L’associazione Utopia rossa considera suo fondamento politico il principio secondo cui il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi si deve riflettere l’essenza del fine. Non ha programmi politici, come del resto non ne aveva la Prima internazionale. Nonostante le più diverse provenienze ideologiche dei suoi sostenitori, essa ritiene che l’anticapitalismo dilagato dopo l’inizio dell’Antirivoluzione russa (dicembre 1917) sia stato motivato fondamentalmente da idee precapitalistiche, cioè retrograde, e non da progetti di civiltà in grado di superare il capitalismo sviluppando ulteriormente i suoi modelli di democrazia. Ciò spiega anche il prevalere, nella storia della cosiddetta «sinistra», di simpatie per i regimi dittatoriali di ogni specie e colore. Utopia rossa si batte contro l’ulteriore diffusione di ideologie precapitalistiche vecchie e nuove (in campo politico, culturale, ecologico, religioso ecc.), come parte della sua battaglia per il superamento del capitalismo, se si vuole salvare la vita sulla Terra con la sua umanità. In questo senso la sua utopia continua ad essere rossa.

The Red Utopia association considers its political foundation to be the principle that the end does not justify the means, but that the means must reflect the essence of the end. It has no political program, just as the First International did not. Despite the diverse ideological backgrounds of its supporters, it believes that the anti-capitalism that spread after the start of the Russian Anti-Revolution (December 1917) was fundamentally motivated by pre-capitalist – that is, retrograde – ideas, and not by civilizational projects capable of overcoming capitalism and of further developing its democratic models. This also explains the prevalence, throughout the history of the so-called «left», of sympathies for dictatorial regimes of all kinds and colors. Red Utopia fights against the further spread of old and new pre-capitalist ideologies (in the political, cultural, ecological, religious, and other fields) as part of its battle to overcome capitalism, if life on Earth, including its humanity, is to be saved. In this sense, its utopia remains red.

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domenica 8 aprile 2018

GUERRA COMMERCIALE, SKRIPAL’, ARSENICO E VECCHI MERLETTI, di Michele Nobile

IN DUE LINGUE (Italiano, Inglese)

© Mindaugas Bonanu
Come il resto dell’umanità, chi scrive non dispone di alcun mezzo per individuare il mandante del tentato omicidio dell’ex agente doppiogiochista russo Sergej Skripal’ e di sua figlia. Azzardo però qualche ragionamento, giusto per sgombrare il campo dalle fantasie e mettere a fuoco i problemi reali.
È vero che a volte personaggi sgraditi al Cremlino incorrono in gravissime e misteriose patologie. Uno dei casi celebri è quello di Viktor Juščenko, candidato alle presidenziali dell’Ucraina nel 2004, in una campagna elettorale durante la quale, fra l’altro, Putin viaggiò per ben sette volte in quel Paese per appoggiare il concorrente Janukovyč.
Fra gli altri ci sono: Aleksandr Litvinenko, esule ex funzionario dei Servizi federali per la sicurezza della Federazione russa (Fsb) e critico di Putin, avvelenato mortalmente col polonio a Londra, nel 2006; la giornalista Anna Politkovskaja, distintasi per i suoi servizi sulla guerra in Cecenia, ammazzata a colpi di pistola a Mosca, pure lei nel 2006; Boris Berezovskij, al tempo di El’tsin il più influente degli oligarchi russi, altro esule critico di Putin morto in circostanze poco chiare a Londra, nel 2013; e Boris Nemtsov, capo del partito Sojuz Pravych Sil [Unione delle forze di destra], assassinato nel 20151.
Tuttavia, non si comprende quale interesse possa avere Mosca a eliminare Skripal’, rischiando una crisi internazionale. Perché uccidere un individuo già regolarmente liberato nel 2010, nel quadro di uno scambio di «spioni» arrestati con gli Stati Uniti? Quali altre terribili rivelazioni avrebbero potuto esserci otto anni dopo e dopo esser stato certamente interrogato - subito e a lungo - dai servizi competenti?
E poi, perché eliminarlo con un mezzo così sofisticato come il nervino, la cui origine potrebbe essere rintracciata? Non sarebbe stato meglio simulare un incidente automobilistico? Una tegola in testa? Un colpo di pistola o il classico arsenico, così anonimi, sono forse passati di moda?
D’altra parte, non si capisce neanche perché Skripal’ dovesse essere eliminato da qualche servizio «occidentale». Per alzare ulteriormente la tensione con Mosca le motivazioni non mancano e, volendo, se ne possono fabbricare di più grosse ed emotive per l’opinione pubblica.
La verità è che in casi come questi la fantasia può galoppare liberamente. Skripal’ non potrebbe essere stato avvelenato da altri attori interessati ad accrescere la tensione fra Russia e «Occidente»?
Congetturiamo: responsabili non potrebbero essere agenti della Corea del Nord, interessata a neutralizzare le pressioni russe verso un accordo con gli Stati Uniti, oppure agenti dell’Isis o del regime di Assad? Oppure gli indipendentisti ceceni? O anche, perché no, a usare il nervino non potrebbero essere stati i sofisticati killer di un’occulta «Spectre» di affaristi legati al complesso militare-industriale?
A dire il vero non soltanto non possiedo i mezzi, ma nemmeno m’interessa sapere chi ha avvelenato Sergej Skripal’ e la figlia. Dal punto di vista della storia mondiale e degli interessi dei comuni cittadini, la cosa è irrilevante. Non ho bisogno di una verità giudiziaria per sapere che - volendo - gli Stati possono agire senza scrupoli, ammazzare e massacrare. Esiste la ragion di Stato, ma Stati buoni non esistono.
Ricordo bene, per fare un altro esempio, che nel luglio 1985 i servizi segreti francesi fecero saltare in aria la nave di Greenpeace Rainbow Warrior, che protestava contro le esplosioni nucleari nella Polinesia francese, causando la morte di un uomo. Presidente era allora il «compagno» Mitterand… dell’Union de la gauche.
Due fra i sabotatori della Direction générale de la sécurité extérieure vennero arrestati dalla polizia neozelandese, processati e condannati a dieci anni. Il ministro della Difesa francese fu costretto a dimettersi, ma la Nuova Zelanda, posta sotto ricatto economico da parte della Francia, fu costretta a un accordo per cui i due assassini vennero prima trasferiti sotto custodia francese, poi liberati e infine promossi di grado.
Quanto accaduto alla Rainbow Warrior è cristallino, al contrario del caso Skripal’ e in genere dei veri complotti storicamente rilevanti, che hanno la spiacevole caratteristica di rimanere segreti nella fase di preparazione, ma di rivelarsi nell’attuazione; i colpi di Stato ne sono un facile esempio.
Per cui lascio volentieri le indagini agli organi competenti e le congetture ai patiti delle spy stories e ai complottisti d’ogni risma, che hanno già la risposta preconfezionata secondo le loro personali paranoie e simpatie politiche.
La personalizzazione e la divisione manichea degli attori politici in buoni e cattivi - naturalmente i cattivi sono astutissimi e infingardi, benché destinati alla sconfitta - sono proprie di una visione del mondo infantile e manipolabile con facilità.

