L'associazione Utopia Rossa lavora e lotta per l'unità dei movimenti rivoluzionari di tutto il mondo in una nuova internazionale: la Quinta. Al suo interno convivono felicemente - con un progetto internazionalista e princìpi di etica politica - persone di provenienza marxista e libertaria, anarcocomunista, situazionista, femminista, trotskista, guevarista, leninista, credente e atea, oltre a liberi pensatori. Non succedeva dai tempi della Prima internazionale.

mercoledì 26 giugno 2013

BRASILE: LA CRISI SI AGGRAVA, LA SITUAZIONE SI COMPLICA, di Pier Francesco Zarcone

L’attuale problema economico del Brasile
Nel 2012 la crescita del prodotto interno lordo brasiliano è stata dello 0,9% per cento, per l’anno in corso i più ottimisti prevedono che non supererà il 4%, mentre la previsione della Banca Centrale è 3,1%. In tutti i paesi europei si griderebbe al miracolo, ma in Brasile la cosa preoccupa per le conseguenze della decrescita. La riduzione dei consumi – dopo un periodo di eccessi e di accumuli di debiti privati - contribuisce a questo risultato, il mercato azionario non va per nulla bene e si assiste a una riduzione degli investimenti. Comunque la disoccupazione resta bassa e non è detto che per il 2014 altri 16 milioni di persone non escano dalla povertà vera e propria; l’incremento demografico è rallentato; le estrazioni di petrolio proseguono a pieno ritmo; il debito resta contenuto; tuttavia, oltre alla carenza di infrastrutture, resta la non soddisfatta esigenza di una riforma tributaria ben più equa socialmente e altresì idonea a favorire gli investimenti, a loro volta necessari per invertire la decrescita. Intanto la Banca centrale per cinque volte ha aumentato i tassi d’interesse, arrivati al  12,5%, cioè uno dei più alti al mondo. Per contro alla produzione industriale non ha giovato l’alto livello dei tassi di cambio, unitamente ai notevoli costi per il trasporto e la gestione delle merci.



