L’associazione Utopia rossa considera suo fondamento politico il principio secondo cui il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi si deve riflettere l’essenza del fine. Non ha programmi politici, come del resto non ne aveva la Prima internazionale. Nonostante le più diverse provenienze ideologiche dei suoi sostenitori, essa ritiene che l’anticapitalismo dilagato dopo l’inizio dell’Antirivoluzione russa (dicembre 1917) sia stato motivato fondamentalmente da idee precapitalistiche, cioè retrograde, e non da progetti di civiltà in grado di superare il capitalismo sviluppando ulteriormente i suoi modelli di democrazia. Ciò spiega anche il prevalere, nella storia della cosiddetta «sinistra», di simpatie per i regimi dittatoriali di ogni specie e colore. Utopia rossa si batte contro l’ulteriore diffusione di ideologie precapitalistiche vecchie e nuove (in campo politico, culturale, ecologico, religioso ecc.), come parte della sua battaglia per il superamento del capitalismo, se si vuole salvare la vita sulla Terra con la sua umanità. In questo senso la sua utopia continua ad essere rossa.

The Red Utopia association considers its political foundation to be the principle that the end does not justify the means, but that the means must reflect the essence of the end. It has no political program, just as the First International did not. Despite the diverse ideological backgrounds of its supporters, it believes that the anti-capitalism that spread after the start of the Russian Anti-Revolution (December 1917) was fundamentally motivated by pre-capitalist – that is, retrograde – ideas, and not by civilizational projects capable of overcoming capitalism and of further developing its democratic models. This also explains the prevalence, throughout the history of the so-called «left», of sympathies for dictatorial regimes of all kinds and colors. Red Utopia fights against the further spread of old and new pre-capitalist ideologies (in the political, cultural, ecological, religious, and other fields) as part of its battle to overcome capitalism, if life on Earth, including its humanity, is to be saved. In this sense, its utopia remains red.

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lunedì 12 ottobre 2026

La costruzione del pregiudizio: antisemitismo e luoghi comuni intorno al conflitto mediorientale

ITALIANO-ENGLISH



David Meghnagi* 

Le origini politiche, religiose e sociali dell’antisemitismo di matrice religiosa e razzista sono state largamente studiate, i codici mentali e culturali ampiamente analizzati. Si sa che l’insegnamento del disprezzo, coltivato dal cristianesimo per secoli, ha fatto da sfondo all’affermazione e allo sviluppo nell’Europa moderna all’ideologia propriamente razzista. Si sa anche che tra le due forme d’ostilità antiebraica, quella tradizionale di matrice religiosa, e quella moderna, c’è stato un salto logico, costituito dal razzismo moderno. 

Ben diversa è la situazione di fronte ad un antisemitismo, che ha come sfondo un’ostilità irriducibile nei confronti degli ebrei come “Stato”, se non come “nazione”: un antisemitismo che non scaturisce necessariamente dall’ostilità verso gli ebrei come singoli (anche se poi alla fine è contro di loro che si rivolge), ma gli ebrei in quanto comunità “politica”, simbolicamente rappresentata dall’esistenza di uno Stato che assume su di sé tutte le simbologie negative che un tempo erano rivolte contro gli ebrei e l’ebraismo. 

L’antisemitismo affonda le sue radici in stereotipi che si sono formati lungo l’arco di secoli. Nelle nuove versioni può anche ammantarsi di una versione idealizzata della diaspora e della sua cultura, che gli ebrei facendosi Stato avrebbero “tradito”, diventando come “gli altri”, se non “peggio”. Un gioco di spostamenti simbolici in cui l’ambivalenza e l’ostilità antiebraica possono dispiegarsi liberamente, riscoprendo una falsa innocenza perduta. 

In questa perversa logica, quello che un tempo era lo scandalo di un'esistenza singola o comunita- ria, considerata “anormale”, fa posto allo “scandalo” di uno Stato che in quanto tale è messo in discussione nei suoi presupposti storici, etici e ideologici: Lo “Stato degli ebrei”, nato per soccorrere gli ebrei e offrire loro un luogo sicuro in cui vivere liberamente, diventa l’Ebreo degli Stati, giudicato secondo parametri che nessuno si sognerebbe di applicare ad altri Stati. 

Sia ben chiaro. Non è qui in discussione la politica di governi che si sono succeduti in Israele, con cui si può essere d’accordo o dissentire nella gestione di un processo complesso e difficile, di cui nessuno possiede interamente le chiavi. Tale premessa è necessaria onde evitare fraintendimenti ed equivoci. Il diritto alla critica è il sale della democrazia e in Israele. 

Sono in discussione le forme che assume l’accusa, i diversi pesi e misure utilizzati per argomentarla, i luoghi comuni che animano la scena del discorso, l’uso perverso delle figure retoriche e delle immagini. Per non parlare della falsificazione dei fatti, la demonizzazione di una parte rispetto l’altra, quando tutti invece avrebbero bisogno in quei tormentati luoghi di essere aiutati a riscoprire la comune tragedia che li affligge; il doppio standard di cui si alimenta il pregiudizio, e che fa da sfondo alla delegittimazione dell’esistenza di uno Sato e di una società. 

Doverlo Il fatto però di doverlo ogni volta riaffermare per evitare di essere fraintesi, è di per sé il sintomo di qualcosa che non funziona nel dibattito pubblico. Vuol dire che gli stereotipi e i luoghi comuni, per non parlare dell’antisemitismo vero e proprio, hanno fatto molta strada. 

Che a formulare l’accusa di apartheid siano regimi in cui le donne vengono lapidate, se si ribellano alla violenza patriarcale, e che alle persone possano essere mozzati mani e piedi, se ritenuti colpevoli, in cui dalle prigioni difficilmente si esce vivi e dove, in nome del “socialismo arabo”, si sono consumate stragi di innocenti (il caso delle popolazioni animiste nel Sudan, all’epoca del nasserismo), tutto questo è considerato secondario. Per non parlare del fatto che parallelamente alla dolorosa fuga dei palestinesi nella guerra di distruzione scatenata dagli eserciti arabi per impedire la nascita di Israele, centinaia di migliaia di ebrei di ogni parte del mondo arabo, abbiano abbandonato in massa i loro paesi di origine, trovando rifugio in Israele. 

Nel primo caso si trattava delle conseguenze di una guerra scatenata per distruggere uno Stato riconosciuto dalle Nazioni Unite. Nel secondo caso si trattava di una violenza contro una popolazione vessata e indifesa, che viveva da millenni nel paese e che da un giorno all’altro si era vista trasformata in ostaggio. 

In una situazione meno inquinata dal pregiudizio, le discussioni che ancora si svolgono sulla legittimità o meno del sionismo e del diritto di Israele all’esistenza, non si porrebbero nemmeno. Nessuno discuterebbe oggi del Risorgimento italiano e degli altri movimenti nazionali nati in Europa nell’Ottocento, come se dal giudizio su questo o quell’aspetto della loro visione della realtà, discendesse o meno il diritto all’esistenza delle nazioni che si sono storicamente formate. Se ciò accade per l’esistenza di Israele, è perché qualcosa di irrisolto ancora avvolge il dibattito. In questa zona grigia del discorso si gioca il confronto più difficile contro un antisemitismo di tipo nuovo che in un gioco di rovesciamenti simbolici proietta sul conflitto arabo israeliano le categorie dell’antirazzismo, trasformando arbitrariamente le vittime di ieri nei “carnefici” di oggi. Siamo ben oltre la semplificazione e la banalizzazione di una storia complessa. Siamo di fronte ad un pericolo più grave che ha come sfondo la riscoperta di una falsa innocenza che rompe con i tabù del passato. 

Quando nei primi anni del 2000 il Presidente Chirac reagiva con irritazione, se qualcuno gli ricordava che in Francia non c’era giorno in cui non si verificasse un attentato contro le persone e le istituzioni ebraiche, confermava con il suo atteggiamento quanto si fosse appannata nelle istituzioni democratiche europee la consapevolezza del pericolo. Di fronte a questo cumulo di dinieghi non c’era da meravigliarsi se il Consiglio d’Amministrazione di una prestigiosa università francese potesse chiedere di boicottare le istituzioni universitarie israeliane; né ci si poteva stupire se il direttore di una rivista inglese si potesse sentire autorizzato ad espellere due ricercatori dal comitato, per il solo fatto d’essere cittadini israeliani (per i cittadini arabi israeliani il problema non si poneva). 

Per venire all’Italia, diversi anni fa, un autorevole accademico dell’Ateneo di Bologna aveva comunicato la sua indisponibilità a partecipare ad un convegno sulle espulsioni dei docenti ebrei dalle università durante il fascismo, fintanto che gli ebrei italiani non avessero espresso un’identica solidarietà verso i palestinesi. L’autore di questa sciocchezza non era dichiaratamente antisemita, ma la sua reazione andava in quella direzione, mostrando come il pregiudizio antiebraico possa ricongiungersi, attraverso un’arbitraria ricostruzione (che è in realtà è una costruzione storica e politica) alla diffusione di un antisemitismo falsamente declinato come “antirazzismo” e “anticolonialismo”. Non per caso gli ebrei che hanno contestato la decisione del Consiglio d’Amministrazione dell’Università Parigi VI, nel 2003, di boicottare le istituzioni accademiche israeliane, hanno dovuto ricordare che il boicottaggio colpiva istituzioni impegnate per la pace. Utile sul piano politico questo rilievo, è la spia di quanta strada abbiano fatto i pregiudizi e gli stereotipi. Basti pensare agli articoli di Baget Bozzo negli anni ottanta su “Il Manifesto”, in cui l’eco di pregiudizi teologici preconciliari, si mescolava al rifiuto di Israele e alla sua delegittimazione. Per non parlare dell’esplosione di risentimento antiebraico seguìto alla guerra del Libano. 

