L’associazione Utopia rossa considera suo fondamento politico il principio secondo cui il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi si deve riflettere l’essenza del fine. Non ha programmi politici, come del resto non ne aveva la Prima internazionale. Nonostante le più diverse provenienze ideologiche dei suoi sostenitori, essa ritiene che l’anticapitalismo dilagato dopo l’inizio dell’Antirivoluzione russa (dicembre 1917) sia stato motivato fondamentalmente da idee precapitalistiche, cioè retrograde, e non da progetti di civiltà in grado di superare il capitalismo sviluppando ulteriormente i suoi modelli di democrazia. Ciò spiega anche il prevalere, nella storia della cosiddetta «sinistra», di simpatie per i regimi dittatoriali di ogni specie e colore. Utopia rossa si batte contro l’ulteriore diffusione di ideologie precapitalistiche vecchie e nuove (in campo politico, culturale, ecologico, religioso ecc.), come parte della sua battaglia per il superamento del capitalismo, se si vuole salvare la vita sulla Terra con la sua umanità. In questo senso la sua utopia continua ad essere rossa.

The Red Utopia association considers its political foundation to be the principle that the end does not justify the means, but that the means must reflect the essence of the end. It has no political program, just as the First International did not. Despite the diverse ideological backgrounds of its supporters, it believes that the anti-capitalism that spread after the start of the Russian Anti-Revolution (December 1917) was fundamentally motivated by pre-capitalist – that is, retrograde – ideas, and not by civilizational projects capable of overcoming capitalism and of further developing its democratic models. This also explains the prevalence, throughout the history of the so-called «left», of sympathies for dictatorial regimes of all kinds and colors. Red Utopia fights against the further spread of old and new pre-capitalist ideologies (in the political, cultural, ecological, religious, and other fields) as part of its battle to overcome capitalism, if life on Earth, including its humanity, is to be saved. In this sense, its utopia remains red.

PER SAPERNE DI PIÙ CI SONO UNA COLLANA DI LIBRI E UN BLOG IN VARIE LINGUE…

Visualizzazione post con etichetta anarchismo. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta anarchismo. Mostra tutti i post

venerdì 2 febbraio 2018

AGUSTÍ CENTELLES: SULLA FOTOGRAFIA DELLA RIVOLUZIONE SOCIALE DI SPAGNA (1936-1939), di Pino Bertelli

Nessun governo combatte il fascismo per distruggerlo.
Quando la borghesia vede che il potere le sta scivolando dalle mani,
chiede aiuto al fascismo per mantenere i privilegi.
(Buenaventura Durruti)

Agustí Centelles © Archivio Sergi Centelles
I. SPARATE SEMPRE, PRIMA DI STRISCIARE!