Altro è importante in questa vicenda sozza, quali che siano i mandanti: la raffica di massicce espulsioni di diplomatici russi dai paesi Nato e di diplomatici dei paesi Nato dalla Russia. Per molti commentatori, insieme all’incombente guerra commerciale fra Stati Uniti e Cina, questa vicenda sembra il preludio a una nuova Guerra Fredda.
Tuttavia, bisogna anche stare attenti a non arrivare a conclusioni affrettate che possono distrarre l’attenzione dalle questioni di fondo.
Si può ricordare che nel 1986 gli Stati Uniti espulsero 80 diplomatici sovietici dopo l’arresto di un giornalista russo-americano a Mosca, e i sovietici, a loro volta, contraccambiarono. Eppure, l’anno successivo Reagan e Gorbačëv firmarono il trattato sui missili a medio raggio e tre anni dopo la Seconda guerra fredda venne dichiarata ufficialmente chiusa.
E poi, nel 2001 Stati Uniti e Russia espulsero 53 diplomatici a testa, ma - nonostante altri problemi maggiori – ciò non impedì che le due potenze continuassero a collaborare nella «guerra al terrore» e che, durante le celebrazioni dell’anniversario della fondazione di San Pietroburgo, Putin dicesse del Presidente americano: «le nostre opinioni coincidono su molte questioni. Ed è proprio questo che mi permette di chiamare il presidente Bush mio amico, non solo personalmente - perché personalmente mi piace molto - ma anche come mia controparte e Presidente di una nazione amica»2.
Certo, occorre contestualizzare… ed è questo il punto.
L’uso del termine «Guerra Fredda» - senza ulteriori qualifiche - è popolarissimo per l’intero secondo dopoguerra ma anche fuorviante, e lo stesso vale per il quadro attuale dei rapporti fra Russia e «Occidente».
Ritengo corretta la periodizzazione proposta da Fred Halliday: questa distingue Prima guerra fredda (1946-1953), antagonismo oscillatorio (1953-1969), distensione (1969-1979) e Seconda guerra fredda (dal 1980, terminata di fatto con il vertice di Reykjavík fra Gorbačëv e Reagan nell’ottobre 1986)3.
La fase dell’antagonismo oscillatorio fu caratterizzata da negoziati e ripetuti tentativi di ridurre le tensioni fra i due campi, ciascuno fallito a causa di eventi in parte fuori dal controllo delle due potenze, ma che necessariamente le coinvolgevano e le contrapponevano.
Si trattò quindi di una fase che combinava aspetti della Guerra Fredda con aspetti della distensione e che, a differenza di queste ultime, si sarebbe definita con chiarezza retrospettivamente più che nel suo farsi.
Ebbene, tutto sommato è a questo che somigliano i rapporti fra gli Stati Uniti e la Russia di Putin: tant’è vero che il terrorismo jihadista (e per la Russia in particolare, il terrorismo ceceno) è avversario comune; e i flussi di energia dalla Russia all’Europa occidentale sarebbero stati impensabili durante la Prima guerra fredda (questi flussi iniziarono durante la distensione e furono tra i motivi del rinvio delle riforme sovietiche e della paradossale «maledizione delle risorse» che ancora affligge l’economia russa).
Esiste inoltre una ragione fondamentale per cui occorre fare molta attenzione ad assimilare i rapporti contemporanei fra Russia e «Occidente» alla Guerra Fredda, che era un contrasto fra sistemi sociali diversi: l’imperialismo capitalistico da una parte e lo pseudosocialismo totalitario dall’altra.
Nel XXI secolo né il «comunismo» sovietico né quello maoista esistono più. Abbiamo solo capitalismi, e quelli della Russia e della Cina sono anche imperialismi (nel senso proprio e strutturale che prescinde da una politica più o meno aggressiva; almeno per i marxisti, ciò dovrebbe essere ovvio).
Porre la questione come se si trattasse della Guerra Fredda è un modo per alimentare tensione e confusione. Oppure per crearsi la consolatoria illusione di rivivere i vecchi tempi «gloriosi»: cosa ancor più sbagliata quando si consideri - oltretutto - che Putin e Trump sono entrambi collocabili alla destra dello spettro politico: tradizionalisti, nazionalisti, autoritari, militaristi e maschilisti.
Comunque, è dalla crisi ucraina e dall’annessione della Crimea che il pendolo tende verso il gelo: l’attuale crisi diplomatica rientra nel quadro, ma non si può escludere l’alleggerimento della tensione. Si vedrà.
Quanto all’iniziativa protezionistica dell’amministrazione Trump, questa era attesa da tempo.
Per cui, coincidenza tra i due fatti? Sì, con molta probabilità. Anche perché muoversi verso la Guerra Fredda allo stesso tempo con Russia e Cina sarebbe mossa alquanto stupida, ed ancor più stupido sarebbe far questo mentre si minaccia o si intraprende effettivamente una guerra commerciale con gli alleati.
Si può fantasticare che dietro l’avvelenamento di Skripal’ ci sia la machiavellica Commissione europea, che intende così impedire a Trump di baciare la guancia di Putin? O che sia un trucco degli avversari della Brexit? L’elenco delle trame possibili si può allungare.
Non c’è dubbio che esista un negoziato con la Cina e che a marzo essa abbia inizialmente risposto in modo moderato alle tariffe statunitensi, promettendo concessioni; intanto pare che Commissione europea e Gazprom stiano arrivando a un accordo per chiudere un caso di antitrust assai costoso che risale al 2011; e rimane da definire l’incontro a Washington proposto da Trump a Putin durante la telefonata di congratulazioni per la terza rielezione del presidente russo (quindi, due settimane dopo l’avvelenamento degli Skripal’).
A mio parere, la questione cruciale è che quando ben contestualizzata, lungi dall’essere frutto della strategia di una regia, la scena dei rapporti con la Russia appare abbastanza pasticciata e suscettibile di sviluppi molto diversi.
È vero però che non si tratta di sola casualità. È il tipo di situazione che mette in luce le contraddizioni intrinseche alla politica estera dell’amministrazione Trump.
L’impeto protezionistico risponde a esigenze di legittimazione interna - sulla base delle promesse elettorali - ma è in contrasto con la divisione internazionale del lavoro e la riproduzione del capitale statunitense su scala mondiale. Si delinea un conflitto fra la politica economica internazionale degli Stati Uniti e la sua politica delle alleanze e della sicurezza nazionale.
Il protezionismo è anche un modo per non attuare serie riforme socioeconomiche negli Usa. In fondo alle contraddizioni della politica estera dell’amministrazione Trump c’è il conflitto latente fra questa e il popolo dei comuni cittadini nordamericani, compresi gli operai maschi bianchi che l’hanno votato.
Per il mondo, questo è molto più importante che storie di spie, arsenico e vecchi merletti ideologici.

giovedì 29 marzo 2018

CINA E RUSSIA NELLA «NATIONAL SECURITY STRATEGY» DELL’AMMINISTRAZIONE TRUMP, di Michele Nobile

IN DUE LINGUE (Italiano, Inglese)