Eppure all’indomani della strage di Sabra e Chatila, compiuta dai falangisti maroniti per vendicare l’assassinio del loro leader, oltre quattrocento mila persone (su una popolazione che ammontava all’epoca a poco più di 4 milioni) scesero in piazza a Tel Aviv, per protestare contro la politica del loro governo. Solo per fare un paragone, era come se in USA fossero sfilati per le vie di Washington circa 30 milioni di persone, e in Italia per le vie del centro di Roma circa 6 milioni di persone. 

Per non parlare del fatto che in una manifestazione sindacale del 1982, un gruppo staccatosi dal corteo, non trovò di meglio che depositare una bara accanto al cippo che ricorda i martiri della retata nazista a Roma del 16 ottobre 1943. L’onda cominciò a placarsi solo dopo l’attentato alla Sinagoga di Roma e la morte di un bambino. Oppure della derubricazione degli attentati contro i civili israeliani, arbitrariamente e strumentalmente apparentati alle azioni esemplari condotte da alcuni esponenti del Risorgimento italiano. Come accadde nel dibattito seguito all’assassinio di un paraplegico, poi gettato in mare dall’Achille Lauro; con i dirottamenti aerei e gli attentati contro le scuole e i luoghi di culto ebraici in Europa e nel mondo. Eppure anche dando per “vera” una narrazione falsa, che si è progressivamente diffusa, non sarebbe stato difficile riconoscere la differenza abissale tra le azioni esemplari mazziniane, che furono contestate da altri esponenti del Risorgimento (per esempio Benedetto Musolino, che fu tra l’altro, uno dei precursori del sionismo), da un terrorismo stragista che colpisce indistintamente e in modo indiscriminato per fare il più alto numero di morti fra i civili. 

Nel pregiudizio europeo contro lo Stato di Israele vi sono molti elementi in gioco. Nel mondo cattolico c’è un retaggio di pregiudizi, non adeguatamente elaborato. Basti pensare che l’instaurazione di relazioni diplomatiche con lo Stato di Israele avvenne quasi mezzo secolo dopo la sua nascita. Quando agli inizi del suo pontificato, Paolo VI visitò i luoghi in cui predicò Gesù, non pronunciò mai le parole Stato di Israele. Giovanni Paolo II per compiere la sua storica visita al Muro Occidentale, dovette prima visitare tutti i paesi arabi della regione e attendere il suggello della fine del millennio. 

L’Unione Sovietica fu tra i primi a riconoscere lo Stato d’Israele. I fondamenti di quella nascita erano però avvolti in una logica di eccezionalità. Com’era avvenuto prima nell’universo religioso del cristianesimo, l’esistenza d’Israele costituiva uno scandalo: segnalava una mancanza, un vuoto nel sistema di rappresentazioni simboliche e ideologiche. Uno scandalo per il totalitarismo comunista, ma, in altre forme, anche per la cultura assimilazionista di matrice liberale e socialista, che guardava al “particolarismo ebraico” come al residuo di “un fossile”, che lo sviluppo storico avrebbe contribuito a superare. Non per caso nel parlare della questione ebraica in Germania, Kant aveva utilizzato l’inquietante termine di “eutanasia dell’ebraismo”, mentre la sinistra hegeliana giustificava il suo rifiuto del diritto agli ebrei all’emancipazione. Kant non immaginava certo che un secolo e mezzo dopo qualcuno avrebbe inteso alla lettera il termine eutanasia. Ma le parole non vanno mai prese alla leggera. Affondano in sedimentazioni storiche del linguaggio che hanno una loro logica. 

La costruzione del nuovo antisemitismo à avvenuta per fasi, portando al rovesciamento speculare delle immagini positive, che negli anni Cinquanta e Sessanta avevano nutrito l’immaginario giovanile in Occidente. Basti pensare alla fortuna del film Exodus, alla canzone Israel, cantata da Morandi e al fascino esercitato dal Kibbutz. Il rovesciamento in negativo dell’immagine dei sopravvissuti che fanno rinascere il deserto, si è affermata nella sinistra occidentale e terzomondista dopo la guerra dei Sei giorni. 

Sullo sfondo della polarizzazione fra gli opposti schieramenti internazionali del Patto Atlantico e del Patto di Varsavia, si . fatta strada a sinistra una narrativa che stravolge i termini stessi del conflitto. L’angoscia provata per lo Stato dei sopravvissuti nelle settimane precedenti al conflitto, tende a rovesciarsi nel suo opposto. L’immagine di un paese piccolo che in pochi giorni sbaraglia un nemico cento volte più numeroso, diventa “una conferma” che si trattava di un “inganno”. Poco importa che a far precipitare la situazione sia stata la decisione di Nasser di sbarrare il Golfo di Tiran, cacciando via i soldati dell’ONU a guardia di un armistizio precario. Né importano le violenze che si scatenano contro le minoranze ebraiche in ogni parte del mondo arabo. Nella nuova narrazione Israele non è più un paese che difende la sua esistenza. È al contrario uno “strumento”, appositamente creato dall’imperialismo occidentale per prolungare il suo dominio sul Vicino Oriente. 

Il conflitto del 1967, segna dunque uno spartiacque. È l’inizio di un capovolgimento speculare d’immagini che si diffonde tra le élite europee. La tragedia che si consuma nel Vicino Oriente finirà per assumere nell’immaginario collettivo una valenza più ampia, in cui gli attori diventano dei simboli. 

Basta confrontare due brani di una figura politica di primo piano, che ha fatto la storia europea, per rendersi conto del cambiamento in pochi anni. Nel 1962 parlando d’Israele, De Gaulle scrive: 

 

«Non potrei restare insensibile alla grandezza dell’impresa diretta a ricondurre il popolo ebraico nuovamente padrone del suo destino sulla terra che porta l’impronta della sua storia favolosa e che è stata sua diciannove secoli or sono. Umanamente ritengo giusto che ritrovi il suo centro nazionale e lo considero una forma di compensazione alle sofferenze sopportate per secoli e che hanno toccato l’acme al tempo dei massacri perpetrati dalla Germania di Hitler». (De Gaulle, 1970, p. 240). 

 

Cinque anni dopo, all’indomani della guerra del giugno 1967, il linguaggio di De Gaulle è profondamente cambiato. Gli ebrei e con loro Israele sono: “un peuple d’élite, sur de lui-meme et dominateur”. Con la rottura dei rapporti diplomatici tra gli Stati del Patto di Varsavia e Israele, in Polonia è la caccia alle streghe contro gli ultimi ebrei rimasti nel paese dopo l’ecatombe nazista. I militanti ebrei sono espulsi dal partito, gli ufficiali cacciati dall’esercito. La Primavera di Praga . l’esito di “un complotto imperialista e sionista.” 

La campagna antisemita messa in atto dal regime in Unione sovietica e negli stati satelliti, non esiterà a utilizzare materiali in circolazione all’epoca degli zar. Come ha dimostrato Leon Poliakov, non ci si premurava nemmeno di eliminare gli errori di ortografia. Nel delirio il conflitto non è più tra Israele e i suoi vicini, che ne rifiutano l’esistenza. È un conflitto più ampio in cui le antinomie della politica del dopoguerra fanno massicciamente ingresso trasformandone gli attori in simboli e vettori di uno scontro più ampio tra Occidente e Oriente, imperialismo e antimperialismo, democrazia e dittatura, civiltà e barbarie, colonialismo e anticolonialismo. Per arrivare di recente, con l’ingresso in scena del terrorismo islamista, a una declinazione religiosa in cui Israele e gli ebrei sono rappresentati come simboli del male: 

 

«Il nemico ha programmato per lungo tempo, quanto . poi effettivamente riuscito a compiere [...] ha preso il controllo dei mezzi di comunicazione del mondo [...] ha fatto scoppiare rivoluzioni [...] con lo scopo di soddisfare i suoi interessi e trarre altre forme di profitto. Questi nostri nemici erano dietro la Rivoluzione francese e la Rivoluzione russa e molte altre rivoluzioni [...] con il denaro [...] hanno formato organizzazioni segrete per distruggere la società e promuovere gli interessi sionisti. Queste organizzazioni sono la Massoneria, il Rotary, i Lions, il B’nai B’rith. 

[...] I nostri nemici hanno organizzato la Prima guerra mondiale per distruggere il Califfato islamico. Il nemico ne ha approfittato finanziariamente [...] e ha ottenuto la Dichiarazione Balfour e ha fondato la Società delle Nazioni come strumento per dominare il mondo. Gli stessi nemici hanno organizzato la Seconda guerra mondiale, nella quale sono diventati favolosamente ricchi grazie al commercio delle armi, del materiale bellico e si sono preparati a fondare il loro Stato. Hanno ordinato che fosse formata l’Organizzazione delle Nazioni Unite, con il Consiglio di Sicurezza [...] per mezzo della quale dominano il mondo. 

[...] Questo il piano delineato dei Protocolli dei Savi anziani di Sion, e il comportamento presente dei sionisti costituisce la migliore testimonianza di quanto era stato affermato in quel documento». (Articolo 22 della Carta di Hamas approvata nel 1988).

