L’associazione Utopia rossa considera suo fondamento politico il principio secondo cui il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi si deve riflettere l’essenza del fine. Non ha programmi politici, come del resto non ne aveva la Prima internazionale. Nonostante le più diverse provenienze ideologiche dei suoi sostenitori, essa ritiene che l’anticapitalismo dilagato dopo l’inizio dell’Antirivoluzione russa (dicembre 1917) sia stato motivato fondamentalmente da idee precapitalistiche, cioè retrograde, e non da progetti di civiltà in grado di superare il capitalismo sviluppando ulteriormente i suoi modelli di democrazia. Ciò spiega anche il prevalere, nella storia della cosiddetta «sinistra», di simpatie per i regimi dittatoriali di ogni specie e colore. Utopia rossa si batte contro l’ulteriore diffusione di ideologie precapitalistiche vecchie e nuove (in campo politico, culturale, ecologico, religioso ecc.), come parte della sua battaglia per il superamento del capitalismo, se si vuole salvare la vita sulla Terra con la sua umanità. In questo senso la sua utopia continua ad essere rossa.

The Red Utopia association considers its political foundation to be the principle that the end does not justify the means, but that the means must reflect the essence of the end. It has no political program, just as the First International did not. Despite the diverse ideological backgrounds of its supporters, it believes that the anti-capitalism that spread after the start of the Russian Anti-Revolution (December 1917) was fundamentally motivated by pre-capitalist – that is, retrograde – ideas, and not by civilizational projects capable of overcoming capitalism and of further developing its democratic models. This also explains the prevalence, throughout the history of the so-called «left», of sympathies for dictatorial regimes of all kinds and colors. Red Utopia fights against the further spread of old and new pre-capitalist ideologies (in the political, cultural, ecological, religious, and other fields) as part of its battle to overcome capitalism, if life on Earth, including its humanity, is to be saved. In this sense, its utopia remains red.

PER SAPERNE DI PIÙ CI SONO UNA COLLANA DI LIBRI E UN BLOG IN VARIE LINGUE…

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giovedì 8 giugno 2023

A PROPOSITO DI TRAVAGLIO, VERO SCEMO DI GUERRA

di Roberto Massari

 

Caro compagno O., voglio felicitarmi per l’articolo «Scemi di guerra e ipocriti di pace» (www.pclavoratori.it/files/index.php?obj=NEWS&oid=7466) che il Pcl ha dedicato al principale scemo di guerra in campo pubblicistico italiano: com'altro andrebbe considerato Marco Travaglio, traghettato col tempo dalla giusta lotta contro l’antidemocrazia italiana al sostegno propagandistico per il totalitarismo di Putin e la sua guerra coloniale in corso? Più scemo di così...

Sarei ipocrita anch’io, però, se tra le tante cose buone del vostro articolo, non dicessi che non tutto mi appare buono e qualcosa è anche bruttino, frutto di pezzi di analisi che mi sembrano abborracciati.

Quindi, tralasciando tutto ciò che mi trova d’accordo con l'articolo (che il lettore potrà leggere, avendo io premesso il link), devo dire che in particolare dissento sulla parte incomprensibile riguardante l’invio delle armi. Invio che, come sai benissimo, rappresenta qui in Italia il nodo centrale delle divergenze nel coacervo di ciò che difficilmente possiamo chiamare ancora «sinistra», pseudosinistra o ex sinistra, inclusi 5stelle, pacifisti autentici  e pacifinti. Lascio fuori ovviamente gli hitlerocomunisti in quanto irrimediabili inquilini della pattumiera della storia.

È l'interrogativo, al di là delle analisi possibili e condivisibili, al quale cercano quasi tutti di sottrarsi e che rimane la questione concreta di fondo: i paesi della Nato (gli unici che possono farlo) devono o non devono inviare armi all’Ucraina?

Se la risposta è un netto sì (come dovrebbe essere), scaturisce la seconda domanda cruciale: chi si colloca dalla parte della resistenza ucraina deve aiutare il proprio governo capitalistico (imperialistico) a inviare tali armi? Oppure deve ostacolarlo o al massimo restare indifferente (cioè «neutrale»)?

Se si è dalla parte dell’autodeterminazione ucraina non si può che rispondere sì alla prima di queste altre due domande, quale che sia l’antagonismo che si nutre nei confronti della propria classe dominante e del proprio imperialismo. Ciò significa, sia pure in termini astratti, che si deve operare di conseguenza e in coerenza, anche se alla fin fine si ha la forza di agire solo sul piano propagandistico.

domenica 7 maggio 2023

ANTI-JUDAISM VERSUS ANTI-SEMITISM?

by Peter Gorenflos (Berlin)

 

BILINGUE: ENGLISH - DEUTSCH


Pius XI. and Pius XII, between opportunism and collaboration with Hitler and Mussolini

Part 1

 

Before the Second World War, the Jewish population in Italy was about one per thousand, in Germany one percent and in Catholic Poland about ten percent. In Polish cities they were often the majority, and Warsaw alone had around 350,000 Jewish residents. Father Jósef Kruszyński, a prominent Catholic priest, said in 1923: "If the world is to be rid of the Jewish plague, it is necessary to eradicate it to the last link". That was the opinion of many of his fellow priests who were convinced of the existence of a Jewish world conspiracy. Two years later he became President of the Catholic University of Lublin. Towards the end of World War I, the Archbishop of Warsaw asked Pope Benedict XV to send an emissary to Poland to investigate the country's religious, social and political situation. His choice fell on Achille Ratti, who then in 1922 succeeded the pontificate as Pius XI. Ratti spoke extremely disparagingly about the Jews to his client in Rome, and when there were numerous pogroms, he said in his report: "One of the worst and strongest forces that one encounters here, perhaps the strongest and worst of all, are the Jews and on January 15, 1919 he wrote of the situation in Warsaw: ‘The Jews there are immensely numerous and could not be more despised, but they are not molested and much less persecuted’. The mission's final report, written by his esteemed secretary, Monsignor Pellegrinetti, was rife with anti-Semitic clichés, ranging from alleged racial characteristics (big nose, protruding ears, etc.) to other prejudices, declaring the Jews both capitalists, which unfortunately held a large part of Polish prosperity, as well as the main forces of Bolshevism. When Ratti was proclaimed pope by the conclave in February 1922, Pope Pius XI, he rewarded his then secretary with a nunciature in Serbia and an archdiocese.

martedì 3 gennaio 2023

IL 18° CONGRESSO DELLA CGIL

di Andrea Furlan (Rsa Filcam Cgil)

 

Con l'inizio del congresso della Cgil colgo l'occasione per fornire un quadro d'insieme in cui inserirò la mia personale posizione politica di astensione nei confronti dei due documenti che si stanno confrontando a partire dai luoghi di lavoro.

La decisione di astenermi nasce da una mia critica al gruppo dirigente della minoranza di Riconquistiamo tutto (RT), l'area di opposizione in Cgil, per la sua incapacità di organizzare l'opposizione, ma soprattutto, per la posizione di falso neutralismo assunta rispetto all’aggressione russa all’Ucraina che reputo di una gravità inaudita.

Questa posizione, insieme alla richiesta del non invio di armi alla resistenza Ucraina, è anche condivisa dall'insieme del gruppo dirigente della Cgil, sia quello raccolto intorno al segretario nazionale Maurizio Landini, sia dal gruppo dirigente di sinistra che ha proposto il documento alternativo.

Prima di entrare nel merito, premetto che dal 1995 fino all'inizio dell'attuale fase congressuale, la mia militanza all'interno della Cgil si è sempre caratterizzata con l’appoggio ai documenti congressuali che criticavano la linea confederale fondata su linee politiche di concertazione sindacale. Ho sempre dato il mio sostegno alla costruzione delle sinistre sindacali che negli anni si sono succedute, da Alternativa sindacale, cui aderii appena eletto delegato nel 1995, fino a Riconquistiamo tutto (RT) nel 2022.

 

Nel mese di ottobre 2022 la Cgil ha iniziato il proprio Congresso nazionale partendo dai congressi di base che si stanno svolgendo nei posti di lavoro e nelle leghe dello Spi (sindacato pensionati). Il dibattito congressuale ruota intorno ai due documenti che sono stati licenziati dal Direttivo nazionale della Cgil - "Il lavoro crea il futuro" (primo firmatario Maurizio Landini) e "Le radici del sindacato. Senza lotte non c'è futuro" (prima firmataria Eliana Como) - e che rappresentano due posizioni politiche differenti.

