L'associazione Utopia Rossa lavora e lotta per l'unità dei movimenti rivoluzionari di tutto il mondo in una nuova internazionale: la Quinta. Al suo interno convivono felicemente - con un progetto internazionalista e princìpi di etica politica - persone di provenienza marxista e libertaria, anarcocomunista, situazionista, femminista, trotskista, guevarista, leninista, credente e atea, oltre a liberi pensatori. Non succedeva dai tempi della Prima internazionale.

venerdì 28 aprile 2017

TRES MESES DE DONALD TRUMP: MÁS DE LO MISMO, por Marcelo Colussi

Ya pasaron más de tres meses de la asunción de Donald Trump como presidente de la primera potencia capitalista del mundo: Estados Unidos de América. Nada ha cambiado. Si alguien había pensado que algo podía cambiar con su llegada a la Casa Blanca, se equivocaba de cabo a rabo. ¿Por qué habría de cambiar?
En todo caso, el discurso que levantó el magnate durante su campaña presidencial pudo hacer pensar -equivocadamente, por supuesto- en algún cambio coyuntural. Ante la actual crisis que vive la economía estadounidense, su propuesta apuntaba, al menos en la declamación, a un intento de renacimiento de la alicaída industria nacional.
Pero ahí viene el espejismo. Lo que está alicaído es el poder adquisitivo de la clase trabajadora estadounidense: sus empresas siguen prósperas, muy saludables, manejando el panorama con perspectivas de futuro. Si bien es cierto que, en términos técnico-contables, la producción bruta de China ha superado a la de Estados Unidos, el país americano sigue siendo aún el líder mundial en económia, política, tecnológia y militarmente.
De las más corpulentas empresas a nivel global, las once más grandes tienen su casa matriz en territorio estadounidense, siendo 54 de ese origen las más capitalizadas entre las primeras 100 de todo el planeta. Siguen manejando todos los dominios: petróleo (ExxonMobil Corporation, Chevron-Texaco), tecnologías de la comunicación (Apple, Microsoft, Google, Facebook, Hollywood), banca (Wells Fargo & Co, JPMorgan Chase & Co., Berkshire Hathaway), química (Johnson & Johnson, Procter & Gamble, Pfizer Inc.) y, por supuesto, industria militar (Lockheed Martin, Boeing Company, BAE Systems Inc., Northrop Grumman Corporation, Raytheon Company, General Dynamics, Honeywell Aerospace, Halliburton. Todos estos capitales del complejo industrial-militar registraron ventas en 2016 por casi un billón de dólares, teniendo además incrementos desde 2010 de un 60%, por lo que para ellos, claramente, no cuenta la crisis económica).
Hay decadencia, y como ha sucedido con todo imperio en la historia, parece haber llegado ya al pico máximo de su expansión, habiendo comenzado su lento declive. Pero lejos está de ser un imperio derrotado: sigue marcando el ritmo en infinidad de aspectos. Inmediatamente después de terminada la Segunda Guerra Mundial, el país americano era la gran potencia capitalista dominadora de la escena. Única nación con poder nuclear en ese entonces, aportaba el 52% de todo el producto bruto mundial. En este momento ya no detenta el monopolio de la bomba atómica (al menos Rusia y China son sus rivales en paridad), y su aporte a la producción global ha descendido al 18%. Sin dudas, no sigue en expansión, tal como sucedió desde mediados del siglo XIX y durante todo el XX. De todos modos, aunque ya comienza a ser puesto en entredicho, su moneda, el dólar, sigue siendo en buena medida la divisa universal. Y el inglés, aún hoy, la lingua franca obligada. Hollywood, mal que nos pese, es el referente cultural del planeta, tanto como la Coca-Cola o el McDonald’s.

giovedì 27 aprile 2017

E SE GRAMSCI, OLTRE CHE STIMARE TROTSKY, LO AVESSE ANCHE CAPITO?, di Roberto Massari

In occasione dell'80° anniversario della morte di Antonio Gramsci, pubblichiamo per i lettori del nostro blog l'introduzione scritta da Roberto Massari per il volume da lui curato e pubblicato nel 1977 [All'opposizione nel Pci con Trotsky e Gramsci: Bollettino dell'Opposizione comunista italiana (1931-1933)] per la casa editrice Controcorrente, e ripubblicato nel 2004 da Massari editore (pp. 432, € 16,00).
Speriamo così di introdurre elementi utili a decostruire il Gramsci creato da una falsa cultura di sinistra, nei decenni della «vulgata togliattiana», allo scopo di cancellare le affinità di pensiero esistite fra Trotsky e il rivoluzionario sardo nei primi anni '20: anni in cui Gramsci espresse profonda ammirazione per Trotsky e per la teoria della rivoluzione permanente, pur non avendone mai capito la sostanza.
Ma su come affrontare il fascismo in Italia, la convergenza fra Gramsci, Trotsky e l'Opposizione trotskista italiana nei primi anni'30 è fuor di dubbio, è storicamente accertata. Ebbene, è proprio questo che le migliaia di libri che vengono prodotti su Gramsci cercano di tenere nascosto o di camuffare. Ciò è reso possibile dalle successive ambiguità e opportunismi del Gramsci in carcere nei confronti dello stalinismo. La lettura del testo di Massari può aiutare a capire come andarono effettivamente le cose, in un momento nevralgico di trasformazione staliniana della maggioranza del comunismo italiano. Di qui l'attualità del testo. [la Redazione]

Sulla battaglia antibordighiana di Gramsci è stato scritto molto. Sull'influenza avuta nella sua formazione da Trotsky* molto meno. I motivi di ciò, facili da comprendere, verranno accennati nelle pagine che seguono. Eppure, davanti alla tendenza attualmente dominante tra gli intellettuali della sinistra italiana a privare Gramsci sempre più dei suoi connotati marxisti e rivoluzionari, non è cosa da poco riuscire a spiegare cosa portò i due a coincidere nella sostanza delle posizioni politiche in alcuni momenti cruciali del periodo postleniniano. L'obbligo a cercare di fornire una spiegazione a un tale dato di fatto, indiscutibile pur nella sua frammentarietà e contraddittorietà, non deriva però da pure esigenze filologiche o speculative.
Esso deriva da un altro fatto storico, con cui si potrà essere o non essere d'accordo, ma che non si può ignorare: la formazione in seno al movimento operaio italiano degli anni '30 di una corrente organizzata che non solo fondava il suo programma politico sulla sostanza dei contributi per l'Italia forniti da Trotsky e da Gramsci, ma che ai due rivoluzionari si richiamò esplicitamente in tutto il periodo della sua esistenza. Questa corrente, formatasi in seno al gruppo dirigente comunista, composta da compagni che avevano vissuto le vicende del Pcd'I fin dalla nascita, espulsa dal partito, riorganizzatasi poi autonomamente fuori del partito, era la Noi. La Nuova opposizione italiana il cui organo politico era il Bollettino che ripubblichiamo per il lettore italiano.
Alcuni contestano la fondatezza di quel richiamo ideologico della Noi fondandosi su questa o quella posizione di Gramsci, su questo o quel brano dei Quaderni del carcere. Мa dimenticano in genere di assolvere al dovere elementare per chi si richiama al marxismo: spiegare in termini storici perché fu possibile a una corrente organizzata fuori dal Pci ispirare la propria azione politica a quel comune richiamo, e soprattutto perché fu necessario farlo per tutto il corso degli anni '30. Solo alla luce di questa spiegazione storica la discussione teorica sui testi può divenire veramente utile e attuale, e non pura esercitazione accademica.
Sono aumentate negli ultimi anni le pubblicazioni che offrono un quadro esauriente del dibattito sulla «svolta» e che collocano la battaglia e l'espulsione dei «tre» nella loro vera luce, riparando a una grave ingiustizia storica compiuta nei loro confronti e verso il movimento operaio italiano. Ora però occorre cominciare a far luce sul proseguimento di quella vicenda. I «tre» non scomparvero dopo l'espulsione, non considerarono esaurita la propria funzione storica, ma anzi proseguirono la propria battaglia con rinnovata energia, anche se con scarso successo. Il Bollettino è la prova tangibile di questo impegno. Esso ci offre inoltre a posteriori la possibilità di valutare la correttezza di fondo delle loro analisi e delle loro proposte. E di qui viene un nuovo stimolo al dibattito. È mai possibile che il richiamo all'insegnamento di Trotsky e in parte a quello di Gramsci sia stato completamente estraneo a questa correttezza delle loro analisi o posizioni? No, ovviamente.

mercoledì 26 aprile 2017

INTERVISTA A PINO BERTELLI SUL PENSIERO FILOSOFICO-POLITICO DELL'INTERNAZIONALE SITUAZIONISTA, di Vanna Bertoncelli (giornalista de «il Tirreno», redazione di Grosseto)

Guy Debord, 1954
V.B. Come, perché e a chi deve il suo interesse per il neo-Situazionismo?