Fra 1936 e 1939 la rivoluzione sociale di Spagna - che molti storici ancora oggi chiamano semplicemente “guerra civile spagnola” o “guerra di Spagna” - vide in campo due fronti contrapposti: da una parte i reazionari nazionalisti del generale Francisco Franco (appoggiati da Hitler, da Mussolini e dall’indifferenza o la truffalderia delle nazioni democratiche); dall’altra il variegato fronte repubblicano (anarchici, marxisti, trotskisti, stalinisti, liberali)… sull’orlo di questa storia in utopia, gli anarchici ebbero grande influenza e sostegno popolare, ma dovettero confrontarsi con il violento ostracismo dei marxisti filosovietici. Dopo tre anni di battaglie giunse la sconfitta dei repubblicani, tuttavia la rivoluzione libertaria spagnola è considerata il fatto storico più importante dell’intera storia dell’anarchismo, e ancora oggi rappresenta il maggior e più significativo esempio di realizzazione del comunismo libertario.
Al termine della guerra di popolo restarono sul campo 600.000 morti e vi furono più di un milione di mutilati e quasi un milione di profughi. Il franchismo aveva vinto e insieme a fascismo, nazismo e stalinismo (sempre in accordo con il Vaticano, che benediva cannoni e campi di sterminio) allevò i popoli all’ideologia dei despoti e alla secolarizzazione delle lacrime… la burocratizzazione della politica, la rapacità dell’economia e la civiltà dello spettacolo che ne consegue saranno poi elevate al grande carnevale delle democrazie mercatali e guerrafondaie che - attraverso il capitalismo parassitario e l’instaurazione della partitocrazia - permetteranno (in tutta tranquillità) a una minoranza di arricchiti di continuare a violentare e impoverire il resto del pianeta.
© Agustí Centelles
Il 17 dicembre 1936 la Pravda sovietica scrive: «in Catalogna è già cominciata la pulizia dei trotskisti e degli anarchico-sindacalisti; verrà condotta con la stessa energia che nell’Unione Sovietica»… nel maggio 1937, a Barcellona, gli agenti del Gugb - polizia politica sovietica - organizzano un commando composto da comunisti italiani e spagnoli e danno l’assalto alla Centrale telefonica occupata dagli anarchici… gli scontri fra anarchici e stalinisti (agli ordini di Palmiro Togliatti e Vittorio Vidali, il famigerato «comandante Carlos») sono feroci… muoiono centinaia di persone… Camillo Berneri e Francesco Barbieri sono ammazzati dagli sgherri di Vidali. Il Poum (Partido Obrero de Unificación Marxista, piccola organizzazione dissidente di sinistra che si opponeva al Pce, legato alla Terza internazionale e a Mosca) - con le cui milizie combatté anche George Orwell, autore di Omaggio alla Catalogna - è accusato di essere una “quinta colonna” al soldo dei franchisti e gli stalinisti ne arrestano uno dei fondatori, Andrés Nin; assieme ad altre personalità del Poum viene condotto in un campo militare vicino a Siviglia, dove è torturato e assassinato.
Nel febbraio 1939 il governo di Franco è riconosciuto dalla Francia, dalla Gran Bretagna e dal silenzio ossequioso del Vaticano… il poeta surrealista Benjamin Péret, che aveva partecipato alla Rivoluzione spagnola con gli anarchici della Columna Durruti e scritto la sua poesia sovversiva sulle barricate, si scaglia contro gli uomini che legittimano e mantengono in piedi tutti i sistemi di dominio dell’uomo sull’uomo: «Sparate sempre, prima di strisciare». A causa dei suoi pamphlet anarchici, travolgenti, ereticali e blasfemi, Péret viene infamato, deriso, cancellato (invano) dalle storie della letteratura, e quando lo si è fatto è stato per denigrare la sua grandezza sulfurea e relegarlo nelle bibliografie come scheggia impazzita della rivoluzione surrealista. Nei cimiteri della politica istituzionale (dei bravacci delle chiese o delle belle carogne della cultura asservita) splende il sole dei moribondi, dei pagliacci, dei boia… le loro opere, sparse lungo i millenni, sono disseminate di mediocrità e miserie smascherate da tutti i sovversivi dell’ordine costituito, che proprio non ne vogliono mangiare, di quel pane…
Nell’immaginario fotografico la rivoluzione di Spagna non è solo quella immortalata, una volta e per sempre (e dalla parte giusta), da Robert Capa, Gerda Taro o da David “Chim” Seymour… c’è anche un fotoreporter spagnolo (non proprio conosciuto) che ha documentato la storia di quella rivoluzione con notevole partecipazione sociale: Agustí Centelles i Ossó.
Un’annotazione a margine. Agustí Centelles nasce a Grau de València il 22 maggio 1909. Impara presto il mestiere nello studio di un fotografo a Barcellona (Francisco de Baños, che faceva ritratti e ritocco di negativi e positivi) e inizia a collaborare a diverse testate (La Vanguardia, Diario de Barcelona, La Publicitat, Ultima Hora…). Al giornale El Día Gráfico Centelles incontra il giornalista (fotografo) Josep Badosa e gli apre la strada del fotogiornalismo: è il 1927. Si occupa di sport, spettacoli, atti ufficiali e società… usa una fotocamera 9x12. Dopo il servizio militare (1931) lavora a fianco di alcuni giornalisti - Josep Gaspar, Josep Maria Sagarra e Pau Lluís Llorents: è la svolta professionale. Nel maggio 1934 acquista una Leica per 900 pesetas e comincia a lavorare come freelance. La sua firma inizia ad apparire sui giornali di Barcellona e le sue fotografie sono pubblicate anche all’estero. Nel 1935 sposa Eugènia Martí.
© Agustí Centelles
Il 18 luglio 1936, dopo il colpo di Stato militare, si schiera dalla parte del popolo lealista… nel corso della guerra molte delle sue immagini sono pubblicate da agenzie internazionali (Havas, Fulgor)… non sempre firmate dall’autore… nel settembre 1937 è nell’Unità Servizi Fotografici dell’Esercito Est… fotografa da vicino la rivoluzione e nei combattimenti di Teruel e Belchite - e durante il bombardamento di Lérida - mostra sensibilità e commozione verso la disperata vitalità del popolo spagnolo in armi. Nel 1939, dopo la vittoria del franchismo, Centelles passa il confine con la Francia a piedi: ha con sé le macchine fotografiche e una valigia piena di negativi… viene internato nel campo di Argelès-sur-Mer e poi in quello di Bram… qui allestisce un piccolo laboratorio fotografico e fotografa la situazione degli internati. Nel 1942, grazie a un permesso per il lavoro esterno, fugge ed entra nella Resistenza (come falsificatore di documenti nei Grupos de Trabajadores Extranjeros, unità di appoggio organizzate dai repubblicani spagnoli). Nella primavera del 1944 la Gestapo arresta molti membri dei Gte e Centelles attraversa di nuovo i Pirenei a piedi - con moglie e figlio - e torna a Barcellona in segreto… vive in clandestinità per tre anni a Reus, in casa di parenti. Alla fine della guerra si consegna alle autorità. Vive per lungo tempo in libertà vigilata. Il suo materiale fotografico, conservato clandestinamente in Francia, si potrà vedere solo dopo la fine del franchismo.
Nel 1947 Centelles ha un secondo figlio e torna a Barcellona… apre un piccolo studio e si dedica alla fotografia industriale e alla pubblicità… accusato di appartenere alla massoneria, è a lungo squalificato come fotoreporter… nel 1976 si reca a Carcassonne (dove ai tempi della Resistenza aveva installato un laboratorio clandestino nella cantina del suo datore di lavoro) e recupera le fotografie della rivoluzione che si era portato in esilio. Inizia a pubblicare i suoi materiali… le mostre, le conferenze e il riconoscimento dei fotogiornalisti gli restituiscono il valore documentale che merita. Il 19 dicembre 1979, all’età di 70 anni, riesce a rientrare nel registro ufficiale dei giornalisti. Due anni dopo, l’Afpc (Asociación de Fotógrafos de Prensa y Comunicación de Cataluña) gli rende omaggio e lo nomina membro onorario. Nel 1984 Agustí Centelles riceve il Premio Nacional de Fotografia. Muore a Barcellona il 1º dicembre 1985. L’archivio fotografico di Centelles è conservato presso il ministero della Cultura spagnolo. Lasciamo agli imbecilli dell’entusiasmo l’inconvenienza del successo, roba da mentecatti del mercato intellettuale.

martedì 28 marzo 2017

CARLO BALDELLI: UN LUTTO PER UTOPIA ROSSA, di Andrea Furlan e Mauro Giovannini

Sabato 25 marzo, presso la sua abitazione a S. Maria delle Mole (Castelli Romani), il nostro compagno Carlo Baldelli è stato colpito da un attacco di cuore. A nulla sono serviti i soccorsi e il trasporto all'ospedale di Albano.
La vita di Carlo (detto «Carlone» per amici e compagni a causa della sua imponente mole) è sempre stata caratterizzata da un attività politica intensa: militante dei movimenti degli anni '70, attivo nella campagna contro il nucleare, membro del partito di Democrazia proletaria agli inizi degli anni '80. Terminata l'esperienza di DP, per qualche tempo Carlo si allontanò dalla politica attiva, deluso dalla fine ingloriosa di quell'organizzazione. Ma poi aderì a Rifondazione comunista.
E fu insieme a lui che nel 2007 - come circolo «Rosa Luxemburg» di S. Maria delle Mole - uscimmo da Rifondazione, rifiutando di accettare il voto di quel partito a favore del rifinanziamento delle missioni militari all'estero. Le aveva decise il governo Prodi ma le votò anche Rifondazione.
Per Carlo fu quella l'occasione di una scelta netta a favore della rivoluzione e per questo accettò con entusiasmo la nostra proposta di aderire a Utopia Rossa. E con Utopia Rossa, partecipando attivamente alle sue iniziative anche in altre parti d'Italia, proseguirà l'impegno politico fino alla sua prematura morte.
Sul piano locale e nel quadro delle attività di UR, Carlo seguiva attivamente e assiduamente la vertenza contro l'inquinamento dell'aeroporto di Ciampino, facendo parte dell'assemblea «No Fly». Si impegnò anche nella vertenza contro la speculazione edilizia della zona del «Divino Amore», nel Comune di Marino, dando vita, insieme ai compagni del Centro sociale IPO di Marino, all'assemblea «Stop Cemento».
Carlo si è spento all'età di 65 anni, ancora nel pieno delle sue forze. Con lui perdiamo un compagno instancabile, un uomo generoso e altruista, una persona semplice e pacata, riflessiva e allo stesso tempo determinata a portare avanti con decisione le proprie idee.
Un operaio a tutto tondo, un elettricista che non amava essere comandato dai padroni e che per questo aveva deciso di svolgere il proprio lavoro autonomamente, volendo restare padrone solo di se stesso. La sua formazione comunista non era priva, infatti, di elementi anarchici.