Quel che non va in Brasile dietro la facciata di modernizzazione e maggior benessere
Nel precedente articolo sul Brasile, scritto a caldo dei primi avvenimenti, si è solo accennato ai problemi strutturali del paese, ma ora va fatto un discorso più approfondito. Si tratta del quinto paese del mondo per estensione (più di 8.500.000 km2), con un Pil superiore a 2.496 miliardi di dollari e una popolazione che va al di là dei 170 milioni di persone. Cinquant´anni fa l’economia si basava essenzialmente sull’agricoltura da esportazione, in cui operava il 70% degli abitanti rurali; oggi invece è un paese industriale (la cui produzione copre il 35% del Pil) e ad alta urbanizzazione e ad alto tasso demografico (negli ultimi 10 anni la popolazione è cresciuta cinque volte). La prospettiva di vita è di 68,6 anni; il tasso di mortalità infantile, seppure molto diminuito si attesta sul 34,6 ogni mille nati; il tasso di scolarizzazione tra i 7 e i 14 anni è arrivato al 91,2% mentre quello di analfabetismo al di sopra dei 15 anni è sceso al 14,7%; l’acqua potabile arriva al 74,2% delle abitazioni, circa il 40,3% è collegato alla rete fognaria, il 23,3% possiede una fossa biologica e il 92,9% dispone di luce elettrica; la raccolta dei rifiuti riguarda l’87,4% delle abitazioni. Tuttavia esiste ancora una grande massa di poveri, calcolata approssimativamente in ancora 54 milioni (33% della popolazione), in maggioranza nel Nordest (58%) e nel Sudest (20%).
Questa potenza macroeconomica nella graduatoria mondiale del 2013 basata sull’indice di sviluppo umano si colloca addirittura all’85º posto: si pensi che il ben più povero Portogallo sta al 43°! Le politiche di Lula e del Pt hanno obiettivamente ridotto il divario fra il 10% più ricco della popolazione e il 10% più povero, facendolo passare da 52 punti a 40 nel periodo fra il 2003 e il 2009. In questo quadro vari programmi sociali hanno aumentato i redditi dei più poveri, il salario minimo è stato fissato in 678 reais, pari a 229 euro, e la maggior parte degli impieghi creati da Lula e Rousseff godono di un  salario medio di 1.000 reais (338 euro); è stato incentivato il credito alle famiglie e in definitiva la crescita deve molto alle possibilità di aumento dei consumi. Dal 2003 Lula dette il via a una crescita economica basata sull’espansione degli impieghi, su politiche sociali e su trasferimenti di reddito, ha dinamizzato il mercato interno ed ha ridotto le esclusioni sociali tirando fuori dalla povertà almeno 40 milioni di persone ed è riuscito a ricreare una classe media, pilastro delle democrazie borghesi. Quindi, in sé il bilancio non si presenterebbe affatto male. Allora cos’è che non va?
Gli accenni fatti nel precedente articolo sulle infrastrutture del paese vanno confermati, e magari aggravati. Possiamo sintetizzare il tutto specificando meglio cosa si intende dicendo che le infrastrutture funzionano male e la gente non ne può più. In termini sommari possiamo dividere la società brasiliana in tre parti: in alto l’oligarchia (economica e politica) super-ricca, al centro la nuova cosiddetta classe media, in basso i poveri. Per l’oligarchia funziona tutto perché essa ha i soldi per pagarsi trasporti particolari, sanità e istruzione privata, e chi più ne ha più ne metta. I problemi riguardano gli altri due settori sociali. I poveri non hanno niente e quindi i loro veri problemi riguardano la sopravvivenza quotidiana e l’ottenimento di sussidi pubblici.
Il malcontento attuale e l’ebollizione sociale riguardano soprattutto quanti stanno in mezzo e che dal punto di vista dei servizi si trovano nella stessa situazione dei poveri (non potendo certo pagarsi i servizi dei ricchi). Per il caso emblematico dei trasporti nei centri urbani prendiamo São Paulo, la maggiore città del Brasile con 18 milioni di abitanti: un traffico infernale poiché tutti i giorni vi circolano almeno 5 milioni di auto, la benzina (il Brasile è produttore di petrolio) costa quanto in un paese che deve importarla, per il 10% della popolazione che abita nelle periferie andare al lavoro e poi tornare a casa richiede in media 4 ore giornaliere, le linee della Metropolitana sono solo 4, i mezzi pubblici sono scarsi e in quanto a comodità equivalgono ai carri bestiame, le strade sono piene di buche, il tasso di criminalità è alto, tutto l’apparato pubblico (la polizia in primo luogo) è corrotto fino al midollo, i politici pensano al 99% ad arricchirsi. In più il cittadino – lì come del resto in tutto il Brasile – deve fronteggiare l’aumento dei prezzi di alimenti e altri beni essenziali a causa dell’inflazione, la facilità di accesso al credito gli comporta indebitamento, deve assistere al fatto che le migliori produzioni brasiliane vengono esportate mentre sul mercato interno restano le merci autoctone non vendibili all’estero e per giunta è sottoposto a un carico fiscale assai pesante (arrivato al 70%) a fronte del quale ha solo la soddisfazione di pagare le imposte senza averne nulla. La consapevolezza che un ipotetico azzeramento della corruzione equivarrebbe a disporre di cifre da capogiro, utilizzabili per le politiche sociali e infrastrutturali, può solo aumentare la rabbia. E un recentissimo sondaggio rivela che lo scontento e la sfiducia verso la classe politica sono condivisi dal 75% dei cittadini.
Questa situazione diffusa ha inciso sull’atteggiamento di buona parte della popolazione “che sta in mezzo” verso le politiche sociali riguardo alla povertà praticate da Lula e Rousseff: e sono le stesse persone che all’inizio le appoggiarono, ma ora finiscono col vedere nelle masse ancora povere solo gente adagiatasi passivamente sui sussidi e sui programmi di sostegno sociale. A São Paulo nel 25% della popolazione scesa in strada a manifestare, folta era la rappresentanza delle cosiddette classi media e medio-piccola, di cui è tangibile il timore di retrocedere dal livello di benessere conseguito negli ultimi anni per l’incapacità operativa dei corrotti politici, espressosi nell’accusa rivolta loro di sambar na cara do povo (ballare il samba sulla faccia del popolo).