P.B. «È stato nel '68 che ho conosciuto le opere dell'Internazionale Situazionista, un gruppo di artisti e filosofi che hanno occupato l'università di Nanterre e della Sorbona e dato inizio alla rivoluzione della gioia… il '68, appunto… i loro testi erano in francese e abbiamo contribuito a tradurli e diffonderli.
Ho conosciuto uno dei fondatori dell'Internazionale Situazionista… Guy Debord, nel 1977… nei giorni in cui fu espulso dall'Italia perché "persona indesiderata"… Debord è considerato uno dei più grandi filosofi del '900… ha scritto La società dello spettacolo, uno dei libri più rubati del '68. Vorrei ricordare che nel '68 anche i vini e le marmellate vennero più buoni!».

V.B. Se potessimo definirlo come una corrente di pensiero, quale sarebbe la sua specificità?

P.B. «La filosofia sovversiva non sospetta dei situazionisti… hanno disvelato le menzogne della politica istituzionale, dell'arte mercantile e della servitù della stampa a ogni potere… lavoravano per una società più giusta e più umana. I situazionisti sostenevano che trovare un rivoluzionario autentico è difficile quanto scovare un uomo onesto in parlamento».

V.B. Quali sono le finalità di questo pensiero?

P.B. «Le finalità del pensiero situazionista sono di assaltare il cielo del conformismo e restituire dignità agli ultimi, agli esclusi, agli oppressi, e per realizzare questo tutti i mezzi sono buoni. I situazionisti passavano dalla critica radicale dell'arte all'arte radicale di ogni politica e la notte giravano intorno al fuoco della ragione, pensavano che con la caduta degli idoli sarebbero crollati anche i pregiudizi… mi pare un buon debutto».

V.B. Chi sono i maggiori esponenti, e chi i destinatari?

P.B. «I cattivi maestri dell'Internazionale Situazionista, alcuni dei quali ho ben conosciuto e frequentato, sono Debord, Vaneigem, Jorn, Sanguinetti… tanto per fare qualche nome. I destinatari del loro pensiero sovversivo sono tutti quelli che dicono a ogni forma di potere: la mia parola è NO!».

domenica 16 aprile 2017

TRUMP E LA «MADRE DI TUTTE LE BOMBE», di Pier Francesco Zarcone

Il lancio in Afghanistan di uno dei più devastanti ordigni non nucleari non vale per il suo immediato esito tattico sul campo di battaglia: se è vero che ha causato la morte di 36 o 94 miliziani dell'Isis (secondo l'Isis, invece, non ci sarebbero state vittime), allora questo risultato mal si concilia con la spesa di ben 14,6 milioni di dollari, perché tanto costa una bomba GBU-43 Massive Ordnance Air Blast (MOAB), creativamente definita dai militari "Madre di tutte le bombe", anche in base alle lettere del suo acronimo (pare che la Russia disponga di un ordigno similare detto "Padre di tutte le bombe", di potenza quattro volte superiore). A questa spesa bisogna aggiungere quella a suo tempo sostenuta dai contribuenti statunitensi per la costruzione dei tunnel da poco bombardati. Secondo l'ex analista Edward Snowden si tratterebbe infatti delle gallerie sotterranee fatte costruire dalla Cia nel 1980 - all'inizio del conflitto afghano scoppiato in seguito all'invasione sovietica - per proteggere i mujahidin islamisti.
Poiché abbiamo detto e ripetuto che il diritto internazionale oggettivo non esiste più, sostituito dal diritto internazionale soggettivo creato dagli Usa a proprio uso e consumo, non desti meraviglia il fatto che l'uso della MOAB sul territorio di uno Stato formalmente sovrano sia avvenuto su semplice comunicazione al governo afghano, e non già in base al consenso previo di questo.
La MOAB è un ordigno terrificante, pur non generando radiazioni, e il suo utilizzo costituisce il pericoloso e incosciente avvicinarsi al confine dell'abisso. Per ora si tratta di un ulteriore palese messaggio da parte di chi poco tempo fa era stato erroneamente considerato un isolazionista, da contrapporre alla guerrafondaia Hillary Clinton. Un errore di prospettiva notevole, bisogna ammetterlo.
I destinatari minori del messaggio - per il terrore generato da questa super bomba - sono gli Afghani che appoggiano Isis e Talebani, o che ne fanno parte. Si dice che le esibizioni muscolari di questo emulo della Sfida all'O.K. Corral manifestino una carenza di strategia. Sarà, ma riflettendo si può dissentire. Non si vogliono certo smentire gli addetti ai lavori, secondo i quali alla Casa Bianca le decisioni sono prese e variano di ora in ora. Semmai sosteniamo che al di là di ciò esiste una strategia definibile come il ritorno in grande e a tutto campo dell'imperialismo statunitense guerrafondaio e del suo autarchico ruolo di gendarme del mondo. Non ci si deve fermare al fatto che nel caso di Trump (soggettivamente assunto) - personaggio psichicamente instabile e, se possibile, meno colto di George W. Bush - risulti in primo piano il "menare le mani" senza apparente coordinazione, ma si deve fare attenzione alle coincidenze non casuali: il lancio della MOAB è avvenuto lo stesso giorno in cui a Mosca si apriva un vertice fra Russia, Cina e Iran per cercare una soluzione politica alla quasi ventennale guerra in Afghanistan. È come se Trump avesse affermato, per fatti conseguenti, il suo "no" a una pace russo-cino-iraniana.

sabato 15 aprile 2017

«NICARAGUA: ARCHITETTURA QUOTIDIANA»: LA NUOVA MOSTRA FOTOGRAFICA di Alberto Sipione


Entr'acte ospita, dal 29 aprile al 18 maggio, una personale di Alberto Sipione incentrata su un ciclo di venti "architetture quotidiane", esplorate attraverso la fotografia in taluni interni domestici del paese centroamericano.
«Esiste uno strano gioco di specchi in queste immagini di quotidianità nicaraguense - scrive Giovanni Carbone nell'introduzione al volume che accompagna la mostra - un gioco di rimandi continui tra la macchina fotografica e gli oggetti che riacquistano vita oltre il tempo del click. Un gioco in cui il ruolo statutario della fotografia di cristallizzatrice del tempo, fermo per rendere permanente la narrazione di ciò che è ritratto, è già nell'immagine che immortala. Gli oggetti ritratti, da quelli propri di una tradizione sino alle esperienze di un modernariato anacronistico e apparentemente fuori contesto, si sovrappongono diacronicamente, l'uno accanto all'altro, a costruire un racconto complesso d'un vissuto oltre il tempo».
E Pino Bertelli, fotografo sans frontières, ribadisce: «L'architettura del quotidiano del Nicaragua fotografata da Sipione, le abitazioni povere, gli interni ordinati, esprimono la dignità, i segni di un vivere elementare che debordano nelle inquadrature forti, coinvolgendo il fotografo nella storia di un popolo, nella memoria di un tempo in cui è stato protagonista di una lotta in difesa dei propri diritti».

lunedì 10 aprile 2017

TRUMP SHOWS HIS MUSCLES, by Pier Francesco Zarcone

IN DUE LINGUE (Inglese, Italiano)
IN TWO LANGUAGES (English, Italian)

Not knowing what will happen next, commenting in the immediate wake of the US missile attack on the Shayrat airbase in Syria on the night of April 7 is risky but not sterile, at least to try to understand a bit more than the pre-packaged “petty lessons” of the mouthpieces of the United States, in Italy and elsewhere, were quick to recite. Coincidentally, the muscular display of Trump comes shortly after the publication by Red Utopia of an article the essence of which was the substantial uselessness of international law, given that the great powers violate it continually. Well, once again the United States has acted in accordance with “its” international law, consisting of a single article, animated by a clear unipolar imperialist logic: we do what we want, and what we do is fair and legal, and our massacres are simply “collateral damage”.
Once again, the futility of the United Nations has emerged, even if those saying so specifically are still few; nevertheless, it is undeniably ridiculous (albeit tragic) that while the UN Security Council was losing time with draft resolutions, the United States was launching missiles under the guise of the alleged responsibility of the Damascus government for the use of nerve gas in Idlib. What is certain is that if the United Nations were to close its doors no one would notice, aside from monetary savings for Member States. And just for a change, a charge with absolutely no evidence was sustained, based on the dixit Washington, et de hoc satis principle. It has all the appearance of a repeat of Hussein’s alleged “weapons of mass destruction”. Incidentally, those accustomed to think the worst are not surprised by the contemporaneity between the US missile attack and an Isis offensive on the road to Palmyra (Tadmor)-Homs which fortunately was quickly countered by Syrian troops.
Given that no evidence exists, we can in the meantime reflect in a generic way on the use of nerve gas in Idlib. According to the United Nations, Syrian deposits of chemical weapons had been destroyed; but irrespective of whether the Syrian government still has such weapons, considering that a few years ago the issue appeared to rush things in the direction of a US attack - foiled only by the Russian intervention in favour of dismantling chemical deposits - then the well-established (though not infallible) criterion of for whose benefit would lead to excluding the responsibility of Damascus, unless Assad and company, but also the Russian General Staff, were to be considered a bunch of idiots. In fact it was obvious that - Russian protection or not - if Syria had used chemical weapons, someone as irritable as Trump (moreover struggling with unresolved problems of Russiagate and kept in check by the neoconservative establishment) would have had to take some warmongering initiative.

