L’associazione Utopia rossa considera suo fondamento politico il principio secondo cui il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi si deve riflettere l’essenza del fine. Non ha programmi politici, come del resto non ne aveva la Prima internazionale. Nonostante le più diverse provenienze ideologiche dei suoi sostenitori, essa ritiene che l’anticapitalismo dilagato dopo l’inizio dell’Antirivoluzione russa (dicembre 1917) sia stato motivato fondamentalmente da idee precapitalistiche, cioè retrograde, e non da progetti di civiltà in grado di superare il capitalismo sviluppando ulteriormente i suoi modelli di democrazia. Ciò spiega anche il prevalere, nella storia della cosiddetta «sinistra», di simpatie per i regimi dittatoriali di ogni specie e colore. Utopia rossa si batte contro l’ulteriore diffusione di ideologie precapitalistiche vecchie e nuove (in campo politico, culturale, ecologico, religioso ecc.), come parte della sua battaglia per il superamento del capitalismo, se si vuole salvare la vita sulla Terra con la sua umanità. In questo senso la sua utopia continua ad essere rossa.

The Red Utopia association considers its political foundation to be the principle that the end does not justify the means, but that the means must reflect the essence of the end. It has no political program, just as the First International did not. Despite the diverse ideological backgrounds of its supporters, it believes that the anti-capitalism that spread after the start of the Russian Anti-Revolution (December 1917) was fundamentally motivated by pre-capitalist – that is, retrograde – ideas, and not by civilizational projects capable of overcoming capitalism and of further developing its democratic models. This also explains the prevalence, throughout the history of the so-called «left», of sympathies for dictatorial regimes of all kinds and colors. Red Utopia fights against the further spread of old and new pre-capitalist ideologies (in the political, cultural, ecological, religious, and other fields) as part of its battle to overcome capitalism, if life on Earth, including its humanity, is to be saved. In this sense, its utopia remains red.

PER SAPERNE DI PIÙ CI SONO UNA COLLANA DI LIBRI E UN BLOG IN VARIE LINGUE…

mercoledì 24 giugno 2026

RIVOLUZIONE IN GIUDEA DI HYAM MACCOBY

di Peter Gorenflos

 

ITALIANO - ENGLISH - DEUTSCH


Prefazione all'edizione mongola del libro di Hyam Maccoby

Rivoluzione in Giudea. Gesù e la resistenza ebraica (ed. italiana 2021)


Ha senso in Mongolia confrontarsi con il Cristianesimo, discutere della Chiesa cattolica, o questa religione, con i suoi vari orientamenti, non è piuttosto un fenomeno, o diciamo un problema, dell'Occidente? Nel settembre 2023, il Papa è stato in Mongolia per la prima volta nella storia del paese. Il Cattolicesimo e il Papa avanzano una pretesa universale di verità e, con questa pretesa, vogliono convertire il mondo intero. Per questo ritengo importante confrontarsi con questa religione, conoscerne la storia e i contenuti, se non si vuole esserne sopraffatti.

Sette anni fa, insieme alla casa editrice Bayarsaikhan di Ulan Bator, ho pubblicato il libro pionieristico di Karlheinz Deschner Con Dio e con i fascisti [Massari editore 2016], che tratta della stretta collaborazione di papa Pio XI e papa Pio XII con Mussolini, Hitler e altri fascisti, e dimostra che il fascismo in Europa poté nascere solo con l'appoggio della Chiesa cattolica e che lo Stato Vaticano – sciolto nel 1870 con la fondazione dello Stato nazionale italiano – riapparve sulla scena storica solo grazie al fascista Mussolini e ai Patti Lateranensi del 1929.

L'opera di Hyam Maccoby Rivoluzione in Giudea. Gesù e la resistenza ebraica [Massari editore 2021] va molto più a fondo storicamente e analizza come sia nato il Cristianesimo in generale.

 

Il Cristianesimo arriva in Asia

Il Cristianesimo si è suddiviso in molti rami diversi, di cui il Cattolicesimo è la direzione dominante. Circa 1.000 anni fa ci fu la separazione dell'Ortodossia, che si diffuse soprattutto nell'Europa orientale, in particolare in Russia, e non riconobbe l'autorità del Papa come capo supremo; e circa 500 anni fa la separazione del Protestantesimo, che anch'esso rifiutò il Papa e Roma come centro della religione e rappresentò una sorta di rivoluzione borghese primitiva, diffusasi soprattutto a nord delle Alpi con Lutero, Calvino, Hus, Zwingli come protagonisti. Ma già nell'anno 553 dopo Cristo c’era stato un primo scisma, il Nestorianesimo, che fu definito eresia dalla Chiesa cattolica perché sosteneva che il maestro divino del Cristianesimo, Gesù Cristo, avesse due nature, una divina e una umana, che Gesù cioè non fosse semplicemente un dio, ma entrambe le cose, uomo e Dio. Questa corrente del Cristianesimo si diffuse presto dal Medio Oriente fino all'Estremo Oriente, lungo le rotte commerciali, lungo la Via della Seta, e raggiunse così, come prima religione cristiana, l'altopiano mongolo e la Cina.

Così accadde che alcuni clan mongoli fossero già influenzati dal Cristianesimo nestoriano – secondo il punto di vista cattolico, apostati dalla pura dottrina – prima che Gengis Khan unisse le tribù sotto la sua guida nel 1206 e creasse, con le sue campagne militari, il più grande impero militare che sia mai esistito al mondo. I clan mongoli dei Keraiti, dei Naimani e degli Ongudi erano influenzati dai nestoriani. Ciò valeva anche per il padre adottivo di Temüjin, il futuro Gengis Khan, Tooril Khan, noto anche come Ong Khan, che era il khan dei Keraiti.

