L'associazione Utopia Rossa lavora e lotta per l'unità dei movimenti rivoluzionari di tutto il mondo in una nuova internazionale: la Quinta. Al suo interno convivono felicemente - con un progetto internazionalista e princìpi di etica politica - persone di provenienza marxista e libertaria, anarcocomunista, situazionista, femminista, trotskista, guevarista, leninista, credente e atea, oltre a liberi pensatori. Non succedeva dai tempi della Prima internazionale.

sabato 22 giugno 2013

IL NUOVO «MIRACOLO» BRASILIANO, di Pier Francesco Zarcone

Una mobilitazione dal basso e inattesa
Nei primi giorni delle mobilitazioni popolari in Brasile, sui giornali e nei discorsi della gente si poteva leggere lo sbalordimento di fronte al fatto che in uno dei luoghi mitici del calcio nazionale e internazionale, nel paese del sole, del samba, delle belle ragazze e dell’allegria esplodesse una rivolta di massa, non solo giovanile. Occasionata dall’aumento delle tariffe dei trasporti pubblici a Rio de Janeiro e São Paulo, si è subito orientata anche e soprattutto contro le folli spese in corso per ospitare i prossimi eventi calcistici e sportivi internazionali (Coppe varie e Olimpiadi).
A tale sorpresa si è unito quella dei non-disinteressati paladini dell’attuale e selvaggia “liberalizzazione” capitalistica, della quale il Brasile è stata un teatro vasto, famoso e duraturo nel tempo.  Dove mai andremo a finire, si chiedono i benpensanti liberisti di destra e di sinistra se anche tra i giovani di un paese come il Brasile si diffonde la preferenza per trasporti pubblici efficienti e a prezzi popolari, per ospedali e scuole invece che per gli stadi?! È diventato uno slogan dei manifestanti “quero dinheiro para saúde e educação”. Citiamo per tutti la rivista britannica The Economist che, in un recente reportage sul Brasile, dopo aver additato nell’inflazione la causa del malcontento esploso nel paese, se l’è presa con quanti «invece di essere grati per le briciole che cadono dalle tavole dei ricchi brasiliani, si sono svegliati per il fatto di pagare le imposte e di meritarsi qualcosa in cambio». 

Comunque sia, centinaia e centinaia di migliaia em mangas de camisa (equivalente portoghese del castigliano descamisados) intanto sono riusciti a far rientrare il provvedimento che aumentava il prezzo dei pubblici trasporti. E questo è un primo dato da tenere a mente. Ma non per questo la protesta è finita giacché sono entrati a fare parte del pacchetto delle rivendicazioni la gratuità dei trasporti, il carovita, il carico tributario, l’intera politica economica del governo, le disuguaglianze socio-economiche, la corruzione, la violenza della famigerata polizia brasiliana, mentre si diffonde il pericoloso detto radicale “a política se faz nas ruas”. 
Ancora più sovversivo il discorso di Paulo Motoryn: «Quello che vogliamo è abbattere le barriere fra ricchi e poveri, rompere i muri fra centro e periferia, consolidare il popolo come attore politico d’importanza senza pari e lottare per un Brasile con giustizia sociale, senza disuguaglianze e con opportunità per tutti e tutte. Niente di più, niente di meno». È esploso quindi un malessere diffuso e fin qui sotto traccia e – come in Turchia – per un motivo in sé minimale: l’aumento contestato era di appena 20 centavos, cioè 20 centesimi. 
Altra delusione sicuramente colpisce chi si nutre dei luoghi comuni diffusi dai media politicamente corretti: il governo del Brasile da circa dieci anni è governato dal Partido dos Trabalhadores (Pt) di Lula da Silva e Dilma Rousseff (le cui antiche velleità rivoluzionarie sono state da tempo archiviate per fare posto a una tranquilla navigazione socialdemocratica), il paese ha una rilevante crescita macroenomica, a Rio la criminalità sembra in diminuzione; c’è la rassicurante militarizzazione delle favelas, e così via. Eppure …