TRUMP MOSTRA I MUSCOLI, di Pier Francesco Zarcone

IN DUE LINGUE (Inglese, Italiano)

Commentare a caldo il bombardamento missilistico statunitense sulla base aerea di Shayrat della notte del 7 aprile è azzardato - non sapendo cosa accadrà in seguito - ma non inutile, quantomeno per cercare di capirci un po' di più rispetto alle "lezioncine" preconfezionate che i corifei degli Stati Uniti, in Italia e fuori, si sono affrettati a recitare. Per combinazione l'esibizione muscolare di Trump avviene poco dopo la pubblicazione su Utopia Rossa di un nostro articolo il cui nocciolo era la sostanziale inutilità del diritto internazionale, visto che le grandi potenze lo violano di continuo. Ebbene, ancora una volta gli Stati Uniti hanno agito in applicazione del "loro" diritto internazionale, composto da un solo articolo, animato da una chiara logica imperialista unipolare: facciamo quel che ci pare, e quel che facciamo è giusto e legale e i nostri massacri sono semplici "danni collaterali".
Ancora una volta è emersa la totale inutilità delle Nazioni Unite, anche se a dirlo espressamente sono ancora in pochi; tuttavia è innegabilmente ridicolo (seppur tragico) il fatto che mentre al Consiglio di Sicurezza si perdeva tempo con le bozze di risoluzione, dal canto loro gli Stati Uniti lanciavano missili con la scusa di un'asserita responsabilità del governo di Damasco per il gas nervino a Idlib. Certo è che se l'Onu chiudesse i battenti nessuno se ne accorgerebbe, a parte i risparmi monetari degli Stati membri. E tanto per cambiare si è sostenuta un'accusa assolutamente senza prove, in base al principio dixit Washington, et de hoc satis. Ha tutta l'aria di un bis delle asserite "armi di distruzione di massa" di Saddam. Per inciso, chi sia abituato a pensar male non si stupisce della contemporaneità fra l'attacco missilistico e un'offensiva dell'Isis sulla strada Palmira (Tadmor)-Homs, per fortuna rapidamente respinta dalle truppe siriane.
Poiché le prove non esistono, si può intanto riflettere in modo generico sull'uso del gas a Idlib. Secondo l'Onu i depositi di armi chimiche di Damasco erano stati distrutti; ma pur ammettendo e non concedendo che il governo siriano abbia ancora armi del genere, considerato che qualche anno fa la questione sembrava far precipitare le cose nel senso di un attacco statunitense - sventato solo dall'intervento russo in favore dello smantellamento dei depositi chimici - allora il consolidato (anche se non infallibile) criterio del cui prodest porterebbe a escludere la responsabilità di Damasco, salvo considerare Assad & C., ma anche lo Stato maggiore russo, una manica di idioti. Infatti era ovvio che - protezione russa o no - se costoro avessero usato armi chimiche, un fumantino come Trump (oltretutto alle prese con irrisolti problemi di Russiagate e tenuto sotto scacco dall'establishment "neocon") avrebbe dovuto prendere una qualche iniziativa bellicista.

sabato 8 aprile 2017

TRAS EL TRIUNFO DE LA IZQUIERDA EN ECUADOR: ¿RETROCEDE LA DERECHA LATINOAMERICANA?, por Marcelo Colussi

Lenín Moreno
Las recientes elecciones en Ecuador, con el triunfo del candidato de la izquierda, Lenín Moreno, son una bocanada de aire fresco para el campo popular, una cuota de esperanza.
Para los ecuatorianos, ello da la posibilidad de continuar con las medidas de corte social iniciadas anteriormente por el gobierno de Rafael Correa. De haber ganado el candidato de la derecha, Guillermo Lasso, esas políticas hubieran sido radicalmente suprimidas, y la sociedad en su conjunto hubiera sido llevada a modelos del más salvaje capitalismo con matices semifeudales, tal como fue por siglos en el país. El triunfo de Moreno mantiene los avances registrados en estos años. En ese sentido: transmite esperanza, es una buena noticia.
Ahora bien: para los trabajadores, los pobres y excluidos de todo el continente latinoamericano, es difícil pensar que esto sea una barrera que frene el capitalismo salvaje imperante, habitualmente conocido como “neoliberalismo”. En todo caso, conviene analizar más en detalle qué se juega ahí, y el escenario en que se dieron las elecciones.
Desde hace décadas en toda Latinoamérica -en todo el mundo, y por supuesto, también en Ecuador- se han impuesto políticas de un capitalismo extremo, eufemísticamente llamado “neoliberalismo”. Ponemos énfasis en lo de “eufemismo”, porque desde algún tiempo también pareciera que el gran enemigo a vencer -al menos desde el campo popular- es ese neoliberalismo. En otros términos: sería esa “deformación monstruosa” que desde hace años parece haberse enseñoreado del planeta, un capitalismo que prioriza el libre mercado y la empresa privada por sobre el Estado. Ese “malo de la película” representaría el gran problema, la causa de nuestras desventuras, de la exclusión.
Estos últimos años, desde fines del siglo pasado aproximadamente, se dio una serie de gobiernos medianamente progresistas en la región latinoamericana. Con la llegada de Hugo Chávez a la presidencia de Venezuela se recuperó un discurso que parecía condenado al museo, hundido al mismo tiempo que la Guerra Fría. En el campo popular volvió a hablarse entonces de revolución, de socialismo, de antiimperialismo. El ideario socialista parecía retornar. Para superar las estreches y estigmas del estalinismo de la era soviética, fue surgiendo la idea de socialismo del siglo XXI.

mercoledì 5 aprile 2017

ON THE RIGHT OF PEOPLES TO SELF-DETERMINATION, by Pier Francesco Zarcone

IN DUE LINGUE (Inglese, Italiano)
IN TWO LANGUAGES (English, Italian)

Well-meaning people of various countries have long tried to introduce the rule of law in relations among States, placing their trust for this purpose in the instrument of international law. This is an imperfect, fragile instrument which is part conventional and part covenantal in nature, and works only by leveraging the fear of effective retaliation by other States. In the context of today, talk of international law more than ever smacks of a joke, given that under the “new world order” of imperialism the issues of legality and illegality have now been relegated to the level of study and discussion for specialists in law, but without any practical relevance. Today, those who can do what they want. So what is the sense of talking about the right of peoples to self-determination in such a scenario?
Simply it is a question of arguing that international law - albeit respected - cannot protect even fundamental needs, presented and felt as real “rights”, because it is a legal system formed by States and according to their needs, especially when it comes to powerful States. Cynically, but truthfully, it should be borne in mind that law stems from strength and not from recognition of ethical requirements. It is therefore vain to rely on the right to self-determination: if anything, having the strength and the will, it must only be asserted and fought for with all means available. This is why the Catalan independence movement which insists on working through legal channels is destined to certain defeat; changing gear does not give security, but it can create big trouble for the nation State (besides reducing the costs and time lost through sterile legal battles).
Basically, activating the right of peoples to self-determination entails a revolution compared with the previous order, and every revolution is by its nature extra-legal or anti-legal.
It should also be noted that legal experts possess their own technical language (like any other specialists) which has been formed over time according to the need of greatest precision possible, so that often they are accused (by non-legal experts) of splitting the metaphoric hair in four. Outside of these, everyone - above all politicians - need not abide by the limitations implied by legal technicality and thus can freewheel, even at the risk of arousing illusions that are not fruitful for those concerned, very often forgetting that what is presented under cover of the term “right” is essentially of two types: either it constitutes a moral claim, in the absence of provisions in this regard by a legal system to which those interested can turn (and so in such a case the right does not exist), or it is something that really exists legally. In the latter case, however, it is necessary to ascertain what the inevitable limits are just to be clear of the extent of how to act - if need be - in order to modify these limits.

