L’associazione Utopia rossa considera suo fondamento politico il principio secondo cui il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi si deve riflettere l’essenza del fine. Non ha programmi politici, come del resto non ne aveva la Prima internazionale. Nonostante le più diverse provenienze ideologiche dei suoi sostenitori, essa ritiene che l’anticapitalismo dilagato dopo l’inizio dell’Antirivoluzione russa (dicembre 1917) sia stato motivato fondamentalmente da idee precapitalistiche, cioè retrograde, e non da progetti di civiltà in grado di superare il capitalismo sviluppando ulteriormente i suoi modelli di democrazia. Ciò spiega anche il prevalere, nella storia della cosiddetta «sinistra», di simpatie per i regimi dittatoriali di ogni specie e colore. Utopia rossa si batte contro l’ulteriore diffusione di ideologie precapitalistiche vecchie e nuove (in campo politico, culturale, ecologico, religioso ecc.), come parte della sua battaglia per il superamento del capitalismo, se si vuole salvare la vita sulla Terra con la sua umanità. In questo senso la sua utopia continua ad essere rossa.

The Red Utopia association considers its political foundation to be the principle that the end does not justify the means, but that the means must reflect the essence of the end. It has no political program, just as the First International did not. Despite the diverse ideological backgrounds of its supporters, it believes that the anti-capitalism that spread after the start of the Russian Anti-Revolution (December 1917) was fundamentally motivated by pre-capitalist – that is, retrograde – ideas, and not by civilizational projects capable of overcoming capitalism and of further developing its democratic models. This also explains the prevalence, throughout the history of the so-called «left», of sympathies for dictatorial regimes of all kinds and colors. Red Utopia fights against the further spread of old and new pre-capitalist ideologies (in the political, cultural, ecological, religious, and other fields) as part of its battle to overcome capitalism, if life on Earth, including its humanity, is to be saved. In this sense, its utopia remains red.

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martedì 5 maggio 2026

RANIERO PANZIERI DA MONDO OPERAIO AI QUADERNI ROSSI (Parte 3 di 3)

di Giorgio Amico

Link alla prima parte: https://utopiarossa.blogspot.com/2026/02/raniero-panzieri-da-mondo-operaio-ai.html

Link alla seconda: https://utopiarossa.blogspot.com/2026/04/raniero-panzieri-da-mondo-operaio-ai.html#more


Le Tredici tesi sul partito di classe (1958)

Le Tredici tesi sul partito di classe nascono in una fase cruciale della storia del Partito Socialista Italiano. Alla fine degli anni Cinquanta, la linea riformista di Pietro Nenni si va progressivamente consolidando, orientando il PSI verso un avvicinamento alla Democrazia Cristiana e ai modelli della socialdemocrazia europea. Allo stesso tempo, la sinistra interna, pur numericamente rilevante, appare strategicamente indebolita e frammentata tra posizioni diverse e spesso inconciliabili. In questo contesto, la direzione di Mondo Operaio da parte di Raniero Panzieri apre uno spazio di elaborazione teorica autonoma, che mette in discussione tanto la subordinazione al partito-guida quanto il rapporto tradizionale con il PCI. Sullo sfondo, il XX Congresso del PCUS e l’avvio del processo di destalinizzazione rendono improrogabile un ripensamento complessivo del ruolo del partito nella nuova fase del socialismo internazionale.

Le Tredici tesi si presentano dunque non come un semplice manifesto, ma come una piattaforma teorico-politica volta a ridefinire il significato del partito di classe nel capitalismo avanzato. Al centro vi sono il rapporto tra partito e autonomia operaia, la critica al riformismo e alla logica del compromesso istituzionale, e la necessità di fondare una strategia socialista sul controllo operaio e sulla partecipazione diretta dei lavoratori. Il partito, secondo Panzieri, non deve sostituirsi alla classe né guidarla in modo gerarchico, ma operare come strumento della sua azione, radicato nei luoghi di lavoro e capace di organizzare la lotta di classe a partire dalla fabbrica.

Una delle critiche principali riguarda la burocratizzazione del partito, che tende a separare la struttura dirigente dalla base, subordinando la pratica politica alle logiche interne e istituzionali. Contro questa deriva, le tesi rivendicano una democrazia interna reale, fondata sul dibattito, sul pluralismo e sulla partecipazione attiva dei militanti. Le correnti non devono trasformarsi in strumenti di potere o in fattori di immobilismo, ma contribuire alla chiarificazione politica e alla coesione strategica dell’organizzazione.

La centralità della fabbrica costituisce un altro nodo fondamentale. È nei luoghi di produzione che si manifesta in forma concreta la sussunzione reale del lavoro al capitale, ed è lì che si sviluppa il conflitto decisivo. Per questo il partito deve riconoscere, sostenere e non soffocare la nascita di organismi di base e di pratiche di controllo operaio, intese come forme concrete di autonomia e di democrazia socialista. La politica non può essere astratta o separata dall’esperienza quotidiana della classe, ma deve nascere dall’analisi dei processi produttivi e delle lotte reali.

In questa prospettiva, le Tredici tesi prendono nettamente le distanze sia dal riformismo parlamentare sia dal modello del partito-guida. Contestano l’idea che il socialismo possa essere realizzato esclusivamente attraverso le istituzioni o mediante una direzione centralizzata che pretenda di detenere la verità politica. Pur riconoscendo la necessità di un partito unitario, le tesi rifiutano la subordinazione delle posizioni interne a una leadership incontestabile e valorizzano il pluralismo come risorsa teorica e strategica.

Il documento si inserisce inoltre in un più ampio tentativo di superare le divisioni della sinistra interna del PSI, offrendo principi comuni capaci di orientare l’azione politica senza cedere alla deriva moderata. In un contesto di progressivo isolamento, le Tredici tesi svolgono una funzione insieme teorica e strategica: da un lato elaborano un modello coerente di partito e di democrazia socialista, dall’altro forniscono alla minoranza socialista uno strumento per riorganizzarsi e proporre un’alternativa alla linea dominante.

Un aspetto centrale riguarda la concezione della direzione politica. Panzieri critica apertamente il modello stalinista del partito, definendolo una forma di “misticismo politico”, che separa il partito dalla realtà concreta della classe operaia e lo trasforma in un soggetto trascendente. In opposizione a questa visione, il partito deve essere un luogo di coordinamento, elaborazione e sostegno, capace di interagire costantemente con le esperienze dei lavoratori, senza monopolizzare la lotta politica né ridurla a una questione di potere interno.