Soprattutto dopo le campagne occidentali di Ögedei Khan, il figlio di Gengis Khan, sotto la guida dell'esperto Batu dal 1236 al 1241 con un esercito di 150.000 soldati e i membri del clan Güyük e Möngke, in Europa scoppiò il panico, non solo presso il Papa, ma anche presso i sovrani secolari, come ad esempio il re di Francia Luigi IX. L'esercito mongolo non solo era avanzato fino in profondità nell'Ungheria e aveva inseguito il re cattolico-ungherese fino al Mediterraneo, a Spalato (l'odierna Croazia), da dove poté fuggire su un'isola dell'Adriatico e scampò per un pelo alla prigionia e alla morte. L'esercito mongolo penetrò anche fino a Wiener Neustadt in Austria e a Liegnitz in Polonia. Devastò vaste parti della Russia, della Bulgaria e della Romania. Solo dopo la morte di Ögedei Khan nel 1241, l'esercito di Batu si ritirò inaspettatamente sull'altopiano mongolo, poiché doveva essere eletto un nuovo khan.

Il papa Innocenzo IV, eletto nel 1243, approfittò della calma sopraggiunta per stabilire un contatto con i mongoli. Da un lato, voleva saperne di più su questo nuovo e inquietante impero militare per gli europei. Si voleva sapere se fossero previste ulteriori campagne, chi fosse il capo, il khan, e come si costituisse la società mongola. Inoltre, si voleva convertire i mongoli al cattolicesimo e renderli sudditi del Papa. Per il re di Francia Luigi IX c'era un ulteriore motivo per contattare i mongoli. Cercava alleati per le crociate contro i musulmani in Terra Santa, in Palestina, che avevano portato Gerusalemme sotto il loro dominio, e sperava in una cooperazione militare con i mongoli. Tra i vari emissari di Papa Innocenzo IV, Giovanni da Pian del Carpine fu il più famoso. Giunse nel 1246 al fiume Orchon, nell'accampamento per l'intronizzazione vicino a Karakorum, e assistette anche all'intronizzazione del nuovo khan, Güyük Khan. Sono note e visibili anche nel Museo di Gengis Khan a Ulan Bator, le due lettere di Papa Innocenzo IV al nuovo khan. Nella prima lettera, il Papa spiega al khan il Cristianesimo e sostiene che, come papa, è autorizzato da Dio a governare anche sul mondo secolare e che solo lui possiede la verità. Così voleva convincere i mongoli alla conversione al Cattolicesimo. Nella seconda lettera, il Papa si lamentava in tono aspro delle devastazioni che l'esercito mongolo aveva portato all'Europa orientale cristiana e minacciava la vendetta del dio cristiano. Naturalmente Güyük Khan respinse con arroganza la richiesta del Papa e chiarì che il suo potere derivava dal padre celeste Mongka Tengri, il vero dio, che veglia sull'Impero mongolo dal sorgere al tramontare del sole. Alla fine della sua lettera, invitò il Papa e i re europei a venire alla sua corte e a sottomettersi al khan, altrimenti avrebbe trattato l'Europa cattolica come altri ribelli già conquistati dai Mongoli. Con questo chiaro messaggio, Carpini lasciò la corte mongola e ricevette alla fine del 1246 il permesso di tornare.

Dopo la morte di Möngke Khan nel 1259, l'impero mongolo si divise in quattro khanati: la dinastia Yuan in Asia orientale sotto Kublai Khan, che fungeva ancora da Gran Khan, il Khanato Chagatai in Asia centrale, l'Orda d'Oro nella regione del Caucaso e, infine, l'Ilkhanato in Persia. Le ambizioni per ulteriori campagne occidentali erano così passate e iniziò una fase più o meno pacifica durante l'intera dinastia Yuan, che durò quasi cento anni e terminò solo nel 1368. Fu sostituita dalla dinastia Ming dopo rivolte contadine. Sotto Kublai Khan iniziò anche l'evangelizzazione cattolica della Cina, soprattutto ad opera di Giovanni da Montecorvino. La leadership mongola considerava questa evangelizzazione come parte del sistema tributario imperiale, che fu tollerata solo finché l'autorità del khan fu accettata. Con la nuova dinastia Ming, l'evangelizzazione cattolica terminò e riprese solo due secoli dopo, durante la dinastia Qing.

 

Come nacque il Cristianesimo

sabato 20 giugno 2026

DOPO IL COMUNISMO A CUBA

di Samuel Farber


ITALIANO-ENGLISH-ESPAÑOL


Recentemente sono apparse discussioni su Facebook riguardo al programma politico che una Cuba post-comunista dovrebbe adottare. Tali discussioni si sono concentrate principalmente sul futuro del Partito comunista cubano (Pcc), in particolare sulla questione se si debba o meno proibire il Pcc una volta che abbia perso il potere.

