L’associazione Utopia rossa considera suo fondamento politico il principio secondo cui il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi si deve riflettere l’essenza del fine. Non ha programmi politici, come del resto non ne aveva la Prima internazionale. Nonostante le più diverse provenienze ideologiche dei suoi sostenitori, essa ritiene che l’anticapitalismo dilagato dopo l’inizio dell’Antirivoluzione russa (dicembre 1917) sia stato motivato fondamentalmente da idee precapitalistiche, cioè retrograde, e non da progetti di civiltà in grado di superare il capitalismo sviluppando ulteriormente i suoi modelli di democrazia. Ciò spiega anche il prevalere, nella storia della cosiddetta «sinistra», di simpatie per i regimi dittatoriali di ogni specie e colore. Utopia rossa si batte contro l’ulteriore diffusione di ideologie precapitalistiche vecchie e nuove (in campo politico, culturale, ecologico, religioso ecc.), come parte della sua battaglia per il superamento del capitalismo, se si vuole salvare la vita sulla Terra con la sua umanità. In questo senso la sua utopia continua ad essere rossa.

The Red Utopia association considers its political foundation to be the principle that the end does not justify the means, but that the means must reflect the essence of the end. It has no political program, just as the First International did not. Despite the diverse ideological backgrounds of its supporters, it believes that the anti-capitalism that spread after the start of the Russian Anti-Revolution (December 1917) was fundamentally motivated by pre-capitalist – that is, retrograde – ideas, and not by civilizational projects capable of overcoming capitalism and of further developing its democratic models. This also explains the prevalence, throughout the history of the so-called «left», of sympathies for dictatorial regimes of all kinds and colors. Red Utopia fights against the further spread of old and new pre-capitalist ideologies (in the political, cultural, ecological, religious, and other fields) as part of its battle to overcome capitalism, if life on Earth, including its humanity, is to be saved. In this sense, its utopia remains red.

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mercoledì 12 giugno 2024

SULLE ELEZIONI EUROPEE

di Piero Bernocchi


A mio parere, stanno circolando interpretazioni dei risultati delle elezioni europee decisamente affrettate e/o eccessivamente semplificatorie davanti ad una situazione che invece ha riservato anche sorprese non irrilevanti, che richiedono una lettura ponderata e approfondita, tanto più in presenza di alcune valutazioni del tutto ideologiche e strumentali, usate per dimostrare tesi che non hanno affatto ricevuto dalle elezioni una legittimazione acclarata, anzi, vi sono state per lo più smentite.

1) In primo luogo, bisogna intendersi sulla portata, qualità e quantità dell'avanzamento - ritenuto dai più il segno globale più rilevante di queste Europee - delle ultra-destre, e ancor più sui perché di tale eventuale avanzata. Innanzitutto, la quantità generale di tale crescita è decisamente inferiore alle previsioni dei più e, con l'eccezione francese, non appare perturbante degli equilibri politici europei. Certo, il giudizio è fortemente influenzato dal risultato francese e, seppur a mio avviso con una portata minore, da quello tedesco (l'AfD era già arrivato in precedenti elezioni nazionali al 14%, la notizia vera è il crollo dei partiti di governo). Ma, ragionando su scala europea globale, alla fin fine i due schieramenti dell'ultra-destra (ECR e ID) rispetto alle precedenti elezioni non registrano alcun avanzamento, anzi: nel 2019 ID ottenne 73 seggi e ECR 62, oggi c'è stato il sorpasso con ECR a 73 e ID a 58, ma nell'insieme addirittura 4 seggi in meno, anche se ci andrebbe sommato il numero di seggi della AFD tedesca, espulsa da ID; insomma, ben lontani dagli sfracelli che sembravano annunciare le trombe della destra estrema europea. Quindi, per quel che riguarda l'incidenza diretta sul Parlamento europeo (altro è ragionare sul peso che avrà una Francia nettamente orientata a destra, cosa che verificheremo nelle elezioni nazionali anticipate di fine giugno), essa, almeno sul piano numerico, appare pressoché irrilevante. Le tre componenti della cosiddetta "maggioranza Ursula" superano i 400 seggi e possono gestire il Parlamento più o meno come fatto finora, e persino ottenere un seppur complicato appoggio esterno da parte di ECR o dalla parte di essa più "fedele" a Meloni.

2) In ogni caso, al di là del peso specifico di tale avanzata a destra, nel merito delle motivazioni che avrebbero determinato tale crescita, sta circolando un dato di analisi che è al contempo superficiale e strumentale (oltre che sponsorizzato dai propagandisti russi ed europei di Putin): e cioè che ha perso chi ha sostenuto la difesa dell'Ucraina e hanno vinto i partiti "pacifisti" e/o anti-Ucraina. In realtà, guardando i dati principali, si nota che casomai è successo quasi sempre il contrario. Poiché il dito accusatorio è puntato (con i putiniani in prima fila) contro Macron e Scholz, sarà bene sottolineare come in realtà nessuno dei due abbia perso (perlomeno, non soprattutto) per aver sostenuto l'Ucraina. Macron da tempo era crollato nel sostegno popolare, e non già per la posizione sull'Ucraina (anche se le sue ultime uscite sono state decisamente insopportabili) ma per la sua politica economica anti-sociale, che ha avuto il culmine nell'imposizione dello sciagurato "pacchetto" pensionistico. Da tempo Macron era sceso ben sotto il 20% nei sondaggi: e tra le motivazioni di tale crollo le questioni economico/sociali sono sempre state dirimenti. Senza contare poi che, per più di un anno, Macron si è distinto nel panorama europeo per la volontà di dialogo, a volte persino ridicola, con Putin. Qualcosa di simile si può dire di Scholz: grande incapacità gestionale dal punto di vista delle politiche economiche e sociali e peraltro grande indecisione e confusione anche sul sostegno all'Ucraina, offerto in modo altalenante e a corrente alternata.