Grande attenzione è riservata anche alla selezione dei quadri dirigenti. Le Tredici tesi denunciano il carrierismo, la professionalizzazione della politica e la sovrapposizione tra funzioni politiche e amministrative, che producono élite autoreferenziali e distaccate dalla base. In alternativa, propongono criteri fondati sul legame con la classe, sull’esperienza diretta nelle lotte, sulla competenza politica e sulla responsabilità verso gli organismi di base, evitando la formazione di gerarchie chiuse.

Un altro punto qualificante è il superamento della separazione tra lotta economica e lotta politica. La tradizionale divisione dei ruoli tra sindacato e partito frammenta il conflitto e ne riduce l’efficacia. Le Tredici tesi affermano invece che ogni rivendicazione economica deve essere collegata alla costruzione di potere operaio e che l’azione politica deve radicarsi nei luoghi di lavoro, integrando organizzazione sindacale, controllo operaio e strategia socialista.

Pur introducendo elementi di forte rottura, le Tredici tesi non abbandonano la tradizione socialista, ma la rileggono criticamente. Recuperano l’eredità dei consigli operai, la riflessione gramsciana sull’autonomia della classe e la centralità della democrazia socialista come partecipazione diretta. Al tempo stesso, rompono con il modello socialdemocratico del partito come semplice rappresentanza parlamentare, con il partito-guida stalinista e con la concezione del partito come mediatore tra capitale e lavoro.

Nel loro insieme, le Tredici tesi rappresentano un documento di transizione. I limiti che le attraversano — dovuti al contesto di isolamento politico della sinistra interna, alla necessità di compromessi tattici e a una trattazione ancora parziale delle trasformazioni del capitalismo avanzato — riflettono la difficoltà di elaborare una strategia rivoluzionaria all’interno di un partito in piena trasformazione. Tuttavia, esse segnano un passaggio decisivo verso la rottura teorica che maturerà con i Quaderni Rossi e con l’elaborazione operaista degli anni Sessanta, ponendo al centro l’autonomia operaia, la fabbrica e la democrazia dal basso come fondamenti di una nuova concezione del partito di classe.

Dal  Congresso di Venezia a quello di Napoli (1959)

Il Congresso di Venezia rappresenta un momento di forte tensione e ridefinizione interna al PSI. La linea riformista di Pietro Nenni è ancora minoritaria nel Comitato Centrale, mentre la sinistra interna, vicina alle posizioni di Panzieri e di Mondo Operaio, mantiene un ruolo significativo. Tuttavia, emergono le fragilità della sinistra: divisioni interne, difficoltà a costruire una piattaforma unitaria e incapacità di trasformare le riflessioni teoriche in forza politica concreta.

Dopo Venezia, il PSI entra in una fase di trasformazione in cui la linea riformista inizia progressivamente a consolidarsi. Diversi fattori contribuiscono a questo rafforzamento. La base sociale del partito muta: l’ingresso di ceti medi e di ex militanti di Unità Popolare rende il PSI più favorevole a politiche moderate e parlamentari. La sinistra interna, pur innovativa sul piano teorico, mostra debolezza organizzativa e non riesce a proporre un’alternativa coerente né a competere sul piano elettorale e decisionale. La lettura tattica del XX Congresso del PCUS del 1956 rafforza la posizione di Nenni: mentre la sinistra critica interpreta la destalinizzazione come opportunità per rilanciare la democrazia operaia, Nenni la vede come legittimazione della “via democratica” al socialismo, giustificando così il progressivo distacco dalla tradizione comunista sovietica. Il contesto della Guerra Fredda e della coesistenza tra USA e URSS favorisce ulteriormente strategie moderate e parlamentari.

mercoledì 29 aprile 2026

Economia di guerra oggi. Parte XXVII

“L’economia globale all’ombra della guerra”


di Andrea Vento


Pubblicate le previsioni economiche del Fmi di aprile 2026

Il Fondo Monetario Internazionale nei giorni scorsi ha pubblicato l’atteso World Economic Outlook di aprile 2026, il primo emesso dopo l’aggressione israelo-statunitense all’Iran del 28 febbraio che ha innescato lo shock energetico tutt’ora in corso caratterizzato da carenza di approvvigionamenti e impennata delle quotazioni di greggio e gas.

Dall’eloquente titolo “L’economia globale all’ombra della guerra”, il rapporto delinea le possibili ricadute del nuovo conflitto sul ciclo economico a livello mondiale, macroregionale e dei singoli paesi. In generale, la pubblicazione mette in evidenza come l’aumento dei prezzi delle materie prime, le aspettative di ripresa dell’inflazione e di possibile rialzo dei tassi, con conseguenti condizioni finanziare più restrittive, stiano determinando riflessi diretti sulla dinamica economica, con impatto di diversa entità a seconda della durata e della gravità del conflitto.

Lo scenario del Fmi in caso di conflitto di breve durata

In caso di durata limitata della guerra, secondo gli esperti del Fmi, le ricadute potrebbero essere tutto sommato relativamente contenute, infatti, in tale scenario la crescita mondiale viene quantificata nell’ordine del 3,1% per il 2026, un valore inferiore a quello degli ultimi anni e in flessione rispetto al 3,3% dell’Outlook di gennaio scorso. Una flessione indotta dalle Economie Emergenti che arretrano al 3,9% dal 4,2% di gennaio, mentre le Economie Avanzate restano stabili all’1,8% (tab.1-2).

Per quanto riguarda l’inflazione mondiale il Fmi indica un leggero incremento nel corso dell’anno, specificando che le pressioni inflattive interesseranno soprattutto le economie emergenti e in via di sviluppo importatrici di materie prime. 

Per l’Eurozona è prevista una riduzione della crescita dal 1,3% di gennaio all’1,1% di aprile trascinata dalle sue tre principali economie, tutte riviste al ribasso: la Germania, l’ex locomotiva europea, dall’1,1% previsto a gennaio arretra allo 0.8%, la Francia dall’1% passa allo 0,9% e l’Italia, ormai in condizione di quasi stagnazione economica strutturale, dallo 0,7% scivola allo 0,5% (tab.1-2). 

La crisi energetica starebbe invece portando benefici alla Russia la quale, a seguito dell’aumento delle quotazioni e della domanda proveniente da parte di alcuni tradizionali clienti dei paesi del Golfo Persico, riporta nell’Outlook di aprile un incremento della crescita all’1,1% dallo 0,8% di gennaio.

Mentre gli Stati Uniti, che hanno scatenato il conflitto insieme ad Israele, arretrano solo leggermente dal 2,4% al 2,3%, mantenendo un discreto tasso di crescita anche grazie all’aumento dell’export del petrolio (tab.1-2), come vedremo nel seguente paragrafo.