Con questo articolo - preceduto da «La politica estera degli Stati Uniti e le contraddizioni di Trump: questioni di metodo» - Michele Nobile inizia ad approfondire l’analisi della politica estera dell’amministrazione Trump partendo dalla National Security Strategy recentemente pubblicata. [la Redazione]

INDICE: Premessa - 1. La definizione del problema della sicurezza nazionale - 2. La teoria della pace democratica nelle precedenti amministrazioni - 3. La visione del mondo della NSS 2017 e la critica della teoria della pace democratica - 4. Cina e Russia nelle precedenti NSS - 5. Cina e Russia nella NSS 2017: minacce alla sicurezza nazionale - 6. Le relazioni fra Cina e Russia nella strategia americana - 7. Conclusione provvisoria

Donald Trump e il presidente cinese Xi Jinping. Pechino, 9 novembre 2017 © Nicolas Asfouri
Premessa
Alla fine del 2017 l’amministrazione Trump ha pubblicato la sua National Security Strategy (NSS), il rapporto sulla strategia di sicurezza nazionale che il Presidente degli Stati Uniti è tenuto a presentare annualmente al Congresso. È legittimo chiedersi quale interesse possa avere un documento come una NSS dal momento che sicuramente non contiene piani d’azione militare, neanche in termini generali.
Una NSS è frutto di compromessi in seno all’amministrazione ed è spesso scavalcata da sviluppi non previsti; d’altra parte, la disponibilità dei mezzi previsti per conseguire gli obiettivi indicati può anche andare oltre la durata dell’amministrazione che l’ha prodotta - e di non pochi anni.
I dubbi aumentano di fronte a un presidente come Trump - contestato dagli specialisti di politica estera e militare del suo stesso partito - e alla serie di dimissioni di personale di alto livello, sia per contrasti col presidente che imposte dai risultati delle indagini.
Dei trenta Segretari di Stato del XX secolo, Rex Tillerson è fra i sei che sono rimasti in carica per meno tempo, e nel periodo successivo alla Guerra Fredda solo Lawrence Eagleburger è durato meno. L’amministrazione Trump è al terzo Consigliere per la sicurezza nazionale in poco più di un anno, mentre nell’arco di otto anni Clinton e Bush Jr. ne hanno avuti soltanto due e Obama tre.
Oltretutto, non si può dire che il segretario di Stato e il consigliere per la sicurezza nazionale designati da Trump - Mike Pompeo, nominato direttore della Cia, e John Bolton, già ambasciatore presso le Nazioni Unite sotto George W. Bush - siano personaggi indicativi di un orientamento moderato: sono decisamente «falchi» scelti esclusivamente per la loro vicinanza politica al presidente.
Inoltre, benché tutte le varianti della NSS rendano un omaggio rituale ai «valori americani», suona strano leggere in un documento introdotto da Donald Trump che «gli Stati Uniti rigettano il bigottismo e l’oppressione» e che si impegnano a difendere i diritti delle donne e delle ragazze (NSS 2017, pp. 11 e 14).
In termini più sostanziali, come ampiamente prevedibile in alcuni punti, ad esempio sulla Russia e sulla Nato, la NSS 2017 appare in contrasto con i timori e le speranze suscitate da Trump prima delle elezioni. Pertanto ci si può chiedere quanto il documento rifletta il pensiero del presidente e quindi quanto sia affidabile.
È sorprendente che il messaggio di Trump che precede l’ultima NSS parli di «potenze rivali» aggressive nei confronti degli interessi americani nel mondo, senza però nominare Cina e Russia; poi, nel discorso del 18 dicembre 2017 con cui presentò il documento, Trump ha citato la telefonata di ringraziamento di Putin per le informazioni fornite dalla Cia utili a sventare un grave attentato terroristico pianificato a San Pietroburgo, ma ha anche detto che gli Stati Uniti affrontano «potenze rivali, la Russia e la Cina, che cercano di sfidare l’influenza, i valori e la ricchezza americani», precisando che, «in base alla mia direzione, questo documento è stato in elaborazione per oltre un anno. Ha l’approvazione del mio intero Gabinetto».
Non è affatto insolito che una NSS sia pubblicata oltre i termini prescritti dalla legge, ma quest’ultima frase appare come una precisazione superflua, una rassicurazione che sembra sottintendere il contrario.
Quanto al resto, il discorso si differenzia dalla NSS solo per i toni ancor più trionfalistici e per l’autocelebrazione della presunta identità fra il Popolo e il presidente, eletto con quasi tre milioni di voti in meno della concorrente Hillary Clinton:
«Ma l’anno scorso tutto ciò è cominciato a cambiare. Il popolo americano ha respinto i fallimenti del passato. Avete riscoperto la vostra voce e reclamato la proprietà di questa nazione e del suo destino.
Il 20 gennaio 2017 sono salito sui gradini del Campidoglio per annunciare il giorno in cui il popolo è di nuovo il governante della sua nazione (applausi). Grazie. Ora, meno di un anno dopo, sono orgoglioso di riferire che il mondo intero ha udito la notizia e ha già visto i segni. L’America sta tornando, e sta tornando forte».
Il rapporto sulla strategia di sicurezza nazionale venne istituito nel 1986 dal Goldwater-Nichols Act: da allora ne sono stati pubblicati diciassette. Ebbene, se si confronta la NSS 2017 con quelle successive al crollo dell’Unione Sovietica, è chiaro che si tratta di un documento molto originale, pressoché alla pari con la NSS 2002 di Bush figlio, che formulava la dottrina della «guerra preventiva».
Sebbene da una NSS non sia possibile dedurre cosa esattamente un’amministrazione farà e quando, si possono tuttavia trarre indicazioni di massima circa la percezione delle minacce alla sicurezza nazionale e l’atteggiamento con cui si intende affrontarle.
La NSS 2017 contiene relativamente poco circa i diritti umani e la promozione della democrazia - cosa che può gratificare i simpatizzanti del presidente Putin e del leader supremo della Corea del Nord - ma la prospettiva delineata, che in termini enfatici si potrebbe chiamare grand strategy, non è meno pericolosa della decisione che portò alle invasioni di Afghanistan e Iraq.
Forse lo è ancor di più, sul piano dei rapporti con le potenze nucleari Cina e Russia e per motivi che non discendono soltanto dai vincoli posti dal Congresso, ma che sono intrinseci al concetto di America First come definito da Trump.
La visione del mondo contenuta nella NSS 2017 è sostanzialmente in linea con quella di Trump; tuttavia, nella sua concretizzazione questa stessa visione può comportare notevoli oscillazioni e confusione nella condotta della politica estera statunitense non solo a causa dell’opposizione interna, ma perché è internamente contraddittoria: questo potrebbe essere il motivo dei disaccordi personali nell’Amministrazione, in cui parti differenti spingono sui poli che costituiscono la contraddizione.
La struttura della NSS 2017 è costituita da un messaggio dello stesso Trump, un’introduzione e quattro capitoli relativi ad altrettanti pilastri della sicurezza nazionale, più un capitolo che applica la strategia nelle regioni del mondo.
Formalmente, ogni capitolo presenta delle azioni prioritarie per conseguire gli obiettivi indicati, una novità che appare tesa a dare concretezza, ma che in realtà è solo stilistica; e pure i quattro pilastri od obiettivi - proteggere il popolo americano, promuovere la prosperità in America, preservare la pace attraverso la forza e far progredire l’influenza dell’America - sono banalità presenti in ogni NSS.
La peculiarità di questo documento va ricercata nel modo in cui si definiscono concretamente quegli obiettivi, innanzitutto nella definizione del problema della sicurezza nazionale e delle minacce.