 

Questa volta però, rispetto al passato, la situazione politica internazionale è la vera questione che dovrebbe essere all'ordine del giorno del Congresso: l'invasione dell'Ucraina da parte dell'imperialismo Russo costituisce un gravissimo problema per la pace mondiale e una tragedia per i lavoratori e le lavoratrici ucraine. La Russia di Putin ha riportato la guerra nel cuore dell'Europa, per soffocare le legittime aspirazioni di un popolo sovrano, e ha provocato una corsa al riarmo generale della Nato che invece si stava avviando gradualmente verso una crescente perdita di peso. Né va dimenticato che le continue minacce di Putin di utilizzare nel conflitto armi atomiche (sia pure tattiche), rappresentano un pericolo concreto e immediato per la sopravvivenza della specie umana.

giovedì 17 maggio 2018

POPULISMO E PSEUDOPOPULISMO IN ITALIA, di Michele Nobile

INDICE: Premessa - 1. La generalizzazione dello pseudopopulismo nella postdemocrazia italiana - 2. Trasformismo di gruppo, cooptazione e postdemocrazia, a iniziare dalla mutazione del Pci - 3. Le innovazioni di Silvio Berlusconi, i rapporti di forza tra le classi e la questione del bonapartismo - 4. La trasformazione delle subculture del Pci e della Dc e il nazionalismo della Lega Nord - 5. Regime berlusconiano o postdemocrazia bipolare? - 6. Lo sviluppo ineguale e combinato del capitalismo italiano e la postdemocrazia nazionale - 7. Sintesi parziale: senza «un’autocritica spietata, crudele, capace di penetrare fino al fondo delle cose», quel che rimane è uno pseudopopulismo impotente

Karl Dietz Verlag Berlin, 2018
Premessa
Fra 2011 e 2013 il sistema italiano dei partiti è entrato in una nuova fase. Non si tratta di una Terza Repubblica perché i guasti prodotti da centro-sinistra e centro-destra rimangono intatti, ma la fulminea ascesa del Movimento 5 Stelle ha cambiato la scena politica istituzionale.
Allo stesso tempo, la base elettorale di Rifondazione comunista, Comunisti italiani e Verdi si è quasi estinta: Potere al Popolo! ha raccolto soltanto lo 0,8% dei voti dell’intero corpo elettorale - vale a dire circa 200 mila voti in meno di quanti ne ebbe Democrazia proletaria nel 1976, oppure circa mezzo milione in meno di quelli per il Manifesto e il Psiup nel 1972. Dal punto di vista elettorale si è dunque verificato un arretramento di oltre quarant’anni. Sottolineo questo fatto perché si tratta della tomba definitiva per le prospettive elettorali e di stabile partecipazione al gioco politico nazionale dei partiti della sinistra post-Pci; non ci si può neanche consolare con il risultato di quella costola del Partito democratico che è Liberi e Uguali.
Ci troviamo di fronte a una catastrofe che deve indurre a un ripensamento profondo. Essa non può essere scaricata sulle circostanze esterne o sui rapporti di forza tra le classi sociali. La sinistra italiana non è stata sconfitta nella lotta e non è stata travolta insieme a un movimento di massa. Non si tratta di una sconfitta che, nonostante tutto, si possa onorare nella memoria. Tutto il contrario. Il crollo del consenso elettorale non è altro che la manifestazione di un fallimento complessivo, politico e ancor più ideale. È il risultato di un processo iniziato già prima che il M5S si presentasse nelle elezioni politiche e che si deve innanzitutto al «ministerialismo», il cui culmine - certo non l’inizio - fu la partecipazione al governo Prodi II (2006-2008). Retrospettivamente, quel che nel 2006 poteva apparire come un trionfo - 110 parlamentari eletti tra le fila del centro-sinistra - può ormai considerarsi un punto di non ritorno.
E adesso? Si potrebbe dire che siamo al punto zero, ma non è così. È molto peggio, perché la storia è irreversibile e i guasti profondissimi.
Quando si è raschiato il fondo ci si deve attenere a questo principio, formulato dopo ben altra e terribile catastrofe:
«L’autocritica, un’autocritica spietata, crudele, capace di penetrare fino al fondo delle cose, costituisce l’aria e la luce del movimento proletario» [Rosa Luxemburg, La crisi della socialdemocrazia (Juniusbrochure), 1915].
Non è sufficiente un’autocritica superficiale, una condanna del «rinnegato» Bertinotti - che in realtà non ha rinnegato nulla, mentre bertinottismo ed ex bertinottiani vanno avanti, seppur azzoppati - né cavarsela semplicemente appellandosi all’attivismo e al «rimbocchiamoci le maniche». Non è affatto sufficiente atteggiarsi a populisti e «movimentisti» e presentare volti nuovi. I fatti lo dimostrano in modo inoppugnabile. In questo modo si può continuare a vivacchiare tra alterne fortune, ma come nicchia elettorale marginale, entità dedite a una sorta di sindacalismo, circolo di reduci, una delle tribù della società postmoderna.
E non serve nemmeno l’appello all’unità. Unità con chi, e specialmente perché e per cosa? Perché la generosità dello sforzo attivistico individuale e collettivo dia frutti occorre ripensare tutta la cultura politica della sinistra italiana, che a cavaliere dei due secoli ha subìto un’ulteriore, fenomenale regressione. Bisogna avere il coraggio mentale - psicologico e intellettuale - di un’autocritica radicale, totale e crudele. Solo in questo modo si può sperare che il punto zero sia una partenza e non una fine.
Esistono barriere psicologiche e culturali che è molto doloroso abbattere. Realisticamente, sono anche convinto che queste barriere non saranno abbattute fino a quando la protesta sociale rimarrà confinata alle elezioni e a lotte parziali e difensive, pur indispensabili; e sono pure convinto che buona parte dell’attuale militanza di sinistra sia irrecuperabile, perché troppo incrostata da miti e atteggiamenti obsoleti. È per questo che vedo un grande rischio per il futuro: che, se e quando esploderà la protesta della società, le incrostazioni che impediscono la critica e l’autocritica del passato blocchino anche la formazione di quella minima massa critica che possa svolgere un ruolo positivo nel consolidare una sinistra anticapitalistica, internazionalista e libertaria in questo Paese.
Una condizione minima ma necessaria è mettere a punto le categorie analitiche indispensabili alla valutazione della storia dei partiti della Seconda Repubblica: non sulla cronaca, ma sui suoi presupposti e sulla sua evoluzione strutturale, traendone poi tutte le conseguenze politiche. Il testo che segue muove in questa direzione. È utile affiancarlo alla lettura di altri pezzi pubblicati sul blog di Utopia Rossa, troppo numerosi per poterli citare.

1. La generalizzazione dello pseudopopulismo nella postdemocrazia italiana
Tra la fine del XX e l’inizio del XXI secolo la politica italiana ha dimostrato una creatività veramente fuori dell’ordinario, realizzando nuovi primati nazionali ed europei: un processo trasformistico senza precedenti per estensione e qualità; l’invenzione di una pseudonazione - la «Padania» - ad opera della Lega Nord (LN); la creazione del modello esemplare del partito-azienda o partito personal-patrimoniale (Forza Italia - FI - poi Popolo della libertà - Pdl - poi di nuovo FI); la fusione tra un mutante del Partito comunista italiano (Pci) e un mutante della Democrazia cristiana (Dc), che ha generato il Partito democratico (Pd); la prima designazione in Europa del candidato premier mediante elezioni primarie (Prodi, nel 2005); l’utilizzo di elezioni primarie per la scelta del Segretario del partito (ancora il Pd); una serie di governi «tecnici» apartitici e liberisti, ma in effetti sostenuti stabilmente dal centro-sinistra e dovuti alla forte iniziativa del Presidente della Repubblica, tanto da far parlare di regime semipresidenziale di fatto.
Infine, è emerso come primo partito nazionale un «non-partito» originale cresciuto sul Web - e anche negli spettacoli in piazza - basato sul carisma di un bravissimo comico che ha destabilizzato l’assetto bipolare e postdemocratico cui ardentemente aspiravano entrambi i partiti maggiori: il Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo (M5S). Il paradosso del M5S è che si tratta di una rivolta elettorale pseudopopulista contro lo pseudopopulismo dei partiti maggiori.
Tralasciando le varianti minori, il punto è che non c’è più alcun importante partito italiano che non possa dirsi fortemente personalistico e pseudopopulista.
Tuttavia, con queste constatazioni il discorso sul populismo italiano è solo abbozzato. Si pongono diversi problemi. Cosa presuppone e cosa implica quanto sopra per la struttura e la dinamica del sistema politico, e per i rapporti fra lo Stato e le classi sociali? Che rapporto esiste fra le innovazioni della Seconda Repubblica e le caratteristiche di lungo periodo della società? Come si inserisce il caso italiano in un quadro comparativo internazionale? A confronto con i populismi storici, quanto è appropriato l’uso della categoria «populismo» per i partiti italiani? Ovvero, come si pone la particolarità italiana nel processo di trasformazione dei sistemi politici europei nella direzione della «postdemocrazia» (Colin Crouch) o della «democrazia populista» (Peter Mair) intesa come fatto sistemico, in cui cambiano identità e funzioni dei partiti? E quali lezioni si possono trarre dalle vicende italiane?