Dobbiamo tuttavia precisare che le previsioni in questione del Fmi basandosi sulla situazione al 31 di marzo non riflettono a pieno la gravità della situazione causata dallo shock petrolifero innescato dalla chiusura selettiva di Hormuz e delle distruzioni degli impianti. Ciò lo rileviamo soprattutto per quanto riguarda l’Arabia Saudita la cui crescita economica, anche alla luce della riduzione del 57%, del flusso complessivo dell’export petrolifero dal golfo Persico nel mese di aprile, viene rivista al solo +3,1% dal +4,5% di gennaio. 

A completezza del quadro relativo all’export dell’Arabia Saudita è opportuno specificare che le spedizioni attraverso il porto di Yambu sul Mar Rosso, collegato ai giacimenti sul Golfo Persico tramite l’oleodotto Est-Ovest, pur essendo aumentate di cinque volte rispetto al periodo prebellico arrivando a circa 4 milioni di barili al giorno nelle prime tre settimane di aprile, non riescono a compensare la diminuzione attraverso Hormuz.

Tabella 1: previsioni economiche del Fmi di aprile 2026

domenica 19 aprile 2026

IRAN: TRA DIPLOMAZIA E RISCHIO NUCLEARE

di Nathan Novik


ITALIANO - ENGLISH - ESPANOL


L'Iran degli ayatollah si è posto al centro di una tensione che non può essere letta come un conflitto lontano o circoscritto.

Quello che osservo non è solo una disputa tra Stati, né un confronto tra Israele e Iran, ma una situazione che compromette la stabilità del sistema internazionale. Mi risulta evidente che ridurre questo fenomeno a un problema regionale impedisce di comprenderne la portata.

Penso che esista una tendenza a interpretare questo scenario come una questione legata unicamente agli interessi strategici di potenze come gli Stati Uniti o alla difesa esistenziale di Israele. Tuttavia, questa lettura omette un elemento centrale: la natura del regime iraniano e la sua proiezione ideologica. Quando un sistema politico combina potere religioso, dottrina espansiva e sviluppo di capacità nucleari, il problema cessa di essere locale.

In questo contesto, considero necessario esaminare gli elementi che configurano questa realtà e che spiegano sia la diffidenza internazionale che la mancanza di una risposta globale coerente. Diffidenza strutturale del regime iraniano.

Analizzando il comportamento del regime degli ayatollah, identifico fattori che spiegano la sua percezione come attore poco affidabile. La struttura politica basata sul principio del velayat-e faqih pone l'autorità religiosa al di sopra degli impegni politici tradizionali.

Questo non è un dettaglio minore, perché condiziona il modo in cui vengono interpretati gli accordi internazionali.

A quanto sopra si aggiunge una condotta duale. Da una parte, l'Iran partecipa a istanze diplomatiche, comprese le negoziazioni sul suo programma nucleare. Dall'altra, mantiene una retorica di confronto e un'azione indiretta tramite organizzazioni armate. Il sostegno a gruppi come Hamas e Hezbollah non solo tensiona la regione, ma indebolisce qualsiasi aspettativa di stabilità.

Osservo anche un modello di conflitti ricorrenti con diversi attori internazionali.

Queste tensioni non appaiono come fatti isolati, ma come parte di una strategia che combina pressione politica, influenza regionale e sviluppo militare. In questo quadro, l'accumulo di uranio arricchito oltre gli scopi civili genera inquietudine e alimenta la percezione del rischio.


Jihad estremista e il suo impatto contemporaneo

Per comprendere il fenomeno nella sua totalità, considero necessario distinguere tra l'islam come religione e le interpretazioni estremiste che alcuni gruppi hanno sviluppato. Questa differenza risulta essenziale. La maggior parte dei musulmani non partecipa a queste visioni, ma l'azione di minoranze organizzate ha avuto effetti globali.

Le organizzazioni estremiste hanno costruito una narrativa che legittima la violenza attraverso una reinterpretazione della jihad. Questa idea si diffonde tramite propaganda, pubblicazioni e discorsi che promuovono il confronto contro coloro che sono considerati nemici. In questo ambiente, la nozione di martirio occupa un posto centrale come incentivo.

L'impatto di queste idee si è manifestato in attentati, reclutamento digitale ed espansione di reti. Ha anche generato conseguenze sociali più ampie, come la diffidenza verso le comunità musulmane e l'aumento di misure di sicurezza in diversi paesi. A ciò si aggiunge l'utilizzo politico della paura.

Nel caso iraniano, identifico un sistema che utilizza strumenti statali per diffondere la propria visione ideologica. Il controllo dei media, il sistema educativo e strutture come la Guardia Rivoluzionaria permettono di consolidare un discorso che combina antioccidentalismo, antisemitismo e controllo interno. Questa proiezione non si limita al suo territorio, ma influenza scenari esterni.


Memoria storica e il rischio dell'appeasement

martedì 7 aprile 2026

RANIERO PANZIERI DA MONDO OPERAIO AI QUADERNI ROSSI (Parte 2 di 3)

di Giorgio Amico

Link alla prima parte: https://utopiarossa.blogspot.com/2026/02/raniero-panzieri-da-mondo-operaio-ai.html


Raniero Panzieri condirettore di Mondo Operaio

Nel nuovo equilibrio politico emerso dal Congresso di Venezia del 1957, la figura di Raniero Panzieri occupa una posizione singolare, difficilmente riconducibile agli schieramenti tradizionali del PSI. Pur collocandosi, per formazione e sensibilità, nell’area della sinistra socialista, egli non si identifica pienamente con nessuna delle correnti esistenti. La sua riflessione si muove infatti su un piano diverso rispetto al confronto prevalentemente tattico che domina il dibattito interno al partito, concentrandosi su questioni di fondo: la trasformazione del capitalismo italiano, la crisi del marxismo tradizionale, il rapporto tra democrazia e socialismo, il ruolo del partito nella società di massa.

L’esclusione di Panzieri dalla direzione del PSI, decisa al termine del Congresso, non può essere interpretata come un semplice episodio di marginalizzazione personale o come l’esito contingente di un gioco di correnti. Essa riflette piuttosto una difficoltà strutturale del partito ad accogliere una posizione teoricamente autonoma e radicale, che non si limita a contestare singole scelte politiche ma mette in discussione l’impianto complessivo della strategia socialista in via di definizione. In un PSI sempre più orientato verso una linea riformista e istituzionale, la radicalità della riflessione panzieriana appare ingombrante e difficilmente integrabile negli equilibri interni.