3) Poi, uscendo dal binomio Francia-Germania, va segnalato come la gran parte dell'ultradestra non si sia affatto giocata la carta del pacifismo, né dato centralità alle guerre in corso. Le Pen e Bardella hanno parlato il meno possibile di guerra, di Ucraina e Russia (stante pure la cattiva coscienza per il passato sostegno a Putin) o di Palestina e Israele; lo stesso ha fatto Vox in Spagna e gli austriaci del FPOE. E, per quel che riguarda l'Italia, Meloni è stata addirittura la più strenua sostenitrice (con ben più continuità e decisione di Macron e Scholz) dell'Ucraina e di Israele ed è stata premiata con una avanzata di tre punti percentuali rispetto alle politiche, da tutti i commentatori imprevista e, unico caso europeo di un partito al governo, dopo aver dovuto navigare per quasi due anni in mezzo ad una fase tempestosa, dovendo tamponare in continuazione la catena di autogol del suo miserabile e cialtronesco entourage; e analogo successo, seppur numericamente più contenuto, è spettato alla Forza Italia di Tajani, in primissima fila nell'impegno italiano a favore dell'Ucraina; mentre Salvini, che si è giocato pesantemente la carta "pacifista", è stato salvato dall'incredibile Vannacci che con i sui 530 mila voti (sui due milioni totali di votanti per la Lega) gli ha evitato la catastrofe di un 6-7% finale. Se poi guardiamo nel campo "pacifista" di centrosinistra (non riesco a considerare di sinistra il M5S), vediamo che l'ultra-"pacifinto" Conte ha registrato la più netta sconfitta tra i partiti italiani, perdendo più del 30% rispetto alle politiche e ai sondaggi pre-voto; mentre Santoro, che ha condotto una campagna elettorale parlando solo di "pace", e imbarcando una caterva di putiniani e odiatori dell'Ucraina, ha preso la solita batosta che queste liste improvvisate a pochi mesi dalle elezioni (a cui puntualmente dà, con pervicacia inusitata, il sangue il PRC, dovendosi pure nascondere come tale, di solito, mentre raccoglie le firme per tutti/e) ricevono puntualmente, bloccandosi su un povero 2%, malgrado la acclarata notorietà ed esposizione mediatica del megalomane ed autocentrato ex-protagonista pluridecennale dei talk show. E persino nel PD, peraltro comunque impegnato nel sostegno bellico all'Ucraina, a prendere i voti seri ci hanno pensato i Decaro, i Bonaccini, i Nardella, i Ricci, i Gori (e alcuni di loro come Decaro, più di 500 mila, o Bonaccini, circa 400 mila, con preferenze nettamente superiori a quelle della Schlein) mentre l'ultra-"pacifista" dell'ultima ora, Tarquinio, che chiedeva persino lo scioglimento della Nato, ha ricevuto ben pochi consensi ed è stato eletto per poche decine di voti in più della Morani. Non cito AVS perchè mi pare acclarato che il salto quantitativo non sia dipeso dalle posizioni sulla guerra ma da un fattore fino a ieri imprevedibile, e cioè la capacità di Nicola Fratoianni (ex-giovanotto già sveglio all'inizio del secolo, quando fu l'unico della "nidiata" bertinottiana nel movimento no-global a capire come muoversi nella politique politicienne) di cogliere al volo la straordinaria risorsa Salis (175 mila preferenze) e quella, certo minore ma sempre di rilievo, di Mimmo Lucano, (con un buon 30% di voti ad personam per i due, sul totale del 6,7%), arrivati sia dal M5S sia da giovani al primo voto e pure dal tradizionale astensionismo di tanta parte della "compagneria storica". Ultimo dato chiarificatore in questo senso è il risultato francese a sinistra. Il sorprendente Glucksmann (figlio del noto "ex-nouveau philosophe" d'antan), che ha fatto resuscitare il partito socialista, ha tenuto una linea filoucraina costante e, pur attaccando Netanyahu, ha riservato analoghi attacchi ad Hamas, all'islamismo jihadista e ai dittatori iraniani. E pur "assaltato" frontalmente da Melanchon, che gli ha dedicato una campagna elettorale ostile ad personam, tacciandolo di "guerrafondaio" e "sionista", ha raggiunto un sorprendente 14%, lasciando al palo Melanchon, ostile al sostegno all'Ucraina e assai indulgente nei confronti dell'islamismo radicale, il quale, con la sua France insoumise, ha superato di poco la metà dei voti del PS (circa l'8%). E infine, se serve un dato matematico che dovrebbe chiudere l'argomento, basta un calcolo elementare  sui seggi del nuovo Parlamento europeo: i gruppi parlamentari che sostengono l'Ucraina e si oppongono all'invasione russa sono il PPE (191 seggi), Socialisti e Democratici (135 seggi), Renew (83 seggi), Verdi (53 seggi), ECR (71 seggi), per un totale di 533 seggi su 720. Insomma, non pare che Putin abbia troppo da festeggiare per il tonfo di Macron e Scholz.

4) Un' altra vistosa sorpresa - a mio giudizio in prospettiva, e per le conseguenze che potrà avere, forse persino la maggiore di queste elezioni - assai poco considerata nei primi commenti, forse per imbarazzo dopo un triennio di esaltazione del climatismo "millenarista" alla Greta Thumberg, è stata quella di dover verificare come le questioni climatiche-ambientali, che avrebbero dovuto favorire una significativa ascesa verde, abbiano invece avuto per lo più effetto contrario. Quello che davvero in pochissimi avevano notato fino a ieri è che gran parte della destra europea come argomento-chiave in queste elezioni, dopo il sovranismo e gli allarmi securitari e antimigranti, ha dato massimo rilievo all'opposizione al "green deal" e cioè ad una forte messa in discussione di una trasformazione energetica accusata di imporre altissimi costi e una forte ricaduta depressiva sugli equilibri industriali e sociali. In altri termini, la destra radicale si è schierata quasi ovunque per bloccare significative trasformazioni in materia di approvvigionamento energetico, di fonti rinnovabili e di prezzi, considerati troppo onerosi, da pagare per varie categorie industriali e sociali: più o meno quello che Trump sta predicando da anni e che sarà uno dei principali cavalli di battaglia della sua campagna elettorale per novembre. Ebbene, tale propaganda ha pagato a destra, mentre ha penalizzato in maniera sorprendente i Verdi a livello europeo, il cui gruppo a Bruxelles registra una perdita netta di 20 seggi, circa il 25%.

5) E veniamo al voto in  Italia. A vincere nettamente (a parte l'exploit circostanziato di AVS) sono stati i due partiti maggiori, che riavviano una sorta di neo-bipolarismo (seppur con un polo ben assestato a destra e un altro ancora assai aleatorio a sinistra). FdI, che guadagna 3 punti rispetto alle elezioni nazionali, è una sorpresa, sia perché nessun partito che ha governato in questi anni in Europa è avanzato, sia per i tanti incidenti di percorso che la feccia che circonda Meloni ha messo sulla groppa della leader, che pur tuttavia ha tenuto pressochè da sola, pur penalizzata dalla sciagurata genia fascistoide di cui si è circondata. La giovanotta ha indubbia abilità dialettica e solido mestiere politicante, sa diveggiare e gestire ogni strumento comunicativo; e tutto ciò le deriva, a mio parere, da qualcosa che nessuno/a dei suoi competitor possiede: cioè, l'esperienza di chi fa, dall'età di 14 anni, politica nei movimenti e organizzazioni di estrema destra, con l'allenamento alla piazza, al dialogo continuo con pezzi di società, oltre ad un talento istrionico naturale che è andata via via affinando. Abilità che personalmente non vedo in Schlein, l'altra vincitrice con il PD di queste elezioni italiche, che però ha avuto il merito di tenere tutti insieme i pezzi del "puzzle PD", non dando seguito alle "sparate" iniziali contro quelli che chiamava i "cacicchi" del PD e che annunciava di voler emarginare. Salvo poi venir costretta a capire che la vera forza del PD, che lo rende partito governativo di fatto, è proprio quella rete fittissima di amministratori locali, comunali e regionali che al dunque, se ben motivati, portano voti a valanga non solo a livello locale ma anche a livello nazionale: con un Decaro che spopola a Sud con il suo bottino di mezzo milione di voti (più del doppio di Schlein che per giunta gareggiava in due circoscrizioni) o Bonaccini con i suoi 400 mila voti, sempre in una sola circoscrizione, e gli altri già citati, tutti sopra le duecentomila preferenze. In quanto a Salvini, è l'altro sconfitto sostanziale, oltre Conte, tra i partiti maggiori. Certo, ha salvato per ora la pelle, ma solo massacrando la sua base strutturale, quella nordico-autonomista che aveva prodotto anch'essa uno stuolo di amministratori non irrilevante, e che ha pagato pesantemente l'aperta scelta fascistoide di quel Vannacci che di suo ha preso più di un quarto dei voti della Lega ma annichilendo i nordisti della Lega storica bossiana: al punto che il Veneto, regno storico leghista, ha prodotto la più grande avanzata di sempre di FdI, con i meloniani che hanno sfondato la barriera del 37%, riducendo ai minimi termini la "Lega degli amministratori".

