L’associazione Utopia rossa considera suo fondamento politico il principio secondo cui il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi si deve riflettere l’essenza del fine. Non ha programmi politici, come del resto non ne aveva la Prima internazionale. Nonostante le più diverse provenienze ideologiche dei suoi sostenitori, essa ritiene che l’anticapitalismo dilagato dopo l’inizio dell’Antirivoluzione russa (dicembre 1917) sia stato motivato fondamentalmente da idee precapitalistiche, cioè retrograde, e non da progetti di civiltà in grado di superare il capitalismo sviluppando ulteriormente i suoi modelli di democrazia. Ciò spiega anche il prevalere, nella storia della cosiddetta «sinistra», di simpatie per i regimi dittatoriali di ogni specie e colore. Utopia rossa si batte contro l’ulteriore diffusione di ideologie precapitalistiche vecchie e nuove (in campo politico, culturale, ecologico, religioso ecc.), come parte della sua battaglia per il superamento del capitalismo, se si vuole salvare la vita sulla Terra con la sua umanità. In questo senso la sua utopia continua ad essere rossa.

The Red Utopia association considers its political foundation to be the principle that the end does not justify the means, but that the means must reflect the essence of the end. It has no political program, just as the First International did not. Despite the diverse ideological backgrounds of its supporters, it believes that the anti-capitalism that spread after the start of the Russian Anti-Revolution (December 1917) was fundamentally motivated by pre-capitalist – that is, retrograde – ideas, and not by civilizational projects capable of overcoming capitalism and of further developing its democratic models. This also explains the prevalence, throughout the history of the so-called «left», of sympathies for dictatorial regimes of all kinds and colors. Red Utopia fights against the further spread of old and new pre-capitalist ideologies (in the political, cultural, ecological, religious, and other fields) as part of its battle to overcome capitalism, if life on Earth, including its humanity, is to be saved. In this sense, its utopia remains red.

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martedì 30 settembre 2014

SUR L’ACTUALITÉ INTERNATIONALE, par James Petras

(interviewé par Johnson Bastidas)

Nous avons rencontré le Professeur James Petras, sociologue étasunien, professeur émérite de l'Université de l’État de New York à Binghamton, intellectuel de gauche, qui a accepté de répondre à nos questions sur l’actualité internationale. Son analyse ne laisse pas indifférent à certaines courantes de la gauche et bien sûr à la droite plus récalcitrante. Le professeur Petras est un intellectuel engagé, qui soutient les mouvements sociaux en Amérique Latine avec lesquels, il entretient des rapports très étroits. A quelques jours de sa visite en Suisse, invité par le mouvement social colombien, la « Marcha Patriotica», voici ses réponses :

JB) Professeur Petras, tout d’abord, nous vous remercions de répondre à nos questions. Nous savons que vous êtes très critique concernant les Ongs, en quoi consiste cette critique et pour quelle raison celle-ci est-elle importante pour les mouvements sociaux ?
JP) En premier lieu, la plupart de ces Ongs, surtout les plus grandes, ne sont pas non gouvernementales, car son financement dépend de certains gouvernements de l’Europe et des Usa, leurs agendas de travail sont fixés par ces gouvernements.  En second lieu, ces liens ont contribué à la privatisation de certaines prestations et des services publics. En troisième lieu, les petites Ongs qui n’ont pas de liens avec des gouvernements ont, par exemple, des dynamiques d’auto-aide, qui sont en réalité de l’auto exploitation et ne contribuent pas à l’organisation de la population pour demander ses droits. Au contraire, cette dynamique exempte les gouvernements de leurs responsabilités avec l’argent public et l’argent de nos impôts. En quatrième lieu, les Ongs n’ont pas de base sociale populaire, elles deviennent des organisations de petites élites qui reproduisent des formes de leadership par cooptation et pas pour l’élection donc pas une vraie représentation de la communauté. Ces leaders n’obéissent pas à la communauté, ils sont, en un mot; des bureaucrates.