1. La definizione del problema della sicurezza nazionale
Il messaggio a firma Donald Trump che funge da prefazione alla NSS 2017 è un’arrogante rivendicazione dei presunti successi dell’Amministrazione, incluso l’aver «schiacciato i terroristi dello Stato islamico di Siria e Iraq (Isis)», che è però fatto rivendicato da tutti gli attori interessati prima che Trump s’insediasse.
L’elenco dei problemi ereditati dalle precedenti amministrazioni è lungo: «Stati canaglia», terrorismo internazionale, potenze aggressive, immigrazione incontrollata, cartelli criminali, ineguale distribuzione degli oneri della difesa tra Stati Uniti e alleati, scorrettezza nei rapporti economici.
Alla luce di ciò, i successi vantati con tono trionfalistico risaltano ancor di più: l’amministrazione Trump sta già «tracciando un corso nuovo e molto diverso». Il presidente si atteggia a salvatore della Patria, come colui che ha ripristinato la fiducia nei valori americani e la posizione dell’America nel mondo - «dopo un anno, il mondo sa che l’America è prospera, è sicura ed è forte» (NSS 2017, p. II).
Tuttavia, una nota d’allarme risuona sia nel messaggio di Trump che nel corpo della stessa NSS: «Gli Stati Uniti si trovano davanti ad un mondo straordinariamente pericoloso, pieno di una vasta gamma di minacce che si sono intensificate negli ultimi anni» (NSS 2017, p. I). Apparentemente sembra una contraddizione, ma la nota allarmistica svolge diverse funzioni.
Innanzitutto, mantenere elevato l’allarme circa il terrorismo e gli «Stati canaglia» è una necessità intrinseca alla dottrina della guerra e delle operazioni militari preventive, che è ormai una delle possibilità d’azione apertamente indicate da tutte le amministrazioni statunitensi, sia pure con formule diverse.
La formalizzazione di questa dottrina è uno stravolgimento dello jus ad bellum (il diritto ad entrare in guerra), con implicazioni anche per lo jus in bello (le norme che regolano il modo di fare la guerra, per esempio circa il trattamento dei prigionieri e della popolazione civile).
Perfino in un’interpretazione assai ampia e assai discutibile delle norme del diritto internazionale, uno dei criteri vincolanti - e non l’unico - che può giustificare come legittima difesa un’azione militare che anticipi l’attacco del nemico è quello dell’imminenza dell’aggressione.
Tuttavia, per quanto possa ammantarsi di formali riferimenti alle necessità dell’autodifesa, nella logica della guerra preventiva formalizzata dalla NSS 2002 la nozione di imminenza dell’attacco è svincolata da precisi riferimenti temporali e materiali, e quindi svuotata di significato reale.
La principale giustificazione della guerra e di operazioni militari preventive è diventata la possibilità e l’intenzione che entità definite come terroristiche o «Stati canaglia» si procurino armi di distruzione di massa; ciò equivale anche ad affermare che per queste entità il possesso di armi di distruzione di massa coincida con la certezza del loro utilizzo in un futuro e in un luogo indeterminati. La guerra od operazioni militari preventive vengono così giustificate a priori.
Anticipo una questione trattata più ampiamente in un prossimo articolo: seppur con obiettivi differenti, in pratica la logica della guerra preventiva è fatta propria anche da Cina e Russia, con modalità complesse - non solo militari, ma anche economiche e (dis)informative - spesso indicate dagli specialisti occidentali come «guerra ibrida» e nella discussione sovietica e russa con un’espressione che può essere tradotta come «controllo riflessivo». Questo è uno dei problemi con cui si confronta la NSS 2017 e uno dei motivi per cui suona l’allarme: la più ampia varietà di mezzi e modalità d’intervento della politica estera cinese e russa.
Inoltre - chiara stoccata alle Amministrazioni di Obama - la nuova NSS attacca «le eccessive regolazioni e l’alto livello delle tasse che hanno soffocato la crescita e indebolito la libera impresa», ridotto il credito e la creazione di posti di lavoro, anche a causa del peso di un’eccessiva regolazione ambientalistica, così da incrinare pure i presupposti economici della sicurezza nazionale (p. 2 e capitolo sulla promozione della prosperità in America).
Nel messaggio di Trump premesso alla NSS, l’ineguale condivisione degli oneri per la sicurezza fra gli Stati Uniti e gli alleati è indicata come una delle ragioni che hanno incoraggiato gli avversari a intraprendere azioni pericolose - il punto si ripropone poi nel documento. Ovviamente non sono affatto poste in discussione le alleanze, ma i termini con cui gli altri Stati vi contribuiscono.
Tuttavia, la lista delle inadempienze non si ferma qui. Essa copre tutti gli anni ‘90, comprendendo le Amministrazioni di Bush padre e di Clinton, e implicitamente anche quelle di Bush figlio. Nella NSS 2017 è fondamentale la critica dell’idea che la superiorità militare statunitense fosse garantita, come lo è la critica del concetto wilsoniano (da Woodrow Wilson, presidente dal 1913 al 1921) di «pace democratica» che, sia pur declinato in modi diversi, è stato al centro della politica estera perseguita dagli Stati Uniti dalla fine della Guerra Fredda.

lunedì 19 febbraio 2018

LA POLITICA ESTERA DEGLI STATI UNITI E LE CONTRADDIZIONI DI TRUMP: QUESTIONI DI METODO, di Michele Nobile

IN DUE LINGUE (Italiano, Inglese)

INDICE: 1. Il problema: dove va la politica estera dell’amministrazione Trump? - 2. Cosa non farà mai un Presidente degli Stati Uniti - 3. L’eccezionalismo americano e il mito dello splendido isolamento - 4. Limiti o declino della potenza americana? - 5. Il feticismo concettuale: multilateralismo/unilateralismo, unipolarità/multipolarità - 6. Le pericolose contraddizioni della politica estera dell’amministrazione Trump

