualcuno di questi dietro quella vittoria? Me lo chiedo, consapevole di peccare di dietrologia e complottismo. Ma i conti non mi tornano.

La domanda non è scema perché c’è stato il grande precedente di Enrico Mattei, fondatore e capo dell’Eni, ucciso a ottobre 1962 proprio perché stava cercando di rendere l'Italia indipendente dal controllo petrolifero delle Sette Sorelle. Delle quali, all’epoca, la Russia non faceva parte.

Insomma, per strani meandri della mente, la mia riflessione sull’incontro di Dubai mi ha portato a ripensare sulla natura di questa vittoria contro il nucleare, la «nostra» unica vera vittoria (movimentista dapprima, referendaria poi) che la ex sinistra ha nel proprio paniere.

Quando questa decisione - che ormai considero retrograda e dannosa per l’ambiente - dovrà essere rivista, sorgeranno forze oscure intenzionate a difenderla, strumentalizzando i prevedibili movimenti locali. E avranno buon gioco perché sulle prime nessuna città italiana vorrà avere una centrale nucleare nelle proprie vicinanze, nell’ingenua convinzione che se esplodessero le centrali francesi o slovene (e nel futuro forse nuovamente svizzere) la loro città non sarebbe raggiunta dalla nube radioattiva.

Shalom

Roberto

 

* * *

 

Caro Roberto,

pensavo anch’io da tempo all’eventuale ricorso all’energia nucleare come misura per affrontare la crisi climatica globale in corso. Il motivo, giusto per indicare approssimativamente il tempo a disposizione, è che stando a una stima del 2022 ci restano solo nove anni e un ammontare massimo di emissioni di 380 miliardi di tonnellate di CO2 per avere un 50% di probabilità di evitare che il pianeta raggiunga la temperatura di 1,5°C. I tempi sono dunque strettissimi, ma sventuratamente esistono ottimi motivi per ritenere che saranno superati.

Quando giustamente protestavamo contro il nucleare civile - oltre che militare - e la costruzione di nuove centrali, non esisteva ancora la conoscenza scientifica del problema del riscaldamento globale. Anzi, ricordo che si parlava della possibilità del raffreddamento globale del pianeta. Il contesto è quindi completamente diverso da quello degli anni ’70; perfino ai tempi del referendum italiano che portò alla chiusura delle centrali, era il 1987, la questione non aveva ancora la rilevanza che avrebbe avuto di lì a pochi anni. Allora il problema era la sicurezza e il dramma di Čornobyl.

In questo nuovo contesto occorre considerare tutti i modi possibili per ridurre tutte le emissioni di gas serra causate dall’attività umana - in particolare di CO2 - e tra questi anche l’utilizzo della produzione d’energia elettrica in impianti nucleari. Insomma, il nucleare civile non si deve più considerare un tabù. Su questo concordiamo.

Tuttavia, io intendo l’utilizzo dell’energia nucleare come misura parziale e temporanea in vista di una ristrutturazione complessiva della società che sia ecologicamente compatibile. Qui la parola decisiva è «parziale», a cui potrei anche premettere un «assai». Questa è una posizione diversa da quella che hai espresso nella lettera, circa il fatto che l’energia nucleare «rimane la principale misura che può rallentare significativamente il riscaldamento della terra». Non è così, questo entusiasmo è eccessivo; il nucleare è al più una delle opzioni da considerare insieme ad altre. Si può cambiare idea a fronte del fatto nuovo del riscaldamento globale, considerare l’opportunità del ricorso anche al nucleare, rompere un tabù – un tempo legittimo – ma è altro dal dire che la via principale sia il nucleare. 

Non dico questo per via dei problemi di sicurezza già noti, che pure non sono poca cosa: sicurezza degli impianti; rischio di proliferazione delle armi nucleari; rischio che impianti nucleari siano attaccati durante una guerra; rischio che terroristi si impossessino di materiale nucleare; difficilissimo problema dello smaltimento delle scorie nucleari in siti sicuri per centinaia di migliaia di anni.

Sorvolo su cambiamenti socio-economici e mi riferisco proprio alla questione specifica della riduzione delle emissioni di gas serra, a quanto il mezzo – nucleare - sia adeguato al fine, l’obiettivo di contenere il riscaldamento globale.

Innanzitutto, bisogna dire che l’impiego del nucleare dovrebbe essere simultaneamente sostitutivo delle fonti d’energia fossile nel quadro della riduzione del consumo totale di energia. Il rischio, altrimenti, è che si avvalori la logica di chi vuole ridurre il consumo delle fonti fossili solo dopo il rilancio del nucleare.

In secondo luogo, occorre considerare i tempi di costruzione delle stesse centrali nucleari. Nelle condizioni tecnico-scientifiche e finanziarie migliori, che sono quelle dei Paesi a capitalismo avanzato e della Cina e della Russia, che hanno già esperienza e conoscenze nel settore, la costruzione di una centrale nucleare richiede minimo almeno cinque anni, più spesso sette-otto e anche più. Ciò senza contare tempi di progettazione e approvazione dei progetti. Considerando anche questi ultimi, l’eventuale effetto positivo dell’ampia diffusione della produzione d’elettricità mediante impianti nucleari deve collocarsi verso i vent’anni. Troppo. Dalla progettazione all’operatività, i tempi di grossi impianti solari o a vento sono fra i due e i cinque anni.

In terzo luogo, in quale rapporto si trovano ora le fonti di energia rinnovabili e la produzione nucleare? E in che misura dovrebbe aumentare la produzione di energia elettrica nucleare come alternativa alle fonti fossili? Nucleare ed energie rinnovabili sono in questo momento allo stesso livello: il 10% e qualcosa della produzione di elettricità. Una frazione maggiore va alla produzione idroelettrica e il resto - 60% ca. - a fonti fossili. In realtà non c’è una tendenza generale alla crescita della fonte nucleare: è in Cina che si trova almeno la metà delle nuove centrali costruite nell’ultimo ventennio. Dunque, difficile immaginare che il nucleare possa coprire in tempo utile una parte significativa di quel 60% e passa delle fonti fossili.