Lo ricordiamo come un uomo onesto, gentile, incorruttibile, infaticabile e sempre pronto a soccorrere chi ne avesse bisogno. Ci stringiamo al dolore della sua famiglia, alla moglie Sandra e a suo figlio Matteo.
Le esequie si svolgeranno, in forma rigorosamente laica, al circolo di Utopia Rossa «Rosa Luxemburg» sito in via S. Paolo Apostolo 19 (S. Maria delle Mole) alle ore 10.30 di martedì 28 marzo.

giovedì 13 ottobre 2016

LIBRO SU TINA MODOTTI di Pino Bertelli

DOPO ALCUNI ANNI DI ASSENZA, DAL 13 OTTOBRE TORNA IN LIBRERIA, IN NUOVA EDIZIONE ECONOMICA ILLUSTRATA, RIVISTA E CORRETTA, UN PICCOLO CLASSICO DELLA CONTROCULTURA, UN FONDAMENTALE DEL CATALOGO NdA PRESS (PREZZO DI COPERTINA 10,00 €; ISBN 9788889035962; ACQUISTABILE QUI).

giovedì 4 giugno 2015

MARTIN BUBER E L'ANARCHISMO, di Pier Francesco Zarcone

Martin Buber
L'accostamento fra Martin Buber - filosofo di grande spiritualità e fortemente inserito nella religiosità ebraica - e l'anarchismo non è frutto di fantasia o di forzatura, bensì emerge dalla sua stessa opera: nel presente scritto si cerca di chiarire le ragioni di questo apparente ossimoro. Nella prima parte, per chiarezza, viene tracciato un sintetico quadro della complessità dell'anarchismo - oggi ridotto a realtà insignificante, con un ruolo solo testimoniale di un passato anche glorioso, ma ormai privo di incisiva presenza nelle lotte sociali e politiche; nella seconda parte vengono trattate le componenti anarchiche (non di matrice ebraica) a cui si deve la fusione fra spirito libertario e vita religiosa; la terza è dedicata all'ineludibile tema dei nessi fra Ebraismo e anarchismo; e infine si affronta in modo specifico il pensiero libertario di Martin Buber.
Preliminarmente è necessario bandire in modo assoluto l'identificazione dell'anarchia con il caos - ormai divenuta luogo comune, se non addirittura dogma, anche fra le persone di media cultura. La ragion d'essere dell'anarchismo, infatti, è l'approdo a un ordine naturale senza coazione dall'alto. Conseguentemente va del pari considerato frutto della propaganda avversa il fatto di considerare asociale o privo di senso etico l'anarchico in quanto tale.

UN APPROCCIO SINTETICO E CRITICO ALL'ANARCHISMO

A motivo della complessità del pensiero definibile anarchico, la cosa migliore sarebbe non dare una definizione di anarchismo. La stessa semantica del nome non aiuta affatto. «Anarchia» viene dal greco ed è parola composta da un α privativo e dalla radice αρχ- (arch), indicante comando; e infatti la troviamo nel verbo archiin1, «comandare» - ragion per cui generalmente la si traduce con «senza-comando», «senza-potere», «senza-autorità»; ma poiché la parola archí significa anche «principio» oppure «origine», anarchia finisce col significare «senza principio», «senza divinità», «senza dogmi». E l'anarchismo è il versante ideologico-programmatico-operativo con cui si vuole esprimere questi concetti. In senso politico fu usato per la prima volta - e negativamente - nel 1793 dal girondino Jacques Pierre Brissot per designare la corrente degli Arrabbiati, rivoluzionari radicali pronti alla critica di ogni autorità. Poi, nel 1840, Proudhon dette un significato positivo ad anarchia e anarchismo.

martedì 27 gennaio 2015

ANTE LA MUERTE DE CANEK SÁNCHEZ GUEVARA, por Ricardo Gadea

México/ 20/enero/2015

Roberto, he recibido tu mensaje sobre Canek y lo hemos enviado a diversas amistades. Te agradezco muchísimo los términos elogiosos sobre Canek. Te adjunto también un pequeño texto que difundí apenas producido su deceso.

Ricardo
[Ricardo Gadea - tío de Canek - desde Lima]







Querido Canek, acabo de enterarme de que no pudiste despertar de la operación al corazón. Es increíble que te hayas ido de improviso, sin dar señales, sin decir adiós. Y tan pronto, porque apenas habías sobrepasado los 39 años de tu madre, Hildita, la rebelde, cuando murió en La Habana, y tu abuelo, que tenía la misma edad, cuando cayó en la guerrilla boliviana. Es como el sino familiar, una vida fulgurante, acelerada.

venerdì 8 novembre 2013

RELACIÓN PARA UTOPÍA ROJA SOBRE LA QUINTA INTERNACIONAL (Roma, 31 enero 2010), di Roberto Massari

1. LA IDEA DE LA INTERNACIONAL - 2. PRECEDENTES HISTÓRICOS: Asociación internacional de los trabajadores e Internacional antiautoritaria de Saint-Imier - Segunda internacional - Tercera - Cuarta – OSPAAL y OLAS - 3. NACIONALISMO VS INTERNACIONALISMO: Cuba y el nacionalismo antimperialista - Las “grupetísticas” nacionales tras el ‘68 - La cultura del Holocausto, pero no del Gulag - 4. LA PROPUESTA DE CHÁVEZ: ¿Por qué ahora? La referencia a Trotsky - ...y la amenaza militar de USA – Peligros y límites de la iniciativa - 5. MÉRITOS Y VENTAJAS QUE PODRÁ TENER LA QUINTA - 6. CÓMO CONTRIBUIR EN TANTO UTOPÍA ROJA - 7. LA CUESTIÓN DEL «PROGRAMA»: El mito del «Programa» - Dos, tres, muchas «Quintas internacionales» - El método de «La lista de las compras» - 8. LA MÁS AMPLIA UNIDAD SOBRE LA BASE DE PRINCIPIOS - 9. HACIA LA QUINTA INTERNACIONAL (MOCIÓN CONCLUSIVA)