2. Trasformismo di gruppo, cooptazione e postdemocrazia, a iniziare dalla mutazione del Pci
Il trasformismo è un fenomeno secolare e ricorrente della storia politica italiana. Già nel 1883 Giosuè Carducci lo caratterizzava così, con parole che ben si addicono alla situazione contemporanea:
«Trasformismo, brutta parola a cosa più brutta. Trasformarsi da sinistri a destri senza però diventare destri e non però rimanendo sinistri. Come nel cerchio dantesco de’ ladri, non essere più uomini e non essere ancora serpenti; ma rettili sì, e rettili mostruosi nei quali le due immagini si perdono, e che invece di parlare ragionando sputano mal digerendo»1.
Nel 1994 Massimo L. Salvadori2 descrisse le due principali forme assunte dalla politica italiana a partire dall’Unità: la prima è la delegittimazione a priori dell’opposizione politica in un clima di «guerra ideologica» permanente, con la conseguente negazione della possibilità di un’alternativa di governo; la seconda consiste nella messa in campo di operazioni trasformistiche o di cooptazione di parti dell’opposizione, come il «compromesso storico» di Moro e Berlinguer negli anni ‘70. In entrambi i casi, il risultato è un sistema politico che rimane bloccato fino alla traumatica crisi organica del regime. Le due forme non si escludono totalmente: all’inizio degli anni ‘60 la Democrazia cristiana fece entrare il Partito socialista nell’area di governo per ribadire l’emarginazione del Partito comunista. Nella Seconda Repubblica, partiti della sinistra italiana hanno a lungo perseguito l’obiettivo della cooptazione.
È straordinaria la quantità di eletti nelle istituzioni che durante la Seconda Repubblica hanno cambiato partito e coalizione. Tuttavia, il fenomeno va ben al di là del trasformismo «molecolare» di singoli individui. Quel che è veramente straordinario - e forse senza precedenti per dimensioni e qualità – è il trasformismo di interi gruppi: «di estrema che passano al campo moderato», scriveva Gramsci3. Nel nostro tempo, il trasformismo fu l’effetto della fine traumatica del sistema dei partiti della Prima Repubblica in seguito alle inchieste giudiziarie di «Mani pulite» nel 1992-1993, il cui senso fu ben compreso da Perry Anderson: «non fu un partito, o una classe, ma un intero ordine a convertirsi esattamente in quello a cui avrebbe dovuto porre fine»4.
Il principe dei trasformisti fu senza dubbio Silvio Berlusconi. Tuttavia, il primo e importantissimo caso di trasformismo di gruppo fu la mutazione del Pci in Partito democratico della sinistra (Pds), fra 1989 e 1991. Il crollo del Muro di Berlino fornì l’occasione propizia, ma il cambiamento della denominazione del partito, la cui esistenza tanto aveva contribuito a fare dell’Italia un caso anomalo nel panorama dei Paesi a capitalismo avanzato, era il risultato della professionalizzazione della politica e dell’integrazione sociale dell’apparato centrale e periferico del Pci in atto da lungo tempo. L’operazione di distanziamento dalla tradizione promossa da Achille Occhetto era anche il tentativo di uscire dal vuoto di prospettive conseguente al fallimento della strategia togliattiana che il partito aveva perseguito per trent’anni, culminata nel breve periodo dei governi di «unità nazionale» ma crollata con la fine del «compromesso storico» con la Dc e la nuova marginalizzazione del partito. Uno dei paradossi della recente storia italiana è che quello che era il più grande e culturalmente agguerrito partito comunista dell’Occidente sia saltato subito a destra, ben oltre la socialdemocrazia classica.
Ho definito fondamentale la mutazione del Pci perché con i nuovi partiti sorti dal suo tronco i salariati persero il tradizionale canale di rappresentazione - sia pur indiretta e distorta – dei loro interessi minimi in quanto classe sociale.
Inoltre, il Pds fu determinante per un fondamentale cambiamento della Costituzione materiale in senso postdemocratico che ha alimentato la personalizzazione e la spettacolarizzazione della politica, la promozione di capi e di partiti pseudopopulisti: il successo dei referendum di modifica della legge elettorale in senso maggioritario. E il paradosso finale è che attraverso diversi passaggi, dal Pds ai Democratici di sinistra (Ds) e dai Ds al Pd, sul tronco del vecchio Pci sono fioriti - fino a prevalere - personaggi provenienti dalla Dc come Matteo Renzi.
All’operazione trasformistica del Pci seguirono la trasformazione del neofascista Movimento sociale italiano nella moderata Alleanza nazionale; la confluenza di tanti politici e intellettuali dell’ex Pentapartito in Forza Italia ma anche nell’area di centro-sinistra, con la trasformazione in partiti indipendenti delle correnti o «anime» della Dc; la partecipazione ai governi o alle maggioranze locali e nazionali di centro-sinistra di Rifondazione comunista, Comunisti italiani e Verdi.
In astratto, Rifondazione comunista avrebbe potuto essere un surrogato del Pci, ma a questo ruolo si opponevano due fatti. Il primo è semplicemente che il nuovo partito non nasceva in un quadro di conflitto politico e sociale che fosse in qualche misura paragonabile a quello della Resistenza. L’aspettativa maggiore di Rifondazione comunista era ereditare parte del consenso elettorale del Pci per condizionare da sinistra il quadro politico, non per contrapporre ad esso una coerente prospettiva anticapitalistica. E questa è appunto la «tara ereditaria» di Rifondazione comunista: essa nacque incorporando la frazione più tradizionalista e obsoleta della burocrazia del Pci e, con ciò, gli elementi fondamentali della cultura politica togliattiana e ingraiana che in definitiva avevano portato al fallimento storico del partito. Nello stesso tempo, entrando in Rifondazione comunista, quel che residuava dei gruppi della «nuova sinistra» si lasciava confinare entro i giochi d’apparato del partito o perdeva definitivamente quel che un tempo ne aveva fatto qualcosa di relativamente nuovo rispetto al Pci.
Che la presunta «sinistra radicale» italiana non abbia compreso subito la natura del Pds, che non ne abbia fatto un proprio nemico di classe al pari del centro-destra e che per tutta la sua storia abbia avuto il centro-sinistra come stella polare – in nome della lotta al berlusconismo e del «meno peggio» - è la ragione della distruzione delle possibilità di costruire un movimento anticapitalistico in Italia e addirittura, infine, della sua scomparsa come forza elettorale.
Il sistema italiano dei partiti si presenta molto polarizzato, ma la polarizzazione può solo in parte spiegarsi con la dicotomia destra/sinistra; altrettanto se non più rilevante sono state la «mobilitazione drammatizzante»5 pro o contro la persona di Berlusconi e, dal 2013, la polarizzazione fra tutti i partiti e il M5S. La «mobilitazione drammatizzante» è una conseguenza della personalizzazione e spettacolarizzazione della scena politica centrata sull’immagine delle vedettes. Essa tende a prevenire la valutazione razionale delle proposte politiche e dell’azione di governo, ma non è affatto imputabile al solo Berlusconi: considerando l’eterogeneità dei partiti della coalizione di centro-sinistra e la sostanziale convergenza degli obiettivi programmatici fra le due coalizioni, probabilmente la «mobilitazione drammatizzante» è stata più importante per le decisioni di voto a favore del centro-sinistra. In particolare, fino alle elezioni del 2008 ha avuto grande importanza per il bacino elettorale dei partiti a sinistra del Pds-Ds: una trappola psicologica e politica alimentata dalle opportunistiche oscillazioni delle direzioni politiche di questi partiti - che hanno strumentalizzato a fini elettorali l’appoggio ai «movimenti» - puntualmente giustificate dalla logica del «meno peggio» e dall’illusione di poter condizionare la frazione di centro-sinistra dell’imperialismo italiano.
D’altra parte, fra le due coalizioni si sono verificati momenti importanti di «consociativismo», soprattutto – ma non solo - in tema di riforme costituzionali e di legge elettorale, secondo la logica del rafforzamento del potere esecutivo, della concentrazione del potere nelle mani dei vertici dei partiti e di «protezione» dall’ingresso di nuovi concorrenti. E in nome dell’accordo sulle riforme istituzionali il centro-sinistra ha sacrificato la possibilità di legiferare sul «conflitto d’interessi» di Berlusconi.

mercoledì 9 maggio 2018

ITALIA: UN ‘68 QUE DURÓ DIEZ AÑOS, por Claudio Albertani

Para Valentina y Marcello, mis hijos

¿Qué queremos?
¡Lo queremos todo!
(Pancarta en la barricada de
corso Traiano, Turín, 1969)

Quien habla de revolución
sin referirse a la vida cotidiana
tiene un cadáver en la boca.
(Graffiti, Milán, 1971)

Una precisión necesaria: nací en Milán en 1952 y viví el año de 1968 en el liceo. Como decenas de miles de mis coetáneos, participé en el movimiento estudiantil a partir de finales de 1967, en calidad de activista de a pie. Viví con pasión la temporada de las luchas obreras y me incorporé al colectivo libertario de mi escuela. Después vinieron los años 70, las comunas, las drogas psicodélicas y la lucha armada (en la cual nunca creí). Y cuando el movimiento se agotó, agarré la mochila para conocer el mundo. Como dijera Amin Maalouf, “soy hijo del camino, la caravana es mi patria y mi vida la más inesperada travesía”.

Recuerdos
Medio siglo después, 1968 me sigue pareciendo un año axial, la rara circunstancia en que el instante se enlaza con el tiempo y la coyuntura con la larga duración. No había crisis, más bien la economía marchaba viento en popa y, sin embargo, ocurrió un ataque, tan masivo como inesperado, contra el conjunto de las condiciones de vida bajo la dominación capitalista. En París, el movimiento estudiantil se convirtió en una gran revuelta que provocó la mayor huelga general en la historia de Francia. Otras grandes metrópolis –Ámsterdam, Tokio, Milán, Londres, Nueva York y la Ciudad de México– fueron teatros de luchas que tenían como objetivo nada menos que la creación de un mundo nuevo. Junto al sentimiento de que nada podría ser como antes, nuestra generación descubrió la pasión por la vida colectiva y la posibilidad de transformarla. “Rápido”, decían elocuentemente los muros, y todos sabíamos de qué se trataba.
Así como las epidemias medioevales no respetaban fronteras ni jerarquías sociales, la rebelión anuló clasificaciones políticas, geográficas e ideológicas. A pesar de que el mundo se hallaba dividido en dos bloques contrapuestos: el capitalista y el falsamente llamado “socialista”, la rebelión se contagió a Checoslovaquia y a Polonia revelando el carácter burocrático e imperialista del sistema soviético. En Gdansk, Stettin y Praga, las explosiones de cólera se parecían peligrosamente a las de Detroit y Watts.
En el sur del mundo, se oía la voz sorda y amenazante de los condenados de la tierra. En África, la descolonización despertaba insólitos apetitos de libertad; en América Latina, la Revolución cubana motivaba a una nueva generación de activistas, y en Vietnam la ofensiva del Tet ponía en jaque al país más poderoso del mundo. En este contexto, el caso de Italia se presenta como la expresión local de un movimiento de alcance planetario. En la península, sin embargo, el movimiento comenzó antes y terminó después, alcanzando un nivel de radicalidad desconocido en otras latitudes. Para comprender sus rasgos esenciales es necesario dar unos pasos atrás.