6) Degli altri sconfitti minori, dei "due capponi di Renzo", come qualcuno li ha brillantemente definiti, visto che hanno continuato a beccarsi per tutta la campagna elettorale e non hanno smesso manco dopo, cioè Renzi e Calenda, non varrebbe la pena manco parlare, se non - oltre che per esternare il nostro disprezzo per i due più megalomani, narcisisti e solipsisti personaggi della politica italiana - per aggiungere che la loro miserabile "figuretta" e il loro auto-massacro dovrebbero ricevere gli omaggi e i ringraziamenti di Tajani che, grazie ai due sciagurati che gli hanno sgomberato il campo centrista autoannullandosi, ha ridato vita, anche qui a sorpresa, ad una Forza Italia che sembrava defunta con il suo fondatore. FI diviene così, anche grazie allo scavalco della Lega, forza stabilizzante del governo Meloni che, sull'onda di un quasi 48% globale (4,5 punti in più rispetto alle politiche) si candida a durare, salvo clamorosi imprevisti, fino al termine della legislatura, data la permanente frammentazione delle opposizioni che il successo del PD non credo basterà a colmare, almeno a livello nazionale. Resta da dire di AVS. L'exploit europeo, come altri casi del passato di voto di opinione alle Europee, potrebbe rimanere circoscritto e non dare effetti significativi a livello nazionale, oppure fare da starter per un ruolo significativo nella politica italiana. Spetterà alla coppia Fratoianni- Bonelli (definita sovente del "gatto e la volpe", laddove però è piuttosto il primo ad aver già dato, fin dalla militanza nel movimento no-global di inizio secolo, prova della propria abilità manovriera) dimostrare di aver forza e progetto strategici, oltre che buone trovate tattiche, evitando di venir cooptati come ruota di scorta del PD, ma soprattutto dotandosi di strutture locali forti e significative e di una presenza costante nei movimenti e nelle lotte sociali e sindacali (e ivi, magari evitando, o almeno ridimensionando, l'evidente collateralismo attuale con la Cgil).

Piero Bernocchi


p.s. non ho dedicato rilievo ad una fatto comunque "storico", la prevalenza, per la prima volta nella storia delle elezioni nazionali italiane, dell'astensionismo che ha battuto la partecipazione elettorale: ben 26 milioni e trecentomila italiani/e non sono andati a votare (il 51% circa). Pur essendo il sottoscritto un militante politico e sindacale con circa 58 anni di, spero rispettabile, impegno sociale globale e permanente, nazionale e internazionale, innumerevoli volte mi sono astenuto alle elezioni politiche. Pur tuttavia, non ho dato mai all'astensione (anzi ho scritto un saggio contro questa visione illusoria delle elezioni , che si può leggere nel mio sito www.pierobernocchi.it) valenza salvifica o progressista, tanto meno in Italia dove i partiti hanno imparato da tempo a scrollare le spalle di fronte a cifre di astensione persino così abnormi, continuando tranquillamente per la propria strada. Resta il fatto però che, seppur ininfluente sui comportamenti dei singoli partiti, è fuor di dubbio che il fatto di verificare, come politica istituzionale, il distacco dal voto del 51% della popolazione, fottendosene poi alla grande, getta un vistoso discredito sulla democrazia liberale e agevola indubbiamente la propaganda dei regimi illiberali, autoritari o apertamente dittatoriali nei confronti di quella che avranno sempre più credito a definire "democrazia illusoria e non sostanziale", per la quale, dunque, non varrebbe manco la pena di battersi in sua difesa.


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sabato 22 giugno 2013

IL NUOVO «MIRACOLO» BRASILIANO, di Pier Francesco Zarcone

Una mobilitazione dal basso e inattesa
Nei primi giorni delle mobilitazioni popolari in Brasile, sui giornali e nei discorsi della gente si poteva leggere lo sbalordimento di fronte al fatto che in uno dei luoghi mitici del calcio nazionale e internazionale, nel paese del sole, del samba, delle belle ragazze e dell’allegria esplodesse una rivolta di massa, non solo giovanile. Occasionata dall’aumento delle tariffe dei trasporti pubblici a Rio de Janeiro e São Paulo, si è subito orientata anche e soprattutto contro le folli spese in corso per ospitare i prossimi eventi calcistici e sportivi internazionali (Coppe varie e Olimpiadi).
A tale sorpresa si è unito quella dei non-disinteressati paladini dell’attuale e selvaggia “liberalizzazione” capitalistica, della quale il Brasile è stata un teatro vasto, famoso e duraturo nel tempo.  Dove mai andremo a finire, si chiedono i benpensanti liberisti di destra e di sinistra se anche tra i giovani di un paese come il Brasile si diffonde la preferenza per trasporti pubblici efficienti e a prezzi popolari, per ospedali e scuole invece che per gli stadi?! È diventato uno slogan dei manifestanti “quero dinheiro para saúde e educação”. Citiamo per tutti la rivista britannica The Economist che, in un recente reportage sul Brasile, dopo aver additato nell’inflazione la causa del malcontento esploso nel paese, se l’è presa con quanti «invece di essere grati per le briciole che cadono dalle tavole dei ricchi brasiliani, si sono svegliati per il fatto di pagare le imposte e di meritarsi qualcosa in cambio». 

giovedì 21 febbraio 2013

IL GOVERNO MONTI E IL CONSENSO BIPARTITICO NELLA POSTDEMOCRAZIA ITALIANA (Prima parte), di Michele Nobile

Riproponiamo questo articolo di Michele Nobile (pubblicato nel marzo 2012) perché riteniamo possa essere utile a chiarire la natura postdemocratica del regime politico italiano, nel quale le elezioni sono oramai solo momento di legittimazione di una casta partitico-statale che rappresenta gli interessi dell’imperialismo italiano contro i lavoratori. Di questa casta sono parte marginale i forchettoni rossi di Sel e di Rivoluzione civile: due componenti tatticamente divise ma che condividono la subordinazione strategica al centrosinistra.

