di Laris Massari
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Caro papà, dopo le nostre recenti discussioni sull’argomento, non potevo esimermi dal mettere per iscritto i miei dubbi e pensieri.
La strage a Gaza deve finire. Ci sono due modi più evidenti perché ciò avvenga. Che Hamas restituisca gli ostaggi - e su questo siamo d’accordo dall’inizio - o che Israele cessi di essere l’esecutore della strage - che col tempo sta assumendo dimensioni inaccettabili. Hamas è colpevole del macabro 7 ottobre, è colpevole di usare i cittadini di Gaza come scudi umani, di aver utilizzato gli aiuti umanitari per prepararsi alla guerra contro Israele (costruzione dei tunnel ecc.), nonché di avere intenzioni omicide nettamente antisemite.
Detto questo, di cosa è colpevole Israele? Lo vogliamo dire? O facciamo finta di niente? E non mi riferisco alle colpe di Netanyhau precedenti al 7 ottobre che hanno favorito lo sviluppo di Hamas, né alle mire colonialistiche di Israele. A tutto ciò si potrebbe sempre rispondere, senza sbagliare, che Israele lotta sin dagli inizi per la sua sopravvivenza, minacciato costantemente su molteplici fronti.
E anche sulla leggimità dell’esistenza di Israele come Stato siamo d’accordo, come lo siamo sul fatto che chi nega tale leggitimità sta di fatto sostenendo (coscientemente o non) una posizione antisemita. Ma mi riferisco all’eccidio - giuridicamente definibile come genocidio, discutibile se sia giusto moralmente definirlo tale - perpetrato nei confronti del popolo palestinese di Gaza sin dal 7 ottobre. Certo, agli inizi poteva sembrare «solo» una vendetta esagerata - una delle varie della lunga questione israelopalestinese - che la barbarie del 7 ancora fresca in qualche modo poteva attenuare (seppur già eticamente condannabili le morti innocenti). Oltre che apparire come un’azione difensiva, visti i lanci coordinati di missili da circa sei fronti diversi (bloccati dalla difesa aerea israeliana). E siamo d’accordo che Israele sia stato lasciato a se stesso dalle varie organizzazioni mondiali/Stati e da una buona parte dell’opinione pubblica, ma anche che il governo Netanyhau abbia agito troppo repentinamente senza appellarsi alle suddette organizzazioni/Stati e perché no, all’opinione pubblica.
Uno Stato realmente evoluto, democratico e, diciamo così, dai valori occidentali maturati col tempo - anche grazie alle varie esperienze catastrofiche - non avrebbe agito come sta agendo Israele negli anni Venti del Ventunesimo secolo. La barbarie involuta purtroppo ce la possiamo ancora aspettare dalle organizzazioni terroristiche codarde, da alcuni regimi teocratici fondamentalisti o semplicemente da dittature e totalitarismi. Ma da uno Stato più o meno democratico no, non lo posso accettare, perché è anacronistico. Lo scontro tra civiltà è reale, tangibile, ma per stare «dalla nostra» bisogna esserne degni; non si può usare la stessa ferocia del nemico (dichiaratosi tale). Altrimenti le acque si mischiano. E la confusione cresce a dismisura nelle menti labili umane.
Israele, che ripetiamo essere stato isolato da molti, ma non da tutti, non sta dando prova di essere degno. Sta dimostrando invece di essere feroce e spietato. Vuoi perché infuriato dalla minaccia reale dell’antisemitismo, vuoi perché spinto dall’istinto di sopravvivenza - da non dimenticare anche la minaccia dell’ideologia fondamentalista ebraica, seppure una minoranza estremista, che però Netanyhau vuole accontentare - ma sta comunque commettendo grandi crimini contro l’umanità. Sta mettendo a rischio la sopravvivenza altrui. E i crimini contro l’umanità, che vanno oltre la legittima difesa naturale, stanno tutti sullo stesso piano, a prescindere da quale parte dell’umanità ne sia la vittima diretta. Sul riconoscere questo si fonda la differenza fra una civiltà più evoluta e una meno.
Vogliamo condannare chiaro e tondo questi crimini? Così come condanniamo chiaro e tondo i crimini di Hamas, degli ayatollah iraniani ecc. ecc.? Condannare significa anche esprimersi e battersi (almeno intellettualmente) perché questi crimini si fermino. Questa non è la soluzione a tutto il problema - la minaccia del terrorismo islamico all’esistenza d’Israele, le mire espansionistiche di quest’ultimo - ma è il modo più sensato e razionale, il più democratico, perché il problema non s’ingigantisca. Che è comunque un modo di risolverlo, il problema, evitare che vada in «metastasi».
E al problema ci aggiungo certamente l’antisemitismo dilagante in crescita, per il quale ad avere grosse responsabilità è anche, paradossalmente, lo stesso Israele. D’altronde, pure il terrorismo islamico non fa che aumentare l’islamofobia, problema diverso, ma anch’esso esistente e impattante sulle prese di posizione. Possibile che non ci si renda conto di stare dandosi «la zappa sui piedi»?
Israele, al momento, si sta e ci sta dando un colpo traumatico, da cui non sarà facile riprendersi, per lo scontro fra civiltà che va (ahimè) delineandosi. Scontro che, se dovrà essere affrontano sul piano di guerra, dovrà essere per scelta del nemico e non nostra. Con ciò non escludo la necessità di azioni preventive: a questo serve lo spionaggio, purché ovviamente i governi siano trasparenti sulle proprie intenzioni con la propria popolazione. A ciò Israele è dovuto ricorrere in passato (vedi la guerra dei 6 giorni), ma non è questo il caso di Gaza al momento.
È vero che Israele è sempre stato un baluardo dell’Occidente e che lotta in prima linea, ma si sta macchiando sempre di più di quella barbarie disumana che noi diciamo di disconoscere, e rischia di non essere più riconoscibile ai nostri occhi, non dico di rivoluzionari, ma almeno di individui coscienti di volere un mondo più giusto. Facciamolo fermare in tempo (se non è già tardi), prima che sia del tutto irrecuperabile e ostile anche alla metà di mondo di cui invece dovrebbe curare gli interessi e i valori più o meno consolidati - un po’ a rischio ultimamente (come da sempre) anche sul fronte interno.
Da che parte vogliamo stare? Io opterei per la parte della Ragione - nel senso di non perdere la razionalità e la lucidità, che è sempre più arduo - unica vera arma per una strategia evolutiva funzionante. Ci sarà sempre qualcuno, da entrambe le parti, che tenderà a semplificare, a generalizzare o a professare il falso. Per i più disparati motivi psichici che vogliamo, probabilmente dovuti all’inaccettabilità della propria impotenza nel controllo degli avvenimenti. Dobbiamo essere scaltri e cercare di selezionare quel poco o tanto di vero che proviene sia dagli uni che dagli altri e farne una posizione intermedia. Avendo anche l’umiltà al bisogno di riconoscere che si tratta di uno di quei grovigli complessi tipici della natura umana, ai quali si può trovare risposta solo accettando che rimarrà sempre una piccola componente indefinibile, intrinsecamente disordinata, che non ci è dato controllare.
Per la salvaguardia della nostra e possibilmente di tutte le altre specie sulla Terra!
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