Antecedentes
Al concluirse el segundo conflicto mundial, Italia seguía siendo un país atrasado con una estructura prevalentemente agraria. Caso único en Europa occidental, el fascismo había sido derrotado por fuerzas populares que habían consolidado islotes de poder en las fábricas del norte, en el centro y en las regiones rurales del sur. El movimiento obrero contaba con una central única, la Confederación General Italiana del Trabajo (CGIL, por sus siglas en italiano), de tendencia comunista, mutilada hacia 1950 de las tendencias cristiana y socialdemócrata.
A un breve paréntesis de gobiernos unitarios que contaban con la participación del Partido Comunista Italiano (PCI) y del Partido Socialista (PSI), siguió el largo reinado de la Democracia Cristiana (DC) que, en alianza con la mafia, ganó las elecciones de abril de 1948 instaurando un régimen corrupto y aparentemente inamovible que tenía mucho parecido con el PRI de México. Por entonces, la vida política del país se encontraba enmarañada en la Guerra Fría: si los democristianos respondían a Washington, el PC obedecía a Moscú. Sin embargo, contrario a lo que afirmaba la propaganda, los soviéticos no tenían la menor intención de alterar el orden geopolítico surgido de los acuerdos de Yalta (1945), ni favorecían un cambio de gobierno en el país.
La prueba general llegó el 14 de julio de 1948 cuando Antonio Pallante, un estudiante anticomunista, hirió de cuatro balazos al secretario del PC, Palmiro Togliatti, sin matarlo. En todo el país se desencadenaron demostraciones violentas y una huelga general. Mientras los obreros comunistas se alistaban para la insurrección general, el día 15 Togliatti les ordenó volver al trabajo haciendo saber que la vía italiana al socialismo pasaba por la defensa de las instituciones del Estado burgués.
Se originó así una situación paradójica de la que el PC era al mismo tiempo víctima y beneficiario. Víctima, porque los preceptos de la Guerra Fría le impedían acceder al gobierno central, pero también beneficiario porque controlaba parte de la industria cultural, algunas alcaldías de las regiones centrales (Bolonia, por ejemplo) y el jugoso intercambio comercial con el bloque soviético. Se convirtió así en un partido conservador, garante del orden público, que ensanchó su base electoral gracias al transformismo, esa tradición típicamente italiana de cambiar de casaca en el momento oportuno.
Aun así, los comunistas fueron satanizados por la DC, sus paleros y la Iglesia católica, que amenazaba con descomulgar a quienes los votaban. Fincada en los valores del antifascismo y la resistencia, la innegable popularidad del PC, el partido pro-soviético más poderoso de Occidente, preocupaba a la OTAN y a los norteamericanos, que consideraban a Italia un país “en riesgo”. Como respuesta nació Gladio, una red paramilitar clandestina de alcance europeo en la que participaban la CIA y los servicios secretos italianos con el objetivo de desacreditar a los comunistas y mantenerlos alejados del gobierno.

El regreso de la revolución social
Los años 60 se abrieron con una oleada de luchas sociales en Génova, Reggio Emilia (1960) y Turín. Los protagonistas eran obreros jóvenes, emigrados del sur que proporcionaban mano de obra barata a las grandes fábricas del norte (Fiat, Pirelli, Alfa Romeo, Olivetti, Montedison, etc.). Ajenos a la tradición comunista, estos obreros organizaban huelgas salvajes, es decir no controladas por los sindicatos oficiales, que ponían en riesgo la paz social y el tránsito del país a la llamada “modernidad”. Frente al sobrecalentamiento del termómetro social, la Democracia Cristiana optó por incluir a los socialistas en el gobierno esperando frenar al movimiento vía la construcción del Estado social.
Sirvió de poco. Las protestas siguieron más fuertes y amenazantes. Surgieron revistas como Quaderni Rossi, Quaderni Piacentini y Classe Operaia, que expresaban las ideas de una nueva izquierda obrerista, y se formaron núcleos de jóvenes militantes que rechazaban la política conservadora del PC y de los sindicatos. En el centro del conflicto estaba la Fiat de Turín –por entonces una de las fábricas de coches más grandes de Europa– y su antagonista inevitable: el trabajador de línea, no calificado, sobreexplotado y discriminado por ser migrante.
Hacia mediados de la década, llegaron al país los fermentos de la revuelta juvenil internacional, la música de protesta, los cabellos largos y las minifaldas. Fue un severo golpe para la cultura católica y/o comunista de nuestros padres. En 1966, bajo la influencia de los provos holandeses y los hippies norteamericanos, apareció en Milán Mondo Beat, el primer ejemplo de prensa alternativa en Italia. Empezaron las manifestaciones contra la guerra de Vietnam, la toma de edificios y las batallas con la policía. A finales de 1967, fueron ocupadas las universidades de Génova, Nápoles, Milán y Turín. La reivindicación principal era el derecho a estudiar para todos.
A principios de 1968, las experiencias de obreros, estudiantes y contracultura convergieron de manera espontánea. En febrero, los estudiantes ocuparon la universidad de Roma. El 1 de marzo, tuvo lugar la “batalla de Valle Giulia” en la cual, por primera vez, fueron los estudiantes que atacaron la policía, liberando así la Facultad de Arquitectura. Era el principio efectivo de la revuelta juvenil. El mismo mes estalló una huelga en la Fiat por la supresión del sábado de trabajo y por mejores jubilaciones, y se formó el Comité Unitario de Base en la Pirelli de Milán (CUB Pirelli, que tendría una larga trayectoria), expresión de la autonomía de clase frente a la bancarrota de los sindicatos oficiales. En la primavera, la agitación estudiantil siguió en Milán y Turín; estalló la huelga de Valdagno (en el Véneto) contra el textilero Marzotto y se incorporaron a la lucha las fábricas Montedison de Puerto Marghera y Ansaldo de Génova. El norte, es decir la región más productiva del país, estaba en llamas.
En mayo y junio, jóvenes anti-artistas impugnaron la exposición de arte Trienal de Milán y después la Bienal de Venecia. En junio, después del atentado contra el líder estudiantil alemán Rudi Dutschke, cientos de estudiantes asaltamos la sede del Corriere della Sera de Milán, el diario principal del país, símbolo de la prensa al servicio del poder. En otoño, en ocasión de la inauguración de la temporada de ópera en el Teatro alla Scala, recibimos a tomatazos a la buena sociedad milanesa causando un escándalo nacional. Mientras tanto, el sur campesino se incorporaba al movimiento con luchas en torno a la supresión de las enormes diferencias salariales con el norte. En diciembre, la policía disparó en Avola (Sicilia) contra braceros que ocupaban una vía de tránsito, causando una ola de manifestaciones de solidaridad en toda la península.
De Francia nos llegaban las ideas sobre la autonomía de Cornelius Castoriadis (a quien conocíamos únicamente por sus pseudónimos de Pierre Chaulieu y Paul Cardan en la revista Socialisme ou Barbarie) y de los situacionistas sobre la subversión de la vida cotidiana. Leíamos el panfleto vitriólico Sobre la miseria en el medio estudiantil, que despedazaba el militantismo tradicional y defendía la acción política orientada a la realización del placer. Y nos pasábamos de mano en mano dos libros que se hicieron famosos después: el Tratado del saber vivir para uso de las jóvenes generaciones de Raoul Vaneigem y La sociedad del espectáculo de Guy Debord, ambos publicados por primera vez en 1967.

El año que vivimos en peligro
En lo sucesivo, el movimiento se fragmentó en una miríada de conflictos que arremetían contra todos los aspectos de la sociedad: el trabajo asalariado, la explotación, el arte, la cultura, la religión, las costumbres sexuales, la familia y la condición de la mujer. Los integrantes del movimiento éramos ajenos a los partidos y a la izquierda oficial, que nos miraba con recelo pues no nos podía controlar. La mayoría éramos muy jóvenes y no teníamos experiencia política. Pero sabíamos lo que hacíamos.
Cuando, en la primavera de 1969, tomamos mi escuela, el Liceo Scientifico Vittorio Veneto de Milán, juntamos los crucifijos que se encontraban colgados en cada salón, los amontonamos en el patio central y les prendimos fuego. Fue nuestra manera de cuestionar los Pactos de Letrán firmados en 1929 entre la Iglesia católica y el gobierno fascista de Mussolini. Dichos pactos, todavía vigentes, aseguraban a la Iglesia católica el estatus de iglesia oficial del Estado, establecían la enseñanza de la religión católica en el sistema educativo italiano y obligaban la presencia de símbolos religiosos en las aulas.
Surgió un nuevo feminismo –muy diferente, hay que decirlo, a buena parte de la ideología ramplona hoy en boga–, que se nutría de las reflexiones de Mariarosa Dalla Costa y Selma James (compañera del legendario militante negro Cyril Lionel Robert James). Ambas detectaban un aspecto oculto de la acumulación capitalista: la división sexual del trabajo. La mujer llevaba a cabo un trabajo doméstico gratuito, lo cual era la clave de la producción y reproducción de la fuerza de trabajo. A partir de estos planteamientos, el colectivo Lotta Femminista de Padua impulsó la lucha por el salario doméstico y la reducción del horario de trabajo a 20 horas semanales para que todos, hombres y mujeres, pudieran disfrutar de la vida y llevar a cabo juntos los quehaceres del hogar.

