L’associazione Utopia rossa considera suo fondamento politico il principio secondo cui il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi si deve riflettere l’essenza del fine. Non ha programmi politici, come del resto non ne aveva la Prima internazionale. Nonostante le più diverse provenienze ideologiche dei suoi sostenitori, essa ritiene che l’anticapitalismo dilagato dopo l’inizio dell’Antirivoluzione russa (dicembre 1917) sia stato motivato fondamentalmente da idee precapitalistiche, cioè retrograde, e non da progetti di civiltà in grado di superare il capitalismo sviluppando ulteriormente i suoi modelli di democrazia. Ciò spiega anche il prevalere, nella storia della cosiddetta «sinistra», di simpatie per i regimi dittatoriali di ogni specie e colore. Utopia rossa si batte contro l’ulteriore diffusione di ideologie precapitalistiche vecchie e nuove (in campo politico, culturale, ecologico, religioso ecc.), come parte della sua battaglia per il superamento del capitalismo, se si vuole salvare la vita sulla Terra con la sua umanità. In questo senso la sua utopia continua ad essere rossa.

The Red Utopia association considers its political foundation to be the principle that the end does not justify the means, but that the means must reflect the essence of the end. It has no political program, just as the First International did not. Despite the diverse ideological backgrounds of its supporters, it believes that the anti-capitalism that spread after the start of the Russian Anti-Revolution (December 1917) was fundamentally motivated by pre-capitalist – that is, retrograde – ideas, and not by civilizational projects capable of overcoming capitalism and of further developing its democratic models. This also explains the prevalence, throughout the history of the so-called «left», of sympathies for dictatorial regimes of all kinds and colors. Red Utopia fights against the further spread of old and new pre-capitalist ideologies (in the political, cultural, ecological, religious, and other fields) as part of its battle to overcome capitalism, if life on Earth, including its humanity, is to be saved. In this sense, its utopia remains red.

PER SAPERNE DI PIÙ CI SONO UNA COLLANA DI LIBRI E UN BLOG IN VARIE LINGUE…

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lunedì 29 luglio 2024

IL MONDO FRENETICO DEI SOCIAL MEDIA

di Laris Massari* 


Nel momento in cui scrivo, molte cose staranno già cambiando, perché il sistema dei social media - come di tutti i programmi per computer e per smartphone - si alimenta di «aggiornamenti». Senza tali aggiornamenti, il sistema alla lunga diventerebbe obsoleto e nessuno ne vorrebbe più usufruire. 

Immergiamoci nel bacino degli attuali social media e partiamo dal più noto di essi: Facebook. Questo prese vita nel lontano 2004 (l’anno in cui nascevo anch’io), per iniziativa di Mark Zuckerberg [n. 1984], Eduardo Saverin [n. 1982], Chistopher Hughes [n. 1983], Andrew McCollum [n. 1983], Dustin A. Moskovitz [n. 1984] - poi divenuti tutti affermati imprenditori. Ma da alcuni anni Fb non vive più di vita propria e ai giovani piace sempre di meno. Certo, è ancora molto diffuso tra le persone di una certa fascia d’età - i non adolescenti, i cosiddetti boomer1 - ma appunto si tratta di un social medium ormai «vecchio». È una delle ragioni per cui il signor «Zuck» con la sua azienda si è dovuto impadronire dei principali concorrenti: chi già fa uso di Instagram e Whatsapp avrà notato che all’apertura di queste applicazioni (programmi per smartphone) compariva la scritta «From Facebook», poi «From Meta» - ultimo fallimentare progetto di aggiornamento.

Il fatto è che i nativi digitali (new generation, gen z2 ecc.) sono maggiormente attratti da quei social che permettono di visualizzare il più alto numero di immagini, nel minor tempo possibile, con il più basso livello d’attenzione. A ciò è dovuto il grande successo di Instagram (Ig), un social medium in cui la condivisione di sole immagini e video, con poco o niente testo, la fa da padrona. Immagini e video che le persone possono «postare» sui propri profili social sotto forma di post, o condividere (col mondo o con una ristretta cerchia d’amici) per una sola giornata tramite le cosiddette «storie» (dall’inglese stories). Così sarebbe possibile pubblicare giorno per giorno la storia della propria vita, ben filtrata, tramite le storie di Ig. 

E non c’è bisogno di essere influencer per fare un cosa del genere. Gli influencer, invece, diventano tali quando, a interessarsi di ciò che mostrano della propria vita, sono un numero a volte spaventoso di persone - anzi di seguaci, cioè di follower. Oppure quando personaggi già famosi si creano un proprio profilo. Così il social medium può diventare un luogo di lavoro, nonché in effetti una fiera delle pubblicità: ed è grazie agli sponsor che i più influenti guadagnano ingenti somme di denaro. Condividendo anche i momenti più intimi della propria vita, la persona famosa entra nelle vite dei follower come fosse un loro amico caro, e quindi non c’è da meravigliarsi se poi qualunque prodotto essa pubblicizzi abbia un’alta probabilità di essere acquistato.