 

In questa perversa logica, che in modi diversi attraversa l’intera galassia dell’antisemitismo di matrice islamica (dall’Iran sciita ad Al Qaeda e alle forze dell’Isis), la nascita di Israele, è l’esito di un “complotto ebraico”, avente come scopo la dominazione del mondo islamico. Lo scontro non è più solo fra Israele e mondo arabo, superabile attraverso un compromesso politico che ponga fine al conflitto. È uno scontro irriducibile fra le potenze del bene e del male, che coinvolge l’intero mondo islamico dal Maghreb all’Indonesia, il cui obiettivo è di riportare l’Islam alla sua grandezza e “purezza originaria”. In questa logica l’obiettivo e gli accordi eventualmente siglati con Israele, sono solo una hudna coranica, una tregua da interrompere non appena le condizioni lo dovessero rendere possibile. 

La demonizzazione di Israele e del sionismo all’interno della sinistra europea occidentale era negli anni settanta teorizzata dalle sue componenti più estreme di matrice comunista e terzomondista. Lentamente però il martellante discorso anti israeliano è penetrato anche nei movimenti giovanili di matrice socialista. I giovani che si radicalizzano a sinistra in quegli anni hanno come modelli di riferimento la rivoluzione cubana, le guardie rosse cinesi, il Vietnam, alle quali si aggiungono ora i fedayn palestinesi. Per non perdere l’elettorato giovanile, la socialdemocrazia europea finisce per subire queste derive culturali, tradendo la propria storia e i propri valori. Soprattutto nei movimenti di matrice cattolica, identificati con la causa del Terzo mondo, i pregiudizi antiebraici, mai venuti meno, finiscono per saldarsi con il rifiuto anti israeliano.

mercoledì 7 ottobre 2026

7 OTTOBRE 2026: Un bilancio vittorioso


ITALIANO-ENGLISH-FRANÇAIS


È un 3° anniversario di lutto e dolore per il più feroce progrom antiebraico dopo l'Olocausto. E tale dolore è accresciuto dalla constatazione che a rivendicare i «meriti» della strage non è più la destra estrema fascista, nazista, ustascia ecc., ma la sinistra reazionaria in primo luogo italiana, ma anche nel resto del mondo.
Ebbene, va detto a voce alta che tale sinistra ha ben poco da festeggiare, viste le sconfitte che Israele ha saputo infliggere a quella parte barbara del mondo islamico che fa riferimento all'Iran.
Ecco una rapida lista dei successi conseguiti da Israele (cioè dal mondo del progresso e della democrazia in Medio Oriente) dopo il 7 ottobre 2023.

1. Esisteva uno staterello nella striscia di Gaza, formalmente indipendente, ma militarmente controllato da Hamas (e quindi dall'Iran). Tale staterello non esiste più, Hamas ha perso più di metà del suo territorio, oltre i due terzi del suo esercito e delle sue risorse militari. Non riuscirà più a risollevare la testa nè potrà mai più esistere uno Staterello indipendente di Gaza.
2. Hezbollah  è ormai paralizzato e lo stesso governo libanese sta cercando insieme a Israele il modo di neutralizzarlo del tutto.
3. In Siria c'era una feroce dittatura  antisraeliana e filorussa. Grazie a Israele non c'è più. 
4. L'Iran stava lavorando all'arricchimento dell'uranio per giungere alla bomba atomica da gettare su Israele. Il processo è bloccato, mentre le stragi governative di decine di migliaia di cittadini iraniani hanno mostrato quanto impopolare sia il regime dei mullah. Crisi economica e opposizione popolare sono cresciute e non lasciano un grande futuro per tale regime. Per non parlare delle umiliazioni che la teocrazia ha subìto con l'eliminazione dell'Ayatollah supremo e il bombardamento dei suoi siti da parte dell'aviazione israeliana (ma purtroppo anche quella statunitense).
5. Gli Huthi sono l'unica componente del fronte filoiraniano (storicamente estraneo alla vicenda arabo-palestinese) che sembrano godere di buona salute. Ma stanno facendo l'errore di provocare l'Arabia Saudita e questo li porterà prima o poi alla sconfitta. Questione forse di mesi se non settimane.
6. L'avvicinamento del mondo arabo a Israele è andato avanti, in certi casi (Emirati Arabi Uniti) molto avanti. Ma il processo è a singhiozzo. L'avvicinamento dell'Arabia Saudita dopo gli accordi di Abramo, che sembrava vicino, è stato effettivamente interrotto dal 7 ottobre, ma non eliminato. Sono molti gli episodi accaduti in questi tre anni che dimostrano come il processo di avvicinamento sia sempre in corso. L'attacco degli Huthi iprobabilmente lo accelererà.
7. Per l'ennesima volta Israele ha dimostrato di essere militarmente imbattibile contro gli aggressori, dopo le guerre vittoriose del 1948, 1967, 1973, 1982, 2006 e ora anche 2023.

Come si vede, la reazione israeliana al pogrom del 7 ottobre 2023 ha provocato una serie di gravi sconfitte per il fronte islamico filoiraniano, dalle quali tale fronte difficilmente riuscirà a riprendersi (nonostante gli aiiuti che sta ricevendo dalla Russia e dalla Cina). Non si capisce quindi che cosa abbia da festeggiare la sinistra reazionaria in questo 3° anniversario: la sconfitta del fronte filoiraniano è anche una sua sconfitta, anche se è evidente il tentativo di mascherarla con slogan sul «genocidio», falsi report e ignobili documentari. È una sconfitta politica sul terreno reale che fa séguito a quella morale iniziata l'8 ottobre 2023.
Questo generale arretramento del fronte filoiraniano dimostra che nel 3° millennio l'antiebraismo (camuffato da antisionismo, genocidarismo, palestinismo) potrà solo essere sconfitto. Tutto ciò che è accaduto dopo il 7 ottobre sta lì a dimostrarlo concretamente.
Shalom e Adelante! più che mai
Roberto

ENGLISH

OCTOBER 7, 2026: A victorious assesssment

It is the 3rd anniversary of mourning and pain for the most ferocious anti-Jewish pogrom after the Holocaust. And such pain is increased by the realization that the "merits" of the massacre are no longer claimed by the extreme fascist, Nazi, Ustasha right, etc., but by the reactionary left, first of all in Italy, but also in the rest of the world.

Well, it must be said out loud that such a left has very little to celebrate, given the defeats that Israel has been able to inflict on that barbaric part of the Islamic world that refers to Iran.

Here is a quick list of the successes achieved by Israel (that is, by the world of progress and democracy in the Middle East) after October 7, 2023.

  1. There was a small state in the Gaza Strip, formally independent, but militarily controlled by Hamas (and therefore by Iran). That small state no longer exists, Hamas has lost more than half of its territory, over two thirds of its army and its military resources. It will no longer be able to raise its head, nor can an independent small state of Gaza ever exist again.
  2. Hezbollah is now paralyzed, and the Lebanese government itself is seeking, together with Israel, the way to neutralize it completely.
  3. In Syria there was a ferocious anti-Israeli and pro-Russian dictatorship. Thanks to Israel, it no longer exists.
  4. Iran was working on uranium enrichment in order to reach the atomic bomb to be thrown on Israel. The process has been blocked, while the government massacres of tens of thousands of Iranian citizens have shown how unpopular the regime of the mullahs is. Economic crisis and popular opposition have grown and do not leave a great future for such a regime. Not to mention the humiliations that the theocracy has suffered with the elimination of the supreme Ayatollah and the bombing of its sites by the Israeli air force (but unfortunately also by the American one).
  5. The Houthis are the only component of the pro-Iranian front (historically extraneous to the Arab-Palestinian question) that seems to enjoy good health. But they are making the mistake of provoking Saudi Arabia, and this will sooner or later lead them to defeat. A matter perhaps of months, if not weeks.
  6. The Arab world's rapprochement with Israel has continued, in some cases (United Arab Emirates) very far. But the process is stop-and-go. Saudi Arabia's rapprochement after the Abraham Accords, which seemed close, was effectively interrupted by October 7, but not eliminated. There are many episodes that have occurred in these three years showing that the process of rapprochement is still ongoing. The Houthi attack will probably accelerate it.
  7. For the umpteenth time, Israel has shown itself to be militarily unbeatable against aggressors, after the victorious wars of 1948, 1967, 1973, 1982, 2006 and now also 2023.

As can be seen, Israel's reaction to the pogrom of October 7, 2023 has caused a series of serious defeats for the pro-Iranian Islamic front, from which such a front will hardly be able to recover (despite the aid it is receiving from Russia and China). It is therefore unclear what the reactionary left has to celebrate on this 3rd anniversary: the defeat of the pro-Iranian front is also its defeat, even if the attempt to mask it with slogans about "genocide," false reports, and vile documentaries is evident. It is a political defeat on the real ground that follows the moral one that began on October 8, 2023.

This general retreat of the pro-Iranian front shows that in the 3rd millennium anti-Jewishness (disguised as anti-Zionism, genocide-ism, Palestinianism) can only be defeated. Everything that has happened after October 7 stands as concrete proof of this.

Shalom and Adelante! more than ever
Roberto


FRANÇAIS

7 OCTOBRE 2026: Un bilan victorieux

C'est le 3e anniversaire de deuil et de douleur pour le pogrom antijuif le plus féroce après l'Holocauste. Et cette douleur est accrue par le constat que les « mérites » du massacre ne sont plus revendiqués par l'extrême droite fasciste, nazie, oustacha, etc., mais par la gauche réactionnaire, d'abord italienne, mais aussi dans le reste du monde.

Eh bien, il faut le dire à voix haute : cette gauche a bien peu à célébrer, vu les défaites qu'Israël a su infliger à cette partie barbare du monde islamique qui se réfère à l'Iran.