In quarto luogo, occorre considerare il costo relativo di produzione delle diverse fonti. Nel corso dei decenni, il costo delle rinnovabili è caduto tantissimo, il costo del nucleare è aumentato: per unità di produzione d’energia è almeno da tre a cinque volte quello delle fonti rinnovabili. Il nucleare è una opzione da Paesi industrializzati e ricchi, in grado di sovvenzionare la costruzione di centrali, certo non per quelli sottosviluppati.

In quinto luogo, il problema non è solo e forse neanche principalmente quello della trasformazione della produzione d’energia ma dell’utilizzo della stessa. Alla produzione di elettricità va circa un quarto delle fonti di energia primaria (delle fonti non ancora trasformate in energia elettrica), il resto va ai trasporti, usi industriali e domestici. È in questi ultimi campi che si potrebbe agire più rapidamente per ridurre il consumo totale di energia, che resta l’obiettivo fondamentale. Pensa ai trasporti pubblici, alla riduzione dei trasporti aerei (che scandalosamente possono costare meno del treno), ai pannelli solari per abitazioni, all’isolamento termico ecc.

In sesto luogo, mi risulta che le emissioni totali di CO2 dell’intera filiera di un impianto nucleare, dall’estrazione di uranio alla sistemazione del combustibile nucleare esaurito, siano di poco inferiori a quelle di una centrale a gas. Queste emissioni sono molto superiori a quelle risultanti da fonti rinnovabili. Inoltre, tutti gli impianti con combustibili fossili e a uranio producono calore (e vapore acqueo); quelli solari lo sottraggono.

In sintesi: volendo progettare la transizione a una società sostenibile il nucleare non deve essere escluso a priori, ma la sua utilità è da verificare in base a situazioni concrete, alle alternative disponibili, ai costi-opportunità. In nessun caso questo deve essere inteso come via principale o alternativa a fonti di energia rinnovabili, alla riduzione del trasporto su gomma e aereo, alla riduzione dei consumi energetici in tutti i modi possibili. Le rinnovabili possono conseguire effetti più rapidamente e a minor costo del nucleare, e senza gli altri problemi associati all’uranio e al plutonio, viceversa con effetti di riduzione delle esternalità negative. Non esiste una soluzione tecnica, ma una molteplicità di soluzioni in tanti campi.

Il che rimanda a cambiamenti nella produzione e nel consumo, uso del suolo e deforestazione che in definitiva sono l’obiettivo da conseguire.

 Michele


Nella diffusione e/o ripubblicazione di questo articolo si prega di citare la fonte: www.utopiarossa.blogspot.com

giovedì 17 maggio 2018

POPULISMO E PSEUDOPOPULISMO IN ITALIA, di Michele Nobile

INDICE: Premessa - 1. La generalizzazione dello pseudopopulismo nella postdemocrazia italiana - 2. Trasformismo di gruppo, cooptazione e postdemocrazia, a iniziare dalla mutazione del Pci - 3. Le innovazioni di Silvio Berlusconi, i rapporti di forza tra le classi e la questione del bonapartismo - 4. La trasformazione delle subculture del Pci e della Dc e il nazionalismo della Lega Nord - 5. Regime berlusconiano o postdemocrazia bipolare? - 6. Lo sviluppo ineguale e combinato del capitalismo italiano e la postdemocrazia nazionale - 7. Sintesi parziale: senza «un’autocritica spietata, crudele, capace di penetrare fino al fondo delle cose», quel che rimane è uno pseudopopulismo impotente

Karl Dietz Verlag Berlin, 2018
Premessa
Fra 2011 e 2013 il sistema italiano dei partiti è entrato in una nuova fase. Non si tratta di una Terza Repubblica perché i guasti prodotti da centro-sinistra e centro-destra rimangono intatti, ma la fulminea ascesa del Movimento 5 Stelle ha cambiato la scena politica istituzionale.
Allo stesso tempo, la base elettorale di Rifondazione comunista, Comunisti italiani e Verdi si è quasi estinta: Potere al Popolo! ha raccolto soltanto lo 0,8% dei voti dell’intero corpo elettorale - vale a dire circa 200 mila voti in meno di quanti ne ebbe Democrazia proletaria nel 1976, oppure circa mezzo milione in meno di quelli per il Manifesto e il Psiup nel 1972. Dal punto di vista elettorale si è dunque verificato un arretramento di oltre quarant’anni. Sottolineo questo fatto perché si tratta della tomba definitiva per le prospettive elettorali e di stabile partecipazione al gioco politico nazionale dei partiti della sinistra post-Pci; non ci si può neanche consolare con il risultato di quella costola del Partito democratico che è Liberi e Uguali.
Ci troviamo di fronte a una catastrofe che deve indurre a un ripensamento profondo. Essa non può essere scaricata sulle circostanze esterne o sui rapporti di forza tra le classi sociali. La sinistra italiana non è stata sconfitta nella lotta e non è stata travolta insieme a un movimento di massa. Non si tratta di una sconfitta che, nonostante tutto, si possa onorare nella memoria. Tutto il contrario. Il crollo del consenso elettorale non è altro che la manifestazione di un fallimento complessivo, politico e ancor più ideale. È il risultato di un processo iniziato già prima che il M5S si presentasse nelle elezioni politiche e che si deve innanzitutto al «ministerialismo», il cui culmine - certo non l’inizio - fu la partecipazione al governo Prodi II (2006-2008). Retrospettivamente, quel che nel 2006 poteva apparire come un trionfo - 110 parlamentari eletti tra le fila del centro-sinistra - può ormai considerarsi un punto di non ritorno.
E adesso? Si potrebbe dire che siamo al punto zero, ma non è così. È molto peggio, perché la storia è irreversibile e i guasti profondissimi.
Quando si è raschiato il fondo ci si deve attenere a questo principio, formulato dopo ben altra e terribile catastrofe:
«L’autocritica, un’autocritica spietata, crudele, capace di penetrare fino al fondo delle cose, costituisce l’aria e la luce del movimento proletario» [Rosa Luxemburg, La crisi della socialdemocrazia (Juniusbrochure), 1915].
Non è sufficiente un’autocritica superficiale, una condanna del «rinnegato» Bertinotti - che in realtà non ha rinnegato nulla, mentre bertinottismo ed ex bertinottiani vanno avanti, seppur azzoppati - né cavarsela semplicemente appellandosi all’attivismo e al «rimbocchiamoci le maniche». Non è affatto sufficiente atteggiarsi a populisti e «movimentisti» e presentare volti nuovi. I fatti lo dimostrano in modo inoppugnabile. In questo modo si può continuare a vivacchiare tra alterne fortune, ma come nicchia elettorale marginale, entità dedite a una sorta di sindacalismo, circolo di reduci, una delle tribù della società postmoderna.
E non serve nemmeno l’appello all’unità. Unità con chi, e specialmente perché e per cosa? Perché la generosità dello sforzo attivistico individuale e collettivo dia frutti occorre ripensare tutta la cultura politica della sinistra italiana, che a cavaliere dei due secoli ha subìto un’ulteriore, fenomenale regressione. Bisogna avere il coraggio mentale - psicologico e intellettuale - di un’autocritica radicale, totale e crudele. Solo in questo modo si può sperare che il punto zero sia una partenza e non una fine.
Esistono barriere psicologiche e culturali che è molto doloroso abbattere. Realisticamente, sono anche convinto che queste barriere non saranno abbattute fino a quando la protesta sociale rimarrà confinata alle elezioni e a lotte parziali e difensive, pur indispensabili; e sono pure convinto che buona parte dell’attuale militanza di sinistra sia irrecuperabile, perché troppo incrostata da miti e atteggiamenti obsoleti. È per questo che vedo un grande rischio per il futuro: che, se e quando esploderà la protesta della società, le incrostazioni che impediscono la critica e l’autocritica del passato blocchino anche la formazione di quella minima massa critica che possa svolgere un ruolo positivo nel consolidare una sinistra anticapitalistica, internazionalista e libertaria in questo Paese.
Una condizione minima ma necessaria è mettere a punto le categorie analitiche indispensabili alla valutazione della storia dei partiti della Seconda Repubblica: non sulla cronaca, ma sui suoi presupposti e sulla sua evoluzione strutturale, traendone poi tutte le conseguenze politiche. Il testo che segue muove in questa direzione. È utile affiancarlo alla lettura di altri pezzi pubblicati sul blog di Utopia Rossa, troppo numerosi per poterli citare.