Credo, tuttavia, che la questione non possa essere risolta senza aver prima considerato il processo che avrebbe portato al rovesciamento del Pcc, e la posizione che dovremmo assumere rispetto a tali eventi. Questo processo sarà in gran parte il prodotto di una rivoluzione democratica interna al paese? Oppure sarà il risultato di un'invasione trionfante organizzata dal governo statunitense, che culmina in un'occupazione militare del paese o nella creazione di un protettorato sullo stile di quanto accaduto in Venezuela? Un protettorato statunitense a Cuba sarebbe compatibile con la creazione di un capitalismo di stato che privatizzi importanti settori dell'economia. Nel caso di un predominio statunitense, credo che, sebbene i cubani che sosteniamo la democrazia e l'autodeterminazione nazionale dobbiamo continuare a opporci al Pcc (anche se probabilmente già emarginato, se non all'opposizione), il nostro obiettivo principale dovrebbe essere la lotta democratica contro il dominio straniero. Non possiamo prestarci a consigliare o suggerire all'impero come governare Cuba, incluso il modo di trattare i sopravvissuti del Pcc.

Allo stesso modo, dobbiamo prepararci a rispondere alla possibilità che una situazione di questo tipo divida il popolo cubano. I governatori statunitensi godrebbero dell'appoggio attivo dell'estrema destra cubana della Florida del sud e dei loro equivalenti nell'isola, così come di settori significativi della popolazione all'interno di Cuba. Ma nessuna forza genuinamente democratica all'interno dell'isola, che sostenga l'autodeterminazione nazionale, presterebbe loro il minimo appoggio e si opporrebbe sia al potere straniero che a coloro che lo sostengono. Tali divisioni politiche non sarebbero nuove per Cuba. I mambisi che combatterono per l'indipendenza di Cuba alla fine del XIX secolo non furono l'unica opzione politica per i cubani. C'erano anche gli autonomisti, così come cubani che simpatizzavano con i "volontari" spagnoli e persino con i cosiddetti "guerriglieri" che combatterono molto attivamente a favore del colonialismo spagnolo.

Ma supponiamo che il governo cubano venga rovesciato dal basso da una rivoluzione genuinamente democratica. Questa potrebbe presentare una situazione molto più complessa per quanto riguarda lo status del Pcc. Ad esempio, potrebbe aprirsi una scissione significativa in cui una parte della base e persino della burocrazia del partito sostiene la rivoluzione democratica. Fu il caso della rivoluzione ungherese del 1956, quando il leader comunista Imre Nagy finì per diventare il primo ministro a capo delle forze rivoluzionarie. Non a caso Imre Nagy fu giustiziato dalla controrivoluzione dell'URSS dopo l'invasione dell'Ungheria. Fu anche il caso della Cecoslovacchia nel 1968, dove il leader comunista Alexander Dubček giocò un ruolo paragonabile a quello di Nagy, con un esito simile, sebbene meno sanguinoso di quello ungherese.

Certamente, l'appoggio della base e persino della gerarchia del Pcc a una rivoluzione democratica a Cuba influenzerebbe la rivoluzione nel senso che probabilmente risulterebbe meno sanguinosa. Ma creerebbe anche altri problemi riguardo a come gestire il possibile appoggio di elementi del Pcc impegnati con la storia di un'organizzazione antidemocratica e repressiva. Ciononostante, nel caso di una rivoluzione democratica, non bisogna proibire l'esistenza di un Pcc una volta che abbia perso il potere, a condizione che:

Primo, vengano confiscate tutte le sue proprietà, sia fisiche che finanziarie, e vengano restituite all'erario pubblico, a spese del quale furono originariamente ottenute.

Secondo, che vengano processati giudiziariamente tutti i membri e funzionari del Pcc che hanno commesso crimini, politici o comuni, utilizzando la loro appartenenza, o più probabilmente la loro alta posizione nel Pcc, per ottenere l'impunità.

Terzo, che venga convocata una nuova Assemblea Costituente per revocare tutti i poteri conferiti al Pcc nell'attuale Costituzione. Naturalmente, tale Assemblea dovrebbe anche discutere e decidere sullo status degli elementi principali dell'economia cubana, e dei sistemi di istruzione, salute e sicurezza sociale, tra gli altri. Avrebbero o no questi un carattere principalmente pubblico e democratico dal basso, invece che privato e capitalista? Sebbene solo una minoranza sostenga una costituzione di natura socialista e democratica, sarebbe molto importante che tale questione venisse discussa pubblicamente.

Una volta privato dei suoi poteri e privilegi nel sistema politico e sociale di Cuba e eliminata nella pratica l'impunità per le sue azioni, il Pcc avrebbe gli stessi diritti e doveri di tutti gli altri partiti politici. Ciò significa che potrà ottenere sostegno solo basandosi sul valore intrinseco delle sue idee e azioni, e non sui suoi poteri privilegiati. È assolutamente necessario stabilire il concetto che nessun gruppo o partito verrà dichiarato illegale in base alle sue idee, per quanto antidemocratiche queste siano, ma in base alle sue azioni, specialmente quelle che attentano all'integrità fisica e ai diritti democratici di altre persone.


ENGLISH


AFTER COMMUNISM IN CUBA

by Samuel Farber

mercoledì 10 giugno 2026

VARIETÀ E RICCHEZZA DELLE UTOPIE LIBERTARIE

di Michel Antony

ITALIANO - FRANÇAIS - ESPANOL

Nonostante le molteplici critiche anti-utopiche avanzate da alcuni anarchici, occorre qui prendere l'utopia in modo valorizzante: un pensiero o un'azione necessaria che mette in discussione una società condannabile e condannata, e che tende a offrire un mondo altro, una reale alternativa. L'utopia, più o meno libertaria, rifiuta la costrizione e pone la libertà di pensare e di vivere al primo piano. E «il senso fondamentale di questa libertà è l'autonomia» [1] della persona; e questa autonomia della persona «comporta l'autogoverno, la democrazia diretta» [2] (autonomia delle comunità).