Un problema di classe … media
Il termine “classe media” è ormai entrato universalmente in uso. In Brasile addirittura organi di informazione e circoli filogovernativi hanno cominciato a proclamare trionfalmente che – grazie alle politiche del governo – nel 2014 la classe media arriverà a comprendere il 60% della popolazione. In totale sintonia è il Financial Times. Si tratta di una mistificazione ideologica che falsa la realtà per indurre a ritenere ormai innaturale la lotta di classe o si è davvero in presenza di una straordinaria innovazione sociale, nel senso che in Brasile si sarebbe invertita la tendenza all’accentuata proletarizzazione della classe media, o passaggio di settori proletari e migliori condizioni di vita?
È necessario soffermarsi un  po’ sull’argomento per cercare di capire meglio di cosa stiamo parlando. Nel corso dello sviluppo del capitalismo tra la dominante classe proprietaria (semplifichiamo per semplicità) e la dominata classe non proprietaria si è inserito un ceto – detto “medio” – che per il tenore di vita, alcune proprietà di beni finali, un po’ di risparmio (depositato e/o fatto investire da apposite entità finanziarie) e a volte un certo livello di istruzione, può essere considerato un’appendice della borghesia in senso stretto (da qui anche il nome di “nuova borghesia”) mentre, per il fatto che se i suoi componenti adulti non trovano un lavoro autonomo o subordinato, la famiglia né mangia né mantiene, il suo tenore di vita è collegabile al proletariato.
In definitiva siamo sempre all’interno della generica “classe lavoratrice”. In Brasile è detta “classe C”, comprensiva di chi è titolare di un reddito tra 2.000 e 5.000 reais (1 real vale   euro), ha un’auto propria, una certa capacità di acquisto, spesso è proprietario della casa di abitazione e via discorrendo. In sintesi, il più delle volte non è ricco, ma benestante. 
A ben guardare si tratta anche in Brasile di un grosso contenitore dal variegato contenuto, giacché ne fanno parte proletari di ieri che oggi hanno redditi più elevati, operai rurali e urbani, lavoratori nei servizi, lavoratori autonomi tra cui piccoli imprenditori nonché beneficiari di politiche assistenziali con un attuale maggior potere di acquisto.
Resta il fatto che nelle società capitalistiche – a motivo delle loro comuni strutture fondamentali – a definire una “classe” è la relazione sociale che la distingue produttivamente in base alla proprietà o meno dei mezzi di produzione. Ciò vuol dire che – ancora una volta - la maggior parte di quanti si fregiano del nome di “classe media” (e da esso pretendono di trarre una soggettiva e specifica identità sociale) in realtà – compresi tecnici, impiegati e funzionari privati, burocrati ecc. -  restano pur sempre un settore privilegiato e meglio remunerato di quello che marxisticamente si chiama proletariato. Una contrapposizione con la borghesia vera e propria diventa possibile solo quando questa “classe media” si senta pregiudicata dalle scelte di essa.
Qualora, invece, si propugnasse l’identità proletariato=classe operaia in senso stretto, allora tutto quanto detto verrebbe meno. Naturalmente non possiamo qui affrontare il tema della fondatezza o meno di tale identità: va detto solo che chi scrive non l’ha mai condivisa, al contrario di quella fra proletario e salariato.
Attribuire i fatti brasiliani alla recente formazione di un classe media – come fanno i media nazionali e stranieri – vuole dire sottintendere che se fosse dipeso dal proletariato in senso stretto non sarebbe successo nulla, essendo alla fin fine più prossimo al sottoproletariato delle favelas, avido di sussidi, che non alla decantata classe media, assurta a vero soggetto della sensibilità democratico-sociale e delle inerenti istanze di cambiamento.

