L’associazione Utopia rossa considera suo fondamento politico il principio secondo cui il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi si deve riflettere l’essenza del fine. Non ha programmi politici, come del resto non ne aveva la Prima internazionale. Nonostante le più diverse provenienze ideologiche dei suoi sostenitori, essa ritiene che l’anticapitalismo dilagato dopo l’inizio dell’Antirivoluzione russa (dicembre 1917) sia stato motivato fondamentalmente da idee precapitalistiche, cioè retrograde, e non da progetti di civiltà in grado di superare il capitalismo sviluppando ulteriormente i suoi modelli di democrazia. Ciò spiega anche il prevalere, nella storia della cosiddetta «sinistra», di simpatie per i regimi dittatoriali di ogni specie e colore. Utopia rossa si batte contro l’ulteriore diffusione di ideologie precapitalistiche vecchie e nuove (in campo politico, culturale, ecologico, religioso ecc.), come parte della sua battaglia per il superamento del capitalismo, se si vuole salvare la vita sulla Terra con la sua umanità. In questo senso la sua utopia continua ad essere rossa.

The Red Utopia association considers its political foundation to be the principle that the end does not justify the means, but that the means must reflect the essence of the end. It has no political program, just as the First International did not. Despite the diverse ideological backgrounds of its supporters, it believes that the anti-capitalism that spread after the start of the Russian Anti-Revolution (December 1917) was fundamentally motivated by pre-capitalist – that is, retrograde – ideas, and not by civilizational projects capable of overcoming capitalism and of further developing its democratic models. This also explains the prevalence, throughout the history of the so-called «left», of sympathies for dictatorial regimes of all kinds and colors. Red Utopia fights against the further spread of old and new pre-capitalist ideologies (in the political, cultural, ecological, religious, and other fields) as part of its battle to overcome capitalism, if life on Earth, including its humanity, is to be saved. In this sense, its utopia remains red.

PER SAPERNE DI PIÙ CI SONO UNA COLLANA DI LIBRI E UN BLOG IN VARIE LINGUE…

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lunedì 21 ottobre 2024

GLI ERRORI MORTALI DI YAHYA SINWAR E DI HAMAS

di Piero Bernocchi


ITALIANO - ENGLISH


Leon de Winter è uno scrittore olandese che, oltre ai suoi libri, svolge una presenza social-politica costante, con articoli pubblicati su vari giornali e riviste europee. A proposito di Sinwar ha scritto in un articolo su Neue Zurcher Zeitung, quotidiano svizzero con quasi tre secoli di storia: "Yahia Sinwar aveva trovato l'arma con cui sconfiggere gli ebrei e manipolare il mondo: la morte dei suoi stessi connazionali. Invita gli ebrei ad uccidere il suo popolo e gli israeliani non possono sottrarsi alla lotta contro Hamas. Sinwar sapeva come stremare gli ebrei, ricattarli e metterli gli uni contro gli altri". Effettivamente, il piano strategico di Sinwar, culminato nell'orrendo massacro del 7 ottobre, aveva una sua tragica grandezza strategica, che però, contrariamente alla lettura datagli da De Winter, è stata annullata da una catena di errori e di valutazioni, su possibilità non realizzatesi, commessi dal leader di Hamas e rivelatisi tragici e mortali per il popolo palestinese quanto per lo stesso Sinwar: catena di valutazioni erronee che qui proverò ad analizzare e commentare.

 

Il fallimento del tentativo di coinvolgere l’intero mondo islamico nell’attacco frontale a Israele

 

Sono in circolazione oramai da mesi attendibili documentazioni di varia e credibile provenienza che spiegano come il massacro del 7 ottobre fosse stato pianificato, magari con dettagli non identici, probabilmente da almeno un paio di anni e che fosse stato più di una volta rinviato, in attesa di scenari generali più favorevoli. C’è ampia concordia tra gli “addetti ai lavori” anche sui motivi, almeno due dominanti, che alla fine hanno fatto scegliere, a Sinwar e alla leadership interna a Gaza, la data del 7 ottobre. Tornerò più avanti sul secondo motivo, per soffermarmi qui su quello a mio avviso più rilevante e decisivo: e cioè l’assoluta necessità/obbligo di far naufragare l’ampliamento degli Accordi di Abramo (che avevano normalizzato i rapporti tra Israele, gli Emirati Arabi e il Bahrein) con l’inclusione dell’Arabia Saudita e forse pure del Qatar, e con la formazione di un assai influente blocco di paesi sunniti guidati dalla maggior potenza di tale mondo islamista, quella Arabia Saudita, grande e storica (fin dall’avvento degli ayatollah al potere a Teheran) avversaria dell’Iran sciita. Tra le intuizioni strategiche di Sinwar, quella di inserirsi come un cuneo che disgregasse il nascente schieramento favorevole alla normalizzazione dei rapporti con Israele e, nel contempo, saldasse definitivamente l’anomalia di un rapporto stretto, con conseguenti copiosi finanziamenti e sostegno bellico, tra un’organizzazione del radicalismo sunnita più estremo come Hamas e la roccaforte iraniana del mondo sciita (anomalia assoluta fino a qualche anno prima, laddove sunniti e sciiti si scannavano  quotidianamente in tutto il mondo islamico, con percentuali di vittime ben superiori a quelle dei conflitti con cristiani, “occidentali” ed ebrei), è stata forse la più notevole e, almeno potenzialmente, quella in grado di aprire nuovi e inattesi scenari ai monumentali e apparentemente folli piani di distruzione totale di Israele.

Per giungere però ad attivare un tale scenario, ci voleva un’azione così terrificante, sconvolgente e spietata, manifestantesi nelle forme più barbariche possibili, che fosse in grado di scatenare una risposta almeno altrettanto selvaggia, brutale e stragista da parte del governo Netanyahu, contando sulla colossale umiliazione imposta all’intero apparato bellico e militare israeliano ma pure sullo smacco planetario inflitto ad un capo di governo, ultra-ambizioso, senza scrupoli e senza remore, come Netanyahu che, pur di cancellare dalla scena l’ANP e Fatah, si era fatto ingannare da Sinwar,  favorendone per anni l’ascesa al potere a Gaza, con una posizione dominante su tutti i palestinesi. Ritengo, conseguentemente, che gli orrori del 7 ottobre non siano stati dovuti alla barbarie spontanea e alla epidermica orgia senza freni di voglia di vendetta da parte delle migliaia di armati palestinesi coinvolti, ma che fosse stata pianificata e voluta da Sinwar e i suoi (e per tale ragione documentata ed esibita platealmente con video, foto e registrazioni sonore quanto più raccapriccianti possibili) proprio per rendere irrealistica e di fatto impossibile una risposta solo “moderata” da parte del governo israeliano, provocato a tal punto da spingerlo a una risposta quanto più feroce, distruttiva e impopolare possibile. La scommessa di Sinwar, certo massimamente cinica e spietata, ma non pazzesca in linea di principio, e anzi potenzialmente foriera di successo, è stata appunto quella di spingere Netanyahu ad attaccare Gaza con una forza distruttiva smisurata e senza precedenti, che provocasse  il maggior numero di vittime possibili tra i civili (più volte Sinwar ha ammesso senza imbarazzo di essere disposto a sacrificare anche un numero spropositato di suoi concittadini/e non in armi pur di creare le condizioni per la sconfitta e la distruzione di Israele), in modo da suscitare da una parte la più diffusa indignazione mondiale  contro Israele (e in generale contro la presenza di uno Stato ebraico in Palestina, da liberare dal “fiume al mare”), e che dall’altra spingesse tutto il mondo islamico, sunnita o sciita, ad entrare in campo militarmente, contribuendo in maniera decisiva alla distruzione di Israele.