Il bello è che i follower, a meno che non siano prede completamente alienate del meccanismo, sanno benissimo come esso funziona, ma, anziché indignarsi, aspirano a diventare essi stessi degli influencer (che possono essere a loro volta follower di qualcun altro). Questo è un esempio della famigerata «democrazia» del Web, giacché a ogni singolo utente è potenzialmente concesso di diventare influente, quindi famoso e ricco, senza possedere grandi qualità umane di alcun tipo.

Qui entra in gioco il celebre «algoritmo», che favorisce chi pubblica contenuti che siano più in linea con le mode - con i trend. Non solo: l’algoritmo fa anche in modo di captare gli interessi di un utente per potergli poi riproporre contenuti e soprattutto prodotti in linea con essi: un fenomeno che vediamo con sempre maggiore frequenza e un po’ dappertutto nel mare di Internet.

Come se non bastasse, ormai se non si paga la versione premium di uno qualsiasi di questi social media, alla pubblicità «di sottofondo» si aggiunge la pubblicità vera e propria tra un post e l’altro, rendendo a confronto gli spot pubblicitari televisivi pura normalità. 

La maggior parte delle app tende al modello di Fb e Ig. Per esempio, a Whatsapp (messagistica istantanea) e a YouTube (piattaforma di video di media e lunga durata) da un po’ di tempo è stata aggiunta la funzione di pubblicare le storie giornaliere. Le stesse Fb e Ig prendono spunto da altri social e viceversa, in un continuo aggiornamento per accaparrarsi il maggior numero di utenti. Un social di recente creazione, di nome BeReal, pretende di distinguersi dagli altri perché chiede agli utenti di pubblicare foto in certe ore della giornata, che li ritraggano in qualunque frangente essi si trovino, affinché costoro non possano «mentire» sulla loro reale condizione. Lo slogan paradossale è: Your Friends for Real

Simile a Ig è la poco più recente, nonché principale concorrente, Snapchat (originaria di Stanford, a differenza della Fb di Harvard). La caratteristica principale di Snapchat è consentire agli utenti della propria rete di inviare messaggi di testo, foto e video visualizzabili solo per 24 ore. L’app permette inoltre la condivisione della geolocalizzazione al proprio gruppo di amici. Mi è capitato di vedere utenti della mia età all’opera con quest’app - non molto diffusa in Italia quanto all’estero - inviare a grande velocità un’immagine del proprio volto (un selfie per capirci) a una parte della propria lista di contatti. Probabilmente con la stessa velocità con cui l’immagine è inviata, l’immagine sarà vista dal ricevente, che avrà troppe pseudocorrispondenze in corso per poter dare ad alcuna la giusta importanza. 

Merita un discorso a parte il fenomeno di TikTok: app cinese del 2016, derivata di musical.ly, attraverso cui gli utenti (detti TikToker) possono creare brevi videoclip di durata variabile (dai 15 ai 600 secondi) ed eventualmente modificare la velocità di riproduzione, aggiungendo ai propri filtri, effetti particolari e suoni. Evoluzione (o involuzione) dei social precedenti, TikTok ha abolito ogni forma statica di immagine o didascalia, per lasciare spazio solo a video brevi. L’app ha spopolato, tra i giovani e i giovanissimi, ma non solo loro, con più di un miliardo di utenti nel mondo. Si tratta di un ennesimo social «mangia-vita», che tiene le persone attaccate al minischermo per ore e ore, potenzialmente per l’intera giornata, a vedere i video di altra gente. Stiamo parlando di contenuti quali balletti, gag (o meglio, dire meme3), ricette di cucina e chi più ne ha più ne metta.

Ovviamente tra una scemenza e l’altra ci scappa qualche video serio che perde qualsiasi credibilità in mezzo al mucchio. Si sente in giro parlare di «trend di TikTok» che tutti ripetono - a voce o con gesti e balletti - come fossero le battute di Fantozzi, per poi dimenticarsene in breve, appena sopraggiungono nuovi trend.

Basti pensare al personaggio di Khaby Lame [n. 2000] (un vero e proprio trendsetter), senegalese naturalizzato italiano, il quale, reagendo a video ridicoli di altri utenti, con altrettanta ridicolezza ha raggiunto al momento [febbraio 2024] 160 milioni di follower su TikTok e 80 milioni su Ig: cifre da capogiro. È divenuto il TikToker più seguìto al mondo, che abbiamo visto sfilare sul red carpet degli Oscar e stringere la mano a star di Hollywood. Primato italiano... 