© Evan Vucci
1. Il problema: dove va la politica estera dell’amministrazione Trump?
In un importante discorso sulla politica estera dell’aprile 2016, Donald Trump affermò: «siamo totalmente prevedibili. Diciamo tutto. Stiamo inviando truppe. Glielo diciamo. Stiamo inviando qualcos’altro. Teniamo una conferenza stampa. Dobbiamo essere imprevedibili. E dobbiamo essere imprevedibili a partire da ora»1.
In effetti, incertezza e varietà di valutazioni circa il corso della politica estera dell’amministrazione Trump continuano ad essere notevoli. Quel che accomuna critici e sostenitori della politica estera dell’attuale Amministrazione è il timore o la speranza che, mossi dal nazionalismo, gli Stati Uniti possano ritirarsi in quel che si dice isolazionismo.
Diffusa anche ad arte, la confusione è tale che ritengo necessario mettere a fuoco i parametri elementari della politica estera degli Stati Uniti - ciò che un Presidente non farà mai - e alcuni concetti fondamentali, utili anche a comprendere le particolari contraddizioni dell’Amministrazione in carica.
Ricordo che fra gli specialisti statunitensi di politica estera si formò presto un’area di critici irriducibili che ritenevano il miliardario del tutto inadeguato - per preparazione e temperamento - a svolgere le funzioni di capo dell’esecutivo e di comandante in capo.
C’era addirittura chi lo aveva definito una sorta di «candidato manciuriano», cioè un agente degli interessi russi. Fra i critici del candidato Trump si distinse per durezza la maggior parte dei più importanti intellettuali e funzionari neoconservatori del Partito repubblicano2.
Il successo di Trump venne invece salutato con entusiasmo dalla destra xenofoba e nazionalista favorevole all’uscita dall’Unione europea e dalla zona euro. In questo caso, l’entusiasmo per Trump era strumentale e condito con una notevole dose d’ipocrisia che sorvolava sul fatto che in qualsiasi negoziato le loro piccole patrie non conterebbero niente di fronte al gigante nordamericano. Ma Trump è (stato?) apprezzato anche dalla sinistra putiniana e russofila come fosse «un altro colpo all’imperialismo».
Potrebbe anche trattarsi di una combinazione d’incompetenza, d’ignoranza, d’ingenuità e di stupidità, ma più che altro è il risultato della semplice dissoluzione dei criteri più elementari di comprensione e valutazione di ciò che è l’imperialismo, sia esso nordamericano o russo o cinese, integrata da una rielaborazione irrazionale del lutto per la scomparsa Unione Sovietica, surrogata dall’attaccamento a un regime che combina l’aquila zarista con miti e riti di matrice sovietica in nome della continuità storica dello Stato grande-russo.
Per gli alleati e gli opinionisti centristi, l’etichetta dell’isolazionismo serve strumentalmente a prendere posizione nelle contrattazioni diplomatiche. Questi sanno benissimo che un’amministrazione statunitense può fare la voce grossa e battere i pugni sul tavolo, pretendere questo e quello (ad esempio, un contributo più adeguato alle spese della Nato), ma mai rescindere l’alleanza stessa.
Comprendono bene che sono proprio i limiti della grande potenza statunitense - e la dimensione mondiale del capitalismo nordamericano - a rendere indispensabile la riproduzione delle alleanze.
Si delinea così una terza posizione, in pratica un obbligo per chi ha responsabilità di governo e deve necessariamente negoziare con l’amministrazione nordamericana. Se Trump è incompetente e inadeguato, pensano gli ottimisti, un madman incline a pericolosi spropositi, i responsabili del governo e i funzionari che mettono concretamente in opera la politica estera degli Stati Uniti possono moderare le linee del Presidente o ricondurle su binari nei limiti della normalità.
Per gli ottimisti, la National Security Strategy (NSS) del dicembre 2017 muove in questa direzione. Tuttavia, per altri l’interesse di un documento come la NSS dipende da quanto esso sia coerente con la visione del mondo e la personalità del Presidente. Per questo motivo, la NSS 2017 risulta poco attendibile in punti importanti.
L’incertezza è grande ma può essere ridotta, insieme all’ottimismo.

2. Cosa non farà mai un Presidente degli Stati Uniti
Dalla guerra ispano-americana del 1898 e dall’inizio della costruzione di una flotta oceanica voluta da Theodore Roosevelt (assistente del segretario della Marina nel 1897-1898, sotto McKinley, e presidente dal 1901 al 1909), e sicuramente dalla Prima guerra mondiale, gli Stati Uniti hanno acquisito la capacità di proiettare la propria potenza militare su tutto il pianeta; e in misura maggiore di qualsiasi altro Paese avanzato, il capitalismo statunitense si estende ben oltre i confini politici nazionali, continuando a mantenere una posizione strutturalmente centrale nell’economia mondiale.
In questo contesto, l’attenzione deve concentrarsi sui doveri costituzionali del Presidente degli Stati Uniti come capo dell’esecutivo e comandante in capo - preservare, proteggere e difendere l’America e la Costituzione.
L’America e lo «stile di vita americano», ovviamente, non sono più quelli dei Padri fondatori, sicché gli interessi impliciti in quei doveri sono ora enormemente più grandi e complessi di quelli originari.
Conseguentemente, dalla Grande Depressione e specialmente dalla Seconda guerra mondiale e dall’inizio della Guerra Fredda, le dimensioni degli apparati che costituiscono l’esecutivo e i poteri del Presidente sono cresciuti in modo da alterare l’originario equilibrio costituzionale.
La presidenza è imperiale anche nella politica interna, ma è nella politica estera e nell’uso della forza militare che essa ha prosperato nel modo più drammatico3.

E quindi, un Presidente non rinuncerà mai al ruolo degli Stati Uniti come potenza «la cui leadership è indispensabile» (George H.W. Bush, NSS 1991, p. 2) al «mondo libero» e all’ordine mondiale: «siamo inevitabilmente (inescapably) il leader, l’anello connettivo in un’alleanza globale delle democrazie (George H.W. Bush, NSS 1990, p. 2); «la necessità della leadership americana all’estero rimane forte come sempre» (Bill Clinton, NSS 1996, p. IV); «l’America non può conoscere pace, sicurezza e prosperità ritirandosi dal mondo. L’America deve guidare con le azioni e con l’esempio» (George W. Bush, NSS 2006, p. 49); qualsiasi strategia «di sicurezza nazionale deve iniziare con una verità innegabile - l’America deve guidare», tuttavia rinnovando la sua leadership (Barack Obama, NSS 2015, p. I); «il mondo intero è sollevato dal rinnovamento dell’America e dal riemergere della leadership americana (Donald Trump, NSS 2017, p. II)4.
È interessante come sia Obama che Trump leghino la leadership mondiale al rinnovamento interno e all’economia, seppur in modi molto diversi - se non opposti.
La nozione secondo cui gli Stati Uniti debbano orientare gli sviluppi della società mondiale costituisce il nocciolo politico di quel che si dice egemonia, termine che ha acquisito una varietà di significati - specialmente quando applicato alle relazioni internazionali5 - ma che qui intendo nel senso gramsciano: non mero dominio, ma «combinazione della forza e del consenso che si equilibrano variamente, senza che la forza soverchi di troppo il consenso», così da conseguire la «direzione intellettuale e morale»6.
È parte integrante dell’esercizio dell’egemonia il fatto che la combinazione di forza e consenso presenti variazioni estreme nelle differenti regioni del mondo. Occorre però enfatizzare che l’efficacia della politica estera di un’amministrazione statunitense nell’esercitare la leadership nei confronti degli alleati consiste proprio nel saper mantenere l’equilibrio tra forza e consenso.
Il fatto che i governanti dell’Europa e del Giappone temano l’isolazionismo nazionalistico degli Stati Uniti, ma non il loro impegno internazionalistico, è la migliore testimonianza di quanto sia stata interiorizzata l’egemonia nordamericana. Il discorso può allargarsi all’influenza culturale e al fatto che gli Stati Uniti rimangono un eccezionale polo d’attrazione per l’immigrazione.
La posizione di guida è irrinunciabile sia nel caso di una politica che possa dirsi «realista» e orientata al mantenimento dell’equilibrio di potenza internazionale, sia nel caso essa appaia animata da un attivismo «idealista» di tipo wilsoniano; sia nel caso di un approccio di «realismo difensivo» - orientato al mantenimento dello statu quo - sia nel caso opposto di «realismo offensivo», volto a prevenire l’emergere di un competitore.