sabato 10 novembre 2012

SULLA SOPPRESSIONE DEI PARTITI POLITICI E ALTRI ANIMALI, di Pino Bertelli

Più uno lavora, meno guadagna; meno produce, più ha benefici. Dunque il merito non è considerato.
Solo gli audaci s’impadroniscono del potere e poi si affrettano a rendere legali le proprie rapine.
Dalla cima al fondo della scala sociale tutto è solo furfanteria da una parte e imbecillità dall’altra...
Il diritto di vivere non si mendica, si prende”.
Alexandre Marius Jacob

Ouverture
I
La resistenza — quella vera —... intendiamo quella nata dal rifiuto individuale dell’autoritarismo, dell’oppressione, della violenza e non dall’obbedienza alla politica della partitocrazia, che è un attentato all’abdicazione dello spirito libertario degli uomini del no!... rigetta l’esercizio del servilismo istituzionale e ritiene che la soppressione dei partiti costituirebbe un bene comune di inevitabile bellezza democratica. La democrazia che non si usa marcisce. Il potere della maggioranza si fonda sulla delazione, il delitto e la menzogna. La democrazia è partecipativa, consiliare, diretta o non è nulla... il popolo conta solo il giorno delle elezioni poi è preda di carogne, di saprofiti, di giannizzeri che fanno professione di vessare gli ultimi, gli esclusi, chi non ha voce né volto... il governo migliore è quello che governa meno (Jefferson), meglio, che non governa affatto (Thoreau). Occorre rifiutare in modo radicale la partecipazione al giogo della politica che impedisce di apportare cambiamenti significativi alla cosa pubblica... rigettare tutte le forme d’imbavagliamento della tecnocrazia e buttare tutte le cristologie del funzionariato  istituzionale nella pattumiera della storia (compreso il trono dei papi). “Una democrazia che adopera contro l’opposizione le medesime armi dei regimi assoluti è fatalmente destina a trasformarsi nel suo contrario” (Ernesto Rossi). L’illusoria sovranità del popolo è una forca e restituire a ciascuno ciò che gli è dovuto, vuol dire ingiuriare l’autorità e la sua falsa gloria. Opporsi all’ordine stabilito e buttare fuori i mercanti dal tempio, diceva lo scemo del villaggio finito in manicomio. “Osare la speranza” (Don Andrea Gallo) dunque, significa insorgere contro l’autoritarismo di ogni governo e riconoscere l’equità e il bene comune[1].

II
Della democrazia abbiamo conosciuto solo la strega, mai la fata. Ogni partito porta in sé una visione totalitaria dell’esistenza ed è per questo che la libertà dell’individuo non può che sbocciare (come un fiore di campo) dalla soppressione dei partiti politici. Soltanto il bene comune è un fine. Le dottrine dei partiti, delle chiese, delle banche... sono una merce collettiva...  “i partiti sono organismi pubblicamente, ufficialmente costituiti in maniera tale da uccidere nelle anime il senso della verità e della giustizia... Quando in un Paese esistono i partiti, ne risulta prima o poi uno stato delle cose tale che diventa impossibile intervenire efficacemente negli affari pubblici senza entrare a far parte di un partito e stare al gioco” (Simone Weil, 1950), e per questo vanno aboliti.

III
Il bene pubblico poggia sulla giustizia e sulla verità... l’istituzione dei partiti costituisce un male senza mezze misure. I politici sono nocivi per principio... sono i veri boia della libertà... determinano lo svolgersi della vita quotidiana, influenzano le persone alla soggezione e quando non si genuflettono le opprimono... “non è certo che sia possibile rimediare a questa lebbra, che ci sta uccidendo, senza cominciare dalla soppressione dei partiti politici” (Simone Weil). Nella storia dell’uomo, la realizzazione di ogni progresso, l’abbattimento di ogni ingiustizia sono stati possibili perché le persone hanno agito come cittadini liberi e non come servi della politica... non hanno tenuto le mani in tasca, si sono organizzate, hanno dissentito e lottato (con tutti i mezzi necessari) per un mondo più giusto e più umano. Li hanno chiamato sognatori... certo, ma sono stati i sognatori che hanno modificato la storia umana... e hanno usato l’accoglienza, la fraternità, la gentilezza, anche, per abbattere i muri che li confinavano nella miseria... “il futuro è un’infinita successione di presenti, e vivere ora come pensiamo che gli esseri umani dovrebbero vivere, sfidando tutto ciò che c’è di male intorno a noi, è già in sé una meravigliosa vittoria” (Howard Zinn). La libertà non si concede, ci si prende!

IV
Il finanziamento privato della politica è il cancro della democrazia. La soppressione dei partiti politici non è solo una necessità, è una piacevole urgenza e i mezzi per cancellarli dalla vita comunitaria, sono tutti buoni! Le rivolte contro le disuguaglianze sociali che esplodono ai quattro venti della terra stanno modificando questa e le future generazioni... il racconto collettivo muta con le pratiche del dissenso e il movimento delle occupazioni si allarga dalle strade alle fabbriche, dai luoghi di lavoro alla dimensione familiare, dalle case agli edifici pubblici... l’indignazione sale e smaschera le menzogne e le galere di un’economia organizzata per decenni a beneficio dei ricchi soltanto... azioni di disobbedienza civile si fanno serrate e attraverso la tecnologia on-line fanno a meno dell’informazione del consenso o negata dei grandi organi d’informazione assoldati dai gruppi finanziari... la repressione poliziesca è impegnata a spegnere i fuochi eversivi ma i movimenti continuano a crescere e rispondono — colpo su colpo — agli aguzzini di sempre.

V
La distribuzione della ricchezza è nelle mani di una minoranza banditi che vestono Armani ed ha permesso una concertazione/connivenza del potere politico con affari criminali, influenzando l’intera sfera sociale al servilismo. Circa un secolo fa venne chiesto a un “grande” politico e finanziere americano (Mark Hanna), che cosa fosse importante per la politica. Rispose: “La prima cosa è il denaro, la seconda è il denaro e la terza l’ho dimenticata”. Per cui, sì, “la ricchezza concentrata cercherà chiaramente di utilizzare il potere e le risorse economiche a propria disposizione per prendere, per quanto è possibile, il controllo del sistema politico, e gestirlo secondo il proprio tornaconto ecc. Sarebbe un miracolo se non lo facesse. I cittadini devono trovare modi per lottare contro tutto questo” (Noam Chomsky). Riappropriarsi della politica dunque è una lotta aperta...  si può agire nelle strade, nelle scuole, nelle fabbriche, con l’informazione liberata e altri strumenti di aggregazione sociale... ogni tipo di resistenza è possibile e, come in passato, può produrre dei risultati e nuove stagioni di bellezza e di gioia planetaria, come è avvenuto nel Maggio 1968. Si tratta di cominciare dai palazzi nell’ora del tè, per passare poi a fermare i pubblici orologi. Dichiarare — a viso scoperto — che l’ora della ricreazione è finita.