Si provi a immaginare cosa significhi informarsi in un tale caos. Ma purtroppo i social sono il canale d’informazione preferito da noi giovani e anche da una gran quantità di adulti. A tale riguardo, devo ringraziare mio padre per avermi salvato, avviandomi alla lettura quotidiana del giornale, ormai da alcuni anni. La lettura del giornale - meglio se cartaceo - equivale alla scoperta di un mondo: quello reale in cui viviamo. È una sorta di rituale che richiede il suo tempo, meno di quanto pigramente si creda, di certo meno del tempo dedicato normalmente al mondo virtuale. Ed è una lettura a tutto tondo, che spazia dalla politica nazionale all’internazionale, dalle cronache alla cultura. Quest’ultima è una parte fondamentale e ad alto impatto educativo. Stiamo parlando comunque di una gigantesca acquisizione di conoscenze che si perdono inevitabilmente nella rimanipolazione confusa delle frenetiche e approssimative «informazioni» sui social.

Per ovvie ragioni, sono i politici tra coloro che più utilizzano i social - e non parlo solo del più comune Twitter (ora X di Elon Musk [n. 1971]), ma anche tutti gli altri. Si ricordi la campagna politica di Silvio Berlusconi [1936-2023] su TikTok prima della sua dipartita (celebrata con un vergognoso e mediatico funerale di Stato). 

Tra i vari cambiamenti ai quali stiamo assistendo vi è la sempre più presente Intelligenza artificiale (Ai), che si sta cercando di integrare negli smartphone e nei social media. Primi effetti collaterali sono stati le immagini di falsi avvenimenti e i profili finti di belle donne create con l’Ai, che hanno comunque raggiunto centinaia di migliaia o milioni di follower. 

Tutto ciò sarà ancor più rivoluzionato dall’avvento dei nuovi VisionPro di Apple: degli occhialioni che permettono praticamente di vivere dentro il proprio smartphone, ma allo stesso tempo di non perdere del tutto la percezione dell’ambiente reale. Sono già state avvistate persone aggirarsi per le città o addirittura al volante indossando questi occhialoni. Nel futuro l’umanità ne vedrà delle belle... 

Riflettendo su quanto detto, ci si deve porre una prima domanda: come può tutto ciò essere di qualche giovamento per la specie umana?

E, seconda domanda, mentre molti adulti si rincretiniscono, cosa avviene nelle menti dei giovani che nascono o arrivano a disastro inoltrato? Questo perché le nuove generazioni, prive dei necessari e adeguati strumenti teorici, sono le prime a essere inghiottite dal vortice informatico. Saranno quindi (e già lo sono) più facilmente manipolabili e influenzabili da parte delle linee di pensiero imposte dal social di turno. Non si conosceranno più alternative al mondo virtuale, destinato a diventare il nuovo habitat «sociale» umano.

Noi essere umani, però, non siamo programmati per vivere nei programmi (nelle app ecc.): siamo invece biologicamente predisposti per far sì che il nostro patrimonio genetico ci sopravviva nelle generazioni future e nell’unico mondo in cui ci siamo evoluti. Evoluzione coadiuvata proprio dai mezzi ideati dalla mente umana per facilitarci la vita, non per negarcela. La semplificazione del vivere quotidiano, portata all’estremo dallo sviluppo informatico (foss’anche di effettiva utilità), rischia d’introdurre complicazioni nuove e spesso ingestibili. Se i mezzi arrivassero ad avere la meglio sui propri creatori, del fine congenito si perderebbe traccia.

La mia conclusione provvisoria - come lo è il livello raggiunto dalla tecnologia informatica - è che la ricerca di risposte sembrerebbe portare solo a prospettive tra le più catastrofiche. Resta il fatto però che, benché io abbia fatto esperienza del mondo social in una fase più «acerba» della mia vita, sono poi riuscito a tirarmene via (del tutto o quasi), con occhio assai critico o forse con qualche effetto collaterale indesiderato. Ma proprio perché ne sono stato vittima, faccio ora di tutto per mettere me e altri al riparo. Non so quanti stiano facendo lo stesso, ma si tratterà certo di minoranze che, libere dal mondo frenetico dei social, sentono necessario l’impegno per la salvaguardia del nostro mondo reale.


NOTE


* Il testo è apparso come appendice al libro di Roberto Massari, Masse ribelli e protagonismo digitale, Bolsena 2024, pp. 215-22.

1 È la forma abbreviata di baby boomer, utilizzata comunemente con riferimento al boom demografico del secondo dopoguerra. Il termine dovrebbe indicare in genere i nati in Europa e negli Usa tra il 1946 e il 1964, ma è diventato sinonimo - ironico o alquanto spregiativo - di persone nate negli anni del boom economico, caratterizzate da modi di pensare superati e conservatori, e soprattutto inadeguate per l’utilizzo delle nuove tecnologie informatiche.

2 Nel linguaggio giornalistico si riferisce alla generazione dei nativi digitali, nati tra il 1997 e il 2012 (come per es. il sottoscritto).