Voici une rapide liste des succès obtenus par Israël (c'est-à-dire par le monde du progrès et de la démocratie au Moyen-Orient) après le 7 octobre 2023.

  1. Il existait un petit État dans la bande de Gaza, formellement indépendant, mais militairement contrôlé par le Hamas (et donc par l'Iran). Ce petit État n'existe plus, le Hamas a perdu plus de la moitié de son territoire, plus des deux tiers de son armée et de ses ressources militaires. Il ne pourra plus relever la tête, et un petit État indépendant de Gaza ne pourra plus jamais exister.
  2. Le Hezbollah est désormais paralysé, et le gouvernement libanais lui-même cherche, avec Israël, le moyen de le neutraliser complètement.
  3. En Syrie, il y avait une féroce dictature anti-israélienne et prorussian. Grâce à Israël, elle n'existe plus.
  4. L'Iran travaillait à l'enrichissement de l'uranium pour parvenir à la bombe atomique à jeter sur Israël. Le processus est bloqué, tandis que les massacres gouvernementaux de dizaines de milliers de citoyens iraniens ont montré à quel point le régime des mollahs est impopulaire. La crise économique et l'opposition populaire se sont aggravées et ne laissent pas un grand avenir à un tel régime. Sans parler des humiliations que la théocratie a subies avec l'élimination de l'ayatollah suprême et le bombardement de ses sites par l'aviation israélienne (mais malheureusement aussi par l'aviation américaine).
  5. Les Houthis sont la seule composante du front pro-iranien (historiquement étranger à la question arabo-palestinienne) qui semble jouir d'une bonne santé. Mais ils commettent l'erreur de provoquer l'Arabie saoudite, et cela les conduira tôt ou tard à la défaite. Question peut-être de mois, voire de semaines.
  6. Le rapprochement du monde arabe avec Israël s'est poursuivi, dans certains cas (Émirats arabes unis) très loin. Mais le processus est en dents de scie. Le rapprochement de l'Arabie saoudite après les accords d'Abraham, qui semblait proche, a été effectivement interrompu par le 7 octobre, mais non éliminé. Nombreux sont les épisodes survenus ces trois années qui démontrent que le processus de rapprochement est toujours en cours. L'attaque des Houthis l'accélérera probablement.
  7. Pour l'énième fois, Israël a démontré être militairement imbattable contre les agresseurs, après les guerres victorieuses de 1948, 1967, 1973, 1982, 2006 et maintenant aussi 2023.

Comme on le voit, la réaction israélienne au pogrom du 7 octobre 2023 a provoqué une série de graves défaites pour le front islamique pro-iranien, dont ce front aura du mal à se remettre (malgré les aides qu'il reçoit de la Russie et de la Chine). On ne comprend donc pas ce que la gauche réactionnaire a à célébrer en ce 3e anniversaire : la défaite du front pro-iranien est aussi sa défaite, même si la tentative de la masquer avec des slogans sur le « génocide », de faux rapports et d'ignobles documentaires est évidente. C'est une défaite politique sur le terrain réel qui fait suite à celle morale commencée le 8 octobre 2023.

Ce recul général du front pro-iranien démontre qu'au 3e millénaire l'antijudaïsme (camouflé en antisionisme, génocidarisme, palestinisme) ne pourra qu'être vaincu. Tout ce qui s'est passé après le 7 octobre est là pour le démontrer concrètement.

Shalom et Adelante! plus que jamais
Roberto

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venerdì 11 settembre 2026

PER NON DIMENTICARE L'11 SETTEMBRE/ TO NOT FORGET SEPTEMBER 11


di Roberto Massari




 

 

L’islamizzazione delle nostre società è la più grande sfida che esse devono affrontare, tanto questo processo comporta con sé danni difficilmente reversibili. Con le dovute proporzioni, si sono viste nazioni rinascere dalle loro ceneri dopo sconfitte militari, fallimenti bancari, dittature fasciste e comuniste, una catastrofe ecologica e persino dopo aver subìto due bombe atomiche. Si sono viste nazioni tornare dai campi di sterminio e scampate alle follie genocidarie costruire, in pochi decenni, una società da far impallidire i loro vicini. Se non si può decentemente paragonare la brutalità di questi episodi omicidi con l’islamizzazione di una società, resta che i paesi che si sono affrancati dalla superstizione di Muḥammad una volta che il suo insediamento si è consolidato si contano sulle dita di una mano. In questo senso, l’Oriente ci tende, ancora una volta, lo specchio di una storia tragica come avvertimento.    (F. Azihari)

 

 

 

È uscito in questi giorni la mia edizione de L'Islam contro la modernità, di Ferghane Azihar, 33enne economista francese, di famiglia musulmana delle Comore. Il testo qui sopra riportato è suo e figura nel retro di copertina.

La pubblicazione di questo libro è il mio modo concreto di ricordare le vittime dell'11 settembre 2001, insieme a tutte le altre vittime del terrorismo islamico: migliaia e migliaia di nomi tra i quali spiccano alcuni eventi molto simbolici come Charlie Hebdo, il Bataclan, il pogrom antiebraico del 7 ottobre ecc.

Purtroppo il terrorismo islamico non è finito con la morte dei suoi principali dirigenti e con la scomparsa di sigle del terrore come al-Qaida. Sotto sigle diverse, continua a colpire, non più finanziato da paesi arabi (l'ultimo, il Qatar ha smesso da poco), ma ormai solo dall'Iran dei mullah e da ramificazioni dello Stato Islamico. Mentre in alcune regioni africane gli islamisti continuano a massacrare i cristiani in quanto cristiani.

Fin qui le brutte notizie.

Tra le belle notizie va detto che il terrorismo islamico sta perdendo storicamente la sua guerra contro l'Occidente e contro quelli che esso considera simboli dell'Occidente (che a volte possono essere anche semplicemente dei giovani che ballano in un rave o in una discoteca o cittadini che fanno gli acquisti natalizi). A 25 anni dalle Torri Gemelle può vederlo chiunque dotato di un sufficiente equilibrio mentale.

Ma la crescente sconfitta non è solo militare quanto di civiltà: l'Occidente, ferito con crudeltà disumana, ed esorcizzato dall'integralismo islamico come il Grande Satana, non si è fatto trascinare nella barbarie di segno contrario. Questa è la nostra vittoria, che è in primo luogo etica.

Nei comportamenti dei nostri Paesi nei confronti dei cittadini di fede islamica la superiortà civile, giuridica e culturale dell'Occidente appare più netta che mai. Lo dimostra per esempio il fatto che, nonostante il terrlorismo islamico, esso continua accogliere masse di musulmani nei propri Paesi. Si pensi al milione circa di siriani fatti entrare dalla Merkel in Germania, nonché all'accoglienza in questi anni sulle coste italiane di centinaia di migliaia di clandestini islamici che attraversano il Mediterraneo dopo aver pagato con la criminalità, con lavoro gratuito o con la prostituzione gli schiavisti islamici del Nordafica.

Nonostante le ferite causate dal terrorismo islamico, la nostra civiltà continua a combattere  l'islamofobia (perlomeno ufficialmente, ma non sempre concretamente). A New York, la città che 25 anni fa ha subìto la ferita più grave da parte dell'integralismo islamico, c'è oggi un sindaco musulmano. Si provi a pensare il contrario a Teheran, dove si uccidono a decine di migliaia i cittadini che chiedono semplicemente democrazia e libertà, come avveniva da noi in Europa e nei nascenti Stati Uniti dopo il 1789.

L'Occidente non si può abbattere come due grattacieli o come gli abitanti di un kibbutz. L'Occidente è cresciuto su tradizioni plurimillenarie o pluri secolari che ne costituiscono l'anima. Ciò fu vero a partire dall'assorbimento delle due grandi religioni di origini orientali (Ebraismo e Cristianesimo) affiancate alla tradizione dell'Ellenismo e della Romanità, per arrivare all'elaborazione del Metodo scientifico, all'Illuminismo, al Positivismo e alla sua creazione delle scienze umane (antropologia, psicologia, sociologia), al Marxismo e a tutti i principali progressi nelle scienze teoriche e applicate.

Progressi che hanno visto anche ricadute orribili in campo politico (basti pensare al nazismo, allo stalinismo e oggi ancora all’antisemitismo/antiebraismo), nel campo della ricerca atomica e ora in quella informatica. Ma queste ricadute sono state ogni volta superate e hanno fatto procedere in avanti la civiltà umana nel suo complesso. Accadrà lo stesso con l’Intelligenza Artificiale.

Qesta capacità di recupero per andare avanti sulla strada del progresso, invece, non la si è vista storicamente e si continiua a non vederla con l'islam e in particolare per quei Paesi islamici in cui prevalgono ancora le sue componenti integraliste.

Quest'ultima constatazione rè la tesi pòrincipale del libro di Ferghane Azihari e ne giustifica il titolo.

A questo punto, però, in memoria delle vittime dell'11 settembre e di tutte le altre vittime del terrlorismo islamico, non mi resta che invitare a leggere il libro nelle lingue in cui esiste o a tradurlo in quelle in ccui non esiste..

Adelante! Shalom! Pax et bonum ecc.

R.M. 

