L’associazione Utopia rossa considera suo fondamento politico il principio secondo cui il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi si deve riflettere l’essenza del fine. Non ha programmi politici, come del resto non ne aveva la Prima internazionale. Nonostante le più diverse provenienze ideologiche dei suoi sostenitori, essa ritiene che l’anticapitalismo dilagato dopo l’inizio dell’Antirivoluzione russa (dicembre 1917) sia stato motivato fondamentalmente da idee precapitalistiche, cioè retrograde, e non da progetti di civiltà in grado di superare il capitalismo sviluppando ulteriormente i suoi modelli di democrazia. Ciò spiega anche il prevalere, nella storia della cosiddetta «sinistra», di simpatie per i regimi dittatoriali di ogni specie e colore. Utopia rossa si batte contro l’ulteriore diffusione di ideologie precapitalistiche vecchie e nuove (in campo politico, culturale, ecologico, religioso ecc.), come parte della sua battaglia per il superamento del capitalismo, se si vuole salvare la vita sulla Terra con la sua umanità. In questo senso la sua utopia continua ad essere rossa.

The Red Utopia association considers its political foundation to be the principle that the end does not justify the means, but that the means must reflect the essence of the end. It has no political program, just as the First International did not. Despite the diverse ideological backgrounds of its supporters, it believes that the anti-capitalism that spread after the start of the Russian Anti-Revolution (December 1917) was fundamentally motivated by pre-capitalist – that is, retrograde – ideas, and not by civilizational projects capable of overcoming capitalism and of further developing its democratic models. This also explains the prevalence, throughout the history of the so-called «left», of sympathies for dictatorial regimes of all kinds and colors. Red Utopia fights against the further spread of old and new pre-capitalist ideologies (in the political, cultural, ecological, religious, and other fields) as part of its battle to overcome capitalism, if life on Earth, including its humanity, is to be saved. In this sense, its utopia remains red.

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giovedì 8 marzo 2018

POLITICHE 2018: SCOMPARSA DELLA SINISTRA, di Michele Nobile

© Altan
Innanzitutto, i numeri giusti per la giusta finalità
Cosa ci interessa sapere dei risultati delle elezioni politiche? Ovviamente, la distribuzione dei seggi delle Camere fra i diversi partiti, fatto determinante - si presume - della composizione del governo. Il «si presume» consegue dalla possibilità che infine, constatata l’impossibilità o inopportunità di un governo politico, si formi una maggioranza favorevole a un governo «tecnico» o, meglio, tecnocratico, o qualche genere di pasticcio trasformistico. Eventualità da non scartare, visti i risultati di queste elezioni politiche.
Quindi, per il fine istituzionale della composizione delle Camere, della maggioranza e del governo, i numeri da considerare sono quelli forniti dal Ministero dell’Interno e dai mass media, di pronta disponibilità per chiunque. Le percentuali dei partiti sono calcolate sui voti validi.
Se, invece, si considerano le elezioni come una sorta di gigantesco sondaggio sulle opinioni politiche dei cittadini, allora quel che non si deve fare è ragionare a partire dalle percentuali calcolate sui voti validi. Occorre avere la pazienza di ricalcolare le percentuali in rapporto all’elettorato totale, di tutti i cittadini che hanno diritto di voto, astenuti compresi, qui indicati come adv: solo in questo modo ci si potrà fare un’idea corretta della «presa» dei diversi partiti sull’elettorato. Se si compie questa operazione, i risultati possono essere sorprendenti e importanti le implicazioni politiche. Ad esempio, facendo i calcoli sull’elettorato totale, in un passato non remoto sarebbe stato difficile parlare di «regime» berlusconiano, tesi mirante a giustificare la partecipazione di Rifondazione comunista, Comunisti italiani e Verdi ai governi nazionali e locali di centro-sinistra (i valori assoluti e le percentuali del 2018 si basano sui risultati elettorali per la Camera della quasi totalità delle sezioni: nel computo ne mancano meno di cento).

Continua a crescere l’astensione
Occorre tener conto che, a causa del carattere truffaldino delle leggi elettorali che si sono succedute in Italia nell’ultimo quarto di secolo, la rappresentanza parlamentare non riflette il voto popolare: le diverse espressioni del sacrosanto diritto di voto del Paese «reale» elettorale, nel Paese «legale» delle istituzioni non sono rappresentate correttamente, ovvero in modo proporzionale.
La distanza fra il voto popolare e la rappresentanza istituzionale cresce al crescere dell’astensionismo e dei voti non validi (schede bianche e nulle), fenomeno che aumenta ad ogni tornata elettorale. Nel 2013, ad esempio, si astennero dal voto 11,6 milioni di elettori, il 25% dell’elettorato, e 1,6 milioni furono le schede bianche e nulle; nel 2018 gli astenuti sono saliti a circa 14 milioni, quasi il 27% dell’elettorato globale, a cui si devono aggiungere le schede bianche e nulle. Sicché il primo «partito» italiano è in realtà quello dell’astensione. L’astensionismo non è riducibile all’obsoleta figura del qualunquismo.
Chi scrive ha trattato la questione numerose volte, per cui, a questo punto, non posso che ripetermi:
«L’equazione fra astensione e “qualunquismo”, ammesso che nella sua genericità sia mai stata valida - e non lo è stata - risulta obsoleta e inutile quando i partiti diventano organi dello Stato e il Parlamento cessa di essere cassa di risonanza, per quanto imperfetta, del conflitto sociale. Per motivi strutturali l’organo legislativo ora non è altro che la cassa di registrazione di decisioni prese al vertice dei partiti e del governo.
Al contrario, a fronte dell’oligarchia bipartitica, del trasformismo dilagante, dell’ipocrita e ignobile ricatto del “votare il meno peggio”, l’astensionismo è oggi un’elementare misura di difesa della propria autonomia di giudizio etico e politico. È una sana e progressiva reazione alla reale antipolitica, questa sì “qualunquistica”, della politica parlamentare e istituzionale» («I risultati elettorali confermano e accelerano il disfacimento del sistema parlamentare italiano», 26 febbraio 2013).

La crisi del centro-destra
La coalizione di centro-destra arresta la parabola discendente, aumentando i propri voti di 2,2 milioni relativamente alle politiche del 2013 e ottenendone 12,1 milioni - pari al 26% degli adv (37% sui voti validi) - ma nel 2008 ne aveva messi assieme 17 (il 36% degli adv).
Tuttavia il successo - molto relativo - della coalizione di centro-destra è anche un frutto avvelenato: da una parte appare come l’agonia politica terminale di Silvio Berlusconi, che ne è stato il capo e il collante per un quarto di secolo; dall’altra, e al di là del dato di queste elezioni, è improbabile che Matteo Salvini e la Lega possano svolgere il ruolo nazionale che furono di Berlusconi e FI.
Forza Italia ottenne il suo massimo successo nelle politiche del 2001: 10,9 milioni di voti, pari al 22% degli adv (risultato inferiore a quello della Dc in fase terminale, nel 1992: lo ricordo per chi blaterava di «egemonia» o «regime» berlusconiano); nel 2008 il Pdl, fusione di FI e An, ottenne 13,6 milioni di voti (il 29% degli adv), in realtà poco meno della somma dei voti per i due partiti nelle precedenti elezioni politiche.
Con 4,6 milioni di voti, nel 2018 la rinata o mai morta FI perde 2,7 milioni di voti sul risultato del 2013 e ottiene solo il 10% dei consensi sull’elettorato totale.
La Lega, invece, ottiene lo spettacolare risultato di triplicare il risultato del 2013 - ottenendo 4,8 milioni di voti in più - diventando il più forte partito del centro-destra col 12% sugli adv (17% sui voti validi). E sono consistenti i risultati conseguiti dalla Lega nel Mezzogiorno, strani per un partito nato contro i terroni: circa il 10% dei consensi per la Lega vengono da Basilicata, Calabria, Campania, Molise, Puglia, Sardegna e Sicilia, segno che la linea sciovinista anti-immigrati paga, come pure quella del voto di protesta contro i partiti maggiori. Il precedente miglior risultato della Lega - allora Lega Nord - fu nel 1996, quando ottenne 3,7 milioni di voti (il 7,7% sugli adv).
Aspettando analisi più precise dei flussi di voto, ritengo che la crescita della Lega possa attribuirsi in gran parte a un rimescolamento interno all’area centrista, ovvero essenzialmente a flussi in provenienza da FI e dalla lista di Mario Monti che nel 2013 totalizzò 3,5 milioni di voti. Se questo è vero, siamo in presenza di uno spostamento verso destra all’interno dell’area centrista e di centro-destra, ma non di tutte le aree dell’elettorato.
Infine, malgrado il buon risultato nel Mezzogiorno e a meno che non stravolga completamente la propria ragion d’essere, la Lega resta un partito nordista e del Nord. Questo pone limiti obiettivi alla sua espansione elettorale, che - a parte contributi minori nel Centro e nel Sud - può avvenire soltanto nel Nord e principalmente a danno di Forza Italia e dell’area centrista.
Inoltre, seppur politicamente moribondo, è assai arduo immaginare che Silvio Berlusconi ceda le redini del centro-destra; ed è anche difficile immaginare Matteo Salvini come presidente del Consiglio dei ministri. Insomma, è possibile che queste elezioni portino a una lotta fratricida all’interno del centro-destra, il cui risultato finale non è detto sia la conferma o la crescita dei consensi registrati nel 2018.