3 I memi digitali sono contenuti virali in grado di monopolizzare l’attenzione degli utenti sul Web. Un video, un disegno, una foto - se è massima la loro «replicabilità», che dipende dalla capacità di suscitare un’emozione - possono diventare «meme». Il termine è stato coniato dal biologo Richard Dawkins [n. 1941], in The selfish gene (1976) (Il gene egoista, Mondadori 1976) per indicare un’entità di informazione replicabile.




Nella diffusione e/o ripubblicazione di questo articolo si prega di citare la fonte: www.utopiarossa.blogspot.com

domenica 1 aprile 2018

DEMOCRACY À LA GOOGLE, FACEBOOK & YOUTUBE: SOME REFLECTIONS, by Lucas Malaspina

IN DUE LINGUE (Inglese, Spagnolo)
IN TWO LANGUAGES (English, Spanish)

When Mark Zuckerberg decided to offer emerging nations Internet.org, anger was not long in exploding. As Daniel Leisegang writes in “Facebook está salvando al mundo”, this project which emerged in 2013 was a humanitarian masquerade: to allow Internet access to a huge number of Third World citizens who still remain outside the global village.
The idea was to break the barriers that prevent, for example, two-thirds of the Indian population from joining Facebook. However, besides India, the project was aimed at a total of 100 more nations.
Accused of violating the neutrality of the network, Facebook had to change the name: Internet.org came to be called Free Basics and it had to leave India in 2015 due to the large amount of criticism it received.
Why? Because Facebook was not offering plain and simple Internet, but an application for mobile phones through which the lower income sectors of that country could access a limited version of the Internet.
The idea, originally driven by the spirit that “connectivity is a human right”, ended up showing that what Zuckerberg was proposing was laying hands on the gigantic data mass of a significant number of the world’s poor (for monetising them).
Who decided what services would be available in the application? According to Chris Daniels, vice-president of the company, the decision was taken by Facebook, the government of each country and the associated telecommunications operator.
We could be justified in saying that if “Internet is a human right”, with Free Basics Facebook only aims to regulate the “limited human rights” of half of the world’s population (which does not have access to the Internet).
Policies that actually widen the digital divide have little to envy in the model of North Korea, where the majority only has access to a modest local Intranet which has only 28 pages available and contents controlled by the government of Kim Jong-un (the exception, as is obvious, is the ruling elite).
Free Basics, which is in a very embryonic phase, counted about 40 million users in November 2016. In Latin America, Free Basics has already been implemented in three countries (over twenty have joined worldwide): Colombia, Guatemala and also Bolivia, whose inclusion in this programme highlights the insufficient discussion of the problems of the monopoly of information in the digital era by continental populism (or, in this case, its collaboration with/subordination to such monopolies).
Free Basics does not allow access to Google, the most popular search engine in the world, but to Bing (the search engine of competitor Microsoft, which owns shares in Facebook).
Now, what happens with the 49.6% (3,700 million people) that do have access to Internet tout court, without (apparent) restrictions, more than 90% of which are Google users? Can we really boast of using a truly free and “neutral” Internet?

Search Engine Manipulation Effect

The expression “Search Engine Manipulation Effect” (SEME) was used in August 2015 by Robert Epstein and Ronald E. Robertson, two American academics who demonstrated that it was possible to decide the vote of 20% or more of undecided voters depending on the results offered by Google.
In several articles and interviews, Epstein refers to his study and states that “in some demographic groups, up to 80% of voters” may change their electoral preferences according to the results offered by Google. In February 2016, the British media were the subject of a controversy over the interference of the search engine in the elections.
This is not just a problem of Western democracy. According to French intellectual Barbara Cassin, author of Google me: one-click democracy, Google is said to have given the Chinese government profiles of its users in that country, “which allowed identification and even the arrest of dissidents”.
To illustrate the ideological bias of search engines, Cassin states that “if, in a country other than China, one writes Tiananmen in Google, you will obtain data on the repression of demonstrators in that Beijing square in 1989 which left hundreds dead: but, if you write it in China, you will only get peaceful urban references to the square”.
Of course, Google does not admit this ideological bias implicit in its system, but the company’s recent policies to help “fight terrorism” in general – and the Islamic State (ISIS) in particular – specifically show how its power over the decisions of people works today.
Take Jigsaw, a Google pilot programme based on its customised advertising system, which has a zero commercial, but certainly political, objective. The plan is to locate users who are receptive to the message of ISIS and offer them a series of specific announcements, through which they are secretly redirected to contents that refute the thesis of ISIS and could help dissuade them from the idea of joining the ‘Caliphate’.
Few could object to Google convincing people to reject ISIS, but it is clear that this reveals that Google is far from being “neutral” or “objective” and, on the contrary, draws attention to the possibilities of manipulating the user.

Battle against fake news or censorship 2.0?