Questa forma di utopia teme la perfezione e si vuole quindi pragmatica e incompiuta (per natura e per scelta): è proprio «un progetto sempre parziale che si ri-proietta costantemente» [3]. L'umanesimo vi è più conseguente, poiché l'uomo vi è accettato tanto per i suoi vizi quanto per le sue virtù. L'apertura verso un futuro migliore è sempre possibile; spetta agli uomini, alle società testare e tentare altre avventure, anche nella diversità (cfr. la scuola italiana MALATESTA, Luigi FABBRI o Camillo BERNERI, senza contare la compianta Luce FABBRI). I mezzi utilizzati devono essere il più possibile in accordo con il fine atteso, questa è la coerenza essenziale dell'etica libertaria. Questa descrizione rivela quindi che l'utopia libertaria (se non anarchica) è "a-storica" come le ricerche di Francesco CODELLO [4] cercano di dimostrare in Italia. L'utopia libertaria apre una strada, ma non chiude alcuna porta.

Abbiamo quindi a che fare qui con la totale antitesi «dell'utopia tradizionale» o «classica». Quest'ultima è quasi sempre una descrizione di un mondo o un progetto di società che mette in primo piano l'organizzazione statale, caratterizzata da «un dirigismo rigoroso e un totalitarismo imperioso» [5] e da «un implacabile controllo sociale e mentale» [6]. Una «regolamentazione forsennata» della vita pubblica e privata e un livellamento onnipresente si accompagnano spesso a un urbanismo maniaco e coercitivo. «La libertà rivendicata in linea di principio non vi ha in realtà senso». La perfezione rivendicata permette di bloccare l'evoluzione, poiché, siccome tutto è perfetto, perché cambiare? Tutto è quindi messo in opera per «disinnescare un individualismo anarchico e temibile» ed eliminare «tutto ciò che è perturbatore» [7], il sogno, l'amore, il caso, l'immaginazione, la vita privata e quindi l'utopia stessa.

È l'enorme paradosso dell'atto o dello scritto utopico, realizzazione libera, liberatrice, libertaria, espressione di un volontarismo vitale, e del suo risultato più spesso pre-totalitario («modello di sogno totalitario» dice PESSIN). È un Fëdor DOSTOEVSKIJ, citato da Gilles LAPOUGE, che, tornato dal suo fourierismo giovanile, l'avrebbe capito per primo, o comunque con la massima lucidità, mettendo in scena ne I demoni (1871-1872), l'utopista estremista e nichista CHIGALEV, ma molto onesto tra l'altro poiché dice: «Devo dichiarare che il mio sistema non è ancora del tutto a punto, che la mia conclusione è in diretta contraddizione con l'idea che mi è servita da punto di partenza. Partendo dalla libertà illimitata, arrivo al dispotismo senza limiti». [8]

Anche se è poco studiato, e raramente messo in evidenza, è importante ricordare che i libertari hanno praticamente tentato tutto in materia di utopia:

  • Hanno elaborato progetti o proposte per tracciare le linee possibili di un mondo migliore: tutti i grandi teorici dal britannico William GODWIN allo statunitense Murray BOOKCHIN, passando ovviamente per il russo Pierre KROPOTKIN o il francese Élisée RECLUS, si arrischiano, qua e là, a dare consigli o idee utopiche;
  • Hanno scritto poesie, romanzi, racconti, opere teatrali... hanno realizzato talvolta film o video... che evocano un'esperienza o una tematica utopica;
  • Hanno partecipato a vasti movimenti di cambiamento: sindacalismo, rivolte, insurrezioni, rivoluzioni (la mitica Spagna del 1936 del «breve estate dell'anarchia» [9], ma non solo)... per tentare di vivere in un'altra società;
  • Hanno creato o si sono integrati in comunità di ogni tipo, sindacati, cooperative, colonie e comuni, kibbutzim e squat, centri sociali e atenei, imprese autogestite o "caracoles" neozapatiste... per mettere in pratica alcuni dei loro pensieri, praticare l'utopia immediatamente nel quotidiano e vivere in modo coerente con il fine sperato...

Se come fa Caroline GRANIER, prendiamo solo l'esempio della letteratura, si potrebbero distinguere tre grandi insiemi:

sabato 30 maggio 2026

L’Ue si allinea al Fmi: l’aggressione all’Iran sta causando rallentamento della crescita, incertezza sui mercati e ripresa dell’inflazione

di Andrea Vento

Il quadro globale

Le previsioni economiche della Commissione Europea pubblicate il 21 maggio indicano, in linea con il World Economic Outlook di aprile del Fmi, un rallentamento della crescita mondiale al 3,1% per l’anno in corso, con una flessione del -0,3% rispetto al dossier autunnale, causato dallo shock energetico innescato dall’aggressione israelo-statunitense all’Iran del 28 febbraio. Una crisi che si articola su un nefasto combinato disposto caratterizzato da carenza di offerta e da sensibile aumento delle quotazioni di petrolio, gas e prodotti energetici raffinati. 

Parimenti alle previsioni del Fmi, il rapporto in questione evidenzia come il dato mondiale sia frutto di dinamiche eterogenee fra stati e macroregioni: se le prospettive di crescita appaiono rafforzate per i paesi esportatori netti di energia come Russia e Stati Uniti, risultano invece penalizzate le economie importatrici di petrolio e gas, in particolare quelle asiatiche. Anche la Cina dovrebbe registrare un graduale rallentamento della dinamica economica a causa di consumi interni contenuti.