Il crollo del centro-sinistra e in particolare del Partito democratico, non compensato da Liberi e Uguali
Il Partito democratico nacque come una sorta di realizzazione - pervertita, ma non troppo - del sogno togliattiano: l’unità fra i due grandi partiti popolari italiani, il Pci e la Dc. Nelle sue precedenti incarnazioni degli anni ‘90 del secolo scorso, quando il centro-sinistra governò l’Italia per un tempo pari a dieci volte quello del primo governo Berlusconi, esso fu responsabile di tutte le controriforme di taglio liberistico, godendo per la maggior parte del tempo anche dell’appoggio di partiti a denominazione «comunista». Infine, la grande unità si è risolta nella «democristianizzazione» del Pd, culminata nella figura di Matteo Renzi.
In Italia non abbiamo mai avuto un «regime» berlusconiano, ma una postdemocrazia di cui il centro-sinistra è stato volenteroso costruttore e pilastro.
Si può ben dire che il regime postdemocratico italiano funzioni attraverso la selezione del peggio, a destra e a manca, su tutto lo spettro partitico. È dunque «naturale» che il Pd abbia prodotto la meteorica ascesa di un personaggio come Renzi, che ha effettivamente finito per rottamare il proprio partito. Con 6,1 milioni di voti, il Pd ne perde 2,5 sul 2013 (circa un terzo dei consensi) e dimezza il risultato sul 2008. Calcolato sull’intero elettorato, il consenso per il Pd è ora giustamente sceso al 13% (il 17% sui voti validi), la metà del 25,7% del 2008 (il 33% sui voti validi). La coalizione di centro-sinistra è al 16% degli adv grazie al contributo della sua ala destra, +Europa.
Per quanto in concorrenza elettorale col Pd, chi scrive ritiene politicamente Liberi e Uguali una costola del centro-sinistra dal futuro assai incerto: ottiene il consenso del 2,4% degli adv.

Il successo del Movimento 5 Stelle
Il M5S si conferma il primo partito votato dagli italiani e con 10,7 milioni di voti aumenta il suo consenso di 1,5 milioni sul 2013; sul totale degli adv passa dal 18,5% al 23% (dal 25,6% al 32,7% sui voti validi). Rimane un contenitore dove passa di tutto e ormai anche la via più breve per fare una carriera politica. Ma è chiaro che ha guadagnato voti togliendoli principalmente al Pd, mentre a destra ne ha presi alla Lega (si veda la prima analisi dei flussi di voto dell’Istituto Cattaneo). Il partito di Grillo rimane un fenomeno assai particolare, una rivolta elettoralistica e pseudopopulistica contro la postdemocrazia costruita da centro-sinistra e centro-destra che continua a scombinare le manovre dei partiti di governo, pur avendo scarse possibilità di accedervi.
Intanto è pure un argine al voto di protesta verso i partiti di estrema destra. Ed è ovviamente uno strumento fondamentale per impedire che l’astensionismo diventi la maggioranza assoluta degli adv.

L’estrema destra fascista
Tra Forza Nuova, CasaPound e Fiamma Tricolore, nel 2013 i neofascisti ottennero complessivamente 182.566 voti, pari allo 0,4% degli adv. Nel 2018 la somma dei voti di CasaPound e Italia agli Italiani (Forza Nuova e Fiamma Tricolore) è di circa 437 mila. Si è verificato un raddoppio, che comunque porta il risultato dei gruppi neofascisti solo allo 0,9% dell’elettorato totale. Si tratta di ben poca cosa rispetto agli oltre due milioni di voti che il Msi otteneva normalmente negli anni ‘70-‘80, quasi tre nel 1972. Non è il caso di gridare al lupo. I neofascisti odierni possono essere pericolosi localmente, ma sono irrilevanti per le vicende politiche nazionali. Quel che veramente dovrebbe allarmare gli antifascisti non sono i risultati elettorali dei fascisti, ma i propri.

Miseria della sinistra
Per Potere al Popolo! mi sarei aspettato un risultato migliore: non buono, non da superare lo sbarramento, ma non proprio disastroso. Evidentemente ho sopravvalutato l’immagine dell’attivismo dal basso, perché questo risultato elettorale è una catastrofe senza appello. Ragione vorrebbe che si intraprendesse una riflessione lunga e profonda sulle ragioni del fallimento storico della sinistra post-Pci, ma dubito assai che ciò avvenga. Per farlo bisognerebbe liberarsi anche dello sciovinismo antieuropeista e del nazionalmonetarismo, nonché della simpatia per il paleoconservatorismo di Putin e per il capitalismo cinese.
PaP! ottiene 370 mila voti, pari allo 0,8% dell’elettorato totale. Questo significa un dimezzamento dei consensi sulla lista Ingroia del 2013, la riduzione a un terzo sulla lista Arcobaleno del 2008 e un crollo pari all’87% dei voti ottenuti dalla sola Rifondazione comunista nel 2006 (2,2 milioni di voti, il 4,7% degli adv; ovviamente il crollo del consenso sarebbe più ampio includendo Verdi e Comunisti italiani).
Sull’intero elettorato il sedicente Partito comunista ottiene lo 0,2%, un insulto alla memoria del vecchio Pci; Per una sinistra rivoluzionaria (somma di due gruppi di area trotskoide) ha lo 0,06%. Sono numeri così irrilevanti che la motivazione dell’uso delle elezioni al fine della propaganda rivoluzionaria appare francamente ancor più ridicolo di quanto non lo sia stato in passato.
Ebbene, dopo quarantun’anni o un’intera generazione post-Pci, dopo decenni di elettoralismo, di accordi e collaborazione col centro-sinistra nazionale, regionale e locale, il risultato è questo. Nel remoto 1976 Democrazia proletaria ottenne 557.052 voti, l’1,37% sull’elettorato totale (1,5% sui voti validi), 641.901 nel 1987 - 1,4% sull’elettorato (1,6% sui voti validi) - ultima sua partecipazione prima della confluenza con i rimasugli togliattiani e ingraiani del Pci. Benché ciò possa essere formalmente negato, sappiamo bene che per la sottocasta politica dei forchettoni rossi il termine di paragone del successo è sempre stato, in definitiva, il risultato elettorale; che la partecipazione alle elezioni è per la sinistra un dogma di forza superiore a quello della verginità di Maria per il Santo Padre; e che in nome del meno peggio tutto ciò ha portato a collaborare con il pilastro «di sinistra» della postdemocrazia. Ebbene, valutato col metro che più gli è caro, bisogna necessariamente concludere che la sinistra in tutte le sue componenti è il peggior disastro dell’intero sistema politico italiano. Si è verificata una regressione epocale non solo in termini elettorali, ma prima e più di tutto in termini di soggettività politica.