Malgrado la mia avversione politica, ideologica, culturale e morale all’islamismo da Guerra Santa e ai regimi dittatoriali come l’orrenda teocrazia iraniana e ad organizzazioni oscurantiste, reazionarie, ultra-misogine e omofobe come Hamas, Hezbollah, non posso negare che tale piano strategico aveva, almeno in potenza, quella che ho chiamato una tragica grandezza. E nella realtà di questo anno, tale piano il primo obiettivo lo aveva effettivamente raggiunto, cioè quello di suscitare una vastissima ondata di indignazione internazionale anche in ambienti fino a ieri insospettabili che, con grande rapidità, hanno accantonato gli orrori del 7 ottobre (che, anzi, hanno sovente salutato come un “riscatto” del popolo palestinese dopo decenni di sopraffazioni e umiliazioni, o come addirittura “l’inizio della Rivoluzione palestinese”), per reagire con una mobilitazione pressoché permanente contro il massacro in corso a Gaza, dove, indiscriminatamente, ai miliziani di Hamas uccisi dall’esercito israeliano si è accompagnato quasi ogni giorno un numero almeno altrettanto elevato di vittime civili, senza alcuna distinzioni tra uomini, donne, bambini.

Quello che però non è avvenuto, rivelandosi nei fatti il principale punto debole di tale  ambiziosissima strategia e il più grande errore di previsione di Sinwar e di chi ne ha condiviso la strategia, è stato il generale fallimento del tentativo di coinvolgere l’intero mondo islamico, sunita e sciita, nell’attacco frontale a Israele. A posteriori, Sinwar ha dimostrato una sorprendente misconoscenza della variegata e ambigua complessità di tale mondo (più avanti vedremo come analoghi e altrettanto esiziali  – per lui e per i palestinesi – errori di valutazione e previsione Sinwar li ha commessi anche nell’analisi della società israeliana e della psicologia dominante tra gi ebrei di Israele).

Sorprende, tanto per cominciare, che il leader indiscusso di Hamas abbia davvero creduto ai roboanti proclami bellici e agli appelli per la distruzione della “entità sionista” (come i dittatori teocratici iraniani amano definire Israele, per non doverne fare neanche il nome in segno di massimo disprezzo) di due affabulatori e incantatori di massa come Khamenei e Nasrallah. Meraviglia che una mente così attenta ad ogni sfumatura del pensiero della radicalità islamista abbia potuto davvero credere che il regime teocratico e Hezbollah avrebbero deciso di mettere a repentaglio il proprio potere e dominio nei rispettivi paesi sottomessi, l’Iran e il Libano, e persino la sopravvivenza dei propri regimi, per entrare in campo accanto ad Hamas nello scontro frontale con Israele, ben conoscendo la propria inferiorità sul piano militare, ma anche la fragilità del proprio dominio interno, di fronte a due società in maggioranza ostili, in aperta rivolta come nell’Iran dell’ultimo biennio o sottomessa ma non consenziente e collaborativa come quella libanese, incapace di impedire la progressiva dominazione della minoranza sciita sul paese ma fondamentalmente desiderosa di una sua possibile débacle bellica.

In verità, nei comportamenti di quasi tutti i paesi arabi e dell’Iran nei confronti della tragedia palestinese, c’è sempre stata una profonda strumentalità di fondo che Sinwar e i suoi avrebbero dovuto ben conoscere. Falliti i tentativi della Lega araba di sconfiggere militarmente Israele e di espellere la comunità ebraica dalla Palestina, la gran parte dei paesi arabi circostanti ha usato cinicamente il popolo palestinese e la sua lotta solo per creare le maggiori difficoltà possibili a Israele, per tenerla sotto costante pressione e per attivare la più diffusa solidarietà internazionale contro l’“entità sionista”. Solo che a questo cinico e strumentale disegno non si è mai accompagnata una reale solidarietà con il popolo palestinese, né in termini di significativi aiuti materiali né in quanto a dignitosa accoglienza ai profughi, almeno all’altezza dei proclami tonitruanti di circostanza. Figuriamoci se Hezbollah e la teocrazia iraniana potevano essere disposti a sfidare davvero, militarmente e in uno scontro aperto senza mediazioni, Israele, con la realistica possibilità di essere non solo travolti sul campo, ma anche di consentire alle diffuse opposizioni interne di saldare finalmente il conto alle insopportabili dominazioni ultra-decennali.

Ma Sinwar ha commesso un altro errore di valutazione, altrettanto inspiegabile per chi, in tanti anni, aveva avuto modo di studiare dettagliatamente, e verificare da vicino e con massima cognizione di causa, di contatti e di legami, i complessi e contorti, ambigui e mutevoli rapporti tra le varie statualità e comunità islamiche mediorientali. Il leader di Hamas parrebbe aver preso sul serio, e massimamente sopravvalutato, il profondo legame che era riuscito a stabilire  - fin da quando ancora era in galera in Israele e riusciva a corrompere le guardie carcerarie, così potendo colloquiare senza limiti non solo con i suoi “sottoposti” a Gaza, ma persino con il regime iraniano - fin dal 2011 con il regime degli ayatollah. Certo, l’anomalia di un’alleanza, così stretta, impegnativa e senza precedenti significativi, tra sunniti e sciiti, solitamente in guerra permanente tra loro da parecchi secoli, può aver contribuito a fuorviare le percezioni di Sinwar, al punto da fargli scambiare un accordo tattico (utilissimo per l’Iran per mettere in un angolo il progetto di una vasta parte del mondo sunnita di normalizzare i rapporti con Israele in nome dei comuni interessi economici) per una generale e permanente collaborazione strategica. Ma il grosso del mondo sunnita non ha mai digerito il rapporto quasi “intimo” tra la parte combattente del mondo sunnita palestinese con l’Iran, e ancor meno il grande potere acquisito da Hezbollah, altro portabandiera del minoritario mondo sciita e anch’esso grande alleato di Hamas: e quanto questa ostilità fosse viva, malgrado il sostegno comunemente sbandierato per i palestinesi durante i massacri a Gaza, si è potuto verificare apertamente con i festeggiamenti in tanti paesi arabi sunniti alla notizia dell’uccisione di Nasrallah: mentre, al contempo, non pare proprio che l’uccisione di Sinwar abbia suscitato in questi paesi grandi ondate di solidarietà e cordoglio.