Forchettoni rossi alla brasiliana
Una cosa è sotto gli occhi di tutti: la sinistra brasiliana al potere non da ieri ha smesso di essere tale (e non solo per i ricorrenti, e ormai endemici, episodi di corruzione), cosicché pure in Brasile si è verificato l’ennesimo tradimento degli ex rivoluzionari diventati socialdemocratici e “forchettoni rossi” in salsa tropicale. Sotto questo profilo è illuminante lo scritto pieno di amarezza pubblicato il 22 giugno da Folha de São Paulo, nel quale si parla di illusioni indotte «dalle vecchie volpi di sinistra con la loro mimica democratica, mentre decidevano tutto in conventicole al calar della notte. (...). Il bene era la sinistra, il male la destra. La sinistra poteva fare emerite cacate, manipolare opinioni, perfino sviare fondi per la causa. “I fini giustificano i mezzi”, dicevano le dirigenze progressiste. Alla fine siamo riusciti ad abbattere la destra e mettere al potere la sinistra. E che si è visto? La maggior sequenza di scandali e corruzione della nostra storia. Le menzogne si ripetono, i nemici raggiungono accordi, destra e sinistra fanno di tutto per mantenersi al potere». 
Passati gli entusiasmi iniziali per la prima vittoria elettorale di Lula, il sistema brasiliano dimostra oggi di aver  mantenuto strutturalmente inalterate le sue caratteristiche di sempre:
profonde disuguaglianze sociali di massa, e dominio - economico, politico e nell’apparato statale - da parte di un’oligarchia di cui oggi fanno parte anche settori “di sinistra”;
bassi salari, i cui leggeri aumenti (sono sempre al di sotto della crescita dell’economia nazionale) sono mistificati dalla discesa dei tassi di interesse che hanno consentito incrementi nei consumi finanziati dai prestiti;
servizi pubblici essenziali sulla cui qualità ed efficienza è meglio stendere un pietoso velo, perennemente (e di proposito) decapitalizzati;
infrastrutture inadeguate;
delinquenza di notevole entità.
Taluni miglioramenti nelle condizioni di vita di certi strati della popolazione non sono sufficienti a modificare questo quadro.
La crescita macroeconomica c’è, e ancora si mantiene, ma la redistribuzione della ricchezza è minimale e ben al di sotto del possibile, e le aspettative – spontanee o indotte – di salariati, giovani ed emarginati che hanno votato per il Partido dos Trabalhadores (Pt) sono rimaste irrealizzate. Spesso, anzi, svolte demagogiche si sono risolte in sperperi di denaro a favore di quelli che avrebbero dovuto essere i “nemici di classe”.
È stato il caso della famosa interruzione del pagamento del debito estero, voluta da Lula, poi risoltosi nel pagamento del debito stesso a interessi ancora superiori. Innegabilmente il Brasile è sfuggito agli artigli del Fondo Monetario Internazionale (Fmi), ma a un prezzo pesante: il paese è caduto nelle mani di creditori interni, cioè l’oligarchia nazionale, che hanno lucrato tassi di interesse oltre il 10%, di modo che l’equivalente del 5,4% del Prodotto Interno Lordo del 2009 è andato a favore di questi benefattori nazionali, per un ammontare finanziario che viene calcolato pari a 13 volte di quanto Lula aveva destinato al programma sociale.  Famosa è rimasta la sua dichiarazione riportata dal giornale Folha de São Paulo il 22 maggio del 2009:
«Se c’è una cosa di cui nessun imprenditore brasiliano potrà lamentarsi nei miei sei anni di mandato è che mai si è guadagnato tanto denaro come col mio governo»!
Peccato che non possano dire lo stesso i ceti popolari per i quali un aumento dei trasporti diventa un onere pesante, magarti la classica goccia che fa traboccare il vaso.
Anche in Brasile i commentatori politicamente corretti hanno manifestato stupore per una così massiccia contestazione sociale in una fase di tangibile miglioramento dei consumi e di facile accesso al credito. Volutamente dimenticando che nella storia dell’umanità i sommovimenti sociali non si verificano solo nelle fasi di crisi economica, cioè quando le masse degli emarginati non hanno più niente da perdere e nulla da ottenere nemmeno ricorrendo alla microcriminalità; ma anche (e a volte soprattutto) nelle fasi di crescita, perché queste consentono una maggiore presa di coscienza della propria condizione e delle inerenti ingiustizie.
Non manca chi arriva ad attribuire all’economia brasiliana un ritmo di crescita eccessivo, biasima la fretta con cui ci si è avviati alle prime (e insufficienti, diciamo noi) costruzioni di uno Stato sociale e sostiene che gli attuali livelli di consumi sarebbero al di sopra delle possibilità del paese. Si tratta di una canzone ben nota, che non ci si stanca di ripetere. Creare sensi di colpa in chi per la prima volta comincia a godere di un minimo benessere dopo una vita di povertà additandolo come causa delle difficoltà economiche di un paese, è sempre facile, ed evita di parlare di corruzione e dei flussi di denaro pubblico sviati in favore di privati “amici degli amici”.