giovedì 26 ottobre 2017

A 100 AÑOS DE LA GRAN REVOLUCIÓN RUSA, por Hugo Blanco

León Trotsky, 1923 © Yuri Annenkov
Este mes se cumplen 100 años del ascenso al poder de los “soviets”, comités de obreros, campesinos y soldados. Tenían el objetivo de acabar con el gobierno del capital y sustituirlo por el poder colectivo de sus organizaciones, el socialismo.
Desgraciadamente, luego de la muerte de Lenin, dirigente de la Revolución rusa, fue elegido Stalin, representante de la burocracia, quien tuvo la política de hacer que los beneficiarios de la revolución anticapitalista no fueran los trabajadores de la ciudad y el campo, sino la mencionada burocracia.
Trotsky, consecuente con defender los intereses de los trabajadores, organizó la Oposición de Izquierda, reivindicando el poder colectivo de los trabajadores.
La burocracia lo acosó y lo calumnió. Transcribimos la denuncia que hace:
Recapitulando: a la exigencia de que cesara toda mi actividad política, respondí declarando que sólo burócratas corrompidos podían formular semejante exigencia y sólo los renegados podían aceptarla. Es difícil que los propios stalinistas esperaran una respuesta diferente. Después de eso, transcurrió un mes sin novedades. Nuestros vínculos con el mundo exterior se encontraban rotos, incluyendo los vínculos ilegales organizados por jóvenes correligionarios que, superando enormes dificultades, hasta fines de 1928 me enviaban a Alma-Ata, desde Moscú y otros centros, informes abundantes y precisos. En enero de este año sólo recibimos los diarios de Moscú. Cuanto más hablaban de la lucha contra la derecha, más seguros nos sentíamos de que vendría un golpe contra la izquierda. Tal es el método político de Stalin.
Volinski, representante de la GPU de Moscú, permaneció durante todo este tiempo en Alma-Ata, aguardando instrucciones. El 20 de enero se presentó en nuestra casa acompañado de un gran número de agentes de la GPU, armados, que ocuparon todas las entradas y salidas, y me entregó el siguiente extracto de las actas de una conferencia especial de la GPU realizada el 18 de enero de 1929:
“Considerando: el caso del ciudadano Trotsky, León Davídovich, bajo el Artículo 58/10 del Código Criminal, acusado de realizar actividad contrarrevolucionaria expresada en la organización de un partido ilegal antisoviético, cuya actividad últimamente se ha orientado hacia la provocación de acciones antisoviéticas y la realización de preparativos para la lucha armada contra el poder soviético. Resuélvese: el ciudadano Trotsky, León Davídovich, será expulsado del territorio de la URSS”.
Luego fue deportado, ningún país quería recibirlo, hasta que Lázaro Cárdenas, presidente mexicano, le concedió asilo.
El proceso de burocratización fue en aumento, se persiguió a los opositores de izquierda.
El estalinismo consideró que las críticas de Trotsky, aún desde el exilio, le perjudicaban, decidió asesinarlo, y lo hizo.
Antes de morir, Trotsky había dicho:
La burocracia no es una clase sino la excrecencia de una clase, por lo tanto no tiene destino histórico… si el gobierno no es recuperado por los trabajadores, caerá aplastado por el capitalismo.
Desgraciadamente sucedió esto último, el estalinismo se pudrió por adentro y reinstaló el capitalismo, los burócratas se han convertido en capitalistas neoliberales.
Trotsky tuvo razón. Aprendamos de él. No permitamos la burocratización de las organizaciones populares, que no manden los dirigentes, que mande la colectividad.

mercoledì 4 febbraio 2015

DEL GAS DEL BUENO A LA BALA MORTAL, por Natali Vásquez

Que el General Vladímir Padrino López ordene el uso de “armas mortales” en toda manifestación, no me produce ningún asombro, conociendo los origines de donde proviene gran parte de su formación castrense, Escuela de las Américas incluida. No importa cuál es la naturaleza de la protesta, no importa si es violenta o pacifica, desde el mismo momento en que se legaliza esta norma, estudiantes, trabajadores, mujeres, gremios, indígenas y todo aquel que se atreva a levantar su voz será acallado y reprimido con ferocidad, ya no con “gas del bueno” sino con un balazo si es necesario.
Pero lo que sí causa asombro ante tan criminal resolución, que legitima la militarización del orden público, es que muchos de los que en el pasado formaron parte de las luchas de resistencia y manifestaciones al frente del movimiento estudiantil y social de nuestro país, no levanten su voz de rechazo y peor aún algunos ya salieron en su justificación y defensa automática.

venerdì 4 aprile 2014

SU BENICOMUNISMO DI PIERO BERNOCCHI (I PARTE), di Michele Nobile


In Benicomunismo di Piero Bernocchi possiamo vedere tre grandi campi aperti alla discussione: la riflessione teorica sulle ragioni interne del fallimento del comunismo novecentesco; la discussione intorno al capitalismo contemporaneo; l’emergere di una nuova prospettiva politica e ideale di democrazia radicale, indicata nel titolo.

Il mio accordo con le tesi del libro è molto ampio, specialmente su quelle che meno sono digeribili per la sinistra italiana. Si vedrà che esistono alcune divergenze d’analisi, anche importanti; ma molto più del computo delle concordanze e delle divergenze quel che conta, ai miei occhi, è la prospettiva d’insieme, la tensione ideale, la direzione verso cui si muove questo lavoro. Nel modo più sintetico, in Benicomunismo è viva e forte  l’aspirazione a liberare l’anticapitalismo dal professionismo politico e dallo statalismo, in uno spirito che può dirsi libertario. L’asse unificante le diverse tematiche del libro ritengo sia quello del rapporto tra etica e politica. Che è poi la condensazione di tutti i problemi e il nodo cruciale veramente fondamentale per il futuro dell’umanità.

La coerenza tra mezzi e fine e la politica come professione
Il primo e fondamentale accordo con Bernocchi è di natura etico-politica: in nessun caso il fine può giustificare l’uso di mezzi non coerenti con esso perché «cattivi mezzi producono cattivi fini, e viceversa» (p. 268). Certamente questo non è il principio sufficiente per costruire una prospettiva anticapitalista ma, altrettanto certamente, esso è il principio basilare e imprescindibile da cui muovere nella direzione giusta. Se applicato con coraggio e rigore all’intero spettro della pratica politica, della riflessione teorica e della ricostruzione storiografica, le sue conseguenze sono enormi, si susseguono a cascata.

venerdì 7 marzo 2014

EL CONTINENTAL-INTERNACIONALISMO DE CHÁVEZ: RECUERDO A UN AÑO DE SU MUERTE, por Roberto Massari

El siguiente artículo fue escrito a pedido de la Embajada de Venezuela en Italia e incluido en el libro de varios autores “Por aquí pasó Chávez”. El libro, publicado en italiano y en castellano, fue presentado en Roma el 5 de marzo de 2014, primer aniversario de la muerte del ex Presidente venezolano. 

(L’articolo che segue è stato scritto su invito dell’ambasciata venezuelana in Italia e inserito nel libro a più voci, intitolato Por aquí pasó Chávez. Il libro è stato pubblicato in italiano e spagnolo ed è stato presentato a Roma il 5 marzo 2014, primo anniversario della morte dell’ex Presidente venezuelano.)

Encuentro internacional en defensa de la Humanidad fue el título de la conferencia realizada en Caracas, en diciembre de 2004. Participaron casi dos mil operadores culturales («intelectuales») de todo el mundo, invitados por el gobierno venezolano para examinar de cerca la experiencia chavista. Pero sobre todo participó casi diariamente el mismo Hugo Chávez, disponible al diálogo y generoso con las palabras como era su carácter. Quien tuvo la fortuna de participar en el evento internacional (como el autor de esta nota) pudo hacerse una idea no sólo de la dimensión adquirida por el proceso de transformación sociopolítica de Venezuela, sino también de las características humanas e intelectuales de aquel ex teniente de los paracaidistas, destinado a ser no sólo el líder de una de las más grandes transformaciones de la historia nacional de Venezuela, sino también uno de los personajes más comprometidos del escenario internacional.
Después de varios años, creo que puedo decir que aquella conferencia marcó también una fecha muy importante en el proceso de maduración política del mismo Chávez.
Ya se intuía algo en su primera participación en el Fórum social de Porto Alegre (donde lo escuché directamente, en enero de 2001). Pero el cambio radical en el terreno de la política exterior aparece claramente sólo a partir del encuentro de Caracas.
Quiero decir que hasta esa fecha la dimensión «internacionalista» de Chávez no había superado el sueño/proyecto de una integración continental de Latinoamérica -es decir, cumplir el viejo sueño/proyecto bolivariano, con las debida diferenciaciones de épocas- mientras que en la semana de Caracas se apreció por primera vez su proyección mundial antimperialista, con elementos de crítica al capitalismo y referencias también a la perspectiva del socialismo.

mercoledì 20 novembre 2013

VENEZUELA: LA NECESIDAD DE UNA REVOLUCIÓN EN LA REVOLUCIÓN, por Marcelo Colussi

Cuando uno quiere hacer un cambio social tiene que tener claro qué modelo va a utilizar; porque sólo seguir administrando, aunque sea con espíritu patriótico y con honestidad, el modelo capitalista, eso es imposible. El modelo capitalista te termina tragando. Eso es como el diablo. No se puede ir a dar una misa en las cavernas del diablo, porque te traga.
Nicolás Maduro, 2005

Según las Cuentas Nacionales, explicitadas por el Banco Central de Venezuela (BCV), el PIB privado (el porcentaje de la actividad económica del país en manos directas del empresariado) corresponde al 71% del total (año 2010). En el año de 1999 el PIB privado era de 68%. Es decir que, a pesar de las nacionalizaciones, el PIB sigue siendo mayoritariamente privado, y comparado con países que nada tienen que ver con el comunismo –como Suecia, Francia e Italia, donde el PIB es mayoritariamente público (estatal)–, el estado venezolano no tiene en sus manos (salvo el petróleo) ningún resorte económico importante de la economía. 
Manuel Sutherland, 2013.

