L’associazione Utopia rossa considera suo fondamento politico il principio secondo cui il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi si deve riflettere l’essenza del fine. Non ha programmi politici, come del resto non ne aveva la Prima internazionale. Nonostante le più diverse provenienze ideologiche dei suoi sostenitori, essa ritiene che l’anticapitalismo dilagato dopo l’inizio dell’Antirivoluzione russa (dicembre 1917) sia stato motivato fondamentalmente da idee precapitalistiche, cioè retrograde, e non da progetti di civiltà in grado di superare il capitalismo sviluppando ulteriormente i suoi modelli di democrazia. Ciò spiega anche il prevalere, nella storia della cosiddetta «sinistra», di simpatie per i regimi dittatoriali di ogni specie e colore. Utopia rossa si batte contro l’ulteriore diffusione di ideologie precapitalistiche vecchie e nuove (in campo politico, culturale, ecologico, religioso ecc.), come parte della sua battaglia per il superamento del capitalismo, se si vuole salvare la vita sulla Terra con la sua umanità. In questo senso la sua utopia continua ad essere rossa.

The Red Utopia association considers its political foundation to be the principle that the end does not justify the means, but that the means must reflect the essence of the end. It has no political program, just as the First International did not. Despite the diverse ideological backgrounds of its supporters, it believes that the anti-capitalism that spread after the start of the Russian Anti-Revolution (December 1917) was fundamentally motivated by pre-capitalist – that is, retrograde – ideas, and not by civilizational projects capable of overcoming capitalism and of further developing its democratic models. This also explains the prevalence, throughout the history of the so-called «left», of sympathies for dictatorial regimes of all kinds and colors. Red Utopia fights against the further spread of old and new pre-capitalist ideologies (in the political, cultural, ecological, religious, and other fields) as part of its battle to overcome capitalism, if life on Earth, including its humanity, is to be saved. In this sense, its utopia remains red.

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lunedì 6 febbraio 2023

A PIERO (BERNOCCHI) DA ROBERTO (MASSARI)

    Caro Piero,

mi ha fatto piacere leggere la tua ricostruzione della mobilitazione di vent’anni fa, quando a Firenze sfilammo per protestare contro la presenza del presidente degli Usa, mentre davanti a lui Roberto Benigni si esibiva da pagliaccio. Ma mi ha fatto soprattutto piacere leggere, in chiusura del tuo comunicato, le seguenti parole:

 

...non unicamente sulla guerra russo-ucraina, certo al momento la più sanguinosa e tragica soprattutto per il popolo ucraino, ma anche per quello russo, che deve via via prendere coscienza dell’ecatombe che colpisce anche i propri connazionali, mandati al massacro dalle mire neo-imperiali putiniane in una guerra feroce, ma presentata inizialmente come operazione militare facile e di breve durata di “riconquista” di presunti propri territori.

Inutile dire che queste parole mi fanno piacere per due motivi: 1) perché denunciano l’aggressione russa come una guerra imperialistica animata dal folle progetto putiniano di ricostruire parte del vecchio Impero zarista (poi staliniano-brezneviano); 2) perché considerano vittime di tale aggressione anche il popolo russo oltre all'ucraino. Entrambi i motivi condurrebbero alla sola, unica ed elementare parola d’ordine loro corrispondente: «Fuori le truppe putiniane dall’Ucraina/ Soldati russi a casa» (è l'intramontabile «Yankee go home», tradotto ora in lingua ucraina e russa).

Se questo obiettivo si realizzasse (e a un certo punto certamente si realizzerà, se prima lo Zar/Dottor Stranamore non ricorre veramente alle armi atomiche ponendo termine alla «breve» avventura umana), avremmo alcune conseguenze positive per tutto il mondo: 1) la Nato smetterebbe di inviare armi all’Ucraina (cioè cesserebbero la guerra e la crescita delle politiche di riarmo); 2) la Russia giungerebbe finalmente alla modernità riemergendo dal pantano feudale in cui annaspa dall’epoca staliniana; 3) cesserebbe l’anacronistico regime di dittatura che il popolo russo e bielorusso subiscono da oltre un secolo (a parte la breve e contraddittoria parentesi con Gorbačëv); 4) forse la Russia entrerebbe finalmente a far parte della UE (rendendola così finalmente e veramente europea) e 5) forse la Nato tornerebbe a smobilitarsi come stava lentamente accadendo prima dell’invasione russa. (Ma di questo dubito anch'io, perché troppo goloso è il pretesto per «riarmarsi/ci» che questa guerra ha fornito alle lobbies militari europee, italiane comprese; solo la malafede può spingere a non vedere che il rilancio militare della Nato è stato uno dei frutti amari e più immediati dell’invasione russa: una ragione in più per porvi termine.)