 

Gli errori di valutazione di Sinwar sull’attuale popolo ebraico di Israele

venerdì 5 luglio 2024

UN ARTICOLO SULL’IMPERIALISMO ARABO SU CUI RIFLETTERE

da Luciano Dondero


BILINGUE: ITALIANO - ENGLISH


Caro Roberto,

il sito inglese Point of No Returnhttps://www.jewishrefugees.org.uk ) è dedicato a un gruppo di ebrei fin troppo dimenticati, ovvero i rifugiati dai paesi arabi e islamici del Medio Oriente.

Qualche giorno fa hanno pubblicato un articolo molto interessante di Olga Kirschbaum-Shirazki intitolato “Il Medio Oriente ha bisogno di respingere l’imperialismo arabo per raggiungere la pace”.

Fra gli elementi più interessanti dell’articolo della Kirschbaum-Shirazki, cofondatrice ed editrice della Tel Aviv Review of Books, mi pare ci siano due elementi: intanto una riflessione di fondo sulle nozioni di impero e nazione viste in un quadro europeo e mediorientale; e poi il rifiuto della nozione che gli arabi (e l’Islam) siano i soli legittimi, e antichi, abitanti del Medio Oriente.

In questo, come sottolinei tu, si nota: “la profonda cultura (storico-politica-geopolitica)” dell’autrice, e la sua capacità di porre “la questione curda nell’epicentro dell’aggressività di tre correnti imperiali: turca, iraniana e araba […] e che nelle mire imperiali turche, iraniane e arabe si veda oggi il fattore di maggior pericolo in area mediorientale”.

Condivido pienamente un’altra considerazione che fai quando dici che l’autrice: «sottolinea un “piccolo” dettaglio che sfugge a tutti coloro che affermano un’assenza di continuità degli ebrei dalla loro terra d'origine: e cioè che per quasi due millenni gli ebrei sono stati esuli perché perseguitati, ovunque, e non in conseguenza di esodi dovuti a guerre. In realtà agli inizi vi fu un primo grande esodo (Guerra giudaica del 66-70), ma poi poco a poco presero il via le persecuzioni che, come sappiamo ancora continuano».

E ne consegue che, se si vuole veramente aprire una prospettiva di pace per la regione mediorientale, occorre una iniziativa di portata internazionale per frenare le ambizioni imperiali delle tre diverse componenti islamiche. Al di là dei tentativi di attori non-statuali impegnati alla rinascita del “Califfato” (Al-Qaeda, Isis/Daesh e una miriade di altri operatori più o meno velleitari) sono veri e propri Stati come l’Iran, la Turchia e alcuni Paesi arabi che incorporano in sé intenzioni molto pericolose.

Il fatto che alcuni fra quegli Stati arabi siano orientati oggi a un’alleanza con Israele e con l’Occidente, in un’ottica volta a contrastare le mire degli ayatollah di Teheran (vedi la vicenda degli “Accordi di Abramo”), potrebbe contribuire alla ricerca di una soluzione. Ma questo non significa dimenticarsi che per decenni l’Egitto e l’Arabia Saudita sono stati in prima fila nei vani tentativi di distruggere Israele e nel diffondere in tutta Europa l’ideologia politica dell’Islam più aggressivo.

Penso che questo articolo possa essere molto utile per la riflessione di chi segue Utopia Rossa. Non da ultimo per la critica netta allo slogan “Due popoli, due Stati”.

Buon lavoro,

Luciano



Il Medio Oriente ha bisogno di respingere [ROLL BACK] l’imperialismo arabo per raggiungere la pace

 di Olga Kirschbaum-Shirazki


Nella nostra epoca di aspri dibattiti sul nazionalismo, vale la pena prendersi un momento per considerare l’origine della creazione di piccoli Stati nell’Europa continentale dopo la Prima guerra mondiale. In questo primo quarto di secolo del secondo millennio, gli Stati nazionali europei hanno dimostrato di essere più stabili e governabili, oltre che più democratici, rispetto ad altre forme politiche. Gli Stati di maggior successo del dopoguerra – se la misura è la prosperità dei loro cittadini e la trasparenza dei loro governi – sono gli Stati nazionali della Scandinavia con le loro minoranze Sami e Inuit, ora semiautonome. Il grande risultato dell’Unione Europea non è la sua unità e le sue dubbie strutture politiche con la loro mancanza di trasparenza e responsabilità, ma piuttosto la sovranità nazionale dei popoli d’Europa, uniti da lingua, cultura ed etnia, che sono i suoi membri costituenti in un continente dove un tempo governavano gli imperi.

Inoltre, gli Stati nazionali sono stati le unità di maggior successo nel mantenere il concetto di bene pubblico e nel limitare le società multinazionali e i monopoli statali. In effetti, lo Stato e le sue leggi sono probabilmente l’unica cosa che può garantire con successo che i lavoratori e i locali non subiscano orribili abusi. Le multinazionali prosperano soprattutto negli Stati in cui le rimanenti gerarchie razziali imperiali persistono nel mandare in frantumi ogni nozione di bene comune: questa è la storia di tutte le ex colonie di insediamento nelle Americhe, con la possibile eccezione dell’Uruguay, un piccolo paese che è in gran parte un amalgama fra gli immigrati spagnoli e italiani con la minuscola popolazione indigena del XIX secolo, decimata dalle malattie dopo la colonizzazione europea e una guerra genocida. In molti casi queste gerarchie fanno ancora parte dell’assetto giuridico del Paese, soprattutto con l’abrogazione dei trattati con le Prime Nazioni. Tutti questi paesi, a vari livelli, hanno una sottoclasse radicalmente impoverita, spesso composta da popolazioni indigene e in alcuni casi dalla diaspora africana.

giovedì 25 aprile 2024

IN ISRAEL/PALESTINE: ONE OR TWO STATES?

di Roberto Massari  e Nathan Novik


ENGLISH - ESPAÑOL - ITALIANO


ONE STATE 

by Roberto Massari


I find it useful to publish this text by Nathan Novik, even though - along with other comrades of Utopia Rossa - I have long declared myself against the perspective of the "two States" to solve the Israeli-Palestinian issue. It is an unrealistic perspective, which will never be seriously realized and which, if implemented, would inevitably lead to the formation of two confessional States (identified with different religions) that will never stop being hostile to each other or continue to wage war. One of the two will also inevitably be dictatorial (as has always been the case with Al Fatah and continues to be the current Palestinian National Authority in the West Bank).