VI
A ritroso. Alexandre Marius Jacob, un ladro, sovversivo, anarchico della belle époque, sopravvissuto venti anni nel bagno penale della  Guyana francese, dopo una condanna all’ergastolo per omicidio e oltre centocinquanta furti commessi ai danni (non solo) dell’alta borghesia francese (che si è dato la morte nel 1954 in un paesino francese), ha lasciato scritto: “Preferisco essere un ladro che un derubato. Anch’io condanno il fatto che un uomo s’impadronisca con la violenza o l’astuzia del frutto del lavoro altrui. Ed è proprio per questo che ho fatto la guerra ai ricchi, ladri che rubano ai poveri. È stata questa la mia rivoluzione”.  Di là di ogni ragione, più o meno condivisa, questo uomo di fervida fantasia e non comune coraggio ha sfidato l’apparato politico del suo tempo... aveva compreso che “quelli che producono tutto non hanno niente e chi produce niente ha tutto” (Alexandre Marius Jacob). Era passato alla propaganda dei fatti e dichiarato guerra ai ricchi e ai loro beni. Jacob ci ha lasciato in sorte queste parole: “La lotta contro il potere cesserà soltanto quando gli uomini metteranno in comune le loro gioie e le loro pene, il loro lavoro e la loro ricchezza, quando tutto apparterrà a tutti” (Alexandre Marius Jacob). E ora sia lode a uomini e donne che sono passati dalla resistenza alla rivolta sociale in nome del diritto naturale all’esistenza  e la conquista di una società di liberi e di uguali.

Piombino, dal vicolo dei gatti in amore, 16 volte ottobre 2012



[1] Questo scritto è un lavoro aperto... sarà aggiornato a “gatto selvaggio”,  secondo delle situazioni politiche, culturali, eversive dei movimenti delle occupazioni contro l’1% di saprofiti della politica e della finanza che attentano alla  libertà di pensiero e affamano interi popoli. Si affranca a quanti chiedono — con tutti i mezzi utili — la soppressione dei partiti ed altri animali da cortile che albergano nei centri di potere... in attesa di essere affogati da petali di fiori... e in ogni caso, nessun rimorso.

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sabato 11 agosto 2012

GRECIA I - FORMAZIONE E CRISI DEL REGIME POSTDEMOCRATICO IN GRECIA, di Michele Nobile

Summary

Statizzazione e convergenza programmatica di Pasok e Nea Dimokratia: la lunga crisi di rappresentatività e legittimazione dei partiti di governo - Dati sul finanziamento statale dei partiti - Il relativo sottosviluppo del capitalismo greco - Lotta sociale e fasi della crisi economica e politica

La estatalización y la convergencia programática del PASOK y Nueva Democracia: la larga crisis de la representatividad y de legitimidad de los partidos gobernantes - Datos sobre la financiación estatal de los partidos políticos - El relativo subdesarrollo del capitalismo griego - Lucha social y etapas de la crisis económica y política

Nationalization and programmatic convergence of Pasok and Nea Dimokratia: the long crisis of political representation and legitimation of the parties of government - Data on the public financing of the parties - The relative underdevelopment of the Greek capitalism - Social struggle and phases of the economic and political crisis

La nationalisation et la convergence programmatique du PASOK et de Nouvelle Démocratie, la longue crise de représentation et de légitimité des partis au pouvoir - Les données sur le financement public des partis politiques - Le sous-développement relatif du capitalisme grec - Lutte sociale et étapes de la crise économique et politique

Estadismo e convergência programática de Pasok e Nea Dimokratia: a longa crise de representatividade e legitimação dos partidos de governo - Dados sobre o financiamento estatal aos partidos - O subdesenvolvimento relativo do capitalismo grego - Luta social e fases da crise económica e política

In questi anni di crisi economica il conflitto sociale e politico ha raggiunto in Grecia livelli senza paragone negli altri paesi europei, giustamente attraendo l’attenzione della sinistra e le preoccupazioni dei governanti.
Per qualche settimana tra maggio e giugno del 2012 è balenata la possibilità di una piena vittoria elettorale del cartello elettorale di Syriza e quindi di un governo di sinistra: in Syriza sono state riposte le speranze di una rivincita contro la feroce politica antisociale dell’Europa del capitale e dai suoi miserabili e immiserenti ricatti. Nelle elezioni del 2012 Nea Dimokratia (ND) e Pasok, i due partiti che hanno governato la Grecia dalla caduta della dittatura dei colonnelli, hanno dimezzato i voti mentre Syriza ha strappato al Pasok gran parte del suo elettorato popolare, così divenendo il secondo partito greco e il rappresentante dell’opposizione sociale in parlamento. Fatti che esprimono la più grave crisi di rappresentatività e legittimazione di un sistema partitico in Europa.
È ovvio spiegare la gravità di questa crisi politica con quella della crisi economica e con un riflesso di rigetto nei confronti dei partiti dominanti che hanno sottoscritto i «programmi di aggiustamento economico» (i Memorandum con la Commissione europea, la Banca centrale europea e il Fondo monetario internazionale), che appaiono come un’imposizione straniera; ed è anche facile collegare il successo elettorale di Syriza a una particolare qualità politica di questo cartello.
Tuttavia, pur facendo le proporzioni tra le diverse situazioni, nel resto d’Europa non si vede nulla d’equivalente a quanto accaduto in Grecia: è vero che la crisi economica danneggia i partiti al governo, aumenta l’instabilità politica e favorisce gruppi politici di outsider (di sinistra ma anche di destra), ma i cambi della guardia sono avvenuti all’interno del sistema dei partiti dominanti; né esiste un nesso meccanico tra crisi economica, mobilitazione sociale e radicalizzazione politica. I movimenti degli Indignados e di Occupy esprimono (o hanno espresso, se come pare sono in fase calante) la rabbia di una generazione e un bisogno radicale di democrazia e di controllo dal basso delle condizioni della vita sociale. Sono un’esperienza necessaria e una promessa di ciò che potrà essere ma, a differenza delle primavere arabe da cui hanno tratto ispirazione, non costituiscono una forza in grado di incidere materialmente sui rapporti di potere sociali e politici né, come tali, sono in grado di farlo.
Come spiegherò in altro articolo, «fare Syriza» in Italia è il sogno dei nostri forchettoni rossi, che tale rimarrà perché a questi mancano le qualità politiche e etico-politiche minime per realizzarlo, segnati come sono dal sostegno e dalla diretta partecipazione nei governi di centrosinistra dell’imperialismo italiano e dall’aspirazione a sedere su poltroncine imbottite. Nondimeno, Syriza non presenta aspetti programmatici o politico-culturali che siano qualitativamente diversi da quelli degli altri partiti postcomunisti europei. La differenza deve risiedere altrove.
Il fatto è che la crisi politica greca ha radici profonde e una gestazione lunga, rivelatrici dei limiti del processo di democratizzazione dopo la dittatura dei colonnelli (1967-74) e, infine, dell’entrata a pieno titolo del sistema politico greco nella grande famiglia delle postdemocrazie europee.

mercoledì 29 febbraio 2012

LA GESTIONE POLITICA POSTDEMOCRATICA DELLA CRISI ECONOMICA. (Riflessioni su postdemocrazia e statalizzazione dei partiti della sinistra, 1), di Michele Nobile


1. Un esempio del processo decisionale postdemocratico: la garanzia del governo irlandese sulle banche.
Tra la sera del 29 e il primo mattino del 30 settembre 2008, giusto a due settimane dalla bancarotta della Lehman Brothers e dall’inizio del terremoto finanziario, il governo irlandese prese la decisione di offrire una garanzia pubblica su tutte le passività di tutte le banche del paese. L’urgenza era determinata dall’imminente tracollo della Anglo Irish Bank, che fu poi nazionalizzata a metà dicembre 2009.