martedì 15 agosto 2017

MA PROPRIO NON HANNO CAPITO PERCHÉ L’URSS È CROLLATA?, di Antonio Moscato

In un momento in cui parte dei residui della ex sinistra antagonistica italiana si schiera a spada tratta per il mantenimento in Venezuela della dittatura di una casta burocratica (la bolicrazia) corrotta e antioperaia, nemica della democrazia e affamatrice del popolo (i cui beni naturali continua a svendere a vari imperialismi per i propri interessi di casta e per mantenersi al potere), siamo lieti di ospitare l’articolo di Antonio Moscato apparso sul suo sito Movimento Operaio. Per chi si fosse perso gli articoli precedenti dei nostri compagni venezuelani di Ruptura/Utopía Tercer Camino (Douglas Bravo), ricordiamo che Maduro ha fatto eleggere, con i voti di circa un terzo della popolazione, una presunta Assemblea costituente che sta tentando di soppiantare il Parlamento regolarmente eletto e nel quale da tempo Maduro non ha più la maggioranza. Non si era mai visto un utilizzo così antidemocratico dello strumento «Assemblea costituente».
Questa politica antidemocratica della bolicrazia ha favorito la crescita di un movimento di massa di opposizione che, in mancanza di alternative di sinistra, è facilmente cavalcato e strumentalizzato dalla destra storica venezuelana. Se si fosse riusciti a rovesciare questo governo di una minoranza corrotta con uno sciopero dei lavoratori già due-tre anni fa, oggi non assisteremmo a questa lenta e atroce sconfitta del popolo venezuelano, il cui governo di casta non ha più niente a che vedere con il chavismo dei primi anni di Chávez. L’irresponsabilità di Maduro e dei corrotti che lo affiancano sta purtroppo creando le peggiori condizioni per un trapasso da un governo di pseudosinistra a un governo di destra.
Un aspetto ottimo dello scritto di Moscato è che dimostra come gli argomenti (falsi) utilizzati oggi per difendere questo regime dittatoriale sono gli stessi che la ex sinistra filosovietica ha sempre usato per difendere tutte le altre dittature che venivano sempre e regolarmente camuffate sotto la finta maschera dell’antimperialismo, anche quando erano i lavoratori a rovesciarle (se ne potrebbe fare una lista enorme). Manovre della Cia, complotti e dietrologie sono sempre state del resto le armi «teoriche» favorite, usate da gruppi e persone che rientrano più nelle categorie della psicopatologia politica che non della teoria marxista libertaria.
L’unica soddisfazione è che dalla caduta dell’Urss in poi queste forme di psicopatologia politica si sono andate via via riducendo sempre più, salvo riemergere in momenti drammatici come la caduta di Saddam Husayn, di Gheddafi oppure ora di Maduro. A quando la loro definitiva scomparsa? A quando la ripresa di un’autentica discussione politica? Il problema è serio e la sopravvivenza di questi residui la sta ostacolando ormai da decenni… come ognuno può verificare. [r.m.]