Gracias a la iniciativa lanzada el pasado noviembre por el presidente Hugo Chávez, la temática de la internacional vuelve a ser actual, por lo menos en el plano de la discusión y el análisis teóricos. En el plano práctico está todo por verse. Si bien la necesidad objetiva de la internacional es tan antigua como el movimiento obrero o, por lo menos, como la Primera Internacional, hay que reconocer que esta es la primera vez en la historia de los últimos 30-40 años que se vuelve a dar la posibilidad subjetiva de una unificación internacional de los movimientos y organismos que luchan por la revolución a escala mundial. En este sentido podemos considerar “histórico” el llamado de Caracas e “histórica” también nuestra reunión de hoy.
En mi relación de marzo de 1983 que recientemente he hecho circular –dedicada a la URSS de Andropov, a la finalidad programática de la Cuarta Internacional de Trotsky y a la necesidad de trabajar por una Quinta Internacional- se proporcionaban los principales reclamos teóricos y las necesarias consideraciones políticas acerca del itinerario histórico del movimiento por la Cuarta y la necesidad de llegar a fundar la Quinta para superar el vacío de iniciativa política internacional que constriñe al movimiento obrero desde hace casi un siglo. Y, por lo tanto, al referir a aquel material como introducción propedéutica a la discusión de hoy, no puedo menos que recordar que las conclusiones de ese texto demuestran como ya, desde hace casi treinta años, la problemática de la Quinta Internacional tiene actualidad y como es parte de nuestra tradición teórica, como elaboración y patrimonio de la corriente hoy encarnada por la Asociación política Utopía roja.
No se trata de poner la banderilla para declarar con orgullo haber estado entre los primeros en expresar la exigencia de la Quinta Internacional desde 1983, sino más bien de asumir la conciencia (esta también histórica) de que nuestras bases teóricas, nuestro modo de razonar, nuestras expectativas revolucionarias y el método mismo con el cual hacemos política con absolutamente compatibles con la idea actual de la Quinta Internacional, son parte plena e integrante. Es más, habiendo precedido al actual llamado a la Quinta, con amplio margen temporal –y ya entonces con plena justificación histórica (porque justo en los inicios de los ’80 se conjugaban de manera dramática la crisis final de la URSS y el ascenso, y derrota, de la más avanzada revolución obrera de la posguerra, en Polonia)- nos hallamos en condiciones de poder escapar a cualquier sospecha de que nuestra adhesión a la Quinta de Chávez pueda estar determinada por consideraciones de oportunidad sino incluso de oportunismo político.

mercoledì 22 maggio 2013

LETTERA IN PUNTA D’AMORE A DON ANDREA GALLO, MIO AMICO E MAESTRO DI VITA ANGELICAMENTE ANARCHICO, di Pino Bertelli


Fai di ogni lacrima una stella

“Lontano da me la saggezza che non piange,
la filosofia che non ride e la dignità che non abbassa la testa
di fronte a un bambino che sorride e chiede di spezzare il pane con lui”...
(Dal taccuino di un fotografo di strada).

Fotografia di Pino Bertelli
Mi ricordo sì, mi ricordo di Don Andrea Gallo, mio amico e maestro di vita... partigiano, prete angelicamente anarchico. Quand’anche io avessi tutti i tesori della terra e parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, se non ho l’amore non sono nulla... quand’ero bambino, parlavo da bambino, sognavo da bambino. Ma, divenuto uomo, ciò che era da bambino non l’ho mai abbandonato... l’amore per l’amore, per l’amicizia, per la fraternità è gioioso... non è invidioso, non si vanta né si offende, non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non va in collera né tiene conto del male ricevuto, non conosce l’ingiustizia ma libera gli abbracci in tramonti improbabili nella verità... e la verità, come l’amore, non conosce catene.

sabato 16 febbraio 2013

SCAMBIO DI IDEE SULL’ANTIPARLAMENTO E ALTRO, di Antonio Saccoccio e Roberto Massari

UR non la vedo come entità riconosciuta sulla scena politica e culturale, e quindi devo per il momento far finta quasi che non ci sia, per non illudermi che in fondo qualcosa tutto sommato continui ad esistere sul versante rivoluzionario. Purtroppo, però, non vedo neanche l'altro processo, quello della radicalizzazione giovanile, della sua trasformazione in lava dirompente libertaria e antistituzionale.

martedì 12 febbraio 2013

ANTIPARLAMENTARISMO: LA TRADIZIONE STORICA, di Pier Francesco Zarcone

Il presente scritto fu preparato in occasione dell'appello astensionista lanciato poco prima delle precedenti elezioni politiche, con lo scopo di fare una messa a punto comunista libertaria "con piedi per terra". Lo riproduciamo ritenendo che sia ancora valido.
(12-02-2013)

Sull’antiparlamentarismo, che in termini consequenziali implica la propaganda e la pratica dell’astensionismo elettorale, a sinistra ci sono stati precedenti illustri, tra i quali spiccano quelli anarchici e, per il versante marxista, quello di Amadeo Bordiga. L’astensionismo è diventato una specie di dogma aprioristico per la maggior parte dell’ancora esistente galassia anarchica.
Oggi, se differenziano solo alcuni gruppi comunisti-anarchici, di matrice “piattaformista”, che partecipano alle campagne referendarie il cui oggetto siano fondamentali “regole del gioco” della convivenza pubblica, ovvero importanti diritti civili, oppure questioni dalla cui soluzione dipende l’adozione linee strategiche dello sviluppo capitalista nazionale.