Mentre l’area MENA (Middle Est North Africa) è probabile che accusi un significativo indebolimento del ciclo economico a causa degli effetti più diretti delle varie guerre regionali, in primis dell’attacco all’Iran. 

La frenata dell’Unione Europea

In linea con la tendenza globale, la crescita dell’Unione Europea, dall’1,5% del 2025, dovrebbe scendere all’1,1% quest’anno, con una flessione del -0,3% rispetto alle previsioni dell’autunno scorso, con l’inflazione preannunciata in salita al 3,1%, addirittura con un rialzo di un punto percentuale rispetto al dossier autunnale.

Come di consueto l’Eurozona a seguito dei ristrettivi parametri macroeconomici previsti dal nuovo Patto di Stabilità in vigore dal 2024, riporta una crescita inferiore prevista allo 0,9% per quest’anno, in riduzione dall’1,2% prospettato in autunno.

La Commissione Europea specifica nel nuovo rapporto che, benché l’attuale shock presenti connotati alquanto diversi rispetto alla crisi energetica del 2022, è altamente probabile che si trasferisca all’economia reale attraverso canali analoghi producendo effetti simili, anche se la sua portata sarà legata alla durata e all’entità dello shock energetico, ad oggi difficilmente prevedibile.

A causa del cospicuo aumento dei prezzi di petrolio e gas, al 5 maggio saliti rispettivamente del 57% e del 51% rispetto al 27 febbraio, la Commissione prevede che l’inflazione energetica nell’Unione raggiunga un picco superiore all’11% nel secondo trimestre di quest’anno per restare al di sopra del 10% nella seconda metà dell’anno e poi iniziare a contrarsi nel 2027. 

Secondo la Commissione l’impennata dei costi dell’energia si sta riflettendo sull’intera catena produttiva con parziale trasferimento sui prezzi al consumo, in particolare nel settore agricolo, nei trasporti e nella distribuzione commerciale.

In definitiva il rapporto afferma che la “progressiva diffusione degli aumenti dei costi dei fattori produttivi e dei trasporti probabilmente spingerà al rialzo i prezzi in tutte le componenti dell’inflazione, compresi i servizi non ad alta intensità energetica”.

Italia, fanalino europeo

Nella sezione dedicata al nostro paese, la Commissione indica che il Pil italiano crescerà quest’anno, come nel 2025, di solo lo 0,5% e dello 0,6% il prossimo, anche a causa della debolezza della domanda interna causata dalla perdita di potere di acquisto delle retribuzioni.

La previsione conferma la strutturale posizione dell’Italia in coda ai 27 paesi Ue per crescita, visto che peggio di noi nell’anno in corso si troveranno solo la Romania con +0,1% (ma con +2,3% nel 2027) e l’Irlanda con -1,2%. Quest’ultima scenderà in recessione probabilmente a causa di un assestamento della dinamica economica dopo il fragoroso +12,3% del 2025 e peraltro con una prospettiva di +3,4% per il 2027. 

Tutti gli altri paesi riportano una crescita più elevata di quella italiana (grafico 1), ormai in fase di quasi stagnazione strutturale, avendo superato secondo l’Istat il livello di Pil del 2007 solo a fine 2023. In pratica si tratta di un vero e proprio quindicennio perduto nel quale abbiamo accumulato un gap di 10 punti percentuali di crescita con la Spagna, 14 con la Francia e 17 con la Germania. E la situazione non è cambiata nel 2024 (+0,7%) e nel 2025 (+0,5), salvo che al cospetto della Germania che nel biennio in questione è risuscita fare peggio di noi: -0,5% nel 2024 e +0,2% nel 2025. 

Grafico 1: le previsioni di crescita per i 27 Ue per il 2026 e il 2027. Fonte: Commissione Europea


Per il nostro paese arrivano note dolenti anche per l’inflazione che aumenterà al 3,2% quest’anno (+0,1% rispetto alla media Ue) e per il debito pubblico, il quale nonostante il deficit sia previsto in diminuzione al 2,9% dal 3,1% del 2025, è destinato a salire in rapporto al Pil dal 137,1% del 2025 al 138,5% di quest’anno, fino al 139,2% del 2027 (grafico 2) per l’effetto della bassa crescita e del possibile rialzo dei tassi della Bce con aggravamento del costo degli interessi, ormai stabilmente sopra i 90 miliardi di euro annui.

La previsione dell’Unione Europea in merito alla dinamica rialzista del rapporto Debito/Pil del nostro paese risulta diametralmente opposta rispetto a quanto riportato dal recente Documento di finanza pubblica approvato dal Governo il 22 aprile scorso, nel quale per lo stesso indicatore è prevista una traiettoria inversa, visto che dal 138,6% di quest’anno e il 138,5% del 2027 dovrebbe scendere al 136,3% nel 2029.

Grafico 2: quadro riassuntivo delle previsioni Ue per l’itala nel 2026 e 2027. 


Conclusioni

Come previsto nei nostri saggi precedenti, nel contesto della dinamica della crisi in atto nel Golfo Persico e in Medio Oriente si va sempre più configurando uno shock economico che ricalca gli stessi nessi causali a livello globale di quello del 2022: aumento del costo dell’energia, impennata dell’inflazione, crisi industriale, rallentamento economico (con recessione della Germania nel biennio 2023-24) e forte erosione del potere di acquisto di salari, stipendi e pensioni. 