SUL DIRITTO DI AUTODETERMINAZIONE DEI POPOLI, di Pier Francesco Zarcone

IN DUE LINGUE (Inglese, Italiano)

Per molto tempo persone benintenzionate di vari paesi hanno cercato di introdurre il principio di legalità nelle relazioni fra Stati, confidando a tal fine nello strumento del diritto internazionale. Uno strumento imperfetto, fragile, in parte di natura convenzionale e in parte di natura pattizia, funzionante solo operando il timore di rappresaglie efficaci da parte di altri Stati. Nella situazione odierna, più che mai, parlare di diritto internazionale ha il sapore di una beffa, giacché nel cosiddetto "nuovo ordine mondiale" dell'imperialismo le questioni di legalità e di illegalità risultano ormai relegate a materia di studio e discussione per gli specialisti del diritto, ma senza rilevanza pratica. Oggi, chi può fa quel che vuole. Allora, qual è il senso del parlare di diritto di autodeterminazione dei popoli in un quadro del genere?
Semplicemente si tratta di argomentare che il diritto internazionale - seppur rispettato - non può tutelare esigenze anche fondamentali, presentate e sentite come veri e propri "diritti", trattandosi di un sistema giuridico formato dagli Stati e in base alle loro esigenze; soprattutto se si tratta di Stati potenti. Cinicamente, ma in modo veritiero, va ricordato che il diritto nasce dalla forza e non dal riconoscimento di esigenze etiche. Di modo che è vano appellarsi al diritto di autodeterminazione dei popoli: semmai, avendo forza e volontà lo si deve solo affermare e lottare per esso con tutti i mezzi a disposizione. Per questo l'indipendentismo catalano che si ostina a operare per vie legali è destinato a sicura sconfitta; il cambio di registro non dà sicurezze, ma può creare grossi fastidi allo Stato nazionale (oltre a ridurre le spese e il tempo perso per sterili battaglie legali).
In fondo, attivare il diritto di autodeterminazione dei popoli comporta una rivoluzione rispetto all'ordine precedente, e ogni rivoluzione è per sua natura extra-legale o anti-legale.
Un'ultima annotazione. I giuristi posseggono un proprio linguaggio tecnico (al pari di qualsiasi altro specialista) formatosi nel tempo in base all'esigenza della maggior precisione possibile, tanto che spesso vengono accusati (dai non-giuristi) di spaccare in quattro il metaforico capello. Al di fuori di costoro tutti, soprattutto i politici, non si devono invece attenere alle limitazioni implicate dal tecnicismo giuridico e quindi possono andare a ruota libera, anche col rischio di suscitare illusioni non proficue per gli interessati; spesso e volentieri dimenticando che i contenuti presentati sotto la copertura del termine "diritto" sono essenzialmente di due tipi: o costituiscono una rivendicazione morale, in assenza di previsioni al riguardo da parte di un ordinamento giuridico a cui gli interessati possano rivolgersi (e quindi in tal caso il diritto non esiste), oppure si tratta di qualcosa di davvero esistente sul piano giuridico. In quest'ultimo caso, però, è necessario accertare quali ne siano (vale a dire di che portata) le inevitabili limitazioni, tanto per aver chiaro come agire quanto per operare - eventualmente - al fine di modificare tali limiti.

martedì 4 aprile 2017

È USCITO «LA FOTOGRAFIA RIBELLE», IL NUOVO LIBRO di Pino Bertelli

IL VOLUME, PUBBLICATO DA NdA PRESS (PREZZO DI COPERTINA 18,00 €; ISBN 9788889035894), È ACQUISTABILE SUBITO QUI.


LE DONNE DI PINO BERTELLI
Maurizio Rebuzzini

Subito precisato: Pino Bertelli, che solitamente conclude la fogliazione di ogni numero di questa rivista con caustici e apprezzati Sguardi su autori significativi della Storia della Fotografia, è a propria volta attento e concentrato autore… fotografo. Questo va rilevato, oltre che rivelato a coloro i quali non ne erano a conoscenza, per sottolineare quella linea demarcatoria che non richiede/richiederebbe ai fotografi di esprimersi altro che con la propria creatività applicata: per l'appunto, lo scatto fotografico. Se non che, in percorso individuale, alcuni fotografi sanno anche parlare e scrivere. Ovviamente, non di se stessi e della propria personalità, ma in riflessione altra (e alta) sulla stessa Fotografia, nel proprio insieme e complesso.
Non sono molti i fotografi capaci di riflessione, e a chi non ne è capace non rimproveriamo nulla. Invece Pino Bertelli fa parte di questa esigua pattuglia, limitata in quantità, va detto, tanto quanto è sostanziosa e sostanziale per qualità. Così, nel percorso professionale di Pino Bertelli, in combinazione e accostamento di immagini e parole, il casellario bibliografico è ricco di titoli di monografie d'autore e testi di riflessione e considerazione sulla fotografia. Adesso ce n'è uno in più: La fotografia ribelle, pubblicato da NdA Press, che sottotitola Storie, passioni e conflitti delle donne che hanno rivoluzionato la fotografia.

mercoledì 29 marzo 2017

YEMEN, A HUSHED UP IMPERIALIST WAR, by Pier Francesco Zarcone

This article was translated from Italian into English by Phil Harris for IDN-InDepthNews, flagship agency of the International Press Syndicate. We thank Phil Harris and Roberto Savio for the friendly concern. [Red Utopia]

IN DUE LINGUE (Inglese, Italiano)
IN TWO LANGUAGES (English, Italian)

The US government intends to increase military aid to Saudi Arabia in its war against Yemen, according to recent reports. For the vast majority of the general public the news may be surprising, given that the ongoing conflict in Yemen is almost “non-news” as a result of the almost complete silence of the mainstream media. More importantly, most people probably do not know the causes.

FROM MONARCHY TO REPUBLIC

A summary reconstruction of the troubled and bloody history of Yemen can start in 1962, when a military coup backed by Egypt deposed the last monarch, Zaydi Shiite Muhammad al-Badr, and the Republic was proclaimed. However, mountain tribes - supplied by Saudi Arabia - continued to support the king, leading to a bloody civil war in which Egyptian troops intervened directly (it was Nasser’s small Vietnam). The civil war ended in the late 1960s (partly because of Egypt’s disengagement as a result of defeat in the Six-Day War against Israel) thanks to agreements between Egypt and Saudi Arabia, which essentially “dropped” al-Badr. Victory went to the Republicans. So much for the north of Yemen.
In the south, controlled by Britain, which had set up the Federation of South Arabia, the National Liberation Front (Marxist) started a guerrilla war in 1963 against the British, finally forcing London to grant independence to South Yemen, where the People’s Republic of Yemen (which became the People’s Democratic Republic of Yemen in 1970) was established in 1967 with Aden as its capital, and with the distinction of being the only communist state in the Arab world.
Attempts at unification between the two Yemeni Republics date back to the early 1970s, but to no avail until the collapse of the Soviet Union. In 1990, North and South Yemen reunited. It was an unhappy union, because the communists in the south soon realised their error and in 1994 tried to secede. The army remaining loyal to the unity government, much stronger than the secessionist army and also supported by elements in the south, subdued the rebellion during the same year. It is interesting to note that the rebels had received help from Saudi Arabia which, regardless of the profound ideological difference with them, did not look kindly on Yemeni unification, which it considered could become a dangerous pole of attraction for the hegemonic pretensions of Riyadh over the Arabian Peninsula.
At this point we jump to the present century.

YEMEN: UNA GUERRA IMPERIALISTA SILENZIATA, di Pier Francesco Zarcone

IN DUE LINGUE (Inglese, Italiano)

È di questi giorni la notizia che il governo degli Stati Uniti intenderebbe aumentare l'appoggio militare all'Arabia Saudita nella guerra iniziata da questo paese contro lo Yemen. Per la stragrande maggioranza del grande pubblico la notizia può essere sorprendente, giacché il conflitto in corso nello Yemen è quasi una "non-notizia", a motivo di un silenzio pressoché completo dei mass media nostrani. E soprattutto non è detto che i più ne conoscano le cause.

DALLA MONARCHIA ALLA REPUBBLICA

Ai nostri fini la sommaria ricostruzione della travagliata e sanguinosa storia dello Yemen può partire dal 1962, quando un golpe militare appoggiato dal Cairo depose l'ultimo monarca, il giovane imam sciita zaydita Muhammad al-Badr, e venne proclamata la Repubblica. Tuttavia le tribù delle montagne - rifornite dall'Arabia Saudita - continuarono a sostenere il re, con la conseguenza di una sanguinosissima guerra civile in cui intervennero direttamente truppe egiziane (fu il piccolo Vietnam di Nasser). La guerra civile finì al termine degli anni Sessanta (anche a motivo del disimpegno egiziano per la sconfitta nella Guerra dei sei giorni contro Israele) grazie ad accordi tra Il Cairo e l'Arabia Saudita, la quale sostanzialmente "mollò" al-Badr. Quindi la vittoria fu dei repubblicani. Questo per quanto riguarda lo Yemen settentrionale.
Nel Sud controllato dalla Gran Bretagna, che vi aveva costituito una Federazione Araba Meridionale, dal 1963 il Fronte di Liberazione Nazionale (marxista) aveva iniziato la guerriglia contro i Britannici, costringendo infine Londra a concedere l'indipendenza allo Yemen del Sud, dove nel 1967 si costituì la Repubblica Popolare dello Yemen (diventata nel 1970 Repubblica Democratica Popolare dello Yemen), con capitale Aden, che ebbe il primato di essere l'unico Stato comunista del mondo arabo.
Tentativi di unificazione fra le due Repubbliche yemenite risalgono agli inizi degli anni Settanta, ma senza esito fino al crollo dell'Unione Sovietica. Nel 1990 Yemen del Nord e del Sud si riunirono. Un'unione infelice, giacché ben presto i comunisti del Sud si resero conto dell'errore commesso e nel 1994 cercarono di effettuare una secessione. L'esercito rimasto fedele al governo unitario, molto più forte di quello secessionista e appoggiato anche da elementi del Sud, domò la ribellione nel corso dello stesso anno. È interessante notare che i ribelli avevano ricevuto l'aiuto dell'Arabia Saudita che, a prescindere dall'abissale differenza ideologica con costoro, malvedeva l'unificazione yemenita, suscettibile di diventare un polo di attrazione pericoloso per le pretese di egemonia di Riyad sulla Penisola arabica.
A questo punto possiamo saltare fino al presente secolo.