Tuttavia, questa esclusione non coincide con un’espulsione dal campo politico socialista. Al contrario, la nomina di Panzieri a condirettore di Mondo Operaio nel marzo 1957 apre uno spazio di intervento e di elaborazione teorica di straordinaria importanza. Fondata nel 1948 come organo teorico e culturale del PSI, la rivista aveva già assunto negli anni Cinquanta un ruolo rilevante nel dibattito sul socialismo italiano e internazionale, ma risentiva ancora delle oscillazioni tattiche del partito e delle pressioni delle correnti. Con l’arrivo di Panzieri, Mondo Operaio conosce una trasformazione profonda, cessando di essere un semplice strumento di informazione o di propaganda interna per diventare un vero e proprio laboratorio critico.

Panzieri rifiuta di utilizzare la rivista come cassa di risonanza di una specifica corrente. Pur mantenendo un dialogo privilegiato con la sinistra socialista, egli sviluppa una posizione autonoma che gli consente di criticare tanto il riformismo emergente quanto le rigidità della tradizione staliniana. In questo modo, Mondo Operaio diventa uno spazio di confronto teorico aperto, capace di affrontare questioni che il dibattito ufficiale del partito tende a eludere: la crisi dello stalinismo e le implicazioni del XX Congresso del PCUS, i limiti della socialdemocrazia, la natura della democrazia socialista.

Uno dei contributi più innovativi della direzione panzieriana riguarda l’analisi delle trasformazioni del capitalismo contemporaneo. Lontano sia dall’economicismo tradizionale sia da una lettura riformista dello sviluppo, Panzieri insiste sulla razionalità tecnica e sulla pianificazione capitalistica come forme di dominio. Nei contributi pubblicati su Mondo Operaio emerge con chiarezza l’idea che il progresso tecnico non sia neutrale, ma incorpori rapporti di potere e meccanismi di controllo sul lavoro. L’attenzione alla fabbrica, all’organizzazione del processo produttivo e alle nuove forme di sussunzione del lavoro al capitale rappresenta una forte discontinuità rispetto al marxismo dominante nel PSI e anticipa alcuni dei temi centrali dell’operaismo italiano.

In questo contesto prende forma il concetto di controllo operaio, elaborato insieme a Lucio Libertini. Su Mondo Operaio esso viene inteso non come semplice rivendicazione sindacale o come misura di cogestione, ma come pratica politica capace di contestare il potere del capitale sul processo produttivo e di mettere in discussione la separazione tra chi decide e chi esegue. Parallelamente, Panzieri avvia una riflessione critica sul ruolo del partito nella democrazia socialista, rifiutando sia il modello del partito-avanguardia separata sia la sua riduzione a forza di mediazione istituzionale.

La rivista svolge inoltre una funzione decisiva sul piano metodologico. In essa Panzieri inizia a sperimentare una modalità di analisi che coniuga teoria e inchiesta, riflessione astratta e attenzione alle condizioni concrete del lavoro. Sebbene l’inchiesta operaia troverà pieno sviluppo solo negli anni dei Quaderni Rossi, i suoi presupposti teorici sono già chiaramente visibili in questa fase.

Un momento particolarmente significativo della direzione panzieriana è la pubblicazione, nel 1957, del numero speciale dedicato al quarantesimo anniversario della Rivoluzione d’Ottobre. Il fascicolo assume il carattere di un vero e proprio manifesto antistalinista: attraverso una selezione accurata di materiali teorici e storici, Panzieri propone una rilettura critica del leninismo, liberandolo dalle deformazioni burocratiche dello stalinismo e riaffermandone la centralità per l’analisi del potere, della democrazia e della partecipazione operaia.

Sempre in questi anni nasce il Supplemento scientifico-letterario di Mondo Operaio, curato da Franco Castagnoli ed Emilio Muscetta, con la collaborazione di giovani intellettuali. Questo spazio editoriale rappresenta un’importante sperimentazione nel ripensamento del rapporto tra cultura e politica, anticipando temi che diventeranno centrali nei Quaderni Rossi: l’autonomia della ricerca teorica, la critica alla subordinazione degli intellettuali alle gerarchie di partito, la necessità di un sapere radicato nella realtà concreta del lavoro.

Nel suo complesso, la direzione di Mondo Operaio tra il 1957 e il 1958 rappresenta una fase di transizione decisiva nel percorso di Raniero Panzieri. La marginalizzazione all’interno del PSI si trasforma nella condizione che rende possibile una delle elaborazioni teoriche più originali del marxismo italiano del secondo Novecento. La rivista funge da ponte tra il socialismo tradizionale del partito e l’operaismo nascente, preparando il terreno per le categorie concettuali, le domande e i metodi che troveranno pieno sviluppo nell’esperienza dei Quaderni Rossi.


L'analisi del capitalismo avanzato

Le riflessioni di Raniero Panzieri sulle trasformazioni del capitalismo avanzato, sviluppate negli anni in cui dirige Mondo Operaio (1957-1958), costituiscono uno dei contributi più originali del dibattito politico e teorico della sinistra italiana del dopoguerra. In un contesto in cui larga parte dell’analisi marxista continuava a interpretare il capitalismo attraverso categorie tradizionali — crisi cicliche, caduta tendenziale del saggio di profitto, polarizzazione sociale — Panzieri individua mutamenti strutturali che ridefiniscono in profondità il funzionamento del sistema e il rapporto tra capitale e lavoro.

mercoledì 1 aprile 2026

La situazione economica degli Stati Uniti nel 2025

Un quadro con poche luci e molte ombre condizionato dai dazi di Trump 

di Andrea Vento

Dinamica economica, inflazione e tassi di interesse

L’economia statunitense nel corso del 2025, anche a causa degli stress innescati dalle politiche sui dazi di Trump, ha registrato secondo le stime del Fmi una crescita del 2,1%, inferiore al 2,8% del 2024, confermandosi peraltro di livello strutturalmente superiore rispetto all’Eurozona che chiude l’anno con +1,4%, il valore più elevato dal rimbalzo post-covid.

Gli investimenti in tecnologia e nell’Intelligenza Artificiale hanno ricoperto un ruolo centrale per l’economia Usa nel corso del 2025, compensando parzialmente l’effetto negativo della riduzione dell’immigrazione, dei consumi contenuti e dell’introduzione dei dazi. Proprio in relazione a questi ultimi, un recente rapporto della Fed indica che i beni importati, soggetti nell’anno in questione ad una tariffa media del 13%, hanno subito un aumento dei prezzi finali dell’11%. Registrando in pratica un tasso di trasferimento annuo dei dazi sui prezzi al consumo del 96% secondo il Kiel Institute, determinando un livello di inflazione medio annuo del 2,4% (grafico 1). 