martedì 23 ottobre 2012

A NOAM CHOMSKY - DELL'ANARCHIA NEL CUORE, di Pino Bertelli


Dedicatoria
Scritta a margine di un libro storico sulla pirateria nel suo rifugio al MIT di Boston:"Quando in un paese esistono i partiti - Simone Weil, diceva -, ne risulta prima o poi uno stato delle cose tale che diventa impossibile intervenire efficacemente negli affari pubblici senza entrare a far parte di un partito e stare al gioco" delle mafie finanziarie (chiese monoteiste incluse)... lavorare alla soppressione dei partiti non è solo auspicabile, è una necessità etica, morale, perfino poetica... e passare dalla tristezza/bruttezza dei politici della corruzione e del crimine costituito, alla conquista di una società di liberi e di eguali (che qualcuno chiama dolce anarchia)... dove ciascuno è re perché nessuno è servo! La bellezza (della democrazia diretta, consiliare o partecipata) vi seppellirà e sputeremo sulle vostre tombe fino alla fine dei secoli [Pino Bertelli].
Noam Chomsky e Pino Bertelli al MIT di Boston
L’ho conosciuto sì, l’ho conosciuto Noam Chomsky... capitano di vascelli corsari in rotta per la terra senza frontiere di utopia... ci siamo incontrati nella sua tana, al MIT di Boston, ero insieme agli amici Luca, Fulvio, Matilde e Paola, mia moglie... dovevamo fotografarlo e intervistarlo per il reading movie di Restiamo Umani [restiamoumani.com], che tratta delle possibilità di pace tra Palestina e Israele, anche. Il maestro ci ha ricevuti nel suo ufficio, una piccola stanza di pochi metri, illuminata in uno strano disordine di fotografie, libri, ricordi di una vita spesa a fianco degli sfruttati e degli indifesi. Era sorridente, gentile, sereno Chomsky, come  solo sanno esserlo gli uomini (grandi) che hanno il coraggio di esprimere le proprie idee di fronte a qualsiasi forma di potere. Teneva una tazza di tè nelle mani... aveva lo sguardo disteso verso la realtà o il sogno, di quelli che ti bucano l’anima in volo e ti lasciano addosso la voglia di cambiare il mondo. Con tutti i mezzi necessari, certo.
Siamo stati con lui poco più di un’ora... non ha mai cessato di esprimere la sua cortesia e malinconica tenerezza... mi passavano negli occhi le parole dei suoi libri che per anni ho letto avidamente, studiato, saccheggiato... lui era lì, con la bellezza dei giusti e l’anarchia nel cuore. Parlava piano, sicuro, calmo... la sua belligerante intelligenza si disperdeva in quella stanza tra la finestra e il cielo. Ricordai una sua frase: “L’anarchia non è un sistema sociale fisso, ma una chiara tendenza dello sviluppo storico dell’umanità che (…) aspira a che ogni forza sociale e individuale si sviluppi liberamente nella vita”. Tutto vero. Lo guardavo commosso che leggeva il capitolo del libro di Vittorio Arrigoni (Gaza. Restiamo umani) con la semplicità poetica dei vecchi cacciatori di sogni che (in ogni epoca) non vogliono governare né essere governati in questo modo e a questo prezzo.
Annusavo il profumo “aristocratico” del pensiero libertario che usciva dal suo parlare... avevo nel mio zaino il suo libro a favore di Occupy [Siamo il 99%]... dove sosteneva le battaglie sociali degli indignados di Wall Street... una marea montante di persone che attraverso la disobbedienza civile chiedono il blocco delle strade, lo sciopero nelle università, l’occupazione dei luoghi di lavoro e indicano forme di lotta organizzate (fino al sabotaggio delle tasse governative)  attraverso l’azione diretta e il valore d’uso dei network. Questa generazione d’insorti del desiderio di vivere tra liberi e uguali, denunciano la disuguaglianza sociale che un minoranza di arricchiti (gli strati più “alti” della finanza e della politica) continua a perpetuare contro i popoli impoveriti e si scagliano, a ragione, contro la pratica saprofita delle case farmaceutiche, compagnie delle assicurazioni, speculatori immobiliari, mercanti di armi... identificano in Wall Street il cuore finanziario del capitalismo parassitario con il nemico da combattere, prima di ogni cosa. Si tratta dunque di godere della gioia e della vita piena e dove c’è amore dell’uomo per l’uomo, lì c’è la libertà. Occupy, ricordiamolo, è un grido profondo gettato, a faccia scoperta, contro il tramonto degli oracoli e i franamenti di un sistema economico inumano che ha fatto della violenza il proprio credo, sono il fondamento per il raggiungimento di una economia etica, di una democrazia dei cittadini. Occupy  non è solo la fotografia del disagio di un’epoca del dolore planetario, è soprattutto il canto generazionale di uomini, donne in rivolta contro l’immaginario istituito che chiedono un’esistenza più giusta e più umana.
Quando il nostro incontro è terminato... una signora, gentile come il ritorno delle lucciole a maggio, ci ha ha accompagnato verso l’uscita del dipartimento... dopo pochi passi sono tornato indietro, Chomsky era seduto vicino a uno schedario... alzo ancora la fotocamera verso di lui... gli dico — “grazie a te” —... lui sorride e dice — “It's Good” — (“forse, dico”)... Chomsky, la   signora di bianco vestita e un ragazzo smilzo che somigliava a Henry Fonda in un film western di John Ford, si mettono a ridere. Chomsky si alza e mi abbraccia, forte. Lo abbraccio anche io. Tremante di gioia. Ci lasciamo così, davanti alla  fotografia di Bertrand Russell, in un giorno di pioggia e vento a Boston. La città dove è approdata la nave dei padri pellegrini, Mayflower (Fiore di maggio) ed è nata la nata la prima comunità euroamericana. Là dove le nostre mani si sfiorano, i nostri cuori si danno del tu!

Quando siamo usciti dal MIT siamo andati in una bar a mangiare e su un tavolo di legno, dopo qualche birra e Bloody Mary, con Paola, Fulvio, Matilde e Luca abbiamo scritto una canzone:

Luna di pioggia a Boston
Boston, 3 volte ottobre 2012
(In un bar, Luca, Fulvio, Matilde, Pino e Paola)

La luna si specchiava dolce
in una pozza di strada a Boston
e il Bloody Mary ci faceva cantare
canzoni del dissenso che Chomsky raccontava con gli occhi…
you never are what and where others think that you are…

e la foto di Russell in bianco e nero
ci lasciava il rispetto dei diritti umani…
conoscenza, rispetto, dignità
e amore fra gli uomini…
you never are what and where others think that you are…

la voce di chi non ha voce
ci riporta all’alba degli ultimi
e lacrime di gioia bambina
rigano le nostre facce in amore
you never are what and where others think that you are…

i nostri cuori ora si uniscono
alle nostre menti che non mentono
e quella piccola squaw che alla terza ti affoga
se non capisci e tu nuoti… Oh! Se nuoti
nel fiume magico del tempo liberato

you never are what and where others think that you are…

[Chomsky, mi è venuto da pensare poi, continua a fare con le parole, il comportamento, l’azione diretta... quello che in altri tempi i cavalieri che fecero l’impresa, hanno fatto con la spada. Che milioni di fiori possano sbocciare ai quattro venti della terra e affoghino con i loro petali gettati nel vento, le canaglie che fanno professione di governare. Come non sapere che il profumo delle rose di campo può mutare il corso delle costellazioni?]. 
Piombino, dal vicolo dei gatti in amore, 22 volte ottobre 2012.