1. La generalizzazione dello pseudopopulismo nella postdemocrazia italiana
Tra la fine del XX e l’inizio del XXI secolo la politica italiana ha dimostrato una creatività veramente fuori dell’ordinario, realizzando nuovi primati nazionali ed europei: un processo trasformistico senza precedenti per estensione e qualità; l’invenzione di una pseudonazione - la «Padania» - ad opera della Lega Nord (LN); la creazione del modello esemplare del partito-azienda o partito personal-patrimoniale (Forza Italia - FI - poi Popolo della libertà - Pdl - poi di nuovo FI); la fusione tra un mutante del Partito comunista italiano (Pci) e un mutante della Democrazia cristiana (Dc), che ha generato il Partito democratico (Pd); la prima designazione in Europa del candidato premier mediante elezioni primarie (Prodi, nel 2005); l’utilizzo di elezioni primarie per la scelta del Segretario del partito (ancora il Pd); una serie di governi «tecnici» apartitici e liberisti, ma in effetti sostenuti stabilmente dal centro-sinistra e dovuti alla forte iniziativa del Presidente della Repubblica, tanto da far parlare di regime semipresidenziale di fatto.
Infine, è emerso come primo partito nazionale un «non-partito» originale cresciuto sul Web - e anche negli spettacoli in piazza - basato sul carisma di un bravissimo comico che ha destabilizzato l’assetto bipolare e postdemocratico cui ardentemente aspiravano entrambi i partiti maggiori: il Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo (M5S). Il paradosso del M5S è che si tratta di una rivolta elettorale pseudopopulista contro lo pseudopopulismo dei partiti maggiori.
Tralasciando le varianti minori, il punto è che non c’è più alcun importante partito italiano che non possa dirsi fortemente personalistico e pseudopopulista.
Tuttavia, con queste constatazioni il discorso sul populismo italiano è solo abbozzato. Si pongono diversi problemi. Cosa presuppone e cosa implica quanto sopra per la struttura e la dinamica del sistema politico, e per i rapporti fra lo Stato e le classi sociali? Che rapporto esiste fra le innovazioni della Seconda Repubblica e le caratteristiche di lungo periodo della società? Come si inserisce il caso italiano in un quadro comparativo internazionale? A confronto con i populismi storici, quanto è appropriato l’uso della categoria «populismo» per i partiti italiani? Ovvero, come si pone la particolarità italiana nel processo di trasformazione dei sistemi politici europei nella direzione della «postdemocrazia» (Colin Crouch) o della «democrazia populista» (Peter Mair) intesa come fatto sistemico, in cui cambiano identità e funzioni dei partiti? E quali lezioni si possono trarre dalle vicende italiane?