Grafico 1: tasso di inflazione medio annuo Usa anni 2022-2025 con previsioni per il 2026. 


L’inflazione media mensile è lievemente scesa nel corso dell’anno dal 3,0% di gennaio al 2,7% di dicembre, consentendo solo tre tagli al tasso ufficiale dello 0,25% da parte della Fed fra settembre e dicembre, che hanno portato il tasso stesso al 3,75% attuale (grafico 2).

Il livello di inflazione ancora superiore all’obiettivo del 2% ha quindi indotto, nonostante le pressioni di Trump, il presidente della Fed, Jerome Powell,  a non procedere ad ulteriori riduzioni dei tassi anche per la debolezza del dollaro che a gennaio 2026 accusava, rispetto al gennaio precedente, una perdita di valore del 13% rispetto all’euro. 

Grafico 2: tasso di interesse sui fondi federali degli Usa, anno 2025. Fonte Federal Reserve

Il debito federale

giovedì 19 marzo 2026

SU CUBA. INTERVISTA A SAMUEL FARBER

ITALIANO - ENGLISH


Tempest: All'indomani dei suoi attacchi imperialisti contro il Venezuela, abbiamo visto l'amministrazione Trump aumentare vocalmente la pressione su Cuba. Questo va visto anche nel contesto del recente attacco militare immotivato contro l'Iran e del tentativo di orchestrare un cambio di regime in quel paese. Trump ha dichiarato un'"emergenza nazionale" su Cuba e sta imponendo un blocco petrolifero. Potresti parlare della natura di questa campagna di escalation e di come pensi che colpirà i cubani comuni?

Samuel Farber: Questa escalation ha creato la situazione più difficile per Cuba dal 1° gennaio 1959, ed è molto difficile vedere una soluzione accettabile, almeno nel breve termine. Ciò è particolarmente vero in un momento in cui la repressione governativa ha fratturato quel minimo consenso politico che renderebbe possibile il rifiuto più inclusivo e diffuso dell'interferenza imperialista negli affari interni di Cuba. È una situazione terribile. Le spedizioni di petrolio dal Venezuela erano già state ridotte prima del colpo di stato e del rapimento in Venezuela attuato dagli Stati Uniti il 3 gennaio. Ma ora sono completamente interrotte. Il presidente brasiliano Lula, come molti altri presidenti di sinistra in America Latina, ha tenuto a mostrare amicizia verso il governo cubano. Ma dalla Petrobras in Brasile non arriva una parola sull'invio di petrolio. Il Messico aveva iniziato a spedire petrolio a Cuba, ma si è fermato perché Claudia Sheinbaum non vuole inimicarsi Trump. È molto significativo che le navi della marina messicana stiano portando vestiti, cibo e così via a Cuba, ma non petrolio, che è assolutamente critico. Voglio sottolineare che la situazione prima di questa recente crisi era già molto difficile. Dal 2022 al 2025, l'emigrazione è cresciuta fino ad almeno 1 milione di cubani, su una popolazione di 11 milioni. Hanno lasciato il paese in massa con la tacita acquiescenza del governo, facilitata dal fatto che il Nicaragua ammetteva cubani senza visto. Ovviamente, il Nicaragua non l'avrebbe fatto senza l'accordo del governo cubano. L'8 febbraio, il Nicaragua ha annunciato che avrebbe posto fine all'ingresso senza visto per i cubani. Quindi, la situazione è critica. Il paese è paralizzato. Non si vedono quasi veicoli per le strade dell'Avana. Ogni sorta di intervento medico è stata sospesa. I blackout elettrici erano già frequenti e di lunga durata prima del 3 gennaio, ma ora sono ancora peggiori. Allo stesso tempo, gli Stati Uniti hanno trattato i cubani negli Stati Uniti quasi altrettanto male quanto gli altri latinoamericani e rifugiati, perché la xenofobia di Trump è andata oltre il suo stesso anticomunismo.

TC: Come descriveresti le prospettive per gli Stati Uniti di ingegnerizzare un cambio di leadership e la cooptazione del governo come in Venezuela?