martedì 28 marzo 2017

CARLO BALDELLI: UN LUTTO PER UTOPIA ROSSA, di Andrea Furlan e Mauro Giovannini

Sabato 25 marzo, presso la sua abitazione a S. Maria delle Mole (Castelli Romani), il nostro compagno Carlo Baldelli è stato colpito da un attacco di cuore. A nulla sono serviti i soccorsi e il trasporto all'ospedale di Albano.
La vita di Carlo (detto «Carlone» per amici e compagni a causa della sua imponente mole) è sempre stata caratterizzata da un attività politica intensa: militante dei movimenti degli anni '70, attivo nella campagna contro il nucleare, membro del partito di Democrazia proletaria agli inizi degli anni '80. Terminata l'esperienza di DP, per qualche tempo Carlo si allontanò dalla politica attiva, deluso dalla fine ingloriosa di quell'organizzazione. Ma poi aderì a Rifondazione comunista.
E fu insieme a lui che nel 2007 - come circolo «Rosa Luxemburg» di S. Maria delle Mole - uscimmo da Rifondazione, rifiutando di accettare il voto di quel partito a favore del rifinanziamento delle missioni militari all'estero. Le aveva decise il governo Prodi ma le votò anche Rifondazione.
Per Carlo fu quella l'occasione di una scelta netta a favore della rivoluzione e per questo accettò con entusiasmo la nostra proposta di aderire a Utopia Rossa. E con Utopia Rossa, partecipando attivamente alle sue iniziative anche in altre parti d'Italia, proseguirà l'impegno politico fino alla sua prematura morte.
Sul piano locale e nel quadro delle attività di UR, Carlo seguiva attivamente e assiduamente la vertenza contro l'inquinamento dell'aeroporto di Ciampino, facendo parte dell'assemblea «No Fly». Si impegnò anche nella vertenza contro la speculazione edilizia della zona del «Divino Amore», nel Comune di Marino, dando vita, insieme ai compagni del Centro sociale IPO di Marino, all'assemblea «Stop Cemento».
Carlo si è spento all'età di 65 anni, ancora nel pieno delle sue forze. Con lui perdiamo un compagno instancabile, un uomo generoso e altruista, una persona semplice e pacata, riflessiva e allo stesso tempo determinata a portare avanti con decisione le proprie idee.
Un operaio a tutto tondo, un elettricista che non amava essere comandato dai padroni e che per questo aveva deciso di svolgere il proprio lavoro autonomamente, volendo restare padrone solo di se stesso. La sua formazione comunista non era priva, infatti, di elementi anarchici.

Lo ricordiamo come un uomo onesto, gentile, incorruttibile, infaticabile e sempre pronto a soccorrere chi ne avesse bisogno. Ci stringiamo al dolore della sua famiglia, alla moglie Sandra e a suo figlio Matteo.
Le esequie si svolgeranno, in forma rigorosamente laica, al circolo di Utopia Rossa «Rosa Luxemburg» sito in via S. Paolo Apostolo 19 (S. Maria delle Mole) alle ore 10.30 di martedì 28.

giovedì 23 marzo 2017

S.O.S. GEOTERMIA, di Maurizio Fratta

La centrale Enel di Bagnore 4 nel comune di Santa Fiora
Ci fu un tempo nel quale scavare nelle viscere della terra per cercare minerali era avvertito come una profanazione.
Mentre i minatori cercavano di propiziarsi gli dei del sottosuolo, furono i fabbri a fondere e liquefare i metalli e a credere nella possibilità di poter cambiare la materia e a confidare, così come avevano fatto gli alchimisti, in una sua possibile trasmutazione.
Un sogno, quello dell'homo faber, meno millenarista di quel che si potrebbe credere considerando quanto l'idea del progresso illimitato abbia permeato non soltanto tutto il diciannovesimo secolo, ma perduri anche nelle attuali società industriali che hanno per obiettivo la trasmutazione della stessa Natura e la sua trasformazione in energia.
Ed è stata senza dubbio l'energia geotermica, tra le risorse energetiche, quella sulla quale l'uomo, sin dalla preistoria, ha cercato di fare affidamento e di trarre il massimo vantaggio.
Un sogno che si sta trasformando in incubo proprio in quella Toscana che ha visto nascere lo sfruttamento industriale delle risorse geotermiche e dove, proprio per il fatto che il suo impatto sull'ambiente è noto da tempo, si sarebbero dovute adottare strategie e soluzioni adeguate ed efficaci.
Ci riferiamo a quel che accade in Amiata dove sono all'opera le centrali geotermiche di Enel Green Power, il cui impatto sull'ambiente circostante non può essere ulteriormente taciuto o sottovalutato.
Sabato 4 febbraio, organizzato dalla Rete nazionale NOGESI e da SOS Geotermia, si è tenuto ad Abbadia San Salvatore un convegno dove ricercatori e studiosi hanno fatto luce sulla gravità dell'inquinamento prodotto dalle centrali e che fa oggi dell'Amiata la più grande questione ambientale dell'Italia centrale.
Non ha usato mezze misure nella sua relazione il geologo Andrea Borgia dell'Università di Milano, mettendo in relazione, dati ufficiali alla mano, la proliferazione dei veleni nell'ambiente e i loro effetti sulla salute delle persone.
È noto che l'attività di estrazione geotermica comporta, insieme al vapore acqueo, la fuoriuscita di fluidi dal sottosuolo che a loro volta rilasciano sostanze tossiche nell'aria, nel suolo, nelle acque superficiali: biossido di carbonio, ammoniaca, idrogeno solforato, metano, idrogeno a concentrazioni elevate e con essi altre sostanze dannose per la salute e l'ambiente, tra le quali cloruro di sodio, boro, arsenico, mercurio.

venerdì 17 marzo 2017

LA BATTAGLIA DI HACKSAW RIDGE (Mel Gibson, 2016), di Pino Bertelli

Posso credere soltanto a degli dèi morti,
angeli banditi dalle ali infrante,
vergini di legno dipinto che si scrostano,
e cristi in pietra a cui le intemperie hanno cancellato
i lineamenti alle porte delle chiese.
(Jean-Michel Maulpoix)

La battaglia di Hacksaw Ridge (Hacksaw Ridge) di Mel Gibson è un'operazione commerciale furba… molto furba… racconta la vera storia di Desmond T. Doss (con molta audacia cartolinesca), primo obiettore di coscienza a ricevere la medaglia d'onore del Congresso degli Stati Uniti (la più alta onorificenza militare statunitense). Delle vicende biografiche di Doss si sono occupati riviste, fumetti, libri e ora il film di Gibson… si tratta di un ragazzo della Virginia, cresciuto secondo la fede della Chiesa cristiana avventista del settimo giorno (un movimento religioso, vegetariano, che osserva il riposo del sabato e prega la seconda venuta di Gesù Cristo), che, dopo l'attacco dei giapponesi alla base militare di Pearl Harbor (7 dicembre 1941, ore 7:58), va volontario sotto le armi (spinto dalla forza in Dio e dal Patriottismo, che come sappiamo è l'ultimo rifugio delle carogne con o senza divisa). Però non vuole impugnare il fucile, ma aiutare i feriti sul campo… viene imprigionato e subisce un processo per vigliaccheria, ma il tribunale gli dà ragione (con la mediazione di un generale amico del padre, combattente decorato nella Prima guerra mondiale) e lo invia in prima linea come aiuto medico (prima di partire ha una licenza e si sposa)… riesce a salvare 75 soldati durante la battaglia di Okinawa, nel giugno 1945, e sarà coperto di medaglie (Bronze Star, Purple Heart) e celebrato come un eroe fino alla sua scomparsa (23 marzo 2006).
La battaglia di Hacksaw Ridge è candidato a una messe di premi (Oscar, Critics’ Choice Movie Award, AACTA International Award, Golden Globe Award, BAFTA Award ecc.)… non c'importa niente quanti ne potrà ricevere né c'importa se critica e pubblico si trovano in accordo sull'intrattenimento guerrafondaio e religioso di questo film ampolloso di sangue e spettacolo dispensati con particolare attenzione a corpi bruciati, gambe tagliate, braccia mozzate, teste piene di vermi e topi che pasteggiano con le viscere dei soldati… gli affari sono affari… il box-office conferma il successo e la guerra finta (come quella vera) porta un brivido di piacere al pubblico rincitrullito della civiltà consumerista.
Il film armato di Gibson si attesta sulla confessione in Dio e nel coraggio dei guerrieri in difesa della Patria e della Famiglia… bella roba… porco cane! sempre il medesimo lezzo! ovunque! l'imbecillità dilaga, al cinema e dappertutto! ogni imbecille è fiero di sé! e d'imbecilli sono sempre stati fecondi i governi!… ma è inconcepibile aderire a una religione, a un'ideologia, a una nazione fondate sulla violenza… l'ottimismo, come è noto, è la dottrina dei sudditi, dei servi, degli agonizzanti che confondono il boia col santo, che poi è la medesima cosa… e non comprendono che una piccola cosca di saprofiti produce le guerre e sono i popoli a subirle… disconoscere la guerra significa disconoscere ogni potere che la sostiene… disobbedire, disertare, opporsi ai bastardi della guerra, vuol dire combattere la crudeltà dei potenti e ricacciarli nelle fogne da dove sono usciti. L'obbedienza esiste solo fintantoché dura il consenso, come il re, il papa o un capo di stato finché dura l'estasi. L'obbedienza non è mai stata una virtù!