Un Presidente non rinuncerà mai all’assoluta superiorità militare degli Stati Uniti sulla scena mondiale, a fare in modo «di assicurare che continui la superiorità militare americana» (NSS 2017, p. 3). Cosa comporta questo? Un imponente arsenale nucleare; ma, al di sotto della soglia nucleare:
«… le Forze armate degli Stati Uniti saranno simultaneamente in grado di difendere la madrepatria; condurre operazioni di controterrorismo distribuite e di alto livello; e in più regioni, scoraggiare l’aggressione e assicurare gli alleati attraverso la presenza e l’impegno avanzato. Se in un dato momento la deterrenza fallirà, le forze degli Stati Uniti saranno in grado di sconfiggere un avversario regionale in una campagna su larga scala in più fasi e di negare gli obiettivi - o di imporre costi inaccettabili - a un secondo aggressore in un’altra regione»7.
Almeno dalla fine della Guerra Fredda e per tutte le amministrazioni, il criterio che definisce il primato militare degli Stati Uniti è la capacità di condurre operazioni militari e vincere in two major regional conventional contingencies o major regional conflicts, cioè in due teatri importanti e che interessino consistenti forze nemiche.
Il motivo per cui agli Stati Uniti occorre poter intervenire in due teatri, calibrando le priorità e il ritmo dello sforzo, è semplice: impedire che un avversario ritenga di poter cogliere l’opportunità di agire mentre le forze americane sono bloccate in un teatro distante.
Operativamente, è questo che definisce la potenza americana e nello stesso tempo i suoi limiti, che impongono di selezionare aree e modi d’intervento. La «grande strategia» efficace è quella che impiega la potenza nella consapevolezza dei suoi limiti.

venerdì 9 ottobre 2015

RENÉ RAMOS LATOUR, COMBATTENTE DEL «LLANO» E DELLA SIERRA, di Marco De Martin

In occasione del 48º anniversario della morte di Ernesto Guevara, pubblichiamo un breve saggio dedicato al Comandante «Daniel», con cui il Che ebbe modo di polemizzare durante la vicenda insurrezionale cubana: auspichiamo così di dare il nostro piccolo «colpo di scalpello» alla leggenda, ancora tanto diffusa, di un Guevara dalle idee granitiche e marmorizzate, che mai sarebbero cambiate nel corso della sua vita di rivoluzionario - alla stregua di un burocrate brežneviano. Tante esperienze, prese di coscienza, delusioni politiche e letture rivelatrici dividono infatti il Che del 1957 dal «Fernando» boliviano ejecutado dieci anni più tardi a La Higuera… segno di un’onestà intellettuale che in pochi possono vantare.
Il seguente scritto, già apparso nel Quaderno della Fondazione n. 8/2010, pp. 74-8, viene qui riproposto con qualche modifica e l’aggiunta, in appendice, del testo integrale delle due lettere che costituiscono la chiave di questa storica polemica, assieme a un’altra spedita da Guevara a Fidel Castro nello stesso periodo, utile a meglio inquadrare la situazione di quel fatidico dicembre 1957.
Le foto del Che che accompagnano l’articolo sono pressoché inedite. [la Redazione]

Daniel sulla Sierra Maestra, 1958 © OAH*
Entrato a far parte ormai da tempo del ristretto pantheon degli «Eroi della Rivoluzione» di Cuba, René Ramos Latour rimane ancor oggi una delle figure meno note fra i dirigenti del processo insurrezionale, pur avendo tutti i requisiti per essere ricordato come tale: protagonista dapprima della lotta clandestina contro il regime di Batista nelle città come vice di Frank País, integrato in seguito nella guerriglia sulla Sierra - di cui fu sempre strenuo sostenitore, pur mantenendo una propria autonomia di giudizio su alcune importanti scelte - «Daniel» morirà giovanissimo in combattimento, pochi mesi prima del trionfo della Rivoluzione, senza aver potuto raggiungere la piena maturità politica e teorica1.
Come è già accaduto dopo la morte a molti altri rivoluzionari di varie epoche e luoghi (fra i quali l’esempio del Che Guerrillero heroico è senza dubbio il più celebre), anche il combattente Ramos Latour - pur essendo stato insieme uomo d’azione e di pensiero - è stato ridotto al solo primo ambito, sublimandolo fino alla «mitizzazione». Le sue riflessioni politico-teoriche - ampie e profonde, come si ricava in particolare dalla polemica epistolare con Guevara - sono state invece trascurate (e in parte censurate), in quanto espressione di quelle profonde divergenze politiche che insorsero tra il llano e la Sierra, e che si trascinarono anche oltre il trionfo del 1959, quando ormai il Comandante Daniel non poteva più pronunciarvisi.
Lo scontro «Sierra-llano» verificatosi durante la guerra rivoluzionaria è divenuto nel tempo uno dei principali temi tabù nella storiografia cubana, in una forma radicale pari soltanto alle reticenze e ai silenzi che avvolgono la posizione politica ambigua mantenuta dal vecchio Partito comunista cubano (il Psp, stalinista) verso la guerriglia, in particolare nella fase di avvio e rafforzamento.
La lettera che Daniel inviò a Guevara il 18 dicembre 1957 è un documento umano e politico fra i più lucidi che siano mai stati prodotti in seno al gruppo dirigente cubano, rivelatore della ricca personalità dell’autore. Con questo testo - scritto come replica a una lettera del Che del 14 dicembre2, molto dura nei contenuti - Ramos Latour risponde all’ingenua dichiarazione di fede filosovietica da parte di Guevara ponendo in risalto la necessità per il popolo cubano di una rivoluzione sociale che sia radicale, ma mantenga la propria indipendenza economica e politica di fronte a qualunque Stato del mondo (riecheggiando in questo anche la riflessione di José Martí). Il riferimento riguarda senza alcun dubbio gli Stati Uniti - con cui Daniel sembra già intravedere, al pari del Che, l’inevitabile scontro - ma anche l’Unione Sovietica: in questo divergendo nettamente dal Guevara filosovietico di quel periodo, ma in inconsapevole sintonia col futuro ex ministro dell’Industria cubana, cui spetterà il merito di descrivere (nel 1966) i primi passi della marcia dell’Urss verso il capitalismo.
Pur non avendo conoscenze teoriche sufficientemente approfondite al riguardo, Daniel dimostra di aver intuito il ruolo ormai assunto dall’Urss nel mondo, come complice dell’imperialismo anch’essa in campo economico - come ben esprimerà il Che nel celebre Discorso al Secondo seminario di Algeri3 del febbraio 1965 - e con un ruolo conservatore e antirivoluzionario in campo politico. In sostanza, la polemica tra Daniel e il Che costituisce il primo scontro aperto sulla collocazione nazionale e internazionale della Rivoluzione cubana, prima che il problema si ponga con drammatica immediatezza e molto prima che venga risolto nel modo che conosciamo, vale a dire con l’assorbimento di Cuba nel campo sovietico, in termini economici, politici, ideologici e militari. La corrispondenza che qui analizziamo sembra dimostrare che agli occhi delle menti più lucide e teoricamente preparate del gruppo dirigente cubano, la definizione di un atteggiamento politico di autonomia dall’Urss appariva urgente e non rinviabile già a un anno dall’inizio della lotta sulla Sierra.
Con questo nostro contributo ci proponiamo di tracciare solo un profilo sintetico della personalità del rivoluzionario Ramos Latour, proprio alla luce di quella fondamentale polemica del dicembre 1957, destinata a lasciare un solco profondo nella storia politica dell’Isola. Va detto, però, che su questo terreno lo studioso deve lottare contro la mancanza di fonti e documenti, a causa anche della precoce morte di Daniel: a tale riguardo lo scambio di lettere fra i due (e quella del Che a Fidel) fornisce uno spiraglio di luce nell’oscurità che ha sempre circondato la vicenda e che i principali biografi non hanno contribuito molto a illuminare4.