sabato 9 agosto 2014

EQUIVOCI DA DISSIPARE SU VICINO E MEDIO ORIENTE, di Pier Francesco Zarcone

A ingarbugliare ancor di più l’immagine della già complicata situazione nel Vicino e Medio Oriente contribuiscono certe superficiali generalizzazioni, diffuse dai grandi mezzi di comunicazione in modo martellante e quindi ormai diventate luoghi comuni. Sostanzialmente esse causano due equivoci di base: la riduzione delle vicende siriane, irachene, libanesi ecc. a un “conflitto settario” tra Sunniti e Sciiti; e la presentazione dell’Islam in quanto tale come irrimediabilmente inconciliabile con la distinzione tra sfera politica e sfera religiosa.


Il conflitto settario c’è, ma non basta
Intendiamoci: non si nega l’esistenza di questo conflitto, e nemmeno si mette in dubbio lo sviluppo di un processo di riscossa sciita iniziato in Libano anche prima della rivoluzione iraniana. Il problema, invece, è che si tratta di un fenomeno inidoneo da solo a esaurire l’intreccio d’insieme. In genere di questo non si parla, o se ne parla troppo poco; e del pari – almeno fino a pochi giorni fa – sono state scarsamente rivelate la dimensione e l’efferatezza delle imprese del settarismo jihadista e la barbarie della sua propaganda, a motivo di una perdurante ambiguità occidentale verso di esso. L’azione propagandistica di fanatici predicatori e le fatawa di rozzi ulema contro gli “infedeli” (termine inclusivo di Sunniti di diverso orientamento, degli Sciiti e ovviamente dei non-musulmani), e addirittura le loro “legittimazioni” dello stupro a danno di donne sciite, cristiane e laiche, in linea di massima interessavano poco, nonostante il sottostante livello di abiezione.

mercoledì 18 giugno 2014

LA CATASTROFE IRACHENA: GRAZIE WASHINGTON!, di Pier Francesco Zarcone

Indipendentemente da come si evolveranno le cose sul piano militare, è possibile un primo bilancio sull’enorme crisi che sta sconvolgendo l’Iraq. Qui emergono in tutta la loro tragicità le catastrofiche conseguenze della dissennata politica statunitense, capace di  produrre costi umani di immane portata, ma incapace di realizzare altresì i propri interessi imperialistici, creando un mare di guai per gli Iracheni e per il mondo intero. Lo squagliamento del nuovo esercito di Baghdad addestrato dagli Stati Uniti (quello di Saddam Husayn fu sciolto dagli Usa subito dopo la conquista dell’Iraq) tratteggia quanto accadrà domani in Afghanistan, col suo logico seguito. In più vanno contati fin d’ora le sanguinose conseguenze del ritorno nei paesi di origine delle migliaia di combattenti jihadisti con passaporti europei. Il massacro al Museo ebraico di Bruxelles è stato, con tutta probabilità, solo un anticipo.

Una polveriera in  fiamme
Tuttavia il vero nucleo del problema sta nel fatto che la sconclusionata azione di Washington, di cui l’attuale insipienza di Obama è il punto di arrivo attuale, provoca la progressiva esplosione dei settori più a rischio della polveriera araba, dall’Africa settentrionale al Vicino e Medio Oriente, e porterà a una terribile deflagrazione finale. Non si dimentichi che solo pochi mesi fa gli Stati Uniti avevano tutta l’intenzione di bombardare la Siria: senza l’escamotage di Putin essi avrebbero consegnato quel paese proprio ai jihadisti che oggi marciano su Baghdad. Sull’irresistibilità di questa marcia ci sarebbe molto da dire, se sono vere le voci che li valutano in circa 30.000 miliziani per lo più armati alla leggera. Tuttavia dai depositi militari abbandonati di corsa dai soldati iracheni sicuramente i jihadisti hanno ricavato materiali qualitativamente consistenti e utilizzabili sia in Iraq sia in Siria.
Per quanto sia stata una sorpresa la rapidissima disintegrazione dell’esercito iracheno, i segnali premonitori di un’azione dei jihadisti c’erano eccome, ma il governo centrale se ne è infischiato, a parte inascoltate richieste di aiuto agli Stati Uniti. A questo punto le male lingue arabe attribuiscono quest’inerzia a un machiavellico gioco del premier sciita Nuri al-Maliki, il quale avrebbe lasciato precipitare la situazione per potersi poi fare attribuire poteri straordinari a tempo indeterminato. Fantapolitica? Gioco rischioso? Non si sa, ma da quelle parti tutto è possibile. Sta di fatto che forse una politica di al-Maliki un po’ meno settariamente antisunnita avrebbe contribuito a migliorare le cose. Invece anche lui ha puntato alla resa dei conti.  
Circa l’estrema gravità della situazione la carta geografica è assai eloquente e rivelatrice.