Cercando meglio le cause, si dissolvono le favole dei media
Diciamocela tutta: senza l’improvvisa esplosione della rivolta brasiliana i nostri imperturbabili mass-media avrebbero continuato a darci la solita edulcorata immagine del Brasile, con la sua crescita economica, il miglioramento delle condizioni di vita, la gente che viene da fuori per cercare lavoro e così via. Ora “improvvisamente” gli stessi media scoprono tutto quel che non va e adesso, per esempio, la Cnn statunitense fornisce un quadro chiaro e preciso di quanto sta dietro le manifestazioni:
«Il Brasile sta sperimentando attualmente un collasso generalizzato nelle sue infrastrutture. Ci sono problemi con porti, aeroporti, trasporti pubblici, sanità e istruzione. I brasiliani non vedono quali siano le ragioni per infrastrutture così brutte quando c’è tanta ricchezza così altamente tassata. Nelle capitali le persone perdono fino a quattro ore al giorno nel traffico, sia in automobile sia nel trasporto pubblico che è davvero di bassissima qualità. Il governo brasiliano ha adottato misure per rimediare e controllare l’inflazione solo intervenendo sulle tasse e ancora non ha capito che il paradigma deve includere un intervento più centrato sulle infrastrutture. Nello stesso tempo il governo sta riproducendo su scala minore quanto fatto dall’Argentina qualche tempo fa (…) il che sta portando a inflazione alta e bassa crescita. Oltre al problema delle infrastrutture esistono vari scandali per corruzione che rimangono senza giudizio processuale, e quando i giudizi ci sono tendono a concludersi con l’assoluzione del reo. Il maggiore scandalo per corruzione della storia del Brasile finalmente è finito con la condanna dei rei e ora il governo sta tentando di ribaltare l’esito del processo manovrando attraverso emendamenti costituzionali incredibili, come il Pec [Proposta di Emendamento Costituzionale] 37 che eliminerà i poteri investigativi dei Pubblici Ministeri, delegandoli interamente alla Polizia Federale. In più, un’altra proposta cerca di sottoporre le decisioni della Suprema Corte Brasiliana al Congresso – una completa violazione dei tre poteri».
E anche questo scandalo legislativo ha infiammato vasti settori della popolazione.
A ben guardare con la protesta contro un aumento minimo delle tariffe dei servizi di trasporto si viene ad affrontare un tema tanto essenziale quanto politicamente scorrettissimo, e cioè si mette in discussione la polarizzazione fra interessi pubblici e privati risolta dal neoliberalismo della globalizzazione a favore di questi ultimi, mentre si dichiara che la specifica questione relativa a chi debba finanziare i costi di un servizio pubblico essenziale non va impostata subordinatamente alla brama di profitto delle imprese private. 
In questo quadro l’ex calciatore Pelé ha perso l’occasione per stare zitto: di fronte a un popolo giustamente inferocito per ragioni materiali concrete non ha trovato di meglio che invitarlo a farla finita con le proteste di strada per concentrarsi nell’appoggio alla Nazionale durante la Coppa delle Confederazioni e il Mondiale 2014. Quanto Pelé sia lontano dalla realtà (o faccia finta di esserlo) lo dimostra la contestazione subita dalla Presidente Rousseff proprio all’inaugurazione della Coppa delle Confederazioni. Si tratta di un avvenimento significativo poiché realizzato da un pubblico tutt’altro che di estrazione proletaria, tant’è che ha potuto pagare il costo di 350 euro per biglietto. Nei fatti esso esprime lo scontento di una classe media o medio-piccola obiettivamente  nata dalle politiche fin qui sviluppate da Lula e Rousseff, che rispetto al passato ha potuto migliorare le proprie condizioni di vita, ma che con l’inflazione attuale teme di arretrare socio-economicamente. 
D’altro canto c’è molto da dire quando in un paese disastrato nelle infrastrutture e nelle condizioni di vita della maggior parte del popolo si sperperano per i prossimi eventi calcistici le somme diffuse dalla Folha de São Paulo: per il Mondiale 2014 – benché la previsione iniziale fosse di 8.300 milioni di euro - già se ne sono andati 9.200 milioni, che alla fine potrebbero arrivare a 11.500 milioni; l’85% del finanziamento è a carico dello Stato brasiliano (governo federale, governi statali e municipalità); i costi per i 12 stadi che ospiteranno il Mondiale sono pure lievitati da 1.900 milioni a 2.500 milioni di euro. Tutto ciò per qualcosa che durerà meno di un mese.
Necessariamente gli oneri tributari dovranno aumentare ancora, ma i veri guadagni andranno solo a poche megaimprese e ai politici percettori di tangenti e benefici vari
Il governo non dà informazioni, ma le voci circolano e taluni già vedono operai al lavoro vicino a casa loro: le varie opere necessarie per il Mondiale (corridoi metropolitani, accessi ferroviari, ricostruzione di strade, ampliamento di aeroporti e relativi parcheggi, nuovi appartamenti) richiederanno lo sloggiamento dalle attuali abitazioni di circa 170.000 persone. Naturalmente si tratta di insediamenti popolari e ultrapopolari. Ci saranno indennizzi? E in che proporzione? Nessuno lo sa, il. Governo per lo più tace. In buona sostanza i lavori per il Mondiale sono l’occasione propizia per una grande “pulizia sociale” e per lucri immensi della speculazione edilizia. Intanto resta nel paese il deficit abitativo di 5 milioni di alloggi.