SF: Nel breve termine, non vedo altro che un possibile colpo di stato all'interno del governo, simile ma non identico a quello del Venezuela, perché il sistema a Cuba è molto più radicato e dura da 67 anni. La struttura del potere cubano è stata, comparativamente parlando, molto più forte politicamente che in Venezuela. È anche molto più spietata nel reprimere con la forza l'opposizione. Vale la pena notare che a Cuba ci sono circa mille prigionieri politici. Inoltre, secondo l'Istituto per la Ricerca sulle Politiche Penali e la Giustizia del Birkbeck College di Londra, per diversi decenni Cuba è stata tra il primo dieci percento dei paesi (su 224 paesi e territori) in termini di tasso di incarcerazione pro capite per reati comuni, sebbene sia ancora dietro El Salvador e gli Stati Uniti. Si parla di trattative segrete del governo cubano con il governo degli Stati Uniti per un cambiamento. Il presidente cubano Díaz Canel ha confermato che il governo cubano ha avuto conversazioni con gli Stati Uniti riguardo alla situazione attuale. E, come riportato inizialmente dal Miami Herald a fine febbraio, e poi ripreso dai media statunitensi più in generale, durante una recente conferenza della Caricom (Comunità Caraibica), Marco Rubio e membri del suo staff hanno incontrato Raúl Guillermo Rodríguez Castro, un nipote di Raúl Castro e figlio del defunto storico capo del GAESA (Grupo de Administración Empresarial S.A.), l'impero economico dei militari cubani che controlla almeno il 40% dell'economia cubana. Non è stato rivelato nulla sul contenuto di quell'incontro, ma le dichiarazioni successive di Rubio suggeriscono che il governo di Trump potrebbe tentare di ripetere lo scenario venezuelano a Cuba. Come ha detto Rubio, "Cuba ha bisogno di cambiare. E non deve cambiare tutto in una volta. Non deve cambiare da un giorno all'altro. Qui tutti sono maturi e realistici". Tipicamente, Trump occasionalmente sembra suggerire un giorno quell'approccio e il giorno dopo una linea più dura. Sebbene non sia stato ampiamente discusso, agli occhi degli stessi policy maker di destra a Washington, Cuba è diversa dal Venezuela in un importante aspetto: mentre alcuni venezuelani sono fuggiti negli Stati Uniti negli ultimi anni, la grande maggioranza è andata in paesi come Colombia e Cile. Nel caso di Cuba, qualsiasi "risoluzione" violenta della crisi cubana farebbe sbarcare centinaia di migliaia di rifugiati sulle coste statunitensi. La GAESA stessa potrebbe vedere il proprio futuro in pericolo e cercare di fare qualcosa, ma questa è pura supposizione poiché non ci sono ancora prove che indichino azioni specifiche da parte della sua leadership. Tra tutti gli sviluppi probabili a Cuba, penso che potremmo vedere una sorta di transizione militare patrocinata dallo stesso Raúl Castro. Raúl Castro ha 94 anni, tra l'altro, e a differenza di suo fratello maggiore Fidel, ha sempre mostrato una vena di pragmatismo molto più grande. Raúl era un membro del gruppo giovanile del Partito Comunista negli anni '50, ed era molto più istruito nella tradizionale politica della linea di Mosca, e quindi nel pragmatismo, di quanto lo fosse Fidel. La stampa cubana di destra, che tengo d'occhio, ha parlato di un membro di spicco dell'Assemblea Nazionale che prenderebbe il comando, il possibile equivalente di Delcy Rodríguez in Venezuela. Per quanto ne so, potrebbe essere una storia piantata dalla CIA senza alcuna realtà dietro, per incoraggiare le divisioni all'interno del regime cubano. Ma penso che ci sia un elemento nuovo e molto inquietante a Cuba, ovvero la crescita di una corrente politica filo-statunitense tra le élite intellettuali e politiche con un significativo sostegno popolare. Non c'è possibilità di annessione agli Stati Uniti poiché il Congresso, dominato da repubblicani o democratici, non l'approverà mai. Ma ciò che probabilmente avrà luogo è la crescita di una politica platista filo-americana (vedi sotto). Alcuni cubani esprimono l'atteggiamento: "Ne abbiamo abbastanza di questa crisi. Lasciamo che gli Stati Uniti vengano e migliorino le cose per noi". Questo è preoccupante, ed è radicato nel fatto che dall'inizio degli anni '90, le nuove generazioni di cubani hanno vissuto senza vedere un periodo di relativa stabilità economica e prosperità. Storicamente, gli anni '80 sono visti retrospettivamente come il miglior periodo economico dopo la rivoluzione dal punto di vista della massa della popolazione, in termini di accesso agli elementi di base come cibo e trasporti (riuscire ad andare e tornare dal lavoro in un periodo di tempo ragionevole). Tutto ciò era relativamente buono, per gli standard storici e rispetto al passato cubano dalla vittoria della rivoluzione nel 1959. Non sto paragonando ad altri paesi. Cuba è ora tra il terzo inferiore dei paesi latinoamericani in termini di sviluppo economico, mentre prima della rivoluzione era nel 20% superiore. La cosa più importante è il fatto che il governo cubano ha smesso di pubblicare dati relativi alle questioni di povertà e disuguaglianza nel paese per almeno due decenni. Quindi, chiunque sia nato e cresciuto a Cuba dopo gli anni '90 ha visto solo continue crisi economiche e carenze. Tutti gli indicatori economici odierni rispetto al 1989 sono disastrosi. Sono una frazione, e spesso nemmeno una frazione così alta. C'è un intero gruppo di persone, fino a 40-45 anni, che non hanno mai sperimentato o ricordano alcun benessere economico, nemmeno in termini relativi. C'è anche una crisi demografica. La popolazione cubana era di 11 milioni di persone non molto tempo fa. Ora le stime sono poco più di 8 milioni, perché, oltre alla massiccia emigrazione, il tasso di natalità è diminuito sostanzialmente. Quindi, questo significa, economicamente parlando, che una popolazione anziana più numerosa deve essere mantenuta da una popolazione giovane molto più piccola.

TC: Potresti spiegare cosa intendi quando parli di politica platista?

SF: Mi riferisco qui all'Emendamento Platt. Ricorda, Cuba divenne ufficialmente indipendente nel 1902. Dal 1902 al 1934, l'indipendenza di Cuba era legalmente discutibile perché, come condizione per il ritiro degli Stati Uniti da Cuba, l'Assemblea Costituente cubana dovette adottare nel 1901 un emendamento che era stato introdotto dal senatore Orville Platt (R-CT) e approvato dal Congresso degli Stati Uniti. Quell'emendamento riservava agli Stati Uniti il diritto di intervenire militarmente a Cuba in caso di rottura della sicurezza che mettesse in pericolo gli interessi statunitensi. Infine, dopo la rivoluzione del 1933, l'emendamento fu abolito nel 1934, ma in cambio agli Stati Uniti fu permesso di mantenere la Base Navale di Guantánamo in perpetuità.

TC: Potresti dire qualcosa in più sul perché questa escalation stia avvenendo ora e come vedi la crescente proiezione militare del potere statunitense nei Caraibi e in America Latina?

SF: La pressione su Cuba fa parte di un'offensiva ultradestra latinoamericana molto più ampia, non solo militare ma economica, e va vista in questo contesto. Abbiamo appena visto Trump fare di tutto per aiutare il presidente ultradestra dell'Argentina, Javier Milei, a salvarlo da una crisi economica. Non è vero che il governo sia stato salvato permanentemente, ma Milei almeno è riuscito a vincere le elezioni di medio termine che hanno seguito il "salvataggio" di Trump. In Cile, abbiamo appena assistito all'elezione di José Antonio Kast, un estremista di destra. In Bolivia, abbiamo visto la sconfitta del Movimento per il Socialismo e l'elezione di Rodrigo Paz, rafforzando così la destra boliviana. C'è anche un governo di destra in Ecuador che ha improvvisamente rotto tutte le relazioni con Cuba. La Sinistra è sotto grande pressione politica in Brasile. Lula affronta una pressione fortissima dall'opposizione di destra. Il movimento evangelico in Brasile è probabilmente il più forte dell'America Latina, con significative organizzazioni politiche al loro servizio. In Messico, Claudia Sheinbaum e il suo partito, Morena, sono politicamente molto forti poiché sia il Partito Rivoluzionario Istituzionale (PRI) che il Partito d'Azione Nazionale (PAN) sono seriamente decaduti come alternative politiche. Ma Sheinbaum affronta una seria sfida dai grandi trafficanti di droga, oltre a sfide economiche che sono state usate da Trump per esercitare una forte pressione su di lei. Vale la pena notare che l'Angola, ricca di petrolio, con un partito al governo che in larga misura deve la sua stessa esistenza al governo cubano, non ha fatto assolutamente nulla per aiutare quel governo in questa congiuntura critica.