Nella diffusione e/o ripubblicazione di questo articolo si prega di citare la fonte: www.utopiarossa.blogspot.com

venerdì 21 settembre 2012

PARA ENTENDER A UTOPÍA ROJA. UN CARTEO, por Rómulo Pardo y Enzo Valls


(11 de setiembre de 2012)
Amigos Enzo y Roberto
Utopía Roja va cumpliendo la tarea de difundir opiniones, informaciones, necesarias en un mundo sometido a la censura de los medios dominantes.
Sin duda un aporte.
Me parece que podríamos intentar ser constructores de propuesta, que es lo que más falta hoy.
Para eso, que no es fácil, propongo comunicarnos quizás fuera del blog, internamente, en torno a pregunta cortas y respuestas cortas.
Un ejemplo:
Pregunta ¿Cómo debe ser el consumo en la nueva economía alternativa al capitalismo?
Respuestas…
Eso debería basarse en un punteo de ustedes sobre las cuestiones a abordar en un esbozo simple de afirmaciones para un programa no capitalista.
Un abrazo
Rómulo


(12 de setiembre de 2012)
Estimado Rómulo:
Utopía Roja es una asociación libre entre personas que tienen una clara vocación anticapitalista y algunos pocos principios esenciales en común, que por ahora está definidos en esas 6 “frasecitas” que habrás leído, y que responden más que nada a la visión que el grupo inicial italiano tuvo de lo que podía ser un modo completamente nuevo de hacer política, que tuviera en cuenta errores y horrores históricos del pasado para tratar de no repetirlos nunca más. Son 6, pero podrían ser más - o menos -, y algunas podrían ser diferentes, sobre todo pensando en una cada vez mayor internacionalización de la idea de base. Fueron llamadas así al principio: simplemente “frases” o “frasecitas”, con voluntaria y subrayada humildad, justamente para no caer en la tentación de… elaborar un programa. Programa que en una época tan poco revolucionaria y confusa, solo puede ser una especie de “lista de las compras”, como suele llamar Roberto a ciertos pretendidos programas revolucionarios.
En cuanto a lo de debatir sobre algunos temas fuera del ámbito del blog, esa posibilidad está siempre abierta, con preguntas y respuestas no necesariamente cortas. Todo dependerá de quien sienta la necesidad y tenga voluntad y tiempo para hacerlo. En el blog no están habilitados los comentarios porque desgraciadamente los foros se transforman rápidamente en un “quilombo” (en el sentido argentino, con perdón de los quilombos originarios), pero a cualquiera que escriba a la dirección de contacto que figura en el blog, no solamente se le responde (lo hace normalmente quien domina más el tema en cuestión), sino que, si su carta es interesante y fruto de una reflexión, se puede publicar.
Desgraciadamente no está traducida aún al castellano la larga entrevista que el año pasado le hizo a Roberto un estudiante para su tesis: http://utopiarossa.blogspot.com.ar/2011/05/utopia-rossa-e-unidea-nuova-di.html No sé si entiendes el italiano, pero en espera de que la traducción esté disponible te invito a que trates de leerla.
Un abrazo.
Enzo
PD: No creo que sea necesario aclarar que el blog de UR y la asociación UR son dos cosas diferentes, ya que tu mismo has propuesto mantener una comunicación por fuera del blog. En efecto esa comunicación ya existe y existía antes del blog, que fue una idea (y realización) mía que propuse hace 5-6 años pero que vio la luz recién hace dos años, justamente porque hasta ese momento bastaba la comunicación vía correo electrónico o teléfono.


(12 de setiembre de 2012)
Estimado Enzo
Tú escribes acertadamente que el hoy es “una época tan poco revolucionaria y confusa”. Lo, en cierto modo, acusador para nosotros mortales es lo ‘confusa’ porque ahí quizás pudimos hacer pequeños aportes para el ir hacia lo revolucionario.
Sí entiendo perfectamente que es difícil intentar consensos cada vez más anchos.
Mi propuesta parte de hechos como ver que en Rebelión.org todo lo que se lee en general es correcto pero ‘confuso’ sobre adónde apunta.
Creo entonces en hacer un esquema de propuesta política gestionado por ustedes. Una pregunta clave y amigos y amigas de Utopía Roja se pronuncian de forma breve. Luego otra pregunta…, etc.
Solo una pregunta o afirmación a debatir por vez para que no se arme un quilombo…
Surgirán acuerdos, conocimientos y acercamientos entre nosotros; también diferencias, tal vez enojos, que se deben evitar explicando que es casi imposible concordar en todos los puntos pero sí en algunos y que se trata de compartir opiniones posiblemente sobre temas no conversados colectivamente.  
Es un riesgo en busca de complementar textos paralelos de difícil intercomunicación.
Sin Utopía Roja no sería posible compartir contigo mis enfoques.
Un abrazo fraterno
Rómulo  


(14 de setiembre de 2012)
Estimado Rómulo:
Yo creo que el aporte que puede hacerse desde Utopia Roja, tiene que ver con dos aspectos fundamentales: por un lado, como te decía, tratar de no repetir los errores y horrores del pasado, que no son tan del pasado, ya que se siguen cometiendo (hablo de “nuestro” lado de la barricada, por supuesto) y por otro, dar contribuciones teóricas, éticas, humanas, etc. que vayan en esa dirección.
Me parece que Rebelión, como también Argenpress y otros sitios por el estilo, son más bien “contenedores de textos”, y por lo tanto no necesariamente se les puede pedir una coherencia política o estratégica. No está mal que lo sean, si eso significa pluralidad de pensamientos y aportes, pero me parece que no abundan los textos que hagan aportes de veras novedosos o profundos. De ahí tal vez esa “confusión” que tu dices (…)
Pero no creo que sea a través de un “programa” que se vaya a poner orden en este momento histórico. Lo que compartimos varios compañeros de Utopía Roja es el tratar de aprovechar lo mejor que en cada época dio cada orientación filosófica, ideológica, cultural, social, política, etc., sin fosilizarse en un solo enfoque, ya que los resultados negativos de “aplicar” una sola línea de pensamiento están a la vista. Y los programas bien elaborados terminan siendo recetas vacías y, por definición, erróneas. Caeríamos tal vez en lo que el Che le criticaba al Manual de Economía de la URSS, en el que, según él (cito de memoria) “no hace falta pensar porque ya el partido lo ha hecho por ti”.
Es importantísimo lo que dices al final: “Sin Utopía Roja no sería posible compartir contigo mis enfoques”. De eso se trata: si eso es lo que Utopía Roja te comunica, me pongo muy feliz, quiere decir que andamos por buen camino. Pero yo te invito a que abras tus reflexiones a otros compañeros: quizás por ahí pase ese preguntar y contestar. Y a lo mejor, desde ese intercambio surge la necesidad de publicar una síntesis que aporte algo importante o “nuevo”. Eso sería para mí evitar “el riesgo de la suma cero y la incomunicación de textos paralelos”. Yo me tomé el atrevimiento de enviar tu “idea” y mi respuesta a otros compañeros de varios países, pero ahora, por respeto al hecho de que tu me has contestado solamente a mí, no lo hago. Pero insisto: estaría bueno abrir esas reflexiones ya que la mía, es solo una pequeña y humilde opinión. Y digo “humilde” no por falsa modestia sino porque en nada puede compararse a lo que puede venir de las experiencias y trayectorias históricas de varios compañeros de UR, y cuya grandeza reside también en aceptar mis opiniones de igual a igual..
Un abrazo.
Enzo