C’è calcio e calcio, e la Fifa vuole farla da padrona
Tra gli osservatori sudamericani (certo più attenti di quelli europei) esiste la conclusione che in Brasile in definitiva - nonostante le apparenze e se si guarda agli accessi agli stadi e ai beneficiari degli introiti sportivi - il calcio in Brasile sia cosa alquanto elitaria; e che eventi come il Mondiale contribuiscano a fare degli stadi piattaforme o occasione per gli affari con chiusura per i più.
Se guardiamo alla storia del famoso stadio di Maracaná si deve convenire che la predetta conclusione non è propriamente campata per aria. Nel 1950 alla finale tenutasi al Maracaná assistette l’8,5% della popolazione di Río de Janeiro e l’80% degli spettatori occupava i settori popolari dello stadio. Oggi il Maracaná è un’area “multiuso”, sede di eventi sportivi, recital musicali e show di vario tipo. Appositi vetri separano dal resto degli spettatori i Vip, i quali possono accedere allo stadio direttamente con l’auto e dispongono di una rampa riservata che fa loro evitare il contatto con la plebe.
A causa della finale del Mondiale 2014 e dei Giochi Olimpici del 2016 il Maracaná va ristrutturato (lasciando solo la vecchia facciata), con un costo minimo di 600 milioni di euro, ma alla maniera di un teatro. Quindi, niente più posti in piedi (come fu nel 1950) ma solo sedili numerati. Questo stadio che fu uno dei maggiori del mondo, ma ora è sceso al 14º posto, cesserà definitivamente di essere uno spazio popolare.   
Non può certo aver fatto piacere a molti brasiliani la notizia che ampi spazi verranno privatizzati in favore della Fifa, la quale potrà pure contrattualizzare in proprio 53.000 guardie di sicurezza, a spese però dello Stato brasiliano, e che ogni stadio sarà dotato di una radio su cui la Fifa avrà l’esclusiva.
E c’è molto altro, perché nel 2012 – piegandosi all’arroganza della Fifa a tutela dei suoi profitti – il  Parlamento ha approvato una legge generale per la Coppa delle Confederazioni secondo i criteri voluti dalla Fifa medesima, per quanto in palese conflitto con la legislazione brasiliana. Per esempio, in Brasile è proibita le vendita di alcolici negli stadi: invece la vendita viene liberalizzata; la Fifa ha voluto una deroga alla normativa vigente che prevede lo sconto del 50% sui biglietti degli stadi per studenti, pensionati, invalidi ecc., nonché la sospensione della “legge Pelé” che attribuisce il 5% degli introiti della vendita di audiovisivi sugli eventi sportivi ai sindacati degli atleti professionisti; la Fifa inoltre ha preteso l’emissione di visti e permessi per tutti i membri delle delegazioni – compresi invitati, funzionari, giornalisti e spettatori muniti di biglietti – con validità fino al 31 dicembre 2014, cioè fino a sei mesi dopo il termine del Mondiale; le è stato accordato  il diritto di autorizzare la vendita di qualsiasi merce non solo nei luoghi delle gare, ma altresì nelle loro prossimità e nelle vie di accesso; inoltre le aree esclusive per il commercio dei suoi prodotti sono definite dalle municipalità secondo le richieste della Fifa medesima e/o addirittura dei terzi da essa indicati; i venditori ambulanti non possono operare nel raggio di due chilometri dagli stadi. Dulcis in fundo si prevede la possibile istituzione di Giudici Speciali per le controversie inerenti allo svolgersi degli eventi.
Per inciso notiamo che questa legge (la nº 12.663, del 5 giugno 2012) di recente è stata impugnata innanzi al Supremo Tribunale Federale dalla Procura Generale della Repubblica.