The very nature of Islamic fundamentalism (fanatical and aggressive) ensures that there will never be peace between a Jewish State and a Muslim State.

For some time now, I have been convinced that the only realistic perspective to put an end to a bloody conflict that has been bleeding the country since 1948 (when some Arab states aggressed the newborn Israel to seize the lands assigned to it by the United Nations, thus causing the massive exodus of 7-800,000 Palestinians and the expulsion of a nearly equal number of Jews from Arab countries) is one Statea secular, democratic, multiethnic State (also federative, if possible).

This perspective is becoming more realistic every day, as I will show shortly. But fortunately, there are already some premises in present-day Israel where Arab components live peacefully with the rest of the population (which is not all Jewish and even Jews have different ethnic backgrounds, making Israel already partly multiethnic) and where the regime of imperfect democracy is among the most democratic in the world.

Just think of the following fact: how many examples in history are there of warring States where anti-government demonstrations are allowed? The mind immediately goes to Russia of 1917 and the US during the Vietnam era, but it risks stopping there. In Israel, on the other hand, there are practically anti-government demonstrations every week and openly so. There were even some in the emergency situation caused by the inhuman pogrom of October 7. Not to mention the struggle between different parties to go into government or form alliances. Well, such concrete evidence of democracy for the opposition makes the perspective of imperfect democracy in a future multiethnic, Israeli-Palestinian State realistic.

The most serious thing (of which the Netanyahu government is only the most visible expression) is that the current Israeli State lacks a secular character. It was not always like this because at its origins Israel was born with a secular and social-democratic perspective (including the collectivist utopianism of the kibbutzim), which was broken by the first and subsequent Arab aggressions. Secularity means that the State must be able to represent not only other ethnicities and other religions, but also Jews who are not religious. Israel and the rest of the world are full of non-believing Jews, atheists, agnostics, etc., demonstrating that belonging to the Jewish people is primarily measured by historical-cultural data ("ethnic" in a general sense of the term). And only to some extent or secondarily religiously. But the latter should not prevail over the former, nor identify with them.

As long as Jewish fundamentalism (reactionary and post-medieval in turn) is not politically and culturally defeated, the secularism of the State of Israel indispensable for the peaceful and unitary perspective of one State cannot be guaranteed. But this is a point that can only be resolved by progressive Jews in Israel, with the help of progressive sectors in the rest of the Diaspora.

venerdì 19 aprile 2024

ISRAEL NO ES COMPARABLE CON IRÁN

de Edison Zoldan y Miguel Novik


BILINGUE: ESPAÑOL - ENGLISH


Estimada...:


No es comparable [con Israel] un país  [Irán] que cuelga a los homosexuales y mate una mujer porque no cubre el pañuelo su cabeza completamente. Que lapide a las supuestas mujeres infieles y encarcele y torture a sus adversarios.

Tampoco es comparable Hamás que mató, violó, quemó a civiles. Desgarró el vientre de mujeres embarazadas y mató sus fetos. Que resguarda a sus miembros en túneles dejando a la población civil a su suerte y de escudos humanos.


Israel no es perfecto. Pero la semana pasada se hizo el gay parade (marcha gay) con asistencia internacional (incluso árabes).

Avisa a civiles con tiempo donde va a bombardear.

(A diferencia de Rusia con Ucrania.)

En el Parlamento hay representado dos partidos árabes. Los árabes israelíes tienen los mismos derechos que los israelíes. (Son médicos, jueces, maestros, etc. ). Acaban de elegir Decana de la Universidad a una Phd árabe israelí.

Hamás inició el ataque por quinta vez, pero esta oportunidad cruzó la línea roja e Israel dijo BASTA. No queremos una amenaza constante y que nuestra población pase en refugios. 

Sabes que Hamás quiere (no puede) al igual que Irán y sus proxies aniquilar Israel.

Me vas a contra argumentar de la muerte de civiles en Gaza. Primero, es una cifra del Ministerio de Salud, manejada por Hamás y no corroborada.

Segundo, Hamás busca la publicidad internacional. Ellos podrían terminar el conflicto inmediatamente devolviendo los rehenes. Te has preguntado por que no lo hacen? Para seguir con la guerra.

El máximo dirigente, Haniye, vive en Catar, pero envía a los hospitales israelíes a su familia por cualquier dolencia.

En Gaza y en la Autoridad Palestina reina la corrupción. Reconocido internacionalmente. (Incluso hoy lo hizo Suecia y declaró que cesaría en su ayuda)


Resumen: Los dirigentes israelíes no son perfectos, pero es del cielo a la tierra la comparación que hiciste.

Saludos 


Edison Zoldan


(18 de Abril 2024)

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Una cosa es no poder juzgar qué líder es más egocéntrico y maquiavélico para lograr y mantener su poder.

Otra cosa es no poder ver la diferencia de filosofías de vida (o muerte), explícitas y concretas:


La filosofía de Hamas es proselitista y absoluta. No acepta a israel, (un país judío), en el mapa.

Tolera que sus soldados violen a sus víctimas. (un soldado Israelí que hiciera eso va a cárcel).

En Israel estamos llenos de búnkers para proteger a la civilidad de los misiles que nos lanzan, en Gaza los túneles no son para el pueblo sino para los guerrilleros..(la socieda civil queda expuesta en la superficie).

Israel es democrático, Hamas no...

etc. etc.


No querer ver las diferencias ideológicas explícitas.... merece un análisis psicológico.


Una razón que he escuchado es que dado que la locura religiosa está fuera de la mente en el mundo oxidental actual, dicha realidad no son capaces de verla, no la incorporan en el análisis.

Pero efectivamente si el mundo oxidental tuviese la claridad de ver la filosofía explícita de Hamas, y hubiese exigido que Hamas entregue a rehenes y pare la guerra, desde el día 7 de octubre.... muy probablemente habría paz y se hubiese evitado mucho sufrimiento ....