2. Trasformismo di gruppo, cooptazione e postdemocrazia, a iniziare dalla mutazione del Pci
Il trasformismo è un fenomeno secolare e ricorrente della storia politica italiana. Già nel 1883 Giosuè Carducci lo caratterizzava così, con parole che ben si addicono alla situazione contemporanea:
«Trasformismo, brutta parola a cosa più brutta. Trasformarsi da sinistri a destri senza però diventare destri e non però rimanendo sinistri. Come nel cerchio dantesco de’ ladri, non essere più uomini e non essere ancora serpenti; ma rettili sì, e rettili mostruosi nei quali le due immagini si perdono, e che invece di parlare ragionando sputano mal digerendo»1.
Nel 1994 Massimo L. Salvadori2 descrisse le due principali forme assunte dalla politica italiana a partire dall’Unità: la prima è la delegittimazione a priori dell’opposizione politica in un clima di «guerra ideologica» permanente, con la conseguente negazione della possibilità di un’alternativa di governo; la seconda consiste nella messa in campo di operazioni trasformistiche o di cooptazione di parti dell’opposizione, come il «compromesso storico» di Moro e Berlinguer negli anni ‘70. In entrambi i casi, il risultato è un sistema politico che rimane bloccato fino alla traumatica crisi organica del regime. Le due forme non si escludono totalmente: all’inizio degli anni ‘60 la Democrazia cristiana fece entrare il Partito socialista nell’area di governo per ribadire l’emarginazione del Partito comunista. Nella Seconda Repubblica, partiti della sinistra italiana hanno a lungo perseguito l’obiettivo della cooptazione.
È straordinaria la quantità di eletti nelle istituzioni che durante la Seconda Repubblica hanno cambiato partito e coalizione. Tuttavia, il fenomeno va ben al di là del trasformismo «molecolare» di singoli individui. Quel che è veramente straordinario - e forse senza precedenti per dimensioni e qualità – è il trasformismo di interi gruppi: «di estrema che passano al campo moderato», scriveva Gramsci3. Nel nostro tempo, il trasformismo fu l’effetto della fine traumatica del sistema dei partiti della Prima Repubblica in seguito alle inchieste giudiziarie di «Mani pulite» nel 1992-1993, il cui senso fu ben compreso da Perry Anderson: «non fu un partito, o una classe, ma un intero ordine a convertirsi esattamente in quello a cui avrebbe dovuto porre fine»4.
Il principe dei trasformisti fu senza dubbio Silvio Berlusconi. Tuttavia, il primo e importantissimo caso di trasformismo di gruppo fu la mutazione del Pci in Partito democratico della sinistra (Pds), fra 1989 e 1991. Il crollo del Muro di Berlino fornì l’occasione propizia, ma il cambiamento della denominazione del partito, la cui esistenza tanto aveva contribuito a fare dell’Italia un caso anomalo nel panorama dei Paesi a capitalismo avanzato, era il risultato della professionalizzazione della politica e dell’integrazione sociale dell’apparato centrale e periferico del Pci in atto da lungo tempo. L’operazione di distanziamento dalla tradizione promossa da Achille Occhetto era anche il tentativo di uscire dal vuoto di prospettive conseguente al fallimento della strategia togliattiana che il partito aveva perseguito per trent’anni, culminata nel breve periodo dei governi di «unità nazionale» ma crollata con la fine del «compromesso storico» con la Dc e la nuova marginalizzazione del partito. Uno dei paradossi della recente storia italiana è che quello che era il più grande e culturalmente agguerrito partito comunista dell’Occidente sia saltato subito a destra, ben oltre la socialdemocrazia classica.
Ho definito fondamentale la mutazione del Pci perché con i nuovi partiti sorti dal suo tronco i salariati persero il tradizionale canale di rappresentazione - sia pur indiretta e distorta – dei loro interessi minimi in quanto classe sociale.
Inoltre, il Pds fu determinante per un fondamentale cambiamento della Costituzione materiale in senso postdemocratico che ha alimentato la personalizzazione e la spettacolarizzazione della politica, la promozione di capi e di partiti pseudopopulisti: il successo dei referendum di modifica della legge elettorale in senso maggioritario. E il paradosso finale è che attraverso diversi passaggi, dal Pds ai Democratici di sinistra (Ds) e dai Ds al Pd, sul tronco del vecchio Pci sono fioriti - fino a prevalere - personaggi provenienti dalla Dc come Matteo Renzi.
All’operazione trasformistica del Pci seguirono la trasformazione del neofascista Movimento sociale italiano nella moderata Alleanza nazionale; la confluenza di tanti politici e intellettuali dell’ex Pentapartito in Forza Italia ma anche nell’area di centro-sinistra, con la trasformazione in partiti indipendenti delle correnti o «anime» della Dc; la partecipazione ai governi o alle maggioranze locali e nazionali di centro-sinistra di Rifondazione comunista, Comunisti italiani e Verdi.
In astratto, Rifondazione comunista avrebbe potuto essere un surrogato del Pci, ma a questo ruolo si opponevano due fatti. Il primo è semplicemente che il nuovo partito non nasceva in un quadro di conflitto politico e sociale che fosse in qualche misura paragonabile a quello della Resistenza. L’aspettativa maggiore di Rifondazione comunista era ereditare parte del consenso elettorale del Pci per condizionare da sinistra il quadro politico, non per contrapporre ad esso una coerente prospettiva anticapitalistica. E questa è appunto la «tara ereditaria» di Rifondazione comunista: essa nacque incorporando la frazione più tradizionalista e obsoleta della burocrazia del Pci e, con ciò, gli elementi fondamentali della cultura politica togliattiana e ingraiana che in definitiva avevano portato al fallimento storico del partito. Nello stesso tempo, entrando in Rifondazione comunista, quel che residuava dei gruppi della «nuova sinistra» si lasciava confinare entro i giochi d’apparato del partito o perdeva definitivamente quel che un tempo ne aveva fatto qualcosa di relativamente nuovo rispetto al Pci.
Che la presunta «sinistra radicale» italiana non abbia compreso subito la natura del Pds, che non ne abbia fatto un proprio nemico di classe al pari del centro-destra e che per tutta la sua storia abbia avuto il centro-sinistra come stella polare – in nome della lotta al berlusconismo e del «meno peggio» - è la ragione della distruzione delle possibilità di costruire un movimento anticapitalistico in Italia e addirittura, infine, della sua scomparsa come forza elettorale.
Il sistema italiano dei partiti si presenta molto polarizzato, ma la polarizzazione può solo in parte spiegarsi con la dicotomia destra/sinistra; altrettanto se non più rilevante sono state la «mobilitazione drammatizzante»5 pro o contro la persona di Berlusconi e, dal 2013, la polarizzazione fra tutti i partiti e il M5S. La «mobilitazione drammatizzante» è una conseguenza della personalizzazione e spettacolarizzazione della scena politica centrata sull’immagine delle vedettes. Essa tende a prevenire la valutazione razionale delle proposte politiche e dell’azione di governo, ma non è affatto imputabile al solo Berlusconi: considerando l’eterogeneità dei partiti della coalizione di centro-sinistra e la sostanziale convergenza degli obiettivi programmatici fra le due coalizioni, probabilmente la «mobilitazione drammatizzante» è stata più importante per le decisioni di voto a favore del centro-sinistra. In particolare, fino alle elezioni del 2008 ha avuto grande importanza per il bacino elettorale dei partiti a sinistra del Pds-Ds: una trappola psicologica e politica alimentata dalle opportunistiche oscillazioni delle direzioni politiche di questi partiti - che hanno strumentalizzato a fini elettorali l’appoggio ai «movimenti» - puntualmente giustificate dalla logica del «meno peggio» e dall’illusione di poter condizionare la frazione di centro-sinistra dell’imperialismo italiano.
D’altra parte, fra le due coalizioni si sono verificati momenti importanti di «consociativismo», soprattutto – ma non solo - in tema di riforme costituzionali e di legge elettorale, secondo la logica del rafforzamento del potere esecutivo, della concentrazione del potere nelle mani dei vertici dei partiti e di «protezione» dall’ingresso di nuovi concorrenti. E in nome dell’accordo sulle riforme istituzionali il centro-sinistra ha sacrificato la possibilità di legiferare sul «conflitto d’interessi» di Berlusconi.