Times have changed, and with them also what we find on the Internet. In 2010, when searching politics on Google, only 40% of the results were provided by the media. In 2016, that percentage was close to 70%.
On April 25, 2017, Google announced that it had implemented changes in its search service to make it harder for users to access what it called “low quality” information such as “conspiracy theories” and “fake news”. Facebook also applied a similar policy.
Google said that the central purpose of the change in its search algorithm was to provide greater control in the identification of content considered objectionable. Speaking on behalf of the company, Ben Gomes stated that Google had “improved evaluation methods and made algorithmic updates” in order to “make more authoritative content emerge”.
Google continued: “we update our guidelines to evaluate search quality for providing more detailed examples of low quality web pages for evaluators to mark properly”. These moderators are instructed to mark “annoying experiences for the user”, including pages that present “conspiracy theories”.
According to Google, these changes apply unless “the query clearly indicates that the user is seeking an alternative point of view”.
Since Google implemented the changes in its search engine, fewer people have accessed left-wing, progressive or anti-war news sites. Based on the information available in an Alexa analysis, some of the sites that have experienced losses in ranking include WikiLeaks, Truthout, Alternet, Counterpunch, Global Research, Consortium News, WSWS, American Civil Liberties Union and even Amnesty International.
Interestingly, shortly before that Google decision, The Washington Post had published an article titled “Russian propaganda effort helped spread ‘fake news’ during election, experts say”. That article cited an anonymous group known as PropOrNot that had compiled a list of fake news sites spreading “Russian propaganda”. On April 7, 2017, Bloomberg News reported that Google was working directly with The Washington Post to “verify” articles and eliminate fake news.
This was followed by the new Google search methodology: of the 17 sites declared as “false news” by The Washington Post’s blacklist, 14 dropped in their world ranking. The average decrease in the global reach of all these sites has been 25%, and some sites saw it drop by 60%.
The suspicion that Google has allied with the powerful traditional media to discriminate against alternative and independent media is strengthened by linking these facts.
In addition to its own search engine, Google has control over YouTube, a company bought in 2006 (one year after its founding). Starting from a certain number of views, YouTube pays video producers for placing advertisements (ads) on their videos, acting as an intermediary between the big companies and them.
The most serious change in YouTube occurred as a result of reports such as that of The Wall Street Journal stating that ads appearing on YouTube videos showed extremism and hatred. When big advertisers such as AT&T and Johnson & Johnson withdrew their ads, YouTube announced that it would try to make the site more acceptable to advertisers by “taking a tougher stance on hateful, offensive and derogatory content”.
With these new algorithms, Google harmed producers of progressive and independent videos, provoking what they called adpocalypse (“apocalypse of the ads”). Basically, the mechanism ended up by condemning those alternative content and pushed video producers to avoid objectionable opinions or points of view … according to Google/YouTube policy standards.
The practices of Google in relation to algorithms that regulate search engines not only had political implications, but also commercial purposes. In the framework of its antitrust laws, the European Commission fined Google 2.7 billion dollars for manipulating them to direct users to its own purchasing service, Google Shopping, by making use of its dominant position.

The obscurity of algorithms: an elementary democratic problem

Cathy O’Neil, data scientist and author of the book Weapons of Math Destruction, warns of the “blind trust” placed in algorithms for obtaining objective results.
The architecture of Internet has a tremendous influence on what is done and what is seen; algorithms influence which content spreads most on Facebook and which appears on top of Google searches. However, users are not aware of this nor able to understand how data are collected and how they are classified.
While Free Basics was criticised for trying to give the disconnected of the Third World access to a second-class connection believing that the Internet is equal to Facebook, it cannot be denied that for “first-class” digital citizens Google is virtually the same as the Internet, because it is what makes it possible to access its contents in an organised way.
In this way, the obscurity of algorithms becomes an elementary democratic problem. After a decade of populist or progressive governments in Latin America, for example, no measures have been taken to control the power of these monopolies of information, while debate on this topic is long overdue.
Not even the left in developed nations has come up with a joint programme. One of the most urgent tasks facing us today is to politicise this issue.

LA DEMOCRACIA DE GOOGLE, FACEBOOK Y YOUTUBE: ALGUNAS REFLEXIONES, por Lucas Malaspina

IN DUE LINGUE (Spagnolo, Inglese)
EN DOS IDIOMAS (Español, Inglés)