Miguel Novik


 (18 de Abril 2024)


ENGLISH

domenica 14 aprile 2024

ABOMINI ISLAMISTI

di Piero Bernocchi

Da Haniyeh/Hamas alle "gabbie" di Centocelle per le donne dell'Islam

Ho scritto parecchio nel recente passato per motivare perchè, a mio parere, almeno buona parte della sinistra conflittuale italiana dovrebbe provare ostilità e massima distanza da Hamas, dall'Iran, dalle dittature fascio-islamiste, corresponsabili con Israele delle sofferenze palestinesi, ma con scarso successo, al punto da farmi pensare all'inutilità di continuare a produrre materiali in materia. Trovo drammatico che in gran parte delle mobilitazioni di queste settimane, e non solo in Italia, Hamas e l'Iran vengano, seppur non sempre esplicitamente, considerati degli alleati dei palestinesi nella lotta contro gli orrendi massacri di Israele a Gaza, peraltro sorvolando sbalorditivamente sulle atrocità del 7 ottobre, presentate addirittura come "riscatto del popolo palestinese" e glorioso atto di "Resistenza" con la R maiuscola, nonchè sui quotidiani crimini contro il proprio popolo perpetrati dalla ultra-reazionaria dittatura islamo-integralista iraniana.

Ma nel contempo mi appare altamente preocupante pure il filo-islamismo che si diffonde, in concomitanza con la indispensabile mobilitazione a fianco dei palestinesi, nel mondo "occidentale" e che fa trovare accettabile (con il mantra "è la loro cultura, bisogna rispettarla")  gli abomini nei confronti non solo dei dissidenti politici, ma delle donne, dei diversi orientamenti di genere e sessuali, messi in opera quotidianamente nei regimi fascistoidi dell'integralismo islamico, in primis l'Iran, e nelle organizzazioni collegate (Hamas, Hezbollah, Houthi ecc.), sotto il manto di una religiosità ripugnante e soffocante. E mi viene da pensare: ma come è possibile? Una sinistra che in Italia si è battuta per decenni contro il ruolo della chiesa cattolica (peraltro assai meno intollerante, qui ed ora, degli oppressivi culti islamisti), che ha lottato contro il crocefisso nei luoghi pubblici, che ancora negli anni '60 ha contribuito in maniera decisiva a cancellare il delitto d'onore, i matrimoni riparatori (anche quella era considerata  "cultura popolare", no?). E che mo' si beve un integralismo islamico che in Europa punta a diventare una sorta di religione ufficiale e di Stato, con le sue feste nazionali riconosciute, che vuole imporre, nei territori che sta "colonizzando", i suoi rituali ostili a più di mezza umanità (donne e "diversi"), con l'imposizione della Sharia islamica come regola di vita, incompatibile con la Costituzione, con il rispetto dei diritti umani e dell'uguaglianza di genere, mentre dove tale islamo-integralismo domina, ogni diversità politica, culturale, sociale, religiosa, di costumi e orientamenti sessuali viene ferocemente repressa.

mercoledì 15 novembre 2017

CRISI POLITICA IN ARABIA SAUDITA E LIBANO, di Pier Francesco Zarcone

Saad Hariri, 24 ottobre 2017 © Mohamed Azakir
Non stupisce che si tratti dell’argomento del momento per i media di mezzo mondo, giacché siamo in presenza di crisi di notevole portata che potrebbero squilibrare ancor di più il già squilibrato Vicino Oriente. E si tratta di due fatti fra loro probabilmente collegati.

LA CRISI SAUDITA

In Arabia Saudita il nuovo principe ereditario Muhammad bin Salman (nuovo perché il precedente, suo cugino Muhammad bin Nayef, è stato silurato dal medesimo padre e monarca che l’aveva designato - e non si sa quanto tutto ciò sia stato spontaneo) ha scatenato una vasta epurazione colpendo “intoccabili” che tali in fondo non erano, con l’evidente proposito di mettere in sicurezza il potere che al momento in buona parte già possiede e che domani sarà suo anche formalmente.
Gli eventi si sono svolti con tale rapidità da rivelare che il piano era già stato preparato da un certo tempo. Il 4 novembre vi sono stati due decreti di re Salman: uno destituiva il capo di Stato maggiore della Marina, licenziava il ministro dell’Economia e il capo della Guardia nazionale - vale a dire il principe Mutaib, figlio del defunto re Abd Allah e fino a poco prima figura potentissima; l’altro istituiva una Commissione anticorruzione sotto la presidenza dello stesso Muhammad bin Salman. È anche entrata in vigore una nuova e pesante legge antiterrorismo, che fra l’altro comminerà dai 5 ai 10 anni di carcere per insulto pubblico al re e/o all’erede al trono.
Nel giro di poche ore tale Commissione accusava di appropriazione indebita undici principi, quattro ministri in carica e trentotto ex ministri - al cui immediato arresto provvedeva il nuovo comandante della Guardia nazionale - alcuni di essi indagati anche ai sensi della neonata legge antiterrorismo. Nello stesso giorno si dava notizia del sequestro di beni e conti bancari degli inquisiti, proprietà e denaro che in caso di una loro condanna andranno al Tesoro nazionale.
Dal punto di vista della pura cronaca l’accusa di corruzione assomiglia allo scandalo hollywoodiano delle molestie sessuali: è infatti più che risaputo che in Arabia Saudita ciò riguarda in particolare i membri di quella vera e propria legione che è la famiglia reale; ma oggi è invece presentata come fonte di inaudito scandalo. I nomi “illustri” colpiti da re Salman portano a ritenere che si tratti di un’epurazione per la sicurezza del nuovo erede, piuttosto che rivolta a moralizzare la vita pubblica del Paese. Non pare azzardato dire che bin Salman stia sostituendo la “propria” autocrazia alla tradizionale oligarchia degli affari.
Se è vero (ma è tutto da vedere) che egli abbia neutralizzato avversari e nemici, ci sono segnali tali da far pensare a sue manovre per ottenere consenso popolare in un Paese in cui i giovani sotto i trent’anni sono il 70% della popolazione, composta al 51% da donne; a meno che non intenda avvalersi - pericolosamente - del solo esercizio del potere regio. Dovrebbero far parte della prima ipotesi i recenti provvedimenti di “modernizzazione”: bin Salman ha consentito l’apertura di cinema e l’organizzazione di concerti (prima vietati), e alle donne di guidare l’auto da sole a partire dal 2018; pare poi che abolirà la temibile polizia religiosa e il “tutorato” maschile sulle donne, e ha inoltre annunciato di voler trasformare l’Islam wahhabita del suo Paese per normalizzare i rapporti col resto del mondo sunnita. Nel frattempo ha fatto arrestare più di mille imām e teologi wahhabiti. Tra i suoi propositi di riforma religiosa c’è anche quello di rivedere criticamente i detti del Profeta (che costituiscono la Sunna, la «tradizione» sunnita), così da eliminarne quelli violenti o contraddittori. Nel mondo musulmano sunnita sarebbe qualcosa di sconvolgente. Staremo a vedere.
Con tutta probabilità - se bin Salman resterà in sella - l’Arabia Saudita passerebbe da una tirannide oscurantista ad una di tipo più o meno “illuminato”. Quali possibilità di manovra si aprano per i vari attori regionali nel Vicino Oriente è presto per dirlo, ma ne analizzeremo fra breve i maggiori sommovimenti.
Muhammad bin Salman è un personaggio che usa la forza senza problemi, non solo in politica interna: sua è infatti la responsabilità dell’aggressione allo Yemen in funzione anti-iraniana. Non si tratta di un’operazione brillante, dato che le truppe saudite le stanno “prendendo alla grande” dai ribelli sciiti Houthi e dagli Yemeniti che vogliono in ogni caso respingere questa nuova e sanguinosa avventura del tradizionale nemico saudita.
E forse la crisi governativa libanese va letta anche in rapporto agli eventi yemeniti. Nella storia non sarebbe la prima volta che un regime incapace di vincere su un fronte bellico già esistente cerchi di uscire dall’impasse aprendone un altro - nel nostro caso, in Libano. E se così fosse, non vi è dubbio che bin Salman starebbe giocando una carta pericolosa, capace di ritorcerglisi contro. Infatti, nell’ipotesi dell’aggravarsi della crisi con un più diretto coinvolgimento dell’Iran, si dovrà vedere in quale modo l’erede al trono riuscirà a compattare sotto di lui la società saudita (pur sempre fatta tradizionalmente da sudditi e tutt’altro che unita) mentre ne sconquassa i vertici operativi: corrotti sì, ma pur sempre con una certa esperienza.