giovedì 8 marzo 2018

POLITICHE 2018: SCOMPARSA DELLA SINISTRA, di Michele Nobile

© Altan
Innanzitutto, i numeri giusti per la giusta finalità
Cosa ci interessa sapere dei risultati delle elezioni politiche? Ovviamente, la distribuzione dei seggi delle Camere fra i diversi partiti, fatto determinante - si presume - della composizione del governo. Il «si presume» consegue dalla possibilità che infine, constatata l’impossibilità o inopportunità di un governo politico, si formi una maggioranza favorevole a un governo «tecnico» o, meglio, tecnocratico, o qualche genere di pasticcio trasformistico. Eventualità da non scartare, visti i risultati di queste elezioni politiche.
Quindi, per il fine istituzionale della composizione delle Camere, della maggioranza e del governo, i numeri da considerare sono quelli forniti dal Ministero dell’Interno e dai mass media, di pronta disponibilità per chiunque. Le percentuali dei partiti sono calcolate sui voti validi.
Se, invece, si considerano le elezioni come una sorta di gigantesco sondaggio sulle opinioni politiche dei cittadini, allora quel che non si deve fare è ragionare a partire dalle percentuali calcolate sui voti validi. Occorre avere la pazienza di ricalcolare le percentuali in rapporto all’elettorato totale, di tutti i cittadini che hanno diritto di voto, astenuti compresi, qui indicati come adv: solo in questo modo ci si potrà fare un’idea corretta della «presa» dei diversi partiti sull’elettorato. Se si compie questa operazione, i risultati possono essere sorprendenti e importanti le implicazioni politiche. Ad esempio, facendo i calcoli sull’elettorato totale, in un passato non remoto sarebbe stato difficile parlare di «regime» berlusconiano, tesi mirante a giustificare la partecipazione di Rifondazione comunista, Comunisti italiani e Verdi ai governi nazionali e locali di centro-sinistra (i valori assoluti e le percentuali del 2018 si basano sui risultati elettorali per la Camera della quasi totalità delle sezioni: nel computo ne mancano meno di cento).

Continua a crescere l’astensione
Occorre tener conto che, a causa del carattere truffaldino delle leggi elettorali che si sono succedute in Italia nell’ultimo quarto di secolo, la rappresentanza parlamentare non riflette il voto popolare: le diverse espressioni del sacrosanto diritto di voto del Paese «reale» elettorale, nel Paese «legale» delle istituzioni non sono rappresentate correttamente, ovvero in modo proporzionale.
La distanza fra il voto popolare e la rappresentanza istituzionale cresce al crescere dell’astensionismo e dei voti non validi (schede bianche e nulle), fenomeno che aumenta ad ogni tornata elettorale. Nel 2013, ad esempio, si astennero dal voto 11,6 milioni di elettori, il 25% dell’elettorato, e 1,6 milioni furono le schede bianche e nulle; nel 2018 gli astenuti sono saliti a circa 14 milioni, quasi il 27% dell’elettorato globale, a cui si devono aggiungere le schede bianche e nulle. Sicché il primo «partito» italiano è in realtà quello dell’astensione. L’astensionismo non è riducibile all’obsoleta figura del qualunquismo.
Chi scrive ha trattato la questione numerose volte, per cui, a questo punto, non posso che ripetermi:
«L’equazione fra astensione e “qualunquismo”, ammesso che nella sua genericità sia mai stata valida - e non lo è stata - risulta obsoleta e inutile quando i partiti diventano organi dello Stato e il Parlamento cessa di essere cassa di risonanza, per quanto imperfetta, del conflitto sociale. Per motivi strutturali l’organo legislativo ora non è altro che la cassa di registrazione di decisioni prese al vertice dei partiti e del governo.
Al contrario, a fronte dell’oligarchia bipartitica, del trasformismo dilagante, dell’ipocrita e ignobile ricatto del “votare il meno peggio”, l’astensionismo è oggi un’elementare misura di difesa della propria autonomia di giudizio etico e politico. È una sana e progressiva reazione alla reale antipolitica, questa sì “qualunquistica”, della politica parlamentare e istituzionale» («I risultati elettorali confermano e accelerano il disfacimento del sistema parlamentare italiano», 26 febbraio 2013).

La crisi del centro-destra
La coalizione di centro-destra arresta la parabola discendente, aumentando i propri voti di 2,2 milioni relativamente alle politiche del 2013 e ottenendone 12,1 milioni - pari al 26% degli adv (37% sui voti validi) - ma nel 2008 ne aveva messi assieme 17 (il 36% degli adv).
Tuttavia il successo - molto relativo - della coalizione di centro-destra è anche un frutto avvelenato: da una parte appare come l’agonia politica terminale di Silvio Berlusconi, che ne è stato il capo e il collante per un quarto di secolo; dall’altra, e al di là del dato di queste elezioni, è improbabile che Matteo Salvini e la Lega possano svolgere il ruolo nazionale che furono di Berlusconi e FI.
Forza Italia ottenne il suo massimo successo nelle politiche del 2001: 10,9 milioni di voti, pari al 22% degli adv (risultato inferiore a quello della Dc in fase terminale, nel 1992: lo ricordo per chi blaterava di «egemonia» o «regime» berlusconiano); nel 2008 il Pdl, fusione di FI e An, ottenne 13,6 milioni di voti (il 29% degli adv), in realtà poco meno della somma dei voti per i due partiti nelle precedenti elezioni politiche.
Con 4,6 milioni di voti, nel 2018 la rinata o mai morta FI perde 2,7 milioni di voti sul risultato del 2013 e ottiene solo il 10% dei consensi sull’elettorato totale.
La Lega, invece, ottiene lo spettacolare risultato di triplicare il risultato del 2013 - ottenendo 4,8 milioni di voti in più - diventando il più forte partito del centro-destra col 12% sugli adv (17% sui voti validi). E sono consistenti i risultati conseguiti dalla Lega nel Mezzogiorno, strani per un partito nato contro i terroni: circa il 10% dei consensi per la Lega vengono da Basilicata, Calabria, Campania, Molise, Puglia, Sardegna e Sicilia, segno che la linea sciovinista anti-immigrati paga, come pure quella del voto di protesta contro i partiti maggiori. Il precedente miglior risultato della Lega - allora Lega Nord - fu nel 1996, quando ottenne 3,7 milioni di voti (il 7,7% sugli adv).
Aspettando analisi più precise dei flussi di voto, ritengo che la crescita della Lega possa attribuirsi in gran parte a un rimescolamento interno all’area centrista, ovvero essenzialmente a flussi in provenienza da FI e dalla lista di Mario Monti che nel 2013 totalizzò 3,5 milioni di voti. Se questo è vero, siamo in presenza di uno spostamento verso destra all’interno dell’area centrista e di centro-destra, ma non di tutte le aree dell’elettorato.
Infine, malgrado il buon risultato nel Mezzogiorno e a meno che non stravolga completamente la propria ragion d’essere, la Lega resta un partito nordista e del Nord. Questo pone limiti obiettivi alla sua espansione elettorale, che - a parte contributi minori nel Centro e nel Sud - può avvenire soltanto nel Nord e principalmente a danno di Forza Italia e dell’area centrista.
Inoltre, seppur politicamente moribondo, è assai arduo immaginare che Silvio Berlusconi ceda le redini del centro-destra; ed è anche difficile immaginare Matteo Salvini come presidente del Consiglio dei ministri. Insomma, è possibile che queste elezioni portino a una lotta fratricida all’interno del centro-destra, il cui risultato finale non è detto sia la conferma o la crescita dei consensi registrati nel 2018.

Il crollo del centro-sinistra e in particolare del Partito democratico, non compensato da Liberi e Uguali
Il Partito democratico nacque come una sorta di realizzazione - pervertita, ma non troppo - del sogno togliattiano: l’unità fra i due grandi partiti popolari italiani, il Pci e la Dc. Nelle sue precedenti incarnazioni degli anni ‘90 del secolo scorso, quando il centro-sinistra governò l’Italia per un tempo pari a dieci volte quello del primo governo Berlusconi, esso fu responsabile di tutte le controriforme di taglio liberistico, godendo per la maggior parte del tempo anche dell’appoggio di partiti a denominazione «comunista». Infine, la grande unità si è risolta nella «democristianizzazione» del Pd, culminata nella figura di Matteo Renzi.
In Italia non abbiamo mai avuto un «regime» berlusconiano, ma una postdemocrazia di cui il centro-sinistra è stato volenteroso costruttore e pilastro.
Si può ben dire che il regime postdemocratico italiano funzioni attraverso la selezione del peggio, a destra e a manca, su tutto lo spettro partitico. È dunque «naturale» che il Pd abbia prodotto la meteorica ascesa di un personaggio come Renzi, che ha effettivamente finito per rottamare il proprio partito. Con 6,1 milioni di voti, il Pd ne perde 2,5 sul 2013 (circa un terzo dei consensi) e dimezza il risultato sul 2008. Calcolato sull’intero elettorato, il consenso per il Pd è ora giustamente sceso al 13% (il 17% sui voti validi), la metà del 25,7% del 2008 (il 33% sui voti validi). La coalizione di centro-sinistra è al 16% degli adv grazie al contributo della sua ala destra, +Europa.
Per quanto in concorrenza elettorale col Pd, chi scrive ritiene politicamente Liberi e Uguali una costola del centro-sinistra dal futuro assai incerto: ottiene il consenso del 2,4% degli adv.

Il successo del Movimento 5 Stelle
Il M5S si conferma il primo partito votato dagli italiani e con 10,7 milioni di voti aumenta il suo consenso di 1,5 milioni sul 2013; sul totale degli adv passa dal 18,5% al 23% (dal 25,6% al 32,7% sui voti validi). Rimane un contenitore dove passa di tutto e ormai anche la via più breve per fare una carriera politica. Ma è chiaro che ha guadagnato voti togliendoli principalmente al Pd, mentre a destra ne ha presi alla Lega (si veda la prima analisi dei flussi di voto dell’Istituto Cattaneo). Il partito di Grillo rimane un fenomeno assai particolare, una rivolta elettoralistica e pseudopopulistica contro la postdemocrazia costruita da centro-sinistra e centro-destra che continua a scombinare le manovre dei partiti di governo, pur avendo scarse possibilità di accedervi.
Intanto è pure un argine al voto di protesta verso i partiti di estrema destra. Ed è ovviamente uno strumento fondamentale per impedire che l’astensionismo diventi la maggioranza assoluta degli adv.