Torri di perforazione di fronte a Cabimas, lago di Maracaibo (Venezuela) © Federico Labanti
Gli argomenti dei difensori incondizionati di Maduro sono debolissimi, ma inquietanti. Se la prendono con i giornalisti superficiali che parlano alla leggera di “dittatura”, ma sorvolano sulla dimensione reale dello scontro in Venezuela. Non è su astratti problemi di architettura istituzionale che è esplosa la crisi, ma sulla fame provocata da una politica economica dissennata. A differenza di molti degli ardenti sostenitori nostrani del regime attuale, io ho seguito dall’inizio il “processo bolivariano”, senza pregiudizi per l’origine militare di Chávez - anche se con qualche cautela rispetto agli entusiasmi che ritenevo eccessivi di altri compagni che stimo - ma con un appoggio indiscusso a questa e ad altre manifestazioni di quello che avevo chiamato il risveglio dell’America Latina1. Tuttavia non mi ero mai nascosto il carattere non socialista (ma pur sempre positivo) delle misure di nazionalizzazione con indennizzi consistenti, col risultato che negli anni di Chávez il settore privato si era rafforzato rispetto a quello pubblico. Le scandalose cessioni di bond dell’azienda petrolifera di Stato [Pdvsa] alla Goldman Sachs dell’ultimo periodo hanno rappresentato però un salto di qualità rispetto a una politica consolidata di favori concessi per ottenere la benevolenza dei grandi petrolieri, tant’è vero che sono rimaste segrete a lungo. Ma nessuno di quelli che del Venezuela non si erano mai occupati fino a quel momento ha avuto il sospetto che l’aumento delle proteste potesse essere collegato alle privazioni inflitte alla popolazione per assicurare questi regali alla grande finanza, e per far apparire il governo un buon pagatore del debito accumulato. Privazioni che si possono quantificare: hanno ridotto i tre quarti dei salariati a sopravvivere con meno di due dollari al giorno ed è cresciuta di nuovo la mortalità infantile per carenze di medicinali che non vengono più importati, dato che l’importazione di beni e servizi è scesa da 66 miliardi di dollari nel 2012 a circa un miliardo e mezzo nel 2017.
Il problema è che fra chi critica la politica economica e sociale di Maduro c’è soprattutto chi aveva seguito con attenzione le trasformazioni successive della politica governativa, e chi la elogia oggi lo fa per sintonia con gli argomenti propagandistici di Maduro, ma senza conoscere nulla del Paese e della sua storia recente.
Non si tratta di contrapporre Maduro al suo predecessore, dato che già nell’ultimo periodo di presidenza di Chávez il sistema dei cambi multipli del dollaro si era sviluppato facilitando corruzione e fughe di capitali privati e pubblici, l’inflazione aveva cominciato a galoppare e la penuria di alimentari per la contrazione delle importazioni aveva alimentato il malcontento, espresso anche nella non partecipazione al voto di milioni di iscritti al Psuv [Partido Socialista Unido de Venezuela], ma anche nelle partenze per l’estero di chi poteva appellarsi a un antenato italiano o spagnolo. Ma questo sfuggiva a chi considerava una fonte autorevole quel Vasapollo che dopo aver esaltato per anni Jorge Giordani, l’economista più interessante della cerchia di Chávez, lo ha abbandonato appena è stato accantonato per aver espresso perplessità sulle ultime scelte economiche. Così, sommando la scarsa conoscenza diretta delle varie fasi della politica economica chavista con la propaganda di Maduro, che presenta come meriti suoi quelli del primo periodo di riforme - avviato dopo il golpe del 2002 e l’entrata in scena delle masse popolari che provocò un’indubbia radicalizzazione del processo - qualunque critica alla situazione attuale viene messa in conto ai “servi dell’imperialismo”.

giovedì 3 agosto 2017

PSEUDOPOPULISMO E STILE PARANOIDE IN POLITICA, di Michele Nobile

Informiamo il lettore che il saggio qui pubblicato costituisce il seguito di «Donald Trump: vedette pseudopopulista della società dello spettacolo», apparso sul blog qualche settimana fa a firma dello stesso Nobile. Chi fosse interessato ad approfondire i concetti di stile paranoide in politica e personalità autoritaria potrà trovare un utile compendio nelle schede di psicopatologia politica presenti sul nostro sito. [la Redazione]

INDICE: 1. La critica dello stile paranoide in politica di Richard Hofstadter come prototipo della visione contemporanea del populismo - 2. Pseudoconservatorismo e new right americana - 3. Lo stile paranoide in politica - 4. Pseudoconservatorismo e politica basata sullo status sociale - 5. Controcritica della critica elitaria e centrista di Hofstadter al populismo - 6. Prospettive: liberarsi della critica elitaria del populismo - 7. Prospettive: per un buon uso del concetto di stile politico paranoide e per la critica del complottismo, in particolare di sinistra - 8. Prospettive: liberarsi della nostalgia per la «democrazia dei partiti» liberaldemocratica e assumere lo pseudopopulismo e lo pseudoconservatorismo come tratti tipici della postdemocrazia - Bibliografia