LA CRISI LIBANESE

L’inizio di tale crisi va contestualizzato. Non solo per l’Arabia Saudita la guerra va malissimo nello Yemen, ma in Iraq e Siria l’Isis e i jihadisti da essa foraggiati sono stati ormai sconfitti sul campo, e non certo grazie alla fantasmatica “coalizione a guida Usa”, ma essenzialmente per la discesa in campo della Russia, dell’Hezbollāh libanese, di varie milizie popolari sciite e di “consiglieri” iraniani. È una sconfitta per l’Arabia Saudita, tanto più che può dirmi ormai aperto il cosiddetto “corridoio sciita” - da Teheran passando per Baghdad, e arrivando a Damasco e Beirut. A questo si aggiunga che il Qatar (anch’esso con governo wahhabita, ma nei giochi di potere le comunanze religiose non valgono nulla), grazie ai rifornimenti iraniani, non è stato messo in ginocchio dal blocco saudita, e che quindi Teheran - con un governo del Bahrein non molto stabile per l’agitazione della maggioranza sciita, con quella bomba ad orologeria che è la presenza sciita in zone petrolifere dell’Arabia Saudita e con gli Emirati Arabi Uniti che giustamente tentennano - ha virtualmente i numeri per estendere la sua influenza sul Golfo Persico e sugli stessi Emirati. Un pericolo mortale per Riyad.

lunedì 30 ottobre 2017

UNNOTICED CHANGES OF EQUILIBRIUM IN THE NEAR EAST, by Pier Francesco Zarcone

IN DUE LINGUE (Inglese, Italiano)
IN TWO LANGUAGES (English, Italian)

© Neil Hester
The occurrence of events and related “media bombardment” very often distract attention from the most profound – or wider – meaning of what has happened and is happening … and the necessary help in understanding does not always come from professional commentators. This is particularly true of the Near East, theatre of a centuries-old conflict between Sunni Islam and Shiite Islam.
Generally speaking, a defeat of significant proportions of the first of these two Islams, with the consequent opening up of significant areas for the Shiites, is overlooked. The Sunni countries have lost all three wars against Israel, and Saddam Hussein’s Iraq (more or less secular, but Sunni) has in turn lost as many – the war with Iran and the two against the United States. In addition to that regime, domination of the Sunni minority over the rest of the Iraqi people has disappeared.
On the battlefield, ISIS has been reduced to a flicker and the dream/nightmare of the “caliphate” has dissolved. In Yemen, Saudi Arabia is paying a high price for its aggression, essentially at the hands of local Shiites; not to mention Arab and/or pan-Arab nationalism which has long since gone bankrupt (never mind the problem of who bears the greatest responsibility).
By contrast, Shiite Islam (of which Iran is still the fulcrum) has rung up a number of local and strategic successes, a result largely due to the US “satan”, which has so far failed to get anything right – through ignorance, carelessness and inability concerning tactics and strategies worthy of the name.
Worthy of note is the manoeuvring ability of the post-Khomeini Iranian leadership, which has abandoned Khomeini’s original and clumsy revolutionary aura (moreover harmless in concrete terms) and opted for cold political pragmatism, acting under the cover of local intermediaries, patient long-term operations and, of course, ready to take advantage of the colossal mistakes of others.
In Lebanon, the US flattening of Israeli policy has created the preconditions for the expansion of Hezbollāh, promptly armed and organised by Tehran, with the result that the only Israeli military defeat so far occurred in Lebanon in May 2000 at the hands of Lebanese Shiites, with Israeli troops forced to retreat from that country.
Today Hezbollāh has a full-fledged military force, not as a conventional army but as a guerrilla force that is no less enviable than that of the Viet Cong, besides having the most up-to-date technologies which the Israeli Armed Forces have borne the brunt of.
In Iraq the picture has been even worse: having never understood that it was not at all a nation, and that the post-Great War British-designed artificial construction only stood on its feet thanks to its army, the United States then had the bright idea of dissolving the Iraqi Armed Forces immediately after the second Gulf War, automatically creating a base vacuum immediately used by Iran – above all politically.
And now, for the first time since the Fatimid Caliphate of Cairo (from the 9th to the 12th century), we have two Shiite-led Arab states: Syria (which it was already) and Iraq.
This brings us to Syria. Doubts now outweigh certainty about the spontaneity of the so-called “Arab Springs” as a coagulation of undeniable local disquiet; and in any case the fact is that US manoeuvres in the attack on the government of Damascus – with fatal support for the most dangerous and cruel forms of Islamist extremism (Sunni) – were thwarted by Russian intervention alongside Iran and Hezbollāh.
The conclusion is that today there is a “Shia corridor” from Damascus and Beirut to Tehran, passing through Baghdad. The blatant attempt by Washington to interrupt it using the Kurds of Syria is destined to fail because of both the foreseeable opposition of Turkey and the poor military solidity of the Kurds, despite claims by Western media linked to the “single thought” notion, as well as the demonstrated ability of Iran (Khomeini’s spirit has long died) to manoeuvre for its own ends also with Sunni Kurds, from Turkish PKK to Iraqi Kurdistan.
Moreover, Iran’s remarkable military consolidation, albeit at present only in terms of conventional armaments, means that this country is an important regional power in the Persian Gulf, such that, in the hypothetical case of a withdrawal of the United States from the area, it would soon fall under Iranian hegemony.
In this regard we should understand one another. For Tehran, the experience of the previous war with Iraq was absolutely precious in terms of equipping itself in order not to fall back militarily into the same situation and of finding war alternatives. It is out of the question that if the United States were to attack Iran (as Trump sometimes threatens to do), it would be defeated in the first round, but by virtue of the experience of the “asymmetrical” war gained in Lebanon and in Iraq occupied by the United States, it would already certainly be capable of causing substantial damage to the aggressor even at this stage, including economic damage if it managed to block the Strait of Hormuz, where a massive amount of oil transits every day.
In the second round then, the real problems would start for the Americans: controlling the immense territory of Iran would be virtually impossible, even for of its war power, and unless it decided to embark on indiscriminate destruction of towns (and of the civilian populations that inhabit them), the guerrilla and terrorist techniques well known by the Iranians would mean that the daily arrival in the United States of transport planes loaded with the coffins of dead soldiers would upset the not very spartan psychology of the average American. Not to mention the economic costs.
It is well known that the United States continues to privilege relations with the Sunni countries and that establishing better relations with the Shiite countries is considered a kind of betrayal. In this regard, Western foreign policy “experts” – including also officially appreciated “Orientalists” – generally consider Shiite Islam a kind of mediaeval relict. This leads to an overvaluation of Sunni Islam’s capacity for constructive purposes in the Near East … understanding that it is Sunni Islam that is really mediaeval.