Ancora una volta saranno le fasce sociali più deboli a pagare il conto delle politiche imperialistiche e guerrafondaie, aggravando in particolar modo la situazione dei lavoratori del nostro paese i quali nel quadriennio 2022-2025, secondo i dati dell’Inps, hanno subito una perdita di potere di acquisto dei salari e degli stipendi di ben il 7,2%.


Andrea Vento

24 maggio 2026

Gruppo Insegnanti di Geografia Autorganizzati




Nella diffusione e/o ripubblicazione di questo articolo si prega di citare la fonte: www.utopiarossa.blogspot.com

venerdì 22 maggio 2026

IS THE POPULATION BOMB REALLY A DUD?

by Peter Gorenflos*

ENGLISH - ITALIANO

 

Notes on Paul R. Ehrlich’s work The Population Bomb—a book that, for good reasons, deserves to be back on the agenda.

Anyone who speaks out on controversial topics these days runs the immediate risk of being labeled right-wing, far-right, or racist. Paul Ehrlich, too, was subjected to such accusations—and even death threats—yet he refused to be intimidated by them. He came from a Jewish, anti-Zionist family, yet he maintained a friendly attitude toward Israel. Born in Philadelphia in 1932, Paul Ehrlich was a biologist at Stanford University. Alongside the co-evolution of insects and plants, population biology and natural resources were key areas of his research. In 1968, he published The Population Bomb, a book addressing the issue of global overpopulation. He passed away this past March at the age of 93.

In April, the Berliner Zeitung published a highly readable article by Sophie-Marie Schulz and Alexander Dergay titled «Threatened with Extinction» («Vom Aussterben bedroht»), in which Ehrlich’s assertions were portrayed as essentially inaccurate. Fortunately, there was no mass starvation claiming hundreds of millions of lives by the late 1980s, as there was no severe shortage in the global food supply. In a critical retrospective published in 2009, Ehrlich conceded that he had underestimated the Green Revolution—an initiative that, through the breeding of new grain varieties among other measures, boosted food production far beyond what experts had anticipated. He also admitted to making the mistake of exaggerating his future scenarios; they were intended to provoke thought and serve as a wake-up call, not to be interpreted as literal predictions. What is less widely known is that one of the «fathers» of the Green Revolution—Norman Borlaug—actually sided with Ehrlich in his Nobel Prize acceptance speech, acknowledging that these new technologies offered only a temporary reprieve.

The sixth great mass extinction is man-made

What is at stake? Global population dynamics. On a finite surface area (or sphere), an unlimited number of people cannot be sustained with food and other resources—the finite raw materials such as oil and natural gas, metals, fresh water, arable land, and so forth. Above all, an expanding humanity endangers biodiversity, thereby sawing off the very branch upon which we all—as part of nature—sit. In the chapter titled «A dying planet», the author describes the consequences of environmental destruction wrought by our dominant species, Homo sapiens. And indeed, his «scenarios» have been far surpassed by reality. No serious scientist today disputes that we have entered a new geological epoch—the Anthropocene—and that we are currently in the midst of the sixth great mass extinction in Earth's history; this time, however, it is not driven by geological factors, but by human intervention in nature. Unlike previous mass extinctions, the current one is not unfolding over spans of several millennia, but rather at breakneck speed—right before our very eyes. According to estimates from the Living Planet Index, the projected decline in global biodiversity between 1970 and 2010 alone amounts to approximately 65%. The natural habitats of many species are shrinking steadily as wildlands are converted into residential or agricultural areas; larger vertebrates are hunted or poached; fish stocks are overexploited; pesticides, environmental toxins, and plastic waste contaminate the ecosystem; and through our global mobility, we not only release greenhouse gases into the atmosphere but also spread non-native species into regions where they did not originate—far beyond the scope of natural dispersal.

I=P×A×T: A formula for the problem of overpopulation

martedì 5 maggio 2026

RANIERO PANZIERI DA MONDO OPERAIO AI QUADERNI ROSSI (Parte 3 di 3)

di Giorgio Amico

Link alla prima parte: https://utopiarossa.blogspot.com/2026/02/raniero-panzieri-da-mondo-operaio-ai.html

Link alla seconda: https://utopiarossa.blogspot.com/2026/04/raniero-panzieri-da-mondo-operaio-ai.html#more


Le Tredici tesi sul partito di classe (1958)

Le Tredici tesi sul partito di classe nascono in una fase cruciale della storia del Partito Socialista Italiano. Alla fine degli anni Cinquanta, la linea riformista di Pietro Nenni si va progressivamente consolidando, orientando il PSI verso un avvicinamento alla Democrazia Cristiana e ai modelli della socialdemocrazia europea. Allo stesso tempo, la sinistra interna, pur numericamente rilevante, appare strategicamente indebolita e frammentata tra posizioni diverse e spesso inconciliabili. In questo contesto, la direzione di Mondo Operaio da parte di Raniero Panzieri apre uno spazio di elaborazione teorica autonoma, che mette in discussione tanto la subordinazione al partito-guida quanto il rapporto tradizionale con il PCI. Sullo sfondo, il XX Congresso del PCUS e l’avvio del processo di destalinizzazione rendono improrogabile un ripensamento complessivo del ruolo del partito nella nuova fase del socialismo internazionale.