La presidenza dell’ex guerrigliera Dilma Rousseff 
Assurta alla presidenza, Dilma Rousseff ha decisamente puntato all’accelerazione del processo che dovrebbe portare il Brasile a diventare una potenza globale. Sul piano formale sia Lula sia la Rousseff hanno sviluppatoin modo proficuo un’accorta politica d’immagine, tutto sommato ancora funzionante e lo dimostra il fatto che mentre dinanzi alla protesta turca si è immediatamente parlato di scontro fra “due Turchie”, per la rivolta brasiliana si stenta un po’ a parlare di quei “due Brasili” che invece esistono.  Questo aspetto è stato messo in evidenza e approfondito da Folha de São Paulo in un  articolo del 21 giugno. Vi si dice che la difficoltà di un tale riconoscimento sta nella specifica natura di quello che potremmo chiamare “altro Brasile”, suscettibile di tre visualizzazioni:
la prima visualizzazione è quella dell’enorme esclusione sociale, le cui cause risalgono sì all’era coloniale, ma si sono riprodotte sia pure mutando le forme e i suoi attori dominanti rimangono le oligarchie dei grandi proprietari terrieri e il violento caciquismo, le ristrette e razziste elite politiche;
la seconda, comprende la rivendicazione della democrazia partecipativa risalente agli ultimi 25 anni, concretizzatasi finora nel processo che ha portato alla Costituzione del 1988, ai bilanci partecipativi, alle politiche urbaniste di tante municipalità, alla destituzione dell’ultracorrotto Presidente Collor de Mello nel 1992, la creazione di Consigli cittadini per i principali settori delle politiche pubbliche (sanità e istruzione) e ai vali livelli (municipale, statale e federale);
la terza attiene alle politiche di inclusione sociale iniziate da Lula nel 2003, dalle quali sono derivate una riduzione della povertà, la creazione di una classe media propensa al consumo, il riconoscimento della discriminazione razziale verso neri e indigeni.
Relativamente alle ultime due visualizzazioni la presidenza della Rousseff la precedente accelerazione si è fermata ed è regredita, con questo riguadagnando terreno l’esclusione sociale. Oggi la democrazia partecipativa non funziona più come prima; le generazioni più giovani – scarsamente sostenute da una vita famigliare e comunitaria capace d’integrazione – restano preda di una spinta consumistica a cui spesso non sono in grado di fare fronte; le politiche di inclusione sociale si sono esaurite e con esse le inerenti aspettative popolari; la vita urbana è peggiorata anche grazie alla preparazione di prestigiosi eventi internazionali, per i quali sono stati sviati investimenti destinati ai trasporti, alla sanità, all’istruzione e più in generale a tutta l’area dei servizi pubblici; infine sono aumentati il razzismo e le uccisioni di leader contadini e indigeni visti come ostacolo alla sviluppo.