Yo no soy un libertador. Los libertadores no existen. Son los pueblos quienes se liberan a sí mismos. 
Ernesto Che Guevara

Unos años atrás, en el medio de la marea neoliberal que se expandía triunfal por todo el mundo festejando la extinción del campo socialista europeo, apareció la figura de Hugo Chávez. Con todas las limitaciones del caso y los reparos que se le puedan haber abierto desde la izquierda, lo suyo significó una enorme cuota de esperanza. Luego de la larga noche que habían representado las sangrientas dictaduras que enlutaron toda Latinoamérica y los planes de capitalismo salvaje que le siguieron, la aparición de este militar nacionalista, confusamente antiimperialista con un discurso anticorrupción y con el ofrecimiento de un nuevo socialismo renovado, prometía mucho.

domenica 3 marzo 2013

LOS RESULTADOS ELECTORALES CONFIRMAN Y ACELERAN LA DESCOMPOSICIÓN DEL SISTEMA PARLAMENTARIO ITALIANO, por Michele Nobile

En un modo que podría calificarse como explosivo, estas elecciones han confirmado la tendencia emergente en los últimos años: casi 12 millones de ciudadanos se negaron a besar la mano que los ha golpeado y que seguirá golpeándolos, si no se la detiene finalmente.
En las elecciones políticas de 2008, las abstenciones aumentaron en más de un millón y medio, ello corresponde a un aumento de un seis por ciento, un salto enorme: las precedentes aceleraciones del abstencionismo, en el 1979 tras el fracaso del “compromiso histórico” de Berlinguer y en el 1996 después del primer gobierno Prodi, fueron de un tres por ciento.  
Con las boletas en blanco y las anuladas el total de no votantes debería ascender a más de 13 millones, casi un tercio de todo el cuerpo electoral.

El mínimo histórico de participación en las elecciones políticas

Este del 2013 es el mínimo histórico de participación en las elecciones políticas de la República Italiana: y si hace algunas décadas habría podido tal vez considerar este dato como ambiguo, hoy, por el contrario, en pleno régimen post-democrático, considero que es mi deber alegrarme, como debería alegrarse todo aquel que odie el capitalismo y sus instituciones.
Al abstenerse, una parte creciente de la ciudadanía italiana se ha negado conscientemente a participar en el rito de legitimación de la casta partídico-estatal. Estos ciudadanos al menos han intuido la naturaleza post-democrática del régimen y han sacado de ello la consecuencia lógica: lo boicotean. Han rechazado el engaño de la sociedad del espectáculo y del mercadeo político, no se han prestado a consolidar un orden determinado del gobierno oligárquico del estado.
Abstenerse ha sido un acto mínimo de dignidad; y es un paso adelante para reafirmar, contra las castas política y la institución que la representa, que las vías para la expansión de la democracia y la defensa y extensión de los derechos sociales no solo pasa fuera del parlamento sino que ya se contrapone a este.
Además, aunque en menor medida, también en el voto por el Movimiento 5 Estrellas se expresa un claro rechazo a la casta, si no también de la institución parlamentaria (en un régimen post-democrático).
Y bien, si a la abstención sumamos el voto por el Movimiento 5 Estrellas, se debe decir que  casi la mitad de los ciudadanos italianos se han expresado de manera inequívoca contra el conjunto de los partidos de gobierno o que han gobernado (incluyendo a los verdes, la izquierda post-PCI y los últimos que han llegado a la pseudo “sociedad civil”).

martedì 26 febbraio 2013

I RISULTATI ELETTORALI CONFERMANO E ACCELERANO IL DISFACIMENTO DEL SISTEMA PARLAMENTARE ITALIANO, di Michele Nobile

In modo che può dirsi esplosivo, queste elezioni hanno confermato la tendenza emergente negli ultimi anni: quasi 12 milioni di cittadini si sono rifiutati di baciare la mano che li ha bastonati e che continuerà a farlo, se infine non sarà fermata.
Sulle politiche del 2008 gli astenuti sono aumentati di oltre un milione e mezzo. Ciò corrisponde a un aumento di sei punti di percentuale, un balzo enorme: i precedenti scatti dell’astensionismo, nel 1979 dopo il fallimento del berlingueriano «compromesso storico» e nel 1996 dopo il primo governo Prodi, furono di tre punti di percentuale.
Con le schede bianche e nulle il totale dei non-votanti dovrebbe salire a oltre 13 milioni, quasi un terzo dell’intero corpo elettorale.

Il minimo storico di partecipazione alle elezioni politiche
Quello del 2013 è il minimo storico di partecipazione alle elezioni politiche della Repubblica italiana: e se qualche decennio fa forse avrei potuto considerare questo dato ambiguo oggi, invece, in pieno regime postdemocratico, ritengo di dover gioire, come dovrebbe gioire chiunque abbia in odio il capitalismo e le sue istituzioni.
Astenendosi, una parte crescente della cittadinanza italiana ha consapevolmente rifiutato di partecipare al rito di legittimazione della casta partitico-statale. Questi cittadini hanno almeno intuito la natura postdemocratica del regime e ne hanno tratto la logica conseguenza: lo boicottano. Hanno rifiutato l’inganno della società dello spettacolo e del marketing politico, non si sono prestati a consolidare un determinato assetto del governo oligarchico dello Stato.
Astenersi è stato un atto minimo di dignità e di consapevolezza politica; ed è un passo avanti per riaffermare, contro la casta politica e l’istituzione che la rappresenta, che le vie per l’espansione della democrazia e per la difesa e l’allargamento dei diritti sociali non solo passa fuori del Parlamento ma, oramai, gli si contrappone.
Inoltre, sia pur in minor misura, anche nel voto per il Movimento 5 stelle si esprime il rifiuto netto della casta, se non anche dell’istituto parlamentare (in regime postdemocratico).
Ebbene, se all’astensione sommiamo il voto per il Movimento 5 stelle, si deve dire che quasi metà dei cittadini italiani si sono espressi in modo inequivocabile contro l’insieme dei partiti di governo o che hanno governato (inclusi verdi, sinistra post-Pci e ultimi arrivati della pseudo «società civile»).

La crisi di rappresentatività del sistema dei partiti
Occorre comprendere bene le implicazioni di questo fatto enorme: sulla base di queste elezioni la crisi di rappresentatività del sistema dei partiti, l’autentico sovrano politico, ha fatto un salto di qualità. Forse neanche ai tempi di Tangentopoli, che pure portò al crollo della Democrazia cristiana e del vecchio centrosinistra, la crisi di rappresentatività fu tanto grave. Allora lo sbocco della crisi di rappresentatività furono i referendum per modificare il sistema elettorale, che vinsero con percentuali del 95% e dell’82% dei voti validi. Venti anni fa la maggioranza dei cittadini cadde in una trappola: per come venne presentata, la (contro)riforma avrebbe dovuto «avvicinare» la politica ai cittadini, portare a un sistema bipartitico e più stabile, rafforzare la governabilità del paese. In realtà lo smantellamento del sistema elettorale proporzionale fu l’attacco più grave mai portato ai diritti politici in Italia: e la responsabilità del suo successo è da attribuirsi al Partito democratico della sinistra, erede del Pci e progenitore dell’attuale Pd.
Questa volta, invece, i cittadini si sono pronunciati non tanto contro questo o quel partito ma contro l’insieme dei partiti e delle politiche da essi perseguite da due decenni.
Il non-voto ha quindi obiettivamente acquisito una valenza progressista contro il conservatorismo politico, il cinismo e l’opera di distruzione dei diritti sociali portata avanti da due decenni sia dal centrodestra sia dal centrosinistra, quest’ultimo con l’aiuto di Rifondazione comunista, del Pdci e dei Verdi.