Cuando Mark Zuckerberg decidió ofrecer a las naciones emergentes Internet.org, la rabia no tardó en estallar. Como explica acertadamente Daniel Leisegang en “Facebook está salvando al mundo”, este proyecto surgido en 2013 tenía una mascarada humanitaria: permitir acceso a Internet a una enorme cantidad de ciudadanos del Tercer Mundo que aún están fuera de la aldea global.
La idea era romper las barreras que impiden, por ejemplo, que dos tercios de la población india se puedan unir a Facebook. Además de la India, el proyecto aspiraba a un total de 100 naciones más.
Acusada de violar la neutralidad de la red, Facebook tuvo que cambiarle el nombre: de Internet.org pasó a llamarse Free Basics y de la India debió irse en 2015 debido a la gran cantidad de críticas que recibió.
¿Por qué? Porque Facebook no estaba ofreciendo Internet a secas, sino una aplicación para teléfonos móviles a través de la cual los sectores de menores recursos de ese país podían acceder a una versión recortada de Internet.
La idea, originalmente impulsada con el espíritu de que “la conectividad es un derecho humano”, terminó exhibiendo que lo que se proponía Zuckerberg es apropiarse de la gigantesca masa de datos de una significativa cantidad de los pobres del mundo (para monetizarlos).
¿Quién decidía qué servicios están disponibles en la aplicación? Según Chris Daniels, el vicepresidente de la compañía, la decisión la tomaban Facebook, el gobierno de cada país y el operador de telecomunicaciones asociado.
Con razón, podríamos afirmar que si “Internet es un derecho humano”, con Free Basics Facebook sólo aspira a regular los “derechos humanos recortados” de la mitad de la población mundial (la que no tiene acceso a Internet).
Estas políticas que agrandan la brecha digital poco tienen que envidiarle al modelo de Corea del Norte, donde la mayoría sólo tiene a acceso a una modesta Intranet local que apenas tiene 28 páginas webs disponibles con contenidos fiscalizados por el gobierno de Kim Jong-un (la excepción la constituye, como es obvio, la élite gobernante).
Free Basics, que se encuentra en una fase muy embrionaria, sumaba en noviembre de 2016 unos 40 millones de usuarios. En América Latina, Free Basics ya ha sido implementado en tres países (más de veinte se han unido a nivel mundial): Colombia, Guatemala y también Bolivia, cuya inclusión en este programa pone de relieve la insuficiente discusión de los problemas del monopolio de la información en la era digital por parte del populismo continental (o en este caso, su colaboración/subordinación con esos monopolios).
Free Basics no permite ingresar a Google, el buscador más popular de todo el mundo, sino a Bing (el buscador de la competencia, Microsoft, que posee acciones en Facebook).
Ahora bien, ¿qué ocurre con el 49.6% (3,700 millones de personas) que sí tenemos acceso a Internet a secas, sin (aparentes) restricciones, del cual más del 90% somos usuarios de Google? ¿Podemos realmente jactarnos de utilizar un Internet realmente libre y “neutral”?

Efecto de la Manipulación de los Motores de Búsqueda

La expresión “Efecto de la Manipulación de los Motores de Búsqueda” (SEME, por sus siglas en inglés) fue utilizada en agosto de 2015 por Robert Epstein y Ronald E. Robertson, dos académicos estadounidenses que demostraron que se podía decantar el voto de un 20% o más de indecisos en función de los resultados que ofreciera Google.
En varios artículos y entrevistas, Epstein se refiere a su estudio y afirma que “en algunos grupos demográficos, hasta un 80% de los votantes” pueden llegar a cambiar sus preferencias electorales según los resultados que ofrece Google. En febrero de 2016, los medios ingleses fueron el terreno de una polémica sobre la injerencia del buscador en las elecciones.
Este no es solamente un problema de la democracia occidental. Según la intelectual francesa Barbara Cassin, autora de Googléame. La segunda misión de los Estados Unidos, Google habría cedido al gobierno de China perfiles de sus usuarios en ese país, “lo cual permitió identificar e incluso arrestar a disidentes”.
Para ilustrar el sesgo ideológico de los motores de búsqueda, Cassin afirma que “si, en un país que no sea China, uno escribe en el Google Tiananmén, obtendrá datos sobre la represión a manifestantes en esa plaza de Beijing, en 1989, que dejó centenares de muertos: pero, si lo escribe en China, no obtendrá más que pacíficas referencias urbanísticas a la plaza”.
Por supuesto, Google no admite este sesgo ideológico implícito en su sistema, pero las recientes políticas de la empresa para ayudar a “combatir el terrorismo” en general –y al Estado Islámico (ISIS) en particular– exhiben concretamente el modo en que funciona su poder sobre las decisiones de las personas en la actualidad.
Es el caso de Jigsaw, un programa piloto de Google basado en su sistema de publicidad personalizada, pero con un objetivo cero comercial, sino político. El plan es localizar usuarios proclives al mensaje del ISIS y ofrecerles una serie de anuncios específicos para ellos, a través de los cuales se los redirige disimuladamente a contenidos que refutan las tesis del ISIS y que podrían ayudar a quitarles de la cabeza la idea de unirse al ‘Califato’.
Pocos podrían objetar que Google convenza a las personas de rechazar a ISIS, pero es evidente que esto revela que Google está lejos de ser “neutral” u “objetivo” y, por el contrario, llama la atención sobre las posibilidades de manipulación sobre el usuario.

¿Batalla contra las fake news o censura 2.0?