Io dico che coloro che dannono i tumulti intra i Nobili e la Plebe,
mi pare che biasimino quelle cose che furono prima causa del tenere libera Roma
e che considerino più a’ romori ed alle grida che di tali tumulti nascevano,
che a’ buoni effetti che quelli partorivano; […]
(Niccolò Machiavelli, Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio, libro I, capitolo 4)

University of Chicago Press, 1979
1. La critica dello stile paranoide in politica di Richard Hofstadter come prototipo della visione contemporanea del populismo
Tra i più brillanti storiografi nordamericani, Richard Hofstadter impiegò i concetti di pseudoconservatorismo e di stile politico paranoide per criticare la «caccia alle streghe» anticomunista del maccartismo e la mentalità della new right statunitense a cavaliere degli anni ‘50 e ‘60 del secolo scorso. Recentemente il concetto di stile paranoide è stato applicato al movimento del Tea Party e a Donald Trump1.
L’interesse per The paranoid style in American politics di Hofstadter valica l’Atlantico e la politica nordamericana perché, se ne abbia o meno la consapevolezza, per finalità, per metodo e per l’enfasi posta sullo stile della comunicazione politica i saggi di questa raccolta sono il prototipo degli studi contemporanei che caratterizzano il populismo come una particolare ideologia o retorica o stile o strategia di comunicazione - al limite, un «significante vuoto» - che faccia appello al popolo contro l’élite secondo uno schema dicotomico. Lo storico nordamericano non insistette in modo particolare sulla funzione del capo carismatico e sulla sua relazione diretta con il pubblico, ma l’aggiunta di queste due variabili non altera sostanzialmente i parametri dell’analisi. È anche interessante che Hofstadter riconoscesse apertamente di essere in debito con lo studio The authoritarian personality curato da Theodor W. Adorno, di cui tuttavia non condivideva del tutto il metodo e le conclusioni2. Fatto non casuale perché, come si vedrà, la visione del mondo e la posizione politica dello storico liberal era molto diversa da quella dei francofortesi.
Il nocciolo della questione è che, per quanto ci si sforzi d’impiegare le nozioni di stile paranoide e di populismo come stile in modo meramente descrittivo e avalutativo, esse hanno un intrinseco valore connotativo e normativo. Più precisamente, il metodo di Hofstadter era coerente con la sua posizione liberal e una determinata visione della modernizzazione e dell’evoluzione sociale e culturale del capitalismo nordamericano, per cui la normalità politica era definita dall’eredità del New Deal in politica interna e dall’impegno «internazionalista» nella politica estera degli Stati Uniti. A Hofstadter si deve riconoscere l’onestà e la lucidità intellettuale d’averlo riconosciuto; invece ai suoi lontani epigoni nordamericani ed europei questa lucidità pare far difetto. Ciò ha gravi implicazioni, perché l’acritica applicazione di una metodologia e di un punto di vista simile a quello di Hofstadter ai fenomeni oggi solitamente indicati come «populisti» ha l’effetto di sottovalutare la portata della complessiva trasformazione postdemocratica dei partiti e dei sistemi politici o, nel migliore dei casi, ne rende più difficile una coerente concettualizzazione.
Occorre rendersi conto che il formalismo sociologico centrato sulla definizione di uno specifico stile comunicativo populista incorre nello stesso problema della definizione formale dell’economia come scelta dell’allocazione di risorse scarse tra fini alternativi: per quanto apparentemente neutrale, questa formuletta è in realtà «imperialistica» - nel senso che ha una latitudine amplissima e può essere applicata a fenomeni tra loro diversissimi - ed è carica di un contenuto implicito ben definito, che naturalizza il capitalismo.
Il formalismo centrato su stile e generiche variabili è all’origine dell’iperinflazione dell’uso del termine populismo, per lo più come connotazione negativa; che è fenomeno ben noto agli studiosi e da essi spesso deprecato, tuttavia ciò non ha indotto una seria riflessione autocritica sul metodo d’analisi impiegato e sulle responsabilità dell’iperinflazione del termine3. Sicché, se nei lavori più attenti si afferma che i populismi latinoamericani sono diversi da quelli dell’Europa contemporanea, questa corretta constatazione è poi invalidata da analogie sommarie, dall’evocazione dello spettro del regime populistico, dall’indifferenziazione tra il regime di Perón e quello di Getúlio Vargas4. Anche più grave per le implicazioni politiche è l’assenza di riflessioni sulla differenza tra movimenti populisti e popolari all’opposizione e regimi populisti burocratizzati e consolidati; sulle tensioni interne al populismo di base e sulle sue potenzialità di radicalizzazione - e superamento - in direzione anticapitalista.