Utopia Rossa: dalla critica ai Forchettoni all’Antiparlamento dei movimenti
Come Utopia Rossa fummo in sintonia con quella maggioranza di elettori che nel 2008 punirono i «comunisti» che, fino all’ultimo, avevano sostenuto con tutte le loro forze il governo imperialista e «social-liberista» di Prodi. Allora, prima delle nuove elezioni, pubblicammo I Forchettoni rossi, un libro in cui spiegavamo, in modo pacato ma rigoroso, in termini storici, sociologici e linguistici, le ragioni dell’opportunismo congenito di Rifondazione comunista, Pdci e Verdi. Con le nostre debolissime forze cercammo di rendere più solide e quindi più costruttive le ragioni della giusta disillusione.
Nel 2013 possiamo dire di essere in sintonia con i milioni di elettori che si sono astenuti. Abbiamo spiegato e continueremo a spiegare razionalmente i motivi del degrado politico e ideale dei partiti e dell’obsolescenza del parlamentarismo. E abbiamo proposto un obiettivo, quello dell’Antiparlamento dei movimenti sociali, che per quanto non realizzabile nell’immediato costituisce pur sempre un ponte tra l’indignazione e il disgusto nel presente e una prassi anticapitalistica e antistituzionale nel futuro. Ma la prospettiva strategica dell’Antiparlamento comporta immediatamente conseguenze nell’atteggiamento verso i partiti e lo Stato. Su questo tornerò in conclusione. Intanto, posso dire che la nostra microscopica e orgogliosamente nullatenente associazione si è conquistata un ideale posto d’onore in un fenomeno di massa denso di potenzialità liberatrici. Come minimo, siamo insieme a chi ha fatto una scelta di libertà e di dignità.
I lavoratori che hanno votato per il centrosinistra o per il centrodestra sono profondamente alienati, sul piano politico, dai propri interessi minimi di classe. I comunisti e i pacifisti che hanno votato per Rivoluzione civile sono rimasti ancora una volta vittime delle illusioni elettoralistiche inculcate da decenni di togliattismo e ingraismo (con Bertinotti ultimo interprete e Ferrero come becchino). Anch’essi sono in preda a una condizione di alienazione soggettiva, intrappolati da una retorica sinistrorsa sempre più vuota e dal mito della rappresentanza di una sinistra sempre più generica e smidollata, diretta da una sottocasta di professionisti della politica la cui ragione d’esistenza è lo scranno istituzionale e il finanziamento statale al partito. Infine, chi ha votato per il Pcl o il Pdac dimostra di non aver compreso la sostanza della lezione di Lenin sull’uso tattico della partecipazione alle elezioni, da valutare volta per volta secondo il quadro politico complessivo e, specialmente, in funzione del contributo della propaganda elettorale alla radicalizzazione politica di settori di lavoratori.
I lavoratori e le lavoratrici che si sono astenuti sono invece alieni nei confronti del sistema dei partiti dello Stato imperialista italiano ma padroni di se stessi. È questo fenomeno progressivo, che obiettivamente ha una potenzialità anti-istituzionale e di radicalizzazione politica, il bacino «elettorale» di Utopia Rossa.

Superiorità morale e politica dell’astensionismo
Come, si obietterà, l’astensionismo non è qualunquismo? Non è un modo per fare il gioco della destra? Non è rassegnazione? E l’elettore di Ingroia o di Ferrando non è politicamente più evoluto dell’astensionista?
No, non è così, o non più. L’equazione fra astensione e «qualunquismo», ammesso che nella sua genericità sia mai stata valida, e non lo è stata, risulta obsoleta e inutile quando i partiti diventano organi dello Stato e il Parlamento cessa di essere cassa di risonanza, per quanto imperfetta, del conflitto sociale. Per motivi strutturali l’organo legislativo ora non è altro che la cassa di registrazione di decisioni prese al vertice dei partiti e del governo.
Al contrario, a fronte dell’oligarchia bipartitica, del trasformismo dilagante, dell’ipocrita e ignobile ricatto del «votare il meno peggio», l’astensionismo è oggi un’elementare misura di difesa della propria autonomia di giudizio etico e politico. È una sana e progressiva reazione alla reale antipolitica, questa sì «qualunquistica», della politica parlamentare e istituzionale.

sabato 23 febbraio 2013

EL SOCIALISMO SIGUE SIENDO UNA ESPERANZA ABIERTA, por Marcelo Colussi

El proyecto socialista, del que conocemos solo los primeros pasos balbuceantes –los cuales, pese a enormes dificultades y con los errores del caso, han dado ya resultados infinitamente más justos que los siglos de acumulación capitalista– es un camino que aún prácticamente no se ha recorrido.

mercoledì 20 febbraio 2013

SPETTACOLO SPORTIVO E SFRUTTAMENTO DI MASSA, di Marco Piracci

Comprendendo lo sport come fatto globale, cioè analizzandolo nella sua dimensione sociale, si comprende quanto esso sia funzionale a una tale società distruttiva (distruttiva prima di tutto dell’armonia e della felicità).

I ragazzi, infatti, dopo una breve esperienza, hanno rifiutato di fare una gara di football con la squadra della scuola di Leiston, perché non tollerano il fanatismo, la mania del campione, il concetto di rendimento, e perché, nel gioco, cercano semplicemente il piacere.
(Paul Laguillaimie, Summerhill scuola della felicità)

Per comprendere quale ruolo rivesta oggi lo sport, occorre partire da una riflessione sul gioco. Il gioco è infatti un aspetto importantissimo per lo sviluppo della personalità. Nel bambino è tramite il gioco che si sviluppa il senso di competenza e la fiducia in sé. Il bambino esplora il mondo con il suo corpo, si mette a repentaglio, sfida i limiti, affronta le difficoltà, ha un rapporto con la sua corporeità ed è il suo corpo il principale strumento di conoscenza. La formazione dell’identità personale che avviene durante questo processo di sviluppo psicosociale consente il formarsi  di un bagaglio  emotivo e sociale che conduce al raggiungimento di un senso di sicurezza interna1. Nel ragazzo e nell’adulto, il gioco fisico libero diviene il piacere di confrontarsi con il mondo. È il ponte con il precedente mezzo di scoperta, sempre forte nella memoria in quanto espressione d’amore per la vita. Si potrebbe allora pensare a una convergenza fra gioco fisico e sport, ma non è così.  Come ben descritto da Pierre Laguillaumie, “Sportivo non è colui che corre a piacer suo in una natura libera e selvaggia – questo libero di fermarsi quando vuole, libero nella direzione, nella velocità, nello slancio, nella respirazione, è l’immagine della gioia del bambino in un gioco fisico libero2.  Lo sport  rappresenta invece la canalizzazione periodica dell’insoddisfazione, del malcontento e dell’aggressività delle masse, la quale lungi dall’offendere il sistema tende a consolidarlo attraverso l’identificazione con gli ideali del capitalismo: primi fra tutti l’individualismo e la concorrenza.

mercoledì 6 febbraio 2013

¿FIN DEL CAPITALISMO? NUEVAS FORMAS DE EXPLOTACIÓN, NUEVAS IDEAS PARA LA LUCHA - SEMBRANDO UTOPÍA, por Marcelo Colussi y un colectivo de autores

Autores: Amado, Oscar; Borges, Edgar; Colussi, Marcelo; Corbière, Emilio; Cuevas Molina; Rafael,  Fontes; Anthony, Illescas Martínez; Jon E. (Jon Juanma); López y Rivas, Gilberto; Mora Ramírez Andrés y Perdomo Aguilera, Alejandro L.

venerdì 1 febbraio 2013

BENICOMUNISMO: IL SOCIALISMO DEL XXI SECOLO, di Stefano Santarelli

Sono usciti recentemente, editi dalla Massari Editore, due libri estremamente interessanti per la riflessione di tutta la Sinistra radicale. Si tratta del libro di Michele Nobile Capitalismo e postdemocrazia e di quello di Piero Bernocchi Benicomunismo.