L’estrema destra fascista
Tra Forza Nuova, CasaPound e Fiamma Tricolore, nel 2013 i neofascisti ottennero complessivamente 182.566 voti, pari allo 0,4% degli adv. Nel 2018 la somma dei voti di CasaPound e Italia agli Italiani (Forza Nuova e Fiamma Tricolore) è di circa 437 mila. Si è verificato un raddoppio, che comunque porta il risultato dei gruppi neofascisti solo allo 0,9% dell’elettorato totale. Si tratta di ben poca cosa rispetto agli oltre due milioni di voti che il Msi otteneva normalmente negli anni ‘70-‘80, quasi tre nel 1972. Non è il caso di gridare al lupo. I neofascisti odierni possono essere pericolosi localmente, ma sono irrilevanti per le vicende politiche nazionali. Quel che veramente dovrebbe allarmare gli antifascisti non sono i risultati elettorali dei fascisti, ma i propri.

Miseria della sinistra
Per Potere al Popolo! mi sarei aspettato un risultato migliore: non buono, non da superare lo sbarramento, ma non proprio disastroso. Evidentemente ho sopravvalutato l’immagine dell’attivismo dal basso, perché questo risultato elettorale è una catastrofe senza appello. Ragione vorrebbe che si intraprendesse una riflessione lunga e profonda sulle ragioni del fallimento storico della sinistra post-Pci, ma dubito assai che ciò avvenga. Per farlo bisognerebbe liberarsi anche dello sciovinismo antieuropeista e del nazionalmonetarismo, nonché della simpatia per il paleoconservatorismo di Putin e per il capitalismo cinese.
PaP! ottiene 370 mila voti, pari allo 0,8% dell’elettorato totale. Questo significa un dimezzamento dei consensi sulla lista Ingroia del 2013, la riduzione a un terzo sulla lista Arcobaleno del 2008 e un crollo pari all’87% dei voti ottenuti dalla sola Rifondazione comunista nel 2006 (2,2 milioni di voti, il 4,7% degli adv; ovviamente il crollo del consenso sarebbe più ampio includendo Verdi e Comunisti italiani).
Sull’intero elettorato il sedicente Partito comunista ottiene lo 0,2%, un insulto alla memoria del vecchio Pci; Per una sinistra rivoluzionaria (somma di due gruppi di area trotskoide) ha lo 0,06%. Sono numeri così irrilevanti che la motivazione dell’uso delle elezioni al fine della propaganda rivoluzionaria appare francamente ancor più ridicolo di quanto non lo sia stato in passato.
Ebbene, dopo quarantun’anni o un’intera generazione post-Pci, dopo decenni di elettoralismo, di accordi e collaborazione col centro-sinistra nazionale, regionale e locale, il risultato è questo. Nel remoto 1976 Democrazia proletaria ottenne 557.052 voti, l’1,37% sull’elettorato totale (1,5% sui voti validi), 641.901 nel 1987 - 1,4% sull’elettorato (1,6% sui voti validi) - ultima sua partecipazione prima della confluenza con i rimasugli togliattiani e ingraiani del Pci. Benché ciò possa essere formalmente negato, sappiamo bene che per la sottocasta politica dei forchettoni rossi il termine di paragone del successo è sempre stato, in definitiva, il risultato elettorale; che la partecipazione alle elezioni è per la sinistra un dogma di forza superiore a quello della verginità di Maria per il Santo Padre; e che in nome del meno peggio tutto ciò ha portato a collaborare con il pilastro «di sinistra» della postdemocrazia. Ebbene, valutato col metro che più gli è caro, bisogna necessariamente concludere che la sinistra in tutte le sue componenti è il peggior disastro dell’intero sistema politico italiano. Si è verificata una regressione epocale non solo in termini elettorali, ma prima e più di tutto in termini di soggettività politica.

lunedì 1 maggio 2017

ANCORA SU GRAMSCI, TROTSKY E LA NOI, di Roberto Massari

A continuazione del discorso affrontato con lo scritto dello scorso 27 aprile («E se Gramsci, oltre che stimare Trotsky, lo avesse anche capito?»), riproponiamo un ulteriore contributo di Massari: il testo era originariamente apparso nel mensile del Pdac Progetto Comunista (n. 42, ottobre-novembre 2013, p. 12) come commento all'articolo di Francesco Ricci «A proposito del "quaderno scomparso": Gramsci tradito», pubblicato nel n. 40 - giugno 2013 - della stessa rivista, ed era stato ripreso a suo tempo in questo blog. [la Redazione]

Foto segnaletica di Antonio Gramsci nel carcere di Formia, 1933
Caro Francesco [Ricci],

riguardo al tuo articolo su Gramsci non posso che essere generalmente d'accordo e anzi, stimolato da te, sono andato a comprarmi L'enigma del quaderno di Lo Piparo1 e l'ho subito divorato. Penso invece che tu non abbia colto bene lo spirito della mia introduzione al Bollettino della Noi, quando scrivi:
«Non ci convincono le conclusioni di Massari, che tende a ridimensionare i gravi errori di Gramsci (pur riconoscendoli) e che finisce col sostenere […] che in sostanza la stessa Noi, e cioè la prima forma di trotskismo in Italia, nacque sotto il segno di Trotsky e Gramsci. Conclusione zoppicante, perché Tresso e gli altri fecero appunto ciò che Gramsci non fece […] cioè si schierarono con Trotsky e dunque proseguirono con lui "l'ultima battaglia di Lenin", quella contro la degenerazione burocratica dell'Internazionale comunista». Anche se prosegui riconoscendomi di essere stato il primo a richiamare l'attenzione su «questa differenziazione tra vari periodi di Gramsci».
Penso che rileggendo a freddo le righe che hai scritto ti accorgerai anche tu della sfasatura temporale che c'è nelle tue cortesi critiche al mio riguardo. Sfasatura che riguarda non solo la seconda metà degli anni '30, quando la Noi diventa sezione italiana del nascente movimento per la Quarta internazionale. Leonetti farà da segretario (o perlomeno da riferimento politico-organizzativo diretto per Trotsky) fin quasi alla fondazione, per poi tirarsi via. Tresso parteciperà invece alla fondazione della Quarta e rappresenterà il trotskismo dopo il 1938 fino al suo assassinio.
Ebbene, tutto ciò nel 1929-30 è ben lungi dall'accadere o dal potersi immaginare. E se quindi è vero che Gramsci in carcere non parteciperà a questo processo positivo di costruzione di un'alternativa allo stalinismo-togliattismo, è anche vero che non parteciperà ad altro e le sue posizioni in carcere, nel bene o nel male, non avranno alcuna conseguenza diretta sulla politica dell'età sua contemporanea. L'avranno molto di più nel dopoguerra.
Ma la sfasatura riguarda anche il periodo di formazione della Noi. Dico alcune cose, andando a memoria e quindi col beneficio di poter sbagliare qualche data. Ma importa la sostanza.

1) La Noi si manifesta nel 1929-30, cioè nel pieno del cosiddetto Terzo periodo (ultrasinistro) dell'Ic. La sua battaglia in Italia si svolge ancora su due fronti: da un lato ci sono i bordighisti, che continuano a non capire niente della natura del fascismo e della necessità del fronte unico per sconfiggerlo, e dall'altro ci sono, come chiamarli, i «togliattiani», che tali sono solo perché diventati anche stalinisti, ma che al momento sembrano convergere oggettivamente in alcune cose con il bordighismo. La Noi deve combattere contemporaneamente contro la stalinizzazione e contro l'ultrasinistrismo del Terzo periodo. La degenerazione staliniana è avanzatissima. Dal mio punto di vista (a posteriori) posso dire che invece era completata integralmente, ma di questo purtroppo Trotsky si stava rendendo conto solo parzialmente, visto che ancora si illudeva di poter riformare il Pcr, l'Ic e di conseguenza i partiti stalinizzati - nel 1929 (!), col Gulag ormai avviatissimo, la distruzione di qualsiasi opposizione e di qualsiasi fermento operaio, dopo la tragedia in Cina e l'avvio dello sterminio dei popoli sovietici con la collettivizzazione forzata…

giovedì 27 aprile 2017

E SE GRAMSCI, OLTRE CHE STIMARE TROTSKY, LO AVESSE ANCHE CAPITO?, di Roberto Massari

In occasione dell'80° anniversario della morte di Antonio Gramsci, pubblichiamo per i lettori del nostro blog l'introduzione scritta da Roberto Massari per il volume da lui curato e pubblicato nel 1977 [All'opposizione nel Pci con Trotsky e Gramsci: Bollettino dell'Opposizione comunista italiana (1931-1933)] per la casa editrice Controcorrente, e ripubblicato nel 2004 da Massari editore (pp. 432, € 16,00).
Speriamo così di introdurre elementi utili a decostruire il Gramsci creato da una falsa cultura di sinistra, nei decenni della «vulgata togliattiana», allo scopo di cancellare le affinità di pensiero esistite fra Trotsky e il rivoluzionario sardo nei primi anni '20: anni in cui Gramsci espresse profonda ammirazione per Trotsky e per la teoria della rivoluzione permanente, pur non avendone mai capito la sostanza.
Ma su come affrontare il fascismo in Italia, la convergenza fra Gramsci, Trotsky e l'Opposizione trotskista italiana nei primi anni'30 è fuor di dubbio, è storicamente accertata. Ebbene, è proprio questo che le migliaia di libri che vengono prodotti su Gramsci cercano di tenere nascosto o di camuffare. Ciò è reso possibile dalle successive ambiguità e opportunismi del Gramsci in carcere nei confronti dello stalinismo. La lettura del testo di Massari può aiutare a capire come andarono effettivamente le cose, in un momento nevralgico di trasformazione staliniana della maggioranza del comunismo italiano. Di qui l'attualità del testo. [la Redazione]