giovedì 16 marzo 2017

GUATEMALA: EL ESTADO, ¿A QUIÉN DEFIENDE?, por Marcelo Colussi

© Carlos Sebastián
La reciente muerte de 40 jóvenes en el Hogar Seguro Virgen de la Asunción, en Guatemala, instancia pública regenteada por la Secretaría de Bienestar Social, abrió una visión crítica de la situación de la sociedad y del Estado: ¿quién mató a estas adolescentes: el fuego, un carcelero irresponsable o un Estado neoliberal ineficiente, heredero del Estado-finca que ha venido caracterizando a la nación desde sus albores, defensor de los grandes grupos agroexportadores e inexistente para las necesidades populares?
Ello lleva a preguntar: ¿por qué una sociedad es como es? En este caso: ¿por qué esta sociedad tiene 60% de su población bajo el límite de la pobreza, 20% de analfabetismo, machismo-patriarcal a la orden del día, la mitad de su niñez desnutrida, más de un 11% de su PBI constituido por remesas familiares de personas que se van irregularmente a Estados Unidos a trabajar en condiciones de precariedad, pandillas juveniles violentas, 25% de la población urbana viviendo en barrios marginalizados, 11% de la niñez urbana trabajando, más cantinas que escuelas y hospitales y centros de salud desabastecidos? Lo cual lleva a esta otra pregunta: ¿por qué un Estado “normaliza” todo esto?
El Estado es el mecanismo social que legitima una situación dada. Dicho de otro modo: el Estado constituye en ley, en ordenamiento simbólico universal, en mandato social obligado, un determinado estado de cosas. La legislación (que es siempre una construcción histórica, una convención) viene a darle valor inamovible e incuestionable a una situación determinada. En ese sentido, la ley no es necesariamente justa. Es “lo que conviene al más fuerte”, como dijera Trasímaco de Calcedonia en la Grecia clásica. El dirigente bolchevique Vladímir Lenin lo dirá con otras palabras dos milenios y medio después: “El Estado es el producto irreconciliable de las contradicciones de clase”.
El Estado es una fiel representación de lo que es la sociedad. En Guatemala se asiste a un Estado de espalda a las necesidades reales de su población. Un Estado que reprime, que viola en la práctica lo que declara en su Constitución, que beneficia a unos pocos en detrimento de las grandes mayorías. El Estado, en ese sentido, se constituye en el principal violador de los derechos mínimos y elementales de su gente.
¿Por qué murieron calcinadas 40 jovencitas que protestaban por abusos, negocio de trata sexual del que eran víctimas, golpes y vejaciones? No por el carcelero desquiciado que no abrió la puerta: murieron por una sumatoria de causas de las que el Estado es el principal factor y su representación más cabal.
El Estado de Guatemala -al igual que el Estado de cualquier país capitalista- no atiende realmente las necesidades de su población. En los países prósperos del Norte puede que invierta mucho más en cuestiones sociales, porque su situación económica se lo permite. Pero cuando la lucha de clases se pone al rojo vivo, nunca se equivoca en relación a quién debe defender. En el Sur, en los países pobres de África, Asia y América Latina, el Estado es equivalente a ineficiencia, corrupción y represión.

sabato 11 marzo 2017

CONOCIÉNDONOS MÁS: EL PUEBLO AWAJÚN, por Hugo Blanco

Los awajún son un pueblo rebelde que pertenece a la familia de los jíbaros.
El pueblo aguaruna o awajún (nombre preferido por algunos hablantes awajún, aunque también usan ii-ni-ia - ‘uno de nosotros’) es una etnia de la selva amazónica peruana. Los aguarunas descienden de los fieros jíbaros, guerreros formidables que defendieron incansablemente su libertad y que, por lo mismo, se mantuvieron durante mucho tiempo fuera del alcance y el conocimiento del hombre occidental. Así, se enfrentaron a las invasiones incaicas, que no lograron someterlos.
Tampoco los pudieron adoctrinar los sacerdotes, especialmente jesuitas y dominicos, muchos de los cuales murieron en el intento. Los awajún se enfrentaron frecuentemente con los españoles que intentaron reducirlos en las misiones. Esta resistencia indígena ocasionó continuos fracasos de los misioneros hasta que, en 1704, los misioneros jesuitas recibieron la orden de abandonar la labor misional en la zona ocupada por los llamados pueblos jíbaros.
Ahora, después de siglos, en España, inclusive los revolucionarios, usan como adjetivo, para señalar algo terrible, la palabra “jíbaro”. Lo “terrible” del jíbaro era que reducía las cabezas de sus enemigos fallecidos en el combate. Al parecer los españoles consideran que eso es más terrible que las torturas de la época de Franco. Otra cosa terrible para España es que expulsaron a los jesuitas.
Es uno de los pueblos más numerosos de la Amazonía peruana. Su lengua es la más hablada entre las cuatro que pertenecen a la familia lingüística jíbaro. Se extendieron por toda la cuenca del río Cenepa y su población se distribuye en los territorios por los que hoy pasa la línea de frontera entre el norte del Perú y el sur de Ecuador. Por esta ubicación fueron afectados directamente por el conflicto Perú-Ecuador. Ellos denunciaron que querían hacerles pelear entre hermanos y declararon que no querían hacerlo, que unidos quienes viven en Ecuador y el Perú lucharían contra las grandes empresas depredadoras del medio ambiente.
En Ecuador se les conoce como “Shuar”. Precisamente ahora están siendo atacados militarmente por el gobierno “progresista” de Correa, quien, sin su permiso, pretende impulsar la depredación de su territorio dando paso a una empresa minera china.
El pueblo awajún vive principalmente en el departamento de Amazonas, aunque también se encuentran comunidades de este pueblo en el norte de los departamentos de Loreto, Cajamarca y San Martín. Según datos obtenidos por el Ministerio de Cultura, la población de las comunidades del pueblo awajún se estima en 83,732 personas. En el departamento de Amazonas, los awajún son mayoría entre las etnias nativas (un 90% aproximadamente).

mercoledì 8 marzo 2017

EQUIDAD DE GÉNERO: UN PROBLEMA NO SÓLO DE MUJERES, por Marcelo Colussi

La situación social de las mujeres es un problema que afecta a ellas primera y principalmente, pero no restringe su abordaje y posible solución al ámbito femenino. Por el contrario, es una problemática de corte social que involucra por fuerza a la totalidad de la población, varones incluidos.
Aclaremos rápidamente, evitando malentendidos, que ello no significa que la solución esté en manos masculinas. Lo importante a destacar es que, aunque son las mujeres quienes llevan la peor parte, la comunidad en su conjunto se perjudica ante el hecho discriminatorio, ante esta inequidad de géneros. Si se aborda profundamente el problema, la conclusión obligada confronta primeramente a los varones, en tanto los discriminadores; pero en otro sentido: a la sociedad como un todo, pues la historia generó esas formas de organización marcadas hondamente por una ideología machista-patriarcal.
Las diferencias sexuales anatómicas conllevan otras tantas diferencias psicológicas; pero esto no explica, y mucho menos justifica, la posición social del género femenino. Ninguna conducta humana puede concebirse solamente en términos biológicos. Aunque este determinante exista -el macho, en muchas especies animales, es más fuerte que la hembra, también entre los humanos-, se dan otros procesos que posicionan culturalmente a las mujeres.
Como una constante en diversas civilizaciones, las mujeres se ven sometidas a un papel sumiso ante la imposición varonil. No significa “papel secundario”, pues su quehacer es básico al mantenimiento del grupo social, pero sí ausente en la toma de decisiones. Hasta ahora las mujeres, como género, han estado excluidas del ejercicio del poder. Los trabajos femeninos, en esta concepción patriarcal, se consideran secundarios, poco “importantes”.
En el ámbito humano, el horizonte desde donde se estructuran las conductas está regido por algo no exclusivamente biológico, y que en términos de ordenamiento macho-hembra no responde tanto a realidades anatómicas sino a posicionamientos subjetivos, propios del campo simbólico, no del orden físico-químico. El machismo, en tanto una posibilidad de relaciones entre hombres y mujeres, no tiene ningún fundamento genético.
En otros términos: en lo humano no hay correspondencias biológico-instintivas entre machos y hembras sino ordenaciones entre “damas” y “caballeros”. El acoplamiento no está determinado/asegurado instintivamente. Tiene lugar, pero no siempre (hay relaciones homosexuales, hay voto de castidad, hay psicopatología en esto); y no necesariamente está al servicio de la reproducción (eso es, antes bien, una eventualidad; la mayoría de los contactos sexuales no buscan la procreación). Masculinidad y femineidad son construcciones simbólicas, arraigadas en la psicología de los humanos y no en sus órganos sexuales externos. La cuestión de géneros se desenvuelve en el campo social.