giovedì 25 aprile 2013

LA QUESTIONE CURDA IN 5 PAESI ORIENTALI, di Pier Francesco Zarcone


I Curdi oggi
I Curdi: un popolo che numericamente si aggira fra i 35 e i 40 milioni di persone senza Stato proprio, diviso fra più Stati, perseguitato in vario modo a seconda dei paesi e costretto a una forte emigrazione (riguarda almeno un milione di persone stanziatesi in Germania, Scandinavia e Stati Uniti; esistono piccole comunità curde anche in Libano, Giordania, Georgia, Azerbaigian, Afghanistan e Pakistan). Probabilmente sono i discendenti degli antichi Medi, etnicamente affini alle popolazioni dell’altopiano iranico, e appartengono al ceppo linguistico indoeuropeo ma non hanno una lingua unitaria: la cosiddetta lingua curda è la mera sommatoria di vari linguaggi (i principali sono il Kurmanji in Turchia e il Sorani in Iraq, ma ne esistono altri ancora) fra loro imparentati. Sul piano religioso sono in maggioranza musulmani sunniti, ma esistono anche minoranze sciite, cristiane e anche israelite. In Turchia sono il 18-20 % della popolazione; in Iraq circa il 12%; in Siria più del 5%; in Iran il 4% e in Armenia l’1,3%.
Oltre alla divisione territoriale i Curdi hanno al loro passivo storico anche una forte e radicata disunione all’interno delle stesse singole realtà regionali, con faide politiche e non. Si pensi - ne parleremo in seguito - al fenomeno del collaborazionismo armato col governo turco da parte di miliziani curdi organizzati nelle guardie di villaggio, oppure alle sanguinose contese che contrapposero in Iraq il clan Barzani al clan Talabani, nonché ai non facili rapporti fra Kurdistan iracheno e Pkk. Non è detto, comunque, che un’eventuale unità curda (ipotetica, al momento) faciliterebbe la lotta per la formazione di uno Stato curdo unitario, giacché darebbe luogo a una poderosa coalizione anticurda, facilitata dalla geografia politica. 


sabato 2 febbraio 2013

OBAMA: APPRENDISTA STREGONE ALLE PRESE COL MONDO ISLAMICO, di Pier Francesco Zarcone

In linea generale gli imperialisti non hanno mai avuto cura di conoscere davvero le realtà umane che vanno a disturbare e sfruttare, e in particolare quelli statunitensi hanno sempre “brillato” per un’assenza pressoché totale di conoscenza e sensibilità, in tal modo agendo come il classico elefante nel negozio di cristalli e collezionando una serie di tragici pasticci planetari.
Anche il loro grande predecessore anglosassone, la Gran Bretagna, nella sua fase imperiale e imperialista ha fatto pasticci e danni immensi con l’uso cinico e puramente opportunista del divide et impera, ma con una differenza: la sua attività lesiva colpiva essenzialmente gli altri, mentre quella statunitense è stata ed è anche autolesionista.
Questa premessa vale appieno per la politica mediorientale di Obama e dei suo trust di “cervelli”. Non che quella di Bush jr fosse di levatura superiore, tuttavia quella dell’attuale Amministrazione statunitense è ancora più pericolosa e autolesionista – per le scelte e per le alleanze che le supportano, sempre più foriere di guai. Certo, di alleanze innaturali (e mortifere), realizzate o tentate, la storia offre una miriade di casi, come ad esempio il tentativo del Papato e di altre potenze cattoliche del Medioevo per allearsi con i Mongoli in funzione antislamica, o il patto tedesco-sovietico che aprì la via alla Seconda guerra mondiale (con successiva invasione nazista dell’Urss).