martedì 15 agosto 2017

MA PROPRIO NON HANNO CAPITO PERCHÉ L’URSS È CROLLATA?, di Antonio Moscato

In un momento in cui parte dei residui della ex sinistra antagonistica italiana si schiera a spada tratta per il mantenimento in Venezuela della dittatura di una casta burocratica (la bolicrazia) corrotta e antioperaia, nemica della democrazia e affamatrice del popolo (i cui beni naturali continua a svendere a vari imperialismi per i propri interessi di casta e per mantenersi al potere), siamo lieti di ospitare l’articolo di Antonio Moscato apparso sul suo sito Movimento Operaio. Per chi si fosse perso gli articoli precedenti dei nostri compagni venezuelani di Ruptura/Utopía Tercer Camino (Douglas Bravo), ricordiamo che Maduro ha fatto eleggere, con i voti di circa un terzo della popolazione, una presunta Assemblea costituente che sta tentando di soppiantare il Parlamento regolarmente eletto e nel quale da tempo Maduro non ha più la maggioranza. Non si era mai visto un utilizzo così antidemocratico dello strumento «Assemblea costituente».
Questa politica antidemocratica della bolicrazia ha favorito la crescita di un movimento di massa di opposizione che, in mancanza di alternative di sinistra, è facilmente cavalcato e strumentalizzato dalla destra storica venezuelana. Se si fosse riusciti a rovesciare questo governo di una minoranza corrotta con uno sciopero dei lavoratori già due-tre anni fa, oggi non assisteremmo a questa lenta e atroce sconfitta del popolo venezuelano, il cui governo di casta non ha più niente a che vedere con il chavismo dei primi anni di Chávez. L’irresponsabilità di Maduro e dei corrotti che lo affiancano sta purtroppo creando le peggiori condizioni per un trapasso da un governo di pseudosinistra a un governo di destra.
Un aspetto ottimo dello scritto di Moscato è che dimostra come gli argomenti (falsi) utilizzati oggi per difendere questo regime dittatoriale sono gli stessi che la ex sinistra filosovietica ha sempre usato per difendere tutte le altre dittature che venivano sempre e regolarmente camuffate sotto la finta maschera dell’antimperialismo, anche quando erano i lavoratori a rovesciarle (se ne potrebbe fare una lista enorme). Manovre della Cia, complotti e dietrologie sono sempre state del resto le armi «teoriche» favorite, usate da gruppi e persone che rientrano più nelle categorie della psicopatologia politica che non della teoria marxista libertaria.
L’unica soddisfazione è che dalla caduta dell’Urss in poi queste forme di psicopatologia politica si sono andate via via riducendo sempre più, salvo riemergere in momenti drammatici come la caduta di Saddam Husayn, di Gheddafi oppure ora di Maduro. A quando la loro definitiva scomparsa? A quando la ripresa di un’autentica discussione politica? Il problema è serio e la sopravvivenza di questi residui la sta ostacolando ormai da decenni… come ognuno può verificare. [r.m.]