Sulla battaglia antibordighiana di Gramsci è stato scritto molto. Sull'influenza avuta nella sua formazione da Trotsky*, molto meno. I motivi di ciò, facili da comprendere, verranno accennati nelle pagine che seguono. Eppure, davanti alla tendenza attualmente dominante fra gli intellettuali della sinistra italiana a privare Gramsci sempre più dei suoi connotati marxisti e rivoluzionari, non è cosa da poco riuscire a spiegare cosa portò i due a coincidere nella sostanza delle posizioni politiche in alcuni momenti cruciali del periodo postleniniano. L'obbligo a cercare di fornire una spiegazione a un tale dato di fatto, indiscutibile pur nella sua frammentarietà e contraddittorietà, non deriva però da pure esigenze filologiche o speculative.
Esso deriva da un altro fatto storico, con cui si potrà essere o non essere d'accordo, ma che non si può ignorare: la formazione in seno al movimento operaio italiano degli anni '30 di una corrente organizzata che non solo fondava il suo programma politico sulla sostanza dei contributi per l'Italia forniti da Trotsky e da Gramsci, ma che ai due rivoluzionari si richiamò esplicitamente in tutto il periodo della sua esistenza. Questa corrente, formatasi in seno al gruppo dirigente comunista, composta da compagni che avevano vissuto le vicende del Pcd'I fin dalla nascita, espulsa dal partito, riorganizzatasi poi autonomamente fuori del partito, era la Noi. La Nuova opposizione italiana il cui organo politico era il Bollettino che ripubblichiamo per il lettore italiano.
Alcuni contestano la fondatezza di quel richiamo ideologico della Noi fondandosi su questa o quella posizione di Gramsci, su questo o quel brano dei Quaderni del carcere. Мa dimenticano in genere di assolvere al dovere elementare per chi si richiama al marxismo: spiegare in termini storici perché fu possibile a una corrente organizzata fuori dal Pcd'I ispirare la propria azione politica a quel comune richiamo, e soprattutto perché fu necessario farlo per tutto il corso degli anni '30. Solo alla luce di questa spiegazione storica la discussione teorica sui testi può divenire veramente utile e attuale, e non pura esercitazione accademica.
Sono aumentate negli ultimi anni le pubblicazioni che offrono un quadro esauriente del dibattito sulla «svolta» e che collocano la battaglia e l'espulsione dei «tre» nella loro vera luce, riparando a una grave ingiustizia storica compiuta nei loro confronti e verso il movimento operaio italiano. Ora però occorre cominciare a far luce sul proseguimento di quella vicenda. I «tre» non scomparvero dopo l'espulsione, non considerarono esaurita la propria funzione storica, ma anzi proseguirono la propria battaglia con rinnovata energia, anche se con scarso successo. Il Bollettino è la prova tangibile di questo impegno. Esso ci offre inoltre a posteriori la possibilità di valutare la correttezza di fondo delle loro analisi e delle loro proposte. E di qui viene un nuovo stimolo al dibattito. È mai possibile che il richiamo all'insegnamento di Trotsky e in parte a quello di Gramsci sia stato completamente estraneo a questa correttezza delle loro analisi o posizioni? No, ovviamente.

lunedì 13 febbraio 2017

PLAN CÓNDOR: IMPUNIDAD, por Hugo Blanco

Francisco Morales Bermúdez
Llegó la noticia de la sentencia de cadena perpetua para Morales Bermúdez por su participación en el Plan Cóndor.

¿QUÉ FUE EL PLAN CÓNDOR?
El pacto entre las dictaduras militares sudamericanas para asesinar a quienes se opusieran a alguna de ellas.
A Morales lo condenaron en Italia por haber enviado a argentinos-italianos refugiados en el Perú para que los asesinaran en Argentina.

YO TAMBIÉN FUI VÍCTIMA DEL PLAN CÓNDOR:
Velasco Alvarado me deportó por haberme negado a trabajar bajo sus órdenes en la reforma agraria, pues el único jefe cuyas órdenes acato es la colectividad, la asamblea de delegados. En este caso, la asamblea de los delegados campesinos.
Por orden del imperio norteamericano, Morales hizo el golpe a Velasco. Por demagogia dijo que los deportados podíamos regresar. Pero cuando volví estaba permanentemente seguido, hasta que nuevamente fui deportado.
Cuando a raíz de un gran paro general tuvo que llamar a elecciones para Asamblea Constituyente, mis compañeros me pusieron como candidato. El gobierno había determinado que los candidatos tuviéramos un espacio gratuito por TV para hacer propaganda política. A mí me tocó hablar por la TV luego de un fuerte paquetazo dado por el gobierno contra el pueblo, una fuerte alza de los productos de primera necesidad. La CGTP había decretado un paro de protesta de 48 horas.
En el programa gratuito de TV para hacer propaganda política, dije: “Acabamos de sufrir un terrible paquetazo. ¿Qué hacer contra eso? ¿Votar por mí? ¡No, que voten por mí o por cualquiera, esto no se arregla por la vía electoral! ¡Esto se confronta con la lucha social! La CGTP ha convocado a un paro de 48 horas de protesta. Es obligación de todos nosotros hacer que ese paro sea exitoso. Por lo tanto, voten por cualquiera, pero ¡Todos, como un solo puño a trabajar por el éxito del paro!”
Como el espacio gratuito era para hacer campaña electoral y no campaña por el paro, a las pocas horas ya estuve preso. Aprovecharon de eso y tomaron presos a otros izquierdistas. Nos metieron a un avión militar esposados a los asientos y nos enviaron a un cuartel anti-subversivo de Jujuy, Argentina. Cuando bajamos del avión un general argentino nos gritó: “¡Ustedes son prisioneros de guerra!”
Afortunadamente un periodista tomó foto del avión militar peruano en la base anti-subversiva argentina. Ya no podían “desaparecernos” pues ese año se jugaba el campeonato mundial de fútbol en Argentina y el escándalo no les convenía.
Me dijeron que salga en libertad, les dije: “No piso suelo argentino, envíenme a Suecia”, donde todavía tenía residencia válida pues la embajada sueca me salvó la vida cuando se produjo el golpe en Chile. Entendí que luego de hacerme firmar mi libertad, en la puerta del cuartel me esperaría una banda paramilitar para asesinarme. Tuvieron que llamar al cónsul peruano para que me diera pasaporte.
A Morales le siguieron un juicio en Argentina, me llamaron como testigo al consulado, declaré. Hace poco le iniciaron juicio en el Perú. También declaré.
Todos saben que es un asesino miembro del Plan Cóndor, pero los dueños del poder lo protegen, naturalmente no lo entregarán a la justicia italiana.
Lo mismo pasa con los asesinos de los otros países. ¡Y lo mismo pasa en Italia! Ahí condenaron a quienes sabían que no los iban a enviar a Italia. De los 14 militares uruguayos que participaron de los crímenes, uno, Jorge Tróccoli, se encuentra en Roma. A él lo absolvieron, a pesar de las protestas de una mujer, secuestrada cuando era bebé, luego de asesinar a sus padres.
Así es la “JUSTICIA” cuando el gran capital gobierna.

sabato 4 febbraio 2017

«FIVE STARS» PEGGIO DI SCIENTOLOGY, di Piero Bernocchi

Caro Roberto [Massari],

rispondo alla tua richiesta di un giudizio sulle ultime tragicomiche vicende della sindaca Raggi nonché sul suo retroterra generale, rappresentato dal monocratico partito-azienda Casaleggio-Grillo. Con una premessa, forse superflua, ma non si sa mai: le valutazioni che seguono sono di mia esclusiva responsabilità e non coinvolgono l'organizzazione - i Cobas - di cui sono portavoce.
In linea generale, mi pare che si possa dire che gli ultimi sviluppi della tragicommedia Raggi superino i già super-inquietanti precedenti. E di certo mi convincono sempre più che la Casaleggio Associati e il terrificante satrapo Grillo sono peggio di Scientology, che perlomeno non si è mai posta l'obiettivo di fondare un partito negli Usa o altrove, e che tantomeno ha mirato al governo statunitense. Ho l'impressione che settimana dopo settimana Grillo e Casaleggio testino i cittadini italiani con "fake news" [false notizie] che rivaleggiano alla grande con quelle di Trump durante la sua campagna elettorale.
Ad esempio, qui e ora: Romeo fa un'assicurazione sulla vita a nome di quella sciagurata bugiarda seriale, quella record-woman dell'irresponsabilità cialtrona che è la Raggi, e la neo-sindaca lo ricompensa con un incarico da capo della segreteria politica a 120mila euro annui, poi "ridotti" a 95mila. E Casaleggio-Grillo ci spiegano, con la più incredibile faccia di culo, che si è trattato del frutto di "un amore non corrisposto"!! Minchia, e se era "corrisposto" quanto gli dava di stipendio al suo presunto o reale spasimante?
E anche i fratelli Marra e Frongia verremo a sapere tra un po' che sono stati "amori non corrisposti"? E che è la Raggi, una novella Cleopatra o una Mata Hari "de noantri"? È come se la holding Casaleggio volesse testare fino a dove si può arrivare con il lavaggio del cervello a milioni di italiani/e, appunto con il metodo Scientology trasferito in politica. Non a caso Casaleggio senior era immerso in un esoterismo oscuro e inquietante, mixato con un ultraliberismo alla Tea Party e ad una vera e propria passione per la manipolazione delle menti intorno a progetti fantascientifici di più generale manipolazione umana.
La cosa sempre più sbalorditiva (direte voi, dopo Trump di cosa potremmo ancora sbalordirci? eppure…) è la sudditanza schiavizzata dei loro quadri "politici" e dei loro parlamentari, anche se per molti/e di loro si può trattare di semplice paraculaggine opportunistica, visto che, da un giorno all'altro, sono stati (o sperano di esserlo nell'immediato futuro) catapultati, da assoluti incompetenti politici senza arte né parte, a ben retribuiti incarichi nelle istituzioni, in cambio dell'assoluta fedeltà ai due capi-padroni. Sorprende non poco, però, anche il consenso "ovino" e "bovino" che, malgrado ogni giorno i «Five Stars» smentiscano tutte le favole raccontate in questi anni, continuano ad avere da milioni di persone, a prescindere. Insomma, si ha l'impressione che Grillo e Casaleggio junior potrebbero rapinare in pieno giorno e a volto scoperto un supermercato e il consenso non scenderebbe, anzi, magari crescerebbe in premio all'audacia del duo luciferino.