sabato 4 marzo 2017

LA CORRUPCIÓN, por Hugo Blanco

Mientras las sociedades sean verticales como en la falsa “democrazia” en que vivimos, habrá corrupción.
La sociedad está dividida entre los que mandan y los que obedecen.
El mundo está gobernado por las grandes empresas transnacionales que ponen a sus sirvientes como gobernantes. Están bajo su mando los poderes ejecutivos, las mayorías parlamentarias, los poderes judiciales, las fiscalías, la policía, el ejército, los grandes medios de comunicación, etc.
Por supuesto que no son homogéneos, tienen muchas diferencias entre ellos. Esas diferencias han provocado el escándalo actual alrededor de Odebrecht y otras empresas.
Hay corrupción desde los presidentes hasta los alcaldes distritales. Es muy conocido que en la provincia de La Convención, Cusco, los alcaldes preguntan a una empresa constructora: “¿Por cuánto me hace el local del municipio?” - “Por tres millones” - “Le doy 4 y me hace la factura por 5”.
Cuando el mandato es colectivo, desaparece la corrupción. Pueden pensar que esto es pura poesía. Voy a citar dos ejemplos:

- Municipio de Limatambo, provincia de Anta, departamento de Cusco

La comunidad indígena, en general, es una organización democrática, a pesar de que “la ley” ordena que mande el presidente.
La Federación Distrital de Campesinos del distrito de Limatambo decidió que como el campesinado comunero era la mayoría de la población del distrito, ellos debían poner al alcalde y los regidores, pero no para que sean los elegidos quienes gobiernen, sino para que la gobernante sea la Asamblea General de delegados y delegadas de las comunidades. Se hizo la votación secreta para quién debía ser el candidato y fue elegido Wilbert Rozas, el actual parlamentario. Naturalmente ganaron la elección.
Se cumplió el acuerdo, El alcalde y los regidores no hacían lo que ellos pensaban que era correcto, sino lo que decidía la Asamblea. Ésta se reunía cada tres meses y determinaba qué debía hacer el municipio. En la siguiente asamblea el gobierno municipal informaba cómo había cumplido el mandato de la asamblea anterior; luego de evaluar el informe, se decidía lo que se haría en los tres meses siguientes.
Los vecinos del poblado de la capital del distrito decidieron enviar también ellos sus delegados. La Asamblea comunal gobernante se convirtió en Asamblea comunal y vecinal.
Toledo, que era el presidente, visitó Limatambo y dijo que quisiera que haya 100 limatambos en el Perú pues ahí el municipio rendía cuentas cada tres meses. No mencionó que la asamblea gobernaba. Recomendó que los parlamentarios fuesen a Limatambo para elaborar la ley de municipalidades. Los parlamentarios no fueron, pero sacaron la “Ley de presupuesto participativo”, que no se cumple en ninguna parte.

lunedì 27 febbraio 2017

CARACAZO: REVUELTA PLEBEYA DE LA MUCHEDUMBRE, por Douglas Bravo

En el 28° aniversario del Caracazo, publicamos el análisis de Douglas Bravo, ex comandante de las Faln, fundador de Utopía Tercer Camino, miembro del Comité internacional de Utopía Roja. [la Redacción]

La revuelta del febrero de 1989 (conocida como El Caracazo) impulsó las viejas contradicciones de la sociedad venezolana, y sin detenerse allí, creó otras; al mismo tiempo es el primer acontecimiento de carácter nacional (y continental o mundial) de la nueva era de las luchas sociales, con indudable alcance hacia el siglo XXI; hizo estallar fuerzas acumuladas en 31 años, para dejar establecidos hechos cuyas bases constituyen los fundamentos para profundos cambios sociales, militares, políticos, jurídicos, culturales y espirituales.
Los instrumentos jurídicos que nacieron al calor del 23 de enero del 58 y que se fueron conformando hasta el año 88 resultan ya incompatibles con cualquier rumbo que se impongan en el proceso del movimiento histórico de luchas sociales y políticas. La propia Constitución, la Ley del Trabajo, la Ley de Educación, y en general todos los instrumentos jurídicos que han envejecido con la nueva realidad, serán suplantados o reformados según sea el camino que se tome.
Después del 27 se ha hecho imperativo un viraje en la sociedad venezolana, bien sea en el mismo marco del capitalismo (dictadura neo-liberal o democracia militarizada neo-liberal), en la dirección del socialismo real ya conocido (improbable por lo pronto dada la actual relación de fuerzas mundiales inclinadas ventajosamente hacia Estados Unidos), o bien en la dirección de una formación social inédita fundada en la democracia plebeya que despuntó en la jornada del 27 y 28 de febrero.
Es irreversible el viraje aún cuando operan fuerzas de contención.

UBICACIÓN HISTÓRICA

Los antecedentes de esta poderosa revuelta de la muchedumbre, legitimada por la vida misma y ampliada por las fuerzas en pugna, arrancan desde la madrugada del 23 de enero de 1958, justamente cuando hace su aparición en el escenario de las luchas la llamada clase “marginal” o pobrecía urbana y suburbana: compuesta por los marginados propiamente dichos y por los sectores empobrecidos de los trabajadores, de los estudiantes y de la clase media.
Desde entonces hasta nuestros días, 31 años exactamente, ha venido esta clase definiendo su itinerario histórico con acciones de diferentes contenido político, social, militar, etc., pero siempre con sus propias características, que la diferencian claramente de otras clases y capas sociales. Más adelante haremos referencia al problema del contenido de la revuelta, pero por lo pronto conviene señalar que la clase marginal, en tres décadas de participación política, exhibe con absoluta claridad los siguientes rasgos: definido contenido de clase contra el rico (grande o pequeño); despliegue de temperamentos, audacia y energía; presencia masiva, estilo muchedumbre, dándole a las pobladas un nuevo elemento; corta duración de su dispositivo, cuyo accionar directo se aleja del discurso protocolar. El saqueo, la invasión y la toma sintetizan hasta ahora su mejor táctica de lucha. Estos breves rasgos se vienen mostrados desde su primera aparición en la madrugada de enero de 1958 hasta el 27 de febrero de 1989. Veamos a grandes rasgos ese itinerario, advirtiendo de antemano que sólo haremos referencia a algunos aspectos.

venerdì 24 febbraio 2017

«FERRO, FUOCO, TERRA! 50 ANNI DI LAVORO IN MAREMMA»: LA NUOVA MOSTRA FOTOGRAFICA di Pino Bertelli


Ferro, Fuoco, Terra! 50 anni di lavoro in Maremma
Mostra fotografica di Pino Bertelli

La mostra di Pino Bertelli «Ferro, Fuoco, Terra! 50 anni di lavoro in Maremma» racconta con lo sguardo libertario di questo autore di fama internazionale il lavoro di ieri e di oggi della Maremma toscana. L'iniziativa fa parte del progetto di collaborazione tra Irta Leonardo (Istituto di Ricerca sul Territorio e l'Ambiente) e Magma Follonica, museo che fa dell'attenzione al mondo del lavoro e della memoria storica locale uno dei suoi principali fulcri.
Da sempre sensibile e recettivo alle questioni del lavoro e della società, dell'emarginazione, della diversità e della libertà, Pino Bertelli raccoglie in questa mostra ritratti, ambienti, luoghi di lavoro e di memoria in trenta foto in grande formato seguendo un percorso che unisce gli elementi della terra, del mare, del ferro e del fuoco.

mercoledì 22 febbraio 2017

GUATEMALA: ¿POR QUÉ TANTA RESISTENCIA CONTRA LA JUSTICIA MAYA?, por Marcelo Colussi