Le Tredici tesi si presentano dunque non come un semplice manifesto, ma come una piattaforma teorico-politica volta a ridefinire il significato del partito di classe nel capitalismo avanzato. Al centro vi sono il rapporto tra partito e autonomia operaia, la critica al riformismo e alla logica del compromesso istituzionale, e la necessità di fondare una strategia socialista sul controllo operaio e sulla partecipazione diretta dei lavoratori. Il partito, secondo Panzieri, non deve sostituirsi alla classe né guidarla in modo gerarchico, ma operare come strumento della sua azione, radicato nei luoghi di lavoro e capace di organizzare la lotta di classe a partire dalla fabbrica.

Una delle critiche principali riguarda la burocratizzazione del partito, che tende a separare la struttura dirigente dalla base, subordinando la pratica politica alle logiche interne e istituzionali. Contro questa deriva, le tesi rivendicano una democrazia interna reale, fondata sul dibattito, sul pluralismo e sulla partecipazione attiva dei militanti. Le correnti non devono trasformarsi in strumenti di potere o in fattori di immobilismo, ma contribuire alla chiarificazione politica e alla coesione strategica dell’organizzazione.

La centralità della fabbrica costituisce un altro nodo fondamentale. È nei luoghi di produzione che si manifesta in forma concreta la sussunzione reale del lavoro al capitale, ed è lì che si sviluppa il conflitto decisivo. Per questo il partito deve riconoscere, sostenere e non soffocare la nascita di organismi di base e di pratiche di controllo operaio, intese come forme concrete di autonomia e di democrazia socialista. La politica non può essere astratta o separata dall’esperienza quotidiana della classe, ma deve nascere dall’analisi dei processi produttivi e delle lotte reali.

In questa prospettiva, le Tredici tesi prendono nettamente le distanze sia dal riformismo parlamentare sia dal modello del partito-guida. Contestano l’idea che il socialismo possa essere realizzato esclusivamente attraverso le istituzioni o mediante una direzione centralizzata che pretenda di detenere la verità politica. Pur riconoscendo la necessità di un partito unitario, le tesi rifiutano la subordinazione delle posizioni interne a una leadership incontestabile e valorizzano il pluralismo come risorsa teorica e strategica.

Il documento si inserisce inoltre in un più ampio tentativo di superare le divisioni della sinistra interna del PSI, offrendo principi comuni capaci di orientare l’azione politica senza cedere alla deriva moderata. In un contesto di progressivo isolamento, le Tredici tesi svolgono una funzione insieme teorica e strategica: da un lato elaborano un modello coerente di partito e di democrazia socialista, dall’altro forniscono alla minoranza socialista uno strumento per riorganizzarsi e proporre un’alternativa alla linea dominante.

Un aspetto centrale riguarda la concezione della direzione politica. Panzieri critica apertamente il modello stalinista del partito, definendolo una forma di “misticismo politico”, che separa il partito dalla realtà concreta della classe operaia e lo trasforma in un soggetto trascendente. In opposizione a questa visione, il partito deve essere un luogo di coordinamento, elaborazione e sostegno, capace di interagire costantemente con le esperienze dei lavoratori, senza monopolizzare la lotta politica né ridurla a una questione di potere interno.

Grande attenzione è riservata anche alla selezione dei quadri dirigenti. Le Tredici tesi denunciano il carrierismo, la professionalizzazione della politica e la sovrapposizione tra funzioni politiche e amministrative, che producono élite autoreferenziali e distaccate dalla base. In alternativa, propongono criteri fondati sul legame con la classe, sull’esperienza diretta nelle lotte, sulla competenza politica e sulla responsabilità verso gli organismi di base, evitando la formazione di gerarchie chiuse.

Un altro punto qualificante è il superamento della separazione tra lotta economica e lotta politica. La tradizionale divisione dei ruoli tra sindacato e partito frammenta il conflitto e ne riduce l’efficacia. Le Tredici tesi affermano invece che ogni rivendicazione economica deve essere collegata alla costruzione di potere operaio e che l’azione politica deve radicarsi nei luoghi di lavoro, integrando organizzazione sindacale, controllo operaio e strategia socialista.

Pur introducendo elementi di forte rottura, le Tredici tesi non abbandonano la tradizione socialista, ma la rileggono criticamente. Recuperano l’eredità dei consigli operai, la riflessione gramsciana sull’autonomia della classe e la centralità della democrazia socialista come partecipazione diretta. Al tempo stesso, rompono con il modello socialdemocratico del partito come semplice rappresentanza parlamentare, con il partito-guida stalinista e con la concezione del partito come mediatore tra capitale e lavoro.

Nel loro insieme, le Tredici tesi rappresentano un documento di transizione. I limiti che le attraversano — dovuti al contesto di isolamento politico della sinistra interna, alla necessità di compromessi tattici e a una trattazione ancora parziale delle trasformazioni del capitalismo avanzato — riflettono la difficoltà di elaborare una strategia rivoluzionaria all’interno di un partito in piena trasformazione. Tuttavia, esse segnano un passaggio decisivo verso la rottura teorica che maturerà con i Quaderni Rossi e con l’elaborazione operaista degli anni Sessanta, ponendo al centro l’autonomia operaia, la fabbrica e la democrazia dal basso come fondamenti di una nuova concezione del partito di classe.

Dal  Congresso di Venezia a quello di Napoli (1959)

Il Congresso di Venezia rappresenta un momento di forte tensione e ridefinizione interna al PSI. La linea riformista di Pietro Nenni è ancora minoritaria nel Comitato Centrale, mentre la sinistra interna, vicina alle posizioni di Panzieri e di Mondo Operaio, mantiene un ruolo significativo. Tuttavia, emergono le fragilità della sinistra: divisioni interne, difficoltà a costruire una piattaforma unitaria e incapacità di trasformare le riflessioni teoriche in forza politica concreta.