Cosa comporta l’attuale rallentamento della crescita brasiliana
Rallentata la  crescita economica, il tasso di inflazione è prossimo al 6,5%, cioè a quello che il Banco do Brasil considera il punto massimo. Di fronte a questa situazione se il governo optasse per una politica monetaria restrittiva oppure per la riduzione della spesa pubblica produrrebbe in entrambi i casi ulteriori effetti negativi sulla crescita. Già il Banco do Brasil ha aumentato i tassi di interesse per tentare di limitare il deprezzamento della moneta nazionale (il real) sui mercati, cosa che ha causato l’aumento delle merci importate e quindi ha contribuito all’aumento dell’inflazione. Non va certo a favore dell’economia brasiliana il recente annuncio della Federal Reserve statunitense sulla cessazione per la fine dell’anno della politica di stimoli economici finora perseguita, giacché in una fase di inflazione e insieme di riduzione del ritmo di crescita l’economia brasiliana potrebbe entrare in stagflazione, cioè in una fase di elevato tasso di inflazione e basse variazioni del Pil. Se così fosse, uscirne non sarebbe né facile né breve.
D’altro canto, lasciare che deprezzamento del real aumenti comporterebbe ulteriori impennate dell’inflazione e per conseguenza riduzione del potere di acquisto nel mercato interno che è dipendente dalle importazioni. La salita dei prezzi va evitata anche perché - oltre a comportare ripercussioni sociali – farebbe entrare il paese in recessione.
Come si vede, è un bel pasticcio, aggravato dagli scarsi margini a diposizione di Dilma Rousseff in materia di bilancio dopo le folli spese sostenute e da sostenere per i grandi eventi sportivi, a meno che non si voglia aggravare l’inflazione. E secondo gli economisti un avanzo primario (cioè al netto dei pagamenti di interessi) inferiore all’1,5% porterebbe a un aumento del debito pubblico (oggi pari al 35,2% del Pil).       
Un altro fattore può rendere meno agevoli le manovre economico-finanziarie di Dilma Rousseff: si tratta dell’eterogeneità politica e dalla rappresentanza di interessi differenti, della variegata coalizione che le consente di governare. La denominazione corrente la dà come coalizione di centro-sinistra, ma questo dice poco. Oltre al Partido dos Trabalhadores (Pt) di Lula, abbiamo: il Partido do Movimento Democrático Brasileiro (Pmdb), il maggiore partito del paese, di prevalente orientamento centrista, ma alquanto variegato al suo interno (difatti è chiamato pega-tudo, prendi tutto) avendo esponenti conservatori, liberali, populisti, nazionalisti e anche ex membri del vecchio movimento guerrigliero Mr-18; il Partido Comunista do Brasil (Pcdob), ufficialmente marxista-leninista; il Partido Democrático Trabalhista (Pdt), di orientamento ufficiale laburista (vi militava Dilma Rousseff fino al 2000, anno del suo ingresso nel Pt); il Partido Republicano Brasileiro (Prb), braccio politico della settaria “chiesa” Igreja Universal do Reino de Deus; il Partido da República (Pr), sostanzialmente liberale di centro-destra; il Partido Socialista Brasileiro (Psb), socialdemocratico; il Partido Social Cristão (Psc), sostanzialmente di destra, fautore del liberalismo e dell’economia di mercato; il Partido Trabalhista Nacional (Ptn), centrista vagamente socialdemocratico.
Finché la situazione economica ha “tirato”, una certa conciliazione fra i diversi interessi è stata possibile: oggi molto meno, e questo potrebbe avere nella coalizione effetti dirompenti.