 

 

giovedì 3 settembre 2026

RICOMPORRE L’INFRANTO/ RECOMPOSING THE BROKEN/ DAS ZERBRECHENDE WIEDERZUSAMMENSETZEN

di David Meghnagi

 

 

ITALIANO-ENGLISH-DEUTSCH

 

 

QUESTA RELAZIONE/ARTICOLO DEL CARO DAVID MEGHNAGI RAPPRESENTA UN IMPORTANTE CONTRIBUTO PER RIUSCIRE A SPIEGARE IN TERMINI STORICI, CLINICI E CULTURALI LA GRANDE RIPRESA DELL’ANTISEMITISMO CHE È IN ATTO NEL MONDO OCCIDENTALE, IN PARTICOLARE NEGLI AMBIENTI DELLA COSIDDETTA «SINISTRA».

UN DRAMMA CHE STA ASSUMENDO PROPORZIONI MOLTO PERICOLOSE E CHE VA AFFRONTATO DA SUBITO ANCHE IN TERMINI TEORICI.

UTOPIA ROSSA INVITA A CONTRIBUIRE A QUESTA BATTAGLIA, FONDAMENTALE PER L’UMANITÀ, TUTTI COLORO CHE AVVERTONO LA GRAVITÀ DEL PROBLEMA E SENTONO DI POTER DARE UN CONTRIBUTO TEORICO.

(r.m.)

 

 

THIS PAPER/ARTICLE BY OUR DEAR DAVID MEGHNAGI REPRESENTS AN IMPORTANT CONTRIBUTION TOWARD BEING ABLE TO EXPLAIN IN HISTORICAL, CLINICAL, AND CULTURAL TERMS THE GREAT RESURGENCE OF ANTISEMITISM THAT IS CURRENTLY UNDERWAY IN THE WESTERN WORLD, PARTICULARLY IN THE MILIEUS OF THE SO-CALLED "LEFT."

A DRAMA THAT IS ASSUMING VERY DANGEROUS PROPORTIONS AND WHICH MUST BE ADDRESSED IMMEDIATELY, ALSO IN THEORETICAL TERMS.

RED UTOPIA INVITES TO CONTRIBUTE TO THIS BATTLE, FUNDAMENTAL FOR HUMANITY, ALL THOSE WHO PERCEIVE THE GRAVITY OF THE PROBLEM, AND FEEL THEY CAN GIVE A THEORETICAL  CONTRIBUTION.

 

(r.m.)

 

DIESER BERICHT/ARTIKEL DES LIEBEN DAVID MEGHNAGI STELLT EINEN WICHTIGEN BEITRAG DAR, UM IN HISTORISCHEN, KLINISCHEN UND KULTURELLEN BEGRIFFEN DIE GROSSE WIEDERBELEBUNG DES ANTISEMITISMUS ZU ERKLÄREN, DIE IN DER WESTLICHEN WELT IM GANGE IST, INSBESONDERE IN DEN KREISEN DER SOGENANNTEN «LINKEN».

EIN DRAMA, DAS BEDROHLICHE AUSMASSE ANNIMMT UND DAS SOFORT AUCH IN THEORETISCHER HINSICHT ANGGANGEN WERDEN MUSS.

UTOPIA ROSSA LÄDT ALL DIEJENIGEN EIN, ZU DIESEM FÜR DIE MENSCHHEIT GRUNDLEGENDEN KAMPF BEIZUTRAGEN, DIE DIE SCHWERE DES PROBLEMS ERKENNEN UND DAS GEFÜHL HABEN, EINEN THEORETISCHEN BEITRAG LEISTEN ZU KÖNNEN.

(r.m.)

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ITALIANO

 

 

RICOMPORRE L’INFRANTO

di David Meghnagi

 

L’esperienza dei sopravvissuti alla Shoah

 

Abstract. Essersi trovati faccia a faccia con l’indicibile, essere giunti a diventarne vittime, è un’esperienza psicologica e morale unica, terribilmente difficile da elaborare. Ne consegue che la reintegrazione risulterà più difficile (ma anche, forse più ricca di significato) che non per altri a cui è stata risparmiata un’esperienza tanto estrema, perché i sopravvissuti dovranno integrare nella loro personalità una delle esperienze più atroci a cui un essere umano possa essere sottoposto. Nel dialogo tra le generazioni il lutto è un momento importante di riconciliazione e di ricostruzione. Possiamo separarci non solo, come rileva Freud, perché lasciamo morire la persona amata per poter vivere noi ma anche perché, ad altri livelli, ci riconciliamo con la persona perduta, facendola rivivere dentro, proiettandone il ricordo nella vita quotidiana e nel futuro dei nostri figli. Recuperando il passato, redimendo le ferite aperte, apriamo una porta sul futuro. Tutto questo accade nel lutto normale. Ma che cosa accade quando la distruzione colpisce un’intera popolazione, nel più totale isolamento e nella solitudine estrema? Come si può evitare di andare interamente a pezzi? Da che cosa bisogna attingere per restituire senso a una vita andata in frantumi. A questi temi intende rispondere la relazione mettendo insieme psicologia e scienze umane, storia, teologia e filosofia in un dialogo fitto con le opere di alcuni dei più autorevoli studiosi e scrittori del Novecento.

 

 

Proviamo a immaginare di non avere più nessuno dei nostri cari. Che da un giorno all’altro sparisca nel nulla l’intera popolazione della nostra città, che nove decimi della popolazione del nostro paese venga violentemente annientata. Proviamo ad immaginare di perdere, da un momento all’altro, i nostri parenti più stretti, i fratelli e le sorelle, i genitori, i nonni e gli zii, tutti gli amici vicini e lontani; di non avere con chi dividere il dolore, lontani da casa, espulsi dal lavoro, braccati e soli con un’angoscia senza nome, e che alla fine non ci siano nemmeno i cimiteri dove poter piangere i nostri congiunti.

Proviamo a pensare questo ed altro e potremmo forse in parte comprendere cosa è stato il genocidio nazista per chi l’ha subìto, quale ferita abbia rappresentato nella coscienza dei sopravvissuti, quale dramma interno esso abbia costituito per chi, salvatosi, porta il fardello per chi non c’è più, consumato dagli incubi e da un senso di colpa lacerante, per quanto infinitamente irrazionale. Immaginiamo che per il prolungamento della nostra sopravvivenza, di qualche giorno o mese, qualcun altro sia morto prima, che per una selezione qualcun altro sia perito nelle camere predisposte alla distruzione finale, che per ogni lavoro utile al nemico, come chimico o scienziato, un altro uomo senza volto sia stato anticipatamente inserito del numero dei morti e degli uccisi previsti ogni giorno di ogni mese.

Proviamo ad immaginare questo e altro. Porse potremmo comprendere che cosa sia stato veramente il ritorno alla vita di chi ha fatto l’esperienza della deportazione e dei campi. Forse allora percepiremmo nella sua intensità la violenza di chi oggi vorrebbe colpevolizzare le vittime per un passato che non passa, perché esse vogliono coltivare il ricordo di quel che è stato. Non ci chiederemmo più come mai i diretti interessati di questa immane tragedia non dimentichino. Al contrario, ci chiederemmo come essi abbiano potuto continuare a vivere rinnovando la fiducia nei vicini, condividendo le speranze di un futuro migliore con chi ha finto di non vedere o non ha voluto guardare. Da dove abbiano tratto la linfa vitale per non soccombere. Come abbiano potuto riacquistare la fiducia incrollabile nel genere umano e come abbiano conservato la fede, per quanto essa non possa più essere la stessa, se non al prezzo di un diniego profondo, di un isolamento emotivo e intellettuale, e di censure che fanno violenza all’intelletto e alla fede in un Dio giusto e buono. Detto in termini religiosi, il vero grande miracolo, nella recente storia ebraica, è di aver continuato a credere in Dio, nonostante Auschwitz e in risposta ad Auschwitz.

Mi sono lungamente chiesto nel corso degli anni come abbia fatto l’ebraismo a sopravvivere all’immane catastrofe dello sterminio nazista, da quali fonti emotive abbia attinto la linfa per tornare a vivere, che cosa abbia impedito nei figli dei sopravvissuti lo svuotamento di ogni desiderio di vita e di gioia. Le domande non sono prive di significato sul piano psicologico e hanno implicazioni più ampie nella riflessione sui processi di elaborazione collettiva del lutto.

 

L’esperienza del sopravvissuto

L’esperienza del sopravvissuto consta di momenti distinti ma correlati: il trauma iniziale con i suoi effetti disgreganti e devastanti sulla personalità, e le conseguenze che durano per l’intera esistenza e richiedono un investimento unico di risorse, se non si vuole soccombere. L’essere sopravvissuti comporta, come scrive Bettelheim,

“una vaga ma molto particolare responsabilità, dovuta al fatto che quello che sarebbe dovuto essere un nostro diritto di nascita – il diritto di vivere la nostra vita in relativa tranquillità e sicurezza invece di essere arbitrariamente assassinati dallo Stato, il cui compito sarebbe quello di proteggerla – in realtà è vissuto come un colpo di immeritata e inspiegabile fortuna. È un miracolo che io mi sia salvato quando invece milioni di persone esattamente simili a me sono perite; perciò, se è accaduto, dev’essere per un qualche imperscrutabile fine”.

 

C’è una voce, quella della ragione, che alla domanda “Perché proprio io?”, cerca di rispondere “È stato per pura e semplice fortuna, un caso; non esiste altra spiegazione”; ma la voce della coscienza ribatte: “È vero, ma se tu sei potuto sopravvivere è stato perché qualche altro prigioniero è morto al tuo posto”. E sotto a questa voce ne sentiamo un’altra che in un bisbiglio ci muove un’imputazione ancora più grave: “Alcuni sono morti perché tu gli hai soffiato quella mansione meno faticosa; altri perché non gli hai dato quel boccone di pane di cui tu, forse, avresti potuto fare a meno”. E rimane sempre l’accusa finale, alla quale non si può trovare una giustificazione accettabile: “Sei stato felice che fosse toccato a qualcun altro e non a te”.