I termini politici sono carichi di connotazioni, specialmente quelli che hanno già una storia reale e teorica, che nel caso del populismo è anche abbastanza lunga, ricca e certamente contrastata. Per fare un esempio: non è affatto indifferente dire «imperialismo» oppure «globalizzazione», perché il primo termine evoca immediatamente un giudizio politico univoco e un certo campo di discussione teorica, il secondo giudizi che possono variare fra l’ottimistico entusiasmo e la critica pessimistica. Tuttavia, se intellettualmente coerenti, gli opposti giudizi sulla globalizzazione hanno come presupposto il modello normativo di uno spazio economico mondiale perfettamente concorrenziale e tendente all’omogeneità: un concetto molto diverso da quello dell’imperialismo come caratterizzato dallo sviluppo ineguale e combinato5. In modo simile, l’iperinflazione del populismo genera confusione e non è altro che l’effetto conseguente dell’«imperialismo» e del formalismo di cui sopra.
I problemi con l’uso del termine populismo nascono dal fatto che con lo stesso nome si indicano «cose» molto diverse: sia la protesta di massa e la rivolta - anche armata - contro le élite del potere economico e politico; sia una strategia di comunicazione e manipolazione da parte di attori politici che non hanno alcuna intenzione di intaccare l’ordine economico e politico e che fanno già parte dell’élite o aspirano a entrarvi. Ha senso parlare di populismo nel primo caso ma non nel secondo, che in effetti non ha nulla a che fare con l’assai varia e discussa classe dei movimenti populisti antioligarchici della Russia zarista, dei farmers statunitensi, della Rivoluzione messicana, dell’Apra peruviano, del Nicaragua, del peronismo argentino, della Bolivia, di Cuba e via elencando. Per il secondo caso occorre usare altri termini: ad esempio pseudopopulismo, un concetto affine al «populismo dei politici» di Margaret Canovan6.
Lo pseudopopulismo è la retorica che si rende necessaria in un sistema liberale nel quale esiste la competizione fra i partiti per il consenso elettorale, ma che è estremamente selettivo nei confronti dei bisogni sociali dei lavoratori, di fatto esclusi dalla rappresentanza parlamentare: è la democrazia ridotta a mera procedura di selezione dei quadri dell’élite, il sistema della politica e della cittadinanza ridotte a variabili dipendenti degli interessi immediati del «mercato», cioè del capitale nazionale e internazionale, la postdemocrazia. Quindi, se è vero che i partiti che si presentano come «alternativi» a quelli di governo hanno materia abbondante per la mobilitazione elettorale del risentimento e della delusione dei cittadini - facendo ricorso alla retorica pseudopopulista dai toni più accessi, anti-elitari ed etnocentrici - lo pseudopopulismo è però ampiamente utilizzato anche dai partiti dominanti di centro-sinistra e di centro-destra, non solo reattivamente ma proprio perché la postdemocrazia richiede che si presenti all’elettorato una buona amministrazione dell’esistente secondo criteri imparziali da parte di un governo forte e stabile, guidato da un leader efficiente e responsabile davanti al popolo. A questo corrisponde la rappresentazione retorica di un popolo indifferenziato, privo di contrasti che non siano quelli generati dalla patologica resistenza all’inevitabile e dagli interessi partigiani e corporativi.
È da notarsi che il concetto di pseudoconservatorismo, che per Hofstadter designava il contenuto specifico della sua interpretazione della new right, non ha avuto la stessa fortuna dello stile politico paranoide, il prototipo delle interpretazioni contemporanee dei fenomeni indicati come populisti. Un primo problema con l’impostazione dello storico statunitense sorge dal fatto che lo pseudoconservatorismo paranoide, che egli considerava un fatto di minoranza, nel frattempo ha fatto molta strada e ha assunto dimensioni niente affatto marginali: per molti riuscì a conquistare la presidenza già con Ronald Reagan e sicuramente con Donald Trump.
La critica dei presupposti metodologici e politici del lavoro dello storico americano è utile a chiarire i problemi posti da un certo utilizzo del termine populismo e a fondare un buon uso della fenomenologia dello stile paranoide. Si tratta di un bel groviglio: per scioglierlo occorrono pazienza e diversi passaggi.