GLI INAVVERTITI CAMBI DI EQUILIBRIO NEL VICINO ORIENTE, di Pier Francesco Zarcone

IN DUE LINGUE (Italiano, Inglese)

© Neil Hester
Molto spesso il succedersi degli avvenimenti e i connessi “bombardamenti mediatici” distolgono l’attenzione dal significato più profondo - o più ampio - di quanto è accaduto e sta accadendo… e non sempre dai commentatori di professione viene il necessario aiuto. Questo vale in particolar modo per il Vicino Oriente, teatro di un plurisecolare conflitto fra Islam sunnita e Islam sciita.
In genere si trascura l’essersi realizzata una sconfitta di notevoli proporzioni del primo di questi due Islam, con la conseguente apertura di spazi di rilievo per gli Sciiti. I paesi sunniti hanno infatti perso tutte e tre le guerre contro Israele, e l’Iraq di Saddam Husayn (più o meno laico, ma sunnita) a sua volta ne ha perse altrettante - la guerra con l’Iran e le due contro gli Stati Uniti. Oltre a quel regime si è dissolto il dominio della minoranza sunnita sul resto della popolazione irachena.
Sul campo di battaglia l’Isis è ridotto al lumicino e il sogno/incubo del “califfato” si è dissolto; nello Yemen, l’Arabia Saudita sta pagando a caro prezzo la sua aggressione, essenzialmente per mano degli Sciiti locali; per non parlare del nazionalismo arabo e/o panarabo che da tempo ha fatto bancarotta (lasciamo stare il problema di chi ne sia stato il maggior responsabile).
Per contro l’Islam sciita (di cui l’Iran resta sempre il fulcro) ha collezionato una serie di successi locali e strategici, un risultato dovuto in buona parte al “satana” statunitense, che finora non ne ha azzeccata una - per ignoranza, noncuranza e incapacità di tattiche e strategie degne di questo nome.
È il caso di rimarcare l’abilità manovriera della dirigenza iraniana post-khomeinista, che ha abbandonato l’originaria e pasticciona aura rivoluzionaria di Khomeini (peraltro innocua in termini concreti) e optato per un freddo pragmatismo politico, l’operare sotto la copertura di intermediari locali, le pazienti operazioni di lunga durata e, naturalmente, il pronto approfittare dei colossali errori altrui.
In Libano l’appiattimento statunitense sulla politica israeliana ha creato le premesse per l’espansione di Hezbollāh, prontamente armato ed organizzato da Teheran, col risultato che finora l’unica sconfitta militare israeliana è avvenuta in Libano nel maggio 2000 ad opera degli Sciiti libanesi, con le truppe sioniste costrette a ritirarsi da quel Paese.
Oggi Hezbollāh dispone di una forza militare di tutto rispetto, non già come esercito convenzionale ma come forza guerrigliera che nulla ha da invidiare alla perizia dei Vietcong, con l’aggiunta di disporre di tecnologie modernissime di cui hanno fatto le spese le Forze armate israeliane.
In Iraq è stato anche peggio: non avendo mai capito che non si trattava affatto di una nazione, e che quella costruzione artificiale voluta dalla Gran Bretagna dopo la Grande Guerra si reggeva solo in virtù del suo esercito, Washington ha avuto allora la bella pensata di dissolvere le Forze armate irachene subito dopo la Seconda guerra del Golfo, creando automaticamente un vuoto di base subito utilizzato dall’Iran - innanzitutto sul piano politico.
Ed ecco che ora, per la prima volta dal Califfato fatimida del Cairo (dal IX al XII secolo), abbiamo due Stati arabi a guida sciita: la Siria (che già lo era) e l’Iraq.
E arriviamo appunto alla Siria. Sulla spontaneità delle cosiddette “primavere arabe” quali coagulo di innegabili malesseri locali, i dubbi ormai superano le certezze; e comunque sta di fatto che le manovre statunitensi nell’assalto al governo di Damasco - con il fatale sostegno alle più pericolose e crudeli formazioni dell’estremismo islamista (sunnita) - sono state sparigliate dall’intervento russo a fianco di Iran e Hezbollāh.
La conclusione è che oggi esiste un “corridoio sciita” da Damasco e Beirut a Teheran, passando per Baghdad. Il palese tentativo di Washington di interromperlo utilizzando i Curdi di Siria è votato al fallimento sia per la prevedibile opposizione della Turchia che per la scarsa consistenza militare dei Curdi, checché ne dicano i media occidentali legati al “pensiero unico”, oltre che per la dimostrata capacità iraniana (lo spirito di Khomeini è morto da tempo) di saper manovrare per i propri fini anche con i Curdi sunniti, dal Pkk turco al Kurdistan iracheno.
In più il notevole rafforzamento militare dell’Iran, per quanto al momento solo in termini di armamento convenzionale, fa sì che questo Paese risulti essere un’importante potenza regionale nel Golfo Persico, tale che, nell’ipotetico caso di un ritiro degli Stati Uniti dall’area, essa cadrebbe subito sotto l’egemonia iraniana.
Al riguardo bisogna intendersi. L’esperienza della passata guerra con l’Iraq è stata per Teheran assolutamente preziosa per attrezzarsi a non ricadere militarmente nella stessa situazione e trovare alternative belliche. È fuori discussione che se gli Stati Uniti volessero attaccare l’Iran (come ogni tanto Trump minaccia di fare), esso verrebbe sconfitto nel primo round, ma in virtù dell’esperienza di guerra “asimmetrica” accumulata in Libano e nell’Iraq occupato dagli Usa sarebbe sicuramente in grado già in questa fase di arrecare danni consistenti all’aggressore, anche economici se riuscisse a bloccare lo stretto di Ormuz, da cui passa giornalmente una quantità impressionante di petrolio.
Nel secondo round, poi, per gli Statunitensi comincerebbero i veri guai: controllare l’immenso territorio iraniano sarebbe pressoché impossibile anche per la loro potenza bellica, e a meno che non decidessero di dare luogo a indiscriminate distruzioni di centri abitati (e delle popolazioni civili che li abitano), le tecniche di guerriglia e terroristiche ben conosciute dagli Iraniani farebbero sì che l’afflusso giornaliero negli Usa di aerei da trasporto carichi di bare con militari morti sconvolgerebbe la psicologia poco spartana dell’Americano medio. Per non parlare dei costi economici.
È risaputo che gli Stati Uniti continuano a privilegiare i rapporti con i paesi sunniti e che l’instaurazione di migliori relazioni con quelli sciiti è considerata una specie di tradimento. In quest’ottica gli “esperti” occidentali di politica estera - tra cui anche “orientalisti” ufficialmente apprezzati - considerano generalmente l’Islam sciita una specie di relitto medievale. Il che porta a una sopravvalutazione delle capacità a fini costruttivi del Sunnismo nel Vicino Oriente… fermo restando che a essere davvero medievale è proprio il Sunnismo.