L’irrazionalità di questi sensi di colpa e dell’impressione di essere in qualche modo moralmente debitore non diminuisce il loro potere di dominare tutta la vita; per molti versi è proprio la loro irrazionalità che li rende tanto difficili da padroneggiare. I sentimenti che poggiano su una base razionale possono essere affrontati con misure razionali, ma i sentimenti irrazionali sono il più delle volte inattaccabili dalla ragione e vanno affrontati a un livello emotivo più profondo1.

Di fronte a situazioni estreme ci si può lasciare distruggere dall’esperienza, la si può rimuovere negando che possa avere una qualunque conseguenza duratura. Ma si può anche lottare per tutta l’esistenza per conservarne la consapevolezza e integrarla nella memoria. La più distruttiva delle risposte è che la reintegrazione della personalità sia impossibile, o inutile, o entrambe le cose. In questi casi il sopravvissuto percepisce la propria vita come frammentata. Una tale condizione di frammentazione e di tutto è ben rappresentata nei romanzi di Isaac Bashevis Singer, che non a caso ha continuato a scrivere in jiddisch, come se i veri destinatari dei romanzi, i lettori assassinati a milioni, fossero ancora in vita2. Il mondo del sopravvissuto è andato in frantumi ed egli non sa più come venirne a capo. La decisione inconscia di non essere capace di ricostruirsi la vita ha come sfondo la percezione che tutto quello che apparteneva al mondo di ieri e che dava senso all’esistenza sia andato per sempre perduto senza possibilità di recupero; sia per sempre scomparso. Altri, la maggioranza, per sopravvivere ricorrono ai meccanismi della rimozione e della negazione. Una volta usciti da un’esperienza limite, tentano di tornare alla vita di un tempo, come se nulla fosse accaduto. Siccome non era possibile dimenticare, la cosa più simile alla negazione era “di non permettere a quell’esperienza di modificare il loro modo di vivere o la loro personalità. In verità, poter ritornare immutati alla vita dopo la liberazione era il desiderio ardente di molti prigionieri; credere a questa possibilità rendeva psicologicamente più sopportabile la degradazione a cui si era sottoposti”.3

Il ricorso a questi meccanismi non è una prerogativa esclusiva della Shoah. È una reazione comune di fronte alle tragedie della vita e della storia: ricordare i fatti solo in quanto fatti storici negandone però, o rimuovendone, la portata psicologica dato che riconoscerla esigerebbe una ristrutturazione della personalità e una modificazione della visione del mondo. Sul versante delle civiltà che si sono rese colpevoli della Shoah, si individua qui una delle molle psicologiche di un certo revisionismo storico, che non nega l’esistenza dei campi o l’entità della tragedia, ma finge che tutto sia, o debba essere, come prima, colpevolizzando le vittime perché non vogliono dimenticare.

I sopravvissuti che negano quanto l’esperienza “del campo di concentramento abbia demolito la loro integrazione, che rimuovono il senso di colpa e la sensazione di avere uno speciale debito morale da estinguere, spesso se la cavano abbastanza bene nella vita, almeno apparentemente. Ma a livello emotivo vivono come svuotati perché gran parte della loro energia viene spesa per mantenere funzionanti la negazione e la rimozione, e perché non possono più avere fiducia che la loro integrazione offra loro la sicurezza, qualora venisse messa alla prova, giacché una volta è venuta meno a questo compito”.4 La loro vita è in realtà costruita su un castello di carta, fondata su un’insicurezza di fondo, un’angoscia esistenziale che consuma l’esistenza, in cui basta poco per riattivare il sentimento della precarietà….

Conservare le abitudini e i riti, continuare a vivere come se tutto fosse normale, alzarsi la mattina, radersi come ogni giorno e andare al lavoro anche se tutto è ormai privo di senso, può talora essere l’estrema risorsa contro la disperazione e la tentazione del suicidio.

La condizione preliminare per il conseguimento di una nuova integrazione è data dal riconoscimento della gravità del trauma subìto e della sua natura. Fatto questo, diventa più facile accettare le angosce più interne, far fronte ai sentimenti di colpa persecutori, ricostruire l’esistenza trovandovi un senso, riparare il mondo interno ed esterno lavorando affinché quei fatti non si ripetano.

Essersi trovati faccia a faccia con l’indicibile, essere giunti a diventarne vittime, è un’esperienza psicologica e morale unica, terribilmente difficile da elaborare. Ne consegue che la reintegrazione “risulterà più difficile (ma anche, forse più ricca di significato) che non per altri a cui è stata risparmiata un’esperienza tanto estrema, perché i sopravvissuti dovranno integrare nella loro personalità una delle esperienze più atroci a cui l’uomo possa essere sottoposto”5.

Nel dialogo tra le generazioni il lutto è un momento importante di riconciliazione e di ricostruzione. Possiamo separarci non solo, come rileva Freud, perché lasciamo morire la persona amata per poter vivere noi, ma anche perché, ad altri livelli, ci riconciliamo con la persona perduta, facendola rivivere dentro, proiettandone il ricordo nella vita quotidiana e nel futuro dei nostri figli. Recuperando il passato, redimendo le ferite aperte, apriamo una porta sul futuro. Di fronte alla perdita di una persona cara, viviamo, agiamo e ci comportiamo in una prima fase come se noi stessi appartenessimo al mondo dei morti; siamo ripiegati su di noi, abbiamo bisogno di stare soli o in compagnia di persone cui siamo legati da profondi affetti, come i famigliari e i parenti stretti. I rituali elaborati da ogni cultura sono ricchi di indicazioni che consentono di segnalare agli altri questo nostro stato, di chiedere e ricevere aiuto. Tra gli ebrei è d’uso non radersi la barba per un intero mese se la perdita coinvolge i genitori, la moglie o i figli. Nella prima settimana del lutto si è esentati anche dalla preghiera quotidiana. L’unico obbligo è leggere il Kaddish, la preghiera per i defunti.6 In una situazione normale la vita, dopo un certo periodo, riprende il suo corso. La persona ritrova in sé le energie per tornare a vivere. Appunto in una situazione normale e per normalità intendo la presenza protettiva del gruppo famigliare e della cerchia più ampia degli amici, dei parenti, dei colleghi di lavoro.

Nel lutto individuale, quando la situazione lo permette, facciamo rivivere al nostro interno le persone che non ci sono più. L’elaborazione del lutto è possibile non solo perché l’Io sceglie di vivere e lascia morire la persona amata, ma anche perché, ad altri livelli, la persona amata e perduta continua a vivere nel ricordo che ne conserviamo e che costituisce un asse portante della nostra identità individuale e collettiva.7 Questo è quanto generalmente accade nel lutto normale. Quando non ce la facciamo, ci accusiamo di colpe immaginarie o reali, secondo una logica tipica del processo primario, amplificandole nella nostra onnipotenza; diventiamo responsabili di tutto e dobbiamo perciò espiare sino alla morte. È il caso della melanconia. Oppure per difenderci da tale pericolo, cerchiamo rifugio nel diniego più assoluto, vivendo una vita non nostra, avvolgendo di normalità quel che non è più, trasferendo sulle generazioni che vengono dopo il peso dei conflitti irrisolti e il fardello di colpa opprimente. La vita di chi viene dopo diventa in questi dolorosi casi una continua interrogazione alla Sfinge. I figli sono costretti a diventare adulti prima del tempo, devono fare da genitori ai loro genitori per non andare a pezzi loro stessi.

Nel lutto individuale la funzione di mediazione tra le diverse istanze psichiche è svolta dall’Io. È l’Io che deve fare i conti con il fardello di colpa inconscio e mettere in atto i meccanismi di difesa e di rielaborazione. Nei processi collettivi, l’azione dell’Io si intreccia con quella dei movimenti politici, culturali e sociali e l’elaborazione individuale si intreccia con quella collettiva.

Il discorso cambia quando il lutto colpisce in modo estremo una collettività intera. Venendo meno il sostegno diretto del gruppo di riferimento, l’elaborazione richiede uno sforzo ulteriore, perché ci si trova ancor più soli. Per chi non ce la fa, la vita può trascinarsi in un vuoto insopportabile che può condurre al suicidio. Per sopravvivere bisognava dimenticare, non pensare a quel che era accaduto, evitare di voltarsi a guardare il passato, conservare l’apparente normalità dei gesti, continuare a vivere come se tutto fosse come prima, anche se nulla poteva essere più come prima.

Per i giovani è più facile, la vita è proiettata verso il futuro, il sentimento della perdita può essere rimosso salvo riemergere molti anni dopo. Per gli anziani è più difficile, soprattutto se a essere colpite sono le ragioni dell’esistenza e la speranza di un mondo diverso per i figli. Lasciarsi morire, o peggio, suicidarsi è una tentazione molto forte, può essere una forma estrema per manifestare il sentimento di umiliazione e di dignità offesa.

Il percorso del lutto individuale passa in questi casi per quello collettivo, il primo rimanda al secondo in un intreccio di domande irrisolte che assume il carattere di un’ossessione: “Perché a me e non ad altri? Come impedire che tutto questo si ripeta?”. Di fronte a un lutto estremo che coinvolge la collettività intera, anche la visione religiosa del mondo appare profondamente intaccata: “Perché Dio ha permesso questo? Dov’era Dio nel momento della solitudine più estrema?”. Non a tutti è dato poter rispondere che Dio era presente con le vittime che soffrivano, nel muto urlo di chi moriva solo e abbandonato, nel grido disperato “Io sono l’ultimo!”. Tale aspetto è stato oggetto di meditazioni diverse e convergenti da parte di chi, come Levi, Bettelheim, Améry e Celan8, ha affrontato il problema da posizioni laiche, e da chi, come Jonas, Frankl, Wiesel, lo ha fatto tornando a interrogare i testi della tradizione9.