(14 de setiembre de 2012)
Estimado Enzo
Sólo me dirijo a ti porque te conozco como a Roberto. Pero además reconozco un temor a provocar reacciones negativas.  
De acuerdo contigo en lo de la línea única, receta, bajada, debe haber un pluralismo integrado. Hay que compartir reflexiones en busca de algo que como conjunto sea nuevo.
Enzo, estuve revisando ideas y ubiqué algo que hoy es un separa aguas político y que podría ser un punto de origen para un diálogo en Utopía Roja.

Fundamentalmente de lo ecológico se derivan dos orientaciones centrales:
-Que será posible el crecimiento constante de la economía.
-Que el crecimiento permanente de la producción es insostenible por los límites del planeta.
Las respuestas traen consecuencias políticas divergentes. A mi juicio lo nuevo va con lo segundo.
Un simple esbozo de programa no puede ir más allá de afirmaciones ejes como esas pero son absolutamente necesarias.
Un gran abrazo  y gracias por el diálogo.
 Rómulo 


(16 de setiembre de 2012)
Estimado Rómulo:
Yo pienso que las ondas negativas se crean cada vez que no se enfrentan los grandes temas, que no siempre son fáciles de detectar y mucho menos estar de acuerdo monolíticamente sobre cuales son. En Utopia Roja partimos ya bastante conscientes de los desacuerdos históricos, de otra manera no podrían convivir marxistas y anarquistas (por poner el ejemplo más clásico). Y hemos detectado algunos acuerdos de base, expresados en las famosas “frasecitas”, que van claramente en una dirección anticapitalista, antiburocrática, por una ética en la que a través de los medios se puedan entrever los fines, por la libertad de los pueblos, etc., etc. Es algo en movimiento, no definido ni perfecto, pero bastante sólido y claro en sus planteos iniciales.
La solución a las dos orientaciones centrales que mencionás yo no la tengo muy claro, pero de todas maneras de nada serviría que lo discutiéramos nosotros dos, sobre todo sin hacer intervenir a quienes saben mucho de economía y hace años vienen estudiando estos temas, en Utopía Roja, por ejemplo, Michele Nobile.
Así que, insisto: cualquier planteo tiene que ser abierto a otros compañeros, partiendo de lo que ya hay como acuerdos de base.
Un abrazo.
Enzo


(17 de setiembre de 2012)
Estimado Enzo
Sería una ayuda para mí si pudieras hacer llegar mi planteo de los dos ejes orientadores centrales a Michele. Pienso dedicar mi vida a eso y entre más discusión, desacuerdo, acuerdo, mejor. 
No tengo inconveniente en hacerlos llegar a todos, solo que la idea la planteé en el primer texto que les envié y no hubo reacciones.
En Rebelión de hoy encontré un artículo bueno sobre el tema, una entrevista a Ulrich Brand.
Un abrazo
Rómulo  

(19 de setiembre de 2012)
Estimado Rómulo:
Con mucho gusto le paso esta jabulani a Michele Nobile, de quien lamento no haber  leído aún su libro “Merce-Natura ed Ecosocialismo” (Mercancía-Naturaleza y Ecosocialismo), que seguramente responde muchísimo a tus inquietudes. La entrevista a Ulrich Brand (si es una de hace algunos meses) la conozco y en su momento se la envié a Michele y a Roberto Massari. Aquí en Argentina fue publicada por Página 12.
Un abrazo
Enzo


Nella diffusione e/o ripubblicazione di questo articolo si prega di citare la fonte: www.utopiarossa.blogspot.com

martedì 29 maggio 2012

ROMANZO DI UNA STRAGE (Marco Tullio Giordana, 2012) di Pino Bertelli




“Quella sera a Milano era caldo
Ma che caldo che caldo faceva
Brigadiere apra un po' la finestra
E ad un tratto Pinelli cascò.

Commissario io gliel'ho già detto
Le ripeto che sono innocente
Anarchia non vuol dire bombe
Ma eguaglianza nella libertà."...

La ballata del Pinelli, 1969
testo di G. Barozzi, F. Lazzarini, U. Zavanella, musica di J. Fallisi