TC: Stai dipingendo un quadro oggettivamente pessimistico, sia per quanto riguarda la crisi a Cuba sia per il tipo di limiti della leva internazionale in opposizione a Trump. Eppure stiamo vedendo una crescente rabbia contro Trump, inclusa nella comunità latina, per il suo razzismo e le sue politiche anti-immigrati. Quali vedi come i compiti chiave della Sinistra e dei movimenti sociali qui negli Stati Uniti in questo momento?

SF: I primi principi sono tenere gli Stati Uniti fuori da Cuba e opporsi all'arbitrarietà e alla soppressione dei più elementari diritti democratici da parte del governo cubano estremamente autoritario, un enorme problema che persiste da molti decenni. Nella misura in cui possiamo influenzare gli eventi o esercitare pressioni, ad esempio, sui liberali al Congresso e specialmente su tutti i tipi di organizzazioni progressiste nella società civile, dobbiamo cercare di rendere l'intervento molto più costoso per Trump e impedirgli di fare qualcosa di terribile a Cuba. E altri devono esercitare pressioni anche sui loro governi. Trump sta usando principalmente la minaccia di dazi contro i paesi, il Messico in particolare. Il Messico potrebbe resistere a questo. Il governo messicano è nella posizione migliore per portare il petrolio al popolo cubano. La popolarità di Sheinbaum è rimasta molto alta e l'opposizione si sta disintegrando, anche se, come ho sottolineato prima, c'è una grave crisi riguardo ai grandi cartelli della droga. In sintesi, dobbiamo opporci a qualsiasi intervento statunitense a Cuba e sostenerne l'autodeterminazione nazionale, come abbiamo fatto nel caso dell'Ucraina contro l'invasione russa. Dovremmo anche sostenere i gruppi di opposizione democratica a Cuba che, come noi, si oppongono all'intervento statunitense.



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lunedì 16 marzo 2026

«NON UNA DI MENO»? SONO TROPPE QUELLE «DI MENO»

di Antonella Marazzi


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Si sta verificando, e non da oggi, un fenomeno a mio avviso molto pericoloso nel neofemminismo odierno, che ormai lo sta caratterizzando globalmente soprattutto in Occidente. Si è operata una sorta di  cesura, anzi di vera e propria censura nella mente e nell'agire concreto di queste femministe moderne: per loro le donne non sono più tutte uguali, tutte ugualmente oppresse e degne dunque di essere sostenute e difese. Ci sono quelle "buone" e quelle "cattive", quelle degne di essere difese e quelle non meritevoli di attenzione, non degne di essere sostenute. Mai nella storia del femminismo si era verificata una simile differenza!

Ai miei tempi, negli anni Settanta del secolo scorso, noi donne eravamo tutte diverse nella nostra individualità di persone, ma tutte assolutamente uguali nel nostro essere appartenenti al cosiddetto «secondo sesso», al sesso giudicato inferiore e debole dalla cultura patriarcale dominante, tutte assolutamente degne di lottare per i nostri diritti su un piano di totale parità tra noi e nei confronti del maschilismo che tanto ci opprimeva sul piano sia privato che pubblico. Esercitavamo il nostro sacrosanto diritto al separatismo nei confronti degli uomini, che ci permetteva di confrontarci tra noi in totale libertà fuori da ingerenze maschili.

Oggi, invece, una sorta di separatismo viene applicato verso alcuni gruppi di donne con una tale  violenza e intransigenza  che appaiono ai miei occhi al tempo stesso tragiche e paradossali, e che rappresentano una specie di tragicommedia purtroppo molto reale e concreta. 

Rimaniamo nell'àmbito del panorama italiano, ma ripeto, il fenomeno è purtroppo più ampio. Qui si assiste da vari anni - in particolare dal 7 ottobre 2023,  cioè dal pogrom messo in atto dal feroce e cinico fondamentalismo islamico di Hamas - da parte soprattutto del movimento «Non una di meno» che si autodefinisce femminista, al concretizzarsi di lotte a difesa delle donne gazawi e in generale di tutta la popolazione omonima (ci riferiamo al cosiddetto movimento Pro Pal). Si denunciano le aggressioni militari attuate dal governo di destra israeliano senza nominare mai gli stupri e gli oltraggi mortali ai corpi delle donne israeliane indifese, barbaramente trucidate nel pogrom. No, le donne israeliane morte non hanno il diritto di essere ricordate e difese, non ne sono degne. Forse perché sono ebree?

E ancora, le donne iraniane. Quelle stesse donne arrestate, torturate, impiccate per aver gridato il loro diritto alla libertà di rifiutare il burka, di non coprirsi il capo col velo. Non sono degne di essere difese, sostenute, portate a esempio, osannate per la loro tragica coerenza? E ancora le donne iraniane che nel gennaio scorso si sono opposte al brutale e barbaro regime dittatoriale degli ayatollah insieme a molta parte della popolazione soprattutto giovanile, tutte e tutti tragicamente uccisi con lucido cinismo dal criminale fondamentalismo religioso. Non hanno nessun diritto al ricordo, al cordoglio, al rimpianto, alla pietas

Che significato dunque dare a quel nome: «Non una di meno»? Evidentemente non una di meno tra quelle che piacciono a loro, che sono politicamente corrette, quelle in pratica che sono nate in terra palestinese. Evidentemente solo a loro viene assegnato oggi il diritto alla dignità femminile e alla loro difesa. Domani...  chissà...

Certo, è giustissimo ricordare le povere donne gazawi uccise dalle bombe e dai missili israeliani, nella tragica illusione del governo di Netanyahu di distruggere in questo modo completamente e definitivamente Hamas! Ed è giusto ricordare e dolersi per  tutto il popolo gazawi, compresi uomini, vecchi e vecchie, bambine e bambini usati in realtà come scudo umano dai terroristi di Hamas che si sono nascosti e ancora si nascondono tra la popolazione civile, nelle case, nelle scuole, addirittura negli ospedali!

Ma il femminismo storico si sarebbe  mobilitato per tutte le donne oppresse, stuprate, torturate, straziate, uccise, senza alcuna distinzione.

Quanto oggi le cose siano cambiate ce lo sta ricordando di continuo una giornalista italoisraeliana, Deborah Fait. Deborah è nata a Trieste nel 1941. Alcuni membri della sua famiglia nel 1943 furono catturati dai nazisti e poi deportati e uccisi ad Auschwitz. Negli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso ha militato nel movimento per i diritti civili e contro la guerra in Vietnam prima negli Usa e poi in Italia, divenendo una convinta militante femminista. Qui di seguito riportiamo un suo articolo che  ci sembra particolarmente pregnante e significativo. E che inoltre descrive correttamente quella che ci appare come una reale degenerazione che sta colpendo l'attuale neofemminismo, purtroppo non solo in Italia.