Torri di perforazione di fronte a Cabimas, lago di Maracaibo (Venezuela) © Federico Labanti
Gli argomenti dei difensori incondizionati di Maduro sono debolissimi, ma inquietanti. Se la prendono con i giornalisti superficiali che parlano alla leggera di “dittatura”, ma sorvolano sulla dimensione reale dello scontro in Venezuela. Non è su astratti problemi di architettura istituzionale che è esplosa la crisi, ma sulla fame provocata da una politica economica dissennata. A differenza di molti degli ardenti sostenitori nostrani del regime attuale, io ho seguito dall’inizio il “processo bolivariano”, senza pregiudizi per l’origine militare di Chávez - anche se con qualche cautela rispetto agli entusiasmi che ritenevo eccessivi di altri compagni che stimo - ma con un appoggio indiscusso a questa e ad altre manifestazioni di quello che avevo chiamato il risveglio dell’America Latina1. Tuttavia non mi ero mai nascosto il carattere non socialista (ma pur sempre positivo) delle misure di nazionalizzazione con indennizzi consistenti, col risultato che negli anni di Chávez il settore privato si era rafforzato rispetto a quello pubblico. Le scandalose cessioni di bond dell’azienda petrolifera di Stato [Pdvsa] alla Goldman Sachs dell’ultimo periodo hanno rappresentato però un salto di qualità rispetto a una politica consolidata di favori concessi per ottenere la benevolenza dei grandi petrolieri, tant’è vero che sono rimaste segrete a lungo. Ma nessuno di quelli che del Venezuela non si erano mai occupati fino a quel momento ha avuto il sospetto che l’aumento delle proteste potesse essere collegato alle privazioni inflitte alla popolazione per assicurare questi regali alla grande finanza, e per far apparire il governo un buon pagatore del debito accumulato. Privazioni che si possono quantificare: hanno ridotto i tre quarti dei salariati a sopravvivere con meno di due dollari al giorno ed è cresciuta di nuovo la mortalità infantile per carenze di medicinali che non vengono più importati, dato che l’importazione di beni e servizi è scesa da 66 miliardi di dollari nel 2012 a circa un miliardo e mezzo nel 2017.
Il problema è che fra chi critica la politica economica e sociale di Maduro c’è soprattutto chi aveva seguito con attenzione le trasformazioni successive della politica governativa, e chi la elogia oggi lo fa per sintonia con gli argomenti propagandistici di Maduro, ma senza conoscere nulla del Paese e della sua storia recente.
Non si tratta di contrapporre Maduro al suo predecessore, dato che già nell’ultimo periodo di presidenza di Chávez il sistema dei cambi multipli del dollaro si era sviluppato facilitando corruzione e fughe di capitali privati e pubblici, l’inflazione aveva cominciato a galoppare e la penuria di alimentari per la contrazione delle importazioni aveva alimentato il malcontento, espresso anche nella non partecipazione al voto di milioni di iscritti al Psuv [Partido Socialista Unido de Venezuela], ma anche nelle partenze per l’estero di chi poteva appellarsi a un antenato italiano o spagnolo. Ma questo sfuggiva a chi considerava una fonte autorevole quel Vasapollo che dopo aver esaltato per anni Jorge Giordani, l’economista più interessante della cerchia di Chávez, lo ha abbandonato appena è stato accantonato per aver espresso perplessità sulle ultime scelte economiche. Così, sommando la scarsa conoscenza diretta delle varie fasi della politica economica chavista con la propaganda di Maduro, che presenta come meriti suoi quelli del primo periodo di riforme - avviato dopo il golpe del 2002 e l’entrata in scena delle masse popolari che provocò un’indubbia radicalizzazione del processo - qualunque critica alla situazione attuale viene messa in conto ai “servi dell’imperialismo”.

giovedì 4 settembre 2014

I «DA SOLI IDEOLOGICI», di Roberto Massari

Il testo che pubblichiamo è la rielaborazione di una lettera di Massari a Pier Francesco Zarcone del gennaio 2010. [la Redazione]

Quelli che né la Quinta internazionale, né la Quarta… mai niente di collettivo
Nella recente discussione sulla Quinta internazionale (rivitalizzata nel 2010 dalla proposta di Chávez, ma da me iniziata fin dal 1983) ci sono stati commenti contrari, a favore, ironici e arricchimenti della problematica. Si sono pronunciati tra gli altri organismi come il Segretariato Unificato della Quarta o il Fmln del Salvador, e mi sembra quindi di poter dire che il tema comincia ad esser preso sul serio: spero che il futuro rafforzi tale tendenza.
Esiste però una categoria di «critici» dell'idea di Quinta internazionale composta da singoli individui, a volte dotati di una buona preparazione teorica, che non hanno mai aderito a nulla o quasi nulla nella loro vita, e comunque non ad organizzazioni internazionali, né probabilmente mai vi aderiranno. Sono quelli che io chiamo da tempo i «da soli ideologici», e a loro voglio dedicare questa mia riflessione.
Una riflessione che originariamente prese avvio dalla lettura di un articolo di Octavio Alberola1. Mi colpì in quell'occasione il modo sbrigativo con cui si liquidava quasi un secolo di lotte ed esperienze del movimento operaio, rivoluzionario o semplicemente antimperialistico, infilando nello stesso sacco Trotsky, Lenin, Castro, Chávez e addirittura il povero Chomsky.
Se mi mettessi anch'io a scrivere analisi degli errori di Lenin, Trotsky, Malatesta, Berneri, Nin, Ben Bella, Guevara, Malcolm X, Naville, Mandel, Guérin, Chomsky ecc., avrei certamente lavoro sufficiente per i prossimi dieci anni. In realtà, poiché questo lavoro critico lo faccio sistematicamente almeno dal 1968, direi che posso anche permettermi di andare avanti in maniera propositiva guardando al futuro. Lo faccio conservando molti dubbi e acquisendo prudenza. Sono però felice di non doverlo fare da solo, essendo membro attivo di una comunità politica (Utopia Rossa) che, per quanto piccola, ha una tradizione storica, un forte patrimonio teorico, una composizione internazionale.
È vero, però, che se mi fossi limitato a criticare questo o quel personaggio politico, pur dando un contributo allo studio della storia delle idee, non avrei aggiunto neanche una goccia al grande oceano dell'umanità in lotta contro la proprietà privata dei principali mezzi di produzione. E ciò per la semplice ragione che sarebbe sempre mancata la mediazione politica (il passaggio operativo) dalle armi della critica alla critica delle armi.

Pensatori «non-responsabili» di alcunché
Al singolo individuo - intellettuale o non - finisce sempre col rispondere un altro individuo, che a sua volta susciterà la reazione di altri individui e così via, in quell'incessante proliferazione di «pensatori» che non definisco «liberi», ma «ir-responsabili», cioè non-responsabili di alcunché.

lunedì 1 agosto 2011

MASSIMO BONTEMPELLI, UNO DEI NOSTRI, di Roberto Massari (a nome dei compagni e delle compagne di Utopia Rossa)