In questo breve articolo tratteremo soltanto di alcuni aspetti del testo di Bernocchi, vista la complessità degli argomenti esposti che non possono essere sintetizzati facilmente in questa sede.

giovedì 24 gennaio 2013

PERCHÉ NON VOTO (E PERCHÉ CONTINUARE A VOTARE CI PORTERÀ ALLA ROVINA), di Antonio Saccoccio

da Les 500 affiches de mai 68, Balland, 1978
Questa volta avevamo una speranza in più. Potevamo sperare che l’innegabile “crisi” economica avrebbe spinto politici e partiti a inventarsi qualcosa di bello e nuovo. Un cambiamento di rotta. Un segno di discontinuità. Un’idea finalmente! E invece nulla di tutto questo. Siamo entrati già da settimane nel solito noioso penoso schifoso rincorrersi di vili attacchi, meschine difese, mediocrissime diatribe sul nulla. È il nulla infatti di cui si discute. Si discute (si litiga!) su quale ferita rimarginare in un corpo affetto ormai da decine di patologie mortali. Il corpo morirà lo stesso, e in breve tempo, ma volete mettere la soddisfazione di poter dire: “quella feritina l’ho curata io! e non loro che sono degli incapaci!”. E invece gli incapaci sono tutti. Tutti. Lo hanno dimostrato governando. E chi non ha governato lo dimostra chiacchierando in questo modo del nulla. Qualcuno di questi chiacchieroni sostiene che tutto si risolverà se tutti pagheranno tutte le tasse! Evviva! Per altri tutto andrà a posto se nessuno pagherà più la tassa sulla casa! Evviva! Di questo si parla. Su questo si litiga! La “crisi” - questo teatrino ne è la dimostrazione - non è affatto economica. È in crisi la nostra speranza, la nostra fiducia nell’uomo, la nostra fiducia in un altro mondo. In un mondo migliore.
Per fortuna, in pieno periodo elettorale, ritorna il triste spettacolo, ma ritorna anche la solita speranza. La speranza che aumentino coloro che, come me, decideranno di non votare, di stare a casa. Stare a casa per far comprendere a questi poveri di animo e di pensiero, che ora si mostrano belli e carini per poterci poi rappresentare, che qualcuno si sottrae al loro gioco. Che qualcuno è animato da passioni e attenzioni differenti. Che qualcuno sta lavorando per cacciarli via. Sta lavorando per un mondo differente da quello deprimente in cui ci troviamo a vivere.
Non è tanto il “non-voto” che può interessarci. È pieno di gente che non vota, ma per disinteresse, perché non ha nulla da dire, nulla da chiedere a questo mondo. Ma noi no. Alcuni di noi hanno da chiedere ancora molto a questo mondo e fino a quando ci reggeranno le forze ci batteremo per questo. E quindi noi non votiamo per alcuni precisi motivi. Sappiamo perché non votiamo. Io so perché non voto.
Non voto perché ciò che i politici propongono di fare non mi piace. Non mi piace per nulla. Non mi piace la loro visione del mondo. Non mi piace la loro visione del mondo perché coincide con quella presente, che non mi piace affatto. E poiché nessuno di loro mostra di credere in un mondo differente, io non voto.
Ma cosa dovrebbero pensare questi signori perché io possa credere in loro? Non è così difficile. L’avranno la mia stima e il mio appoggio, ma solo quando:

· Si renderanno conto che i beni più preziosi sono e saranno sempre la libertà e l’autonomia di ogni essere umano (nessun escluso!), libertà e autonomia che vanno preservate in ogni modo e non possono essere costantemente limitate da nessuna autorità. Anti-autoritarismo intransigente.
· Smetteranno di santificare il lavoro alienato e si proporranno come obiettivo irrinunciabile a breve termine la riduzione drastica delle ore lavorative per tutti gli impieghi e a medio termine la scomparsa, per mezzo dell’automazione, del lavoro alienante e alienato.

venerdì 4 gennaio 2013

Sobre o Anti-parlamento

Síntese da discussão que teve lugar a 16 de Dezembro de 2012 na sede de “Utopia Vermelha”, introduzida por uma relação de Michele Nobile. O texto seguinte foi enriquecido pelas contribuições de outr@s camaradas, e como tal entra a fazer parte do património teórico de U.V.
(A Redação de Utopiarossa.blogspot.com)

O Anti-parlamento dos movimentos sociais não deve ser entendido como a milésima conferência o coordenação de profissionais da política, talvez ladeados por associações de apoio, com o fim de propor soluções alternativas em vista das eleições, em suma tendo como alvo uma maioria parlamentaria nova, «amiga» dos proponentes.
Pelo contrário, o Anti-parlamento deve ser expressão de movimentos de massa em luta não só contra os determinados e específicos adversários deles - locais e/ou sectoriais – mas também contra a casta política toda e o próprio Parlamento como órgão de legitimação da casta. À letra, entendemos o anti-parlamento como forma de democracia política alternativa e contraposta à instituição parlamentar e ao seu necessário complemento: as eleições políticas. Não é mais bastante dizer que a vitória das lutas específicas e determinadas deve deixar de passar pelos burocratas dos partidos, dos sindicatos e do Parlamento. Deve-se dizer que a casta dos profissionais da política e as instituições deles são inimigos da expansão dos direitos e das liberdades. Deve-se romper definitivamente com a estratégia de fazer refluir a propaganda e a mobilização social para um prazo eleitoral e o apoio duma determinada maioria parlamentária, ou para uma linha de pressão externa e «crítica» dum governo sempre visto como “amigo”. Uma estratégia na qual a esquerda italiana, incluindo a ex extrema-esquerda e os partidos sucessívos ao Pci, está enviscada há decénios.
Desde o nosso ponto de vista a posição anti-parlamentar motiva-se com o processo de involução histórica da chamada “democracia representativa” nos paises com capitalismo desenvolvido, e em particular em Itália.
Trata-se dum processo de longa duração, cujo motor foi próprio o crescimento das funções económicas e sociais do Estado capitalista, com as suas consequências nas relações entre a burocracia administrativa e a dos partidos, entre governo e Parlamento, e nas funções e características dos partidos. Resultados finais destas transformações – aparentemente democráticas e das quais tem saudade tanta parte de esquerda - foram o processo de integração no Estado dos partidos, a convergência programática deles, a constituição do sistema dos partidos em casta. Nos decénios finais do século passado, esgotou-se definitivamente a parábola de integração no Estado dos partidos da esquerda, social-democratas e comunistas. O processo degenerativo - em termos políticos, ideais e pessoais - está particularmente desenvolvido e grave em Itália. Envolveu também os partidos sucessivos ao Pci os quais - pelo apoio e a participação directa nos governos nacionais e locais do centro-esquerda - com amplidão demonstraram e seguem demonstrando o facto de ficar subordinados ao centro-esquerda ou algum componente deste sector (como a Idv): as diferenças, a esse propósito, referem-se mais aos modos e aos tempos do que à substância. O processo foi tratado difusamente nos livros de “Utopia vermelha” (desde La sinistra rivelata, I forchettoni rossi, Le false sinistre até o recente Capitalismo e postdemocrazia) e nos artigos publicados no blog.
Quando mais do 80-90% dos financiamentos para as actividades dos partidos depende dos fundos do Estado, os partidos deixam a função de órgãos de mediação entre Estados e sociedade civil, e tornam-se órgãos estatais. Para os partidos “alternativos”, verdes e com denominação “comunista”, a dependência do financiamento público é par ou superior à dos partidos de governo. Naturalmente participar nas eleições é uma necessidade vital, assim como achar formas de colaboração com o centro-esquerda.
O estadismo dos partidos comporta a prevalência absoluta da função de governo para com a da representação, embora limitada e deformada, de alguns interesses da generalidade dos cidadãos. Os partidos e as coalições repartidores do mercado dos votos optaram para a convergência política substancial em favor dos interesses imediatos do padronato.
Embora órgão do Estado capitalista, nos anos ’60 e ’70 o Parlamento conseguia ainda responder às lutas e aos problemas sociais através leis que favoreciam um progresso, mesmo se parcial. Mas após trinta anos, enquanto o sistema dos partidos torna-se auto-referencial, a própria instituição parlamentar deixa de ter qualquer possibilidade progressiva. As leis do Parlamento vão sempre contra os interesses dos trabalhadores e as necessidades sociais da generalidade dos cidadãos.
Este é um dado estrutural e não reversível. Dai resulta que os apelos à Constituição e à soberania popular no contexto deste Estado, a retórica sobre a participação política e a pretensão dos partidos sucessivos ao Pci - no sentido de ser ponte entre a Rua e o Palácio - aparecem, no melhor dos casos, ilusões condenadas pela história ou, no pior e mais provável dos casos, ideologia instrumental à reprodução de aparatos de partido.
Por estas razões julgamos que a luta pela defesa e a expansão da democracia e dos direitos  sociais no sentido mais amplo não possa mais passar através do Parlamento e da representação dos partidos, mas tenha de assumir o sistema dos partidos e a instituição parlamentar como um inimigo de derribar, sem compromisso nenhum. Esta posição anti-eleitoral e anti-parlamentaria deve ser entendida como referida à Itàlia, e deve ser verificada noutros paises com capitalismo desenvolvido; não vale necessariamente nos paises onde a experiência da democracia parlamentária no Estado  capitalista ficou limitada e a conquista da liberdade política foi relativamente recente.
Estamos perfeitamente conscientes de que a indicação do Anti-parlamento ainda tem uma natureza propagandista, porque pode tomar vida só em presença de movimentos sociais fortes e decididos a perseguir até ao fim os objectivos de luta, rompendo abertamente com a casta política e as suas instituições pseudorepresentativas.  
Contudo não vemos outra possibilidade de começar a construir, logo e no presente, uma perspectiva que no mesmo tempo seja global, democrática e anti-capitalistica senão partindo da visão dum organismo nacional espaço de ligação e debate dos movimentos de luta, e que destes movimentos expresse vontade unitária e síntese política, fora e contra as instituições representativas do poder da casta política. Concretamente e no imediato partilhar esta visão quer dizer a recusa de legitimar pelo voto a casta dos profissionais da política (ou dos aspirantes), nas suas componentes de direita e esquerda, e a instituição parlamentária.
Assumir consapevolmente a perspectiva do Anti-parlamento quer dizer a recusa consciente da retórica pseudo-movimentista o incoerentemente anti-casta, que acaba por fazer das eleições e das aliaças eleitorais e institucionais o ponto de chegada da acção política.
Tomar em consideração séria a perspectiva do Anti-parlamento é antes de tudo o começo dum processo pela libertação da dipendência psicológica dos aparatos que sobrevivem somente graças ao financiamento do Estado e às capacidades deles em ser parasitos do empenho altruísta e singelo de militantes e voluntários.
Julgamos que tomar posição em favor do Anti-parlamento e contra a delegação à casta dos partidos (incluindo a sub-casta subalterna dos “Garfos Grandes Vermelhos”) comporte também um processo de libertação cultural no sentido mais amplo, de impulso à criatividade para mudar a vida e o mundo sem compromissos e autocensuras.
Por fim, assumindo a perspectiva do Anti-parlamento estamos materialmente confortados pelas dezenas de milhões de cidadãos, em Itália e no resto da Europa, os quais pela abstenção do voto querem expressar – e prosseguirão a espressar - o desgosto deles para com as castas políticas. Percebemos de star perto dos que expressaram indignação e enjoo para com os governos e os Parlamentos que fazem pagar a crise capitalista aos trabalhadores, aos cidadãos normais, aos reformados, aos jovens, às mulheres. Estamos perto dos que sitiaram os Parlamentos, sedes formais do poder das castas que pretendem representar o povo.
Julgamos que o Anti-parlamento possa ser uma resposta coerente, de luta, construtiva e eticamente saudável, à necessidade de democracia que deve ser imposta contra a casta política.