Società in crisi politica e ruolo del Pt
Ai problemi economici si accompagna una profonda crisi politica della cosiddetta democrazia rappresentativa, e non solo per i bassi livelli di partecipazione alle urne. Dal punto di vista sostanziale gli eletti – ai vali livelli – rappresentano solo specifici interessi personali e di gruppo; non certo quelli popolari in senso ampio. Se si aggiungono a ciò gli elevati tassi di corruzione e di incompetenza, integriamo un po’ il quadro ma vanno anche considerati la diffusa deresponsabilizzazione politica esistente nell’elettorato e la corruzione sparsasi al suo interno, di modo che ancora esistono settori della popolazione che vanno a votare e votano Tizio o Caio solo se certi di ottenere poi qualcosa. Gli onesti e i competenti sono alquanto spiazzati in questo sistema. Oggi uno dei profili della complessità politica della società brasiliana consiste nel fatto che una parte di essa ha come referenti partiti, corporazioni, sindacati e beneficia di programmi sociali, mentre un’altra parte non ha questi referenti e questi benefici
Nel lontano 1914 il sociologo Roberto Michels, nel suo celebre libro Sociologia del partito politico, dette un nome al noto fatto che la crescita elettorale di un partito ne promuove la burocratizzazione e la formazione al suo interno di nuove piccole borghesie le quali, una volta sorte, curano interessi propri e gestiscono i partiti in funzione di essi: parlò di “legge ferrea dell’oligarchia”. A questa situazione non è affatto sfuggito il Pt.
Nel corso della sua storia, in parallelo con la sua conquista del potere locale e federale, il nucleo dirigente e molti militanti hanno potuto effettuare un’ascesa sociale ed economica di tutto rispetto e prima inimmaginabile, unitamente alla frequentazione di un oligarchico e affaristico “bel mondo” (e relativi lussi) che in altri tempi nemmeno li avrebbe degnati di un’occhiata.
Il Pt ha conosciuto una parabola evolutiva, ma sempre nel quadro della socialdemocrazia in quanto socialdemocratico fin dai suoi esordi; solo che da socialdemocratico di sinistra è diventato negli anni ’90 socialdemocratico di destra. E di socialismo non si parla più. In Europa si è data molta considerazione alle componenti di sinistra radicale che in effetti sono sempre esistite al suo interno; ma si trattava di settori che mai hanno egemonizzato il partito e oltre tutto sono stati progressivamente oggetto di emarginazione e anche di espulsioni. Le correnti più radicali hanno costituito un’altra formazione politica, il Partido Socialista Unificado dos Trabalhadores (Psut) dominato da trotskisti o presunti tali; altre invece il Partido do Socialismo e Liberdade (Psol). Il processo di istituzionalizzazione e moderatismo del Pt ha poi portato nel 2002 all’alleanza addirittura con formazioni di destra, tanto che oggi definirlo nemico del neoliberalismo sarebbe del tutto fuori luogo.
I meriti precedentemente conseguiti col miglioramento della posizione sociale di milioni di brasiliani sono innegabili, ma fanno parte di un passato sia pure recente. Oggi al Pt si imputano una corruzione inaspettata ed enorme, insieme all’arresto delle capacità di proseguire con politiche sociali innovative, particolarmente nell’importante settore delle infrastrutture. Nei settori che hanno beneficiato delle precedenti politiche sociali i miglioramenti conseguiti non hanno precluso la possibilità di guardare criticamente a una situazione generale del paese che le tocca in modo diretto. Quando in Brasile si dice che esso “é um dos poucos países do mundo que tira dos pobres para dar aos ricos” ci si riferisce alla perpetuazione di un andazzo tradizionale a fronte dal quale resta il fatto della carenza di strutture educative adeguate, di inferno quotidiano dei trasporti, di mala sanità, di corruzione e delinquenza. I soldi ci sono, ma sono deviati verso i “soliti noti”.
Il Pt non è un partito proletario (ammesso che l’espressione significhi ancora qualcosa): in realtà è legato a una frazione della borghesia interna che non ha condiviso in toto le politiche neoliberali avviate alla fine degli anni ’80 da Collor de Mello ed epigoni. Non che questa parte della borghesia non apprezzasse il neoliberalismo in materia di riduzione dei benefici sociali o di privatizzazioni, ma per i propri interessi era contraria alle aperture commerciali verso l’estero. Va tenuto presente che in Brasile sotto un determinato punto di vista esistono due settori della borghesia: la neoliberale legata al capitale finanziario internazionale, fautrice di cambi sostenuti, regolare pagamento del debito, alti tassi di interessi ed equilibrio nei conti pubblici; l’altro settore invece ha interesse al deprezzamento dei cambi, ai bassi tassi di investimento e a una politica di investimenti pubblici nelle infrastrutture. Ambedue questi settori hanno potere nella società e a livello federale, ma solo il secondo fa parte del blocco sociale che ha nel Pt il referente politico.
Il Pt si è ben presto collegato con questa fazione della borghesia, e fin dall’elezione di Lula ne ha favorito gli interessi, cominciando col neutralizzare il capitale internazionale nel paese. Politica proseguita da Dilma Rousseff con la protezione commerciale, la priorità alla produzione nazionale e la svalorizzazione dei cambi.
Sul piano strettamente sociale il Pt ha dovuto affrontare il problema della grande massa di lavoratori marginalizzati, anche perché fanno parte dell’elettorato, sottoproletari compresi. Si tratta di un bacino sociale per nulla rivoluzionario, e le sue componenti che possono essere state attratte dai discorsi sul socialismo l’hanno fatto in base a quello che Vladimir Solovëv chiamò “socialismo dell’invidia”. Lo scontento non era contro il sistema, ma per il mero fatto dell’esclusione con l’obiettivo dell’integrazione nel sistema stesso. Le politiche di Lula e Rousseff hanno realizzato questa integrazione per una consistente parte della popolazione emarginata, trasformandola beneficiaria di parte della redistribuzione dei redditi, tuttavia inglobandola in un progetto politico di cui è parte primaria la borghesia di cui il Pt è referente, e che più specificamente comprende la borghesia mineraria, navale, agropecuaria e delle costruzioni civili. La borghesia bancaria invece non ha interessi omogenei, giacché una parte sta con la borghesia che in Brasile chiamano “lulista”, e un’altra parte invece condivide gli interessi del capitale finanziario internazionale. I commentatori brasiliani non allineati evidenziano come la redistribuzione in favore dei più poveri abbia portato a grandi guadagni per la borghesia lulista: un caso tipico è quello del settore del credito.
Ovviamente Lula e Rousseff hanno abbandonato le precedenti pratiche di criminalizzazione dei movimenti sociali e di ostilità ai sindacati, ed hanno riposizionato il ruolo dei sindacati riconoscendo la legittimità della loro azione e delle loro rivendicazioni, di modo che molti salari sono aumentati più dell’inflazione grazie anche alla pratica degli accordi collettivi. Il Pt ha anche legato a sé una parte del mondo contadino – quello che in Brasile chiamano “campesinato remediado”, cioè che ha i mezzi per vivere. Diverso il discorso per i contadini poveri, tanto più che la politica di espropriazioni terriere è stata ormai fermata e per essi prosegue lo stato di marginalità.    