Secondo il giornalista Simon Carswell che ne ha ricostruito la vicenda, quella fu «la più importante decisione politica presa da un governo irlandese» (1), tale da impegnarlo per l’equivalente di circa tre volte il prodotto interno e dieci volte il debito pubblico del momento. Iniziava così il processo di socializzazione dei costi del salvataggio del sistema finanziario privato dell’Irlanda, nonché dei creditori esteri, che ha ipotecato il futuro dell’intero paese, come sancito dall’accordo internazionale stipulato nel 2010. Più precisamente, ad essere ipotecati sono l’occupazione, i salari, le pensioni e i servizi pubblici dei comuni cittadini irlandesi, per molti anni a venire (2).
Nonostante la sua straordinaria importanza la decisione di garantire tutte le passività venne presa da un gruppo ristretto, in tutto una dozzina di persone: il primo ministro, il ministro delle finanze, l’attorney general, il governatore della banca centrale, alcuni alti funzionari; nelle stesse ore questo gruppo ebbe consultazioni con l’agenzia di rating Merrill Lynch e i massimi dirigenti (presidenti e Ceo) della Anglo Irish Bank e della Bank of Ireland. L’approvazione degli altri membri del governo venne ottenuta telefonicamente. Prima delle sei del mattino venivano informati il primo ministro del Lussemburgo, allora presidente del Eurogruppo, e il ministro delle finanze francese Christine Lagarde, a capo dell’Ecofin dell’Unione europea, ora direttore generale del Fmi. La decisione venne resa pubblica alle 6,45 e poi ratificata dal parlamento, con 124 voti a favore e 18 contrari: a favore votarono anche il principale partito d’opposizione, il Fine Gael, e il Sinn Féin, paladino dell’indipendenza irlandese.

Questo è solo un esempio di come, nelle moderne «democrazie rappresentative», decisioni politiche di grande impegno possano essere prese prescindendo dalla consultazione dei rappresentanti del «popolo (presunto) sovrano» e mettendo le istituzioni parlamentari di fronte a fatti compiuti e ad accordi internazionali che, si dice, non possono che essere accettati. Per quanto riguarda il processo decisionale si tratta del risultato della combinazione di due tendenze storiche, di lungo periodo.
Cronologicamente, la prima è quella della disciplina di partito nella sua applicazione ai gruppi parlamentari. Più degli altri, di essa erano specialmente orgogliosi i socialisti, almeno come ideale normativo: era uno dei modi di essere del partito «di massa» proletario opposto al partito parlamentare e borghese di notabili. L’esperienza storica dice però che la disciplina di partito può essere lo strumento attraverso il quale viene rovesciato il rapporto tra mezzi e fini: fu il senso sacrale della disciplina a far sì che il 4 agosto 1914 la frazione parlamentare socialdemocratica del Reichstag votasse all’unanimità i crediti di guerra. A favore votarono anche Karl Liebknecht, che presto divenne l’emblema della lotta alla guerra, e altri che nella riunione preliminare della frazione avevano espresso contrarietà e dubbi. 
La seconda tendenza emerse nella guerra mondiale, si consolidò durante la gestione politica della depressione degli anni Trenta e la guerra mondiale, e si sviluppò energicamente con la crescita delle funzioni economiche e sociali dello Stato nel corso del secondo dopoguerra: si tratta dello spostamento dei rapporti tra esecutivo (e apparati burocratici specializzati) e assemblee parlamentari a netto favore del primo e della dislocazione della formulazione, mediazione e decisione politica in sedi diverse da quelle elettive. Da notare che questo processo fu simultaneo all’età d’oro della moderna «democrazia rappresentativa», alla più frequente e lunga partecipazione dei partiti socialisti al governo, al riconoscimento formale dei diritti socioeconomici, all’estensione reale (benché ineguale) del welfare State.
Si può dunque dire che lo sviluppo della tendenza al dislocamento della decisione politica fuori delle istituzioni elettive e verso la burocrazia statale sia coeva a quella che appariva (e a molti ancora appare tale) come la «democratizzazione» politica e sociale dello Stato, da intendersi come l’introduzione in esso di aspetti non-capitalistici o protosocialisti. Ma che partiti e Stato si compenetrassero, con gravi effetti a lungo termine per la loro stessa identità e le istituzioni elettive, non era che il necessario complemento della funzionalità dell’interventismo statale alla riproduzione allargata del capitale; ragion per cui non deve stupire che lo stesso fenomeno di statalizzazione dei partiti (e dei sindacati) si sia poi volto contro i precedenti diritti sociali, quando sono mutate le condizioni dell’accumulazione del capitale.

martedì 15 marzo 2011

QUALUNQUEMENTE (Giulio Manfredonia, 2011), di Pino Bertelli

La stupidità, in generale, non è una qualità naturale,
ma un prodotto sociale e socialmente rafforzato.
(Theodor W. Adorno)