Massari editore, 2007
Domenica 31 luglio, in un ospedale di Pisa, è morto Massimo Bontempelli. È uno dei più gravi lutti della cultura italiana, non solo di quella di «sinistra» - concetto al quale Massimo non riconosceva più da tempo alcun valore storico e oggettivo - ma della cultura storico-politico-filosofica in generale. Non so se in queste ore la stampa di queste false sinistre, che lo hanno sistematicamente ignorato in vita, lo ricorderanno (ipocritamente) almeno al momento dei necrologi; ma so con certezza che Massimo lascia un’impronta nella provincialissima produzione culturale di questo paese-Italia che il tempo non riuscirà a cancellare.
Nato a Pisa il 26 gennaio 1946, ivi si è laureato in filosofia del diritto, è vissuto e ha insegnato storia e filosofia al Liceo classico «G. Galilei». Come insegnante era membro (polemico) dei Cobas della scuola. La sua principale esperienza politica si era compiuta nel gruppo del Manifesto.
Per informazione di chi ci legge, fornisco un elenco sommario dei titoli principali della sua enorme produzione teorica perché se ne abbia almeno un’idea generale e tutti coloro cui è stato negato in vita di conoscere la sua opera, possano avere per un istante la misura del furto di idee che il sistema, la ex sinistra e la società dello spettacolo politicante hanno perpetrato ai loro danni:
Il senso dell’essere nelle culture occidentali (con F. Bentivoglio), 3 vv., 1992/ Storia e coscienza storica, 3 vv., 1993/ Antiche strutture sociali mediterranee, 2 vv., 1994/ Percorsi di verità della dialettica antica (con F. Bentivoglio), 1996/ Nichilismo, Verità, Storia (con C. Preve), 1997/ Gesù. Uomo nella storia. Dio nel pensiero (con C. Preve), 1997/ La conoscenza del bene e del male, 1998/ Tempo e memoria, 1999/ Filosofia e realtà, 2000/ L’agonia della scuola italiana, 2000/ Un nuovo asse culturale per la scuola italiana, 2001/ La disgregazione futura del capitalismo mondializzato, 1998/ Le sinistre nel capitalismo mondializzato, 2001/ Il respiro del Novecento, 2002/ Il Sessantotto. Un anno ancora da capire, 2008/ Civiltà occidentale (con M. Badiale), 2009/ Marx e la decrescita (con M. Badiale), 2010.
Ma di due libri voglio parlare in modo particolare, perché prodotti in collaborazione con chi scrive nel periodo in cui Massimo ha fatto parte della redazione dei Quaderni di Utopia Rossa, collaborando fraternamente con il nucleo di compagni che hanno dato vita a questo progetto e che ora lo ricordano con affetto nel loro blog (www.utopiarossa.blogspot.it), grati del contributo pionieristico da lui dato. Mi riferisco a La sinistra rivelata. Il Buon Elettore di Sinistra nell’epoca del capitalismo assoluto (con Marino Badiale), Quaderni di Utopia Rossa .2, 2007, e al suo saggio «I cattivi maestri», in I Forchettoni rossi. La sottocasta della «sinistra radicale» (a cura del sottoscritto), Quaderni di Utopia Rossa .3, 2007.

mercoledì 5 maggio 2010

L’AUTODETERMINAZIONE DEI POPOLI, L’ULTIMA BATTAGLIA DI LENIN E IL TIBET, di Roberto Massari

Lenin si pronuncia per la prima volta in maniera sistematica sulla «questione nazionale» a luglio del 1903, due settimane prima che inizi a Bruxelles il celebre Secondo congresso del Posdr (quello che si concluderà a Londra con la separazione dai menscevichi). La posizione non è chiarissima (anche alla luce di come lo stesso Lenin la richiamerà molti anni dopo), ma la si può sintetizzare più o meno come un riconoscimento del diritto all’autodeterminazione, purché «subordinato» a determinate condizioni politiche. È una posizione sostanzialmente settaria (all’epoca indotta da necessità di polemica con altri settori della socialdemocrazia russa: i socialisti polacchi in particolare, ma anche il Bund ebraico) che ricorda alcune delle posizioni attualmente in circolazione, anche se - trattandosi di Lenin - non va mai dimenticato che il livello teorico era alto e la posizione veniva ampiamente articolata (cioè argomentata).
Lenin abbandona successivamente le posizioni del 1903 (insieme a varie altre posizioni di quell’epoca politicamente un po’ speciale). E quando torna sul tema dell’autodeterminazione (in forma sistematica a partire dal 1913), lo fa assumendo una nuova posizione, che tale resterà sino alla fine della sua vita, con sfumature e sviluppi molto interessanti che cercheremo di riassumere (e con una brutta eccezione che ugualmente citeremo).
A luglio del 1913 scrive le celebri «Tesi sulla questione nazionale» che esordiscono con la frase seguente, perentoria e di chiarezza incontrovertibile (corsivi e parentesi tonda di Lenin):

«1. Il paragrafo del nostro programma (sull’autodecisione delle nazioni) non può essere interpretato che nel senso dell’autodecisione politica, cioè del diritto di separazione e di costituzione di uno Stato indipendente.
2. Per la socialdemocrazia russa questo punto del programma socialdemocratico è assolutamente necessario,
a) sia in nome dei princìpi fondamentali della democrazia in generale […]».

Seguivano i punti b), c) che per il momento non ci riguardano (e che comunque il lettore può trovare nell’antologia espressamente dedicata alla concezione leniniana dell’autodeterminazione - a cura di Nicola Simoni, 256 pp., Massari editore, Bolsena 2005, da cui citeremo d’ora in avanti).
Il sottopunto d) si concludeva ripetendo:

«I socialdemocratici russi devono, in tutta la loro propaganda, insistere sul diritto di tutte le nazionalità di costituire uno Stato separato o di scegliere liberamente lo Stato del quale esse desiderano far parte» (p. 89).

Il punto 4. conteneva un’altra affermazione chiara e incontrovertibile. Si tratta di una distinzione fondamentale, complementare alla dichiarazione generale di principio e che costituisce l’essenza del pensiero leniniano sull’autodeterminazione.

«Se la socialdemocrazia riconosce il diritto di autodecisione per tutte le nazionalità, ciò non significa affatto che essa rinunci a una valutazione autonoma della opportunità, in ogni singolo caso, della separazione statale di questa o quella nazione. Al contrario, i socialdemocratici devono dare precisamente un giudizio autonomo […]».