La lettera aperta dei movimenti sociali a Dilma Rousseff
Di recente una trentina di movimenti sociali hanno rivolto alla Presidentessa una lettera aperta che vale la pena di riprodurre nei suoi contenuti fondamentali:


«(...) È questa resistenza popolare che ha reso possibili i risultati elettorali del 2002, 2006 e 2010. Il nostro popolo, insoddisfatto delle misure neoliberali, ha votato a favore di un progetto diverso. La sua realizzazione si è dovuta confrontare con la grande resistenza principalmente del capitale e dei settori neoliberali che continuano ad avere forza nella società. Ma ha dovuto affrontare anche i limiti imposti dagli alleati dell’ultima ora, una borghesia interna che nella disputa sulle politiche di governo impedisce la realizzazione di riforme strutturali, come è il caso della riforma urbana e del trasporto pubblico. La crisi internazionale ha bloccato la crescita e con essa la continuità del progetto che ha permesso questo grande fronte che, finora, ha sostenuto il governo. Le recenti mobilitazioni hanno come protagonisti ampi settori della gioventù che per la prima volta partecipa a delle mobilitazioni. Questo processo educa i partecipanti permettendo loro di percepire la necessità di affrontare coloro che impediscono che il Brasile avanzi nel processo di democratizzazione della ricchezza, dell’accesso alla sanità, all’istruzione, alla terra, alla cultura, alla partecipazione politica, ai mezzi di comunicazione.  Settori conservatori della società cercano di appropriarsi del senso di queste manifestazioni. I mezzi di comunicazione cercano di caratterizzare il movimento come anti-Dilma, contro la corruzione dei politici, contro gli sperperi pubblici e altre questioni che impongano il ritorno del neoliberalismo. Crediamo che le questioni siano molte, come pure le opinioni e le visioni del mondo presenti nella società. Ma si tratta di un grido di indignazione di un popolo storicamente escluso dalla vita politica nazionale e abituato a vedere la politica come qualcosa di dannoso per la società. (...) Il momento è propizio affinché il governo faccia avanzare le questioni democratiche e popolari e stimoli la partecipazione e la politicizzazione della società. (...) Speriamo che l’attuale governo scelga di governare col popolo e non contro esso».

