di Piero Bernocchi e Roberto Massari
L'assoluta dipendenza di putin dai mercenari wagner e l'ingigantimento della nato
Sulla sorte di Gerasimov e dei vari "generaloni" russi, chissà. Ma quello che oramai è certo è l'assoluta dipendenza fisiologica del putinismo dai mercenari Wagner, come e peggio di un signorotto medioevale o rinascimentale. Altro che Prigozhin strapazzato, sconfitto, emarginato, mandato in esilio, forse processato, o addirittura a rischio di esecuzione sommaria! Ricevuto al Cremlino in pompa magna da Putin il 29 giugno, cinque giorni dopo il presunto "golpe", dopo aver scorazzato tra San Pietroburgo e Mosca (altro che in esilio carcerario in Bielorussia!), ha contrattato da posizioni di forza il ritorno dei "wagneriani" sul campo di battaglia ucraino, senza il quale ritorno l'esercito "regolare" russo è alla frutta, privo di motivazioni, mandato allo sbaraglio da chi follemente aveva creduto alle favole che le intelligences raccontano spesso ai propri satrapi per assecondarli: e cioè che in Ucraina folle festanti avrebbero atteso e sostenuto i "liberatori" e che l'invasione sarebbe stata una passeggiata. E senza contare il ruolo decisivo dei mercenari in Africa per il controllo di vasti territori e delle ricchezze saccheggiabili per l'imperialismo "neozarista" russo.
Nel frattempo, si ingigantiscono gli effetti pro-Nato della demenziale impresa putiniana. Non solo il boia Erdogan, fino a ieri assai ben disposto verso la Russia, si "gonfia" sempre più, dando il placet (e ne avrà in cambio, si può ragionevolmente temere, mano libera nei confronti dei nostri carissimi/e curdi/e) all'ingresso nella Nato della Svezia, dopo quello già "concesso" alla Finlandia, ma addirittura si pronuncia a favore pure dell'ingresso dell'Ucraina. Ci mancano solo Svizzera e Austria...In un colpo solo la Nato, mai così screditata dopo l'abbandono/tradimento Usa, in sequenza, dei siriani, dei curdi e soprattutto degli afgani, usati e poi lasciati alla mercè dei talebani, e proprio quando gran parte del mondo filostatunitense pensava di non potersi più fidare degli Usa, è stata rilanciata dalla sciagurata impresa di Putin. Con lo sconcertante effetto di veder divenire il novello Zar di fatto il miglior "propagandista oggettivo" di Nato e Stati Uniti, consentendo loro di ottenere in poco più di un anno il massimo di presenza, di diffusione, di forza e di prestigio globali, a livelli mai raggiunti in precedenza, neanche nei momenti più drammatici della "guerra fredda" e delle paure occidentali nei confronti dell'"orso sovietico".
Immagino con quanta "gioia" da parte del governo cinese che tanto aveva cercato, e in parte ottenuto (cfr. il successo in Europa della "Via della Seta" e degli accordi con la Cina), l'effetto opposto, cioè il massimo indebolimento possibile del mondo Usa/Nato , ben sapendo di essere il vero "bersaglio grosso" di quel mondo. Che, in effetti, fino alla sciagurata impresa putiniana, su tale bersaglio era concentrato.
Piero Bernocchi
Caro Piero, come ti capisco.
Per ragioni anagrafiche e scelte politiche tu ed io cominciammo a lottare nella seconda metà degli anni ’60 quando la Nato era vista come il nemico numero uno da alcuni di noi, o come il male minore da alcuni altri. C’era il Vietnam, c’erano i golpes della Cia in America latina, c’erano i piani eversivi di destra foraggiati da soldi statunitensi, c’era l’incubo nucleare e c’era la cosiddetta «guerra fredda». Come non lottare contro la Nato (ma anche contro il Patto di Varsavia per quelli di noi - minoranza assoluta in Italia - che sapevano quanto reazionario fosse il regime sovietico e i regimi fantoccio che lo circondavano nel suo Impero).
Bisognava essere di destra o di centro-destra per parlar bene (apertamente, intendo) della Nato, ma non dell’estrema destra che ne parlava malissimo. Sapevamo che anche nel mondo socialdemocratico e piccista italiano c’erano degli strenui sostenitori della Nato (dal veccho Saragat a Ugo Pecchioli), ma l’atmosfera generale (anche per il discredito dovuto ai piani Solo, Stay-behind ecc.) li costringeva a tenere un profilo basso, così basso da rasentare la segretezza. Fu il caso di Pecchioli (di cui all’epoca, 2ª metà degli anni ’70, esaminavo attentamente le mosse e gli spostamenti negli Usa). [Per i giovani che possono non sapere di chi sto parlando, Pecchioli era l’incaricato speciale per le questioni militari e poliziesche del Pci, riparato dietro lo schermo della «Riforma dello Stato e della lotta a mafia e terrorismo». In realtà fu il vero e primo dirigente «comunista» filo-Nato che spalancò la strada a Enrico Berlinguer, a D’Alema ecc.]
Non tutti i Paesi europei erano entrati nella Nato negli anni della Guerra fredda, e qualcuno recalcitrava (la Francia gollista uscì dal comando Nato nel 1966 e de Gaulle non mandò mai giù veramente il rospo).
Insomma tu ed io siamo di una generazione che ha sempre ritenuto che fosse interesse dei popoli uscire dalla Nato. E credevamo che così la pensasse la maggioranza della sinistra a sinistra del Pci. E invece arrivò Rifondazione comunista a rimescolare le carte, togliendo l’uscita dalla Nato dai temi del suo programma e, giunta al governo, esigendo dai suoi parlamentari la disciplina nel votare tutte le missioni di guerra italiane, comprese quelle sotto il cappello della Nato. (Sono i famigerati Forchettoni rossi, di cui si può consultare l'elenco e vedere come votarono nel 2006 nel libro omonimo da me curato.)
Furono tempi duri per chi continuava a lottare contro la Nato. Noi dei Comitati Iraq-libero (anni ’90 e primi Duemila) fummo oggetto di campagne diffamatorie da parte della ex sinistra e della stessa Rifondazione, e a me toccò anche un’ispezione poliziesca per il mio ruolo in quei comitati. Negli anni ’60 non sarebbe accaduto perché all’epoca la lotta contro la Nato non costituiva un fattore d’isolamento morale o culturale, per lo meno a sinistra, ma anche per gran parte del mondo cattolico. Certo restava sempre l’indifferenza se non una vera e propria complicità nei riguardi del Patto di Varsavia della quale la ex sinistra italiana non si è mai liberata. Un peccato originale che si continua a pagare.