René Ramos Latour nasce il 12 maggio 1932 nel municipio di Antilla, situato nell’attuale provincia di Holguín, da genitori di umili origini. Trasferitosi con la famiglia nella vicina Santiago de Cuba, si iscrive alla Escuela Profesional de Comercio. Ottenuto il titolo di contabile, alla fine del 1953, viene assunto dapprima dalla Cuban Nickel, l’anno seguente dalla Nicaro Nickеl Processing Corp., entrambe imprese nordamericane che si dedicano alla produzione di nichel nella zona di Nicaro, nei pressi delle miniere di Ocujal. Questa esperienza, grazie al contatto diretto col mondo operaio delle multinazionali straniere - composto quasi esclusivamente da cubani - radicalizza le idee del giovane René; ciò è ben rappresentato da un passo di una lettera inviata alla madre da Ocujal, datata 27 agosto 1954:
«(…) Sí madre querida, aquí en la soledad de estas montañas he sabido qué debo hacer, de un lado tengo la tierra estéril a la que han extraído sus riquezas manos extrañas para dedicarlas a una tarea innoble, el sojuzgamiento y dominio de pueblos que ellos desprecian y consideran inferiores. Del otro lado se alzan altivas un grupo de montañas cubiertas de bosques y yerbas altas. ¿Cuál es su destino?, ¿igualar a sus hermanas en esterilidad e inferioridad? ¡No!, me resisto a creerlo, tengo la certeza de que es posible evitarlo, ¡todavía estamos a tiempo! (…)»5.
René Ramos Latour nel llano © OAH
Nel settembre 1955 un giovane santiaguero, Frank País, fonda il Movimento 26 di Luglio a Mayarí: una cellula che andrà estendendosi fino a comprendere l’intera zona nord dell’allora provincia di Oriente, includendo le cittadine di Cueto, Antilla e Nicaro. Ed è proprio in queste circostanze che inizia la militanza politica di René che, abbandonati gli studi universitari di Scienze sociali e Diritto pubblico, decide di unirsi all’organizzazione, di cui nel 1956 diviene Jefe de Accíon per l’intero territorio.
A dicembre dello stesso anno spetta a lui il compito di organizzare le azioni di appoggio allo sbarco del Granma, che proseguiranno in forma di sabotaggi nelle settimane successive. Il giovane è arrestato a Mayarí, ma viene presto rilasciato.
Nel marzo 1957 avviene il primo contatto con le forze della guerriglia: Ramos Latour è messo a capo di una delle cinque squadre di reclute armate, composte ognuna di dieci elementi, che verranno mandate come primo rinforzo sulla Sierra Maestra. È diventato ormai ii vice di Frank País nel Frente Nacional de Acción. A maggio, nominato Comandante con l’ormai celebre nome di battaglia «Daniel», viene incaricato di aprire un nuovo fronte di guerriglia sulla Sierra Cristal, il denominato Segundo Frente, con l’intento di alleggerire la pressione dell’esercito batistiano sulla Sierra Maestra. Ма il tentativo non va a buon fine a causa di una delazione, e Daniel deve tornare a Santiago de Cuba tramite la rete clandestina e riprendere le precedenti funzioni nella struttura urbana, fra le quali la principale è mantenere i contatti, in forma di direttive e materiale, con la Sierra.
Il 30 luglio il Movimento subisce il colpo più duro dall’inizio della lotta: Frank País viene ucciso in una strada di Santiago de Cuba. René è designato al suo posto come capo di Acción y Sabotaje, responsabile del Movimento nella provincia di Oriente e membro della Direzione nazionale del M-26-7. L’assembramento di popolo per i funerali di Frank si trasforma ben presto in uno sciopero semispontaneo - durato fino al 6 agosto - che Daniel cerca di estendere il più possibile ad altre città dell’Oriente cubano.
Nei mesi successivi Ramos Latour si occupa della formazione delle Milizie cittadine incaricate della guerriglia urbana. A marzo 1958 raggiunge la Sierra con altri membri della Direzione nazionale: si decide di indire, per il giorno 9 aprile, uno sciopero generale, voluto fortemente dal movimento urbano (all’epoca definito complessivamente llano, letteralmente «pianura», per distinguerlo dalla guerriglia) - che vede ormai affievolirsi il proprio ruolo politico con la crescita dell’Ejército Rebelde - e appoggiato, pur con qualche indecisione, da Fidel e i dirigenti della Sierra. Daniel s’incarica dell’appoggio armato all’azione di sciopero creando una nuova colonna, la n. 9 «José Tey», che in seguito salirà sulle montagne attorno a Santiago de Cuba in funzione di sostegno al Secondo Fronte Orientale da poco creato.
Guevara con la sua Columna 4. El Hombrito, luglio 1957 © OAH
La huelga general, cioè lo sciopero, si risolve in un tremendo fallimento, che a sua volta provocherà importanti mutamenti all’interno del Movimento. Il 3 maggio, agli Altos de Mompié, sulla Sierra Maestra, si tiene una riunione fra i dirigenti della Sierra e del llano che potremmo definire «storica». In essa vengono discusse le cause della sconfitta e Daniel ne è ritenuto uno dei maggiori responsabili. Ciò provoca la sua destituzione da capo delle Milizie cittadine e l’incarico viene assunto da Fidel Castro, come Comandante unico di tutte le forze ribelli, sulla Sierra o cittadine. Qualunque giudizio si dia di tale mutamento, non vi sono dubbi che si tratta di un passo decisivo per la storia della Rivoluzione: di qui data l’inizio dell’unificazione ideologica del gruppo dirigente castrista, che ancora continua ai giorni nostri.
Le cause della disfatta vengono individuate in primo luogo nell’improvvisazione e il soggettivismo con cui lo sciopero era stato organizzato - si parla addirittura di concezioni quasi «putschiste» - e in secondo luogo nel fatto di aver escluso dalla sua preparazione il Psp (il vecchio partito stalinista) con gli stessi metodi settari che nel passato erano stati tipici di quel partito. Anni dopo il Che, in uno dei suoi Pasajes, parlerà degli errori imputati a Ramos Latour, soprattutto per quanto riguarda la formazione delle milizie:
«Daniel, accusato di un analogo errore di valutazione [vale a dire non aver calcolato esattamente le forze della reazione nel loro bastione principale (n.d.r.)], riferito alle milizie del llano che erano state organizzate come truppe parallele alle nostre, ma prive di addestramento e spirito combattivo, e senza passare attraverso il processo di rigorosa selezione della guerra»6.
Tornato a Santiago de Cuba, Daniel organizza una nuova colonna, la n. 10 (questa volta comandata da lui stesso), da integrare nella lotta guerrigliera, salendo quindi sulla Sierra Maestra, dove l’offensiva estiva batistiana è ormai cominciata; Ramos Latour prende parte a varie battaglie, che in poche settimane porteranno al fallimento l’estremo tentativo della dittatura di accerchiare e annientare le truppe rivoluzionarie. A fine luglio Daniel - che ha ormai ai suoi ordini circa 100-120 uomini - riceve l’ordine di tagliare la ritirata a un battaglione nemico diretto a Las Mercedes, ma il giorno 30, in località Jobal - zona nord della Sierra Maestra - è ferito al ventre da un colpo di mortaio che lo conduce alla morte poche ore dopo.