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domenica 30 dicembre 2012

DUE OTTAVE E UN DISTICO A MO' DI AUGURIO PER IL 2013, di Gualtiero Via

Parliamo di utopia in fondo, per dire
che il mondo non è piatto, e c'è un futuro,
o che l'essere umano può capire
che un modo c'è, di vivere, men duro
di quel che al sol denaro ha da servire.
Non può la vita farsi un cieco muro
perché manca il lavoro: ciò è sbagliato
e servo è chi lo nega: “ma è il mercato!”

Torniamo invece a dire: non è dato
che al capitale s'abbia ad esser schiavi.
Chi a ciò s'è ribellato nel passato
rifulge in mezzo a tutti i nostri avi.
A chi a questa rivolta ha rinunciato
chiediamo: è il tuo destino tra gli ignavi?
Noi di Utopia Rossa non ci stiamo
e insieme, a mente aperta, combattiamo.

Che sia l'anno che inizia assai diverso
chi a questo lotta è vivo, non è perso.


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giovedì 13 dicembre 2012

venerdì 7 dicembre 2012

LAS MAQUILAS EN LATINOAMÉRICA: UNA NUEVA FORMA DE ESCLAVITUD, por Marcelo Colussi


«Por una camisa marca GAP un consumidor canadiense paga 34 dólares, mientras en El Salvador una obrera gana 27 centavos de dólar por confeccionarla en una planta maquiladora.»

Organización Internacional del Trabajo


Permítasenos comenzar con esta cita escuchada a dos obreras de maquila en El Salvador (Centroamérica): "Con estas condiciones de trabajo parece que volvemos al tiempo de la esclavitud", afirma una de ellas, respondiendo la otra: "¿Volvemos? Pero… ¿cuándo nos habíamos ido?".


Entre los años 60 y 70 del siglo pasado comienza el proceso de traslado de parte de la industria de ensamblaje desde Estados Unidos hacia América Latina. Para los 90, con el gran impulso a la liberalización del comercio internacional y la absoluta globalización de la economía, el fenómeno ya se había expandido por todo el mundo, siendo el capital invertido no sólo estadounidense sino también europeo y japonés. En Latinoamérica, esas industrias son actual y comúnmente conocidas como "maquilas" (maquila es un término que procede del árabe y significa "porción de grano, harina o aceite que corresponde al molinero por la molienda, con lo que se describe un sistema de moler el trigo en molino ajeno, pagando al molinero con parte de la harina obtenida"). Esta noción de maquila que se ha venido imponiendo desde algunos años invariablemente se asocia a precariedad laboral, falta de libertad sindical y de negociación, salarios de hambre, largas y agotadoras jornadas de trabajo y –nota muy importante– primacía de la contratación de mujeres. Esto último, por cuanto la cultura machista dominante permite explotar más aún a las mujeres, a quienes se paga menos por igual trabajo que los varones, y a quienes se manipula y atemoriza con mayor facilidad (un embarazo, por ejemplo, puede ser motivo de despido). 

Estas industrias, en realidad, no representan ningún beneficio para los países donde se instalan. Lo son, en todo caso, para los capitales que las impulsan, en tanto se favorecen de las ventajas ofrecidas por los países receptores (mano de obra barata y no sindicalizada, exención de impuestos, falta de controles medioambientales). En los países que las reciben, nada queda. A lo que debe agregarse que es tan grande la pobreza general, tan precarias las condiciones de vida de estos países, que la llegada de estas iniciativas más que verse como un atentado a la soberanía, como una agresión artera a derechos mínimos, se vive como un logro: para los trabajadores, porque es una fuente de trabajo, aunque precaria, pero fuente de trabajo al fin. Y para los gobiernos, porque representan válvulas de escape a las ollas de presión que resultan sociedades cada vez más empobrecidas y donde la conflictividad crece y está siempre a punto de estallar. Dato curioso (u observación patética): algunas décadas atrás en la región se pedía la salida de capitales extranjeros y era ya todo un símbolo la quema de una bandera estadounidense; hoy, la llegada de una maquila se festeja como un elemento "modernizador".  

La relocalización (eufemismo en boga por decir "ubicación en lugares más convenientes para los capitales") de la actividad productiva transnacional es un fenómeno mundial y se ha efectuado desde Estados Unidos hacia México, América Central y Asia, pero también desde Taiwán, Japón y Corea del Sur hacia el sudeste asiático y hacia Latinoamérica, con miras a abastecer al mercado estadounidense, en principio, y luego el mercado global, tal como va siendo la tendencia sin marcha atrás del capitalismo actual. En el caso de Europa, las empresas italianas, alemanas y francesas primero trasladaron sus actividades productivas hacia los países de menores salarios como Grecia, Turquía y Portugal, y luego de la caída del muro de Berlín a Europa del Este. Actualmente se han instalado también en América Latina y en el África.