Nella diffusione e/o ripubblicazione di questo articolo si prega di citare la fonte: www.utopiarossa.blogspot.com

RED UTOPIA ROJA - Principles / Principios / Princìpi / Principes / Princípios

a) The end does not justify the means, but the means which we use must reflect the essence of the end.

b) Support for the struggle of all peoples against imperialism and/or for their self determination, independently of their political leaderships.

c) For the autonomy and total independence from the political projects of capitalism.

d) The unity of the workers of the world - intellectual and physical workers, without ideological discrimination of any kind (apart from the basics of anti-capitalism, anti-imperialism and of socialism).

e) Fight against political bureaucracies, for direct and councils democracy.

f) Save all life on the Planet, save humanity.

(January 2010)

* * *

a) El fin no justifica los medios, y en los medios que empleamos debe estar reflejada la esencia del fin.

b) Apoyo a las luchas de todos los pueblos contra el imperialismo y/o por su autodeterminación, independientemente de sus direcciones políticas.

c) Por la autonomía y la independencia total respecto a los proyectos políticos del capitalismo.

d) Unidad del mundo del trabajo intelectual y físico, sin discriminaciones ideológicas de ningún tipo, fuera de la identidad “anticapitalista, antiimperialista y por el socialismo”.

e) Lucha contra las burocracias políticas, por la democracia directa y consejista.

f) Salvar la vida sobre la Tierra, salvar a la humanidad

(Enero de 2010)

* * *

a) Il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi che impieghiamo dev’essere riflessa l’essenza del fine.

b) Sostegno alle lotte di tutti i popoli contro l’imperialismo e/o per la loro autodeterminazione, indipendentemente dalle loro direzioni politiche.

c) Per l’autonomia e l’indipendenza totale dai progetti politici del capitalismo.

d) Unità del mondo del lavoro mentale e materiale, senza discriminazioni ideologiche di alcun tipo (a parte le «basi anticapitaliste, antimperialiste e per il socialismo.

e) Lotta contro le burocrazie politiche, per la democrazia diretta e consigliare.

f) Salvare la vita sulla Terra, salvare l’umanità.

(Gennaio 2010)

* * *

a) La fin ne justifie pas les moyens, et dans les moyens que nous utilisons doit apparaître l'essence de la fin projetée.

b) Appui aux luttes de tous les peuples menées contre l'impérialisme et/ou pour leur autodétermination, indépendamment de leurs directions politiques.

c) Pour l'autonomie et la totale indépendance par rapport aux projets politiques du capitalisme.

d) Unité du monde du travail intellectuel et manuel, sans discriminations idéologiques d'aucun type, en dehors de l'identité "anticapitaliste, anti-impérialiste et pour le socialisme".

e) Lutte contre les bureaucraties politiques, et pour la démocratie directe et conseilliste.

f) Sauver la vie sur Terre, sauver l'Humanité.

(Janvier 2010)

* * *

a) O fim não justifica os médios, e os médios utilizados devem reflectir a essência do fim.

b) Apoio às lutas de todos os povos contra o imperialismo e/ou pela auto-determinação, independentemente das direcções políticas deles.

c) Pela autonomia e a independência respeito total para com os projectos políticos do capitalismo.

d) Unidade do mundo do trabalho intelectual e físico, sem discriminações ideológicas de nenhum tipo, fora da identidade “anti-capitalista, anti-imperialista e pelo socialismo”.

e) Luta contra as burocracias políticas, pela democracia directa e dos conselhos.

f) Salvar a vida na Terra, salvar a humanidade.

(Janeiro de 2010)