Los tiempos han cambiado, y con ellos también lo que hallamos en Internet. En 2010, al buscar sobre política en Google, sólo un 40% de los resultados los proveían medios de comunicación. En 2016, ese porcentaje rozaba el 70%.
El 25 de abril de 2017, Google anunció que había implementado cambios en su servicio de búsqueda para dificultar el acceso de los usuarios a lo que llamaron información de “baja calidad” como “teorías de conspiración” y “noticias falsas” (fake news). Facebook también aplicó una política similar.
Google aseguró que el propósito central del cambio en su algoritmo de búsqueda era proporcionar un mayor control en la identificación de contenido considerado objetable. Ben Gomes, a título de la compañía, declaró que había “mejorado los métodos de evaluación e hizo actualizaciones algorítmicas” para “hacer emerger contenido más autorizado”.
Google continuó: “actualizamos nuestras directrices para evaluar la calidad de búsqueda para proporcionar ejemplos más detallados de páginas web de baja calidad para que los evaluadores marquen adecuadamente”. Estos moderadores tienen instrucciones de marcar “experiencias molestas para el usuario”, incluidas páginas que presentan “teorías de conspiración”.
Según Google, estos cambios rigen a menos que “la consulta indique claramente que el usuario está buscando un punto de vista alternativo”.
Desde que Google implementó los cambios en su motor de búsqueda, menos personas han accedido a sitios de noticias de izquierdas, progresistas u opositoras a la guerra. Con base en la información disponible en análisis de Alexa, algunos de los sitios que han experimentado bajas en el ranking incluyen WikiLeaks, Truthout, Alternet, Counterpunch, Global Research, Consortium News, WSWS, American Civil Liberties Union y hasta Amnesty International.
Llamativamente, poco antes de esa decisión de Google, The Washington Post había publicado un artículo titulado “Russian propaganda effort helped spread ‘fake news’ during election, experts say”. Allí se citaba a un grupo anónimo conocido como PropOrNot que había compilado una lista de sitios de noticias falsas difundiendo “propaganda rusa”. El 7 de abril de 2017, Bloomberg News informó que Google estaba trabajando directamente con The Washington Post para “verificar” los artículos y eliminar las fake news.
Esto fue seguido por la nueva metodología de búsqueda de Google: de los 17 sitios declarados como “noticias falsas” por la lista negra de The Washington Post, 14 cayeron en su clasificación mundial. La disminución promedio del alcance global de todos estos sitios ha sido del 25%, y algunos sitios vieron caerlo hasta un 60%.
La sospecha de que Google se haya aliado con estos medios tradicionales potentes para discriminar a medios alternativos e independientes cobra fuerza al hilar estos hechos.
Además de su propio buscador, Google posee el control de YouTube, empresa que compraron en 2006 (un año después de su fundación). A partir de una cierta cantidad de visualizaciones, YouTube paga a los productores de videos por colocar anuncios (ads) sobre ellos, actuando de intermediario entre las grandes empresas y ellos.
El cambio más serio de YouTube se produjo a raíz de informes como el de The Wall Street Journal de que los ads aparecían en los videos de YouTube que mostraban extremismo y odio. Cuando grandes anunciantes como AT&T y Johnson & Johnson retiraron sus ads, YouTube anunció que trataría de hacer que el sitio sea más aceptable para los anunciantes al “adoptar una postura más dura respecto del contenido odioso, ofensivo y despectivo”.
Con estos nuevos algoritmos, Google perjudicó a productores de videos progresistas e independientes, provocando lo que estos denominaron adpocalypse (“apocalipsis de los ads”). Básicamente, el mecanismo implementado terminó por condenar aquellos contenidos alternativos y empujó a los productores de videos a evitar opiniones o puntos de vista objetables… según los estándares políticos de Google/YouTube.
Las prácticas de Google en relación a los algoritmos que regulan los motores de búsqueda no sólo tuvieron implicancias políticas, sino también fines comerciales. En el marco de sus leyes antimonopolio, la Comisión Europea multó a Google con 2.7 mil millones de dólares por manipularlos para dirigir a los usuarios a su propio servicio de compras, Google Shopping, haciendo uso de su posición dominante.

La oscuridad de los algoritmos: un problema democrático elemental

Cathy O’Neil, cientista de datos y autora del libro Armas de destrucción matemática, alerta sobre la “confianza ciega” depositada en los algoritmos para obtener resultados objetivos.
La arquitectura de Internet tiene una influencia tremenda sobre lo que se hace y lo que se ve; los algoritmos influyen sobre qué contenido se extiende más en Facebook y cual aparece encima de las búsquedas de Google. Sin embargo, los usuarios no están prevenidos de esto ni capacitados para entender el modo en que se recolectan los datos y el modo en que estos se clasifican.
Si Free Basics fue criticado por intentar que los desconectados del Tercer Mundo accedan a una conexión de segunda clase creyendo que Internet es igual a Facebook, no puede negarse que para la ciudadanía digital “de primera clase” Google es prácticamente lo mismo que Internet, pues es la que nos posibilita acceder organizadamente a los contenidos de ella.
De este modo, la oscuridad de los algoritmos se constituye en un problema democrático elemental. Tras un decenio de gobiernos populistas o progresistas en América Latina, por ejemplo, no se han tomado medidas que controlen el poder de estos monopolios de la información, en tanto que la discusión sobre este tópico se encuentra completamente atrasada.
Incluso la izquierda de las naciones desarrollados no ha llegado a proponer un programa de conjunto. Una de las tareas más urgentes a que nos enfrentamos hoy consiste en politizar esta cuestión.