Las empresas maquiladoras inician, terminan o contribuyen de alguna forma en la elaboración de un producto destinado a la exportación, ubicándose en las "zonas francas" o "zonas procesadoras de exportación", enclaves que quedan prácticamente por fuera de cualquier control. En general no producen la totalidad de la mercadería final; son sólo un punto de la cadena aportando, fundamentalmente, la mano de obra creadora  en condiciones de super explotación laboral. Siempre dependen integralmente del exterior, tanto en la provisión de insumos básicos, tecnologías y patentes, así como del mercado que habrá de absorber su producto terminado. Son, sin ninguna duda, la expresión más genuina de lo que puede significar "globalización": con materias primas de un país (por ejemplo: petróleo de Irak), tecnologías de otro (Estados Unidos), mano de obra barata de otro más (la maquila en, por ejemplo, Indonesia), se elaboran juguetes destinados al mercado europeo; es decir que las distancias desaparecen y el mundo se homogeniza, se interconecta. Ahora bien: las ganancias producidas por la venta de esos juguetes, por supuesto que no se globalizan, sino que quedan en la casa matriz de la empresa multinacional que vende sus mercancías por todo el mundo, digamos en Estados Unidos.
En el subcontinente latinoamericano, dada la pobreza estructural y la desindustrialización histórica, más aún con el auge neoliberal que ha barrido esta región estas tres últimas décadas, los gobiernos y muchos sectores de la sociedad civil claman a gritos por su instalación con el supuesto de que así llega inversión, se genera ocupación y la economía nacional crece. Lamentablemente, nada de ello sucede.
En realidad las empresas transnacionales buscan rebajar al máximo los costos de producción trasladando algunas actividades de los países industrializados a los países periféricos con bajos salarios, sobre todo en aquellas ramas en las que se requiere un uso intensivo de mano de obra (textil, montaje de productos eléctricos y electrónicos, de juguetes, de muebles). Si esas condiciones de acogida cambian, inmediatamente las empresas levantan vuelo sin que nada las ate al sitio donde circunstancialmente estaban desarrollando operaciones. Qué quede tras su partida, no les importa. En definitiva: su llegada no se inscribe –ni remotamente– en un proyecto de industrialización, de modernización productiva, más allá de un engañoso discurso que las pueda presentar como tal.
Toda esta reestructuración empresarial se produce en medio de no pocos conflictos sociales en los países del Norte, pues cientos de fábricas cierran y dejan desocupados a miles de trabajadores. Por ejemplo, en la década del 90 del pasado siglo más de 900.000 empleos se perdieron en Estados Unidos en la rama textil y 200.000 en el sector electrónico. El proceso continúa aceleradamente, y hoy día las grandes transnacionales buscan maquilar prácticamente todo en el Sur, incluso ya no sólo bienes industriales sino también partes de los negocios de servicios. De ahí que, para sorpresa de nosotros, latinoamericanos, se vea un crecimiento exponencial de los llamados call centers en nuestros países: super explotación de la mano de obra local calificada que domina el idioma inglés, siempre jóvenes. En definitiva: otra maquila más.

Todo esto permite ver que en el capitalismo actual, llamado eufemísticamente "neoliberal" (capitalismo salvaje, sin anestesia, para ser más precisos), las grandes corporaciones actúan con una visión global: no les preocupa ya el mercado interno de los países donde nacieron y crecieron, sino que pueden cerrar operaciones allí despidiendo infinidad de trabajadores –que, obviamente, ya no serán compradores de sus productos en ese mercado local– pues trasladan las maquilas a lugares más baratos pensando en un mercado ampliado de extensión mundial: venden menos, o no venden, en su país de origen, porque sus asalariados ya no tienen poder de compra, pero venden en un mercado global, habiendo producido a precios infinitamente más bajos.

El fenómeno parece no detenerse sino, al contrario, acrecentarse. La firma de tratados comerciales como los actuales TLC’s (Tratado de Libre Comercio) entre Washington y determinados países latinoamericanos, no son sino el escenario donde toda la región apunta a convertirse en una gran maquila. Las consecuencias son más que previsibles, y por supuesto no son las mejores para Latinoamérica: en el trazado del mapa geoestratégico de las potencias, y fundamentalmente de los capitales representados por la Casa Blanca, nuestros países quedan como agro-exportadores netos (productos agrícolas primarios, recursos minerales, agua dulce, biodiversidad) y facilitadores de mano de obra semi-esclava para las maquilas. 

En alguna medida, y salvando las distancias de la comparación, China también apuesta a la recepción de capitales extranjeros ofreciendo mano de obra barata y disciplinada; en otros términos: una gigantesca maquila. La diferencia, sin embargo, está en que ahí existe un Estado que regula la vida del país (con características de control fascista a veces), ofreciendo políticas en beneficio de su población y con proyectos de nación a futuro. No entraremos a considerar ese complejo engendro de un "socialismo de mercado", pero sin dudas toda esta re-ingeniería humana desarrollada por el Partido Comunista ha llevado a China a ser la segunda potencia económica mundial en la actualidad, y ahora se habla de comenzar a volcar esos beneficios a favor de las grandes mayorías paupérrimas. Por el contrario, las maquilas latinoamericanas no han dejado ningún beneficio hasta la fecha para las poblaciones; en todo caso, fomentan la ideología de la dependencia y la sumisión. Eso es el capitalismo en su versión globalizada, por lo que sólo resta decir que la lucha popular, aunque hoy día bastante debilitada, por supuesto que continúa.

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RED UTOPIA ROJA – Principles / Principios / Princìpi / Principes / Princípios

a) The end does not justify the means, but the means which we use must reflect the essence of the end.

b) Support for the struggle of all peoples against imperialism and/or for their self determination, independently of their political leaderships.

c) For the autonomy and total independence from the political projects of capitalism.

d) The unity of the workers of the world - intellectual and physical workers, without ideological discrimination of any kind (apart from the basics of anti-capitalism, anti-imperialism and of socialism).

e) Fight against political bureaucracies, for direct and councils democracy.

f) Save all life on the Planet, save humanity.

g) For a Red Utopist, cultural work and artistic creation in particular, represent the noblest revolutionary attempt to fight against fear and death. Each creation is an act of love for life, and at the same time a proposal for humanization.

* * *

a) El fin no justifica los medios, y en los medios que empleamos debe estar reflejada la esencia del fin.

b) Apoyo a las luchas de todos los pueblos contra el imperialismo y/o por su autodeterminación, independientemente de sus direcciones políticas.

c) Por la autonomía y la independencia total respecto a los proyectos políticos del capitalismo.

d) Unidad del mundo del trabajo intelectual y físico, sin discriminaciones ideológicas de ningún tipo, fuera de la identidad “anticapitalista, antiimperialista y por el socialismo”.

e) Lucha contra las burocracias políticas, por la democracia directa y consejista.

f) Salvar la vida sobre la Tierra, salvar a la humanidad.

g) Para un Utopista Rojo el trabajo cultural y la creación artística en particular son el más noble intento revolucionario de lucha contra los miedos y la muerte. Toda creación es un acto de amor a la vida, por lo mismo es una propuesta de humanización.

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a) Il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi che impieghiamo dev’essere riflessa l’essenza del fine.

b) Sostegno alle lotte di tutti i popoli contro l’imperialismo e/o per la loro autodeterminazione, indipendentemente dalle loro direzioni politiche.

c) Per l’autonomia e l’indipendenza totale dai progetti politici del capitalismo.

d) Unità del mondo del lavoro mentale e materiale, senza discriminazioni ideologiche di alcun tipo (a parte le «basi anticapitaliste, antimperialiste e per il socialismo».

e) Lotta contro le burocrazie politiche, per la democrazia diretta e consigliare.

f) Salvare la vita sulla Terra, salvare l’umanità.

g) Per un Utopista Rosso il lavoro culturale e la creazione artistica in particolare rappresentano il più nobile tentativo rivoluzionario per lottare contro le paure e la morte. Ogni creazione è un atto d’amore per la vita, e allo stesso tempo una proposta di umanizzazione.

* * *

a) La fin ne justifie pas les moyens, et dans les moyens que nous utilisons doit apparaître l'essence de la fin projetée.

b) Appui aux luttes de tous les peuples menées contre l'impérialisme et/ou pour leur autodétermination, indépendamment de leurs directions politiques.

c) Pour l'autonomie et la totale indépendance par rapport aux projets politiques du capitalisme.

d) Unité du monde du travail intellectuel et manuel, sans discriminations idéologiques d'aucun type, en dehors de l'identité "anticapitaliste, anti-impérialiste et pour le socialisme".

e) Lutte contre les bureaucraties politiques, et pour la démocratie directe et conseilliste.

f) Sauver la vie sur Terre, sauver l'Humanité.

g) Pour un Utopiste Rouge, le travail culturel, et plus particulièrement la création artistique, représentent la plus noble tentative révolutionnaire pour lutter contre la peur et contre la mort. Toute création est un acte d'amour pour la vie, et en même temps une proposition d'humanisation.

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a) O fim não justifica os médios, e os médios utilizados devem reflectir a essência do fim.

b) Apoio às lutas de todos os povos contra o imperialismo e/ou pela auto-determinação, independentemente das direcções políticas deles.

c) Pela autonomia e a independência respeito total para com os projectos políticos do capitalismo.

d) Unidade do mundo do trabalho intelectual e físico, sem discriminações ideológicas de nenhum tipo, fora da identidade “anti-capitalista, anti-imperialista e pelo socialismo”.

e) Luta contra as burocracias políticas, pela democracia directa e dos conselhos.

f) Salvar a vida na Terra, salvar a humanidade.

g) Para um Utopista Vermelho o trabalho cultural e a criação artística em particular representam os mais nobres tentativos revolucionários por lutar contra os medos e a morte. Cada criação é um ato de amor para com a vida e, no mesmo tempo, uma proposta de humanização.