I. Morte (per niente) accidentale di un anarchico

Le strade del cinema italiano sono lastricate di monumentali banalità contrabbandate come “storie sociali” o sceneggiati televisivi che mortificano al fondo l’immaginario collettivo... la domesticazione degli sguardi rende gli uomini stupidi, dipendenti da dispositivi di massa (cinema, televisione, fotografia, carta stampata, telefonia, internet, in parte) che li rendono incapaci di ragionare e li piegano alla rappresentazione politica del consenso elettorale... la dittatura finanziaria (banche, partiti, mercanti d’armi, “bottini” delle chiese monoteiste) pensa a sacralizzare gli entusiasmi della società consumerista  e l’organizzazione gerarchica del potere... tuttavia le giovani generazioni si prendono il diritto alla resistenza sociale e legittimano ogni forma insorgente che rigetta la servitù volontaria. Chiedono una società senza stato, senza potere politico né terrore chiesastico  e lavorano a nuove forme di democrazia partecipata, diretta o consiliare per la comunità che viene.
Romanzo di una strage (2012) di Marco Tullio Giordana tratta della strage di Piazza Fontana, avvenuta il 12 dicembre 1969 a Milano... di romanzato c’è molto, di strage di Stato, poco. I giornali hanno diffuso dibattiti, consensi, dissensi su questo film... i critici velinari  gli hanno assegnato le stellette secondo gli orientamenti politici o padronali... il pubblico non si è proprio scaraventato nelle sale cinematografiche a vedere la ricostruzione dei fatti... è sorprendente! Quando ci sono di mezzo storie di anarchia anche gli artisti più avvertiti riempiono le loro opere di lordure e non di purezze... sembrano non sapere che la verità e la giustizia sta al di là delle apparenze e non si accede alla bellezza se non in virtù della disobbedienza. Conoscere significa smascherare, disvelare, scuotere l’indifferenza generale, il passo conseguente è l’incinerazione di ogni forma di autorità. Per meglio comprendere Romanzo di una strage non è male ritornare (con un indignato flashback) alla strage di Stato della quale il film parla e gli anarchici non hanno mai archiviato.
Nel dicembre 1969 una bomba scoppia nella sede della Banca Nazionale dell’Agricoltura (ore 16:37) uccidendo diciassette persone (quattordici al momento dell’esplosione) e ottantotto restano feriti. Una seconda bomba deposta nella sede della Banca Commerciale Italiana (Piazza della Scala) è rinvenuta inesplosa e la terza esplode a Roma (ore 16:55) all’ingresso della Banca Nazionale del Lavoro (via San Basilio), i feriti sono tredici. Tra le 17:20 e le 17:30 altre due bombe scoppiano a Roma... una davanti all’Altare della Patria e l’altra all’ingresso del Museo del Risorgimento (Piazza Venezia), i feriti, quattro. In quel 12 dicembre, nell’arco di 52 minuti, si compiono cinque “oscuri” atti terroristici (secondo le veline dei servizi segreti). Sebbene queste aggressioni alle istituzioni siano opera di gruppi eversivi di estrema destra e servizi deviati dello Stato, la polizia politica individua i colpevoli tra le file degli anarchici.

RED UTOPIA ROJA – Principles / Principios / Princìpi / Principes / Princípios

a) The end does not justify the means, but the means which we use must reflect the essence of the end.

b) Support for the struggle of all peoples against imperialism and/or for their self determination, independently of their political leaderships.

c) For the autonomy and total independence from the political projects of capitalism.

d) The unity of the workers of the world - intellectual and physical workers, without ideological discrimination of any kind (apart from the basics of anti-capitalism, anti-imperialism and of socialism).

e) Fight against political bureaucracies, for direct and councils democracy.

f) Save all life on the Planet, save humanity.

g) For a Red Utopist, cultural work and artistic creation in particular, represent the noblest revolutionary attempt to fight against fear and death. Each creation is an act of love for life, and at the same time a proposal for humanization.

* * *

a) El fin no justifica los medios, y en los medios que empleamos debe estar reflejada la esencia del fin.

b) Apoyo a las luchas de todos los pueblos contra el imperialismo y/o por su autodeterminación, independientemente de sus direcciones políticas.

c) Por la autonomía y la independencia total respecto a los proyectos políticos del capitalismo.

d) Unidad del mundo del trabajo intelectual y físico, sin discriminaciones ideológicas de ningún tipo, fuera de la identidad “anticapitalista, antiimperialista y por el socialismo”.

e) Lucha contra las burocracias políticas, por la democracia directa y consejista.

f) Salvar la vida sobre la Tierra, salvar a la humanidad.

g) Para un Utopista Rojo el trabajo cultural y la creación artística en particular son el más noble intento revolucionario de lucha contra los miedos y la muerte. Toda creación es un acto de amor a la vida, por lo mismo es una propuesta de humanización.

* * *

a) Il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi che impieghiamo dev’essere riflessa l’essenza del fine.

b) Sostegno alle lotte di tutti i popoli contro l’imperialismo e/o per la loro autodeterminazione, indipendentemente dalle loro direzioni politiche.

c) Per l’autonomia e l’indipendenza totale dai progetti politici del capitalismo.

d) Unità del mondo del lavoro mentale e materiale, senza discriminazioni ideologiche di alcun tipo (a parte le «basi anticapitaliste, antimperialiste e per il socialismo».

e) Lotta contro le burocrazie politiche, per la democrazia diretta e consigliare.

f) Salvare la vita sulla Terra, salvare l’umanità.

g) Per un Utopista Rosso il lavoro culturale e la creazione artistica in particolare rappresentano il più nobile tentativo rivoluzionario per lottare contro le paure e la morte. Ogni creazione è un atto d’amore per la vita, e allo stesso tempo una proposta di umanizzazione.

* * *

a) La fin ne justifie pas les moyens, et dans les moyens que nous utilisons doit apparaître l'essence de la fin projetée.

b) Appui aux luttes de tous les peuples menées contre l'impérialisme et/ou pour leur autodétermination, indépendamment de leurs directions politiques.

c) Pour l'autonomie et la totale indépendance par rapport aux projets politiques du capitalisme.

d) Unité du monde du travail intellectuel et manuel, sans discriminations idéologiques d'aucun type, en dehors de l'identité "anticapitaliste, anti-impérialiste et pour le socialisme".

e) Lutte contre les bureaucraties politiques, et pour la démocratie directe et conseilliste.

f) Sauver la vie sur Terre, sauver l'Humanité.

g) Pour un Utopiste Rouge, le travail culturel, et plus particulièrement la création artistique, représentent la plus noble tentative révolutionnaire pour lutter contre la peur et contre la mort. Toute création est un acte d'amour pour la vie, et en même temps une proposition d'humanisation.

* * *

a) O fim não justifica os médios, e os médios utilizados devem reflectir a essência do fim.

b) Apoio às lutas de todos os povos contra o imperialismo e/ou pela auto-determinação, independentemente das direcções políticas deles.

c) Pela autonomia e a independência respeito total para com os projectos políticos do capitalismo.

d) Unidade do mundo do trabalho intelectual e físico, sem discriminações ideológicas de nenhum tipo, fora da identidade “anti-capitalista, anti-imperialista e pelo socialismo”.

e) Luta contra as burocracias políticas, pela democracia directa e dos conselhos.

f) Salvar a vida na Terra, salvar a humanidade.

g) Para um Utopista Vermelho o trabalho cultural e a criação artística em particular representam os mais nobres tentativos revolucionários por lutar contra os medos e a morte. Cada criação é um ato de amor para com a vida e, no mesmo tempo, uma proposta de humanização.