2. Pseudoconservatorismo e new right americana
Nella primavera del 1954 Hofstadter tenne una conferenza intorno alla pseudo-conservative revolt, intervento poco dopo pubblicato come saggio. L’anno è importante: la fase acuta della «caccia alle streghe» anticomunista, che aveva come principale inquisitore il senatore Joseph McCarthy, iniziava a declinare - nel dicembre di quell’anno McCarthy venne censurato dal Senato in seguito al suicidio del collega Lester C. Hunt - ma non era ancora terminata. Ebbene, lo storico si riferiva proprio a McCarthy e a molti dei suoi seguaci come coloro che, «benché pensino di essere conservatori e di solito impieghino la retorica del conservatorismo, mostrano i segni di un’insoddisfazione seria e senza requie nei confronti della vita sociale americana, delle sue tradizioni e delle sue istituzioni». Questi - continuava - hanno in realtà «poco in comune con lo spirito temperato e portato all’accomodamento del vero conservatore; invece nella loro politica si esprime un «odio inconscio ma profondo nei confronti della nostra società»7: un atteggiamento che venne definito da Hofstadter come pseudoconservatore, termine ripreso dagli Studi sulla personalità autoritaria. Lo storico enfatizzò le caratteristiche psicologiche degli pseudoconservatori: l’idea di essere spiati, di essere vittime di un complotto, di «considerare il proprio Paese così debole da essere sempre sul punto di cadere vittima della sovversione».
Gli pseudoconservatori del tempo non erano soltanto duramente ostili alle politiche del governo federale - come il decano repubblicano Robert Taft - ma ritenevano che l’amministrazione fosse infiltrata in profondità da agenti comunisti; consideravano ogni fallimento, errore e oscillazione nei confronti dell’Unione Sovietica e della Cina popolare non come fatti fisiologici della lotta politica, ma come deliberato tradimento. I più fanatici ritenevano fossero comunisti i presidenti Roosevelt (democratico) e Eisenhower (repubblicano), o George Marshall, l’autore del celebre piano di aiuti economici all’Europa che fu il detonatore della Guerra Fredda (Marshall - un generale - fu capo di Stato maggiore durante la Seconda guerra mondiale, poi segretario di Stato e segretario alla Difesa durante l’amministrazione democratica di Truman: non esattamente un’innocente «colomba»). Il fondatore della John Birch Society, Robert H.W. Welch Jr., giunse a definire il presidente Eisenhower a dedicated, conscious agent of the Communist conspiracy e il segretario di Stato John Foster Dulles - un guerriero della Guerra Fredda! - a Communist agent8.

S’intende che nello pseudoconservatorismo paranoide si esprime un eccesso polemico - più o meno spinto - che viola i parametri di quel che si considera normale, che trascende specifiche e definite questioni e che ha invece molto a che fare con un serio problema circa la definizione della comunità politica. In effetti, mettendo in discussione la natura della comunità politica esistente - non solo la tattica o la strategia dell’avversario - lo pseudoconservatorismo proietta nella sfera pubblica un problema circa l’identità personale: in questo senso è paranoide.
A metà degli anni ‘60 Hofstadter applicò nuovamente il concetto di pseudoconservatorismo alla politica di Barry Goldwater e della John Birch Society e alla new right dell’epoca, non solo anticomunista e ostile al welfare state - un presunto complotto di stampo socialista - ma spesso contraria alla desegregazione degli afroamericani del profondo Sud. Goldwater era un politico navigato, grande propagandista per il suo partito: nella campagna presidenziale del 1960 sostenne lealmente il candidato Richard Nixon - vice di Eisenhower e quindi disprezzato dagli ultraconservatori - e nella sua campagna presidenziale del 1964 prese le distanze dall’ala conservatrice estrema, pur ricevendone aiuto. Goldwater venne sconfitto, ma diede inizio a una strategia, la southern strategy - che faceva leva sulla contraddizione razziale della coalizione newdealista puntando a strappare al Partito democratico il voto dei bianchi del Sud - poi impiegata con successo dal pragmatico Nixon, e a tecniche di propaganda e mobilitazione - propaganda postale, raccolta di fondi alla base, un certo «populismo» - che, in diverso contesto e con ulteriori sviluppi organizzativi e geografici, sarebbero più tardi state le fondamenta dell’ascesa di Ronald Reagan.
Quali i motivi della crescita dello pseudoconservatorismo? Hofstadter ne individuava tre. Apparentemente il meccanismo che aveva permesso l’integrazione sociale di successive ondate di immigrati sembrava non operare più automaticamente, o non più nello stesso modo di un tempo. Da qui la difficoltà di soddisfare quelle che definiva le aspirazioni di status. In secondo luogo, i mezzi di comunicazione di massa da una parte avevano avvicinato la politica al popolo ma, dall’altra, avevano fatto della politica una forma di intrattenimento nel quale gli spettatori si sentivano costantemente coinvolti, in modo che era diventato possibile proiettare nella sfera politica emozioni e problemi personali. In terzo luogo, il lungo esercizio del potere da parte dei liberals del New Deal aveva suscitato un profondo senso d’impotenza fra gli oppositori conservatori9.