La svolta di Obama nella politica musulmana
L’annuncio di questa svolta – forse non percepito appieno quando fu fatto – è avvenuto con il famoso discorso tenuto da Obama il 4 giugno 2009 all’Università cairota di al-Azhar, nel quale fu sottolineato l’avvio di «un nuovo inizio tra Stati Uniti e musulmani». La concretizzazione si è vista negli anni successivi e ancora continua.

mercoledì 31 ottobre 2012

«BALCANIZZAZIONE» DEL VICINO ORIENTE?, di Pier Francesco Zarcone

PREMESSA

Dopo la fine della Guerra Fredda, gli addetti alla strategia internazionale di Washington (e non solo) non possono non essersi posti il problema delle difficoltà politiche derivanti dal delirante assetto dato all'area vicino-orientale da Gran Bretagna e Francia dopo la Prima guerra mondiale. Per chi minimamente conosca le realtà storiche, economiche, etniche e religiose di questa regione - per secoli appartenuta al defunto Impero ottomano - è sufficiente un'occhiata alla carta geografica per capire che si è trattato di un assetto tracciato su di essa con righello e matita, senza nessuna conoscenza e/o considerazione per gli ambienti umani su cui andava ad incidere. Il risultato di questa mera volontà di potenza, esercitata alla luce di un cinico divide et impera, si è da tempo dimostrato inadeguato e fonte di nuovi conflitti, esterni e interni, mai sanati e addirittura incancrenitisi. Che qualcuno ci stia pensando per metterci mano non desta sorpresa; semmai può preoccupare il "come", giacché le logiche delle grandi potenze rispondono a criteri del tutto particolari.
Ultimamente sta riemergendo una certa attenzione - ma non da parte dei grandi mass media - per vecchi piani statunitensi e israeliani volti a sovvertire l'attuale sistemazione politica del Vicino Oriente (Egitto incluso) in termini di "balcanizzazione". Situazione senz'altro scomoda per chi la subisce, ma senza dubbio comoda per le grandi potenze ai fini dell'esercizio del loro controllo e della possibilità di effettuare gli usuali "giochi" di potere. L'esistenza cartacea di questi piani è fuori discussione, ma non è questo il punto. La questione è se sia plausibile la lettura dei recenti avvenimenti del mondo arabo in base ai piani in questione. La mancanza delle più importanti centrali di notizie controllate dal Capitale significa ben poco: così come è accaduto per esempio alla recentissima denuncia del governo del Sudan circa un bombardamento israeliano su una fabbrica sudanese, rimasta pressoché ignorata.

DI COSA STIAMO TRATTANDO

Quando parliamo di progetti/proposta per il riassetto dell'area vicino-orientale viene subito da citare quello redatto nel 1982 da Oded Yinon, consigliere del ministero degli Esteri israeliano, dotato di buone entrature alla Casa Bianca di Washington. Esso prevedeva la divisione secondo linee confessionali e/o etniche di una rilevante serie di Stati attuali. Turchia, Siria, Libano, Iraq, Pakistan, Afghanistan - a cui si aggiunge l'Africa islamica a cominciare da Egitto, Sudan, Libia ecc.

RED UTOPIA ROJA – Principles / Principios / Princìpi / Principes / Princípios

a) The end does not justify the means, but the means which we use must reflect the essence of the end.

b) Support for the struggle of all peoples against imperialism and/or for their self determination, independently of their political leaderships.

c) For the autonomy and total independence from the political projects of capitalism.

d) The unity of the workers of the world - intellectual and physical workers, without ideological discrimination of any kind (apart from the basics of anti-capitalism, anti-imperialism and of socialism).

e) Fight against political bureaucracies, for direct and councils democracy.

f) Save all life on the Planet, save humanity.

g) For a Red Utopist, cultural work and artistic creation in particular, represent the noblest revolutionary attempt to fight against fear and death. Each creation is an act of love for life, and at the same time a proposal for humanization.