I. Il cinema della stupidità

Il cinema italiano ai tempi della stupidità spettacolare ha il successo che si merita... frotte di imbecilli decretano il consenso (non solo) economico ai cinepanettoni di Neri Parenti, Aldo Giovanni e Giacomo o ai deliri calcolati di Antonio Albanese, diretto (male) da Guido Manfredonia in Qualunquemente. A vedere bene queste operazioni commerciali è difficile non accorgersi che tanta sciatteria espressiva è figlia dello spettacolo televisivo che imperversa nelle case degli italiani... puttane, papponi, politici e ruffiani circolano impunemente nell’immaginario collettivo e fanno dimenticare le lotte sociali degli studenti, dei precari, dei disoccupati, dei migranti... attanagliati nell’infelicità della nostra epoca.
Il linguaggio dell’humour, l’ironia o il cinismo intelligente non sembra conosciuto a questi vassalli dello spettacolo integrato e nulla emerge dai loro film, se non l’apoteosi del vuoto o la promessa obbligatoria di ridere sul crepuscolo della comicità che morde il potere e non l’assolve dai suoi peccati seriali. La società dello spettacolo celebra la demenza accettata e i mezzi di comunicazione di massa organizzano magistralmente l’ignoranza con pseudo-avvenimenti mondani... l’impero della comunicazione accresce i propri sudditi nel mercantilismo globale e solo i poeti, i bambini o gli insorti della Rete... si chiamano fuori dal dominio dell’economia spettacolare, che ridotto gli uomini a merce.
Il cinema giovanilista e quello demenziale segnano i parametri ricettivi dell’analfabetismo cinematografico dei nostri tempi... il peggio non sta nell’ignoranza, ma nell’illusione di sapere... poiché il cinema degli imbecilli è innanzitutto un verminaio di sciocchezze e strumento di lusinga ininterrotta del potere (specie quando finge di morderlo alla gola), l’ubriacatura delle masse continua a riprodurre l’ineguaglianza sociale e il trionfo del dispotismo non teme incrinature. In questo senso i buffoni con la faccia da boia in attività, come Sergio Marchionne, possono avere ragione sui diritti calpestati dei lavoratori, in buona pace (e complicità) della sinistra (tutta) connivente con i crimini della politica istituzionale. Chi controlla la memoria degli ultimi, controlla il futuro... chi controlla il presente, alza la ghigliottina della disoccupazione, della carcerazione e dell’esclusione delle giovani generazioni. Una minoranza di caimani in doppio petto mercanteggia sulla sopravvivenza di una maggioranza asservita e non sono mai abbastanza le ondate di rivolta che scuotono alla base l’intero edificio sociale e vogliano dare fuoco ai palazzi del potere, non per cambiarlo, ma per distruggerlo dalla faccia della terra.
Qualunquemente è un film stupido... molto stupido... i loro realizzatori lo sanno di certo... gli interpreti anche. L’ambientazione “sudista” è congeniale... circoscritta a un piccolo comune della Calabria... il che vuol dire che in altri posti, altre città, la politica si fa con altri mezzi... tutto falso... i politici dell’italietta berlusconiana (sinistra inclusa), com’è nel costume di questo paese catto-fascista, sono sempre stati intrecciati e complici con mafierie d’ogni sorta... del resto, anche i loro elettori sono ben coscienti di sostenere questi pagliacci dell’ordine e contenti di sostenere il crimine nell’alveo del “buon governo”.
La stupidità è il pane quotidiano degli oppressi che permettono a chi dispone dei mezzi di produzione di trattarli da schiavi e non da uomini liberi... i padroni si sono accorti di valere quanto i loro porci, soltanto quando una rivoluzione sociale li ha appesi per il collo ai cancelli delle fabbriche... la sottomissione è gradita al potere. La paura, il disagio, il silenzio crescono in base alle costrizioni, alle limitazioni imposte e all’assurda continuazione dello sfruttamento dell’uomo da parte dell’uomo. I fautori della tolleranza sono sempre inclini alla sopraffazione verso i dominati che non si adattano alla servitù volontaria... partiti, sindacati, chiese... invitano alla cancellazione della personalità e la sola coerenza che allevano è quella della genuflessione... la storia del terrorismo è scritta dallo Stato (l’assassinio di Giuseppe “Pino” Pinelli è un esempio per tutti) e la disinformazione è il cattivo uso della verità.
Il governo dello spettacolo canta le sue armi e falsifica l’immondezzaio dei bisogni... è padrone assoluto della memoria storica e terrorista incontrollato dei progetti vessatori che plasmano il divenire della sopravvivenza... i regnanti sono aggrappati agli scranni del parlamento e senza mezzi termini eseguono le loro sentenze sommarie... chi non sta al giogo è escluso dai banchetti e dai festini, la potenza della merce organizza magistralmente il falso di ciò che succede e, nel contempo, trasferisce tutto ciò che è menzogna e putridume, in una rappresentazione televisiva che tutto assolve e tutto conferma. Nessuno vive più secondo i propri piaceri o la propria creatività, ma è oggetto speculare della merce o della politica che consuma... i dominatori hanno bisogno della miseria per perpetuarsi e la mantengono per dare sempre più forza e risalto ai loro crimini impuniti... solo il ribaltamento di prospettiva di un mondo rovesciato ha la capacità di fare uscire gli sfruttati dal proprio stato di sottomissione e proiettarli verso la ricerca della felicità... non ci sono poteri buoni, ci sono servi imbecilli! La vera libertà è al di sopra delle leggi, del diritto e delle istanze sociali... si chiamino, patria, religione, stato o famiglia... si è uomini prima di essere studenti, precari, disoccupati, migranti o sfruttati... violenza aiuta dove violenza regna.