lunedì 19 gennaio 2015

VIGNETTE SATANICHE, COMPLOTTISMO, WOLINSKI, di Roberto Massari

Vignette sataniche
Qualsiasi tentativo d'impedire la satira, nel caso specifico la pubblicazione di vignette, va certamente combattuto, senza se e senza ma. E in questo io sto con Charlie Hebdo. Lo sottolineo, anche se ovviamente «non sono Charlie Hebdo», in primo luogo per miei limiti in campo grafico e umoristico, in secondo luogo per limiti politici della rivista stessa. Alla quale comunque in questi giorni va tutta la mia solidarietà, per quel che può contare.
Tra la marea di dissociazioni dalla nota rivista francese lette in questi giorni (è triste dirlo, ma andava molto di moda anche dire «je ne suis pas Charlie» - provando un brivido compiaciuto di trasgressione anticonformistica) ho trovato motivazioni reazionarie accanto a motivazioni «di sinistra», posizioni della Chiesa cattolica accanto a quelle ben note del mondo musulmano, oltre ovviamente alla solita marea di complottisti - una genìa destinata a crescere in maniera esponenziale, anche a causa delle facilitazioni che la Rete offre all'esibizione delle proprie turbe mentali. Ci torno tra breve.
Prima però voglio ricordare che l'odio per le vignette che ironizzano sui Grandi capi o le Divinità (in questo caso Allah o Maometto) non è tipico del solo Islam, e neanche del solo mondo religioso-devozionale. La storia è piena di esempi tratti da regimi totalitari che hanno impedito l'ironia verso i capi di governo, equiparati in genere a delle autentiche divinità. Basti pensare alla Russia di Stalin o alla Cina di Mao, dove ogni forma di satira verso i Beneamati Capi era proibita, ma si finiva ugualmente nei rispettivi Gulag anche solo per un'intonazione ironica della voce (figuriamoci per una vignetta…).
Pochi sanno però che ancora oggi esiste un Paese laico e ad alcuni di noi molto caro - Cuba - in cui è assolutamente proibito ironizzare sulla figura del Comandante en jefe. Non esiste neanche una vignetta pubblicata nell'Isola o sulla stampa cubana in cui vi sia ironia (neppure affettuosa, garbata o moderata) verso la figura di Fidel. Chi lo facesse in pubblico, finirebbe immediatamente nei guai. C'è il precedente di un povero cantante straniero che, avendo fatto una battuta sul líder máximo durante un concerto all'Avana, fu sbrigativamente accompagnato all'aeroporto la mattina dopo. Da allora non ci ha più provato nessuno e quindi a Cuba niente vignette su Fidel. Ed è veramente un peccato, perché la sua figura si sarebbe prestata ottimamente per una satira grafica e di contenuti.