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LE IRANIANE CACCIATE DALLE FEMMINISTE DI «NON UNA DI MENO»

di Deborah Fait


Le iraniane cacciate dalle femministe di «Non Una di Meno», che sono tutte pro-Pal. Lotta dura col patriarcato, sempre, tranne quando il patriarcato è islamico e si fa Stato nella Repubblica Islamica.


C’è un momento in cui le maschere cadono e il femminismo militante occidentale mostra il suo vero volto: non la difesa delle donne, ma una militanza ideologica selettiva e ipocrita.

L'8 marzo dovrebbe essere il giorno in cui le donne stanno insieme.  Così era ai miei tempi,  quando ero una giovane piena di ideali e lottavo con le miei compagne per i diritti di tutti, senza etichette, senza tu si,  tu no, non sei degna!  Senza distinzioni ideologiche o tribali. Senza chiedere di che partito sei e, se le tue idee sono diverse dalle mie, allora: fuori, questo non è il tuo corteo! In altri tempi, ai miei tempi, ogni donna poteva manifestare, senza restrizioni o pregiudizi.

L'8 marzo dovrebbe essere il giorno in cui la solidarietà femminile diventa universale ma è evidente che oggi le cose sono cambiate. Nei corteidell'8 marzo di quest'anno, organizzati da Non Una di Meno le donne iraniane sono state escluse non perché non fossero donne , ma perché non erano le donne giuste.

Fuori, dunque!

Nel 2024, pochi mesi dopo il massacro del 7 ottobre 2023. In diversi cortei dell’8 marzo in Italia, sempre organizzati dal famigerato movimento "Non una di meno", gruppi di donne ebree o sostenitrici di Israele che volevano ricordare le vittime degli stupri e delle violenze compiute dai palestinesi e da Hamas, si sono trovate davanti un muro di ostilità e di odio puro. "Andatevene" sibilavano con rabbia le sedicenti femministe. "Andatevene", urlavano.

Fuori!

RED UTOPIA ROJA – Principles / Principios / Princìpi / Principes / Princípios

a) The end does not justify the means, but the means which we use must reflect the essence of the end.

b) Support for the struggle of all peoples against imperialism and/or for their self determination, independently of their political leaderships.

c) For the autonomy and total independence from the political projects of capitalism.

d) The unity of the workers of the world - intellectual and physical workers, without ideological discrimination of any kind (apart from the basics of anti-capitalism, anti-imperialism and of socialism).

e) Fight against political bureaucracies, for direct and councils democracy.

f) Save all life on the Planet, save humanity.

g) For a Red Utopist, cultural work and artistic creation in particular, represent the noblest revolutionary attempt to fight against fear and death. Each creation is an act of love for life, and at the same time a proposal for humanization.

* * *

a) El fin no justifica los medios, y en los medios que empleamos debe estar reflejada la esencia del fin.

b) Apoyo a las luchas de todos los pueblos contra el imperialismo y/o por su autodeterminación, independientemente de sus direcciones políticas.

c) Por la autonomía y la independencia total respecto a los proyectos políticos del capitalismo.

d) Unidad del mundo del trabajo intelectual y físico, sin discriminaciones ideológicas de ningún tipo, fuera de la identidad “anticapitalista, antiimperialista y por el socialismo”.

e) Lucha contra las burocracias políticas, por la democracia directa y consejista.

f) Salvar la vida sobre la Tierra, salvar a la humanidad.

g) Para un Utopista Rojo el trabajo cultural y la creación artística en particular son el más noble intento revolucionario de lucha contra los miedos y la muerte. Toda creación es un acto de amor a la vida, por lo mismo es una propuesta de humanización.

* * *

a) Il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi che impieghiamo dev’essere riflessa l’essenza del fine.

b) Sostegno alle lotte di tutti i popoli contro l’imperialismo e/o per la loro autodeterminazione, indipendentemente dalle loro direzioni politiche.

c) Per l’autonomia e l’indipendenza totale dai progetti politici del capitalismo.

d) Unità del mondo del lavoro mentale e materiale, senza discriminazioni ideologiche di alcun tipo (a parte le «basi anticapitaliste, antimperialiste e per il socialismo».

e) Lotta contro le burocrazie politiche, per la democrazia diretta e consigliare.

f) Salvare la vita sulla Terra, salvare l’umanità.

g) Per un Utopista Rosso il lavoro culturale e la creazione artistica in particolare rappresentano il più nobile tentativo rivoluzionario per lottare contro le paure e la morte. Ogni creazione è un atto d’amore per la vita, e allo stesso tempo una proposta di umanizzazione.

* * *

a) La fin ne justifie pas les moyens, et dans les moyens que nous utilisons doit apparaître l'essence de la fin projetée.

b) Appui aux luttes de tous les peuples menées contre l'impérialisme et/ou pour leur autodétermination, indépendamment de leurs directions politiques.

c) Pour l'autonomie et la totale indépendance par rapport aux projets politiques du capitalisme.

d) Unité du monde du travail intellectuel et manuel, sans discriminations idéologiques d'aucun type, en dehors de l'identité "anticapitaliste, anti-impérialiste et pour le socialisme".

e) Lutte contre les bureaucraties politiques, et pour la démocratie directe et conseilliste.

f) Sauver la vie sur Terre, sauver l'Humanité.

g) Pour un Utopiste Rouge, le travail culturel, et plus particulièrement la création artistique, représentent la plus noble tentative révolutionnaire pour lutter contre la peur et contre la mort. Toute création est un acte d'amour pour la vie, et en même temps une proposition d'humanisation.

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a) O fim não justifica os médios, e os médios utilizados devem reflectir a essência do fim.

b) Apoio às lutas de todos os povos contra o imperialismo e/ou pela auto-determinação, independentemente das direcções políticas deles.

c) Pela autonomia e a independência respeito total para com os projectos políticos do capitalismo.

d) Unidade do mundo do trabalho intelectual e físico, sem discriminações ideológicas de nenhum tipo, fora da identidade “anti-capitalista, anti-imperialista e pelo socialismo”.

e) Luta contra as burocracias políticas, pela democracia directa e dos conselhos.

f) Salvar a vida na Terra, salvar a humanidade.

g) Para um Utopista Vermelho o trabalho cultural e a criação artística em particular representam os mais nobres tentativos revolucionários por lutar contra os medos e a morte. Cada criação é um ato de amor para com a vida e, no mesmo tempo, uma proposta de humanização.