sabato 30 marzo 2013

GLI SCACCHI NELLA GUERRA FREDDA: L'ERRORE DEL SECOLO, di Mongo (Riccardo Vinciguerra)

Estate 1972
I mass media martellano duro, ne avevano di argomenti quell’estate, c’era solo l’imbarazzo della scelta. La guerra fredda. La corsa allo spazio. Le elezioni statunitensi che incombono ed il presidente  Nixon che ha lasciato tutti a bocca aperta scegliendo Agnew Spiro come candidata alla vicepresidenza. Il Cile che scivola nell’anarchia, sponsorizzata dagli Stati Uniti, mentre il governo eletto democraticamente del socialista Salvador Allende ha ormai i giorni contati (nel 1973 ci sarà il primo e più tragico degli 11 settembre della storia). 


giovedì 7 febbraio 2013

LA SIRIA TEATRO DELLA NUOVA GUERRA FREDDA, di Pier Francesco Zarcone

Fra gli osservatori di politica internazionale si pone ormai al di là del semplice sospetto l’ipotesi che la guerra per procura attualmente in Siria faccia parte di una nuova guerra fredda fra l’Occidente e il “blocco” Russia/Cina/Iran.

RED UTOPIA ROJA – Principles / Principios / Princìpi / Principes / Princípios

a) The end does not justify the means, but the means which we use must reflect the essence of the end.

b) Support for the struggle of all peoples against imperialism and/or for their self determination, independently of their political leaderships.

c) For the autonomy and total independence from the political projects of capitalism.

d) The unity of the workers of the world - intellectual and physical workers, without ideological discrimination of any kind (apart from the basics of anti-capitalism, anti-imperialism and of socialism).

e) Fight against political bureaucracies, for direct and councils democracy.

f) Save all life on the Planet, save humanity.

g) For a Red Utopist, cultural work and artistic creation in particular, represent the noblest revolutionary attempt to fight against fear and death. Each creation is an act of love for life, and at the same time a proposal for humanization.

* * *

a) El fin no justifica los medios, y en los medios que empleamos debe estar reflejada la esencia del fin.

b) Apoyo a las luchas de todos los pueblos contra el imperialismo y/o por su autodeterminación, independientemente de sus direcciones políticas.

c) Por la autonomía y la independencia total respecto a los proyectos políticos del capitalismo.

d) Unidad del mundo del trabajo intelectual y físico, sin discriminaciones ideológicas de ningún tipo, fuera de la identidad “anticapitalista, antiimperialista y por el socialismo”.

e) Lucha contra las burocracias políticas, por la democracia directa y consejista.

f) Salvar la vida sobre la Tierra, salvar a la humanidad.

g) Para un Utopista Rojo el trabajo cultural y la creación artística en particular son el más noble intento revolucionario de lucha contra los miedos y la muerte. Toda creación es un acto de amor a la vida, por lo mismo es una propuesta de humanización.

* * *

a) Il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi che impieghiamo dev’essere riflessa l’essenza del fine.

b) Sostegno alle lotte di tutti i popoli contro l’imperialismo e/o per la loro autodeterminazione, indipendentemente dalle loro direzioni politiche.

c) Per l’autonomia e l’indipendenza totale dai progetti politici del capitalismo.

d) Unità del mondo del lavoro mentale e materiale, senza discriminazioni ideologiche di alcun tipo (a parte le «basi anticapitaliste, antimperialiste e per il socialismo».

e) Lotta contro le burocrazie politiche, per la democrazia diretta e consigliare.

f) Salvare la vita sulla Terra, salvare l’umanità.

g) Per un Utopista Rosso il lavoro culturale e la creazione artistica in particolare rappresentano il più nobile tentativo rivoluzionario per lottare contro le paure e la morte. Ogni creazione è un atto d’amore per la vita, e allo stesso tempo una proposta di umanizzazione.

* * *

a) La fin ne justifie pas les moyens, et dans les moyens que nous utilisons doit apparaître l'essence de la fin projetée.

b) Appui aux luttes de tous les peuples menées contre l'impérialisme et/ou pour leur autodétermination, indépendamment de leurs directions politiques.

c) Pour l'autonomie et la totale indépendance par rapport aux projets politiques du capitalisme.

d) Unité du monde du travail intellectuel et manuel, sans discriminations idéologiques d'aucun type, en dehors de l'identité "anticapitaliste, anti-impérialiste et pour le socialisme".

e) Lutte contre les bureaucraties politiques, et pour la démocratie directe et conseilliste.

f) Sauver la vie sur Terre, sauver l'Humanité.

g) Pour un Utopiste Rouge, le travail culturel, et plus particulièrement la création artistique, représentent la plus noble tentative révolutionnaire pour lutter contre la peur et contre la mort. Toute création est un acte d'amour pour la vie, et en même temps une proposition d'humanisation.

* * *

a) O fim não justifica os médios, e os médios utilizados devem reflectir a essência do fim.

b) Apoio às lutas de todos os povos contra o imperialismo e/ou pela auto-determinação, independentemente das direcções políticas deles.

c) Pela autonomia e a independência respeito total para com os projectos políticos do capitalismo.

d) Unidade do mundo do trabalho intelectual e físico, sem discriminações ideológicas de nenhum tipo, fora da identidade “anti-capitalista, anti-imperialista e pelo socialismo”.

e) Luta contra as burocracias políticas, pela democracia directa e dos conselhos.

f) Salvar a vida na Terra, salvar a humanidade.

g) Para um Utopista Vermelho o trabalho cultural e a criação artística em particular representam os mais nobres tentativos revolucionários por lutar contra os medos e a morte. Cada criação é um ato de amor para com a vida e, no mesmo tempo, uma proposta de humanização.