RED UTOPIA ROJA – Principles / Principios / Princìpi / Principes / Princípios

a) The end does not justify the means, but the means which we use must reflect the essence of the end.

b) Support for the struggle of all peoples against imperialism and/or for their self determination, independently of their political leaderships.

c) For the autonomy and total independence from the political projects of capitalism.

d) The unity of the workers of the world - intellectual and physical workers, without ideological discrimination of any kind (apart from the basics of anti-capitalism, anti-imperialism and of socialism).

e) Fight against political bureaucracies, for direct and councils democracy.

f) Save all life on the Planet, save humanity.

g) For a Red Utopist, cultural work and artistic creation in particular, represent the noblest revolutionary attempt to fight against fear and death. Each creation is an act of love for life, and at the same time a proposal for humanization.

* * *

a) El fin no justifica los medios, y en los medios que empleamos debe estar reflejada la esencia del fin.

b) Apoyo a las luchas de todos los pueblos contra el imperialismo y/o por su autodeterminación, independientemente de sus direcciones políticas.

c) Por la autonomía y la independencia total respecto a los proyectos políticos del capitalismo.

d) Unidad del mundo del trabajo intelectual y físico, sin discriminaciones ideológicas de ningún tipo, fuera de la identidad “anticapitalista, antiimperialista y por el socialismo”.

e) Lucha contra las burocracias políticas, por la democracia directa y consejista.

f) Salvar la vida sobre la Tierra, salvar a la humanidad.

g) Para un Utopista Rojo el trabajo cultural y la creación artística en particular son el más noble intento revolucionario de lucha contra los miedos y la muerte. Toda creación es un acto de amor a la vida, por lo mismo es una propuesta de humanización.

* * *

a) Il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi che impieghiamo dev’essere riflessa l’essenza del fine.

b) Sostegno alle lotte di tutti i popoli contro l’imperialismo e/o per la loro autodeterminazione, indipendentemente dalle loro direzioni politiche.

c) Per l’autonomia e l’indipendenza totale dai progetti politici del capitalismo.

d) Unità del mondo del lavoro mentale e materiale, senza discriminazioni ideologiche di alcun tipo (a parte le «basi anticapitaliste, antimperialiste e per il socialismo».

e) Lotta contro le burocrazie politiche, per la democrazia diretta e consigliare.

f) Salvare la vita sulla Terra, salvare l’umanità.

g) Per un Utopista Rosso il lavoro culturale e la creazione artistica in particolare rappresentano il più nobile tentativo rivoluzionario per lottare contro le paure e la morte. Ogni creazione è un atto d’amore per la vita, e allo stesso tempo una proposta di umanizzazione.

* * *

a) La fin ne justifie pas les moyens, et dans les moyens que nous utilisons doit apparaître l'essence de la fin projetée.

b) Appui aux luttes de tous les peuples menées contre l'impérialisme et/ou pour leur autodétermination, indépendamment de leurs directions politiques.

c) Pour l'autonomie et la totale indépendance par rapport aux projets politiques du capitalisme.

d) Unité du monde du travail intellectuel et manuel, sans discriminations idéologiques d'aucun type, en dehors de l'identité "anticapitaliste, anti-impérialiste et pour le socialisme".

e) Lutte contre les bureaucraties politiques, et pour la démocratie directe et conseilliste.

f) Sauver la vie sur Terre, sauver l'Humanité.

g) Pour un Utopiste Rouge, le travail culturel, et plus particulièrement la création artistique, représentent la plus noble tentative révolutionnaire pour lutter contre la peur et contre la mort. Toute création est un acte d'amour pour la vie, et en même temps une proposition d'humanisation.

* * *

a) O fim não justifica os médios, e os médios utilizados devem reflectir a essência do fim.

b) Apoio às lutas de todos os povos contra o imperialismo e/ou pela auto-determinação, independentemente das direcções políticas deles.

c) Pela autonomia e a independência respeito total para com os projectos políticos do capitalismo.

d) Unidade do mundo do trabalho intelectual e físico, sem discriminações ideológicas de nenhum tipo, fora da identidade “anti-capitalista, anti-imperialista e pelo socialismo”.

e) Luta contra as burocracias políticas, pela democracia directa e dos conselhos.

f) Salvar a vida na Terra, salvar a humanidade.

g) Para um Utopista Vermelho o trabalho cultural e a criação artística em particular representam os mais nobres tentativos revolucionários por lutar contra os medos e a morte. Cada criação é um ato de amor para com a vida e, no mesmo tempo, uma proposta de humanização.