Se nei processi di elaborazione normale del lutto riprendiamo a vivere riconciliandoci con la persona perduta, nella melanconia, come ha sottolineato Freud, il lutto diventa senza fine e proietta le sue ombre sul futuro intero. È questa la situazione che rischia di crearsi quando il lutto investe un’intera collettività, quando la distruzione violenta colpisce un intero gruppo. Per uscirne bisogna dare significato al futuro. Ma come, se la possibilità di un futuro è stata per sempre violentemente recisa?

Il diniego, di fronte a una grande catastrofe storica, può scegliere due strade opposte: relativizzare e minimizzare, amplificare altri eventi correlati al fine di svuotare la portata dirompente della catastrofe sul pensiero e sulla teoria, lasciando con ciò che tutto resti come prima. Non potendo negare la realtà, si opta per il diniego interpretativo. Procedendo per questa strada si può anche arrivare a considerare responsabili di una colpa coloro che vogliono ricordare, rendendoli responsabili del fatto che il passato non passa, accusandoli di avere trasformato la memoria della tragedia in una rendita di posizione.

Che cosa accade se anche l’estrema difesa contro la disperazione e il nichilismo viene meno, se il tutto assume la forma di un grande buco nero al punto da rendere blasfemo l’atto stesso del risignificare? In questa luce possono essere viste le reazioni di sconcerto, rabbia e dolore di una gran parte degli israeliani, per la sconsiderata affermazione di alcuni anni fa in un sermone di qualche anno fa, da parte di un autorevole rabbino israeliano che, riferendosi alla dottrina cabbalista della trasmigrazione delle anime, disse che le vittime erano l’incarnazione di “anime” che “hanno peccato” (neshamoth chatoth) nelle generazioni passate e che erano tornate in vita per purificarsi e affrettare la redenzione umana e divina.

Per far fronte al crollo di un intero mondo dopo la cacciata dalla Spagna, la Qabbalah sottopose il testo biblico e la tradizione orale a una forte revisione, ricavando dalle Scritture significati nuovi in grado di dare un senso alla tragedia delle espulsioni. La lacerazione del corpo di Israele, il suo dolore, la frammentazione e la dispersione erano i simboli di un processo che si svolgeva nel mondo del Pleroma. In questa visione la sofferenza di Israele, le aspirazioni e i sogni di redenzione erano parte di una sofferenza cosmica che coinvolgeva, oltre all’intero mondo animale e vegetale, la Shekhinah, il grembo divino, l’essere madre di ogni creatura. L’ebreo rinchiuso nel ghetto e in fuga dall’Inquisizione, e con lui ogni altro, doveva assolvere alla funzione di liberare le scintille divine rimaste intrappolate nel cosmo dopo la rottura dei Vasi divini.10

Una teoria che non conosce il lutto si satura diventando inutilizzabile. Il lutto riguarda le persone e la società, ma sotto certi aspetti anche le teorie che subiscono l’influenza dei processi di elaborazione, come pure di ritualizzazione e rielaborazione della memoria. La discussione sul passato è anche la maschera con cui si guarda il presente e si progetta il futuro. La memoria diventa così il terreno di scontro che comprende la capacità di fare tesoro dell’esperienza, l’idea che abbiamo della società, il futuro che vogliamo darci. Quest’ultimo è sempre il risultato di come guardiamo al passato proiettandolo nelle aspirazioni e nei sogni.

Il rapporto dei singoli e del gruppo con le rispettive teorie e credenze obbedisce agli stessi meccanismi che presiedono quello fra le persone e le istituzioni. Nel legame di tipo «conviviale» il gruppo e le sue rappresentazioni possono essere apparentemente accettati e riconosciuti nella loro autorità, lasciando il tutto inalterato. È come se l’incontro fra due persone non fosse mai realmente avvenuto. Ciascuno resta com’era prima. Il singolo accetta le credenze del gruppo che gli riconosce un ruolo senza che in realtà avvenga mai nulla che vivifichi né l’uno né le altre. Per dirla con Bion è un tipo di rapporto che non produce odio, ma nemmeno amore, conoscenza e cambiamento. Nel legame “parassitario” invece il gruppo e le sue rappresentazioni sono svuotati di ogni valore anche quando sono apparentemente assunti. A dominare sono l’odio e l’invidia. In quello “simbiotico”, il gruppo e le sue rappresentazioni sono presi sul serio, sottoposti a processi di verifica che producono odio, amore e conoscenza11.

Che cosa accade dunque se il lutto coinvolge l’intera collettività di appartenenza, la famiglia, i parenti più lontani e quelli più stretti, il paese, il villaggio o la città in cui si vive? Quali effetti produce nella rappresentazione del mondo? In che modo influenza la precedente visione della vita e delle cose? In che modo viene elaborato in questi casi il lutto? A quali meccanismi deve far ricorso il gruppo o quel che ne resta per non divenire preda di un lutto senza fine? A quali fonti bisogna attingere perché un’intera civiltà non vada interamente a pezzi?

Ho cercato di rispondere alle domande affrontando situazioni concrete, ricostruendo percorsi specifici, evitando indebite generalizzazioni e ho scelto quattro personaggi paradigmatici della cultura del nostro tempo che hanno svolto un ruolo nel dibattito politico e culturale: Marek Edelman, Primo Levi, Isaac Deutscher e Gershom Scholem12. La memoria dolorante di questi quattro autori si misura realmente coi problemi da angolature diverse e con prospettive diverse.

Marek Edelman è stato vice comandante della rivolta del ghetto di Varsavia, leader del Bund, il movimento operaio ebraico che lottava per l’autonomia culturale, e come tale figura rappresentativa di un’organizzazione politica che ha svolto un ruolo di primo piano nello sviluppo del movimento ebraico di emancipazione. Rileggendo tre suoi importanti scritti ho cercato di indagare il percorso del lutto e le conseguenze sulla teoria. Il primo testo risale all’indomani della Seconda guerra mondiale. Si tratta di un documento politico, in cui l’autore parla per conto di un movimento che è stato annientato e racconta la storia di un popolo che è stato sterminato. Lo sfondo è la Polonia che sta per cadere in mano alla dittatura comunista. Edelman sceglie di restare, nonostante gli sia ben chiaro quale sarà il destino del suo paese. Rifiutando di adeguarsi al nuovo clima vive isolato, ai margini della società. La sua è l’immagine di un custode. Custode di un’idea che è stata sconfitta, di tombe che non ci sono. Per vent’anni Edelman tace e sublima l’angoscia svolgendo la professione di medico. Inventa una tecnica per la trasfusione di sangue, molto apprezzata, ma non fa carriera perché non vuole compromettersi col nuovo regime.

Il testo successivo è l’intervista realizzata nel 1977 da Hanna Krall, una sopravvissuta della seconda generazione, e rappresenta un ponte tra due generazioni. Infine lo scritto nel quale ripercorre gli stessi argomenti vent’anni dopo. Primo Levi era un ebreo torinese e laico, che di mestiere faceva il chimico e a tempo perso lo scrittore. Attraverso la sua opera, mi sono interrogato sul rapporto tra la scrittura, la letteratura e la testimonianza. La domanda sui legami che intercorrono tra il lutto e la teoria riguarda in questo caso il ruolo della testimonianza e i suoi nessi con la letteratura. Mi sono chiesto: “Può la letteratura diventare testimonianza? Può la testimonianza diventare letteratura?”. Nel caso di Levi il ruolo di testimone ha messo per molto tempo in ombra lo scrittore. Alcuni hanno visto ne La tregua gli inizi di Levi come scrittore. Altri hanno preferito attendere i romanzi d’invenzione per parlare di letteratura. In realtà Levi fu scrittore, nel senso più alto del termine, già col suo primo libro: Se questo è un uomo. Il segreto della sua fortuna in qualità di testimone sta proprio nel fatto che era un grande scrittore che aveva elaborato un modello di costruzione del testo adatto all’argomento. Scrittura, testimonianza e rappresentazione del mondo sono in Levi elementi inscindibili di un processo in cui il lutto personale e il lutto collettivo diventano lutto della scrittura.

Levi non si adattò mai a diventare uno scrittore come gli altri, anche quando la fortuna gli arrise si tenne lontano dai riflettori. Con discrezione e senso del pudore, opponeva agli autori della sua generazione un’irriducibile diversità che gli derivava dalla sua condizione di testimone. La letteratura, o meglio, i letterati si sono vendicati relegandolo al ruolo di testimone e mettendo in secondo piano il ruolo di scrittore. Si poteva in questo modo evitare di affrontare la domanda che egli si poneva: “Come fare letteratura dopo Auschwitz?”.

La storia di Deutscher è ben racchiusa in un adagio talmudico che utilizzò in un incontro con la gioventù ebraica. Rabbi Meir, una figura importante del Talmûd, non interruppe i rapporti con Elisha ben Abuya, nonostante questi avesse abbandonato la fede e ogni pratica religiosa. L’eretico, scrive Deutscher, era in groppa a un asinello. Per rispetto della santità del Sabato il suo amico procedeva a piedi. La profondità della discussione fu tale che Meir non si accorse di aver raggiunto il confine oltre il quale, stando alle norme rabbiniche, è vietato per un ebreo avventurarsi nel giorno di sabato. Il maestro si rivolse all’allievo dicendogli che era stato raggiunto il confine e che bisognava dividersi: “non accompagnarmi oltre”.