La ley es lo que conviene al más fuerte”, sentenciaba Trasímaco de Calcedonia en la Grecia clásica. La fórmula sigue siendo válida al día de hoy: la ley, el derecho, las normas que fijan la vida, no son absolutas ni universales. Mucho menos: naturales ni de origen divino. Responden siempre a un proyecto hegemónico, a un centro de poder. La justicia, más allá de la pretendida búsqueda de objetividad, es siempre justicia para algunos. En otros términos: todos somos iguales…, pero algunos son más “iguales” que otros.
Vale comenzar con esta idea para entender qué está pasando en este momento en Guatemala con la discusión sobre las reformas constitucionales, fundamentalmente lo relacionado al (los) sistema(s) de justicia.
Pareciera que el debate se centra entre uno u otro: el de la justicia ordinaria (¿la “occidental” podríamos llamar?) y el de la justicia tradicional maya. Tal como cierta posición presenta las cosas, la discusión gira en torno a cuál es “más conveniente”, cuál ofrece más soluciones. Y, por supuesto, la opinión que los principales factores de poder nacional esgrimen, vuelcan la decisión hacia la justicia actual, la que viene marcando el paso desde la constitución del Estado hace ya dos siglos, excluyendo el derecho consuetudinario de los pueblos mayas.
En esta lógica, esos factores de poder –abanderados por el Comité Coordinador de Asociaciones Agrícolas, Comerciales, Industriales y Financieras (CACIF)– muestran una situación artificial, tendenciosa, que sirve para confundir a la opinión pública, intentando inclinarla para una determinada posición. De ese modo, se presenta el derecho maya tradicional como “atrasado”, “violento”, mostrando que no es lo que “el país necesita”. La imagen prejuiciosa de una justicia tradicional que latiguea en plaza pública a los declarados culpables es lo que campea como símbolo. Junto a eso, la otra justicia, la hoy día existente, “oficial”, se presenta como racional, balanceada, no violenta. El debate –falso– pretende resaltar las bondades de un sistema sobre las deficiencias y atrocidades del otro.
Complementando esa falsa dicotomía, el mensaje que esta visión anti-maya envía es de supuesta unidad nacional. “Guatemala es una sola, por ende, un solo sistema de justicia debe haber”, sería la propuesta. Propuesta, incluso, que es fácilmente digerible, hasta inteligente: “¿Por qué dividir en vez de sumar?”, informa maliciosamente. Y dado que el derecho tradicional maya, por una suma de elementos, no ha podido hacerse conocer claramente ante la opinión pública explicando cómo funciona ni qué ventajas ofrece, la visión difundida por el CACIF se impone.

lunedì 20 febbraio 2017

INTITOLAZIONE DI UN'AULA UNIVERSITARIA A MAURO ROSTAGNO (Catanzaro, 27 gennaio 2017), di Antonio Marchi

Università degli Studi Magna Graecia, Facoltà di Sociologia

«Ora Mauro guarda lo studente che entra…»
IL PERCORSO DELLA MEMORIA: DA TRENTO A CATANZARO, PER MAURO ROSTAGNO

Tanto si è ammucchiato il tempo del mio impegno per l'intitolazione a Mauro Rostagno di un'aula alla facoltà di Sociologia di Trento che mese dopo mese, anno dopo anno, l'interesse si è affievolito fin quasi a spegnersi, con dei sussulti sempre meno appuntiti e più distanziati. Questa attesa però non ha fiaccato la mia speranza che qualche straordinario evento riaccendesse il gusto della sfida.
L'incoraggiamento maggiore mi è venuto dalla sorella, Carla Rostagno, che di volta in volta, coinvolta nelle mie iniziative, ha moltiplicato il risveglio all'impensabile, all'insuperabile:

Ciao Antonio,
ho letto i tuoi messaggi con tenerezza e gratitudine per te, e con un po' di tristezza per quel "piccolo mondo" che ha paura di sbilanciarsi. Mauro per qualcuno è ancora scomodo e ingombrante; questa è gente del profondo Nord "sprofondata" in vecchi meccanismi di pensiero, isolata dagli avvenimenti. Ma che buffa è la vita! Mauro, nato al Nord, è diventato, per sua scelta, cittadino del Sud, che a sua volta lo ha riconosciuto come figlio e che lo ama ancora e lo ricorda con gratitudine dopo più di 22 anni; e il grande Nord, che si sente come la parte nobile e produttiva del Paese, cosa fa? LO IGNORA. Ma i suoi amici (si fa per dire) di un tempo che fanno? Questo atteggiamento indifferente è molto più grave ed è imperdonabile.
Un abbraccio,
Carla

IL RACCONTO

Tutto cominciò quando Mauro, nel febbraio 1988, venne a Trento per festeggiare il ventennale della Facoltà, rimettendo in moto quella mia passione civile e politica solo fiaccata dalle delusioni del post '68.
Il 26 settembre 1988 Rostagno veniva ucciso in un efferato agguato architettato da una rete di personaggi molto influenti che collega mafia, massoneria, P2, Gladio, servizi segreti «deviati» ed esercito italiano. La sua morte violenta non poteva lasciarmi indifferente. Lavoravo all'interno dell'Università dove molti anni prima lui era stato studente e protagonista indiscusso. Sentivo che dovevo fare qualcosa per ricordarlo nella maniera più dignitosa e politica possibile. In realtà Mauro ebbe molte vite, e tutte le visse intensamente. Fu brillante studente e leader studentesco a Trento, militante di Lotta Continua, viaggiatore in India, fondatore del centro culturale Macondo a Milano, ideatore della Comunità Saman e giornalista impegnato contro la mafia in Sicilia. Un uomo eclettico dunque, sempre curioso, a volte contraddittorio ma sempre coerente nella scelta di stare dalla parte dei deboli, contro tutte le ingiustizie. Un uomo che non può essere compreso solamente nel ruolo di leader studentesco «sessantottino», quasi avesse passato il tempo soltanto a «occupare illegalmente aule», come sbraitato da quanti si sono opposti all'intitolazione.

RED UTOPIA ROJA - Principles / Principios / Princìpi / Principes / Princípios

a) The end does not justify the means, but the means which we use must reflect the essence of the end.

b) Support for the struggle of all peoples against imperialism and/or for their self determination, independently of their political leaderships.

c) For the autonomy and total independence from the political projects of capitalism.

d) The unity of the workers of the world - intellectual and physical workers, without ideological discrimination of any kind (apart from the basics of anti-capitalism, anti-imperialism and of socialism).

e) Fight against political bureaucracies, for direct and councils democracy.

f) Save all life on the Planet, save humanity.

(January 2010)

* * *

a) El fin no justifica los medios, y en los medios que empleamos debe estar reflejada la esencia del fin.

b) Apoyo a las luchas de todos los pueblos contra el imperialismo y/o por su autodeterminación, independientemente de sus direcciones políticas.

c) Por la autonomía y la independencia total respecto a los proyectos políticos del capitalismo.

d) Unidad del mundo del trabajo intelectual y físico, sin discriminaciones ideológicas de ningún tipo, fuera de la identidad “anticapitalista, antiimperialista y por el socialismo”.

e) Lucha contra las burocracias políticas, por la democracia directa y consejista.

f) Salvar la vida sobre la Tierra, salvar a la humanidad

(Enero de 2010)

* * *

a) Il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi che impieghiamo dev’essere riflessa l’essenza del fine.

b) Sostegno alle lotte di tutti i popoli contro l’imperialismo e/o per la loro autodeterminazione, indipendentemente dalle loro direzioni politiche.

c) Per l’autonomia e l’indipendenza totale dai progetti politici del capitalismo.

d) Unità del mondo del lavoro mentale e materiale, senza discriminazioni ideologiche di alcun tipo (a parte le «basi anticapitaliste, antimperialiste e per il socialismo.

e) Lotta contro le burocrazie politiche, per la democrazia diretta e consigliare.

f) Salvare la vita sulla Terra, salvare l’umanità.

(Gennaio 2010)

* * *

a) La fin ne justifie pas les moyens, et dans les moyens que nous utilisons doit apparaître l'essence de la fin projetée.

b) Appui aux luttes de tous les peuples menées contre l'impérialisme et/ou pour leur autodétermination, indépendamment de leurs directions politiques.

c) Pour l'autonomie et la totale indépendance par rapport aux projets politiques du capitalisme.

d) Unité du monde du travail intellectuel et manuel, sans discriminations idéologiques d'aucun type, en dehors de l'identité "anticapitaliste, anti-impérialiste et pour le socialisme".

e) Lutte contre les bureaucraties politiques, et pour la démocratie directe et conseilliste.

f) Sauver la vie sur Terre, sauver l'Humanité.

(Janvier 2010)

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a) O fim não justifica os médios, e os médios utilizados devem reflectir a essência do fim.

b) Apoio às lutas de todos os povos contra o imperialismo e/ou pela auto-determinação, independentemente das direcções políticas deles.

c) Pela autonomia e a independência respeito total para com os projectos políticos do capitalismo.

d) Unidade do mundo do trabalho intelectual e físico, sem discriminações ideológicas de nenhum tipo, fora da identidade “anti-capitalista, anti-imperialista e pelo socialismo”.

e) Luta contra as burocracias políticas, pela democracia directa e dos conselhos.

f) Salvar a vida na Terra, salvar a humanidade.

(Janeiro de 2010)