Dopo Venezia, il PSI entra in una fase di trasformazione in cui la linea riformista inizia progressivamente a consolidarsi. Diversi fattori contribuiscono a questo rafforzamento. La base sociale del partito muta: l’ingresso di ceti medi e di ex militanti di Unità Popolare rende il PSI più favorevole a politiche moderate e parlamentari. La sinistra interna, pur innovativa sul piano teorico, mostra debolezza organizzativa e non riesce a proporre un’alternativa coerente né a competere sul piano elettorale e decisionale. La lettura tattica del XX Congresso del PCUS del 1956 rafforza la posizione di Nenni: mentre la sinistra critica interpreta la destalinizzazione come opportunità per rilanciare la democrazia operaia, Nenni la vede come legittimazione della “via democratica” al socialismo, giustificando così il progressivo distacco dalla tradizione comunista sovietica. Il contesto della Guerra Fredda e della coesistenza tra USA e URSS favorisce ulteriormente strategie moderate e parlamentari.

RED UTOPIA ROJA – Principles / Principios / Princìpi / Principes / Princípios

a) The end does not justify the means, but the means which we use must reflect the essence of the end.

b) Support for the struggle of all peoples against imperialism and/or for their self determination, independently of their political leaderships.

c) For the autonomy and total independence from the political projects of capitalism.

d) The unity of the workers of the world - intellectual and physical workers, without ideological discrimination of any kind (apart from the basics of anti-capitalism, anti-imperialism and of socialism).

e) Fight against political bureaucracies, for direct and councils democracy.

f) Save all life on the Planet, save humanity.

g) For a Red Utopist, cultural work and artistic creation in particular, represent the noblest revolutionary attempt to fight against fear and death. Each creation is an act of love for life, and at the same time a proposal for humanization.

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a) El fin no justifica los medios, y en los medios que empleamos debe estar reflejada la esencia del fin.

b) Apoyo a las luchas de todos los pueblos contra el imperialismo y/o por su autodeterminación, independientemente de sus direcciones políticas.

c) Por la autonomía y la independencia total respecto a los proyectos políticos del capitalismo.

d) Unidad del mundo del trabajo intelectual y físico, sin discriminaciones ideológicas de ningún tipo, fuera de la identidad “anticapitalista, antiimperialista y por el socialismo”.

e) Lucha contra las burocracias políticas, por la democracia directa y consejista.

f) Salvar la vida sobre la Tierra, salvar a la humanidad.

g) Para un Utopista Rojo el trabajo cultural y la creación artística en particular son el más noble intento revolucionario de lucha contra los miedos y la muerte. Toda creación es un acto de amor a la vida, por lo mismo es una propuesta de humanización.

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a) Il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi che impieghiamo dev’essere riflessa l’essenza del fine.

b) Sostegno alle lotte di tutti i popoli contro l’imperialismo e/o per la loro autodeterminazione, indipendentemente dalle loro direzioni politiche.

c) Per l’autonomia e l’indipendenza totale dai progetti politici del capitalismo.

d) Unità del mondo del lavoro mentale e materiale, senza discriminazioni ideologiche di alcun tipo (a parte le «basi anticapitaliste, antimperialiste e per il socialismo».

e) Lotta contro le burocrazie politiche, per la democrazia diretta e consigliare.

f) Salvare la vita sulla Terra, salvare l’umanità.

g) Per un Utopista Rosso il lavoro culturale e la creazione artistica in particolare rappresentano il più nobile tentativo rivoluzionario per lottare contro le paure e la morte. Ogni creazione è un atto d’amore per la vita, e allo stesso tempo una proposta di umanizzazione.

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a) La fin ne justifie pas les moyens, et dans les moyens que nous utilisons doit apparaître l'essence de la fin projetée.

b) Appui aux luttes de tous les peuples menées contre l'impérialisme et/ou pour leur autodétermination, indépendamment de leurs directions politiques.

c) Pour l'autonomie et la totale indépendance par rapport aux projets politiques du capitalisme.

d) Unité du monde du travail intellectuel et manuel, sans discriminations idéologiques d'aucun type, en dehors de l'identité "anticapitaliste, anti-impérialiste et pour le socialisme".

e) Lutte contre les bureaucraties politiques, et pour la démocratie directe et conseilliste.

f) Sauver la vie sur Terre, sauver l'Humanité.

g) Pour un Utopiste Rouge, le travail culturel, et plus particulièrement la création artistique, représentent la plus noble tentative révolutionnaire pour lutter contre la peur et contre la mort. Toute création est un acte d'amour pour la vie, et en même temps une proposition d'humanisation.

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a) O fim não justifica os médios, e os médios utilizados devem reflectir a essência do fim.

b) Apoio às lutas de todos os povos contra o imperialismo e/ou pela auto-determinação, independentemente das direcções políticas deles.

c) Pela autonomia e a independência respeito total para com os projectos políticos do capitalismo.

d) Unidade do mundo do trabalho intelectual e físico, sem discriminações ideológicas de nenhum tipo, fora da identidade “anti-capitalista, anti-imperialista e pelo socialismo”.

e) Luta contra as burocracias políticas, pela democracia directa e dos conselhos.

f) Salvar a vida na Terra, salvar a humanidade.

g) Para um Utopista Vermelho o trabalho cultural e a criação artística em particular representam os mais nobres tentativos revolucionários por lutar contra os medos e a morte. Cada criação é um ato de amor para com a vida e, no mesmo tempo, uma proposta de humanização.