* * *

a) El fin no justifica los medios, y en los medios que empleamos debe estar reflejada la esencia del fin.

b) Apoyo a las luchas de todos los pueblos contra el imperialismo y/o por su autodeterminación, independientemente de sus direcciones políticas.

c) Por la autonomía y la independencia total respecto a los proyectos políticos del capitalismo.

d) Unidad del mundo del trabajo intelectual y físico, sin discriminaciones ideológicas de ningún tipo, fuera de la identidad “anticapitalista, antiimperialista y por el socialismo”.

e) Lucha contra las burocracias políticas, por la democracia directa y consejista.

f) Salvar la vida sobre la Tierra, salvar a la humanidad.

g) Para un Utopista Rojo el trabajo cultural y la creación artística en particular son el más noble intento revolucionario de lucha contra los miedos y la muerte. Toda creación es un acto de amor a la vida, por lo mismo es una propuesta de humanización.

* * *

a) Il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi che impieghiamo dev’essere riflessa l’essenza del fine.

b) Sostegno alle lotte di tutti i popoli contro l’imperialismo e/o per la loro autodeterminazione, indipendentemente dalle loro direzioni politiche.

c) Per l’autonomia e l’indipendenza totale dai progetti politici del capitalismo.

d) Unità del mondo del lavoro mentale e materiale, senza discriminazioni ideologiche di alcun tipo (a parte le «basi anticapitaliste, antimperialiste e per il socialismo».

e) Lotta contro le burocrazie politiche, per la democrazia diretta e consigliare.

f) Salvare la vita sulla Terra, salvare l’umanità.

g) Per un Utopista Rosso il lavoro culturale e la creazione artistica in particolare rappresentano il più nobile tentativo rivoluzionario per lottare contro le paure e la morte. Ogni creazione è un atto d’amore per la vita, e allo stesso tempo una proposta di umanizzazione.

* * *

a) La fin ne justifie pas les moyens, et dans les moyens que nous utilisons doit apparaître l'essence de la fin projetée.

b) Appui aux luttes de tous les peuples menées contre l'impérialisme et/ou pour leur autodétermination, indépendamment de leurs directions politiques.

c) Pour l'autonomie et la totale indépendance par rapport aux projets politiques du capitalisme.

d) Unité du monde du travail intellectuel et manuel, sans discriminations idéologiques d'aucun type, en dehors de l'identité "anticapitaliste, anti-impérialiste et pour le socialisme".

e) Lutte contre les bureaucraties politiques, et pour la démocratie directe et conseilliste.

f) Sauver la vie sur Terre, sauver l'Humanité.

g) Pour un Utopiste Rouge, le travail culturel, et plus particulièrement la création artistique, représentent la plus noble tentative révolutionnaire pour lutter contre la peur et contre la mort. Toute création est un acte d'amour pour la vie, et en même temps une proposition d'humanisation.

* * *

a) O fim não justifica os médios, e os médios utilizados devem reflectir a essência do fim.

b) Apoio às lutas de todos os povos contra o imperialismo e/ou pela auto-determinação, independentemente das direcções políticas deles.

c) Pela autonomia e a independência respeito total para com os projectos políticos do capitalismo.

d) Unidade do mundo do trabalho intelectual e físico, sem discriminações ideológicas de nenhum tipo, fora da identidade “anti-capitalista, anti-imperialista e pelo socialismo”.

e) Luta contra as burocracias políticas, pela democracia directa e dos conselhos.

f) Salvar a vida na Terra, salvar a humanidade.

g) Para um Utopista Vermelho o trabalho cultural e a criação artística em particular representam os mais nobres tentativos revolucionários por lutar contra os medos e a morte. Cada criação é um ato de amor para com a vida e, no mesmo tempo, uma proposta de humanização.