sabato 28 gennaio 2017

IL SISTEMA ITALIANO DI ACCOGLIENZA, di Andrea Vento (Gruppo Insegnanti di Geografia Autorganizzati)

Politiche emergenziali, inefficienze e malaffare sulla pelle dei migranti

La morte della giovane ivoriana nel centro di accoglienza di Cona, in provincia di Venezia, e del 38enne somalo nell'incendio del mobilificio abbandonato a Sesto Fiorentino, avvenute nei primi giorni del 2017, hanno riportato al centro dell'attenzione mediatica e del dibattito politico la questione dei migranti e dell'accoglienza. Cerchiamo di ricostruire il percorso, individuare le tipologie di strutture e focalizzare le normative a cui vanno incontro i migranti una volta sbarcati nel nostro Paese.
Il sistema di accoglienza attualmente in vigore è regolamentato dalla cosiddetta Roadmap italiana1, emessa dal Ministero dell'Interno il 28 settembre 2015, ed è strutturato su tre livelli, suddivisi in Prima e Seconda accoglienza, con strutture e funzioni di diversa tipologia.

La Prima accoglienza prevede come strutture gli Hotspots e i Regional Hubs:
- Gli Hotspots hanno finalità di primo soccorso e identificazione. Le funzioni di tali nuove strutture sono fissate dallo stesso documento del Viminale, il quale prevede che
«Al fine di gestire i flussi ininterrotti di cittadini di Paesi terzi che raggiungono le coste italiane dall'inizio del 2014, e in linea con l'Agenda europea sulle migrazioni, l'Italia ha messo in atto il nuovo approccio "hotspot". Essenzialmente questo è stato fatto attraverso un piano volto a canalizzare gli arrivi in una serie di porti di sbarco selezionati dove vengono effettuate tutte le procedure previste come lo screening sanitario, la pre-identificazione, la registrazione, il foto-segnalamento e i rilievi dattiloscopici degli stranieri. Subito dopo tutte le persone saranno foto-segnalate come CAT 2 (ingresso irregolare) e registrate in conformità con la legislazione nazionale ed europea (ad eccezione di quelle ricollocabili che saranno registrate come CAT 1). Saranno foto-segnalati come CAT 1 (richiedenti asilo) anche coloro che manifestano la volontà di richiedere la protezione internazionale e pertanto, successivamente, formalizzeranno la propria intenzione compilando il modello "C3" nelle strutture per richiedenti asilo (cioè i cd. regional hubs presenti sul territorio nazionale) dove verranno trasferiti dopo la conclusione delle menzionate attività di registrazione. Successivamente all'espletamento delle attività di screening sanitario, pre-identificazione, di quelle investigative/intelligence, e sulla base dei relativi esiti, le persone che richiedono la protezione internazionale saranno trasferite nei vari regional hubs presenti sul territorio nazionale; le persone che rientrano nella procedura di ricollocazione saranno trasferite nei regional hubs dedicati; le persone in posizione irregolare e che non richiedono protezione internazionale saranno trasferite nei Centri di Identificazione ed Espulsione (C.I.E.)».
- I Regional Hubs (Centri Regionali) sono in pratica Centri di Accoglienza per Richiedenti Asilo (CARA) e Centri di Primo Soccorso e Accoglienza (CPSA) riconvertiti. Anche questi sono previsti e regolamentati dalla Roadmap italiana:
«Il sistema di prima accoglienza è composto da strutture appartenenti ad ex centri governativi (CARA/CDA e CPSA), che attualmente si stanno riconfigurando come Regional Hubs. I cosiddetti Regional Hubs sono stati concepiti come un meccanismo-chiave preposto a facilitare la gestione di grandi arrivi di cittadini di Paesi terzi. Gli Hubs sono strutture aperte da utilizzare nella prima fase di accoglienza, destinate a ricevere quei cittadini di Paesi terzi - già registrati e sottoposti alle procedure di foto-segnalamento - i quali devono compilare il cd. modello C3 per la formalizzazione della domanda di protezione internazionale. Normalmente il periodo di permanenza va dai 7 ai 30 giorni, in modo da assicurare un rapido turnover dei richiedenti asilo i quali, in ogni caso, una volta presentata la domanda di protezione, potranno lasciare l'hub per essere trasferiti nei centri di seconda accoglienza, vale a dire nelle strutture della rete SPRAR».

RED UTOPIA ROJA – Principles / Principios / Princìpi / Principes / Princípios

a) The end does not justify the means, but the means which we use must reflect the essence of the end.

b) Support for the struggle of all peoples against imperialism and/or for their self determination, independently of their political leaderships.

c) For the autonomy and total independence from the political projects of capitalism.

d) The unity of the workers of the world - intellectual and physical workers, without ideological discrimination of any kind (apart from the basics of anti-capitalism, anti-imperialism and of socialism).

e) Fight against political bureaucracies, for direct and councils democracy.

f) Save all life on the Planet, save humanity.

g) For a Red Utopist, cultural work and artistic creation in particular, represent the noblest revolutionary attempt to fight against fear and death. Each creation is an act of love for life, and at the same time a proposal for humanization.

* * *

a) El fin no justifica los medios, y en los medios que empleamos debe estar reflejada la esencia del fin.

b) Apoyo a las luchas de todos los pueblos contra el imperialismo y/o por su autodeterminación, independientemente de sus direcciones políticas.

c) Por la autonomía y la independencia total respecto a los proyectos políticos del capitalismo.

d) Unidad del mundo del trabajo intelectual y físico, sin discriminaciones ideológicas de ningún tipo, fuera de la identidad “anticapitalista, antiimperialista y por el socialismo”.

e) Lucha contra las burocracias políticas, por la democracia directa y consejista.

f) Salvar la vida sobre la Tierra, salvar a la humanidad.

g) Para un Utopista Rojo el trabajo cultural y la creación artística en particular son el más noble intento revolucionario de lucha contra los miedos y la muerte. Toda creación es un acto de amor a la vida, por lo mismo es una propuesta de humanización.

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a) Il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi che impieghiamo dev’essere riflessa l’essenza del fine.

b) Sostegno alle lotte di tutti i popoli contro l’imperialismo e/o per la loro autodeterminazione, indipendentemente dalle loro direzioni politiche.

c) Per l’autonomia e l’indipendenza totale dai progetti politici del capitalismo.

d) Unità del mondo del lavoro mentale e materiale, senza discriminazioni ideologiche di alcun tipo (a parte le «basi anticapitaliste, antimperialiste e per il socialismo».

e) Lotta contro le burocrazie politiche, per la democrazia diretta e consigliare.

f) Salvare la vita sulla Terra, salvare l’umanità.

g) Per un Utopista Rosso il lavoro culturale e la creazione artistica in particolare rappresentano il più nobile tentativo rivoluzionario per lottare contro le paure e la morte. Ogni creazione è un atto d’amore per la vita, e allo stesso tempo una proposta di umanizzazione.

* * *

a) La fin ne justifie pas les moyens, et dans les moyens que nous utilisons doit apparaître l'essence de la fin projetée.

b) Appui aux luttes de tous les peuples menées contre l'impérialisme et/ou pour leur autodétermination, indépendamment de leurs directions politiques.

c) Pour l'autonomie et la totale indépendance par rapport aux projets politiques du capitalisme.

d) Unité du monde du travail intellectuel et manuel, sans discriminations idéologiques d'aucun type, en dehors de l'identité "anticapitaliste, anti-impérialiste et pour le socialisme".

e) Lutte contre les bureaucraties politiques, et pour la démocratie directe et conseilliste.

f) Sauver la vie sur Terre, sauver l'Humanité.

g) Pour un Utopiste Rouge, le travail culturel, et plus particulièrement la création artistique, représentent la plus noble tentative révolutionnaire pour lutter contre la peur et contre la mort. Toute création est un acte d'amour pour la vie, et en même temps une proposition d'humanisation.

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a) O fim não justifica os médios, e os médios utilizados devem reflectir a essência do fim.

b) Apoio às lutas de todos os povos contra o imperialismo e/ou pela auto-determinação, independentemente das direcções políticas deles.

c) Pela autonomia e a independência respeito total para com os projectos políticos do capitalismo.

d) Unidade do mundo do trabalho intelectual e físico, sem discriminações ideológicas de nenhum tipo, fora da identidade “anti-capitalista, anti-imperialista e pelo socialismo”.

e) Luta contra as burocracias políticas, pela democracia directa e dos conselhos.

f) Salvar a vida na Terra, salvar a humanidade.

g) Para um Utopista Vermelho o trabalho cultural e a criação artística em particular representam os mais nobres tentativos revolucionários por lutar contra os medos e a morte. Cada criação é um ato de amor para com a vida e, no mesmo tempo, uma proposta de humanização.