Traduzione in volgare per chi non volesse capire: 1) i rivoluzionari difendono il diritto all’autodeterminazione di tutti i popoli, senza eccezioni (si tratta quindi di un diritto assoluto [e francamente non riesco a immaginare come potrebbe non esserlo (r.m.)]), 2) tale diritto ha senso se include il diritto di separazione e di costituzione di un nuovo Stato; 3) i rivoluzionari valutano autonomamente se la separazione sia la soluzione migliore o quale altra prospettiva politica sia valida per l’esercizio del diritto all’autodeterminazione. Fine della traduzione.
Se si è capita la differenza tra a) la difesa del diritto assoluto all’autodeterminazione dei popoli [b) separazione inclusa] e c) l’individuazione di una prospettiva politica specifica per la quale i rivoluzionari ritengono che vada utilizzato il diritto all’autodeterminazione, siamo a posto: possiamo procedere, discutere tra noi e anche differenziarci su quale regime politico ciascuno di noi considera migliore per i Baschi, i Palestinesi, i Ceceni, i Tibetani, i Kosovari o gli abitanti di Timor Est.
Se non si è capita questa differenza consiglio di non andare avanti con la lettura, ma di leggere e rileggere la sintesi di Lenin finché si sarà afferrato il concetto profondo (e ovvio allo stesso tempo) che essa contiene. E comunque, senza accordo sul punto a) del testo di Lenin il proseguimento della discussione è impossibile: infatti si intrecceranno (si confonderanno) in continuazione il livello del principio della libertà dei popoli (dove errori o esitazioni non possono esservi) con quello della forma storica in cui tale principio può esprimersi (dove gli errori vengono pronunciati o compiuti a iosa; errori, per giunta, provenienti in genere dall’interno stesso del popolo che lotta per la propria autodeterminazione. Gli esempi vistosi sono sotto gli occhi di tutti e, sia detto en passant, sono gli unici errori che dovrebbero interessarci veramente, gli unici dei quali valga la pena discutere).

RED UTOPIA ROJA – Principles / Principios / Princìpi / Principes / Princípios

a) The end does not justify the means, but the means which we use must reflect the essence of the end.

b) Support for the struggle of all peoples against imperialism and/or for their self determination, independently of their political leaderships.

c) For the autonomy and total independence from the political projects of capitalism.

d) The unity of the workers of the world - intellectual and physical workers, without ideological discrimination of any kind (apart from the basics of anti-capitalism, anti-imperialism and of socialism).

e) Fight against political bureaucracies, for direct and councils democracy.

f) Save all life on the Planet, save humanity.

g) For a Red Utopist, cultural work and artistic creation in particular, represent the noblest revolutionary attempt to fight against fear and death. Each creation is an act of love for life, and at the same time a proposal for humanization.

* * *

a) El fin no justifica los medios, y en los medios que empleamos debe estar reflejada la esencia del fin.

b) Apoyo a las luchas de todos los pueblos contra el imperialismo y/o por su autodeterminación, independientemente de sus direcciones políticas.

c) Por la autonomía y la independencia total respecto a los proyectos políticos del capitalismo.

d) Unidad del mundo del trabajo intelectual y físico, sin discriminaciones ideológicas de ningún tipo, fuera de la identidad “anticapitalista, antiimperialista y por el socialismo”.

e) Lucha contra las burocracias políticas, por la democracia directa y consejista.

f) Salvar la vida sobre la Tierra, salvar a la humanidad.

g) Para un Utopista Rojo el trabajo cultural y la creación artística en particular son el más noble intento revolucionario de lucha contra los miedos y la muerte. Toda creación es un acto de amor a la vida, por lo mismo es una propuesta de humanización.

* * *

a) Il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi che impieghiamo dev’essere riflessa l’essenza del fine.

b) Sostegno alle lotte di tutti i popoli contro l’imperialismo e/o per la loro autodeterminazione, indipendentemente dalle loro direzioni politiche.

c) Per l’autonomia e l’indipendenza totale dai progetti politici del capitalismo.

d) Unità del mondo del lavoro mentale e materiale, senza discriminazioni ideologiche di alcun tipo (a parte le «basi anticapitaliste, antimperialiste e per il socialismo».

e) Lotta contro le burocrazie politiche, per la democrazia diretta e consigliare.

f) Salvare la vita sulla Terra, salvare l’umanità.

g) Per un Utopista Rosso il lavoro culturale e la creazione artistica in particolare rappresentano il più nobile tentativo rivoluzionario per lottare contro le paure e la morte. Ogni creazione è un atto d’amore per la vita, e allo stesso tempo una proposta di umanizzazione.

* * *

a) La fin ne justifie pas les moyens, et dans les moyens que nous utilisons doit apparaître l'essence de la fin projetée.

b) Appui aux luttes de tous les peuples menées contre l'impérialisme et/ou pour leur autodétermination, indépendamment de leurs directions politiques.

c) Pour l'autonomie et la totale indépendance par rapport aux projets politiques du capitalisme.

d) Unité du monde du travail intellectuel et manuel, sans discriminations idéologiques d'aucun type, en dehors de l'identité "anticapitaliste, anti-impérialiste et pour le socialisme".

e) Lutte contre les bureaucraties politiques, et pour la démocratie directe et conseilliste.

f) Sauver la vie sur Terre, sauver l'Humanité.

g) Pour un Utopiste Rouge, le travail culturel, et plus particulièrement la création artistique, représentent la plus noble tentative révolutionnaire pour lutter contre la peur et contre la mort. Toute création est un acte d'amour pour la vie, et en même temps une proposition d'humanisation.

* * *

a) O fim não justifica os médios, e os médios utilizados devem reflectir a essência do fim.

b) Apoio às lutas de todos os povos contra o imperialismo e/ou pela auto-determinação, independentemente das direcções políticas deles.

c) Pela autonomia e a independência respeito total para com os projectos políticos do capitalismo.

d) Unidade do mundo do trabalho intelectual e físico, sem discriminações ideológicas de nenhum tipo, fora da identidade “anti-capitalista, anti-imperialista e pelo socialismo”.

e) Luta contra as burocracias políticas, pela democracia directa e dos conselhos.

f) Salvar a vida na Terra, salvar a humanidade.

g) Para um Utopista Vermelho o trabalho cultural e a criação artística em particular representam os mais nobres tentativos revolucionários por lutar contra os medos e a morte. Cada criação é um ato de amor para com a vida e, no mesmo tempo, uma proposta de humanização.