Si può azzardare qualche previsione?
Ancora una volta nella più recente storia contemporanea la cosiddetta rete sociale ha svolto un ruolo fondamentale nella mobilitazione popolare, e infatti è del giorno 20 la notizia che la Abin (Agência Brasileira de Inteligência) è stata incaricata di monitorare quel che succede nella Rete.
E ancora una volta le statistiche citate da Folha de São Paulo forniscono un determinato quadro: l’84% dei manifestanti non apparterrebbe ad alcun partito politico, il 71% ha partecipato per la prima volta a manifestazioni e il 53% ha meno di 25 anni. Notevole la partecipazione di studenti e persone con titolo di studio superiore se rapportata ai dati nazionali (fra i manifestanti gli studenti ammontano al 22%, mentre nel paese sono solo il 5%, e quanti hanno terminato studi superiori ammontano al 77% dei manifestanti, mentre nel paese sono il 22%).
È significativo e importante che i manifestanti per lo più non vogliano commistioni, interferenze o strumentalizzazioni da parte di partiti politici. Ci sono stati tumulti fra manifestanti e membri di partiti. A São Paulo militanti del Pt presentatisi alle manifestazioni sono stati chiamati opportunisti, e lo spiegamento di bandiere di partiti a sinistra del Pt (come il Partido Socialista dos Trabalhadores Unificados-Pstu e il Partido Socialismo e Liberdade-Psol) è stato fortemente contestato.
Non a caso il famoso cineasta di Pernambuco, Rosemberg Cariri ha così commentato le manifestazioni: «è un avvenimento storico importante: il popolo nelle strade. Contro i mega-imprenditori, le opere per la Coppa, il mercato cannibale, l’aumento dei trasporti, la stampa manipolata, la violenza fascista poliziesca, la mancanza di scuole e ospedali (…) Ora manca solo che siano innalzate le bandiere di protesta contro i massacri di indios, neri, bianchi e meticci poveri, di diseredati figli della terra che resistono nelle periferie, nelle favelas e nei campi». 
Intanto l’agitazione prosegue sempre più massiccia, ma non sembra che le “autorità” – manganellate e lacrimogeni della polizia a parte – siano intenzionate a seguire la via intrapresa in Turchia da Erdoğan. Non si possono quindi escludere ulteriori successi per i manifestanti. Tuttavia non c’è da farsi illusioni: ancora una volta la rivoluzione sociale non è affatto dietro l’angolo. Essendosi schierata dalla parte dei manifestanti anche la Central Sindical Única (la maggiore confederazione brasiliana), nel Pt vari dirigenti cominciano a preoccuparsi per la scarsa capacità di dialogo della Rousseff - con i movimenti oltre che con i suoi stessi ministri - per il diffuso timore che il partito possa perdere una parte dei suoi appoggi elettorali (d’altra parte i sondaggi danno in calo l’indice di gradimento del governo, passato dal 63% di marzo all’attuale 55%), e vorrebbero che la Presidente affidasse a Gilberto Carvalho, Segretario Generale della Presidenza, l’incarico di trattare con i manifestanti, ma con una certa autonomia.
Staremo a vedere e ne parleremo in un secondo articolo..