RED UTOPIA ROJA – Principles / Principios / Princìpi / Principes / Princípios

a) The end does not justify the means, but the means which we use must reflect the essence of the end.

b) Support for the struggle of all peoples against imperialism and/or for their self determination, independently of their political leaderships.

c) For the autonomy and total independence from the political projects of capitalism.

d) The unity of the workers of the world - intellectual and physical workers, without ideological discrimination of any kind (apart from the basics of anti-capitalism, anti-imperialism and of socialism).

e) Fight against political bureaucracies, for direct and councils democracy.

f) Save all life on the Planet, save humanity.

g) For a Red Utopist, cultural work and artistic creation in particular, represent the noblest revolutionary attempt to fight against fear and death. Each creation is an act of love for life, and at the same time a proposal for humanization.

* * *

a) El fin no justifica los medios, y en los medios que empleamos debe estar reflejada la esencia del fin.

b) Apoyo a las luchas de todos los pueblos contra el imperialismo y/o por su autodeterminación, independientemente de sus direcciones políticas.

c) Por la autonomía y la independencia total respecto a los proyectos políticos del capitalismo.

d) Unidad del mundo del trabajo intelectual y físico, sin discriminaciones ideológicas de ningún tipo, fuera de la identidad “anticapitalista, antiimperialista y por el socialismo”.

e) Lucha contra las burocracias políticas, por la democracia directa y consejista.

f) Salvar la vida sobre la Tierra, salvar a la humanidad.

g) Para un Utopista Rojo el trabajo cultural y la creación artística en particular son el más noble intento revolucionario de lucha contra los miedos y la muerte. Toda creación es un acto de amor a la vida, por lo mismo es una propuesta de humanización.

* * *

a) Il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi che impieghiamo dev’essere riflessa l’essenza del fine.

b) Sostegno alle lotte di tutti i popoli contro l’imperialismo e/o per la loro autodeterminazione, indipendentemente dalle loro direzioni politiche.

c) Per l’autonomia e l’indipendenza totale dai progetti politici del capitalismo.

d) Unità del mondo del lavoro mentale e materiale, senza discriminazioni ideologiche di alcun tipo (a parte le «basi anticapitaliste, antimperialiste e per il socialismo».

e) Lotta contro le burocrazie politiche, per la democrazia diretta e consigliare.

f) Salvare la vita sulla Terra, salvare l’umanità.

g) Per un Utopista Rosso il lavoro culturale e la creazione artistica in particolare rappresentano il più nobile tentativo rivoluzionario per lottare contro le paure e la morte. Ogni creazione è un atto d’amore per la vita, e allo stesso tempo una proposta di umanizzazione.

* * *

a) La fin ne justifie pas les moyens, et dans les moyens que nous utilisons doit apparaître l'essence de la fin projetée.

b) Appui aux luttes de tous les peuples menées contre l'impérialisme et/ou pour leur autodétermination, indépendamment de leurs directions politiques.

c) Pour l'autonomie et la totale indépendance par rapport aux projets politiques du capitalisme.

d) Unité du monde du travail intellectuel et manuel, sans discriminations idéologiques d'aucun type, en dehors de l'identité "anticapitaliste, anti-impérialiste et pour le socialisme".

e) Lutte contre les bureaucraties politiques, et pour la démocratie directe et conseilliste.

f) Sauver la vie sur Terre, sauver l'Humanité.

g) Pour un Utopiste Rouge, le travail culturel, et plus particulièrement la création artistique, représentent la plus noble tentative révolutionnaire pour lutter contre la peur et contre la mort. Toute création est un acte d'amour pour la vie, et en même temps une proposition d'humanisation.

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a) O fim não justifica os médios, e os médios utilizados devem reflectir a essência do fim.

b) Apoio às lutas de todos os povos contra o imperialismo e/ou pela auto-determinação, independentemente das direcções políticas deles.

c) Pela autonomia e a independência respeito total para com os projectos políticos do capitalismo.

d) Unidade do mundo do trabalho intelectual e físico, sem discriminações ideológicas de nenhum tipo, fora da identidade “anti-capitalista, anti-imperialista e pelo socialismo”.

e) Luta contra as burocracias políticas, pela democracia directa e dos conselhos.

f) Salvar a vida na Terra, salvar a humanidade.

g) Para um Utopista Vermelho o trabalho cultural e a criação artística em particular representam os mais nobres tentativos revolucionários por lutar contra os medos e a morte. Cada criação é um ato de amor para com a vida e, no mesmo tempo, uma proposta de humanização.