II. Qualunquemente

Qualunquemente celebra il qualunquismo e la politica mafiosa... a una lettura superficiale sembrerebbe il contrario... non è così. Cetto La Qualunque (Antonio Albanese) si candida sindaco di un paesino calabrese, è appoggiato dalla mafia locale... i cittadini lo vedono come l’“uomo della provvidenza” e lui, appena uscito di galera, è fiero delle sue amicizie criminali. Ha una moglie italiana un po’ stupida e un figlio idiota... una compagna brasiliana bella e inutile, e una bambina vestita come una bambola... ha una casa deliziosamente kitsch (di cattivo gusto) e un’azienda turistica tenuta (in sua assenza forzata) dalla cosca. I mafiosi scelgono Cetto La Qualunque per le elezioni a sindaco della città... per avvertire l’altro candidato di che pasta sono fatti, fanno saltare in aria la sua auto... Cetto La Qualunque, tra frizzi e lazzi insopportabili, elogia l’inquinamento del mare, saccheggia reperti archeologici, si appropria di terreni demaniali... fa comizi nelle strade, in chiesa, al bar... per vincere le elezioni ricorre a brogli elettorali e infine assume uno specialista del “nord” (Sergio Rubini) che lo educa all’acquisizione del consenso... non mancano nemmeno il bagno in piscina con un nugolo di ragazze nude e la carcerazione del figlio in sua vece... si vede, e bene, che Albanese e il regista allungano a dismisura gli spazi-temporali delle gag televisive e ne viene fuori una noia im/mortale.
La comicità di Albanese è ripetitiva, anche volgare... e il personaggio è piuttosto svilito e ugualmente futile di quello televisivo... non ci sono battute fulminanti né le facce dei comprimari sostengono Albanese nella sua furibonda sequela di luoghi comuni... non si ride né si piange, viene voglia anzi di uscire dal cinema, e in fretta. Il qualunquismo impera. E pensare che qualche critico lo ha scambiato per un film “impegnato”, di “denuncia” che ha scelto la via della satira anziché quella della tragedia. Vero niente. Qualunquemente è una bassa operazione commerciale che va ad alimentare la mediocrità splendente del cinema italiano, più ancora, e questo ci addolora, raffigura la gente del “Sud” alla stregua di coglioni al servizio della mafia.
La regia di Manfredonia è banale, adatta all’indirizzo televisivo per il quale il film è stato fatto... gli interpreti principali sono poco più di bozzetti, macchiette che poco hanno a che fare con l’afflato cinematografico... non c’è cattiveria epica ma solo artifici di benevolenza dispensata e dosata per il pubblico domenicale... Albanese esprime quanto di più triviale si possa vedere sullo schermo o in politica, ma non fa ridere... ci pare perfino la brutta copia di “Fantozzi”... ma l’intelligenza autoriale di Paolo Villaggio è su altri piani della comicità surreale. La sceneggiatura di Albanese e Piero Guerrera è sciatta e lo schermo la rigetta impietosamente... la fotografia di Roberto Forza è inesistente, sovraesposta, scialba come lo sono la scenografia, i costumi e il montaggio... la musica della Banda Osiris è roba da campeggiatori... gli autori si sono guardati bene di indirizzare il film nella provincia calabrese e non andare a sfiorare la casta dei politici... non si ride di Berlusconi, né di Fini, né di D’Alema e nemmeno del cane di La Russa... questa è gente senza scrupoli, buona per tutte le stagioni della politica autoritaria, sono capaci di farti sparare in bocca se qualcuno attenta alla loro apparente dignità... tuttavia l’assenza di talento non giustifica tanta cretineria vezzeggiata, né l’abuso di una presunzione estetica che non c’è... basta cambiare mestiere... tutti i lavori sono buoni, e specie in Calabria la mafia sa come utilizzare a basto costo e con il fucile puntato ad altezza d’uomo i migranti d’ogni arte... proprio quella mafia che Qualunquemente assolve in piena regola... ci vuole coraggio a vedere per intero questo film... o una buona dose d’inedia o d’imbecillità.
Qualunquemente, va detto, esprime tutto il male del cinema d’intrattenimento italiano... il cinema è un’altra cosa... un film che vale — comico, drammatico, documentario — lega il piacere col dolore, la gioia con la malinconia, la bellezza con la verità... e si accorda con l’inguaribile epifania del meraviglioso che lo contiene... l’ammirazione e lo stupore della “Lanterna magica” abitano i nostri sogni e nel dispendio magnifico della sala buia ci restituiscono l’incanto di un’infanzia eidetica mai perduta. Il cinema non è altro che il linguaggio simbolico delle passioni o un dispositivo mercantile che uccide il ludico senza grazia. Il cinema o mostra l’innocenza del divenire o non è niente. Col cinema non si fanno le rivoluzioni, ma il cinema può contribuire a crescere uomini migliori!

26 volte gennaio 2011

RED UTOPIA ROJA – Principles / Principios / Princìpi / Principes / Princípios

a) The end does not justify the means, but the means which we use must reflect the essence of the end.

b) Support for the struggle of all peoples against imperialism and/or for their self determination, independently of their political leaderships.

c) For the autonomy and total independence from the political projects of capitalism.

d) The unity of the workers of the world - intellectual and physical workers, without ideological discrimination of any kind (apart from the basics of anti-capitalism, anti-imperialism and of socialism).

e) Fight against political bureaucracies, for direct and councils democracy.

f) Save all life on the Planet, save humanity.

g) For a Red Utopist, cultural work and artistic creation in particular, represent the noblest revolutionary attempt to fight against fear and death. Each creation is an act of love for life, and at the same time a proposal for humanization.

* * *

a) El fin no justifica los medios, y en los medios que empleamos debe estar reflejada la esencia del fin.

b) Apoyo a las luchas de todos los pueblos contra el imperialismo y/o por su autodeterminación, independientemente de sus direcciones políticas.

c) Por la autonomía y la independencia total respecto a los proyectos políticos del capitalismo.

d) Unidad del mundo del trabajo intelectual y físico, sin discriminaciones ideológicas de ningún tipo, fuera de la identidad “anticapitalista, antiimperialista y por el socialismo”.

e) Lucha contra las burocracias políticas, por la democracia directa y consejista.

f) Salvar la vida sobre la Tierra, salvar a la humanidad.

g) Para un Utopista Rojo el trabajo cultural y la creación artística en particular son el más noble intento revolucionario de lucha contra los miedos y la muerte. Toda creación es un acto de amor a la vida, por lo mismo es una propuesta de humanización.

* * *

a) Il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi che impieghiamo dev’essere riflessa l’essenza del fine.

b) Sostegno alle lotte di tutti i popoli contro l’imperialismo e/o per la loro autodeterminazione, indipendentemente dalle loro direzioni politiche.

c) Per l’autonomia e l’indipendenza totale dai progetti politici del capitalismo.

d) Unità del mondo del lavoro mentale e materiale, senza discriminazioni ideologiche di alcun tipo (a parte le «basi anticapitaliste, antimperialiste e per il socialismo».

e) Lotta contro le burocrazie politiche, per la democrazia diretta e consigliare.

f) Salvare la vita sulla Terra, salvare l’umanità.

g) Per un Utopista Rosso il lavoro culturale e la creazione artistica in particolare rappresentano il più nobile tentativo rivoluzionario per lottare contro le paure e la morte. Ogni creazione è un atto d’amore per la vita, e allo stesso tempo una proposta di umanizzazione.

* * *

a) La fin ne justifie pas les moyens, et dans les moyens que nous utilisons doit apparaître l'essence de la fin projetée.

b) Appui aux luttes de tous les peuples menées contre l'impérialisme et/ou pour leur autodétermination, indépendamment de leurs directions politiques.

c) Pour l'autonomie et la totale indépendance par rapport aux projets politiques du capitalisme.

d) Unité du monde du travail intellectuel et manuel, sans discriminations idéologiques d'aucun type, en dehors de l'identité "anticapitaliste, anti-impérialiste et pour le socialisme".

e) Lutte contre les bureaucraties politiques, et pour la démocratie directe et conseilliste.

f) Sauver la vie sur Terre, sauver l'Humanité.

g) Pour un Utopiste Rouge, le travail culturel, et plus particulièrement la création artistique, représentent la plus noble tentative révolutionnaire pour lutter contre la peur et contre la mort. Toute création est un acte d'amour pour la vie, et en même temps une proposition d'humanisation.

* * *

a) O fim não justifica os médios, e os médios utilizados devem reflectir a essência do fim.

b) Apoio às lutas de todos os povos contra o imperialismo e/ou pela auto-determinação, independentemente das direcções políticas deles.

c) Pela autonomia e a independência respeito total para com os projectos políticos do capitalismo.

d) Unidade do mundo do trabalho intelectual e físico, sem discriminações ideológicas de nenhum tipo, fora da identidade “anti-capitalista, anti-imperialista e pelo socialismo”.

e) Luta contra as burocracias políticas, pela democracia directa e dos conselhos.

f) Salvar a vida na Terra, salvar a humanidade.

g) Para um Utopista Vermelho o trabalho cultural e a criação artística em particular representam os mais nobres tentativos revolucionários por lutar contra os medos e a morte. Cada criação é um ato de amor para com a vida e, no mesmo tempo, uma proposta de humanização.