(22 giugno 2013)

Nella diffusione e/o ripubblicazione di questo articolo si prega di citare la fonte: www.utopiarossa.blogspot.com

RED UTOPIA ROJA - Principles / Principios / Princìpi / Principes / Princípios

a) The end does not justify the means, but the means which we use must reflect the essence of the end.

b) Support for the struggle of all peoples against imperialism and/or for their self determination, independently of their political leaderships.

c) For the autonomy and total independence from the political projects of capitalism.

d) The unity of the workers of the world - intellectual and physical workers, without ideological discrimination of any kind (apart from the basics of anti-capitalism, anti-imperialism and of socialism).

e) Fight against political bureaucracies, for direct and councils democracy.

f) Save all life on the Planet, save humanity.

(January 2010)

* * *

a) El fin no justifica los medios, y en los medios que empleamos debe estar reflejada la esencia del fin.

b) Apoyo a las luchas de todos los pueblos contra el imperialismo y/o por su autodeterminación, independientemente de sus direcciones políticas.

c) Por la autonomía y la independencia total respecto a los proyectos políticos del capitalismo.

d) Unidad del mundo del trabajo intelectual y físico, sin discriminaciones ideológicas de ningún tipo, fuera de la identidad “anticapitalista, antiimperialista y por el socialismo”.

e) Lucha contra las burocracias políticas, por la democracia directa y consejista.

f) Salvar la vida sobre la Tierra, salvar a la humanidad

(Enero de 2010)

* * *

a) Il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi che impieghiamo dev’essere riflessa l’essenza del fine.

b) Sostegno alle lotte di tutti i popoli contro l’imperialismo e/o per la loro autodeterminazione, indipendentemente dalle loro direzioni politiche.

c) Per l’autonomia e l’indipendenza totale dai progetti politici del capitalismo.

d) Unità del mondo del lavoro mentale e materiale, senza discriminazioni ideologiche di alcun tipo (a parte le «basi anticapitaliste, antimperialiste e per il socialismo.

e) Lotta contro le burocrazie politiche, per la democrazia diretta e consigliare.

f) Salvare la vita sulla Terra, salvare l’umanità.

(Gennaio 2010)

* * *

a) La fin ne justifie pas les moyens, et dans les moyens que nous utilisons doit apparaître l'essence de la fin projetée.

b) Appui aux luttes de tous les peuples menées contre l'impérialisme et/ou pour leur autodétermination, indépendamment de leurs directions politiques.

c) Pour l'autonomie et la totale indépendance par rapport aux projets politiques du capitalisme.

d) Unité du monde du travail intellectuel et manuel, sans discriminations idéologiques d'aucun type, en dehors de l'identité "anticapitaliste, anti-impérialiste et pour le socialisme".

e) Lutte contre les bureaucraties politiques, et pour la démocratie directe et conseilliste.

f) Sauver la vie sur Terre, sauver l'Humanité.

(Janvier 2010)

* * *

a) O fim não justifica os médios, e os médios utilizados devem reflectir a essência do fim.

b) Apoio às lutas de todos os povos contra o imperialismo e/ou pela auto-determinação, independentemente das direcções políticas deles.

c) Pela autonomia e a independência respeito total para com os projectos políticos do capitalismo.

d) Unidade do mundo do trabalho intelectual e físico, sem discriminações ideológicas de nenhum tipo, fora da identidade “anti-capitalista, anti-imperialista e pelo socialismo”.

e) Luta contra as burocracias políticas, pela democracia directa e dos conselhos.

f) Salvar a vida na Terra, salvar a humanidade.

(Janeiro de 2010)