RED UTOPIA ROJA – Principles / Principios / Princìpi / Principes / Princípios

a) The end does not justify the means, but the means which we use must reflect the essence of the end.

b) Support for the struggle of all peoples against imperialism and/or for their self determination, independently of their political leaderships.

c) For the autonomy and total independence from the political projects of capitalism.

d) The unity of the workers of the world - intellectual and physical workers, without ideological discrimination of any kind (apart from the basics of anti-capitalism, anti-imperialism and of socialism).

e) Fight against political bureaucracies, for direct and councils democracy.

f) Save all life on the Planet, save humanity.

g) For a Red Utopist, cultural work and artistic creation in particular, represent the noblest revolutionary attempt to fight against fear and death. Each creation is an act of love for life, and at the same time a proposal for humanization.

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a) El fin no justifica los medios, y en los medios que empleamos debe estar reflejada la esencia del fin.

b) Apoyo a las luchas de todos los pueblos contra el imperialismo y/o por su autodeterminación, independientemente de sus direcciones políticas.

c) Por la autonomía y la independencia total respecto a los proyectos políticos del capitalismo.

d) Unidad del mundo del trabajo intelectual y físico, sin discriminaciones ideológicas de ningún tipo, fuera de la identidad “anticapitalista, antiimperialista y por el socialismo”.

e) Lucha contra las burocracias políticas, por la democracia directa y consejista.

f) Salvar la vida sobre la Tierra, salvar a la humanidad.

g) Para un Utopista Rojo el trabajo cultural y la creación artística en particular son el más noble intento revolucionario de lucha contra los miedos y la muerte. Toda creación es un acto de amor a la vida, por lo mismo es una propuesta de humanización.

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a) Il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi che impieghiamo dev’essere riflessa l’essenza del fine.

b) Sostegno alle lotte di tutti i popoli contro l’imperialismo e/o per la loro autodeterminazione, indipendentemente dalle loro direzioni politiche.

c) Per l’autonomia e l’indipendenza totale dai progetti politici del capitalismo.

d) Unità del mondo del lavoro mentale e materiale, senza discriminazioni ideologiche di alcun tipo (a parte le «basi anticapitaliste, antimperialiste e per il socialismo».

e) Lotta contro le burocrazie politiche, per la democrazia diretta e consigliare.

f) Salvare la vita sulla Terra, salvare l’umanità.

g) Per un Utopista Rosso il lavoro culturale e la creazione artistica in particolare rappresentano il più nobile tentativo rivoluzionario per lottare contro le paure e la morte. Ogni creazione è un atto d’amore per la vita, e allo stesso tempo una proposta di umanizzazione.

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a) La fin ne justifie pas les moyens, et dans les moyens que nous utilisons doit apparaître l'essence de la fin projetée.

b) Appui aux luttes de tous les peuples menées contre l'impérialisme et/ou pour leur autodétermination, indépendamment de leurs directions politiques.

c) Pour l'autonomie et la totale indépendance par rapport aux projets politiques du capitalisme.

d) Unité du monde du travail intellectuel et manuel, sans discriminations idéologiques d'aucun type, en dehors de l'identité "anticapitaliste, anti-impérialiste et pour le socialisme".

e) Lutte contre les bureaucraties politiques, et pour la démocratie directe et conseilliste.

f) Sauver la vie sur Terre, sauver l'Humanité.

g) Pour un Utopiste Rouge, le travail culturel, et plus particulièrement la création artistique, représentent la plus noble tentative révolutionnaire pour lutter contre la peur et contre la mort. Toute création est un acte d'amour pour la vie, et en même temps une proposition d'humanisation.

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a) O fim não justifica os médios, e os médios utilizados devem reflectir a essência do fim.

b) Apoio às lutas de todos os povos contra o imperialismo e/ou pela auto-determinação, independentemente das direcções políticas deles.

c) Pela autonomia e a independência respeito total para com os projectos políticos do capitalismo.

d) Unidade do mundo do trabalho intelectual e físico, sem discriminações ideológicas de nenhum tipo, fora da identidade “anti-capitalista, anti-imperialista e pelo socialismo”.

e) Luta contra as burocracias políticas, pela democracia directa e dos conselhos.

f) Salvar a vida na Terra, salvar a humanidade.

g) Para um Utopista Vermelho o trabalho cultural e a criação artística em particular representam os mais nobres tentativos revolucionários por lutar contra os medos e a morte. Cada criação é um ato de amor para com a vida e, no mesmo tempo, uma proposta de humanização.