Su questo interessante dialogo, Deutscher avrebbe voluto scrivere un componimento teatrale che rimase però al primo atto. Elisha era per Deutscher il prototipo di una figura nuova dell’ebraismo contemporaneo, collocata ai confini di mondi diversi: il “prototipo” di “grandi rivoluzionari del pensiero”, degli ebrei “non ebrei”, con cui si identificava. Nella sua unilateralità l’interpretazione di Deutscher lasciava senza risposta la domanda più importante. Che cosa ne sarebbe rimasto di Meir e del suo mondo? Doveva “sparire” come gruppo distinto con una propria cultura, in nome di un universalismo astratto che li colpevolizzava e che non sarebbe mai stato richiesto ad altri gruppi umani? O doveva al contrario vivere e sviluppare la propria cultura in aperto dialogo con il mondo esterno? E in che modo tutto questo sarebbe stato possibile in una realtà in cui il popolo ebraico era stato condannato ad una estinzione violenta. Prigioniero della sua cultura politica, Deutscher non riuscì dare una risposta positiva al problema dell’identità ebraica e alla ricostruzione di un mondo violentemente estinto. Nel caso di Scholem abbiamo a che fare con una soluzione opposta. La storia di Scholem è di un ebreo tedesco in rotta con il mito della simbiosi ebraico tedesca e che diventa sionista. Il fratello da cui era stato avviato al sionismo, divenne un leader comunista. Entrambi entrarono in rotta con il padre. Per non partecipare alla grande carneficina della guerra, Scholem riuscì a farsi passare per schizofrenico. Nel 1923 si trasferì a Gerusalemme contribuendo con la sua imponente opera a riscoprire la storia del misticismo ebraico. Il suo epistolario con Walter Benjamin, di cui fu grande amico, è una delle più grandi testimonianze culturali del Novecento. Il fratello di Scholem morì a Terezin. L’amico Benjamin morì suicida sul confine spagnolo per evitare di finire in mano i nazisti. Aveva con sé le tesi sulla storia, un’opera breve e grandiosa che anticipava di alcuni decenni la presa di coscienza collettiva, da posizioni progressiste, sui limiti dell’idea di “progresso”.

Nel dialogo intrecciato tra i quattro autori scelti, Deutscher mi pareva rappresentare per la storia la figura dell’eretico. Nell’affrontare la complessa personalità di Deutscher sono risalito nel tempo per rintracciare una sorta di mito personale che attraversa tre generazioni: quella del trisavolo, di cui Isaac portava il nome, del nonno e del padre.

Senza voler racchiudere arbitrariamente gli autori scelti in una singola e unica figura, ho cercato di intravedere tra le pieghe gli echi di questioni che attraversano le generazioni. Pur nelle differenze riscontrate, essi hanno qualcosa che li accomuna: sono in grado di parlarsi a distanza sebbene appartengano a universi politici e culturali diversi.


Note

1Bettelheim, Sopravvivere, cit., p. 43.

2Cfr. I. B. Singer, Shosha, introduzione di G. Voghera, Milano, Mondadori, 1978. Prima ed. Oscar 1982.

3Bettelheim, cit., p. 42.

4Ibid., p. 43.

5Ibid., p. 45.

6Ibid.

7Cfr. S. Freud, Lutto e melanconia, in OSF, Milano, Bollati Boringhieri, vol. VIII.

8Cfr. P. Levi, Opere, 3 voll., Torino, Einaudi, Biblioteca dell’Orsa, 1958-1987 (d’ora in avanti OPL); B. Bettelheim, Sopravvivere, cit.; J. Améry (1977), Intellettuale ad Auschwitz, trad. it. di E. Gianni, Torino, Einaudi, 1987; Id. (1976), Levar la mano su di sé, trad. it. di E. Gianni, Torino, Bollati Boringhieri, 1990; P. Celan, Poesie, trad. it. di M. Kahn e M. Bagnasco, Milano, Mondadori, 1976.

9H. Jonas, Il concetto di Dio dopo Auschwitz. Una voce ebraica, trad. it. di C. Angelino, Genova, Il Melangolo, 1989; V.E. Frankl, Uno psicologo nei lager, trad. it. di N. Schmitz Sipos, Milano, Edizioni Ares, 1994; E. Wiesel (1958), La notte, trad. it. di D. Vogelmann, Firenze, Giuntina, 1980.

10Cfr. G. Scholem (1941, 1957), Le grandi correnti della mistica ebraica, Milano, Il Saggiatore, 1965.

11Cfr. W.R. Bion, Attenzione e interpretazione, Roma, Armando, 1973.

12Per una disamina di questi autori e delle loro opere cfr. D. Meghnagi, Ricomporre l’infranto. L’esperienza dei sopravvissuti alla Shoah, Venezia, Marsilio, 2005.


Bibliografia

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·       Wiesel E. (1958), La notte, trad. it. di D. Vogelmann, Firenze, Giuntina, 1980.

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RED UTOPIA ROJA – Principles / Principios / Princìpi / Principes / Princípios

a) The end does not justify the means, but the means which we use must reflect the essence of the end.

b) Support for the struggle of all peoples against imperialism and/or for their self determination, independently of their political leaderships.

c) For the autonomy and total independence from the political projects of capitalism.

d) The unity of the workers of the world - intellectual and physical workers, without ideological discrimination of any kind (apart from the basics of anti-capitalism, anti-imperialism and of socialism).

e) Fight against political bureaucracies, for direct and councils democracy.

f) Save all life on the Planet, save humanity.

g) For a Red Utopist, cultural work and artistic creation in particular, represent the noblest revolutionary attempt to fight against fear and death. Each creation is an act of love for life, and at the same time a proposal for humanization.

* * *

a) El fin no justifica los medios, y en los medios que empleamos debe estar reflejada la esencia del fin.

b) Apoyo a las luchas de todos los pueblos contra el imperialismo y/o por su autodeterminación, independientemente de sus direcciones políticas.

c) Por la autonomía y la independencia total respecto a los proyectos políticos del capitalismo.

d) Unidad del mundo del trabajo intelectual y físico, sin discriminaciones ideológicas de ningún tipo, fuera de la identidad “anticapitalista, antiimperialista y por el socialismo”.

e) Lucha contra las burocracias políticas, por la democracia directa y consejista.

f) Salvar la vida sobre la Tierra, salvar a la humanidad.

g) Para un Utopista Rojo el trabajo cultural y la creación artística en particular son el más noble intento revolucionario de lucha contra los miedos y la muerte. Toda creación es un acto de amor a la vida, por lo mismo es una propuesta de humanización.

* * *

a) Il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi che impieghiamo dev’essere riflessa l’essenza del fine.

b) Sostegno alle lotte di tutti i popoli contro l’imperialismo e/o per la loro autodeterminazione, indipendentemente dalle loro direzioni politiche.

c) Per l’autonomia e l’indipendenza totale dai progetti politici del capitalismo.

d) Unità del mondo del lavoro mentale e materiale, senza discriminazioni ideologiche di alcun tipo (a parte le «basi anticapitaliste, antimperialiste e per il socialismo».

e) Lotta contro le burocrazie politiche, per la democrazia diretta e consigliare.

f) Salvare la vita sulla Terra, salvare l’umanità.

g) Per un Utopista Rosso il lavoro culturale e la creazione artistica in particolare rappresentano il più nobile tentativo rivoluzionario per lottare contro le paure e la morte. Ogni creazione è un atto d’amore per la vita, e allo stesso tempo una proposta di umanizzazione.

* * *

a) La fin ne justifie pas les moyens, et dans les moyens que nous utilisons doit apparaître l'essence de la fin projetée.

b) Appui aux luttes de tous les peuples menées contre l'impérialisme et/ou pour leur autodétermination, indépendamment de leurs directions politiques.

c) Pour l'autonomie et la totale indépendance par rapport aux projets politiques du capitalisme.

d) Unité du monde du travail intellectuel et manuel, sans discriminations idéologiques d'aucun type, en dehors de l'identité "anticapitaliste, anti-impérialiste et pour le socialisme".

e) Lutte contre les bureaucraties politiques, et pour la démocratie directe et conseilliste.

f) Sauver la vie sur Terre, sauver l'Humanité.

g) Pour un Utopiste Rouge, le travail culturel, et plus particulièrement la création artistique, représentent la plus noble tentative révolutionnaire pour lutter contre la peur et contre la mort. Toute création est un acte d'amour pour la vie, et en même temps une proposition d'humanisation.

* * *

a) O fim não justifica os médios, e os médios utilizados devem reflectir a essência do fim.

b) Apoio às lutas de todos os povos contra o imperialismo e/ou pela auto-determinação, independentemente das direcções políticas deles.

c) Pela autonomia e a independência respeito total para com os projectos políticos do capitalismo.

d) Unidade do mundo do trabalho intelectual e físico, sem discriminações ideológicas de nenhum tipo, fora da identidade “anti-capitalista, anti-imperialista e pelo socialismo”.

e) Luta contra as burocracias políticas, pela democracia directa e dos conselhos.

f) Salvar a vida na Terra, salvar a humanidade.

g) Para um Utopista Vermelho o trabalho cultural e a criação artística em particular representam os mais nobres tentativos revolucionários por lutar contra os medos e a morte. Cada criação é um ato de amor para com a vida e, no mesmo tempo, uma proposta de humanização.